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LA LUNA VIOLA – recensione di Salvatore Massimo Fazio sul magazine Paesi Etnei

LA LUNA VIOLA – recensione di Salvatore Massimo Fazio sul magazine Paesi Etnei

Esilarante quanto riflessivo, il nuovo romanzo del torinese, con radici parentali nel mascaluciese, Andrea Serra, sembra proprio bissare il successo di Frigorifero Mon Amour (Miraggi, Torino, 2018). Un legame importante quello con la terra siciliana, madre indiscussa degli albori filosofici (Lentini con Gorgia, Sgalambro e i sofisti, n.d.r.), per lo scrittore e filosofo che durante il lockdown e il grande rumoreggiare di piattaforme a presentare autori in streaming, ha battezzato la prima nazionale proprio nel nostro blog, cui questa pagina è la versione cartacea. Testamento per le figlie (non solo le sue), dalle quali nasce il nome del titolo, una si chiama Viola, l’altra Luna, Andrea Serra ripercorre la carriera di ometto al liceo annoiato da una disciplina che gli pareva non giovare a nulla. Un dì (di gioia, stupore e sputacchiate) la classe frequentata riceve la notizia che le lezioni della madre di tutte le scienze, non saranno più tenute dalla professoressa che della filosofia nulla faceva per farla amare ai suoi alunni, bensì da un supplente. Eccolo entrare per nulla imponente, col volto butterato un giovane che quando parlava emetteva lapilli di salivazione. Divertente in parte, con la sua serena e armoniosa dialettica, mista a quei missiletti che lanciava nolentemente, il giovane supplente, sbalordiva gli studenti con domande semplici per risalire a tesi e pensieri di filosofi col fine unico e indissolubile che la filosofia giovava a rendere libere le persone.

Da questo incipit la vita dell’autore/protagonista cambia. Dalla conoscenza della compagna, oggi moglie nonché madre della Luna di colore Viola, ai dialoghi con alcuni suoi amici, coi quali ad oggi mantiene strettissimi legami nonostante ve ne siano alcuni nati a.C., la vita di Andrea, ‘scivola a cunette’: chiede consiglio a Giordano (Bruno) su come si agisce in certi momenti, o si ubriaca con Søren (Kierkegaard) quelle volte che si incontrano e non tornano più a casa per l’ora di cena, perché si iniziano a bere nozioni di inquietudine per risalire allo svelamento che tutto può trovare una via, una strada ben oltre quella che si pensa di conoscere. Uno scrittore coltissimo che dell’ironia ha fatto la chiave del suo successo, facendo amare la filosofia per ciò che giova: essere liberi, senza calpestare l’altro.

DI SEGUITO L’ARTICOLO ORIGINALE:

ANDREA SERRA ospite a Etnabook, Festival Internazionale del libro e della Cultura

ANDREA SERRA ospite a Etnabook, Festival Internazionale del libro e della Cultura

Etnabook 2020 – Presentato oggi il programma e svelati i nomi delle sezioni ‘A ‘e ‘B – Enrico Morello’ del premio annesso “Cultura sotto il vulcano”

Il programma con gli ospiti

Venerdì 25 settembre, dove spicca anche un collegamento con Parigi con Giacomo Sartori a dialogare con Salvatore Massimo Fazio.

Ore 10.00-12:30 (Arcipelago delle storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per adulti

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Baret
Magarian, Le macchinazioni (Ensemble). Modera Antonio Ciravolo

Ore 11.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Raffaele Montesano, Il cratere Dostoevskij (Lekton Edizioni). Interviene l’editore Emanuela Anna Calì. Modera Simone Belvedere

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Marisa Fasanella, Il male in corpo (Castelvecchi).Modera Valentina Carmen Chisari

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Sala CCP): “Una scuola del fumetto in Sicilia: la
metamorfosi, da passione a opportunità lavorativa”, incontro a cura della Scuola del fumetto di Palermo

Ore 15:00-17:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per ragazzi

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura Auditorium Concetto Marchesi): Incontro con Luca Quarin, Di sangue e di ferro (Miraggi Edizioni). Dialoga con l’autore Daniele Zito

Ore 17.00 (Campus Athena): “Metamorfosi fumettose: inventiamo un personaggio!”. Incontro Etnakids – Fumetto Junior. A cura di Matilde Leonforte e della Scuola del Fumetto di Palermo

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Luca Vullo, L’Italia s’è gesta. Come parlare italiano senza parlare (Ultra). Modera Fernando Massimo Adonia

Ore 18.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): EVENTO SPECIALE,
video intervista esclusiva a Giacomo Sartori, Baco (Exorma). A cura di Salvatore Massimo Fazio

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Franco Di Guardo, I siciliani I dolci I Savoia. Dai fasti del Regno d’Italia all’avvento della Repubblica: una tradizione dolciaria viva che ancora oggi permane (Algra Editore). Modera Fabia Mustica

Ore 18.30 (Attimi Lounge Bar – Sant’Agata li Battiati): incontro con Andrea Serra, La luna viola (Miraggi). Modera Salvatore Massimo Fazio.

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): serata inaugurale con premiazione del Premio Letterario Etnabook – Cultura sotto il vulcano. Presentano: Ester Pantano e Paolo Maria Noseda

Sabato 26 settembre

Ore 09:00-11:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per ragazzi

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Sala CCP): incontro con Giorgia Landolfo, insegnante di Kundalini Yoga, “Medita, Scrivi, Trasformati”

Ore 11.00 (C.C. Katané): incontro con Gloriana Orlando, Un inconfessabile segreto (Algra Editore). Modera Lisa Bachis

Ore 12.00 (C.C. Katané): incontro Etnakids, “Color spots”. A cura di Matilde Leonforte

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Claudio Pelizzeni, In viaggio (Rizzoli – Illustrati). Modera Lucio Di Mauro

Ore 15:00-17:00 (Arcipelago delle Storie online): Scrivere di sé, Laboratorio per adulti

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): Catania Book Party, “Siamo tutti farfalle, la terra è la nostra crisalide”. A cura di Valentina Carmen Chisari

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Rosario Palazzolo, La vita schifa, (Arkadia Editore). Modera Luciano Modica

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Anna Giurickovic Dato, Il grande me, (Fazi Editore).Modera Lucio di Mauro

Ore 17.30 (CC Katanè, Libreria Mondadori): incontro con Sarah Donzuso, Da sempre e per sempre. Due amiche, un viaggio e un segreto, (Algra Editore). Modera Katia Scapellato

Ore 18.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro Etnakids, “Color spots”. A cura di Matilde Leonforte

Ore 18.00 (Salone Russo – CGIL Catania): “Insegnare la Storia, insegnare la cittadinanza”. Incontro con Salvatore Adorno(curatore) e Andrea Miccichè (autore), Pensare storicamente (Franco Angeli). Modera Rosa Maria Di Natale

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Costanza Di Quattro, Donnafugata (Baldini+Castoldi). Modera Mario Incudine

Ore 20.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Daniele Di Frangia (curatore) e Daniele Lo Porto (autore), Catanesi per sempre (Edizioni della Sera). Modera Francesca Calì. Al termine dell’incontro è prevista la consegna del Premio Etnabook a Daniele Lo Porto

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Sara Rattaro, La giusta distanza, (Sperling&Kupfer). Modera Paolo Maria Noseda

Domenica 27 settembre

Ore 10.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Giovanna Spitaleri, Il sole dentro me (Edizioni Lett. Il Tricheco); Salvatore Gazzara, Luce perenne (Edizioni Lett. Il Tricheco)

Ore 11.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Vera Ambra, Catania, alla scoperta della catanesità in forma di parole (Akkuaria Edizioni). Dialogano con l’autrice Daniele Lo Porto e Santino Mirabella

Ore 12.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Andrea Mauri, Contagiati, (Ensemble). Modera Simone Rausi

Ore 15.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): Catania Book Party, “Siamo tutti farfalle, la terra è la nostra crisalide”. A cura di Valentina Carmen Chisari

