fbpx
Uno di noi – recensione di Gianluigi Bodi su Senzaudio

Uno di noi – recensione di Gianluigi Bodi su Senzaudio

“Uno di noi” di Daniele Zito finisce di diritto nella shortlist dei libri migliori letti nel 2021 (il libro è stato pubblicato nel 2019). Non c’è nulla che possa farmi cambiare idea. Anzi, dirò di più, Zito mi sembra una di quelle persone capaci di dare il meglio di sé in più di un campo. Ho avuto modo di leggerlo anche nel suo romanzo d’esordio “La solitudine di un riporto” edito da Hacca edizioni e anche in quel momento ricordo di essermi lasciato andare alla lettura con enorme soddisfazione.

“Uno di noi” è uscito per Miraggi Editore, una casa editrice di Torino che ormai lavora su più fronti. Pubblica romanzi, racconti, fumetti, poesia; pubblica italiani esordienti e affermati e inoltre pubblica anche letteratura straniera, con un occhio di riguardo all’est europeo. Le loro edizioni sono elegantissime e fanno sempre una gran figura.

“Uno di noi” però è un libro che non posso far rientrare in un’unica categoria tra quelle menzionate poco sopra. La storia che racconta è quella di una serata andata male. Un gruppo di amici, dopo aver perso l’ennesima partita di calcetto, decidono di dare alle fiamme una baraccopoli. Purtroppo per loro, come se non fosse già grave questo gesto violento e ignorante, il loro operato non si limita a bruciare vecchi materassi e spazzatura, ha un impatto potente anche sugli abitanti della baraccopoli, ma non entro nei particolari altrimenti vi rovino la lettura.

Cos’ha dunque di speciale questo libro? Zito utilizza, come forma espressiva, il verso. Si tratta, a mio modo di vedere, di una costruzione molto simile alla tragedia greca, con un coro che fa da controcanto alla voce dei protagonisti; un coro che si insinua in tutti gli anfratti della storia e la esplora riempiendola di sé. La forma di “Uno di noi” è questa dunque, una forma classica, che potremmo anche definire antica, che però riesce a dare l’abito perfetto per la storia che viene raccontata. L’effetto che provoca è straniante, da un lato la forma guida l’occhio, ma a conti fatti a volte si ha l’impressione di avere davanti un racconto, una novella.

Il tasso emotivo di questo libro è molto alto. La voce dei protagonisti che provano ad analizzare ciò che hanno fatto è straziante, inoltre, nei commenti di chi definisce “bravata” ciò che a tutti gli effetti è una tragedia, mi sembra di notare l’essenza putrida e nauseante di molte della chiacchiere che sento anche io al bar o in treno.

Non c’è molto altro che possa dire di quest’opera di Daniele Zito, se non che vi consiglio di leggerla vivamente.

Daniele Zito è nato a Siracusa, vive e lavora a Catania. Collabora con L’«Indice dei libri del mese» e «Che fare». Ha esordito nel 2013 con La solitudine di un riporto (Hacca). Il suo secondo romanzo, Robledo (2017, Fazi) è stato pubblicato anche in Francia. Nel 2018 ha pubblicato: Catania non guarda il mare (Laterza Contromano).

QUI l’articolo originale:

Daniele Zito – Uno di noi

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

Jack, Malcom e Palmiro, i tre amici e personaggi principali di questo romanzo, sono tre anime un po’ a disagio in un mondo che non è proprio a loro consono, senza sapere bene il perché.
Il primo è un poeta che rifugge la celebrità e i luoghi anche poco affollati, che rincorre una donna in rosso, finendo per sfinirsi e perdersi nei fumi dell’alcol; il secondo un musicista di un certo tipo di musica, che riesce ad avere “ un parco di donne” sempre disponibili, ma per sopravvivere lavora in una ditta che installa gabinetti, che non disegna l’alcol.

Palmiro un liutaio, “ puro “ , che costruisce i suoi strumenti con i legni e le vernici più nobili :“ Stradivari docet “, una passione di amore ossessivo per i suoi manufatti che protegge con assoluta devozione, tanto che rinuncia a venderli per non farli contaminare da mani che possono sporcarli, graffiarli o anche non in grado di suonarli.
Aggiusta con dovizia non richiesta strumenti ( alcuni non meritano manco di essere aggiustati) e così rinuncia anche ad un bel guadagno. Ogni chitarra con tanto di griffe “Palm “ ha un nome. Un amore finito, o forse no. Nemmeno lui disdice l’alcol ma è più forte il richiamo di certi “ funghetti “ di cui la valle vanta dai tempi dei Camuni per chi li sa trovare, e lui sa.

Tutti e tre della Val Crodino, una montagna che ancora permette un ambiente incondizionato
dalla tecnologia, dove sembra a volte che il tempo si sia fermato. Il loro ambiente naturale, dove trovare anche quel senso di pace, che a volte sta stretto, ma da cui è anche difficile fuggire.
Vivono tutti e tre un po’ alla giornata, come sospesi in questa valle. Ed è alla scoperta di un luogo particolare della valle, dove Palmiro ha letto di uno strano personaggio che in un antro particolare abita, che Palm riesce a convincere gli amici ad avventurarsi.
Ed è l’avventura, dopo la caratterizzazione dei personaggi che completa il romanzo. È una bella storia, tra il serio e il faceto, che nasce dall’amore vero per la montagna in tutte le sue declinazioni, la Val Crodino non manca di nulla, le meraviglie che la natura offre a chi sa apprezzare ed i suoi tesori nascosti.
Tre uomini e una valle che sono riusciti a non rovinarsi il sabato. È un libro molto interessante e molto divertente, la scrittura ironica ma anche ricca di riferimenti tutt’altro che inventati, ne fanno un bel romanzo.
Non c’è niente di scontato, si ride, ma c’è molto da riflettere.

QUI l’articolo originale:

I Pellicani – recensione di Giuseppe Lupo su L’Indice

I Pellicani – recensione di Giuseppe Lupo su L’Indice

All’indomani del secondo dopoguerra, discutendo intorno ai testi di giovani autori da inserire nella collana dei “Gettoni”, Vittorini e Calvino trovarono nel termine “allucinato” l’etichetta interpretativa che poteva definire la scrittura di Giovanni Pirelli. Per Vittorini si trattava di una risorsa quella maniera di procedere lungo i sentieri di un raccontare poco definito, spesso involuto, torbido, del tutto privo di linearità. Per Calvino invece rappresentava un segno di una vaghezza che poteva diventare manifestazione di una incapacità nel rappresentare la realtà. L’altro elemento – era questo il testo su cui dibattevano entrambi e che poi, con molte insistenze da parte di Vittorini, fu accolto nelle edizioni Einaudi nel 1952 – conteneva i caratteri di una letteratura allucinata, kafkiana nel senso più autentico di indefinito e assurdo. Quella linea, che tanto piaceva a Vittorini, preesiste a Pirelli e gli va oltre, toccando i nomi di certi visionari: Landolfi, Zavattini, Manganelli, fino ai più recenti Celati e Cavazzoni.

