Tre

La telefonata è arrivata alle 3:37 del mattino. Con voce tranquilla la mamma gli ha annunciato la morte del nonno. Lui, Marek, ha faticato ad uscire dallo stato di torpore mentale del sonno, e lei ha riattaccato prima che lui potesse dire qualunque cosa. Quella notizia ha riportato a galla i ricordi, alcuni più nitidi, altri più sfumati. Il nonno è morto: il nonno, che a sua madre, Dana, aveva rovinato la vita, come lei ripeteva sempre; lei, che comunque era stata l’unica a non abbandonare, anche quando apparentemente non c’era altro da fare per sopravvivere alla lenta autodistruzione di un uomo alcolizzato, violento, malato. Dopo la chiusura della telefonata a Marek sono tornate alla mente diverse cose, mai dette a nessuno: ad esempio quando a scuola, in terza media, era caduto dalle scale per distrazione, e aveva accusato Filip di averlo spinto. Due settimane dopo era in una nuova scuola, deciso a dare ascolto a sua madre. Si trattava in effetti di una seconda possibilità. Sarebbe bastato mimetizzarsi, non dare nell’occhio, non raccontare a tutti qualunque cosa gli passasse per la testa, controllare ogni passo, evitare di ancheggiare e di fissare gli altri troppo a lungo. Prima di entrare in classe aveva collaudato la sua nuova voce, più profonda; aveva iniziato a ridere quando gli altri parlavano di ragazze. Aveva impostato come sfondo del cellulare la foto di una donna nuda, che neppure riusciva a guardare. Quando, pochi giorni dopo, era andato a trovare suo nonno in clinica psichiatrica, e questi gli aveva strappato il cellulare di mano, l’aveva visto annuire vigorosamente, con approvazione, di fronte a quell’immagine. Del resto, il nonno amava ripetere che Hitler aveva fatto almeno una cosa buona: internare “gli zingari e i froci nei campi di concentramento”, e non gli veniva in mente di tracciare un collegamento tra questi suoi discorsi e il pugno in faccia ricevuto da suo nipote, che ogni tanto tornava a casa con la cinghia dello zaino rotta e la maglietta strappata. Ha iniziato a ricordare come sua madre l’avesse cresciuto da sola dopo essere stata abbandonata da Pavel, suo marito, fuggito in America, lasciandola con un bimbo piccolo e una montagna di debiti da onorare; come fossero riusciti a sopravvivere solo grazie alla nonna, che aveva dato loro una stanza, e ai sacrifici che sua madre aveva compiuto, massacrandosi di lavoro in fabbrica al mattino, e come cassiera in un supermercato alla sera, cercando di far quadrare i conti, con la paura di restare all’improvviso senza lavoro in quei tempi di crisi. Pavel ovviamente non perdeva occasione, al telefono, per litigare con lei e dirle che non ne faceva una giusta; che lui avrebbe di certo saputo educare quel figlio che non amava socializzare e che sembrava star bene solo nel suo angolo a leggere e a disegnare; lui, Pavel, avrebbe saputo tirarlo su come un vero uomo. Eppure a lui, Marek, era stato raccontato di come anche suo padre, prima di sposare sua madre, era stato preso in giro: perché non beveva (forse il motivo principale per cui Dana l’avrebbe sposato), era magro, camminava in modo strano, in modo, dicevano, da effemminato…

“Quando eri piccolo ogni finestra, ogni riflesso che vi era impresso, persino quello della tua finestra sulla finestra dell’edificio di fronte, rappresentava per te una possibilità di fuga. Guardare una stanza altrui attraverso il vetro significava affacciarsi su vite sconosciute, e, almeno per un attimo, non pensare alla tua. Oggi sai che, a osservarle abbastanza da vicino, in ogni storia e in ogni finestra troverai sempre un’immagine distorta e deformata di te stesso. Pensi che una data cosa non abbia nulla a che fare con te, ma da dietro il vetro spunta sempre la tua ombra…”. Poeta, scrittore, giornalista ceco, Marek Torčik, classe 1993, laureato in Lingua e letteratura inglese, vive attualmente a Praga; ha debuttato nel 2016 nel mondo letterario con la raccolta di poesie Rhizomy. Con Ricucendo la memoria(Rozložíš paměť), il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2023, si è aggiudicato il Magnesia Litera Award (2024) e il Premio Jiří Orten. Nei Ringraziamenti che chiudono il volume, l’autore inquadra la sua opera nel filone dell’autofiction. “Questo libro appartiene ad altre tre persone in carne ed ossa. Soprattutto a mia madre, la persona più coraggiosa che io conosca. È stata lei a darmi il permesso di scrivere di cose tanto difficili da raccontare, e ancor più da leggere. Grazie di tutto. A mio padre, che al di là di alcuni tratti generici, non ha nulla in comune con il Pavel di cui parlano queste pagine. E poi a mio nonno. Si chiamava Antonín Daněk e, nonostante tutto il peso che si portava addosso, era un uomo buono”, scrive Torčik. Lo scrittore scava nel suo passato, ricostruisce la trama sfilacciata dal tempo e dalle emozioni del romanzo familiare, riannoda i fili di quella tela, completa i vuoti, apre porte su scenari; rivela in questo modo la fragilità della memoria, specie, in modo paradossale, di fronte agli eventi che lasciano i segni più profondi, e come i ricordi siano storie, che “si trasformano in qualcosa di diverso, di lontano” ogni volta che vengono raccontate. Con una prosa avvincente – in seconda persona – densissima, assolutamente controllata, mai debordante, fino al finale perfettamente calibrato, Torčik conduce il racconto su due piani temporali solo apparentemente separati: il 2021, il presente del testo, e il 2007, il passato. Come ribadito in più occasioni (si veda ad esempio l’intervista rilasciata a Tomáš Maca sulla pagina culturale web del sito di news “Aktuálně.cz”), Torčik non ha inteso dare alla scrittura di Ricucendo la memoria un significato terapeutico: il senso della narrazione non è tanto l’elaborazione della propria storia di povertà, scoperta di sé, bullismo e brutalità, quanto una profonda riflessione sul trauma, sulle conseguenze che questo esercita sulle vite degli esseri umani, sulla spirale di reciproche violenze e di autodistruzione che determina nelle esistenze, sui meccanismi sociali che identificano nello straniero, in colui che è percepito come diverso – nel rom, nell’omosessuale, nel caso specifico – il capro espiatorio perfetto per tramutare in odio, in non accettazione, in sopraffazione le proprie paure, le proprie insicurezze. Laura Angeloni, che del libro firma la traduzione, nella breve introduzione all’opera definisce Ricucendo la memoria “un romanzo di formazione, sensoriale e perturbante […] sulla memoria, sulla sua frammentarietà e inaffidabilità”: una fragilità solo apparente che non si traduce nel mettere in discussione o confutare la veridicità del proprio percorso esistenziale, ma nella vitalità di un dialogo costante di Torčik con il ragazzino che un tempo è stato, e con l’uomo che ha trovato nella scrittura una modalità per osservarsi e osservare il proprio cammino di scoperta, riconoscimento e accettazione della propria identità queer; è proprio l’osservazione attenta e consapevole di come sulle narrazioni degli eventi passati si possano innestare facilmente scene immaginarie, fotogrammi evocati da ulteriori ricostruzioni ascoltate, di come alcuni dettagli si amplifichino, altri si perdano nel tempo, soppiantati da falsi ricordi, a restituire un riflesso significativo del proprio vissuto.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/ricucendo-la-memoria