“Pabitele” di Bohumil Hrabal: le iperboliche narrazioni dei cantastorie popolari

“Pabitele” di Bohumil Hrabal: le iperboliche narrazioni dei cantastorie popolari

di Michela Bilotta

Se amate i racconti di trama e le storie lineari, questa raccolta non fa per voi. Perché in questi celebri racconti pubblicati per la prima volta nel 1964, Bohumil Hrabal sperimenta, testa, usa la lingua come un elastico che si espande fino al limite e poi si contrae all’improvviso, lasciando il lettore confuso, stranito e ammirato.

Come ricorda la traduttrice, Barbara Zane, il termine pabitele è stato tradotto in italiano in diversi modi: sbruffoni, acchiappanuvole, cianfruglioni. Habral li definisce “persone capaci di esagerazioni, quello che fanno lo fanno con troppo amore, cosicché si muovono sul confine del ridicolo”.  Questi cantastorie popolari intrattengono con le loro iperboliche narrazioni e, con rare capacità affabulatorie, ci conducono in una sorta di terra di mezzo, dove il reale si fonde al surreale, attraverso una forza espressiva che straripa dalla pagina e assume le forme cangiati e violente di una realtà popolare fatta di odori e grida, dolori e illusioni.

Uno scrittore “allievo alla cattedra d’euforia”

Impossibile resistere alla malia di questo carosello di personaggi bizzarri e talvolta grotteschi che animano racconti di vita intinti nell’eccesso e che si fanno giullari di un quotidiano distorto, amplificato, alterato e fagocitante.

Lo scrittore ceco, che si è definito non a caso “allievo alla cattedra di euforia”, si conferma saltimbanco della parola e lascia il palcoscenico al popolo, agli avventori delle birrerie praghesi, alle persone che spesso vivono la marginalità e l’esclusione e che raccontano storie dalle dimensioni oniriche, intrecciando la realtà più spietata con un’involontaria e beffarda ironia.

La lingua si fa movimento sinuoso

Bellissime le metafore, sinestetiche, carnali, vivide, tridimensionali. Ogni accostamento è una pennellata di inusitata bravura, che stende davanti agli occhi del lettore una tela scintillante. I sinuosi movimenti della prosa trasportano chi legge in un universo di istrionici personaggi facendolo salire su una giostra, mentre intorno girano a gran velocità ragazzine cieche, zingare astute, orfani pieni di speranze, notai disillusi: tutti parlano incessantemente, raccontano senza sosta, trasfigurando la realtà in storie leggendarie.

E noi non possiamo far altro che chiedere a questi instancabili cantastorie un altro, straordinario, giro di giostra.

IL VINO

Lettura da abbinare a un tipico vino boemo, il Rulandské modré: questo vino fresco e bevibile è intriso, come i racconti di Habral, dei profumi e delle note speziate del territorio, configurandosi come uno dei prodotti enologici più rappresentativi della regione.

Pabitele, Bohumil HrabalMiraggi Edizioni, a cura di Sopra le righe.

LE CITAZIONI

“E poi mi sono lasciata scivolare nell’acqua e nuotavo in quell’acqua d’ottone, mi dava piacere nuotare nel riflesso della luna, smuovere con la mano quel colore metallico, e se alzavo la mano ce l’avevo d’ottone, insomma, signor notaio, stare in quell’acqua era una delizia…!

“È questo il fatto. Uno ci deve avere un rapporto personale con le cifre. Farseli amici, quei numeri, per una qualche fatalità, trovarci quasi un legame amoroso. E poi funzionerà. Per esempio quella Spartak 45 lì…Quella per me è una roba qualsiasi, ma se magari mi venisse addosso, solo un pochino, così, tanto per portarmi fortuna, allora invece la sua targa per me significherebbe qualcosa. Invece così?”

QUI l’articolo originale: https://thebookadvisor.it/recensioni/sopra-le-righe/pabitele-bohumil-hrabal-le-iperboliche-narrazioni-dei-cantastorie-popolari/

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Bohumil Hrabal / Il tragico e il ridicolo

Bohumil Hrabal / Il tragico e il ridicolo

di Riccardo Cenci

“Gioiosa è stata la mia giovinezza, è durata poco, purtroppo…”, scrive Bohumil Hrabal in Pabitele, ammantando di struggente nostalgia e di toccante umanità i protagonisti di questa silloge. Sbruffoni, secondo l’intraducibile espressione che è stata mantenuta nel titolo di questa nuova edizione dei racconti che primi diedero fama allo scrittore ceco, troppo a lungo occultato dal manto oscuro della censura socialista. Pábitel, ovvero chi agisce con esagerazione, rischiando a ogni passo di inciampare nel ridicolo. Di esseri tali la raccolta è piena. Il signor Hyrman ha paura di svegliarsi nella tomba, come in un racconto terrifico di Poe, e allora qualcuno gli suggerisce l’adozione di un ingegnoso meccanismo, collegato alle mani all’interno della bara per azionare un improbabile sistema di allarme.

