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SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Angelo Orlando Meloni – Santi, poeti e commissari tecnici
Estate, mare, sole cocente, spiagge, tatuaggi ritraenti la lupa capitolina o il suo gladiatore Francesco Totti. È così l’estate in Italia, è calcio, bidonate, balle e calciomercato.
Nella lontana estate del 1983, nel decennio che ancora una volta vedeva dominare nel campionato più brutto del mondo, l’altra squadra di Torino, quella che nel 2006 fu spedita dal procuratore Palazzi in serie C2 con meno 30 punti di penalizzazione, che però patteggiò e allora finì in serie B, si ricorda l’approdo a Udine di un fenomeno brasiliano: Zico. Miracolo? No!
Dieci anni dopo, nel 1993, alla Reggiana approda il fuoriclasse Paolo Futre. Altro miracolo? No! Semplicemente il sudore di chi adotta una squadra di una città che per una volta nella propria storia può vantare di aver avuto un fuoriclasse, così come invece nell’impero dei potenti sono cose all’ordine del giorno… e del broglio!
Si ricorda sempre di quella stagione calcistica 1982-83, che l’altra squadra di Torino, dopo una serie di furti nelle stagioni precedenti, ma anche nelle successive, ai danni di Roma e Fiorentina, Torino e Inter, nonostante dominasse, lo scudetto lo perse a favore di una spettacolare Roma, messa in piedi dall’ing. Dino Viola, toscano di Terrarossa, in provincia di Massa-Carrara, ma innamorato di Roma e della Roma, fino a comperarla, nonostante non poteva competere con i giganti del nord, portarla alla vittoria del secondo titolo nazionale, e nella stagione successiva quando si qualificava per giocare la Coppa dei Campioni la sola compagine che vinceva il campionato del proprio paese, addirittura portarla – nuovamente – in finale, contro il Liverpool del pagliaccio Grobbelaar.
E ancora. Della stagione 2006-2007, invece, si ricordano la sconfitta dell’altra squadra ti Torino, contro lo Spezia (in casa), il pareggio contro l’Albinoleffe (in casa), due sconfitte a Mantova, contro il Mantova e in campo neutro contro il Brescia, e altre straordinarie partite che hanno reso onore a quella che fu la stagione del campionato di calcio di serie B più bella del mondo. Si ricorda anche la sconcertante scelta della lega di mettere un trofeo per chi vincesse il campionato di Serie B, e altra sconcertante scelta del mito delle figurine Panini, che per la prima volta nella loro storia curarono le pagine della cadetteia come quelle della serie A, cioè con la icone adesive dei giuocatori nel formato che li riprendeva individualmente per foto e non a coppia, come sempre era stato e come tornò ad essere dalla stagione 2007-2008.
Ho deciso di aprire con il cappello, forse un pò troppo lungo, appena letto, per raccontarvi un libro che avevo nel cassetto da un mese e che per vicende personalissime non ho potuto leggere prima. L’autore è nato a Catania come me, ma sin da subito trapiantato a Siracusa. Di professione libraio e scrittore e ha un nome per 2/3 che ricorda il proletario della vittoria della COPPA U.E.F.A. dell’Inter, nella stagione 1993/94: ecco che chi salì sul tetto d’Europa con la compagine meneghina si chiamava, e chiama ancora, Angelo Orlando (Marco Civoli diceva sempre la provenienza quasi fosse tutto unito: AngeloOrlandoDiSanCataldo: “il gregario proletario”), mentre l’autore del libro ha un terzo in più dato che si chiama Angelo Orlando Meloni e per la torinese Miraggi edizioni, ha pubblicato nel maggio scorso “Santi, poeti e commissari tecnici”.
 
