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Il gioco della verità – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Il gioco della verità – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Un libro scritto a quattro mani nel momento in cui ciò che è scritto avveniva, nel ‘68, quel 1968 che è stato un periodo fervido di lotte e cambiamento. Pubblicato 50 anni dopo.

Non è un romanzo, non è una raccolta di racconti nemmeno di poesie, nell’ insieme è un po’ di ogni cosa. Sono dialoghi, scene di vita, contesti diversi nei quali si vive e ci si confronta con nuove modalità, a volte goffe, piene di voglia di ribellione e di cambiamento. Discorsi, pensieri sparsi su tutto: amore, rapporti “en passant“, studi e politica e soprattutto sperimentazione. Finalmente donne e uomini potevano vivere la libertà sessuale, rapporti da inventare, o su modelli dei vicini d’oltralpe che avevano forse cominciato prima. Situazioni  non estranee a chi ha vissuto quegli anni o a ridosso, che visti con gli occhi di oggi fanno tenerezza ma anche ridere o fanno venire nostalgia. Al contrario di ora in quegli anni si voleva costruire, si avevano obiettivi, si avvertiva una forza sociale dirompente, c’erano i gruppi i grandi e piccoli problemi, ma la sicurezza di andare nella direzione giusta.

Leggendo questo libro, a volte sembra di trovarsi in una scena di Ecce Bombo di Moretti, situazioni in cui si spaccava il capello in quattro perché delle cose dei sentimenti, degli accadimenti bisognava parlare e parlare. O tacere e sviare di dare risposte o non trovarne.

Un panorama di flash e situazioni che letti ora danno la visuale reale del momento passato, proprio con gli occhi e le mani di chi in quegli anni,’68/‘69, all’ora ventenni, erano i protagonisti di quel periodo, che è stato un momento di crescita , il movimento studentesco era una fucina di idee e progetti, dal quale sono usciti anche grandi studiosi, e che visto oggi, da chi non l’ha vissuto, può sembrare un periodo o un movimento obsoleto.

Questo libro ha una grande ricchezza la memoria storica, scritta mentre la Storia succedeva.

QUI l’articolo originale:

http://lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/98362/bruno-roversiermanno-gallo—il-gioco-della-verità—miraggi

LA LUNA VIOLA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

LA LUNA VIOLA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

“Solo quando s’incontra la luna viola si può rinascere“ È una favola questo romanzo, con cui un padre racconta alle sue figlie: Viola e Luna, la filosofia. Lui è un filosofo molto filosofo e poco concreto e ce la mette tutta per essere “qui e ora “ soprattutto dopo la nascita delle figlie di cui alternandosi con la compagna si prende cura. Entrambe le bimbe dormono molto poco e lui per farle addormentare racconta favole i personaggi sono filosofi che a vario modo gli si presentano nella vita quotidiana e che riconducono alla luna. Perché la luna a seconda di come la si guarda insegna sempre qualcosa.

E come se fossero semplici personaggi, racconta i suoi incontri con Socrate, Giordano Bruno, Nietzsche e Platone, attingendo dalle loro teorie per raccontare come una favola appunto le loro storie. Ad ogni problema della vita pratica corre sempre in soccorso una possibilità di soluzione di un filosofo o uno studioso perfino Jung in un momento di impasse particolare gli indica una ipotesi di svolta: “Là dove c’è il pericolo c’è la soluzione “ E lo stesso Leopardi che ai giorni nostri scopre e ama il panettone, “vita amara e noia“ “fango il mondo?”, gli offre spunti che lo allontanano da quel pessimismo cosmico in cui è stato relegato dai libri scolastici.

La luna viola è un racconto di saggezza che usa un linguaggio semplice ed ironico per affrontare temi di grande spessore. L’autore usa l’ironia e l’autoironia per descrivere la vita quotidiana della sua famiglia “un po’ strampalata“, a cominciare proprio da lui, ma che alla fine, presa con filosofia appunto non è poi così male. Potrebbe essere un consiglio, sdrammatizzare e riuscire a vedere la luna viola, è un bel modo di affrontare una vita a volte troppo razionale. È una lettura piacevole e piena di spunti di riflessione.

Articolo originale QUI

PAGINA BIANCA – recensione a cura di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

PAGINA BIANCA – recensione a cura di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

Di fronte al libretto Pagina bianca (Miraggi Edizioni, 2020) di Gianluca Garrapa si possono avere sentimenti contrastanti, un lettore esigente come me troverebbe indigeribile una simile sperimentazione (non solo linguistica, ma soprattutto formale), eppure il compito del recensore – ripete sempre un mio amico – è trovare quel poco di buono ovunque, in ogni opera. Questa è stata la mia motivazione. Mi limiterò dunque a quelle cose che ho trovato realmente affascinanti, e pure a interpretare un poco la sperimentazione attuata in queste pagine.

Già dal titolo possiamo arrivare a intendere l’intento principale di Garrapa: disseminare la parola per il foglio, facendo sorgere (risorgere?) il bianco dello stesso. Già la poesia di per sé lavora molto sullo spazio non inchiostrato, altresì qui l’autore smembra la poesia sparpagliandone i pezzi. L’effetto parrebbe quasi brutale, e vorrebbe pure avere un intento evocativo: quasi come se la parola – in sé, nuda e cruda – dovesse racchiudere l’infinitezza raccomandata; l’autore – come chiunque sappia scrivere – deve conoscere la portata ontologica del linguaggio, ma un lettore diseducato a questa ricettività altresì trovandosi di fronte a un tale laboratorio si sentirà ben estraneo. In questo dismembramento v’è qualcosa di interessante che non riesco a cogliere appieno, ha però catturato la mia attenzione quella breve sezione intitolata “paese” dove si traccia (proprio in questi termini) una breve storia di quanto fu la nostra penisola nei tempi che ci precedono. 

Aggiungo in più che al fine di ogni percorso – che Garrapa compone a mo’ di novello Pollicino – ho avuto come l’impressione che il tutto dovesse suscitarmi una certa ilarità, soprattutto nelle svariate parole richiamanti i pasti quotidiani. Ciò fu parecchio piacevole, invero: quasi come le canzonature di un vecchio amico.