Un caleidoscopio di volti e di caratteri ci passa di fronte, come in una giostra fantastica che ruota nell’ombra azzurra della notte. Immagini che, rifratte nell’acqua di un fiume, si raddoppiano svelando il gioco narrativo impostato da Hrabal. In ogni cosa alberga una doppiezza indecifrabile, il bene e il male, il riso e la smorfia di dolore. Per questo i suoi personaggi appaiono così umani. “Mi piacciono le notti come questa. È una bella sensazione, amico mio, quella di esserci, di essere al mondo…”, parole semplici che, certamente, ognuno di noi ha pensato, ma che Hrabal riesce a far balenare come un fuoco d’artificio a illuminare l’oscurità della nostra esistenza. Un gruppo di imbroglioni se ne va in giro truffando gli artigiani, promettendo pensioni che non arriveranno mai; eppure non riusciamo a condannare il loro comportamento. La loro fragilità li pone al di là della morale consueta. Ognuno ha l’anima macchiata da qualche stigma indelebile, che neppure la scolorina marca Arcobaleno evocata nel testo riuscirà a mandare via.

Un libro vivo, a tratti esilarante, in altri luoghi commovente, come quando Jarmilka resta incinta di un uomo che non ne vuole sapere di lei, rischiando di impazzire. Nelle sue pagine l’osteria, ambiente prediletto dallo scrittore, assume risonanze fiabesche. Anche gli ubriaconi che le abitano non suscitano ribrezzo, ma pietà o divertimento. L’incantesimo, purtroppo, dura poco. Si esce dalle sue stanze come da un sogno. Silhouette di uomini in frac, fra le mani un aperitivo, balenano attraverso le finestrelle opache di una sala da ballo di periferia. Ombre che simboleggiano la fugacità della nostra vita. Un maestro di ballo ha un giramento di testa vedendo i “ballerini sgualciti” e, invece che verso il pianoforte, fa “per entrare nello specchio”. Il confine fra realtà e apparenza non è mai stato tanto labile. Gli avventori si mostrano come in un gioco di ombre cinesi, fragili figurine sempre sul punto di svanire. In un altro racconto la mestizia di un suicidio e la chiassosa allegria di un matrimonio si incrociano, con naturalezza, perché vita e morte sono in fondo la medesima cosa. Il vento si porta via il cappello della sposa lì su, nel cielo nero, come un presagio funesto.

L’immediatezza della lingua usata dallo scrittore, insieme alla sua capacità di associare elementi apparentemente eterogenei, donano al testo una vivacità febbrile. Non a caso in Vuol vedere Praga d’oro, novella che dava il titolo alla raccolta in passate edizioni, balena la follia del surrealismo. Valore aggiunto alla presente pubblicazione il racconto Vigilia di Natale, presente nella terza edizione ceca del 1969 e tradotto in lingua italiana per la prima volta. Sembra di vederlo Hrabal, mentre elabora le sue storie nel buio di una osteria. La penna, sismografo emotivo, registra pulsazioni nervose, raggiunge il tragico per poi stemperarlo nel comico. C’è la vita in queste pagine, che sempre ci sfugge per quanto tentiamo affannosamente di afferrarla, e c’è la morte, l’inevitabile conclusione di ogni esistenza terrena.

QUI l’articolo originale: https://www.pulplibri.it/bohumil-hrabal-il-tragico-e-il-ridicolo/

Recensione a «Pabitele» sul gruppo Fb di Rai – Cultura – Letteratura

Recensione a «Pabitele» sul gruppo Fb di Rai – Cultura – Letteratura

di Gianni Barone

Gli sbruffoni, i vanesi, o qualcosa di simile: questa incertezza semantica ha giustamente spinto -come ci informa l’ottima traduttrice di questi racconti di Hrabal, Barbara Zane- a optare per il titolo originale in lingua ceca, da leggersi con l’accento sulla vocale finale. Pabitelé.