Sergio La Chiusa non sta lontano da questa linea. Il suo libro di esordio, che . arrivato nella rosa dei finalisti del Premio Calvino, ha tutte le carte in regola per essere annoverato in questa schiera: è una storia vaga, infatti, priva di collocazione geografica, di precisazione cronologica, perfino di azione. Ci troviamo di fronte al dialogo (muto) tra figlio e padre. Non sappiamo in che tempo siamo. Quel che possiamo dedurre è solo che il figlio fa di mestiere l’agente di commercio ed è in partenza per la Cina, dove dovrebbe concludere un affare importante. Ma questo sta sullo sfondo delle intenzioni. Il romanzo, infatti, non riguarda il lavoro di questo personaggio, ma la visita che egli fa al suo genitore. Il quale vive in un edificio diroccato, in una città di cui non si fa il nome e in uno stato di infermità, vero o presunto è difficile da dire, ma comunque in condizioni pietose.

Sta tutto qui il cuore del libro: in un viaggio che non avviene e in una permanenza che assume una curva di abbagli, di doppi sensi, di realtà capovolta, in cui quasi sempre il lettore avverte la sensazione di trovarsi nello stesso palazzo in cui Kafka aveva ambientato il Processo: una costruzione di stanze, che immettono in altre stanze, le quali poi, a loro volta, conducono ad altre stanze. Il nome di Kafka non viene qui invocato per puro caso. Il suo fantasma aleggia sul racconto di un io che, da una parte, si trova in mezzo a un vero e proprio guado, tra il rischio di scavalcare l’età della giovinezza (non sappiamo quanti anni ha questo figlio) in nome di quell’emancipazione, richiamata nel sottotitolo del romanzo, e il timore di identificarsi con la figura di questo padre, di cui non conosciamo nemmeno il nome, ma che tuttavia incarna il destino speculare di chi parla e (presumiamo) scrive.

Ne vien fuori un esteso monologo, fatto di supposizioni, di ipotesi, di contraddizioni, di convinzioni; un monologo ossessivo e contorto in cui vengono a fronteggiarsi, in maniera certo camuffata da descrizioni al limite del paranoico, i sentimenti di una civiltà che sta sul crinale del falso e del vero, che insegue la stasi ma non sa rinunciare alla frenesia e alla fuga (“il nullafacente era il vero sovversivo dei tempi moderni”), che è incapace di elaborare la nozione di tempo e tuttavia trascorre la vita nel miraggio di dominarne gli esiti.

Con una scrittura rabdomantica ed elicoidale, visionaria quanto basti per spaventare e sedurre, Sergio La Chiusa ci consegna una storia che potrebbe non finire mai, anzi autoriprodursi come certi organismi che vivono in natura e sembrano appartenere a specie estinte oppure, al contrario, a organismi rari e sconosciuti, prossimi a sferrare il loro attacco alla razza umana.

Di seguito l’articolo originale:

I Pellicani – recensione di Lorenzo Galbiati su Carteggi letterari

I Pellicani – recensione di Lorenzo Galbiati su Carteggi letterari

“Il miglior romanzo italiano dell’ultimo decennio”

Con il romanzo “I Pellicani – Cronaca di un’emancipazione”, pubblicato da Miraggi edizioni, collana Scafiblù, il 14 ottobre 2020, Sergio La Chiusa ha raccolto in due mesi un’attenzione critica sul web (Italo Testa su “Le parole e le cose”, Giorgio Mascitelli su “Nazione indiana”, Angelo Di Liberto su “Modus Legendi”) e sulla carta stampata (Gennaro Serio su “Il venerdì” de “La Repubblica”, Alessandro Beretta su “La Lettura” del “Corriere della Sera”, Andrea Inglese su “Alias” de “Il Manifesto”) che merita di essere approfondita.

Non sono un critico letterario, pertanto la presente non costituisce una vera e propria recensione del romanzo: è un tentativo di analisi del testo, condotto secondo il mio punto di vista di lettore e scrittore, volto a sviscerare le peculiarità letterarie che fanno di “I Pellicani” un unicum nell’odierno panorama editoriale italiano.

L’incipit del romanzo ci pone di fronte al protagonista-narratore Pellicani che, dopo vent’anni di assenza, con una scusa banale va a trovare il padre ottantenne, inquilino di un caseggiato in rovina dove tutte le porte sono aperte. Fin dalle prime righe, la narrazione – che dividerei in tre parti – del giovane Pellicani  ci invade con il mood pervasivo di una ubiquitaria minaccia incombente (“Arrivavo a sospettare che qualcuno mi stesse seguendo su per le scale: chi?”) che induce il lettore ad abbandonare le coordinate del senso di realtà per immergersi in un microcosmo al confine tra il verosimile e il surreale, un mondo quanto meno improbabile: quello del palazzo e soprattutto dell’appartamento del vecchio Pellicani.

Il romanzo, insomma, affonda le sue radici dentro un terreno ormai disabitato, estraneo alle logiche di mercato attuali, che prende le mosse dal Kafka de “Il Processo” per l’atteggiamento paranoico del protagonista, secondo il quale tutto è sospetto (“Anche la luce accesa tutto sommato era sospetta”), e dal Canetti di “Autodafé” per la logica paradossale da cui scaturisce la vena umoristica.

La cifra stilistica di La Chiusa, che rende il romanzo tutt’altro che epigonico delle opere succitate, risiede nella straordinaria affabulazione in prima persona, basata sull’ossessivo affastellarsi di domande per lo più insensate che il giovane Pellicani rivolge a se stesso con l’obiettivo di scorgere “l’ombra del raggiro” di cui sarebbe vittima. Ne risulta un lungo monologo interiore scorrevole e coinvolgente, che sembra recitato ad alta voce, del quale i capitoli scandiscono i cambi di scena. Il testo è costituito da un unico flusso narrativo, quasi fosse un lungo racconto (una parabola al contrario alla Gombrowicz?) o un’opera teatrale per attore protagonista (un soliloquio riconducibile a Samuel Beckett?): è la sua mole (186 pagine fitte) a determinarne la forma romanzesca.

Dopo essere entrato nel palazzo, il protagonista, di cui non sappiamo nulla oltre all’attitudine a rubare (ha rubato i soldi del padre prima di andarsene di casa e degli articoli di cancelleria dalla ditta che l’ha appena licenziato), afferma di essere “un individuo indipendente, e anzi metto l’indipendenza sopra ogni altro valore”. Considerato che, oltrepassata la soglia di casa del suo (presunto) padre, una delle sue prime azioni è mettersi nella valigetta molte scatolette di carne Simmenthal destinate al vecchio Pellicani, potremmo pensare che il suo concetto di indipendenza sia assimilabile al parassitismo tuttavia, come avremo modo di vedere più avanti, il protagonista nutre ambizioni più elevate.