Il libro, articolato in sette racconti a leggerlo è esilarante e molto scorrevole, specie l’ouverture col primo racconto che s’intitola così come il libro, per procedere verso gli altri, in una lettura sempre scorrevole, ma che pian piano spinge ad una acuta riflessione: ma questo calcio, questo sport che in Italia è una religione, perché non riesce a fermare conflitti mondiali, o semplici campanilismi come quello tra le squadre delle città siciliane? E addirittura li alimenta questi conflitti?
Si dia il caso di una Santa di una cittadina, più un paese, diviso in due frazioni, montagna e mare, che ha due squadre di calcio: Vezze sul mare che ha sempre partecipato all’ultima categoria del calcio italiano, dove non si può provare nemmeno l’emozione deludente della retrocessione, dato che ha sempre perso tutte le partite dal giorno della sua fondazione pertanto ha sempre chiuso il campionato in ultima posizione e l’altra, Vezze Marina, che invece ha conquistato anche palcoscenici di livello, vincendo campionati a ridosso del professionismo vero e proprio.
Se del calcio nostrano siamo abituati sistematicamente ogni estate a sapere di brogli, con relative penalizzazioni che se i brogli, anche nolontariamente li ha fatti ad esempio  il Calcio Catania, nel 1993 fu cancellato dal calcio che conta, la serie C, perché il Presidente Massimino, pagò con due giorni di ritardo l’iscrizione al campionato successivo (in verità, le banche di sabato non lavoravano e non si risolse mai il mistero di come accadde che quei soldi bonificati giunsero il lunedì successivo la scadenza); mentre se i brogli li fa una qualunque altra squadra di calcio, ma brogli veri e premeditatamente, si risolve tutto con piccole penalizzazioni (ricordo ad esempio il Milan in quel 2006, quando l’altra squadra di Torino fu graziata con la retrocessione in serie B, che fece brogli gravi, ma gli diedero 30 punti di penalizzazione e rimase in serie A)… dunque, non siamo abituati invece a miracoli veri e propri, se non per chi li acquista questi miracoli.
Ciò per porre in auge con quanta ironia, l’autore, forse in preda ad una luciferina illuminazione, decide di sovvertire la storia di quel centro, Vezze, a favore degli sfigati di una vita: come fa? Con il broglio meno inquisitorio che possa esistere, nonché quello ai quali molti credono e altrettanti sono diffidenti: il miracolo. Ci sono preti di mezzo, presidenti/allenatori/magazzinieri/tuttofare insomma, che non capiscono perché il parrocchiano di Vezze sul Mare, dà le indicazioni il giorno prima delle partite al tetra-mister, sicché giornata dopo giornata, Vezze sul Mare, si ritrova a lottare per vincere il campionato. Come? Vi dico qui per grazia della intercessione della Santa votiva, ma vi invito a leggere il racconto (Miraggi lo ha fatto anche in e-pub pertanto comodamente acquistabile da casa, subito, ora, adesso!), per capir meglio e interrogarsi: il miracolo può essere un broglio? Dilemma al quale non ho saputo rispondere.
Ma non è solo questo “Santi, poeti e commissari tecnici”. Vi sono due racconti che mi hanno lacerato profondamente, forse per deformazione professionale, forse perché vivo la gioia, per gli altri, dell’esistere come una punizione dalla quale non riesco a sfuggire.
 
