“In tarda estate” di Magdalena Blažević, Miraggi Edizioni è un romanzo breve che possiede la densità di una ferita. Non ha bisogno di una struttura complessa o di grandi svolte narrative per lasciare il segno, perché lavora su qualcosa di più radicale: la voce. Ed è proprio questa voce, quella di Ivana, a rendere il libro così potente e difficile da dimenticare.
La scelta narrativa è immediatamente destabilizzante. A parlare è una ragazza di quattordici anni che non appartiene più al mondo dei vivi. La sua è una voce che arriva da dopo, da un altrove che non è mai descritto apertamente, ma che si percepisce in ogni frase. Non c’è compiacimento, non c’è retorica. C’è invece una semplicità disarmante, che rende ancora più violento ciò che viene raccontato.
La vita di Ivana è fatta di elementi minimi, concreti, quotidiani. La campagna, la famiglia, i gesti ripetuti, il legame con l’amica Dunja. Tutto è restituito con uno sguardo limpido, quasi infantile, che però non è mai ingenuo. È uno sguardo che osserva e registra, senza ancora sapere che ciò che vede sta per essere perduto per sempre. Questa tensione tra innocenza e consapevolezza è uno dei punti più forti del romanzo.
Poi arriva la guerra, e non arriva come un evento improvviso e spettacolare. Si insinua lentamente, modifica i rapporti, incrina la normalità, fino a trasformarla in qualcosa di irriconoscibile. La violenza non è mai spettacolarizzata, ma proprio per questo risulta più disturbante. È un male che entra nelle case, nei corpi, nelle relazioni, e che distrugge senza bisogno di essere mostrato in modo esplicito.
La scrittura di Blažević è essenziale, quasi scarnificata. Ogni frase sembra necessaria, ogni parola pesa. Non c’è spazio per l’enfasi, ma solo per una precisione emotiva che colpisce in profondità. Il lirismo di cui si parla non è mai decorativo, ma nasce dalla capacità di dire l’indicibile con pochi tratti, lasciando al lettore il compito di completare il dolore.
“In tarda estate” può essere letto come una favola nera, ma anche come una testimonianza. Non tanto storica, quanto emotiva. Racconta la guerra civile bosniaca non attraverso i grandi eventi, ma attraverso ciò che resta nelle vite delle persone, soprattutto in quelle più fragili. E lo fa scegliendo il punto di vista più vulnerabile possibile, quello di una ragazza che non ha ancora avuto il tempo di diventare adulta.
Magdalena Blažević è una scrittrice bosniaca contemporanea, nata nel 1982, e la sua scrittura si colloca all’interno di una tradizione letteraria che cerca di fare i conti con la memoria della guerra nei Balcani. Il suo lavoro si distingue per un uso molto controllato della lingua e per una forte attenzione alle voci marginali, a chi normalmente non ha spazio nei grandi racconti ufficiali. In questo senso “In tarda estate” è un libro emblematico, perché riesce a unire dimensione intima e storia collettiva senza mai forzare il legame tra le due.
“In tarda estate” è un libro necessario perché non cerca di spiegare la guerra, ma di farla sentire. Non offre risposte, non consola, non chiude. Rimane sospeso, come la voce che lo attraversa. Ed è proprio in questa sospensione che trova la sua verità più profonda.
Stiamo vivendo un periodo molto drammatico. Papa Francesco diceva spesso che stavamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. E adesso, dopo l’attacco all’Iran, è ancora così o siamo a un passo, stiamo camminando ai margini della terza guerra mondiale? Ai margini o ci siamo già dentro? Quello che è certo è che non soffiano venti di pace e quei venti, quando soffiano, sono poco più di un refolo. Del resto, negli anni novanta, ci furono segnali inquietanti che non so quanto sapemmo cogliere nella loro drammaticità e che furono un preludio a quanto sarebbe accaduto dopo. Parlo della guerra in Jugoslavia. Quando scoppiò sottovalutammo il pericolo, non accettammo fino in fondo che una guerra sarebbe divampata nel centro dell’Europa. Eppure sarebbe bastato seguire le trasmissioni sportive di Tele Capodistria, soprattutto le partite di calcio, per comprendere cosa sarebbe accaduto: le tifoserie opposte che si scontravano non erano semplici tifoserie composte di ultras, erano croati contro serbi, bosniaci contro serbi e croati, insomma era un becero nazionalismo che dava mostra di sé negli stadi, quel nazionalismo che avrebbe provocato la guerra fratricida, un nazionalismo che, nel giro di pochi anni, si sarebbe trasformato in sovranismo.
