Qual è il modo migliore per raccontare la realtà? Questa è una delle tante domande che si pone continuamente il protagonista del terzo romanzo di Luca Quarin, pubblicato quest’anno da Miraggi edizioni, dal titolo “Il futuro della specie” e che propone spesso ai suoi interlocutori.
Il dibattito nel libro
«Alla fine ci siamo imbarcati in una lunga discussione [..] Marco sosteneva il romanzo, anche se stava scrivendo un saggio, io sostenevo il saggio, anche se volevo scrivere un romanzo. Il saggio serve a divulgare qualcosa che sappiamo delle cose […] quello che abbiamo capito della natura umana, ma anche quello che abbiamo capito del cosmo, della materia organica, degli esseri viventi. […] La civiltà occidentale si fonda sulle narrazioni non sulla divulgazione del sapere. Oppure su una divulgazione del sapere attraverso un processo esegetico di narrazione, o anche ermeneutico, come preferisci tu. In ogni caso la cultura che ci lega tutti quanti insieme è un’esperienza narrativa condivisa, non un’esperienza cognitiva. Noi non sappiamo niente della realtà. Alla fine ha detto che se il saggio divulga il sapere allora il romanzo lo produce. Se il saggio interpreta la realtà allora il romanzo la produce.» (pp. 197-198).
Il protagonista
Il protagonista del romanzo, un giovane giornalista che scrive per “Il Piccolo”, nell’aprile del 2019, mentre a Parigi infuria l’incendio che devasterà la cattedrale di Notre Dame, si appassiona a un evento di cronaca locale, la sparizione a Trieste di Fulvio Mancini – responsabile di ricerca e sviluppo per On-Ai, una startup specializzata in creazione di dati sintetici nell’ambito dell’intelligenza artificiale – assieme alla moglie e al figlioletto di tre anni.
Data la densità di temi affrontati nel romanzo, tutti di estrema attualità, molte sono state le curiosità che sono emerse durante la lettura, per cui abbiamo voluto incontrare l’autore, al fine di parlarne con lui.
Se il personaggio principale si chiama Luca Quarin, come l’autore
La prima domanda ruota attorno alla scelta di chiamare il personaggio principale e voce narrante in prima persona Luca Quarin, utilizzando un’omonimia che era già presente nel romanzo precedente, attribuita però all’antagonista di Andrea Ferro, protagonista, appunto di Di sangue e di ferro, uscito nel 2020 sempre per Miraggi Edizioni. Una scelta che si inserisce in un preciso filone narrativo, quello dell’autofiction, inaugurato e inventato nel 1977 da Serge Doubrowsky con il suo romanzo Fils e poi praticato da diversi autori, tra cui Philip Roth, Henry Miller, e, in Italia, da Walter Siti, Giulio Mozzi, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna.
Che cosa ha motivato questa scelta?
“Penso che il romanzo sia il laboratorio ideale dove analizzare il rapporto tra realtà e finzione e che chi scrive abbia qualche strumento più degli altri per condurre questo esperimento. D’altronde anche Plutarco diceva che “colui che inganna è più onesto di colui che non inganna”. Già il mio primo romanzo, Il battito oscuro del mondo, era popolato da omonimi, che si riverberavano uno nell’altro interrogando il lettore su quale fosse reale e quale fosse fittizio. In Di sangue e di ferro, il mio secondo romanzo, ho voluto spingere questo interrogativo ancora più avanti, affrontando il tema della narratività dell’identità individuale e della narratività dell’identità storica e sostenendo l’ipotesi che la finzione prevalga sulla realtà e che quindi la narrazione produca il reale più di quanto il reale produce la narrazione.