La parte che più si avvicina alla poesia, però, non ha a che fare con alcun tentativo di versificazione presente in questo testo, anzi sta ben piantato in quelle prosette (per lo più diaristiche) che partono giocose per concludersi tragiche. In queste, racchiuse per lo più nella sezione “Egli”, noto un buon ritmo in ogni micro-narrazione, e pure un espediente interessante: in fondo tali prose vorrebbero essere poesia (non che non vi sia la poesia in prosa, qui per poesia sto intendendo un’opera in versi), ebbene, il punto posto a ogni conclusione di frase prende – in Garrapa – il posto dello slash (che notoriamente occorre per posizionare sul rigo continuativo una poesia in versi). Aggiungo che tale sezione – “Egli” – è realmente uno scrigno di fantasia linguistica apparentemente nonsense, proprio per ciò gustosa e vasta.

Direi in conclusione che Pagina bianca sia un testo da leggere lasciando da parte qualunque intendimento vero di poesia, per aprirsi (e possibilmente beneficiare, dell’ironia per lo più) a questo tentativo ben studiato di stupire, che parte proprio dalla messa in dubbio della poesia stessa.

Qui l’articolo originale:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/94978/gianluca-garrapa—pagina-bianca—miraggi

LUCA QUARIN ospite a Etnabook, Festival Internazionale del libro e della Cultura

LUCA QUARIN ospite a Etnabook, Festival Internazionale del libro e della Cultura

Etnabook 2020 – Presentato oggi il programma e svelati i nomi delle sezioni ‘A ‘e ‘B – Enrico Morello’ del premio annesso “Cultura sotto il vulcano”

Il programma con gli ospiti

Venerdì 25 settembre, dove spicca anche un collegamento con Parigi con Giacomo Sartori a dialogare con Salvatore Massimo Fazio.

Ore 10.00-12:30 (Arcipelago delle storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per adulti

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Baret
Magarian, Le macchinazioni (Ensemble). Modera Antonio Ciravolo

Ore 11.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Raffaele Montesano, Il cratere Dostoevskij (Lekton Edizioni). Interviene l’editore Emanuela Anna Calì. Modera Simone Belvedere

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Marisa Fasanella, Il male in corpo (Castelvecchi).Modera Valentina Carmen Chisari

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Sala CCP): “Una scuola del fumetto in Sicilia: la
metamorfosi, da passione a opportunità lavorativa”, incontro a cura della Scuola del fumetto di Palermo

Ore 15:00-17:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per ragazzi

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura Auditorium Concetto Marchesi): Incontro con Luca Quarin, Di sangue e di ferro (Miraggi Edizioni). Dialoga con l’autore Daniele Zito

Ore 17.00 (Campus Athena): “Metamorfosi fumettose: inventiamo un personaggio!”. Incontro Etnakids – Fumetto Junior. A cura di Matilde Leonforte e della Scuola del Fumetto di Palermo

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Luca Vullo, L’Italia s’è gesta. Come parlare italiano senza parlare (Ultra). Modera Fernando Massimo Adonia

Ore 18.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): EVENTO SPECIALE,
video intervista esclusiva a Giacomo Sartori, Baco (Exorma). A cura di Salvatore Massimo Fazio

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Franco Di Guardo, I siciliani I dolci I Savoia. Dai fasti del Regno d’Italia all’avvento della Repubblica: una tradizione dolciaria viva che ancora oggi permane (Algra Editore). Modera Fabia Mustica

Ore 18.30 (Attimi Lounge Bar – Sant’Agata li Battiati): incontro con Andrea Serra, La luna viola (Miraggi). Modera Salvatore Massimo Fazio.

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): serata inaugurale con premiazione del Premio Letterario Etnabook – Cultura sotto il vulcano. Presentano: Ester Pantano e Paolo Maria Noseda

Sabato 26 settembre

Ore 09:00-11:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per ragazzi

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Sala CCP): incontro con Giorgia Landolfo, insegnante di Kundalini Yoga, “Medita, Scrivi, Trasformati”

Ore 11.00 (C.C. Katané): incontro con Gloriana Orlando, Un inconfessabile segreto (Algra Editore). Modera Lisa Bachis

Ore 12.00 (C.C. Katané): incontro Etnakids, “Color spots”. A cura di Matilde Leonforte

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Claudio Pelizzeni, In viaggio (Rizzoli – Illustrati). Modera Lucio Di Mauro

Ore 15:00-17:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per adulti

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): Catania Book Party, “Siamo tutti farfalle, la terra è la nostra crisalide”. A cura di Valentina Carmen Chisari

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Rosario Palazzolo, La vita schifa, (Arkadia Editore). Modera Luciano Modica

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Anna Giurickovic Dato, Il grande me, (Fazi Editore).Modera Lucio di Mauro

Ore 17.30 (CC Katanè, Libreria Mondadori): incontro con Sarah Donzuso, Da sempre e per sempre. Due amiche, un viaggio e un segreto, (Algra Editore). Modera Katia Scapellato

Ore 18.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro Etnakids, “Color spots”. A cura di Matilde Leonforte

Ore 18.00 (Salone Russo – CGIL Catania): “Insegnare la Storia, insegnare la cittadinanza”. Incontro con Salvatore Adorno(curatore) e Andrea Miccichè (autore), Pensare storicamente (Franco Angeli). Modera Rosa Maria Di Natale

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Costanza Di Quattro, Donnafugata (Baldini+Castoldi). Modera Mario Incudine

Ore 20.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Daniele Di Frangia (curatore) e Daniele Lo Porto (autore), Catanesi per sempre (Edizioni della Sera). Modera Francesca Calì. Al termine dell’incontro è prevista la consegna del Premio Etnabook a Daniele Lo Porto

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Sara Rattaro, La giusta distanza, (Sperling&Kupfer). Modera Paolo Maria Noseda

Domenica 27 settembre

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Giovanna Spitaleri, Il sole dentro me (Edizioni Lett. Il Tricheco); Salvatore Gazzara, Luce perenne (Edizioni Lett. Il Tricheco)

Ore 11.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Vera Ambra, Catania, alla scoperta della catanesità in forma di parole (Akkuaria Edizioni). Dialogano con l’autrice Daniele Lo Porto e Santino Mirabella

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Andrea Mauri, Contagiati, (Ensemble). Modera Simone Rausi

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): Catania Book Party, “Siamo tutti farfalle, la terra è la nostra crisalide”. A cura di Valentina Carmen Chisari

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Antonella Nocera, Metafisica del sottosuolo (Divergenze). Modera Marco Patrone

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Barbara Bellomo, Il libro dei sette sigilli (Salani).Modera Paolo Maria Noseda

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Antonio Caprarica, La regina imperatrice (Sperling&Kupfer), interviene l’avv. Piero Lipera Modera Federica Duello. Al termine dell’incontro è prevista la consegna del Premio Etnabook ad Antonio Caprarica

Ore 20.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): proiezione e premiazione della Sezione Booktrailer. Proclamazione dei vincitori e premiazione della sezione C del Premio Letterario Etnabook – Cultura sotto il vulcano

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Dora Marchese, Nella terra di Iside. L’Egitto nell’immaginario letterario italiano (Carocci Editore). Dialogano con l’autrice Marilina Giaquinta e Maria Antonietta Ferraloro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/92083/etnabook-2020—presentato-oggi-il-programma-e-svelati-i-nomi-delle-sezioni-a-e-b—enrico-morello-del-premio-annesso-cultura-sotto-il-vulcano

MONA – recensione di Federica Duello su Letto, riletto, recensito!