Molti saggi e romanzi sono stati scritti sulla guerra in Jugoslavia. Molti di notevole valore. Del resto la Jugoslavia ha sempre avuto una grande tradizione letteraria. Basti pensare ad autori come Miroslav Krleza, il Premio Nobel Ivo Andric, il grande Danilo Kis. Si innesca in questa tradizione letteraria Magdalena Blazevic, nata in Bosnia nel 1982, con il suo romanzo “In tarda estate”(Miraggi 2025) con la bella e appassionata traduzione di Anita Vuco. Un romanzo di grande valore testimoniale e letterario.
Magdalena Blazevic è laureata in lingua e letteratura croata e inglese. Ha esordito pubblicando racconti che sono stati tradotti in varie lingue e premiati a livello nazionale. “In tarda estate”, uscito nella sua edizione originale nel 2022, è il suo primo romanzo. Nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar-Kocic.
Oggi Magdalena Blazevic è considerata una delle autrici più significative della letteratura balcanica.
Ma di cosa parla il libro?
Prima di addentrarmi nella trama, peraltro difficile da riassumere per la particolare struttura del romanzo, ritengo indispensabile soffermarsi sulla dedica:
Agli abitanti del villaggio di Kiseljak,
in memoria del 16 agosto 1993.
Il libro è dedicato, dunque, agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak che il 16 agosto 1993 furono massacrati dalle forze bosniache.
Fatta questa doverosa premessa mi addentro ora in questo romanzo poetico e evocativo, potente e tragico allo stesso tempo.
La protagonista del romanzo è Ivana che fa parte di una famiglia misera ma unita in cui, ognuno a modo suo, si prende cura degli altri. Quella di Ivana è una voce poetica e lirica; narra degli affetti e dell’amicizia, soprattutto quella con la cugina Dunja; narra dei sapori delle mele tipiche della zona croato/bosniaca; narra della luce delle campagne che, pur nella sua semplicità, sembra avere qualcosa di fiabesco; narra degli animali che quelle campagne popolano; narra delle case che si spopolano e ripopolano secondo l’andamento della guerra; narra degli oggetti che arredano le case e che sono caricati di affettività: L’autrice stessa, in una presentazione alla Libreria Diari di Bordo di Parma a cui ero presente, ha sostenuto che, per lei, gli oggetti delle case di Kiseljak sono stati importanti, che sono stati oggetti che avevano una storia importante e che avevano un’anima per l’investimento affettivo che su di essi era stato fatto. Oggetti apprezzati e che possono portare ad avere per loro un senso di nostalgia.
Tutta questa nostalgia, affetto, poesia per le cose minute termina con l’arrivo dei soldati, con il rumore che fanno i soldati già da una certa distanza, un rumore che porta la morte, la annuncia, annuncia la tragedia incombente. Non è neppure necessario descriverli i soldati. Basta il rumore che fanno i loro stivali, il fruscio mortifero delle loro divise.
In realtà Ivana ha vissuto solo quattordici anni. In realtà Ivana è morta e l’io narrante del romanzo è morto. Questo provoca uno stravolgimento della temporalità, non c’è cronologia, il tempo è un andirivieni di passato presente futuro. Tutto è visto e narrato dallo sguardo da morta, uno sguardo dall’altrove di Ivana, anche lei uccisa, come tanti altri abitanti del villaggio, dai soldati bosniaci.
L’incipit è potente e originale:
“Guardate; queste siamo io e la mia bambola Julija. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia. La sera mia madre tira fuori dal vano contenitore le coperte e le lenzuola. Clic-clac”(Pag. 9).
Ivana continua la sua descrizione e ritorna sulla bambola che le è stata regalata dal padre (guida un camion) in un suo viaggio di ritorno.