“Ode al perfetto imbecille” e “Perché no?” sono due racconti, strazianti, che solo la penna illuminata di Angelo Orlando Meloni da Catania e residente a Siracusa, di professione genio,  che mettono in luce ciò che quotidianamente combatto, lo scrivevo prima sotto mentite spoglie, e per – nuovamente – deformazione professionale e per impulso di democraticità.
Ode al perfetto imbecille
Un uomo che ha tanti tic, viene etichettato come “l’uomo dei tic”, ha un figliolo che è un fenomeno calcistico, che per quelle sconcerie che esistono nel calcio, miscelate a sconcerie da malfattori che nel calcio investono e ci sono, non gioca sempre, perché a giocare deve essere il pur bravo, ma sempre, figlio dell’avvocato che cura gli interessi del presidente. È anche vero che l’avvocato padre del bravo calciatore, figlio della borghesia, è un uomo mite, dominato da una moglie carica di pregiudizi.
 L’autore non inventa balle, ma dice ciò che accade realmente e frattanto che leggi, ti pieghi in due dalle risate, e ti rialzi col pianto della commozione e del dolore: perché se un ragazzino ha il papà che è brutto e tanti tic deve essere emarginato e considerato un malato con disagi psichici? Perché è così che va il mondo, e basta. Nasci con etichette e se commetti un errore, magari getti la carta del finestrino dell’auto una sola volta in tutta la tua vita, sarai sempre il malato figlio dell’impiegato al comune, di cui tutti si prendevano gioco e allora vieni messo alla gogna; se invece stupri, picchi, insomma sei un bastardo di animo e lo sei in abbondanza della, ad es., Catania bene (fatti realmente accaduti n.d.r), in certo qual modo ci si impegna a ricordare che sono magari errori di ragazzi, trascinati dalle cattive compagnie.
Perché no?
Quanto siamo bravi a saper essere sportivi in un rettangolo di gioco? Forse rimangono fuori da questa domanda, Astutillo Malgioglio, Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco, una specie di frati missionari che hanno vestito, manco a farlo, tutti e tre la tonaca giallorossa della Roma; il resto dal contemporaneo Bonucci, all’addomesticato in casa dell’altra squadra di Torino, Pasquale Bruno (un serial killer), anche se poi capì, indossando le casacche di Fiorentina o Torino (in quest’ultima ancora qualche danno lo fece, come le 8 giornate di squalifica che si beccò, perché voleva picchiare un arbitro), al camerata dichiaratamente fascista (tra saluti e tatuggi) Paolo Di Canio, anche se è vero ricordare più di un gesto sportivo: quando militava con il West Ham fermò il gioco, nel momento in cui poteva andare a rete con tranquillità perché un avversario era a terra. E vi ho rifilato questa piccola papella per dirvi del racconto dal titolo Perché no?. Beh, c’entra la città di Catania, c’entra una vendetta che un uomo/calciatore per bene covò negli anni, fino a cercare il suo avversario che gli interruppe la carriera per poi… e lì sta il bello, signori che magia questo autore. Certo non sto qui a raccontarvelo.
Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna. Il sorriso, e anche le risate sono garantite, gli spunti di riflessioni… ancora di più: pagina dopo pagina, dove incontrerete storie di illustri sconosciuti che approdano ad allenare il Siracusa in serie B (per un attimo ho pensato ad Adriano Cadregari),  e contro il parere della piazza, manda al diavolo un brocco e che fa? Finale shock… perché aveva ricevuto una notizia che lo shokkò! Da leggere in vacanza o a farne uno studio approfondito in qualunque periodo dell’anno. Bravo a questo autore, bravo davvero.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
AUTOSTOP PER LA NOTTE di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – intervista di Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

AUTOSTOP PER LA NOTTE di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – intervista di Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

L’autostop di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – L’intervista

L’autore pubblicato da Miraggi edizioni, da un anno è sempre sul pezzo col suo romanzo

Chi ha scritto Autostop per la notte l’ho incontrato alla XXXII edizione del Salone Internazionale del libro di Torino. Piemontese di Piossasco (To), che però vive lontano dalla sua amata terra, è uno degli emergenti più noto al pubblico italiano.

Con Autostop per la notte, pubblicato da Miraggi edizioniMassimo Anania, firma il testamento del cambiamento che mai avviene, e delle volte è pure gradevole, anche se ti scarica in problemi legali. Libro interessante, che spiega il successo itinerante da oltre un anno.

La vicenda narra di uno studente universitario che fa autostop per raggiungere gli amici in centro a Torino. Chi lo carica, lo trascinerà con sé a un festino al quale partecipa la Torino bene. Droga, gioco, donne belle e facili. Lo studente si apparterà con una di queste e nel momento dell’apice dell’erotismo… scopre essere un travestito. I due litigano, perché il ragazzo non si sente di aver rapporto con un trans. Vi è uno snodo: il ragazzo fugge scoprendo di essere vittima di una raggiro in cui è implicato un pericoloso personaggio. Chiederà aiuto ad un amico, parecchio ambiguo, ma molto affidabile. Fino ad un colpo di scena che spiega il successo di questo bravissimo autore sul quale ha puntato Miraggi edizioni.

 

Il tuo successo non annunciato, lo è però diventato: è anche il tuo esordio?

«Autostop per la notte è il mio esordio letterario in assoluto. Ho collaborato per una decina di anni con un quotidiano della provincia di Belluno e con alcuni periodici di genere e diffusione, ma il romanzo pubblicato per Miraggi è il mio debutto assoluto».

 

 

 

(In foto Massimo Anania)

Miraggi edizioni, 10 anni di editoria indipendente, lanciatasi nel firmamento, come sei arrivato a questa straordinaria realtà?

«Un giorno una mia amica mi disse di leggere un libro, che mi prestò- Era rivestito di carta da pacchi e con un disegno stilizzato e un buco attraverso il quale si intravedeva la copertina reale. Il libro era molto bello, con una struttura non facile e con immagini potenti. Quel libro era “Cacciatori di frodo” di Alessandro Cinquegrani e quel giorno ho desiderato propormi a Miraggi. Dopo aver inviato il testo, dopo un anno e mezzo mi sono ritrovato nelle librerie, a conferma dell’onestà intellettuale di questa realtà italiana».