Nell’importante capitolo II, La Chiusa descrive il microcosmo entro cui sviluppa tutta l’opera (se si eccettuano alcune escursioni in altre zone del palazzo): l’appartamento del vecchio Pellicani, che il protagonista non riconosce come padre (“Non era lui! Non poteva trattarsi di mio padre! Doveva esserci un altro. Un irregolare magari. Uno che si era insediato in maniera illecita nell’appartamento”) nonostante abiti nella casa paterna, abbia lo stesso cognome sullo stipite della porta e porti il naso appuntito da pellicano – proprio come lui. Questa dimora viene tratteggiata come un campo di battaglia dove regna il labirintico disordine tipico dei romanzi di Kafka: vi sono panni appesi su lunghe corde di stendibiancheria posti nel passaggio tra la zona giorno e notte, la camera da letto con televisore sempre acceso del vecchio Pellicani, la cucina, e infine una camera da letto (probabilmente dove il protagonista ha vissuto da bambino) cosparsa di peluche, nella quale svetta un manichino di Pinocchio appoggiato sulla libreria. La differenza principale, a livello ideologico, tra Kafka e La Chiusa è che il K. de “Il processo” (o de “Il castello”) deve realmente affrontare una realtà avversa, piena di pericoli o insidie, mentre Pellicani si muove in un universo che, per quanto strampalato, non riserva alcuna minaccia: è la mente del protagonista a tessere, con incessante sforzo, la ragnatela di un presunto raggiro (“Diffidare delle apparenze! Diffidare! […] A furia di diffidare però mi venne il sospetto che costui non solo non era mio padre, ma nemmeno si chiamava Pellicani). In realtà, se esiste un pericolo, La Chiusa lo colloca nel mondo esterno al caseggiato in rovina, dominato dalle leggi del mercato, verso cui Pellicani si mostra ambivalente: da un lato si vanta della sua valigetta, simbolo dell’uomo di affari che prende regolarmente l’aereo (un “frequent flyer” della “business class”) per andare in Cina (“Ho fatto carriera, modestamente”), dall’altro si ritrae ostentando una ostinata volontà di sottrarsi al consumismo.

Nei capitoli III e IV il lettore si rende conto che l’autore intende scavare in profondità nell’universo da lui creato con il filtro delle turbe mentali di Pellicani, che di fatto sono le vere artefici della storia narrata – fino a legittimare, più avanti, l’interpretazione secondo cui abbiamo assistito, dall’inizio alla fine, a una fantasia del protagonista: “La mia situazione mi sembrava così irreale che sospettai di essermi inventato tutto. Pellicani non esisteva. Pellicani era una mia invenzione.”

La tecnica narrativa è estremamente raffinata: da un lato sfoggia un lessico preciso, vasto e talvolta forbito, dall’altro alterna vocaboli altisonanti con parole gergali (“minchione”), colloquiali, combinate con varie iterazioni e tic linguistici del protagonista (abbondano gli “insomma” e i “tutto sommato”), dimodoché tutto si può dire tranne che la scrittura sia virtuosistica. La lingua di La Chiusa, per quanto fortemente caratterizzata, è strettamente funzionale alla narrazione ovvero è priva di qualsiasi compiacimento narcisistico o accademico (a differenza di alcuni scrittori italiani osannati da certi critici letterari). Il lettore viene invitato, persuaso e infine conquistato dall’arte affabulatoria dell’autore, che lo costringe a entrare nel suo mondo paradossale e ad accettarne la logica contraddittoria, con il risultato di accattivarselo facendolo sorridere. La storia narrata, in sé e per sé, è alquanto scarna e a tutti gli effetti irreale ma acquista significati simbolici degni di una parabola grazie alla forma linguistica che la modella.

Parti fondamentali della scrittura, ovvero della narrazione di Pellicani figlio, sono le ripetizioni, l’abbondanza di aggettivi e il succedersi logorante di domande, frutto per lo più di fobie (riconducibili a manie di persecuzione), che mettono in discussione l’esistenza stessa del reale, ma l’abilità dell’autore risiede nell’equilibrio con il quale alterna domande illogiche – da psicotico, in buona sostanza – a domande sensate, che portano il lettore a considerare Pellicani ancora in grado di connettersi con la realtà, per quanto a intermittenza – insomma, a ritenerlo un caso border line. Per esempio, nel capitolo IV, dopo aver constatato che il vecchio Pellicani non si alza dal letto ed è assistito ogni giorno da una badante che gli cambia il pannolone e lo imbocca con il cucchiaio del minestra, il protagonista prima si pone le solite farneticanti domande (“Chi era veramente Pellicani? Cosa nascondeva dietro quel suo aspetto da svanito? Mi ingannavo sul suo conto? Possibile che non celasse nulla?”), poi prende in considerazione tre risposte, che chiama le “tre vie”: la via del “renitente”, la via dell’“impostore” e la via del “rimbambito”. La terza risposta, che è palesemente la più aderente alla realtà che il protagonista stesso descrive (o inventa?), dimostra che Pellicani figlio non ha ancora perso il contatto con la realtà. E tuttavia, al barlume di lucidità che sopravvive nel protagonista non viene in soccorso la logica, per cui assistiamo a una serie di scene spassose, come quella in cui, pur riconoscendo che il vecchio è un “paralitico”, Pellicani si dispera perché “Non si schiodava dalla sua posizione di paralitico nemmeno per risalire sul letto”.

Il capitolo V chiude la prima parte del libro – dedicata alla descrizione della casa in cui vive il “paralitico” – con uno dei picchi dell’opera: l’intrusione in casa Pellicani del mondo esterno, ossia di due “competenti” che cercano di convincere il vecchio a firmare un contratto per sloggiare dall’appartamento, in modo che il caseggiato possa essere demolito, essendo lui l’ultimo inquilino rimasto. La scena che ha luogo con i “competenti” è memorabile per la sua eccezionale valenza comica, risultando degna di alcuni esilaranti passaggi dell’“Autodafé” di Canetti. La scrittura, in questo caso, agisce per estensione, ampliando con nuovi personaggi, vale a dire nuove istanze minacciose che penetrano nel microcosmo, l’ambientazione e la trama del testo che, così reimpostato, si presta a essere la sceneggiatura di un film fantastico (“Ma non ci trovavamo in un film, casomai in un romanzo”). A me ha ricordato “Brazil” di Terry Gilliam, in particolare i momenti in cui i due tecnici del Central Service (uno è interpretato da Bob Hoskins) entrano in casa del protagonista (un timido Jonathan Price) per sostituire un tubo difettoso, con risultati disastrosi.