Ore 16.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Antonella Nocera, Metafisica del sottosuolo (Divergenze). Modera Marco Patrone

Ore 17.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Barbara Bellomo, Il libro dei sette sigilli (Salani).Modera Paolo Maria Noseda

Ore 18.30 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): incontro con Antonio Caprarica, La regina imperatrice (Sperling&Kupfer), interviene l’avv. Piero Lipera Modera Federica Duello. Al termine dell’incontro è prevista la consegna del Premio Etnabook ad Antonio Caprarica

Ore 20.00 (Palazzo della Cultura, Auditorium Concetto Marchesi): proiezione e premiazione della Sezione Booktrailer. Proclamazione dei vincitori e premiazione della sezione C del Premio Letterario Etnabook – Cultura sotto il vulcano

Ore 21.00 (Palazzo della Cultura, Corte): incontro con Dora Marchese, Nella terra di Iside. L’Egitto nell’immaginario letterario italiano (Carocci Editore). Dialogano con l’autrice Marilina Giaquinta e Maria Antonietta Ferraloro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/92083/etnabook-2020—presentato-oggi-il-programma-e-svelati-i-nomi-delle-sezioni-a-e-b—enrico-morello-del-premio-annesso-cultura-sotto-il-vulcano

LA LUNA VIOLA – recensione di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

LA LUNA VIOLA – recensione di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

Un testamento filosofico con linguaggio chiaro e divertente

«Un supplente di filosofia stravolse l’idea che avevo sulla materia». Così esordisce Andrea Serra dialogando sulla nuova tesi filosofica della Luna Viola, che dà il titolo al suo secondo romanzo. «Ci chiese perché dovevamo studiare filosofia. Diverse furono le risposte, ma tutte sbagliate. Ci disse che l’unico modo di evitare la carcerazione era la filosofia, perché è grazie al sapere che l’uomo è libero».

Nel romanzo, già in ristampa, e che è anche testamento per le figliole che si chiamano come la locuzione che forma il titolo, uscito per Miraggi il 16 giugno, Serra narra la filosofia con un linguaggio chiaro e divertente. La filosofia non ha da rimanere rinchiusa e sepolta nei libri scolastici e possibilmente anche nelle teste di quattro idioti, che acquistata una laurea trascorrono il tempo a idolatrare il loro docente di turno. La filosofia: «è viva e pulsante nei dubbi e nelle vertigini della nostra quotidianità» dice Andrea Serra, autore dell’estate 2020 et prosegui: incrocia e dialoga con sette suoi amici cari, quali Socrate, Nietzsche, Giordano Bruno et alii. Persone fidate, che già dal primo pulpito di una relazione, lo sosterranno fino a mettere su famiglia con la consorte, che dichiara non capirne nulla di filosofia. Lì il mistero: siamo certi di non sapere nulla quando il sostantivo della madre di tutte le scienze ci viene posto? Sappiamo, solo che non lo riconosciamo e la causa è di quegl’idioti di cui prima che solo anagraficamente hanno 35 anni, snobisti tutelati da congreghe di cognomi di abusanti: impostori che dialogano su Dio, puntando il dito contro chi non gli va a genio in quell’istante. A salvarci? Lei, la tesi della filosofia della Luna Viola.

QUI L’ARTICOLO:

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

Il dolore nella propria storia

“Di sangue e di ferro” di Luca Quarin affronta le vicende della destra eversiva degli anni Settanta. «Andrea è costretto a misurarsi con le proprie origini».

Dieci anni per Miraggi edizioni. La casa editrice torinese che ha curato nel dettaglio diverse collane e si è imposta all’attenzione mondiale per aver tradotto per la prima volta in Italia personaggi del calibro di Habral, vanta nella sua squadra diversi siciliani, non ultimi, Daniele Zito o Angelo Orlando Meloni. Il genetliaco cade il 15 maggio e i tre fondatori, Fabio Mendolicchio, Alessandro De Vito e Davide Reina, hanno puntato su un countdown per giungere il 15 nel gruppo facebook del del blog siculo “Letto, riletto, recensito”, proponendo una diretta alle h. 18:00. In uscita il 30 marzo era “Di sangue e di ferro”, romanzo che narra di Andrea che un amico editore gli sottopone uno “strano romanzo”, che con il passare dei giorni si intrufola sempre di più nella sua vita. Da lì la discesa di Andrea in un tempo che si è sempre sforzato di dimenticare attraverso alcune vicende essenziali, dove lo stesso autore diventa personaggio.

Lo speciale logo per i 10 anni Miraggi edizioni

Lo speciale logo per i 10 anni Miraggi edizioni

Quali sono le vicende?

«Andrea è costretto a misurarsi con le sue origini, prima che queste scompaiano definitivamente. Le vicende sono quelle della destra eversiva degli anni settanta».

E lo strano romanzo?

«Lo “strano romanzo” e la conversazione con il suo autore lo incalzano sempre di più: tenta ad esempio di fare luce sulla morte dei propri genitori e sulle responsabilità storiche dei suoi nonni».

Da cosa nasce l’idea e perché questo intreccio di temi che convergono all’identità?

«L’idea nasce a Treviso, a un corso di scrittura tenuto dall’amica, Bruna Graziani, che ha sollecitato i partecipanti a scrivere un testo su una loro esperienza. Una ragazza ha raccontato un momento davvero doloroso della sua vita, è stato lì che ho cominciato a riflettere sul rapporto che esiste tra gli eventi della nostra vita e il modo con cui li raccontiamo agli altri. Sull’identità, può capitare che il desiderio di “raccontare una buona storia”, che ciascuno di noi ha provato di fronte alla domanda di qualcun altro, prevalga su una “verità” di cui ci sfuggono i contorni oppure che vogliamo nascondere al nostro interlocutore, per debolezza, per colpa, per il dolore che porta dentro di sé, modificando addirittura i nostri ricordi, visto che, come diceva Freud, rimaniamo estranei anche a noi stessi».

Quali sono in genere i temi da cui attingi per scrivere?

Luca Quarin

Luca Quarin

«Mi interessa soprattutto quello che accade attorno a me. La politica, l’economia, la scienza, la filosofia. Ovviamente moltissimo la letteratura. Mi interessa pochissimo, invece, quello che accade a me stesso e quello che ha a che fare con la mia esperienza personale. Anzi, di solito cerco di evitarlo come la peste. Se mi viene in mente qualcosa che ho vissuto o qualche persona che ho conosciuto, scarto l’idea senza indugiare un attimo. Credo molto nell’invenzione, piuttosto, o se preferisci nella reinvenzione, anche se la polemica mi sembra assolutamente inutile. Inventare tutto o non inventare niente mi pare che non renda giustizia ai meccanismi con cui il linguaggio rigenera tutto quello che ingoia».

E il tema di “Di sangue e di ferro”?

«Da un po’ di tempo ho l’impressione che nel nostro paese stia riemergendo un’idea di destra irrazionale, mistica, metafisica, che ha trovato terreno fertile nell’azione disgregatrice che tecnologie e globalizzazione hanno compiuto sui soggetti e sulle strutture della società e che ricorda molto il fascismo di Gentile e di Croce. La progressiva messa in ombra delle corporazioni (i partiti, i sindacati, et alii), tanto per fare un esempio, ha lasciato spazio a un bisogno indefinito di comunità che adesso, si soddisfa in un pensiero nazionalista e sovranista che travalica i limiti dell’individuo e lo protegge dagli assalti della modernità. Qualcosa di simile alla promessa fatta dallo stato islamico, per intenderci.

Nel suo complesso, però, mi sembra un’operazione abbastanza disperata che cerca di aggrapparsi ad alcuni valori che sono già stati asfaltati dalla storia».

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Dunque qual è la differenza tra realtà e finzione letteraria?