MONA – recensione di Federica Duello su Letto, riletto, recensito!

Mona fa l’infermiera; da una ragazza dall’animo dolce segnato dagli eventi ormai quotidiani di quella porzione di mondo in cui è nata e cresciuta non ci si potrebbe aspettare altro. Pronta ad aiutare chiunque stia soffrendo e abbia sofferto peggio di lei, che da bambina, si affacciò alla vita consapevole si era affacciata alla vita vera da una botola in cui rimase per lunghi mesi, accudita dalla nonna perché non prendessero anche lei, dissidente figlia di dissidenti. Neanche durante la gravidanza pensò a mettersi da parte: giovane, con un essere in grembo e in testa ancora gli incubi dell’infanzia passata nel luogo chiuso e angusto, partì per la capitale alla ricerca di notizie di suo padre, eroe nazionale per i diritti di chiunque si consideri essere umano libero. Adesso Mona è una donna, libertina e forte; sposata con un uomo non convenzionale, Kamil e suo figlio, Ata, tipico adolescente ribelle per motivazioni che non saprà mai nessuno, in realtà. La vita di Mona scorre tra l’ospedale, la famiglia, e la speranza di una vita finalmente giusta, mentre assaggia i suoi adorati macarons per strada, senza uomo al suo fianco che la tuteli, per sentirsi ancora viva nonostante tutto: anche nonostante le occasioni in cui il caporeparto, per punirla a causa un’istruzione mal seguita o per la sua cattiva condotta (per cui molto spesso le due cose vanno a coincidere), attua dei comportamenti tipici di un maschilismo finto predominante che mira a ricordare alla donna chi sia davvero al comando, nell’area.

Non è data sapere l’esattezza geografica né temporale dello svolgimento della sua vita, ma di certo questa è basata in un luogo in cui le donne senza accompagnatore né velo sono chiamate a rispettare la legge morale, considerate poco di buono e guardate malamente: cosa si credono d’essere, uguali agli uomini? 

Non siamo in qualche paese a sud del mondo, una trentina d’anni fa orsono. Questa è storia contemporanea. A noi che la viviamo. Nell’ospedale in cui lavora Mona arriva un soldato, un ragazzo, Adam; uno dei tanti che arriveranno da lì a poco; soldato superstite di una guerra di cui si visse l’inizio, di cui ancora non si vede una fine né chi la vivrà. Un ragazzo come tanti altri, in balia delle poche risorse ospedaliere del luogo, su un letto all’interno di un’evanescente struttura sanitaria preda della natura umana e atmosferica di un periodo storico che non concede scampo

“Mona” si svolge tra continui salti tra passato e presente delle vite di Mona e Adam: i giochi da bambino e i primi amori fino alla guerra in mezzo al deserto per lui, l’imposizione di un peccato originariamente commesso ma mai realmente attualizzato, per lei: sono entrambi pedine, dure a cadere, di una storia in cui o ne sei il (o la) protagonista anche a costo di tutto ciò che potresti mai desiderare, o vai inesorabilmente verso il baratro, cadendo a pezzi come l’ospedale in cui Mona lavora, assorbito dalle radici di un albero che per incurie o per scarsità di mezzi, è stato trascurato per molto, troppo tempo.

In entrambi i racconti di vita però spicca una figura, dominante sul resto: la nonna. Eterno simbolo di tradizione, saggezza (non che corrispondano necessariamente, le due), del saper stare al mondo; definizione profonda delle radici che ognuno di noi ha e di cui, molto spesso, ci si dimentica. È questo, ciò che si evince da “Mona”: bisogna conoscere le proprie radici non per seguirle senza criterio, convinti a priori che sia la scelta migliore per ognuno di noi; bisogna, anzi, conoscerle per esaminarle dal profondo, vivisezionarle e saper distinguere il buono da ciò che invece non è giusto o non più giusto, sia per noi che per chi verrà dopo.

Una scrittura coinvolgente e accattivante al tempo stesso magnetizza l’attenzione del lettore al suo messaggio; la composizione testuale si insinua tra i tessuti emozionali come un ago giocando tra l’amore e la morte, sia corporea che spirituale, attraverso uno studiato intermezzo tra eventi passati e presenti provenienti gli uni dagli altri che, come molto spesso succede anche nella vita reale, si confondono fino a rappresentare un unico cerchio infinito che solo un’azione sovversiva sarà in grado di spezzare.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/90061/bianca-bellov%C3%A1—mona—miraggi

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

DIARIO AMOROSO D’UN TRAGICO SENTIMENTALE

Il poeta Romano Vola, ex sindaco di Bergolo (Paese di Pietra, di cui fondò la Renaissance), ci stupisce con la sua terza raccolta poetica – edita per Miraggi Edizioni – Collezione Autunno-Inverno, che pare essere non tanto il suo capolavoro senile quanto il suo Capolavoro. In essa è racchiuso l’intero apparato umano e intellettuale di Vola, che spazia della poesia bruta e “bukowskiana” a veri e propri tentativi esistenzial-filosofici, tutto ciò in un complesso para-diaristico ben esplicitato dalla data (e pure dall’ora di fine composizione) che sormonta ogni singola opera.