Nella seconda parte del libro (capitoli VI-X) ha luogo l’emancipazione del vecchio Pellicani, poi estesa al narratore stesso. Il protagonista constata che “Nessun segreto interesse per l’indipendenza sembrava animarlo”, e questo a causa del fatto che “Nettato, imborotalcato, imbacuccato nelle coperte, la tv sintonizzata sui cartoni animati, Pellicani aveva tutta l’aria di un uomo sereno, realizzato, irrecuperabile,” “inebetito dai lussi e dalla vita comoda […] Tutto cospirava contro l’indipendenza del vecchio.”

Il giovane Pellicani continua a oscillare nell’inquadrare il vecchio: a volte lo chiama paralitico (o rimbambito), altre volte lo considera un ribelle, un renitente o perfino un sovversivo. Essendo il suo scopo l’indipendenza, Pellicani si sente investito della missione di togliere il vecchio dalle grinfie dell’“avida indole assistenzialista” della badante, i cui simboli consumisti sono i marchi della carne Simmenthal, dei biscotti Plasmon e dei supermercati dell’Esselunga. La “cronaca di un’emancipazione”, sottotitolo del libro, va intesa come “emancipazione dalle necessità del consumo” e da ogni forma di “assistenza” e “aiuti umanitari”. La valenza simbolica del linguaggio economicista adoperato da La Chiusa delinea, con questa cronaca, una parabola allegorica sui “concetti di austerità e decrescita felice”.

Pellicani è talmente posseduto dal suo scopo che non si dà tregua, rimugina su ogni piccolo dettaglio e non sta mai fermo, quasi si trovasse in un moto perpetuo con il pensiero e con il corpo, moto che solo accidentalmente viene fermato, dopo una strenua resistenza, dalle esigenze fisiche della nutrizione (“Persino il cibo, anche il più onesto, il pane secco, mettiamo, incoraggiava perniciose forme di dipendenza, e bisognava quindi assumerne con moderazione”) e del sonno (“Anche se io ero contrario al sonno, bisognava riconoscere che in certe circostanze restava l’unica via praticabile”). Il concetto di indipendenza a cui aspira il protagonista, pertanto, è una sorta di autarchia, vale a dire autosufficienza dal punto di vista economico, corporale e spirituale. Pellicani non vuole spendere una lira né approvvigionarsi di alcun bene necessario, il suo scopo è il totale svincolamento da ogni forma di bisogno in nome di un ideale che lo pone al di sopra della volgare realtà, conferendogli un senso di superiorità morale: “Mi vedevo nell’atto di mettermi in coda [al supermercato] con il carrello, come tutti, convinto delle mie scelte convenienti […] e mi sentivo già perduto, ricaduto nella mediocrità.”

Il capitolo X mostra come l’allucinazione delirante prenda il sopravvento: il protagonista si vede rimpicciolito allo specchio, e resta turbato dalla comparsa dell’“immagine improvvisa di quel tizio semisconosciuto.” Questa parte testimonia l’interesse dell’autore per il punto di vista corporale della storia, poco evidenziato nelle recensioni finora pervenute. La magrezza del giovane trova un’analogia con le “coscettine ossute e spelacchiate” del vecchio Pellicani, lo “scimunito” con cui il protagonista condivide lo stesso naso. L’aspetto corporale dell’emancipazione prevede un rimpicciolimento dovuto a “ragioni strategiche: per sottrarmi al controllo.” Pellicani figlio persegue coerentemente il suo obiettivo, ossia il sottrarsi dalle “leggi del mercato”, ma si riserva con spavalderia la possibilità di rimettersi in gioco quando e come vuole: “Se mi va esco! Torno nel mondo.”

La prospettiva corporale che si palesa nel capitolo X lascia spazio, nell’ultima parte del libro, al capolavoro del romanzo, il capitolo XI, nel quale l’autore mostra la sua ambizione. Come già successo nel capitolo V, La Chiusa torna ad agire a livello estensivo, articolando un capitolo che amplia le mire letterarie dell’opera e aggiunge un nuovo livello alla già abbondante stratificazione simbolica della narrazione. Il giovane Pellicani si specchia in un televisore e, vedendosi, si sdoppia, sentendosi al contempo il regista che dirige e l’attore che recita nello schermo televisivo nientemeno che l’Amleto di Shakespeare, personaggio emblematico della doppiezza, della crisi d’identità – che nell’opera assume la veste di un Amleto uscito da un master della Bocconi. Compiaciuto di questa immagine, il protagonista trova un terzo alter ego: oltre che regista e attore, vede se stesso come spettatore della storia che sta recitando e dirigendo, e inizia a parlare di sé in terza persona.

Fino al capitolo X la narrazione è proseguita in modo ineccepibile. Se si eccettuano poche e mirate frasi contenenti vocaboli dell’attuale era digitale, il romanzo avrebbe potuto essere stato scritto cent’anni fa. Ma con il capitolo XI ci troviamo nel pieno di un romanzo post-moderno metaletterario. A mio parere, La Chiusa decide di correre un rischio aumentando il potere creativo del suo protagonista-narratore, poiché accredita a Pellicani una cultura letteraria e una immaginazione elevate, che potrebbero apparire poco consone al cialtrone che abbiamo visto all’opera fino a questo punto. Qualche critico letterario potrebbe non gradire questo iato, che determina una cesura rispetto al tono della narrazione precedente. Per quanto mi riguarda, la scelta di mutare la natura del narratore dal solo Pellicani al tandem Pellicani-La Chiusa, che vediamo intento a discettare sull’uso della terza o della prima persona, è geniale. (Con un attento studio del testo si può notare come l’autore abbia anticipato la natura metaletteraria del romanzo fin dall’inizio del secondo capitolo, quando scrive: “Tutto sommato ero stato io a creare il personaggio con la valigetta e come l’avevo creato potevo comodamente cancellarlo appena la sua vista m’avesse stancato”).

Una volta arrivato alla lettura del capitolo XII, il lettore potrebbe chiedersi (io, quanto meno, l’ho fatto) cosa avrà escogitato l’autore per narrare un finale all’altezza di un capitolo esaltante e definitivo come l’undicesimo, il quale, fosse stata la conclusione del romanzo, avrebbe permesso di terminare l’opera con una trasfigurazione teatrale di alto valore letterario. Insomma, il sottoscritto – in veste forse più da scrittore che da lettore – riteneva impervio ripetere nelle ultime pagine il climax raggiunto nel capitolo XI, perciò temeva un finale contraddistinto da un calando della tensione narrativa.