«Dai tempi di Plutarco è noto che “chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare”. Questo discorso, se da un lato riporta al patto tra scrittore e lettore, e quindi a quella “sospensione volontaria dell’incredulità” di cui parlava Coleridge, dall’altro lato rinvia alla consapevolezza del proprio ruolo, che ci sia o meno».

Miraggi, covid e i 10 anni di storia…

«… più l’intervista per il più noto quotidiano delle tue parti: felicissimo!».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/smf-per-la-sicilia-il-dolore-nella-propria-storia-intervista-a-luca-quarin/

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

Anche la mafia ha il suo lato oscuro

Liliana Madeogiornalista ardita e scrittrice, dopo 25 anni nella la collana Scafiblu della torinese Miraggi Edizioni, torna con “Donne di mafia”, pubblicato inizialmente per Mondadori. Da qui iniziamo a farci raccontare come è avvenuta questa nuova edizione con Miraggi: «È il mio esordio con Miraggi. La proposta è venuta da loro stessi. Mi è piaciuto proprio che non venisse da una big». Potentina di Genzano di Lucania, sarà inviata del quotidiano La Stampa, per passare dal mondo dello spettacolo alla cronaca tra luci e ombre dell’attualità. Dal ’90 al ’92 è consulente al programma del Tg 2 Mafalda – Dalla parte delle donne. Ha scritto di terrorismo, criminalità organizzata, salute mentale, femminismo, iter legislativi di norme su violenza sessuale, aborto. Con “Donne di mafia” e “Donne cattive –Storie di donne contro” ha aperto una ‘voragine’ sulla evoluzione di quelle donne che trasgredendo hanno contribuito sia al cambiamento dell’identità femminile sia al varo di nuove leggi.


Venticinque anni fa cosa ti spinse a scrivere di questo argomento?
«Falcone fu ucciso. Quella sera stessa mi chiesi come si comportavano a casa gli assassini. Chi fossero le mogli o le amanti, che rapporto avevano con la mala. Non se ne sapeva niente, né se ne parlava mai. “Lo faccia, lo faccia questo libro“ mi disse a Palermo un giorno un alto magistrato. “Noi non sappiamo niente delle donne di mafia” aggiunse. Credo ancora oggi che le inchieste non hanno un destinatario unico, definito: riempiono un vuoto, si rivolgono a chi non sa e magari vuole sapere».

Chi erano e chi sono le Donne di mafia, delle quali dipingesti due profili?
«Certamente, come ho più volte detto, quelle cresciute in famiglie criminali e quelle che vi sono approdate, tramite relazione con un mafioso, quasi per errore».

Scrivere di mafia, con certi approfondimenti, ti ha arrecato danni, minacce, molestie, ritorsioni?
«No e credo perché sono stata rispettosissima dei dati. Le ricerche, le indagini, non ho modificato nessuna verità che non fossero fatti reali»

Eppure, hai raccontato di chi si è opposto alla ‘famiglia’ mafiosa dove accidentalmente, per amore, vi finì dentro…
«Indagini, inchieste, come ti dicevo, su fatti reali. Donne che pagarono a caro prezzo il loro rapporto sentimentale con un membro di ‘famiglie’; donne che si ribellarono per ottenere la libertà, donne delle quali tutto si sapeva e che ho raccontato, come il loro essere pavide in alcune circostanze. Poche le ardite. In breve, non ho avuto paura di dire quello che scoprivo perché corrispondeva alla verità».

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Donne di mafia, sembrano assorbite in uno stato degenerativo, come anguille che scivolano dalle mani del patriarcato mafioso, per orientarsi verso più orizzonti…

«Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro fa nette distinzioni fra loro. Il sottotitolo è chiaro. Il senso e il pregio del lavoro fatto, pubblicato, ripubblicato. Certamente Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato su violenza, sul potere, sull’imposizione al maschile. Attraverso gli atteggiamenti, conniventi o di ribellione, si è potuto capire chi ha abbracciato la “causa” e chi ha pagato a caro prezzo per ottenere la libertà».

La teoria della stratificazione sociale asserisce il cambiamento, ma non cancella l’identità.
«Probabile, ma la sicurezza di alcune donne di mafia ad esempio fu dovuta alla tranquillità economica, velata dalla fedeltà verso il maschio: si attivano nel momento in cui l’uomo cade nella trappola di avversari».

Liliana Madeo

Liliana Madeo

Quali differenze ci sono dalla prima edizione della tua inchiesta/libro ad oggi?

«Non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi e l’ho detto anche in una intervista per il mio editore “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.” (Angela Vecchione, su miraggi.it, n.d.a.)».

Quanto importante è stato il tuo coinvolgimento in prima persona in questa inchiesta ?

«Abbattere il silenzio e i luoghi comuni sulle donne di Sicilia, sulla loro cronica subalternità al maschio e al potere maschile …. ti pare poco? Ti pare un tema relegato nel passato?»

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/5178-2/

L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

“L’imperatore di Atlantide”: l’analisi di Enrico Pastore

Straordinaria ricostruzione del dietro le quinte dell’opera musicale concepita in un campo di sterminio morale

L’imperatore di Atlantide (Miraggi Edizioni, 2019), è una opera straordinariamente completa, che consegna al pubblico uno spaccato, non molto conosciuto, di un luogo-lager che i nazisti crearono per apparire innanzi alle delegazioni di due paesi del nord Europa, Danimarca e Svezia, e innanzi alle visite della Croce Rossa Internazionale, come gruppo ad hoc al fine di migliorare “quella razza” che tutti pensavano essere sterminata dagli stessi.

L’intento di Hitler, fu quello di far credere, riuscendoci, che i prigionieri ebrei dislocati a Terezín vivessero in ottime condizioni, al pari dei tedeschi medesimi che inneggiavano alla razza pura.

Null’altro che finzioni su finzioni, assurdità al limite dell’accettabile; ma tutto ciò accadde, e a renderlo noto furono le testimonianze e il capolavoro musicale scritto da Viktor Ullmann e Petr Kien, prigionieri a Terezín, città ghetto, dove tutto era credibilmente meraviglioso.

Chi ha dato tanta luce a questo superamento di Brecht, è lo scrittore, intellettuale e regista stresiano Enrico Pastore.

L’imperatore di Atlantide: folgorazione Pastore

La spettacolarizzazione esiste, ma troppe volte viene intesa come inutile interesse, come spocchiosità, come eccesso. Preparatevi al meglio ad incassare il gancio destro. Enrico Pastore, regista e intellettuale classe ’74, assieme ad un gruppo di compagni e colleghi universitari, durante un corso di Storia del teatro all’Università Ca’ Foscari di Venezia (i docenti non vanno citati perché sono la categoria che più detesto!, questa è mia, ma lo sapete già) che seguì nel 1995, conobbe “L’Imperatore Atlantide”. Fu folgorazione.

 

Mettere in scena L’imperatore di Atlantide?

L’idea prima fu quella di farci una tesi di laurea, tanto fu l’interesse dell’allora giovanissimo stresiano, che non andò mai in porto, e fu una fortuna il fallimento accademico, proprio perché non avremmo forse assistito a questo gran lavoro racchiuso in 200 pagine c.ca compreso di libretto, a fronte in lingua originale, dell’opera scritta da Viktor Ullmann e Petr Kien.

 

 

Cosa fa Enrico Pastore?

Enrico Pastore
Enrico Pastore

Semplicemente racconta i retroscena di dove si plasmerà la più importante opera del periodo nazista, scritta da due grandi artisti, che assieme ad altri conosceranno la fine e le camere a gas. Ma prima ancora, conosceranno invece l’assurdo teatrante brechtiano che era Hitler.

I prigionieri a Terezín scrivono L’imperatore di Atlantide

Terezín fu una città ghetto lager creata per far apparire che tutto andava bene alle istituzioni di controllo come la Croce Rossa. Lì c’erano scuole che i bimbi non potevano frequentare, perché ebrei, c’erano i parchi che gli ebrei non potevano calpestare, c’erano i bar dove il caffè non dovevano venderlo, perché il cliente era ebreo. Insomma, i nazisti con a capo Heichmann, cosa fecero? Si inventarono una città modello, dove la vita era dignitosa: finto; dove gli ebrei non erano abusati: finto; dove le premesse erano le migliori per far vivere e potenziare le bellezze degli ebrei: finto! Finto! Finto ! Finto! Tutto finto! Bastardi tedeschi!