Dico subito che i racconti che costituiscono questa raccolta possiedono un incanto speciale. Catturano il lettore non solo per la varia umanità che sa raccontarci Hrabal, per certe situazioni grottesche, ridicole, spesso profondamente comiche, ma anche per le abilità e variazioni di stile di cui fa sfoggio l’autore passando da un racconto all’altro.

Per esempio il primo racconto, che ci restituisce il mondo delle fonderie, il lavoro pesante e rischioso con i carrelli, i metalli, la mensa interna, il personaggio della vivandiera, prossima a partorire ma che forse rimarrà ragazza madre- tutto questo contesto trova la sua forma narrativa soprattutto attraverso le battute dei dialoghi. Il racconto è costruito tutto con le conversazioni tra i personaggi: una dimensione sonora dunque, giacché spesso le battute sono secche, enfatizzate, a volte urlate o ripetute per i rumori dei macchinari della fonderia.

Il racconto successivo, quello dell’anziano notaio, è qualcosa di strabiliante: dopo aver descritto l’ufficio (ricordo che in gioventù Hrabal aveva fatto pratica presso uno studio notarile), l’autore crea una situazione antropologicamente interessante: riceve una coppia che viene a Praga da un paese vicino; i due si lamentano della vita monotona del villaggio rispetto alla città, ma raccontano storie boccaccesche che lì avvengono, tali da far arrossire la segretaria del notaio, che la osserva tutto ringalluzzito dai racconti pruriginosi dei due campagnoli. È a questo punto che Hrabal ricorre a uno scarto di stile: il notaio esce dallo studio e, passeggiando per il lungofiume, vede (e il lettore con lui) tutto riflesso e sdoppiato al rovescio dalla superficie dell’acqua. Così, tra le tante immagini, un cavallo si abbevera dal suo muso e due ciclisti in tandem pedalano sulle ruote rovesciate del loro mezzo. (Quest’ultima immagine è stata opportunamente scelta dal grafico della casa editrice Miraggi per la copertina del libro).

Il terzo racconto, quello della macellaia che fa la civetta con gli assicuratori e del marito geloso che alla fine cede alle pressioni di uno di loro e acquista una tomba nel cimitero di Praga accanto a quella di un poeta, è qualcosa di straordinario e non mi dilungo più di tanto.

Scritte con uno stile originalissimo, le storie che compongono questa raccolta scaturiscono da una grande passione per il raccontare, quasi da un’interna e vitale necessità: sono nel loro piccolo, tanti pezzi di bravura, realizzati con grande maestria.

Hrabal è infatti un maestro. Alla sua cifra narrativa -l’ “ironia praghese”

(come lui stesso la definiva: una sorta di commistione tra drammaticità e umorismo)- va aggiunta una speciale dimensione visiva della scrittura. Nell’ampiezza del racconto (e lo riscontriamo nella raccolta “Pabitele”), forse più che nei suoi romanzi più noti, la scrittura trascende infatti i limiti della parola scritta e si propone al lettore come una sequenza di descrizioni visive (Vedi il racconto del notaio). Chi legge ha una percezione sofisticata: scorre parole e pagine scritte e vede immagini, e su questo aspetto, come sappiamo, i formalisti russi avevano già da tempo sviluppato le loro analisi.

Non perdete il piacere di cogliere con la vostra lettura le gemme che l’autore sa confezionare, le sequenze cinematografiche, divertentissime, quasi delle comiche del cinema muto (tra tutte, le pagine che descrivono le reazioni in sordina del marito della macellaia, nel terzo racconto, sono irresistibili).

Questo volume, oltre a rendere omaggio a uno dei maggiori autori della letteratura europea del ‘900, ci offre dunque un piacere e un arricchimento impagabili; i tanti personaggi, un mondo di umanità ormai perduto, sono descritti da Hrabal nelle loro fragilità, nei loro aspetti grotteschi, forse messi un po’ alla berlina ma sempre con profondissimo, umanissimo amore. Stesso profondissimo e nostalgico amore che Hrabal ha sempre nutrito per la sua Praga, qui restituita dal dopoguerra ai primi anni ’60, nei dettagli anche toponomastici, (le piazze, le strade che dopo la guerra hanno cambiato nome, le farmacie, le sale da ballo, il cimitero) nel clima sociale, ma soprattutto nella dimensione umana dei suoi personaggi, dei loro mestieri, delle loro aspirazioni e delle loro vanità.

QUI l’articolo originale. https://www.facebook.com/groups/885548951649528/