In queste pagine Ivana ha sette anni e andrà a scuola in autunno. Mangia una caramella da sdraiata, disobbedendo alla madre. La caramella le rimane incastrata in gola e il padre interviene scuotendola con violenza. Senza risultato. Ma Ivana riflette che questa non può essere la fine:
“Questa non è la fine. Non può esserlo. Ho ancora davanti a me sette anni di vita. Mio padre mi infila un dito in gola e tira fuori la caramella al gusto di ciliegia. Tossisco a lungo, il suo dito mi ha irritato la gola e la schiena mi duole ancora per i colpi ricevuti. Perché mia madre piange? Sono viva!” (Pag. 10).
Poi uno spostamento dell’attenzione su altro di fortemente minaccioso:
“Lo sentite anche voi lo scricchiolio del legno?
Non sotto il peso del mio corpo. No! Sono leggera come un pulcino. Scricchiola sotto uno scarpone nero allacciato ben stretto. Solo la Morte indossa scarponi simili. Oh, che scampanellio produce il suo corpo!” (Pag. 11).
Alla fine del capitolo Ivana si presenta ai lettori:
“Mi chiamo Ivana, Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima” (Pag. 15)
E l’ultima estate narrata è la tarda estate. La tarda estate è del tutto diversa dall’estate incipiente. Nella tarda estate i colori della natura sono forti, difficilmente hanno sfumature delicate. Nella tarda estate si respira un’aria densa, afosa e i frutti hanno qualcosa di marcio come se fossero giunti alla fine di un ciclo. I colori della tarda estate non sono certo quelli della primavera o della prima estate quando la canicola non è ancora esplosa per consumare tutto. Nella tarda estate si consumano anche le vite delle persone e il marcio incombe su tutto l’ambiente. Sono colori – e , forse, il paragone potrà sorprendere – che mi hanno ricordato la descrizione di campagne ad altre latitudini, quelle delle Langhe. Sono descrizioni che mi hanno ricordato quelle di Pavese quando le dipinge con i colori accesi, le emozioni accese ed esacerbate ne “La luna e i falò”, ne i racconti di “Feria d’agosto”. Fermo restando che nel romanzo di Magdalena Blazevic è incancellabile la presenza della guerra ( in verità la guerra e le sue conseguenze è presente anche ne “La luna e i falò”), la presenza della morte che miete le sue vittime senza badare alla loro età.
E, a proposito di questo e di Ivana, ci sono pagine molto toccanti e mai retoriche, con una capacità dell’autrice di mantenere un registro narrativo drammatico senza mai cadere nel melodrammatico.
Si approssimano i funerali di Ivana. Arriva il fotografo per scattare l’ultima foto:
“Il fotografo si avvicina e si asciuga con la manica il miscuglio di sudore e di lacrime. Mi inquadra attraverso l’obiettivo e mette a fuoco l’immagine. Scatta la mia ultima fotografia con un solo clic. A differenza di quella fatta con la Polaroid di mio padre, questa è nitida e si vede ogni dettaglio. Mio fratello e mio padre stanno davanti al garage. Aspettano che il fotografo esca. Non si può parlare con il groppo in gola. I loro occhi si sono prosciugati” (Pag. 129).
Poi una specie di appello che è rivolto al lettore che funge da testimone per tutto quello che accade:
“Per favore non dite niente, qui anche i rumori più lievi risuonano come un’eco. Dalle grandi finestre si vedono il bosco e la strada, il lungo filo per i panni sul prato dietro casa. Il fumo esce ancora dai buchi neri nel bosco, la strada è deserta. Le tende sono ormai diventate stracci anneriti e laceri. Non vanno più bene come velette da sposa” (Pag. 130)
Malgrado la voce continui a narrare dall’oltre si ha la terribile impressione dell’irreversibile perché l’irreversibile è già accaduto, continua ad accadere in ogni istante per tutti coloro che hanno amato Ivana, continua ad accadere perché anche la natura non può fare passi a ritroso. Restano le foto a testimoniare di un’esistenza che è stata recisa troppo presto. Restano le foto, unica consolazione per coloro che sono sopravvissuti. Restano le foto, le ciabatte in un angolo della casa, le scarpe che non saranno più indossate. Restano le foto, gli oggetti, la memoria.