La mia paura si è rivelata, “tutto sommato”, infondata. Per quanto sia vero che gli ultimi capitoli non raggiungono i vertici dell’XI, l’autore è riuscito a concepire un epilogo degnissimo, evitando di scadere in una serie di trappole che, a quel punto, gli si ergevano innanzi come allettanti tentazioni. Nei restanti quattro capitoli, La Chiusa porta alle estreme conseguenze la logica che muove Pellicani figlio, distillando un finale lento, scandito da tre capitoli brevi, che proseguono con un’inerzia insistita verso l’inesorabile (o inaspettato?) approdo dell’“emancipazione” sua e del vecchio paralitico, e da un ultimo capitolo dove si condensa il sugo della storia. La lettura di questa irriducibile, intransigente chiusa può costare un certo sforzo al lettore: si tratta, a mio avviso, di una scelta anti-commerciale (ma d’altronde cosa c’è di commerciale in questo romanzo, oltre alla scorrevolezza della narrazione?) dovuta al rigore stilistico dell’autore.

L’ultimo capitolo si gioca a bocce ferme. La storia è a tutti gli effetti compiuta, e il protagonista-narratore è alle prese con il dare un senso al suo comportamento, operazione che si estende alla sua intera esistenza e alla legittimità stessa della realtà che l’ha prodotto (o che ha prodotto?). Anche questo capitolo mi è parso alquanto difficile da scrivere, irto di pericoli: l’autore poteva scadere nel predicozzo patetico all’americana oppure nel surrealismo più marcato, o ancora poteva formulare un giudizio sull’aspetto sociale della parabola narrata – che in qualsiasi caso si sarebbe rivelato pretenzioso. La Chiusa ha affrontato queste insidie lasciando prevalere, di nuovo, la coerenza stilistica, ossia la verbosità del giovane Pellicani, il suo sproloquio ormai giunto ai confini del parossismo isterico, e nel mentre ha disseminato la sua affabulazione con alcuni pensieri su se stesso, sul vecchio Pellicani e sulla società consumista che si sarebbero adattati bene a un racconto di miglior realismo, ma che all’interno della narrazione bislacca del protagonista producono l’effetto di rafforzare la logica paradossale della storia, con il risultato di lasciare il lettore punto e a capo, con una manciata di polvere in mano.

A mio parere, con “I Pellicani”, Sergio La Chiusa ci consegna un esordio memorabile, meravigliosamente avulso dalle logiche commerciali del mondo letterario italiano. L’autore riesce nella rimarchevole impresa di scrivere un romanzo ambientato in un mondo irreale – ma verosimile – senza l’uso di nomi propri di persona e senza darci la certezza di aver assistito al dipanarsi di una storia realmente accaduta. Perviene a questo risultato padroneggiando con estrosità e maestria ogni palese e recondita possibilità insita nella narrazione in prima persona, che ha sfruttato per creare un microcosmo inedito, frutto dell’invenzione letteraria.

La Chiusa ci restituisce una visione alta di letteratura, non ancillare alla cronaca, alla storia o alla biografia: una concezione mitopoietica, creatrice di mondi inesplorati e al contempo riflessi nel presente, forse desueta, forse all’avanguardia rispetto al panorama letterario attuale, di certo erede della migliore tradizione mitteleuropea novecentesca, e lo fa scrivendo un piccolo ed eccentrico capolavoro narrativo e stilistico.

Per quanto mi riguarda, “I Pellicani” è, tra i libri che ho letto, il miglior romanzo italiano dell’ultimo decennio.

QUI L’articolo originale:

Uno di noi – recensione di Alberto Trentin

Uno di noi – recensione di Alberto Trentin

La grande collusione

Uno di noi è l’ultimo libro di Daniele Zito, pubblicato da Miraggi Edizioni nella sua collana Scafiblù, ricca di titoli e autori interessanti (qui avevamo recensito Pontescuro di Luca Ragagnin). Un romanzo in versi, crudo, che si caratterizza per la molteplicità delle voci e per un sapiente dosaggio di crudeltà e risentimento.

Il libro Uno di noi, di Daniele Zito e pubblicato da Miraggi editore alla fine del 2019 è un testo prevalentemente uditivo, intessuto da una molteplicità di voci concorrenti, ma non antagoniste, che dicono e si dicono dialogando – ma più spesso assumono, queste voci, la forma di soliloqui – attorno a un unico tema, un fatto di cronaca, un’azione cruenta la cui tragicità è pari soltanto alla vacua stupidità che la origina. Quale sia questo fatto – da intendersi come azione ponderata e volontaria – riassume gran parte della storia, coagulando quindi il proprium di questo romanzo in versi attorno al discorso: quattro persone, quattro maschi, quattro amici, quattro padri, quattro mariti, decidono di dare alla fiamme una baraccopoli non prevedendo che ci possa essere qualcuno incapace di sottrarsi alla potenza devastatrice del fuoco e che dunque abbia in sorte di soccombere, non subito, lentamente, agonizzando, in ospedale. Una bambina. Una bambina disabile. Una bambina disabile che sarebbe potuta essere la figlia di.

Romanzo in versi, dicevo, costruito in modo da alludere, pur con le dovute cautele, alla tragedia classica: la divisione in cinque macro strutture, la presenza del coro e del suo corifeo, la possibilità di individuare delle scene drammatiche precise e dei personaggi altrettanto definiti. Ma – a differenza di una tragedia, e non è poca cosa anzi, è motivo di massimo interesse del romanzo – in questo dramma non c’è alcun intreccio da sciogliere, essendo come detto sopra l’azione autosufficiente e autoesplicativa, episodio di male assoluto e autentico. La finzione appartiene al discorso, non alla storia: è nelle voci, nelle motivazioni, nello stupore, nella trama di apparenti connessioni causali e temporali e spaziali. Il male che alligna nel discorso è un male fittizio; viceversa, quello della storia è reale, eternamente alluso, ripetitivo. Dice bene Simone Weil:

Nulla più del bene è bello, meraviglioso, perpetuamente nuovo, perpetuamente sorprendente, carico di una dolce e continua ebbrezza. Nulla più del male è desertico, triste, monotono, fastidioso. Tali sono il male e il bene autentici[1].

Spesso al lettore capita di essere scosso da una sorta di scivolamento testuale: è quando viene preso dallo straniamento che una voce diversa genera scostandosi dalla monotonia diffusa:

dobbiamo riprenderci

ciò che è nostro

nostre sono le strade

nostri i confini

nostri i cieli

sopra gli aquiloni

nostro è il suolo

nostri i fiumi

nostre le acque

nostre le nuvole

sopra i covoni

ce l’avrei io, una bella soluzione

facile facile: le ruspe

cari miei, le ruspe!

e dove le ruspe non arrivano

le fiamme, i lapilli, la cenere

Laddove lo straniamento è dato dalle due strofe centrali, che hanno da un lato l’andamento di una allegra filastrocca e dall’altro la carica immaginifica delle figurazioni poetiche, e che sono incorniciate da due altre di tenore normalmente discorsivo, di tono rabbioso, di contenuto popolarmente malvagio. Esempi di questa soluzione che ne sarebbero numerosi, disseminati lungo tutto il testo.