Di conseguenza ho deciso che d’ora in avanti Luca Quarin sarà il protagonista dei miei romanzi, anche se avrà poco o nulla a che fare con me e con la mia storia, proprio per sottolineare questa idea. E’ un’idea di autofiction diversa da quella di Siti, di Scarpa o della Ciabatti, dove la biografia dell’autore è anche la biografia del protagonista, e invece più vicina a quella di Houellebecq, di Auster o di Roth, che hanno scardinato il patto autobiografico teorizzato da Philippe Lejeune, secondo cui l’uguaglianza del nome garantisce che la storia è vera, dimostrando che lo stesso nome attesta che la storia è falsa”.
Un mondo ai più sconosciuto
Il protagonista del romanzo per chiarire il mistero che si nasconde dietro alla sparizione del giovane informatico e della sua famiglia lo porta, attraverso ricerche sempre più approfondite, ad addentrarsi nel mondo legato ai processi di machine learnig, che tra l’altro in questi giorni si sta originando un forte dibattito. Nel romanzo diverse pagine sono dedicate a questo argomento, sviluppato con un linguaggio adeguato ai non esperti.
Quarin, immagino sia stata una ben precisa intenzione, la sua, di avvicinare più persone possibile a questo tema «della tecnologia che sta travolgendo la specie umana e della specie umana che ha travolto il pianeta in cui vive» in estrema sintesi l’antropocene?
“La domanda che ha messo in moto la storia in effetti è proprio questa: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Mi sembra una domanda latente che non ha ancora trovato la forza di emergere con chiarezza, e di mettere in discussione i paradigmi della nostra cultura, ma che ha già cominciato a erodere i nostri riferimento i più profondi. Il sapere, la democrazia, la ragione. E’ un po’ la pulsione di morte di cui parla Zizek.
Ecco, ho sentito il bisogno di indagare narrativamente questo tema, il conflitto tra la specie umana e il luogo in cui vive, a partire da una delle nostre peculiarità più tipiche, la mobilità. Una mobilità desiderante che ha trasformato il pianeta in un enorme centro commerciale, divorando rapidamente risorse che la natura aveva accumulato con grande lentezza. Decine di anni contro milioni di anni”.
Riflessioni sul riscaldamento globale
In parallelo, se non in contrasto, un altro personaggio, Maria, una giovane donna conosciuta per caso ma figura che diventa sempre più importante, inserisce la questione ambientale attraverso un punto di vista molto originale, vale a dire il rapporto tra il movimento della vita animale e l’immobilità del mondo vegetale (p. 153) e questo permette alcune riflessioni su quali sono le caratteristiche dell’intelligenza utilizzate da queste due specie (p. 179), che portano a delle considerazioni relative al riscaldamento globale che ci affligge e per il quale non sembra si vogliano trovare soluzioni. La «capacità [delle piante] di adattarsi all’ambiente di prevedere una situazione mi sembrano estranee alla nostra esperienza. Il riscaldamento globale lo dimostra.
Dovremmo quindi imparare dalle piante, per salvarci?
“Ovviamente non ho nessuna ricetta né la più vaga idea di quale possa essere la soluzione del problema. La paleontologia ci dice che la vita media di una specie animale è di circa sei milioni di anni, e che dunque alla nostra specie ne mancano cinque milioni e ottocentomila prima che si possa estinguere con dignità. Ho l’impressione che dobbiamo farci venire un’idea se vogliamo arrivare a quel punto. Farci venire una buona idea potrebbe essere un segnale di vera intelligenza, visto che quello che abbiamo fatto fino a oggi mi sembra non la dimostri.
Al di là di questo, ho trovato stimolanti le considerazioni di autori come Telmo Pievani, Stefano Mancuso o Emanuele Coccia sulla vita vegetale e sul suo modo di interagire con il pianeta, un modo completamente diverso dal nostro. Ho voluto quindi raccontare una storia che mettesse a confronto questi schemi evolutivi attraverso il personaggio di Maria, una biologa che Luca incontra nella parte centrale del romanzo e che lo spinge a fare delle considerazioni che altrimenti non avrebbe fatto”.