«Collezione Autunno-Inverno» è, per Romano, un titolo ironico che allude alla sua età avanzata; come a dire: sono arrivato nella brutta stagione, ma esprimo ancora la parte migliore di me con la poesia. Proprio per l’impianto diaristico, il libro non presenta una logicità tematica diversa dal corso dei giorni; e sono proprio questi a porre una “storia”: durante la lettura ci pare d’abitare, giorno per giorno, il pensiero del poeta; ciò rende possibile percepire il nostro pensiero con una maggiore affinità. Per spiegarmi meglio: essere di fronte al linguaggio mentale d’un estraneo (che si esprime cristallinamente, cadendo pure in anatemi lanciati contro le proprie turbe) ci ricorda come pensare, come interloquire col nostro pensiero, come trattarlo qualora ci spinga nell’oscurità. In questa quotidianità il poeta ci porta nelle reminiscenze che lo addolorano, come il ricordo della moglie scomparsa (nella poesia «Che ti avrei scritto?», che è forse la più commuovente) o il cancro vittoriosamente superato, cui accenna attraverso un immaginario dialogo con Bukowski (l’autore che più lo segnò, e che pare il suo maggior confidente).

Nel libro, Vola, enuncia soprattutto la propria perpetua voglia d’amare, riempiendone il libro di manifesti, per esempio la poesia «Piccole eternità» che (poundianamente) ci consegna questi versi: Resta così, invocava il mio cuore, / Non muoverti, che sia per sempre. Dammi il tuo respiro, amore mio: / piccole eternità sgranano / il loro infinito nella mia mano / e una volta tanto / non parlano del tempo che passa / ma di quello che si è fermato / alla felicità. La donna angelo, cui Vola si rivolge, è forse la giovinezza che sente ancora in sé quale compagna eterna. La sua mancanza, nei momenti peggiori, conduce il poeta nell’insoddisfazione, nella ricerca dell’Altrove: quel mondo possibile che chiama «Ipazia»,Luogo che non appare / ma ti comprende e ti comprime.

Vola non manca poi d’ironizzare sulla sua brama di fisicità (soprattutto amorosa) attraverso alcune poesie, ben esplicite, che paiono avere un’aura di dissacrazione del sesso stesso. Infatti, Romano vive l’amore come un novello Dante; mentre la passione (tradotta dalla sua mente) è mera crudezza bukowskiana. Ciò ci stranisce un po’, non immagineremmo mai Dante a letto con Beatrice… E in che contorsioni, poi!

La lingua di Vola è semplice e istintiva, la genuinità con cui parla d’infinito è la stessa con cui esprime l’amore viscerale. 

Ecco, di visceralità si tratta: il nostro poeta, prendendo bassa ogni vita, proietta sé stesso in una realtà in cui manca la magia – giacché essa s’è spogliata della sua veste astratta per divenire perfetta concretezza, che Romano coglie dappertutto grazie a un occhio fanciullesco, come lui stesso confessa nella sinossi. In conclusione potremmo dire questo: la poesia di Romano Vola si fonde con l’oggetto che assume, Romano stesso si fonde nell’impegno poetico e umano. Pare quasi un aspetto kenotico: dove l’uomo si spoglia di sé stesso per diventare l’altro, il mondo da tradurre attraverso la propria sensibilità. La poesia che conclude la raccolta, «L’urlo e la preghiera», ci mostra bene tutto ciò: C’è una grande differenza / nel sentire / tra chi ama / a chi vuol bene. / La stessa che c’è / tra l’urlo e la preghiera. Se l’amore è fusione, Romano non ha “voluto bene”: Romano ha amato, in ogni visione ed espressione!

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

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DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

È un libro molto particolare e molto interessante è la sua struttura. I piani di lettura sono più di uno e tanti sono gli interrogativi di tipo filosofico che percorrono tutto il romanzo che verte fondamentalmente sulla verità, storica e individuale. Protagonisti sono Andrea Ferro uomo di mezza età che si trova ad Udine al capezzale della nonna, con cui è cresciuto,l’eversione nera in uno dei suoi più inquietanti episodi, la strage di Peteano (31 maggio 1972) e in parte lo scrittore stesso Luca Quarin (Nella foto in basso a destra).

Cercando di mettere ordine nella casa della nonna, Ferro si trova a dover mettere ordine anche nella sua vita e soprattutto in quella della sua famiglia. I suoi genitori muoiono in un incidente e lui rimane orfano a tre anni e cresce con i nonni paterni. E quello che piano piano viene alla luce, col quale non aveva mai voluto/saputo confrontarsi è il suo tormento. Altro tormento , come un grillo parlante, è Quarin che si rivolge a lui per la pubblicazione di un libro ,gli scrive mail e propone punti di vista, veri e propri quisillibus filisofici sulla narrazione, sulla scrittura e quant’altro relativo al libro che vorrebbe pubblicare. Si dipana nel romanzo una pagina di storia che si è protratta per anni prima di far venire alla luce una fitta trama di collegamenti e depistaggi legati all’attentato del 1972 che forse ha trovato una verità dopo più di dieci anni. A vario titolo erano coinvolti per ragioni opposte i nonni e i genitori di Ferro, ma il motivo del coinvolgimento è la scoperta con cui non è facile fare i conti. Scoprire una realtà difficile da digerire, pensare a come sarebbe stata la sua vita se, come è stato possibile che, chi erano davvero i genitori, i nonni, quanto erano implicati in una brutta storia?

Un tormento. E sebbene sembra chiaro che la verità relativa ad un evento storico è giusto che venga sempre a galla per giustizia dovuta, quella relativa alla propria storia familiare a posteriori è sempre dovuta? Parrebbe di sì, i conti dovrebbero sempre tornare anche se il costo è alto. Ma forse no, giova sempre scovare fino in fondo? Lo svelamento può cambiare il corso o le scelte di una vita adulta? Ferro vorrebbe dimenticare, lo scrittore può continuare a ricordare il passato. È un romanzo che fa riflettere molto. Nel romanzo Quarin riporta anche documenti ufficiali e contributi giornalistici che si intrecciano bene con la parte romanzata rendendo la lettura piacevole.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

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DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questo libro è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, per Miraggi Edizioni. È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro. Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti, incoraggianti ed accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli ad intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati , alcune si sono suicidate. L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita . È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“.

Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare. In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto. Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce. Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio,due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo. “ Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé……Borsellino era il suo nuovo padre……Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita “Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più“. La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa. Neanche da morta avrà la pietà della madre.

Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto. Giacoma Filippello ( ‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una “pentita“. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici. Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista ……Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della «Stampa» Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici“ e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo. Da ragazzino aveva assistito all’ uccisione dello zio con un’ auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa. Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale .Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso “ Non si usava”. Quando Peppino ha cominciato ad impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito e lei perché stava dalla sua parte. Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato. Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato. Ma Felicia , il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati. Felicia non è più uscita di casa. Hs sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “ cioè donna d’altri “, condannata a non esserlo per sé. “La mafia in casa mia “ un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “ All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”

Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata. Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza. La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla. E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere. E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita. Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “ Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso . Per lungo tempo,non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine “( Cose di Cosa Nostra) L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità. Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio. Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura , una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

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IMMEDIATAMENTE – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

IMMEDIATAMENTE – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

IMMEDIATAMENTE

A cura di Anna Cavestri
Con la traduzione di Francesco Forlani, Miraggi pubblica un cult di non facile recensione. Libro che è una raccolta di pensieri e riflessioni “sciolte ” come fosse  un taccuino di viaggi, frammenti appunto come dice al termine del libro, dopo la parola Fine.
Dietro il libro Immediatamente di Dominique de Roux ora in edizione italiana c’è un curiosa storia di censura politico-intellettuale-editoriale che vale la pena ricordare. Pubblicato in Francia nel 1972, era una sorta di carnet personale, annotazioni di letture, considerazioni, riflessioni, descrizioni, incontri di chi si era già imposto come un enfant prodige delle lettere francesi.
Era un romanziere, un reporter, un editore: un letterato estremamentecompetente, morto appena quarantaduenne, nel 1977. Aveva fondato, nemmeno trentenne, la rivista «Cahiers de l’Herne», giocata per monografie dedicate a figure laterali, maledette e rimosse della cultura europea: ciò avveniva per lo più per basse ragioni ideologiche e spesso per bieche rappresaglie politiche. Stando a quanto ci riferisce nel risvolto di copertina dell’edizione Miraggi, la pubblicazione di questo suo personalissimo diario frammentario, Immediatamente, irritò il mondo intellettuale ed editoriale francese, in primis Roland Barthes, “costringendo de Roux ad abbandonare la Francia per diventare corrispondente giornalistico e autore televisivo”.
Figlio nobile di una famiglia monarchica, errante tra Germania, Spagna e Inghilterra sul finire degli anni Cinquanta, polemico, traduttore, visionario,internazionalista gollista, vagabondo nei primi anni Settanta in Svizzera e Portogallo, si rifugia a Lisbona e si dedica al giornalismo, diventando corrispondente nelle colonie lusitane e intimo amico del discutibile Jonas Savimbi. Nell’aprile del 1974, al tempo della Rivoluzione dei Garofani, è l’unico giornalista francese presente a Lisbona.
A 25 anni, aveva scritto il suo primo romanzo, aveva consolidato una posizione di battitore libero in controtendenza rispetto al proprio tempo: il «nouveau roman» lo faceva “piangere di noia, il maggio francese gli era sembrato una mitomania collettiva, la sinistra intellettuale una tribù antropofaga che faceva carriera sul cadavere del marxismo.”
La prima provocazione ha a che fare con un giudizio su Georges Pompidou, scritto quando quest’ultimo non era ancora presidente della Repubblica: «Pompidou – questa bella Venere di Lapougue della politica francese – sa tutto. Sa come si incula una mosca, come il 15 agosto presentare i suoi ossequi alla Vergine Maria. Conosce pure l’Inferno e i francesi. Porta sulla Francia uno sguardo da veterinario poiché la Francia di Pompidou è una truffa politica». Prende di mira come accennato sopra,Roland Barthes, pontefice massimo dell’intellighentia parigina: «Un giorno, con Jean Genet, mi dice Lapassade, parlavamo di Roland Barthes; di come avesse separato la sua vita in due, il Barthes dei bordelli con ragazzi e quello talmudista dicevo: Barthes è un uomo da salotto, è un tavolo, una poltrona… No, ribatté Genet: Barthes è una pastorella».
L’Eliseo, così come l’Académie a difesa diGenevoix, fecero pressioni sull’editore di Presses de la Citè, Barthes minacciò di procedere per via giudiziaria contro le edizioni Bourgois. Risultato: la pagina relativa a quest’ultimo venne tagliata via dalle copie ancora in deposito e, su mandato imperativo dell’editore, i librai fecero lo stesso con le copie in loro possesso, de Roux venne licenziato in tronco da Presses de la Citè e si ritrovò messo praticamente alla porta da quella stessa casa editrice che aveva contribuito a fondare. Immediatamente, ha i pregi e i difetti dei libri fatti di frammenti. Nomi, luoghi e bersagli polemici che al momento sembravano importanti, si rivelano con il tempo di circostanza, e le stesse provocazioni che allora lo fecero mettere all’indice, oggi rischiano di apparire incomprensibili Vissuto in un Novecento in cui l’homo ideologicus teorizzato da Cochin per spiegare la Rivoluzione francese e il Terrore aveva ormai raggiunto la sua piena maturità, de Roux venne etichettato dai suoi nemici come «fascista», cosa che nel libro si legge con questa considerazione: «Mi viene voglia di presentarmi così: Io, Dominique de Roux, già impiccato a Norimberga». Quell’etichettatura faceva del resto parte di una singolare inversione del vocabolario: «Il mercenario diviene volontario, l’agente speciale un consigliere, il questurino un patriota, i corpi di spedizione l’aiuto al Paese fratello, l’aggressione deliberata, un’assistenza militare per abbattere la reazione. Il tutto con L’Internazionale in sottofondo».
C’è nel libro un lungo giudizio di Romain Gary a questo proposito, proprio perché Gary con l’homo ideologicus aveva poco o niente da spartire. Scrive bene de Roux, dice Gary, «un autentico scrittore», ma il suo piglio polemico rimanda non tanto a una «questione di fascismo di fondo», quanto a un «fondo fascista». Che però, ammonisce, non esiste: «Il fascismo è sempre stato un contenitore che soffre del vuoto interiore, del suo vuoto, ecco perché può trasformarsi facilmente in fosse comuni. I cadaveri fanno sempre molto contenuto». Ancora Gary : è tempo che De Roux affronti «non altri ma se stesso con ferocia, coraggio e senza pietà. Io è un contenuto che lo chiama, il grande appuntamento letterario è con lui».
Immediatamente è sotto questo aspetto la risposta che proprio Gary avrebbe voluto. Nelle parole di Forlani ( il traduttore): “De Roux non solo fa parte della tradizionedegli infrequentabili del Novecento, ma potremmo dire che sia stato il primo a intuire, di quelle nature scomode e insieme necessarie alla cultura occidentale (Céline, Artaud, Pound, Gombrowicz, Bernanos, tra gli altri), il ruolo di visionari, una grandezza da proteggere a tutti i costi […]. La vocazione di de Roux è in questa funzione vitale di conservazione, diffusione, traduzione e allo stesso tempo crescita parallela della parola che da materiale diventa quasi subito spirituale, corpo a corpo, senza risparmiarsi”.
La bellezza – e anche la forza – di Immediatamente è data dal senso di incompiutezza che pervade tutto il volume. Frammenti che devono essere interpretati, parole che richiamano a un’infinità di parole non scritte, attacchi al moralismo in cerca di una libertà nuova, profondamente soggettiva, che Dominique de Roux nei suoi libri e nei suoi articoli ha ricercato per tutta la vita.
Titolo: Immediatamente
Autore: Dominique De Roux
Edizioni: Miraggi
Pagg.: 256
Prezzo: € 18,00 (in e-book: € 9,99)
Voto: 8
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Daniele Zito – Uno di noi – Miraggi