Parallelamente, ciò che vale la pena sottolineare è la disseminazione dei punti di vista, ottenuta da una moltiplicazione difficilmente arginabile delle voci e che origina quel primato uditivo di cui dicevo in apertura. Non è tanto in atto una dissoluzione della possibilità di una verità unica sul fatto; non è in discussione, non importa, non c’entra. È piuttosto in gioco la tensione che si crea in questo indefinibile campo d’azione delle onde sonore generato dai lamenti, dai canti, dai suoni, dalle voci, appunto. È questo accumularsi di rumore a farsi reale protagonista della storia e della realtà contemporanea cui la storia appartiene.

Questa disseminazione è prevalente nel secondo movimento (Secondo fiume) dove si alternano le testimonianze di vari personaggi diversamente coinvolti, ma la si può riscontrare lungo tutto il romanzo che allora è, nel suo svolgimento, un lento dipanarsi dell’assunzione implicita del titolo: uno di noi è sì uno dei quattro, anche protagonista di questo racconto (e quindi: uno di noi quattro), ma è altresì uno di noi tutti, uno qualsiasi, un tale: un uno, un nessuno, un centomila.

Nel generale disimpegno (addirittura tre dei quattro non sono nemmeno chiamati in causa, di loro e di ciò che pensano – se ne pensano – nulla viene detto) il fatto scolora, la sofferenza e il lamento vengono riassorbiti, la vita continua. E se uno dei quattro ha a che fare col proprio pentimento, con il senso di colpa, il bisogno di vedere un po’ di giustizia spetta, programmaticamente, a Un illuso: ma è una comparsa veloce, effimera, anch’essa preda della irrefrenabile voracità del masso di Sisifo che non può non rotolare lungo il piano inclinato della sconfitta trionfante.

il pomeriggio va spegnendosi

senza troppo violenza

un colore alla volta

un respiro dopo l’altro

vorrei andarmene anch’io

ma qualcosa mi obbliga

a restare

che siano gli occhi di quel padre?

o forse i miei

mi capita spesso di notarli

mi fissano dagli specchi

dalle vetrine

non fanno molto altro

si limitano a guardare

bisogna, proprio

passarselo di mano in mano

lo sguardo, e stare attenti

che non cada

che non vada in pezzi

Perché al fondo della questione, laddove la parola è chiacchiera, il suono è rumore, l’Io diventa si, anche la tragedia si fa impossibile, nulla la catarsi, e la maschera si dissocia definitivamente dalla persona.

Allora davvero nessun dio, nemmeno ex machina, ci può salvare.

Daniele Zito, Uno di noi

[1] Simone Weil, Morale e letteratura, in La persona e il sacro, Trad. di Maria Concetta Sala, Adelphi, Milano 2012

QUI l’articolo originale:

https://www.albertotrentin.it/post/recensione-a-uno-di-noi-di-daniele-zito?fbclid=IwAR1cEp5iaCEcjWjXYa4Y61-UKEX5DWpV-RRUmsBrm3K4yjmQ8HgBPMnlkwA

I Pellicani – recensione di Lorenzo Marotta su La Sicilia

I Pellicani – recensione di Lorenzo Marotta su La Sicilia

Fiumi di parole per i “Pellicani” riuscita commedia dell’assurdo

Un allucinato avvincente romanzo quello de “i Pellicani” di Sergio La Chiusa, edito da Miraggi e finalista al Premio Italo Calvino 2020. Il protagonista, Pellicani, un quarantenne – vestito grigio un po’ sdrucito, valigetta e portamento da uomo d’affari – ritorna vent’anni dopo nel quartiere dove si trova la casa del padre ottantenne. Nulla è come prima. A resistere alla furia speculativa della riqualificazione urbanistica è rimasto lo scheletro solitario dell’unico immobile disabitato. Solo in alto filtra da sotto la porta una flebile luce. È lì che avanza, tra rovine e oscurità, trovando alla fine disteso sul letto il padre, un vecchio rottame rinsecchito che se ne sta muto in balia di una donna che l’accudisce e di un televisore acceso sui cartoni animati.

Inizia da qui l’estraniante discorrere del protagonista sulla tirannia esercitata in privato dal padre, la sua furbizia, i possibili pensieri nel rivederlo dopo tanto tempo, assieme ai tentativi di accreditarsi agli occhi del padre come persona socialmente arrivata e abituata ai viaggi. Per darsi un tono ed essere credibile ostenta in continuazione la valigetta, con il ripetere che è di passaggio e di dover ripartire subito per la Cina. Uno scorrere torrentizio di considerazioni, riflessioni, sospetti, illazioni, accompagnati da ombre sullo sfondo di pareti scolorite, pianerottoli bui, appartamenti vuoti. Il tutto reso con immaginifica capacità narrativa dall’autore. Molteplici i registri stilistici: l’ironico, il comico, il sarcastico, il tragico-comico, il sentimentale, il cinico. Maschere che si rincorrono e si sovrappongono, nella rappresentazione del Pellicani padre, indicato come “il paralitico”, “l’imbecille”, “il furfante”, “il renitente”, rispetto al Pellicani figlio, proteso all’azione, al movimento, “verso l’anarchia della gioventù”.

In un originale gioco di specchi l’autore mette in scena il rifrangersi del protagonista nel dare corpo, immagine e parola agli altri pochi attori e al padre che, ad eccezione di qualche movimento di mani e di labbra, rimane indifferente a tutte le provocazioni. Un silenzio che gli appare un abbandono ozioso del vecchio e che suscita contraddittorie interpretazioni che finiscono per metterlo in crisi. Una riuscita commedia dell’assurdo, tra Pirandello, Kafka e Ionesco, malgrado qualche ripetuta critica alla società di mercato. E la vecchiaia come scarto o come furbesca ricerca di protezione. Una narrazione che sfuma nel sogno, nell’irreale, perfino nell’estraniamento del protagonista che finisce per non riconoscersi, indicandosi in terza persona.

PONTESCURO – recensione di Geraldine Meyer su L’Ottavo

PONTESCURO – recensione di Geraldine Meyer su L’Ottavo

Pontescuro è un ponte di pietra. Pontescuro è un paese della bassa padana. C’era una volta un fiume, due sponde unite da questo ponte che, all’epoca della sua costruzione, univa il nulla con il nulla. Poi, da una parte un castello del padrone e, dall’altra, il paese “della malora”.

Pontescuro, il bellissimo libro di Luca Ragagnin, pubblicato dalla sempre attenta Miraggi Edizioni, è un po’ storia, un po’ favola nera, un po’ leggenda. La nebbia avvolge ogni cosa in quel luogo. Sono gli anni ’20 del secolo scorso, anni di marce e violenze fasciste. Anni di paura e di rancori. In quel luogo dimenticato da Dio, ma non dal male, la giovane figlia del padrone, la sfacciata, libera, troppo libera, Dafne, viene trovata morta con un nastro rosso attorno al collo.