L’ebreo Salvini?

Sembra una provocazione? Non lo è. Vi dico il perché. Nella città di Terezín, dove tutto era finto, anche l’operazione di abbellimento (la povertà era al limite del ridicolo per chi doveva culturalizzare la città), anche le più importanti messe in scena culturali, se non venivano cassati dai tedeschi, succedeva che li cassavano i medesimi ebrei: perché? Perché la paura dei tedeschi era troppa, nonostante si sapesse che tutto era fittizio, tant’è che “allora meglio tirar per le lunghe questa via nel paradossale mondo di Terezín”.

E che c’entra Salvini? Boh!

E che c’entra Salvini? Boh, mi è venuto in mente, perché ce l’ha con i tedeschi e ci scassa la minchia con la questione di star fuori dall’Europa. Che però, si legga tra le righe, la storia gli da ragione: i tedeschi sono sempre i tedeschi, i soliti tedeschi, cattivi, che mai un Salvini potrebbe emularli: stiano tranquilli gli immigrati pertanto. Ma gli immigrati sono tranquilli, chi non è tranquilla è la sinistra (PD: può chiamarsi sinistra? ‘nsomma!!!); e poi ci siamo tutti noi, perché paradosso dei paradossi, Salvini, risulta essere la consecutio temporum dell’anti germanicità messa in atto dagli ebrei! Stupore? Prendetevela con Enrico Pastore, che a furia di scavare per trovare fonti ci ha messo in crisi!!!

Enrico Pastore: L’imperatore di Atlantide

Il libro si presenta bene e affronta tutto il dietro le quinte di quella bellissima opera che è L’imperatore di Atlantide. Ci racconta di Ullmann e di Kien, della loro collaborazione, di come quando e perché sono nati gli interessi condivisi coi colleghi, e di quanti artisti furono deportati. Psicologicamente ci inquieta pure con il disastro della memoria: non più importava loro dove fossero o cosa facessero, producevano bellezza e questo bastava. Poi, poi si tornava indietro, per poi un giorno non tornare più.

 

Libro ottimo

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Libro ottimo, ben curato, scritto e armonizzato. Dattiloscritto che Miraggi Edizioni ha fatto bene a pubblicare con l’inserimento del libretto dell’opera in appendice, che poi tanto appendice non è dato che un terzo del libro è tutto il libretto con traduzione a fianco. Conoscere un’opera musicale è molto bello, sapere chi sono i suoi autori, e in quale triste e doloroso contesto si son dovuti muovere e son riusciti a creare, lo è ancor di più. Andare all’ etimologia di ogni singolo termine che compone il titolo, aprire con un capitolo che ti dice tutto: “Il campo delle menzogne”, non ha più motivo di dare spiegazione. Questo libro va letto: assolutamente!

Miraggi riesuma miracoli e capolavori, non possiamo rendergliene atto che giorno dopo giorno si impone come realtà editoriale per tutti, mantenendo quell’aurea di nicchia.

 

 

 

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://lurlo.news/limperatore-di-atlantide-lanalisi-di-enrico-pastore/

UNO DI NOI. “Nessuno è innocente” – intervista di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

UNO DI NOI. “Nessuno è innocente” – intervista di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

DANIELE ZITO. “NESSUNO È INNOCENTE”

Il nuovo romanzo di Daniele Zito, Uno di noi (Miraggi Edizioni), scritto con lo stile della tragedia greca incrociato al tema della “disumanizzazione”, è un’analisi precisa e cristallina dei tempi che imperversano. Nato a Siracusa, classe 1980, Daniele Zito ha studiato a Catania, dove attualmente vive e lavora. Ha esordito nel 2013 con La Solitudine di un riporto (Hacca edizioni), cui sono seguiti Robledo (Fazi Editore), pubblicato anche in Francia e Catania non guarda il mare (Laterza).

Chi sarebbe l'”Uno di noi” esplicitato nel titolo?

«Forse quella parte di noi che non riesce ad accettare alcune regole basilari della democrazia. Forse il fascista che ci portiamo dentro, nostro malgrado.»

Com è nata quest’opera?

«Non pensavo fosse pubblicabile, sia per la forma che per i contenuti. Uno di noi, infatti, è un romanzo singolare: al suo interno convivono assieme poesia e pièce teatrale, due generi che non hanno molta fortuna editoriale. Ho finito di scriverlo tra il 2016 e il 2017. Da allora, sono trascorsi quasi tre anni e dora eccolo qui, finalmente in libreria, grazie all’aiuto del mio agente, Patrizio Zurru.»

Lo stile si rifà all’ouverture del precedente Robledo, con inserimento della tragedia greca.

«Mi interessava utilizzare un elemento presente il Eschilo, Euripide e Sofocle: nelle loro opere nessuno è innocente. Tutti sono colpevoli, anche quelli che cataloghiamo come personaggi “positivi”. E la distribuzione generale e generica della consapevolezza, per paradosso, rende tutti innocenti. Se tutti sono colpevoli, nessuno lo è sino in fondo. Un aspetto che secondo me può essere applicato alla realtà italiana di questi anni.»

Quattro uomini per burloneria incendiano un campo rom provocando il coma di una bimba. L’unico che ha una famiglia torna a casa turbato. Qual è il senso?

«Non è la storia di un pentimento, ma – come dici tu – di un turbamento. Il protagonista non si pente per la sua azione scellerata. Molto più prosaicamente ha paura di essere scoperto. Quando scopre che ciò non accade, comincia finalmente a capire la reale portata delle proprie azioni. Non prova mai una vera “solidarietà” con la vittima, bensì pena – questo sì – perché è un padre anche lui. Anche lui ha una figlia, ma nulla di più. È turbato, mai pentito.»

A cosa ti sei ispirato?

«A diversi fatti di cronaca. È triste da dire, ma nel nostro Paese c’è tantissima gente che compie gesti disumani, oltre che xenofobi, forte della consapevolezza di farla franca, ed è palese che lo Stato non si affanna troppo per risalire la catena delle responsabilità. Nel mio libro, quattro uomini, tutti di età compresa tra 40 e 50 anni, bruciano una baraccopoli in maniera quasi spensierata, dopo una partita di calcetto. Perché ciò possa accadere deve esistere un contesto che li legittimi, ecco che racconto proprio quel contesto, ossia l’insieme di dispositivi retorici e meccanismi collettivi di rimozione che rende possibile quel particolare tipo di disumanità.»

Nella narrazione emergono diversi punti di vista.

«Sì, è l’unico modo per descrivere realmente il contesto: utilizzare diversi punti focali. Racconto l’infermiere che soccorre la bimba, le dichiarazioni di un ministro, etc. Come in Robledo, il mio precedente romanzo, per buona parte del libro la storia emerge dalla contrapposizione di questi punti di vista.»

«Ci vogliono le ruspe»: dicono alcuni personaggi del tuo romanzo. Lo dice anche Salvini. Che pensi di lui?

«Salvini è un politico mediocre. La recessione e un diffuso malcontento verso le forme di democrazia rappresentativa hanno aperto uno spazio politico enorme. Lui ha il merito di averlo riempito con parole d’ordine prese di peso dal repertorio dell’estrema destra. Un azzardo politico che ha funzionato per un po’, ma che ora mostra tutti i suoi limiti. Sono convinto che la sua parabola sia ormai discendente. Il problema non è Salvini in quanto tale, ma il sentimento che ha cavalcato, che purtroppo si è innestato nelle nostre comunità. Se prima era impensabile che dei naufraghi potessero morire senza essere aiutati, adesso non lo è più. Salvini ha sdoganato un modo assai antico di essere disumani, spacciandolo per qualcosa di nuovo. Molti lo considerano un fascista, io penso che rappresenti invece una deriva post-fascista tipica di alcune forme di populismo reazionario. Come altri in Europa, ha rielaborato alcuni dei contenuti del fascismo storico a suo uso e consumo, approfittando di un consenso politico che è stato enorme.»