 

Come spiegheresti in poche parole il tema del romanzo?

«Autostop per la notte è una sguardo alla società, da un angolazione diversa. Un ragazzo ancora troppo ingenuo per la sua età, la sua voglia di vita e di trasgressione si scontrano con individui poco puliti e pronti a fregare il prossimo nel nome del dio denaro».

 

Cosa ti ha spinto a scrivere di questo tema e perché e per chi lo hai scritto?

«Scrivo per quell’esigenza spietata di raccontare una storia, inventare, creare luoghi, personaggi e azioni. Credo che creare qualcosa sia una delle più grandi soddisfazioni della vita, c’è qualcosa di divino nel creare, è come se l’essenza divina si mescolasse all’uomo.
Non mi chiedo mai chi leggerà i miei libri. Voglio scrivere ciò che sento e trattare gli argomenti che preferisco. In questo momento mi attira la parte oscura dell’individuo e finisco per descrivere situazioni al limite e pensare cose non sempre condivisibili. Ognuno di noi ha qualcosa da nascondere: una paura, una debolezza, un difetto, un vizio o un fatto da non raccontare e sono queste le cose che mi attraggono e i meccanismi psichici che li governano».

 

 

(In foto la cover della copertina del libro)

Le candidature a premi importanti ti hanno emozionato? Hai sperato di uscirne vittorioso?

«Le candidature fanno piacere ma non pensavo di vincere e non me ne sono preoccupato. Le cose più belle sono arrivate dai lettori. Molti mi hanno scritto in privato per darmi le loro impressioni, qualcuno mi ha mandato una sua foto con il libro. Poi sono arrivate tante segnalazioni e tante recensioni da lettori che curano o collaborano con siti che trattano libri e gruppi di lettura».

La tecnica, la struttura, anche questa è stata una bella novità…

«Sicuramente il ritmo del libro ha molto colpito il lettore. Volevo che questo libro fosse veloce dall’inizio alla fine. Desideravo che il lettore non smettesse di leggerlo ed arrivasse alla fine. Il romanzo è scritto in seconda persona e questa è la caratteristica che più ha incuriosito. Mi piace scrivere così e lo farò ancora. Nel corso della narrazione ho inserito diversi flussi di coscienza scritti in prima persona per portare il lettore direttamente nella testa del protagonista con un cambio improvviso. Credo che sia l’unico romanzo che finisce senza il punto».

Anche una flou chart è stata la sorpresa…

«Sì, alla fine della narrazione c’è un capitolo intitolato Se fosse un film, che contiene la colonna sonora del libro. Un brano per ogni capitolo, selezionato da Walter Moroni. E ancora, nella versione e-book e dopo la prima ristampa, sono stati inseriti alcuni disegni tra un capitolo e l’altro. Questi sono di Luca Ferrari batterista dei Verdena, Fabrizio Berti, Sharon Colli, Michela Roffaré, Farbod Ahmadwand e mio figlio Samuele. E tengo a ringraziare anche Eric Lot, che è l’autore delle foto di copertina».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

L’autostop di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – L’intervista

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Saper di riuscire, di essere nel firmamento, quello più platinato, perché in quello dorato ci si è approdati subito. La determinazione, la stilistica, la gentilezza, la caparbietà. Tutto questo non è vanto, ma purezza, comprensione di se stessi, rimandi ai momenti delle proprie ere, mandare al diavolo passaggi, vissuti storici, non per esorcizzarli alla maniera della scomparsa, ma per metabolizzarli in quella che Veronica Tomassini, ha definito «il mio romanzo, in toto, più siciliano». La madre di tutti i riposi indotti e itineranti, ma non letali (per molti si, però), dove quel culmine della disperazione di cioraniana memoria, svetta sull’abilità dell’accettare la vita, sino a rivoltarla, riconoscendo, senza vanità, né vanto, la propria capacità di esser-ci, proprio quello della gettatezza: il desain di Heidegger. E la crudezza, nel narrare senza finzione letteraria, un romanzo storico, sempre vivo e attuale. Questo è Mazzarrona: il ritorno, coi botti, negli scaffali libreschi di Veronica Tomassini, pubblicato per Miraggi Edizioni.