E qui ci troviamo di fronte, ancora una volta, alla morte che la guerra causa, all’assurdità della guerra, un’assurdità che pare non finire mai malgrado lo straziante dolore che provoca:
“Ci ricopre il fazzoletto a lutto della nonna.
I capelli di mia madre si disperdono in fitti sciami di enormi mosconi.
Si nutrono delle nostre ferite aperte.
Sa l’estate tutto questo?
Manderà al loro posto almeno una farfalla?
Qualcuno ha detto all’estate che sono morta?” (Pag. 108).
vana è sdraiata sul divano letto in soggiorno con la sua bambola Julija, perché non ha una stanza tutta per sé. La sera la mamma le tira fuori dal vano contenitore le coperte, le lenzuola e le prepara il letto. Poco prima dell’alba però Ivana si infila nel lettone dei genitori, dal lato di sua madre, per cullarsi col suo calore fino a quando non le arriva un sonoro ceffone. Suo padre guida un camion, non è mai in casa e di solito rientra stanco a notte fonda. Julija gliel’ha regalata lui, è una bambola con i capelli che profumano di caramelle alla frutta e grandi occhi azzurri, come quelli di Ivana. A proposito di caramelle dure: la mamma non vuole che le mangi sdraiata a terra, potrebbero andarle di traverso. Raccomandazione inutile, un giorno una le si incastra in gola. La salva il repentino intervento di suo padre, che la prende per i piedi, le dà forti colpi sulla schiena, le mette dita in gola fino a quando non la sputa. Ivana ha sette anni, in autunno andrà a scuola, ha già lo zaino, ne avrà ancora sette da vivere… Si ritrova nello stesso identico posto, la polvere della strada attaccata ai piedi insanguinati. L’aria calda e soffocante provoca vertigini e offusca la vista. Chissà dove sono finite le sue pantofole? Il legno del pavimento scricchiola, non è Ivana a fare rumore, ma scarponi neri allacciati stretti. È la morte che li indossa. La vecchia compagna di giochi Julija è sotto il letto, chiusa al buio dentro una scatola di legno, insieme ad altri giocattoli. Sua madre è appena tornata dall’ospedale, usa ancora le stampelle e a fatica arranca fino alla camera di Ivana in mansarda. Resta ferma davanti al vetro satinato della porta, ricordando cosa c’è dietro: la scrivania con la lampada e una vecchia macchina da scrivere. Entra, c’è polvere sulla moquette verde, messa per coprire il cemento. Zoppicando raggiunge il letto di sua figlia, si sdraia e affonda la testa sul cuscino, cercandone l’odore. Piange accorata fino allo sfinimento e cade in un sonno agitato…
In tarda estate è il romanzo d’esordio di Magdalena Blažević con cui nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar Kočić. Ne è stato tratto anche un radiodramma della Radio croata. In tarda estate è dedicato alla memoria degli abitanti di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. La città era principalmente sotto controllo croato durante la guerra e la zona circostante ha visto vari scontri tra l’esercito bosniaco (ARBiH) e il Consiglio di difesa croato (HVO) nella regione. Nonostante la distanza di tempo l’autrice ha voluto che non si perdesse la memoria di questo massacro, che ha vissuto in prima persona e di cui porta ancora dentro di sé il dolore. Con uno stile poetico, denso di naturale sensibilità verso la natura, il lettore scopre il mondo infantile di Ivana e Dunja, la vita semplice delle loro famiglie e della piccola comunità del villaggio con i suoi originali abitanti. Le pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche, come il fiume Bosnia, il sole che attraversa le foglie e illumina i ricordi, descrivendo una sofferenza. La Blažević fa un omaggio alla vita nella Bosnia rurale, riuscendo a creare l’immagine di un paesaggio che sarà poi abbandonato, dimenticato e devastato dal conflitto. È la giovane Ivana la voce narrante e attraverso di lei l’autrice pur descrivendo la quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue mentre le galline vengono macellate o suini nati morti gettati in una fossa. Suo fratello che porta a spalla un fucile ad aria compressa anticipando quelli reali. In tarda estate è un romanzo contro la guerra, è un mondo fatto di emozioni che l’autrice scolpisce con frasi perfettamente precise e chiare. «Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima». Le sue scarpe da ginnastica resteranno appoggiate al muro, nessuno le indosserà più. Magdalena Blažević è una delle autrici più significative della letteratura balcanica e con questo romanzo tiene in vita la memoria, per non dimenticare, villaggi e persone. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”.