Ciò si rivela anche in altre forme?

«Il post-fascismo, purtroppo, è un’ideologia pervasiva. Ha preso piede, inutile illudersi del contrario. C’è chi, timoroso delle conseguenze dei propri atti, si limita a pubblicare commenti vergognosi su Facebook quando compare la notizia dell’ennesimo naufragio, e chi scende in strada per far da sé. Personalmente ritengo entrambe le categorie estremamente pericolose. Per tutto il libro non faccio che pormi un’unica domanda: Cosa c’è nelle loro teste che legittima tanta disumanità?»

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

 

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Daniele Zito – Uno di noi – Miraggi

Le emozioni in LIBRIrtà
Le novità
A cura di Salvatore Massimo Fazio
 
 
Quando Fabio (che è il signor Miraggi Edizioni) mi telefonò per dirmi che “Uno delle tue parti, ma lo conoscerai già”, aveva scritto qualcosa di potente, durissimo, proprio ad hoc “per la tua penna spietata quando recensisci”, risposi subito se potevo averlo in anteprima.
«Te l’ho appena inviato in e-book». Dico lui di darmi qualche minuto che sto sistemando dei piani terapeutici, però prima di riattaccare incalzo chiedendo il nome:
«Zito, Daniele Zito.»
«Minchia!»
«Che c’è?»
«Una storia breve ma intensa, ho un divieto di tag e lo rispetto, insomma parla col suo agente, sa tutto, prima ancora che gli dicessi la mia. Va bene Mendo, a dopo. Ciao»
«Ciao».
 
Otto i piani terapeutici che dovevo sistemare, possono aspettare, la consegna è per fine settimana. Apro la mail, scarico l’e-book. Inizio. Mi trovo davanti lo stile della tragedia, doppia: greca e contemporanea. Questa non è una recensione in LIBRIrtà, rubrica di questo blog del giovedì. È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro.
Due ore, per mandare al diavolo i precedenti dello stesso autore, che, attenzione a me son piaciuti e pure tanto. Cosa fare o non fare. Chiamo Patrizio, esordisco cosi:«Zito». Mi chiede se lo voglio leggere, «L’ho appena finito, sono sotto shock», è forte mi dice, lo so, replico. 129 pagg. di ciò che accade, costantemente.  Lo saluto, mi saluta.
Parole, stupide e ignoranti quelle della derattizzazione annunciata da uno dei protagonisti di una tragedia (una su tante, non nel libro, ma nel reale, in Italia, come altrove). L’autore è chiaro e diretto, riprende usi e modus dicendi che non possono passare inosservati, che sono spinta all’esame di coscienza, a ricordare che le parole sono importanti. Le azioni ancora di più. Si spalancano porticati a emozioni, cariche di rabbia.  Si leggono fittizi perbenismi, costanti, ogni giorno, a non poterne più, sempre la stessa cosa.
Come l’uomo, maturo si direbbe, con i figli a casa, la moglie pure, la famiglia modello può dopo aver giocato a calcetto con un gruppo di amici e per concludere in bellezza dimentica quanto indegno è l’odio, la stupidità. Che ti trovi in un casino, che hai edificato, distruggendo, ambienti, uomini, bimbi… bimba.
Certo chi non ha paura in una città a camminare vicino le stazioni, luoghi per persone che non hanno nulla e cercano riparo per riposarsi. Dormono a terra, impauriti. Le stazioni, anche luoghi di spaccio. Spaccio? Lo spaccio è anche accanto la porta di casa, altro che minchiate! E l’indomani, la notizia, un campo rom incendiato, una bimba è in coma.
“Certo che dispiacere, se non sono stati loro stessi, ma chi? ma come chi? I rom, gli immigrati. Le loro guerriglie interne. La loro disperazione. Meglio così, respirano la nostra aria, calpestato le nostre strade. Ci hanno tolto il lavoro, ci hanno tolto il lavoro, lavorano loro ovunque. Ci hanno tolto il lavoro!”
Certo magari un pò sfruttati, ma fa bene il governo/stato [lo scrivo in minuscolo che rende merito nella merda in cui siamo almeno da 40 anni], prima veniamo noi, senza lavoro, perché ce lo hanno tolto. Ci hanno tolto il lavoro.
No, non è così, è lo stato (sempre minuscolo), toglie tutto. Un commerciante apre una attività e il 47% lo deve versare allo stato (ter minuscolo), e un’altra percentuale la deve versare ai tronfi della spocchiosità malavitosa, il pizzo signori, il pizzo! Non possono, ne riescono a mantenere lavoratori, non rimane nulla a loro. Allora andiamo sugli immigrati.
Non tutti però sono così, c’è chi li mette in regola, gli fa realizzare il sogno di un, leibnizianamente, mondo migliore. C’è il ristoratore, che lo assume come lavapiatti, frattanto l’immigrato apprende guardando lo chef, poi lo chef va via, e il ristoratore scommette su di lui, e gli aumenta la paga, quella dello chef, per lui, che italiano non è, che è educato, che apprende la lingua, che sorride. Ma non va bene. Perché?
Ma cazzo chissà che ci fa mangiare sto tunisino. Poi mangi, rimani sorpreso e felice, «Voglio conoscere lo chef», glielo presentano, chi rimane fermo e recita un tipico “complimenti”, chi si alza dalla sedia, abbraccia lo chef e il ristoratore. Clienti che vanno, clienti che torneranno sempre.
La paura, e il senso di colpa, una bambina è in coma, il campo bruciato. La moglie al rientro del marito gli chiede perché è pensieroso, «avete perso, perdete sempre». Hanno perso un’altra occasione per farsi fuori loro. Canaglie.
Ancora se ne parla, quella bambina è in coma, poveretta, ti rendi conto cosa fanno questi? Vengono qui e litigano fra loro e si uccidono fra loro. Sarebbe bene usare le ruspe, così vanno a casa loro, e queste cose le fanno a casa loro. Gliele racconteranno ai propri figli e ai figli di chi ha incendiato il campo roma: i roma stessi. La loro mente è obnubilata.
Il mistero della pagina 67 di Uno di noi  di Daniele Zito, pubblicato per Miraggi Edizioni, è la pagina seguente, pagina 68. Tutto sta li e non hai più voglia di scrivere, recensire, attenerti a forme del linguaggio, non vuoi far nulla. La riporti, come dato di angoscia quotidianamente.
La riporto.
Una bambina è una creatura lieve, corpuscolare
dalla consistenza impalpabile
il dolore
porto le sue uova in corpo
le nutro col mio calore
 
in una sola covata
sono riuscita ad alimentare
anche sei o sette dolori differenti
li ho portati tutti alla schiusa
come una madre renitente
 
col tempo però i dolori sono morti
me ne è rimasto soltanto uno
il più forte
quello più tenace
 
L’onesto contribuente si azzarda a pensare che magari fa un favore a loro stessi, le ruspe, cosi se ne vanno e non succedono più tragedie come queste.
Nella mia mente, l’immagine del funerale, i dolore, dentro. Uno di noi, è quello che ognuno di noi ha, l’odio, hai voglia di psicoterapia per togliere quanto inutile è la creatura di Dio, eppur ci credo. L’ignoranza genera. L’odio lo erediti. Ti vuoi vendicare, perché vuoi il mondo migliore, o quello che ti aspettavi.
Alla scuola rimane il compito di far capire che non possono esistere posizioni politiche che migliorino il mondo, alla scuola, di far capire quale posizione politica può migliorarlo, alla scuola il compito di spiegare che aria, sangue, cellule e atomi, possono diversificarsi per condizioni ambientali, ma che hanno tutti una matrice.
Nella forma della tragedia greca Daniele Zito ha scritto questo libro, nei cori amplifica il tormento che almeno io ho provato. E ho sfanculato dai pensieri la domanda, che spesso mi son fatto, su quella breve ma intensa sofferenza di quel non capire cosa accadde tra me e Daniele Zito, me lo ha detto, non lo dirò. Ma oggi sono sereno.
La prima nazionale di “Uno di noi” si terrà all’interno di  “Etnabook -Festival internazionale del libro e della cultura”, giovedì 19 settembre alle ore 19:30 presso la Legatoria Prampolini, in Via Vittorio Emanuele II, 333, Catania.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

L’ETNA BOOK, L’ANTIFASCISMO E IL NUOVO DANIELE ZITO. Si svolgerà dal 19 al 21 settembre a Catania il Primo Festival Internazionale del Libro e della Cultura.