Attorno a questo fatto una storia corale, raccontata dai vari protagonisti ma anche dal fiume, dal ponte stesso, dalle blatte e dalle ghiande. Uomini e natura parlano una lingua che incanta ma che colpisce duro. E raccontano una storia, un ambiente in cui la cattiveria, il rancore, l’invidia, l’ipocrisia, avvolgono tutto, proprio come quella maledetta e insana nebbia che si infila nei polmoni, che taglia il respiro, che lascia il fiato corto della bugia, del non detto, del pettegolezzo usato per scaricare le responsabilità sempre su altri e altro.

Un mondo di male in cui ciò che non si conforma, ciò che provoca, ciò che non si sottrae allo scandalo diventa, inevitabilmente, colpevole. E poco importa che, in realtà, sia solo la proiezione dell’infamia altrui. Questa sarà dunque la sorte della giovane Dafne e di Ciaccio, bambino abbandonato sulla riva del fiume e poi divenuto lo scemo del villaggio. Un marchio che, se da una parte lo difenderà, dall’altra sarà la sua condanna, il pregiudizio che si porta addosso.

Luca Ragagnin (Foto da LuciaLibri.it)

In questo odore stantio di nebbia, umido, sussurri e sospetti, Dafne e Ciaccio saranno proprio i più puri, coloro che non rinunciano al godimento e che, proprio per questo, si porteranno addosso una lettera scarlatta. Il marchio di chi ha tolto la pace a un luogo e a una comunità che, invece, più che di pace viveva di omertà, di desideri repressi, di gelosie striscianti e di aspirazioni sepolte.

Sepolte in quella terra che, nel sottosuolo è più pulita e autentica di quanto sia in superfice, come raccontano le blatte che, nel sottosuolo e negli anfratti si devono nascondere per non morire.

Pontescuro è una metafora, una denuncia leggendaria e fantastica di un’epoca e di una mentalità, di una violenza e di un regime che si preparava a distruggere, nascondere e colpevolizzare tutto ciò che poteva essere vita, gioia, ribellione, provocazione e sessualità. E il ponte è l’emblema di qualcosa che non si può e non si deve attraversare, pena scoprire che non vi è nulla di cui avere paura se non la scoperta di avere accettato un interdetto inutile, strumentale.

Pontescuro è il racconto di un mondo malato, di un mondo (e un’epoca) in cui non ci si preoccupa neanche di imbiancare i sepolcri marci di dentro perché lo stesso marciume è talmente evidente da non essere nemmeno più percepito come tale. E, per questo motivo, trova un colpevole di comodo per continuare a marcire in pace, tra menzogne e ipocrisia.

È bello, è bello davvero questo libro. Perché fa ciò che dovrebbe fare la letteratura: interrogare e non lasciare, in fondo, che vi sia certezza di speranza e redenzione.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.lottavo.it/2020/07/pontescuro-la-spoon-river-della-bassa-padana/?fbclid=IwAR2ZzJQgsyP7-AjjFjF89OooRXcZLlQTwNfdhmVyRVl9ksCFzLsajqfmtfU
QUANDO I PADRI CAMMINAVANO NEL VUOTO – recensione di Erminio Fischetti su Mangialibri

QUANDO I PADRI CAMMINAVANO NEL VUOTO – recensione di Erminio Fischetti su Mangialibri

QUANDO I PADRI CAMMINAVANO NEL VUOTO

Nello studio, oltre, con ogni evidenza, alla laurea, risalta un’istantanea. Una foto in formato gigante, quasi a grandezza naturale, che lo ritrae giovane in divisa, per la precisione una di quelle da allievo ufficiale, in atteggiamento forzatamente militaresco, con tanto di stivali e spada. Spiccano gli occhi rotondi e le labbra carnose, marcate da punti angolosi decisi. Gli occhi del bambino che osserva l’immagine però si focalizzano su un oggetto intruso in quello studio di posa, che ha lo sfondo di una tela dipinta: un libriccino. Piccolo, quasi invisibile, spunta appena da dietro il tacco dello stivale, gettato in apparenza frettolosamente sul tappeto, forse scalciato verso il retro, per nasconderlo alla vista. Da bambino, quando guarda quella foto, il narratore sogna, o forse vede davvero, chissà che non sia così, la figura staccarsi dal fondo e avanzare verso di lui, a velocità impercettibile, come quella alla quale si muovono le lancette delle ore…

Il tempo del secondo dopoguerra è la mitologia dei tempi più recenti, un po’ come è stato il Risorgimento per diverse generazioni tempo addietro: è come se l’epoca del boom fosse ammantata di una sorta di aura di felicità, come se improvvisamente l’Italia fosse divenuta la terra promessa dove scorrevano latte e miele. Certo, i progressi, in ogni campo, dalle infrastrutture alla società, sono innegabili, e davvero per non trovare lavoro bisognava non aver voglia di farlo, ma gli avanzamenti sono pure minori di quanto avrebbero potuto essere, e se sono apparsi così sfavillanti è anche perché si partiva da una situazione di grande arretratezza, oltre che di orrore dittatoriale e bellico: gli anni Sessanta del Novecento, dunque, non sono quasi mai raccontati con toni meno che iperbolici ed entusiastici. Curti, classe ’43, torinese, laureato in fisica, docente di matematica, autore di poesie, racconti, gialli, testi drammaturgici, direttore di festival, teatri e compagnie, porta invece con mano sicura il lettore, per così dire, a visitare la faccia nascosta della luna, descrivendo lo smarrimento della generazione che ha fatto la guerra – in piena sintonia col tema primonovecentesco dell’alienazione dell’uomo moderno – rappresentata da un latinista di provincia piuttosto sfortunato e al tempo stesso lo sguardo dei figli, che non solo cominciano a vivere i primi palpiti del cuore, ma sempre più cercano la propria strada lontano dal solco tracciato da chi li ha preceduti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.mangialibri.com/libri/quando-i-padri-camminavano-nel-vuoto

POEMA PER VOCE SOLA su Il Pickwick – Scritto da Alida Airaghi

POEMA PER VOCE SOLA su Il Pickwick – Scritto da Alida Airaghi

La voce narrante di questo Poema bianco di Pasquale Panella è femminile (come dichiara in apertura l’autore), e scandisce in tre sezioni di versi liberi una lunga e silenziosa riflessione in cui si confondono rimpianto e ironia, elegia e sarcasmo, logicità e insensatezza: a sottolineare una storia di amore e disamore, fedeltà e stanchezza, nel suo nascere crescere finire. Non assistiamo a una pièce teatrale destinata a un pubblico di spettatori, né a un dialogo che attenda risposte da un interlocutore privilegiato. Piuttosto rileviamo la volontà esplicita di districare, in un soliloquio lucidamente controllato, i fili aggrovigliati della mente, illuminando zone oscure del cuore e della memoria.