Le emozioni in LIBRIrtà
Le novità
A cura di Salvatore Massimo Fazio
 
 
Quando Fabio (che è il signor Miraggi Edizioni) mi telefonò per dirmi che “Uno delle tue parti, ma lo conoscerai già”, aveva scritto qualcosa di potente, durissimo, proprio ad hoc “per la tua penna spietata quando recensisci”, risposi subito se potevo averlo in anteprima.
«Te l’ho appena inviato in e-book». Dico lui di darmi qualche minuto che sto sistemando dei piani terapeutici, però prima di riattaccare incalzo chiedendo il nome:
«Zito, Daniele Zito.»
«Minchia!»
«Che c’è?»
«Una storia breve ma intensa, ho un divieto di tag e lo rispetto, insomma parla col suo agente, sa tutto, prima ancora che gli dicessi la mia. Va bene Mendo, a dopo. Ciao»
«Ciao».
 
Otto i piani terapeutici che dovevo sistemare, possono aspettare, la consegna è per fine settimana. Apro la mail, scarico l’e-book. Inizio. Mi trovo davanti lo stile della tragedia, doppia: greca e contemporanea. Questa non è una recensione in LIBRIrtà, rubrica di questo blog del giovedì. È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro.
Due ore, per mandare al diavolo i precedenti dello stesso autore, che, attenzione a me son piaciuti e pure tanto. Cosa fare o non fare. Chiamo Patrizio, esordisco cosi:«Zito». Mi chiede se lo voglio leggere, «L’ho appena finito, sono sotto shock», è forte mi dice, lo so, replico. 129 pagg. di ciò che accade, costantemente.  Lo saluto, mi saluta.
Parole, stupide e ignoranti quelle della derattizzazione annunciata da uno dei protagonisti di una tragedia (una su tante, non nel libro, ma nel reale, in Italia, come altrove). L’autore è chiaro e diretto, riprende usi e modus dicendi che non possono passare inosservati, che sono spinta all’esame di coscienza, a ricordare che le parole sono importanti. Le azioni ancora di più. Si spalancano porticati a emozioni, cariche di rabbia.  Si leggono fittizi perbenismi, costanti, ogni giorno, a non poterne più, sempre la stessa cosa.
Come l’uomo, maturo si direbbe, con i figli a casa, la moglie pure, la famiglia modello può dopo aver giocato a calcetto con un gruppo di amici e per concludere in bellezza dimentica quanto indegno è l’odio, la stupidità. Che ti trovi in un casino, che hai edificato, distruggendo, ambienti, uomini, bimbi… bimba.
Certo chi non ha paura in una città a camminare vicino le stazioni, luoghi per persone che non hanno nulla e cercano riparo per riposarsi. Dormono a terra, impauriti. Le stazioni, anche luoghi di spaccio. Spaccio? Lo spaccio è anche accanto la porta di casa, altro che minchiate! E l’indomani, la notizia, un campo rom incendiato, una bimba è in coma.
“Certo che dispiacere, se non sono stati loro stessi, ma chi? ma come chi? I rom, gli immigrati. Le loro guerriglie interne. La loro disperazione. Meglio così, respirano la nostra aria, calpestato le nostre strade. Ci hanno tolto il lavoro, ci hanno tolto il lavoro, lavorano loro ovunque. Ci hanno tolto il lavoro!”
Certo magari un pò sfruttati, ma fa bene il governo/stato [lo scrivo in minuscolo che rende merito nella merda in cui siamo almeno da 40 anni], prima veniamo noi, senza lavoro, perché ce lo hanno tolto. Ci hanno tolto il lavoro.
No, non è così, è lo stato (sempre minuscolo), toglie tutto. Un commerciante apre una attività e il 47% lo deve versare allo stato (ter minuscolo), e un’altra percentuale la deve versare ai tronfi della spocchiosità malavitosa, il pizzo signori, il pizzo! Non possono, ne riescono a mantenere lavoratori, non rimane nulla a loro. Allora andiamo sugli immigrati.
Non tutti però sono così, c’è chi li mette in regola, gli fa realizzare il sogno di un, leibnizianamente, mondo migliore. C’è il ristoratore, che lo assume come lavapiatti, frattanto l’immigrato apprende guardando lo chef, poi lo chef va via, e il ristoratore scommette su di lui, e gli aumenta la paga, quella dello chef, per lui, che italiano non è, che è educato, che apprende la lingua, che sorride. Ma non va bene. Perché?
Ma cazzo chissà che ci fa mangiare sto tunisino. Poi mangi, rimani sorpreso e felice, «Voglio conoscere lo chef», glielo presentano, chi rimane fermo e recita un tipico “complimenti”, chi si alza dalla sedia, abbraccia lo chef e il ristoratore. Clienti che vanno, clienti che torneranno sempre.
La paura, e il senso di colpa, una bambina è in coma, il campo bruciato. La moglie al rientro del marito gli chiede perché è pensieroso, «avete perso, perdete sempre». Hanno perso un’altra occasione per farsi fuori loro. Canaglie.
Ancora se ne parla, quella bambina è in coma, poveretta, ti rendi conto cosa fanno questi? Vengono qui e litigano fra loro e si uccidono fra loro. Sarebbe bene usare le ruspe, così vanno a casa loro, e queste cose le fanno a casa loro. Gliele racconteranno ai propri figli e ai figli di chi ha incendiato il campo roma: i roma stessi. La loro mente è obnubilata.
Il mistero della pagina 67 di Uno di noi  di Daniele Zito, pubblicato per Miraggi Edizioni, è la pagina seguente, pagina 68. Tutto sta li e non hai più voglia di scrivere, recensire, attenerti a forme del linguaggio, non vuoi far nulla. La riporti, come dato di angoscia quotidianamente.
La riporto.
Una bambina è una creatura lieve, corpuscolare
dalla consistenza impalpabile
il dolore
porto le sue uova in corpo
le nutro col mio calore
 
in una sola covata
sono riuscita ad alimentare
anche sei o sette dolori differenti
li ho portati tutti alla schiusa
come una madre renitente
 
col tempo però i dolori sono morti
me ne è rimasto soltanto uno
il più forte
quello più tenace
 