La tematica scelta è quella dell’antifascismo, che non poche polemiche ha destato. Il direttivo spiega che la posizione è quella di confrontarsi non contro una o un’altra ideologia, quanto ciò che vive nella contemporaneità il Paese, dove retaggi politico culturali di epoche trascorse vengono posti in essere a uso e consumo da un partito che sino a qualche anno fa desiderava la scissione dal Bel Paese, umiliando così vittime di tutti i regimi despoti e dittatoriali.

In merito cadrà a fagiolo l’incontro con l’ospite che già da più parti è definito d’onore, infatti a ridosso del festival esce con la sua quarta opera edita da Miraggi Edizioni, scritto nella forma della tragedia greca, il nuovo libro di Daniele Zito. Dopo i successi, nel breve periodo di 5 anni circa, con editori del calibro di Hacca, Fazi e La Terza, lo troveremo negli scaffali con il pamphlet “Uno di noi”, schiacciante e crudo riflesso della contemporaneità, dove l’autore va ben oltre ciò che è morto nel 1945, raccontando una storia che quasi ogni giorno di simili ne sentiamo, ma dopo qualche ora dimentichiamo.

La premiére nazionale di “Uno di noi” si terrà proprio all’interno di Etna Book, presso la resuscitata Legatoria Libreria Prampolini delle sorelle Sciacca.

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Angelo Orlando Meloni – Santi, poeti e commissari tecnici
Estate, mare, sole cocente, spiagge, tatuaggi ritraenti la lupa capitolina o il suo gladiatore Francesco Totti. È così l’estate in Italia, è calcio, bidonate, balle e calciomercato.
Nella lontana estate del 1983, nel decennio che ancora una volta vedeva dominare nel campionato più brutto del mondo, l’altra squadra di Torino, quella che nel 2006 fu spedita dal procuratore Palazzi in serie C2 con meno 30 punti di penalizzazione, che però patteggiò e allora finì in serie B, si ricorda l’approdo a Udine di un fenomeno brasiliano: Zico. Miracolo? No!
Dieci anni dopo, nel 1993, alla Reggiana approda il fuoriclasse Paolo Futre. Altro miracolo? No! Semplicemente il sudore di chi adotta una squadra di una città che per una volta nella propria storia può vantare di aver avuto un fuoriclasse, così come invece nell’impero dei potenti sono cose all’ordine del giorno… e del broglio!
Si ricorda sempre di quella stagione calcistica 1982-83, che l’altra squadra di Torino, dopo una serie di furti nelle stagioni precedenti, ma anche nelle successive, ai danni di Roma e Fiorentina, Torino e Inter, nonostante dominasse, lo scudetto lo perse a favore di una spettacolare Roma, messa in piedi dall’ing. Dino Viola, toscano di Terrarossa, in provincia di Massa-Carrara, ma innamorato di Roma e della Roma, fino a comperarla, nonostante non poteva competere con i giganti del nord, portarla alla vittoria del secondo titolo nazionale, e nella stagione successiva quando si qualificava per giocare la Coppa dei Campioni la sola compagine che vinceva il campionato del proprio paese, addirittura portarla – nuovamente – in finale, contro il Liverpool del pagliaccio Grobbelaar.
E ancora. Della stagione 2006-2007, invece, si ricordano la sconfitta dell’altra squadra ti Torino, contro lo Spezia (in casa), il pareggio contro l’Albinoleffe (in casa), due sconfitte a Mantova, contro il Mantova e in campo neutro contro il Brescia, e altre straordinarie partite che hanno reso onore a quella che fu la stagione del campionato di calcio di serie B più bella del mondo. Si ricorda anche la sconcertante scelta della lega di mettere un trofeo per chi vincesse il campionato di Serie B, e altra sconcertante scelta del mito delle figurine Panini, che per la prima volta nella loro storia curarono le pagine della cadetteia come quelle della serie A, cioè con la icone adesive dei giuocatori nel formato che li riprendeva individualmente per foto e non a coppia, come sempre era stato e come tornò ad essere dalla stagione 2007-2008.
Ho deciso di aprire con il cappello, forse un pò troppo lungo, appena letto, per raccontarvi un libro che avevo nel cassetto da un mese e che per vicende personalissime non ho potuto leggere prima. L’autore è nato a Catania come me, ma sin da subito trapiantato a Siracusa. Di professione libraio e scrittore e ha un nome per 2/3 che ricorda il proletario della vittoria della COPPA U.E.F.A. dell’Inter, nella stagione 1993/94: ecco che chi salì sul tetto d’Europa con la compagine meneghina si chiamava, e chiama ancora, Angelo Orlando (Marco Civoli diceva sempre la provenienza quasi fosse tutto unito: AngeloOrlandoDiSanCataldo: “il gregario proletario”), mentre l’autore del libro ha un terzo in più dato che si chiama Angelo Orlando Meloni e per la torinese Miraggi edizioni, ha pubblicato nel maggio scorso “Santi, poeti e commissari tecnici”.
 
Il libro, articolato in sette racconti a leggerlo è esilarante e molto scorrevole, specie l’ouverture col primo racconto che s’intitola così come il libro, per procedere verso gli altri, in una lettura sempre scorrevole, ma che pian piano spinge ad una acuta riflessione: ma questo calcio, questo sport che in Italia è una religione, perché non riesce a fermare conflitti mondiali, o semplici campanilismi come quello tra le squadre delle città siciliane? E addirittura li alimenta questi conflitti?
Si dia il caso di una Santa di una cittadina, più un paese, diviso in due frazioni, montagna e mare, che ha due squadre di calcio: Vezze sul mare che ha sempre partecipato all’ultima categoria del calcio italiano, dove non si può provare nemmeno l’emozione deludente della retrocessione, dato che ha sempre perso tutte le partite dal giorno della sua fondazione pertanto ha sempre chiuso il campionato in ultima posizione e l’altra, Vezze Marina, che invece ha conquistato anche palcoscenici di livello, vincendo campionati a ridosso del professionismo vero e proprio.
Se del calcio nostrano siamo abituati sistematicamente ogni estate a sapere di brogli, con relative penalizzazioni che se i brogli, anche nolontariamente li ha fatti ad esempio  il Calcio Catania, nel 1993 fu cancellato dal calcio che conta, la serie C, perché il Presidente Massimino, pagò con due giorni di ritardo l’iscrizione al campionato successivo (in verità, le banche di sabato non lavoravano e non si risolse mai il mistero di come accadde che quei soldi bonificati giunsero il lunedì successivo la scadenza); mentre se i brogli li fa una qualunque altra squadra di calcio, ma brogli veri e premeditatamente, si risolve tutto con piccole penalizzazioni (ricordo ad esempio il Milan in quel 2006, quando l’altra squadra di Torino fu graziata con la retrocessione in serie B, che fece brogli gravi, ma gli diedero 30 punti di penalizzazione e rimase in serie A)… dunque, non siamo abituati invece a miracoli veri e propri, se non per chi li acquista questi miracoli.
Ciò per porre in auge con quanta ironia, l’autore, forse in preda ad una luciferina illuminazione, decide di sovvertire la storia di quel centro, Vezze, a favore degli sfigati di una vita: come fa? Con il broglio meno inquisitorio che possa esistere, nonché quello ai quali molti credono e altrettanti sono diffidenti: il miracolo. Ci sono preti di mezzo, presidenti/allenatori/magazzinieri/tuttofare insomma, che non capiscono perché il parrocchiano di Vezze sul Mare, dà le indicazioni il giorno prima delle partite al tetra-mister, sicché giornata dopo giornata, Vezze sul Mare, si ritrova a lottare per vincere il campionato. Come? Vi dico qui per grazia della intercessione della Santa votiva, ma vi invito a leggere il racconto (Miraggi lo ha fatto anche in e-pub pertanto comodamente acquistabile da casa, subito, ora, adesso!), per capir meglio e interrogarsi: il miracolo può essere un broglio? Dilemma al quale non ho saputo rispondere.
Ma non è solo questo “Santi, poeti e commissari tecnici”. Vi sono due racconti che mi hanno lacerato profondamente, forse per deformazione professionale, forse perché vivo la gioia, per gli altri, dell’esistere come una punizione dalla quale non riesco a sfuggire.
 