Il bianco citato nel titolo rimanda sia al candore sia al vuoto, alla pagina ancora da scrivere come a quella cancellata, a un’esigenza di chiarezza interiore o al bisogno di silenzio. Il poema pare invece riferirsi alla forma che assume sulla pagina questo monologo, un vero e proprio flusso continuo di versi, in cui i segni di interpunzione sono dati da virgole-virgolette-parentesi, e assidui, incalzanti punti di domanda. Nessun esclamativo, e un unico punto fermo conclusivo, dopo la parola “Fine”.
Pasquale Panella, che nella sua vita artistica ha consegnato parole importanti a musiche altrettanto importanti, sembra anche qui voler dar voce a una sonorità di base che, sviluppandosi da armonie attutite e terse, si spezzano frequentemente in improvvise dissonanze, in brusche alzate di accenti, in ribadite sottolineature. Così il tono colloquiale, lo scherno, la battuta ironica irrompono ad alterare o prosaicizzare il carattere più delicato e nostalgico della profferta amorosa rivolta a un assente.
In un lunedì sera piovoso di un mese imprecisato, alle otto meno dieci, una “lei” parla a se stessa e di se stessa, parla a un “lui” e parla di lui, pur diffidando di qualsiasi possibilità di comunicazione, in un rapporto che per entrambi è diventato indifferenza, incomprensione, accusa reciproca, rancore: “Quando il telefono non squilla / sei sempre tu / che non mi chiami”, “Tutto accade quando tutto è finito / Anzi, prima di finire / non è nemmeno tutto, / diventa tutto quando / è finito tutto, appunto”, “Noi, ci siamo mai dati del Noi?”.
L’amore c’è stato, e affiorano i ricordi (“Ma quante ombre / abbiamo fatto insieme”, “Respiravamo e basta / Le mani come il vento che si calma / sul ventre, su una coscia, su una spalla / Il viso ritornava a fare il viso, / il profilo la prora / di una barca incagliata”), insieme alle tracce di un passato che si intende smitizzare attraverso un uso giocoso della lingua, con l’utilizzo di ripetizioni, assonanze, calembour: “Io ero la tua vita nella mia vita / che era la tua vita / Ero quella parola che ti volevo dire / Ero il mio amore / E tu eri l’amore mio / Insomma tu eri io”.
L’idea platonica di fusione di due corpi e due anime torna a tentare insidiosamente il personaggio narrante, ma viene respinta beffardamente come lusinga ingannatrice: “Parlarsi da vicino come quando / parliamo da soli / a chi siamo, noi, l’altro / (ecco il Noi, lontano) / che non c’è (ma lo siamo)”.
Ingannevole appare anche lo scambio di ruoli sessuali programmato dall’autore del testo, e svelato da chi si proclama donna sapendo di non esserlo: “La voce è femminile, certo, / perché tu sei vile / Ti scrivi come se io / ti avessi scritto / Poi credi che l’abbia fatto per davvero”, “noi siamo fatti / di contraddizione e corpo umano”. Le contraddizioni, le incoerenze, le insicurezze che minano il rapporto tra due amanti svelano il sospetto nutrito nei riguardi di tutta la realtà (“Non è questione di realtà, / l’esistenza / È questione di credulità”), e addirittura del linguaggio: “Dalla sfiducia nelle parole / nasce la sperimentazione / o il loro gioco”, “C’è questo difetto / nella descrizione: / che sembra sempre / un compito copiato”.
Il poeta con voce di donna si diverte a usare gli strumenti del mestiere soprattutto quando ironizza sull’uso-abuso della rima, artificio cui i versi e le canzoni ricorrono da sempre per blandire occhio e orecchio di chi legge o ascolta: “Mi piacciono le rime con gli accenti / alla fine, baciate, per esempio: me con te”, “(le rime facili, sì, che sono rime, / le difficili, sì, che sono fisime)”, “(La facilità delle rime / è dovuta alla spontaneità delle parole in ente)”, “O è colpa delle rime: / le rime, penso,/ spesso fanno il senso”.
Alla “storia” raccontata nella prima sezione del Poema bianco segue “l’antistoria” della seconda parte (aggiunta dieci anni dopo la prima pubblicazione: “Versi esclusi, inclusi / qui / per togliermeli di torno”), un redde rationem in cui Pasquale Panella ritrova, passata la pioggia, il sole; dopo il lamento e la recriminazione, il sorriso indulgente e la leggerezza del divertissement. Un addio al dolore sentimentale, con la decisione di rivolgere le proprie attenzioni più alla scrittura e alla sua diffusione che ai tormenti del cuore (“L’amore era l’amore, / adesso è il mio editore”, è scritto in epigrafe). L’esperienza di coppia vissuta diventa terreno di riflessione disincantata e graffiante, riconsiderata nei suoi momenti di noia, delusione e incomprensione reciproca: “E siamo al romanzesco coniugale / (che non se ne può più recentemente) / tutto cavilli, distinguo inguinali, / pignolerie meticolose orali anali, / tutto un detto stradetto e ritrattato”. La liberazione dai ricatti affettivi si compie quindi proprio sulla pagina scritta, e nella terza sezione del Poema Panella conclude “Che scrivere è farla / finita con la storia”, una sorta di terapia programmata per guarire dal mal d’amour, esorcizzando fantasmi e sensi di colpa, e riproponendo un foglio vergine su cui vergare parole nuove.
“Il rischio dello scrivere è uno solo: / essere letti / Lo dicevi anche tu / Anche tu chi? Tu, io // E allora finiamoci, / o lettrice, / amore mio, / mia lacrima / di lettura fuor degli occhi // E fine”.
Rimangono ancora i rumori, nella conclusione del libro, quelli prodotti e ascoltati da chi si muove nella solitudine di un appartamento dopo che il compagno o la compagna se ne è andato: i passi sul pavimento, la doccia, le sedie spostate, il frigo aperto, la pasta che si cuoce nella pentola. Rumori che sono echi di una presenza eclissata, quando le parole non servono più a niente, e si riducono a un’impalpabile esalazione di fiato: “Il soliloquio, questa intima piazzata, questo comizio, questo convenire, qui, di un’oratrice che ha solo se stessa a ascoltarla, a ascoltarsi, a sentirsi regnante sul silenzio”.
Eppure anche le parole della donna solitaria a cui Pasquale Panella ha prestato voce ci hanno fatto compagnia, prima di dissolversi nel fumo: “vedi il fumo di tutte le parole / (vedilo, fa’ il favore).

Pasquale Panella
Poema bianco
Miraggi Edizioni, Torino, 2018
pp. 144

Pubblicato in Letteratura