I cevapčići sono delle polpette di carne tipiche della cucina balcanica caratterizzate da un sapore speziato e deciso, ideali anche per una grigliata!
Così recita uno dei più importanti siti di cucina quando parla del famoso piatto a base di carne tipico della penisola balcanica che è l’ambientazione sullo sfondo delle Straordinarie avventure del professor Toti nel mondo dei cevapčići, primo romanzo dello storico Eric Gobetti. Con il suo libro (edito da Miraggi) Gobetti ritorna nel territorio Jugoslavo, da sempre suo terreno d’elezione per la produzione saggistica (che gli ha causato anche strumentalizzazioni politiche), usando l’ espediente culinario.
I palinsesti televisivi sono ormai invasi dai programmi di cucina, e il protagonista del libro, il Professor Toti, borsista dell’Università di Camerino in “storia dell’alimentazione” viene incaricato da uno di questi programmi di realizzare uno speciale proprio sulla penisola balcanica. Comincia così, in modo quasi inaspettato, un road book che da Bari porta il nostro eroe a risalire tutta la costa Balcanica attraversando mille peripezie e dovendo fronteggiare continui cambi di programma sulla tabella di marcia per assecondare l’instabilità morfologica del territorio e le insidie logistiche proprie dei diversi luoghi che si dipanano dal Montenegro fino a Sarajevo.
La cucina, il cibo, le ricette sono un linguaggio che permette di svelare agli occhi del lettore le mille peculiarità storiche e sociali del territorio martoriato dalla guerra civile degli anni ’90. A quella guerra, chi è sopravvissuto, sovrappone pensieri, idee, rimpianti e antichi dolori. Uno su tutti è quello che vede il protagonista somigliare incredibilmente al Maresciallo Tito, non a caso in copertina troviamo un’immagine del maresciallo con tanto di cappello da Chef.
Il viaggio del professor Toti, si ammanta anche di mistero dal momento che un suo mentore lo incarica di svelare una volta per tutte la leggenda legata al più antico ricettario di cui la letteratura abbia memoria, risalente addirittura ai tempi della scoperta dell’America. Il suo autore, infatti, Solomon Amerovic, sarebbe uno dei componenti della storica spedizione poi riparato nei Balcani.
Come se non bastasse, nel libro di Gobetti, condensato nelle sue novanta pagine, troviamo anche una storia d’amore che lega il sessantenne protagonista a una donna di Sarajevo che durante la fase più acuta del conflitto in Jugoslavia era venuta in Italia a studiare. Alma, infatti, è presente quasi dalla prima pagina nella mente del protagonista che punta a Sarajevo prima di tutto per provare a riallacciare i rapporti con la donna di cui si era innamorato, e mai dichiarato, ai tempi dell’università negli anni ’90.
La scrittura di Gobetti trova i suoi momenti migliori negli spassosi dialoghi tra il protagonista e la vasta fauna di personaggi per lo più improbabili che si incontrano lungo la strada. Il ritorno a Sarajevo, tramite il grimaldello della tradizione culinaria, ci svela una società multiculturale, attraversata da vettori storici e religiosi che affondano le loro radici in secoli lontanissimi. Il sincretismo con l’impero Ottomano contrapposto alle forze centrifughe del centro Europa creano una società in continuo movimento. Non si può tentare di fotografare la penisola Balcanica senza rischiare di averne un’immagine mossa.
Gobetti, da profondo conoscitore della storia dei nostri vicini di casa, riesce tramite una storia piccola a restituirci un quadro molto preciso di cos’è l’Ex Jugoslavia di oggi. Ed è questo che fa la letteratura, entra nella storia con la esse maiuscola grazie a piccoli personaggi, fondamentali a comporre il quadro generale. Degna di nota è anche l’appendice finale con un piccolo ma nutrito ricettario di molte delle pietanze nominate nelle pagine del libro.
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