“Ode al perfetto imbecille” e “Perché no?” sono due racconti, strazianti, che solo la penna illuminata di Angelo Orlando Meloni da Catania e residente a Siracusa, di professione genio,  che mettono in luce ciò che quotidianamente combatto, lo scrivevo prima sotto mentite spoglie, e per – nuovamente – deformazione professionale e per impulso di democraticità.
Ode al perfetto imbecille
Un uomo che ha tanti tic, viene etichettato come “l’uomo dei tic”, ha un figliolo che è un fenomeno calcistico, che per quelle sconcerie che esistono nel calcio, miscelate a sconcerie da malfattori che nel calcio investono e ci sono, non gioca sempre, perché a giocare deve essere il pur bravo, ma sempre, figlio dell’avvocato che cura gli interessi del presidente. È anche vero che l’avvocato padre del bravo calciatore, figlio della borghesia, è un uomo mite, dominato da una moglie carica di pregiudizi.
 L’autore non inventa balle, ma dice ciò che accade realmente e frattanto che leggi, ti pieghi in due dalle risate, e ti rialzi col pianto della commozione e del dolore: perché se un ragazzino ha il papà che è brutto e tanti tic deve essere emarginato e considerato un malato con disagi psichici? Perché è così che va il mondo, e basta. Nasci con etichette e se commetti un errore, magari getti la carta del finestrino dell’auto una sola volta in tutta la tua vita, sarai sempre il malato figlio dell’impiegato al comune, di cui tutti si prendevano gioco e allora vieni messo alla gogna; se invece stupri, picchi, insomma sei un bastardo di animo e lo sei in abbondanza della, ad es., Catania bene (fatti realmente accaduti n.d.r), in certo qual modo ci si impegna a ricordare che sono magari errori di ragazzi, trascinati dalle cattive compagnie.
Perché no?
Quanto siamo bravi a saper essere sportivi in un rettangolo di gioco? Forse rimangono fuori da questa domanda, Astutillo Malgioglio, Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco, una specie di frati missionari che hanno vestito, manco a farlo, tutti e tre la tonaca giallorossa della Roma; il resto dal contemporaneo Bonucci, all’addomesticato in casa dell’altra squadra di Torino, Pasquale Bruno (un serial killer), anche se poi capì, indossando le casacche di Fiorentina o Torino (in quest’ultima ancora qualche danno lo fece, come le 8 giornate di squalifica che si beccò, perché voleva picchiare un arbitro), al camerata dichiaratamente fascista (tra saluti e tatuggi) Paolo Di Canio, anche se è vero ricordare più di un gesto sportivo: quando militava con il West Ham fermò il gioco, nel momento in cui poteva andare a rete con tranquillità perché un avversario era a terra. E vi ho rifilato questa piccola papella per dirvi del racconto dal titolo Perché no?. Beh, c’entra la città di Catania, c’entra una vendetta che un uomo/calciatore per bene covò negli anni, fino a cercare il suo avversario che gli interruppe la carriera per poi… e lì sta il bello, signori che magia questo autore. Certo non sto qui a raccontarvelo.
Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna. Il sorriso, e anche le risate sono garantite, gli spunti di riflessioni… ancora di più: pagina dopo pagina, dove incontrerete storie di illustri sconosciuti che approdano ad allenare il Siracusa in serie B (per un attimo ho pensato ad Adriano Cadregari),  e contro il parere della piazza, manda al diavolo un brocco e che fa? Finale shock… perché aveva ricevuto una notizia che lo shokkò! Da leggere in vacanza o a farne uno studio approfondito in qualunque periodo dell’anno. Bravo a questo autore, bravo davvero.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
AUTOSTOP PER LA NOTTE di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – intervista di Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

AUTOSTOP PER LA NOTTE di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – intervista di Salvatore Massimo Fazio su L’urlo

L’autostop di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – L’intervista

L’autore pubblicato da Miraggi edizioni, da un anno è sempre sul pezzo col suo romanzo

Chi ha scritto Autostop per la notte l’ho incontrato alla XXXII edizione del Salone Internazionale del libro di Torino. Piemontese di Piossasco (To), che però vive lontano dalla sua amata terra, è uno degli emergenti più noto al pubblico italiano.

Con Autostop per la notte, pubblicato da Miraggi edizioniMassimo Anania, firma il testamento del cambiamento che mai avviene, e delle volte è pure gradevole, anche se ti scarica in problemi legali. Libro interessante, che spiega il successo itinerante da oltre un anno.

La vicenda narra di uno studente universitario che fa autostop per raggiungere gli amici in centro a Torino. Chi lo carica, lo trascinerà con sé a un festino al quale partecipa la Torino bene. Droga, gioco, donne belle e facili. Lo studente si apparterà con una di queste e nel momento dell’apice dell’erotismo… scopre essere un travestito. I due litigano, perché il ragazzo non si sente di aver rapporto con un trans. Vi è uno snodo: il ragazzo fugge scoprendo di essere vittima di una raggiro in cui è implicato un pericoloso personaggio. Chiederà aiuto ad un amico, parecchio ambiguo, ma molto affidabile. Fino ad un colpo di scena che spiega il successo di questo bravissimo autore sul quale ha puntato Miraggi edizioni.

 

Il tuo successo non annunciato, lo è però diventato: è anche il tuo esordio?

«Autostop per la notte è il mio esordio letterario in assoluto. Ho collaborato per una decina di anni con un quotidiano della provincia di Belluno e con alcuni periodici di genere e diffusione, ma il romanzo pubblicato per Miraggi è il mio debutto assoluto».

 

 

 

(In foto Massimo Anania)

Miraggi edizioni, 10 anni di editoria indipendente, lanciatasi nel firmamento, come sei arrivato a questa straordinaria realtà?

«Un giorno una mia amica mi disse di leggere un libro, che mi prestò- Era rivestito di carta da pacchi e con un disegno stilizzato e un buco attraverso il quale si intravedeva la copertina reale. Il libro era molto bello, con una struttura non facile e con immagini potenti. Quel libro era “Cacciatori di frodo” di Alessandro Cinquegrani e quel giorno ho desiderato propormi a Miraggi. Dopo aver inviato il testo, dopo un anno e mezzo mi sono ritrovato nelle librerie, a conferma dell’onestà intellettuale di questa realtà italiana».

 

Come spiegheresti in poche parole il tema del romanzo?

«Autostop per la notte è una sguardo alla società, da un angolazione diversa. Un ragazzo ancora troppo ingenuo per la sua età, la sua voglia di vita e di trasgressione si scontrano con individui poco puliti e pronti a fregare il prossimo nel nome del dio denaro».

 

Cosa ti ha spinto a scrivere di questo tema e perché e per chi lo hai scritto?