Il parallelo con i Ragazzi di Via Panisperna
Parallelamente alle vicende legate all’indagine giornalistica sulla scomparsa di Fulvio Mancini – che viene accostata a quella di Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, membri entrambi del gruppo dei cosiddetti “Ragazzi di Via Panisperna” – si dipanano anche le vicende di Luca Quarin personaggio: la sofferta separazione dalla moglie Martina; il difficile e frustrante rapporto con il padre Pietro, famoso giornalista d’inchiesta; il ricordo della madre afflitta da una grave malattia psichiatrica e morta in modo tragico a causa di un incidente d’auto; il conflitto con il caporedattore che gli rifiuta gli articoli. A questo proposito è molto interessante anche la riflessione su cosa sia il giornalismo e su quanto la narrazione dei fatti può venire contaminata dalle personali convinzioni del giornalista.
Alla fine di una lunga discussione con il suo capo, Luca Quarin personaggio non sembra molto convinto che chi racconta una notizia debba rimanere sempre asettico, e lei?
L’inchiesta giornalistica sulla scomparsa dei Mancini in realtà è la metafora dell’indagine dell’uomo sulla natura delle cose. Il metodo giornalistico e il metodo scientifico si pongono entrambi l’obiettivo di conoscere la verità e procedono secondo schemi analoghi. Misura e verifica sperimentale per l’uno, acquisizione di informazioni e verifica delle fonti per l’altro. Il romanzo racconta il fallimento dell’inchiesta portata avanti da Luca Quarin che invece di seguire le regole del giornalismo trasmesse dal padre collega tra loro argomenti in apparenza lontani ma che ha la sensazione possano aiutarlo a trovare la soluzione. E in effetti la strada sbagliata lo conduce alla meta”.
Il suo romanzo è talmente denso che tra le pagine si insinua anche il curling, di cui il lettore scopre le origini piuttosto antiche, risalenti addirittura al XVI secolo; si parla delle migrazioni in atto e delle scellerate politiche messe in atto dai governi per contrastarle; di malattia mentale; della distanza tra godimento e desiderio; dell’aumento esponenziale di consumo dell’energia.
Quarin, un vortice di pensieri e di riflessioni che accompagnano la vita quotidiana del protagonista, pensieri e riflessioni che sono di tutti, in questo periodo storico. Si ha l’impressione che per liberarsene, in qualche modo, lei abbia dovuto attribuirli a un altro da sé, in un gioco di specchi. Sbaglio?
“Lacan sostiene che il desiderio non si soddisfa mai, ma si sposta continuamente da un oggetto all’altro (come una figura metonimica), mantenendo in vita il soggetto. D’altro canto il godimento è una pulsione che spinge il soggetto verso l’eccesso, anche a costo di distruggerlo, e che non coincide mai con l’oggetto del desiderio. Lo spazio tra desiderio e godimento mi sembra il luogo dove si svolge la vita della nostra specie. Mobilità, linguaggio, velocità e consumo di energia sono gli strumenti che usiamo per oscillare tra queste due polarità. Oscillazione che il digitale ha reso ancora più frenetica, spingendoci sempre di più verso la pulsionalità del godimento. Per questo ad un certo punto ho tirato in ballo il curling, perché è lo sport della lentezza e della propriocezione, quella consapevolezza corporea che ci aiuta a sentire quello che c’è attorno a noi”.
Nonostante la ricchezza e la complessità, il romanzo si legge velocemente, non solo per la curiosità di sapere che fine abbia fatto la famiglia Mancini, mistero che verrà naturalmente svelato, ma anche per la bella scrittura, elegante pur con concessioni alla contemporaneità, per l’ambientazione che restituisce una Trieste vera di cui si respirano i profumi e si riverberano i colori, le atmosfere, i personaggi che la popolano, per l’umanità dei personaggi, disegnati con le loro debolezze e con la loro, inesorabile, volontà di cercare ciascuno la propria strada.