L’onesto contribuente si azzarda a pensare che magari fa un favore a loro stessi, le ruspe, cosi se ne vanno e non succedono più tragedie come queste.
Nella mia mente, l’immagine del funerale, i dolore, dentro. Uno di noi, è quello che ognuno di noi ha, l’odio, hai voglia di psicoterapia per togliere quanto inutile è la creatura di Dio, eppur ci credo. L’ignoranza genera. L’odio lo erediti. Ti vuoi vendicare, perché vuoi il mondo migliore, o quello che ti aspettavi.
Alla scuola rimane il compito di far capire che non possono esistere posizioni politiche che migliorino il mondo, alla scuola, di far capire quale posizione politica può migliorarlo, alla scuola il compito di spiegare che aria, sangue, cellule e atomi, possono diversificarsi per condizioni ambientali, ma che hanno tutti una matrice.
Nella forma della tragedia greca Daniele Zito ha scritto questo libro, nei cori amplifica il tormento che almeno io ho provato. E ho sfanculato dai pensieri la domanda, che spesso mi son fatto, su quella breve ma intensa sofferenza di quel non capire cosa accadde tra me e Daniele Zito, me lo ha detto, non lo dirò. Ma oggi sono sereno.
La prima nazionale di “Uno di noi” si terrà all’interno di  “Etnabook -Festival internazionale del libro e della cultura”, giovedì 19 settembre alle ore 19:30 presso la Legatoria Prampolini, in Via Vittorio Emanuele II, 333, Catania.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Angelo Orlando Meloni – Santi, poeti e commissari tecnici
Estate, mare, sole cocente, spiagge, tatuaggi ritraenti la lupa capitolina o il suo gladiatore Francesco Totti. È così l’estate in Italia, è calcio, bidonate, balle e calciomercato.
Nella lontana estate del 1983, nel decennio che ancora una volta vedeva dominare nel campionato più brutto del mondo, l’altra squadra di Torino, quella che nel 2006 fu spedita dal procuratore Palazzi in serie C2 con meno 30 punti di penalizzazione, che però patteggiò e allora finì in serie B, si ricorda l’approdo a Udine di un fenomeno brasiliano: Zico. Miracolo? No!
Dieci anni dopo, nel 1993, alla Reggiana approda il fuoriclasse Paolo Futre. Altro miracolo? No! Semplicemente il sudore di chi adotta una squadra di una città che per una volta nella propria storia può vantare di aver avuto un fuoriclasse, così come invece nell’impero dei potenti sono cose all’ordine del giorno… e del broglio!
Si ricorda sempre di quella stagione calcistica 1982-83, che l’altra squadra di Torino, dopo una serie di furti nelle stagioni precedenti, ma anche nelle successive, ai danni di Roma e Fiorentina, Torino e Inter, nonostante dominasse, lo scudetto lo perse a favore di una spettacolare Roma, messa in piedi dall’ing. Dino Viola, toscano di Terrarossa, in provincia di Massa-Carrara, ma innamorato di Roma e della Roma, fino a comperarla, nonostante non poteva competere con i giganti del nord, portarla alla vittoria del secondo titolo nazionale, e nella stagione successiva quando si qualificava per giocare la Coppa dei Campioni la sola compagine che vinceva il campionato del proprio paese, addirittura portarla – nuovamente – in finale, contro il Liverpool del pagliaccio Grobbelaar.
E ancora. Della stagione 2006-2007, invece, si ricordano la sconfitta dell’altra squadra ti Torino, contro lo Spezia (in casa), il pareggio contro l’Albinoleffe (in casa), due sconfitte a Mantova, contro il Mantova e in campo neutro contro il Brescia, e altre straordinarie partite che hanno reso onore a quella che fu la stagione del campionato di calcio di serie B più bella del mondo. Si ricorda anche la sconcertante scelta della lega di mettere un trofeo per chi vincesse il campionato di Serie B, e altra sconcertante scelta del mito delle figurine Panini, che per la prima volta nella loro storia curarono le pagine della cadetteia come quelle della serie A, cioè con la icone adesive dei giuocatori nel formato che li riprendeva individualmente per foto e non a coppia, come sempre era stato e come tornò ad essere dalla stagione 2007-2008.
Ho deciso di aprire con il cappello, forse un pò troppo lungo, appena letto, per raccontarvi un libro che avevo nel cassetto da un mese e che per vicende personalissime non ho potuto leggere prima. L’autore è nato a Catania come me, ma sin da subito trapiantato a Siracusa. Di professione libraio e scrittore e ha un nome per 2/3 che ricorda il proletario della vittoria della COPPA U.E.F.A. dell’Inter, nella stagione 1993/94: ecco che chi salì sul tetto d’Europa con la compagine meneghina si chiamava, e chiama ancora, Angelo Orlando (Marco Civoli diceva sempre la provenienza quasi fosse tutto unito: AngeloOrlandoDiSanCataldo: “il gregario proletario”), mentre l’autore del libro ha un terzo in più dato che si chiama Angelo Orlando Meloni e per la torinese Miraggi edizioni, ha pubblicato nel maggio scorso “Santi, poeti e commissari tecnici”.
 