«Scrivo per quell’esigenza spietata di raccontare una storia, inventare, creare luoghi, personaggi e azioni. Credo che creare qualcosa sia una delle più grandi soddisfazioni della vita, c’è qualcosa di divino nel creare, è come se l’essenza divina si mescolasse all’uomo.
Non mi chiedo mai chi leggerà i miei libri. Voglio scrivere ciò che sento e trattare gli argomenti che preferisco. In questo momento mi attira la parte oscura dell’individuo e finisco per descrivere situazioni al limite e pensare cose non sempre condivisibili. Ognuno di noi ha qualcosa da nascondere: una paura, una debolezza, un difetto, un vizio o un fatto da non raccontare e sono queste le cose che mi attraggono e i meccanismi psichici che li governano».

 

 

(In foto la cover della copertina del libro)

Le candidature a premi importanti ti hanno emozionato? Hai sperato di uscirne vittorioso?

«Le candidature fanno piacere ma non pensavo di vincere e non me ne sono preoccupato. Le cose più belle sono arrivate dai lettori. Molti mi hanno scritto in privato per darmi le loro impressioni, qualcuno mi ha mandato una sua foto con il libro. Poi sono arrivate tante segnalazioni e tante recensioni da lettori che curano o collaborano con siti che trattano libri e gruppi di lettura».

La tecnica, la struttura, anche questa è stata una bella novità…

«Sicuramente il ritmo del libro ha molto colpito il lettore. Volevo che questo libro fosse veloce dall’inizio alla fine. Desideravo che il lettore non smettesse di leggerlo ed arrivasse alla fine. Il romanzo è scritto in seconda persona e questa è la caratteristica che più ha incuriosito. Mi piace scrivere così e lo farò ancora. Nel corso della narrazione ho inserito diversi flussi di coscienza scritti in prima persona per portare il lettore direttamente nella testa del protagonista con un cambio improvviso. Credo che sia l’unico romanzo che finisce senza il punto».

Anche una flou chart è stata la sorpresa…

«Sì, alla fine della narrazione c’è un capitolo intitolato Se fosse un film, che contiene la colonna sonora del libro. Un brano per ogni capitolo, selezionato da Walter Moroni. E ancora, nella versione e-book e dopo la prima ristampa, sono stati inseriti alcuni disegni tra un capitolo e l’altro. Questi sono di Luca Ferrari batterista dei Verdena, Fabrizio Berti, Sharon Colli, Michela Roffaré, Farbod Ahmadwand e mio figlio Samuele. E tengo a ringraziare anche Eric Lot, che è l’autore delle foto di copertina».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

L’autostop di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – L’intervista

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Saper di riuscire, di essere nel firmamento, quello più platinato, perché in quello dorato ci si è approdati subito. La determinazione, la stilistica, la gentilezza, la caparbietà. Tutto questo non è vanto, ma purezza, comprensione di se stessi, rimandi ai momenti delle proprie ere, mandare al diavolo passaggi, vissuti storici, non per esorcizzarli alla maniera della scomparsa, ma per metabolizzarli in quella che Veronica Tomassini, ha definito «il mio romanzo, in toto, più siciliano». La madre di tutti i riposi indotti e itineranti, ma non letali (per molti si, però), dove quel culmine della disperazione di cioraniana memoria, svetta sull’abilità dell’accettare la vita, sino a rivoltarla, riconoscendo, senza vanità, né vanto, la propria capacità di esser-ci, proprio quello della gettatezza: il desain di Heidegger. E la crudezza, nel narrare senza finzione letteraria, un romanzo storico, sempre vivo e attuale. Questo è Mazzarrona: il ritorno, coi botti, negli scaffali libreschi di Veronica Tomassini, pubblicato per Miraggi Edizioni.

La prova d’autrice l’aveva dimostrata all’esordio, un decennio fa, con Sangue Cane, ma i riconoscimenti arrivavano solo dai lettori più attenti, non necessariamente di nicchia. Un premio, poi un altro e ancora altri: niente! Poi ancora, la Sicilia come sfondo, in quasi tutti i romanzi a seguire, ma non assoluta. Certezza dicevamo: «So di averlo il talento, potrei farcela. Una meta posso raggiungerla». A Febbraio esce ufficialmente Mazzarrona. Due giorni i media nazionali e di genere danno la notizia: “Veronica Tomassini è candidata al Premio Strega 2019”.

Il riconoscere nella propria ‘penna’, che non rimane l’oggetto che usiamo per firmare ma che è la liaison del ripercorrere l’esistenza intera di una esplosione di pensieri a decorrere dalla propria vita, dalle proprie esperienze, dall’eroina rammentata e raccontata con occhi e voce esterni da una adolescente, in uno spaccato di un quartiere, che seppur bonificato, non perde la sua essenza, per i brontosauri che «tengono affamata la bestia», perché è così che conviene… ecco che quel riconoscere a se stessi il rischio di farsi male o finire male, è meritevole di lodi, anche quando Veronica ha dichiarato di essere «forse arrabbiata, perché ho talento e so di esserci».

La ‘penna’ è tutto: è schiettezza, è il non mandarle a dire, è altre certezze: «Solo chi mi vuole davvero bene: non sbaglia a chiamarmi per cognome, Tomassini e non Tommasini», che è quell’atteggiamento nella retorica della forma linguistica, un intercalare errato che rende chiaro il concetto di disimpegno, dove tutto deve essere facile o scandalosamente equipollente, tanto hai capito a chi mi riferiscoè la classica e inutile spiegazione.

Ma cerchiamo di saperne ancora di più, un pozzo senza fine di novità e sorprese questo libro subito candidato allo Strega, che sia la rivelazione? Lo sapremo. Presto.

Mazzarrona (quartiere), i tuoi 7 anni, che male ti ha fatto?
«Nessun male intenzionale (è un luogo destinato a evocazioni grevi, pesanti), ma fu un castigo, un passaggio della mia vita che mi ha stancato moltissimo, tolto tutte le forze, eppure oggi ogni crimine, ogni distrazione, ogni volgarità è diventata nobiltà, scrittura. A diciassette anni mi sembrava di essere già vecchia, di aver visto tutto, di aver compiuto il viaggio, averlo finito tra i tossici, in un deserto siciliano. Erano assurdamente germogli, e gli adolescenti, quella vita, la campagna e l’insulto che sottace la periferia, concepita come un’istigazione preconcetta al suicidio, traducevano piuttosto la metafora dei fiori carnosi, fiori che non muoiono mai, o erano simbolicamente l’aspidistra di Orwell, capace di sopravvivere a tutto, bene male, caldo freddo».


I
l tuo Mazzarrona (libro), ti ha restituito benessere grazie a quel “so di esserci, so di avere talento, so che posso farcela” che mi dichiarasti, attraverso la candidatura allo Strega?
«Sì, c’è questo riscatto, oggi, dopo tanti anni, imprevedibilmente, me lo auguro perlomeno. Il talento non è un mio merito, è un regalo di Dio, ne devo fare un uso giusto, onesto».

Tutte anteprime scaraventatasi con forza e adrenalinica violenza che scuote perché Mazzarrona che il 17 marzo finalmente sarà presentato a Catania presso la Libreria Prampolini in Via Vittorio Emanule 333, con la presentaizone dell’italianista Antonio Di Grado, doveva essere la prima anteprima nazionale, ma questioni di calamità naturale il 24 febbraio hanno costretto a rinviare il tutto) «esce ufficialmente in questi giorni di marzo, ci siamo già».


Patrizio Zurru, Fabio Mendolicchio e tutti quanti hanno lavorato e lavorano per questo libro, sono ‘energie’ che rinforzano il tuo talento?
«Se non avessi avuto un agente come Patrizio Zurru non sarei andata da nessuna parte, vale lo stesso per Fabio e il gruppo di Miraggi edizioni. Deve essere un lavoro di squadra, lo è stato difatti».

Lo continuerà ad essere per questa filantropica autrice che nella crudezza del suo romanzo, ha dato incipit per riprendersi ciò che si perde, o ciò che mai abbiamo pensato potessimo avere nostro.

Vivere II-III 14_03_19