La prova d’autrice l’aveva dimostrata all’esordio, un decennio fa, con Sangue Cane, ma i riconoscimenti arrivavano solo dai lettori più attenti, non necessariamente di nicchia. Un premio, poi un altro e ancora altri: niente! Poi ancora, la Sicilia come sfondo, in quasi tutti i romanzi a seguire, ma non assoluta. Certezza dicevamo: «So di averlo il talento, potrei farcela. Una meta posso raggiungerla». A Febbraio esce ufficialmente Mazzarrona. Due giorni i media nazionali e di genere danno la notizia: “Veronica Tomassini è candidata al Premio Strega 2019”.

Il riconoscere nella propria ‘penna’, che non rimane l’oggetto che usiamo per firmare ma che è la liaison del ripercorrere l’esistenza intera di una esplosione di pensieri a decorrere dalla propria vita, dalle proprie esperienze, dall’eroina rammentata e raccontata con occhi e voce esterni da una adolescente, in uno spaccato di un quartiere, che seppur bonificato, non perde la sua essenza, per i brontosauri che «tengono affamata la bestia», perché è così che conviene… ecco che quel riconoscere a se stessi il rischio di farsi male o finire male, è meritevole di lodi, anche quando Veronica ha dichiarato di essere «forse arrabbiata, perché ho talento e so di esserci».

La ‘penna’ è tutto: è schiettezza, è il non mandarle a dire, è altre certezze: «Solo chi mi vuole davvero bene: non sbaglia a chiamarmi per cognome, Tomassini e non Tommasini», che è quell’atteggiamento nella retorica della forma linguistica, un intercalare errato che rende chiaro il concetto di disimpegno, dove tutto deve essere facile o scandalosamente equipollente, tanto hai capito a chi mi riferiscoè la classica e inutile spiegazione.

Ma cerchiamo di saperne ancora di più, un pozzo senza fine di novità e sorprese questo libro subito candidato allo Strega, che sia la rivelazione? Lo sapremo. Presto.

Mazzarrona (quartiere), i tuoi 7 anni, che male ti ha fatto?
«Nessun male intenzionale (è un luogo destinato a evocazioni grevi, pesanti), ma fu un castigo, un passaggio della mia vita che mi ha stancato moltissimo, tolto tutte le forze, eppure oggi ogni crimine, ogni distrazione, ogni volgarità è diventata nobiltà, scrittura. A diciassette anni mi sembrava di essere già vecchia, di aver visto tutto, di aver compiuto il viaggio, averlo finito tra i tossici, in un deserto siciliano. Erano assurdamente germogli, e gli adolescenti, quella vita, la campagna e l’insulto che sottace la periferia, concepita come un’istigazione preconcetta al suicidio, traducevano piuttosto la metafora dei fiori carnosi, fiori che non muoiono mai, o erano simbolicamente l’aspidistra di Orwell, capace di sopravvivere a tutto, bene male, caldo freddo».


I
l tuo Mazzarrona (libro), ti ha restituito benessere grazie a quel “so di esserci, so di avere talento, so che posso farcela” che mi dichiarasti, attraverso la candidatura allo Strega?
«Sì, c’è questo riscatto, oggi, dopo tanti anni, imprevedibilmente, me lo auguro perlomeno. Il talento non è un mio merito, è un regalo di Dio, ne devo fare un uso giusto, onesto».

Tutte anteprime scaraventatasi con forza e adrenalinica violenza che scuote perché Mazzarrona che il 17 marzo finalmente sarà presentato a Catania presso la Libreria Prampolini in Via Vittorio Emanule 333, con la presentaizone dell’italianista Antonio Di Grado, doveva essere la prima anteprima nazionale, ma questioni di calamità naturale il 24 febbraio hanno costretto a rinviare il tutto) «esce ufficialmente in questi giorni di marzo, ci siamo già».


Patrizio Zurru, Fabio Mendolicchio e tutti quanti hanno lavorato e lavorano per questo libro, sono ‘energie’ che rinforzano il tuo talento?
«Se non avessi avuto un agente come Patrizio Zurru non sarei andata da nessuna parte, vale lo stesso per Fabio e il gruppo di Miraggi edizioni. Deve essere un lavoro di squadra, lo è stato difatti».

Lo continuerà ad essere per questa filantropica autrice che nella crudezza del suo romanzo, ha dato incipit per riprendersi ciò che si perde, o ciò che mai abbiamo pensato potessimo avere nostro.

Vivere II-III 14_03_19