Il libro, articolato in sette racconti a leggerlo è esilarante e molto scorrevole, specie l’ouverture col primo racconto che s’intitola così come il libro, per procedere verso gli altri, in una lettura sempre scorrevole, ma che pian piano spinge ad una acuta riflessione: ma questo calcio, questo sport che in Italia è una religione, perché non riesce a fermare conflitti mondiali, o semplici campanilismi come quello tra le squadre delle città siciliane? E addirittura li alimenta questi conflitti?
Si dia il caso di una Santa di una cittadina, più un paese, diviso in due frazioni, montagna e mare, che ha due squadre di calcio: Vezze sul mare che ha sempre partecipato all’ultima categoria del calcio italiano, dove non si può provare nemmeno l’emozione deludente della retrocessione, dato che ha sempre perso tutte le partite dal giorno della sua fondazione pertanto ha sempre chiuso il campionato in ultima posizione e l’altra, Vezze Marina, che invece ha conquistato anche palcoscenici di livello, vincendo campionati a ridosso del professionismo vero e proprio.
Se del calcio nostrano siamo abituati sistematicamente ogni estate a sapere di brogli, con relative penalizzazioni che se i brogli, anche nolontariamente li ha fatti ad esempio  il Calcio Catania, nel 1993 fu cancellato dal calcio che conta, la serie C, perché il Presidente Massimino, pagò con due giorni di ritardo l’iscrizione al campionato successivo (in verità, le banche di sabato non lavoravano e non si risolse mai il mistero di come accadde che quei soldi bonificati giunsero il lunedì successivo la scadenza); mentre se i brogli li fa una qualunque altra squadra di calcio, ma brogli veri e premeditatamente, si risolve tutto con piccole penalizzazioni (ricordo ad esempio il Milan in quel 2006, quando l’altra squadra di Torino fu graziata con la retrocessione in serie B, che fece brogli gravi, ma gli diedero 30 punti di penalizzazione e rimase in serie A)… dunque, non siamo abituati invece a miracoli veri e propri, se non per chi li acquista questi miracoli.
Ciò per porre in auge con quanta ironia, l’autore, forse in preda ad una luciferina illuminazione, decide di sovvertire la storia di quel centro, Vezze, a favore degli sfigati di una vita: come fa? Con il broglio meno inquisitorio che possa esistere, nonché quello ai quali molti credono e altrettanti sono diffidenti: il miracolo. Ci sono preti di mezzo, presidenti/allenatori/magazzinieri/tuttofare insomma, che non capiscono perché il parrocchiano di Vezze sul Mare, dà le indicazioni il giorno prima delle partite al tetra-mister, sicché giornata dopo giornata, Vezze sul Mare, si ritrova a lottare per vincere il campionato. Come? Vi dico qui per grazia della intercessione della Santa votiva, ma vi invito a leggere il racconto (Miraggi lo ha fatto anche in e-pub pertanto comodamente acquistabile da casa, subito, ora, adesso!), per capir meglio e interrogarsi: il miracolo può essere un broglio? Dilemma al quale non ho saputo rispondere.
Ma non è solo questo “Santi, poeti e commissari tecnici”. Vi sono due racconti che mi hanno lacerato profondamente, forse per deformazione professionale, forse perché vivo la gioia, per gli altri, dell’esistere come una punizione dalla quale non riesco a sfuggire.
 
“Ode al perfetto imbecille” e “Perché no?” sono due racconti, strazianti, che solo la penna illuminata di Angelo Orlando Meloni da Catania e residente a Siracusa, di professione genio,  che mettono in luce ciò che quotidianamente combatto, lo scrivevo prima sotto mentite spoglie, e per – nuovamente – deformazione professionale e per impulso di democraticità.
Ode al perfetto imbecille
Un uomo che ha tanti tic, viene etichettato come “l’uomo dei tic”, ha un figliolo che è un fenomeno calcistico, che per quelle sconcerie che esistono nel calcio, miscelate a sconcerie da malfattori che nel calcio investono e ci sono, non gioca sempre, perché a giocare deve essere il pur bravo, ma sempre, figlio dell’avvocato che cura gli interessi del presidente. È anche vero che l’avvocato padre del bravo calciatore, figlio della borghesia, è un uomo mite, dominato da una moglie carica di pregiudizi.
 L’autore non inventa balle, ma dice ciò che accade realmente e frattanto che leggi, ti pieghi in due dalle risate, e ti rialzi col pianto della commozione e del dolore: perché se un ragazzino ha il papà che è brutto e tanti tic deve essere emarginato e considerato un malato con disagi psichici? Perché è così che va il mondo, e basta. Nasci con etichette e se commetti un errore, magari getti la carta del finestrino dell’auto una sola volta in tutta la tua vita, sarai sempre il malato figlio dell’impiegato al comune, di cui tutti si prendevano gioco e allora vieni messo alla gogna; se invece stupri, picchi, insomma sei un bastardo di animo e lo sei in abbondanza della, ad es., Catania bene (fatti realmente accaduti n.d.r), in certo qual modo ci si impegna a ricordare che sono magari errori di ragazzi, trascinati dalle cattive compagnie.
Perché no?
Quanto siamo bravi a saper essere sportivi in un rettangolo di gioco? Forse rimangono fuori da questa domanda, Astutillo Malgioglio, Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco, una specie di frati missionari che hanno vestito, manco a farlo, tutti e tre la tonaca giallorossa della Roma; il resto dal contemporaneo Bonucci, all’addomesticato in casa dell’altra squadra di Torino, Pasquale Bruno (un serial killer), anche se poi capì, indossando le casacche di Fiorentina o Torino (in quest’ultima ancora qualche danno lo fece, come le 8 giornate di squalifica che si beccò, perché voleva picchiare un arbitro), al camerata dichiaratamente fascista (tra saluti e tatuggi) Paolo Di Canio, anche se è vero ricordare più di un gesto sportivo: quando militava con il West Ham fermò il gioco, nel momento in cui poteva andare a rete con tranquillità perché un avversario era a terra. E vi ho rifilato questa piccola papella per dirvi del racconto dal titolo Perché no?. Beh, c’entra la città di Catania, c’entra una vendetta che un uomo/calciatore per bene covò negli anni, fino a cercare il suo avversario che gli interruppe la carriera per poi… e lì sta il bello, signori che magia questo autore. Certo non sto qui a raccontarvelo.
Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna. Il sorriso, e anche le risate sono garantite, gli spunti di riflessioni… ancora di più: pagina dopo pagina, dove incontrerete storie di illustri sconosciuti che approdano ad allenare il Siracusa in serie B (per un attimo ho pensato ad Adriano Cadregari),  e contro il parere della piazza, manda al diavolo un brocco e che fa? Finale shock… perché aveva ricevuto una notizia che lo shokkò! Da leggere in vacanza o a farne uno studio approfondito in qualunque periodo dell’anno. Bravo a questo autore, bravo davvero.
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