di Riccardo Cenci

È lo stesso Pavel Kohout a fornirci la chiave di lettura del suo romanzo La carnefice, quando il secondino afferma che bisogna rinunciare all’abitudine del pensare. La società totalitaria non ammette il libero arbitrio, ma si basa esclusivamente sull’ordine politico imposto dall’alto. Personaggio scomodo e controverso Kohout, dapprima figura di spicco della nuova cultura socialista, poi relegato ai margini, costretto al silenzio e all’esilio. In lui si disgregano le utopie del comunismo alle quali molti, all’inizio, avevano creduto, e altri seguitano a credere. Partendo da uno spunto tanto assurdo quanto semplice, la formazione della giovane Lízinka, indirizzata verso la professione del boia, lo scrittore edifica un romanzo di vaste proporzioni laddove l’idea iniziale era quella di una semplice novella. Evidentemente la rappresentazione di una società deformata, stravolta in ottica grottesca, priva di qualsiasi implicazione etica e morale, ha portato la materia a una naturale lievitazione.

Dal punto di vista stilistico, Kohout ricorre a una frammentazione del discorso, sovente spezzato da incisi, interruzioni, quasi a costringere il lettore a un continuo tornare indietro, a un esercizio dell’attenzione che contraddice l’assunto iniziale. Il totalitarismo vorrebbe spegnere il pensiero, mentre il libro ne acutizza i processi. Nell’ambito di una percezione instabile, il fruitore si muove come un acrobata sul filo, cercando di non perdere l’equilibrio. Il ruolo attivo del lettore è fondamentale per comprendere la natura di un romanzo montato come un film, o come uno spettacolo scenico (Kohout fu, in primo luogo, un grande drammaturgo, e non a caso decise di trasformare l’opera in testo teatrale). L’orrore si cela nell’apparente normalità di un consorzio sociale che ha espunto ogni moralità. Per questo il comportamento dei personaggi appare raggelante. Un mondo kafkiano si distende di fronte a noi, e del resto lo stesso autore ammetteva esplicitamente il debito contratto nei confronti dello scrittore praghese.

Se l’affinità fra Kafka e Kohout è accertata, quella fra il primo e Robert Walser venne notata nientemeno che da Musil. In Jacob von Gunten l’autore svizzero descrive un istituto educativo separato dal mondo nel quale, invece di esercitare la pedagogia, ci si impegna a disfare e dissociare l’individualità. Senza voler forzare parallelismi arditi, basti dire che due autori fra loro molto diversi riflettono sulle tematiche della libertà e della servitù. Il perfetto servitore, in Walser, è colui che offre la propria obbedienza incondizionata, uno che “si applica a non pensare”.

Ma torniamo a Kohout, visto che tali elucubrazioni potrebbero occupare le pagine di un intero libro. Perno della narrazione è l’indifferenza di Lízinka. Nulla sembra interessare né turbare la ragazza, la quale semplicemente si inserisce in un sistema preconfezionato senza porsi domande. Poco importa che tale sistema pretenda da lei azioni efferate, né che questo la classifichi al tempo stesso come boia e come vittima predestinata. La ragazza, infatti, diviene oggetto di violenza sessuale. In un mondo nel quale conta solo la burocratizzazione dell’essere umano, qualsiasi evento viene accettato e percepito come legittimo. Il lettore, inserito in tale meccanismo, finisce per abituarsi all’orrore in quanto descritto nei suoi dettagli tecnici, privi di qualsiasi empatia. Per questo ampio spazio è riservato alla letteratura incentrata sulla pena di morte. Proiezioni agghiaccianti alludono alla morte trasformata in voyerismo. Tematiche di stringente attualità, ora che negli Stati Uniti si parla di trasmettere un’esecuzione in diretta streaming. Per secoli le esecuzioni capitali sono state eventi collettivi, spettacoli macabri ai quali assisteva la popolazione. Che oggi si torni a tale barbarie evidenzia come il testo di Kohout sia più che mai attuale.

QUI l’articolo originale: https://www.pulplibri.it/pavel-kohout-la-scuola-della-morte/

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