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Vit(amor)te – recensione di Ksenja Laginja su Bibbia d’asfalto

Vit(amor)te – recensione di Ksenja Laginja su Bibbia d’asfalto

Quarantaquattro poesie per ventidue arcani maggiori: parole e immagini come gemelle in danza. Scrivere e illustrare poesie è per l’autrice un operare quotidiano, attività ormai consolidata di sperimentazione e strumento nel suo lavoro di psicoterapeuta. Dopo le poesie e le filastrocche del libro “Favolesvelte” (Golem Edizioni, 2015), Valeria Bianchi Mian ha pubblicato racconti, ha curato e illustrato un’antologia sul tema della ‘dimora’, ha scritto e fatto nascere il suo primo romanzo (“Non è colpa mia”, Golem Edizioni, 2017), ha partecipato alla stesura di tre saggi di psicologia in collaborazione con altri colleghi. In questa silloge raccoglie le poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019; le fa procedere insieme alle figure dei tarocchi.
È una Totentanz che passa dalla nigredo, l’Opera al Nero, e punta alla rinascita, è un cerchio di versi che si fa spirale attraverso i disegni. Il filo conduttore di “Vit[amor}te” è l’idea della natura viva: è una bozza di verde, lo spunto generativo, il germoglio rigoglioso o la foglia secca, il respiro della terra sopra la quale camminiamo, natura che matura nella nostra psiche. La storia del diventar se stessi comincia dal Matto incompiuto, un germe, il seme ritrovato; lo sviluppo per concludere con il ricominciar da capo.

I. Tra me e tre

L’ora persa tra le due e le tre
pensando di vivere a lungo
sommando altre ore e ore al tempo
meno le sigarette già fumate
prima di smettere più gli anni
bisestili meno il gran timore

del tumore è forse disuguale
moltiplicazione o è la radice
quadrata delle ipotesi di allora:
me bambina +
me adolescente +
me adulta =
lo spazio illegale del Sé?

Un giorno avrò caviglie gonfie
di umori lunari e gambe stanche
le borse della spesa agli occhi
trascinerò il mondo al futuro
contando i minuti nelle tasche.
Un giorno avrò rughe spesse
quanto un calendario solare
e malattie comuni a tutti prima
del morire – ora pro nobis.

L’ora dei fantasmi
tra le due e le tre
segna i sogni
canta i santi.

Qui l’articolo originale:

VIT[AMOR]TE – recensione di Loriana Lucciarini su Cultura al femminile

VIT[AMOR]TE – recensione di Loriana Lucciarini su Cultura al femminile

VIT[AMOR]TE è un libro di Valeria Bianchi Mian edito da Miraggi nel 2020.

Non vi aspettate un’interpretazione classica dei tarocchi, qui troverete percorsi, spunti, viaggi onirici in versi fatti di ricordi, parole, pensieri ritrovati in fondo ad un cassetto.

Valeria Bianchi Mian scrive in prosa e in poesia. Ama comporre e scomporre, giocare con i sensi e le consuetudini per poi destrutturare, arrivare a iperbole di pensiero nuovo, visioni di luci laterali, di nuove ombre, nuove spinte, nuovi percorsi nell’anima.

Psicologa junghiana ha esperienza di sedute, laboratori e altre realizzazioni dove cultura, psicologia, arte e teatro si incontrano. Al suo attivo diversi testi. Scrittrice poliedrica dalla personalità eclettica, veste i panni di narratrice, esperta, poetessa, pirata di cuore agitato, strega rivelatrice. Lo fa in mille modi, restando sempre se stessa.

Vit[amor]te racconta della potenza evocatrice delle immagini e di come queste vengano assunte nella simbologia popolare e individuale, diventando archetipo, riferimento, suggerimento, impulso.

I tarocchi per lei sono “bussola onirica e poetica”, dalle sfumature stratificate nella storia, a cui si aggiungono le altre sfumature personali, soggettive, interpretazioni legate al vissuto, alla valigia esperienziale di chi le guarda e le fruisce.
Lei, quando conduce gruppi e laboratori espressivi dice di utilizzare “volentieri le carte e nella pratica immaginale questo strumento offre grandi possibilità creative” ed evocative, aggiungere io.
Dunque, grazie ai tarocchi si arriva a “narrare fiaba in gruppo, interpretare storie corali e poesia”. Perché da lì si trae spunto per far volare l’anima, lasciandole parole libere.

Le figure dei tarocchi di Vit[amor]te – vi invito a notare anche il gioco di parole scomposte e ricomposte nel titolo, gioco che l’autrice mette da sempre in campo per divertirsi e ritrovare nuovi significati, nuove narrazioni – sono stati realizzati da Valeria Bianchi Mian.

Essi diventano il fulcro espressivo fatto di tracce, segni, colori. Immagini dunque capaci di indagare nell’inconscio e riportarci simbolismi repressi, nascosti, dimenticati, accantonati a forza.
Vit[amor]te è un’opera completa che torna e riparte tra versi in poesia e percorsi introspettivi nella coscienza, tra eros, sogni, realtà, inganno.

Sinossi

Quarantaquattro poesie per ventidue originalissimi arcani maggiori: parole e immagini come gemelle in danza.

Scrivere e illustrare poesie è per l’autrice un operare quotidiano, attività ormai consolidata di sperimentazione e strumento nel suo lavoro di psicoterapeuta.

Dopo le poesie e le filastrocche del libro “Favolesvelte” (Golem Edizioni, 2015), Valeria Bianchi Mian ha pubblicato racconti, ha curato e illustrato un’antologia sul tema della ‘dimora’, ha scritto e fatto nascere il suo primo romanzo (“Non è colpa mia”, Golem Edizioni, 2017), ha partecipato alla stesura di tre saggi di psicologia in collaborazione con altri colleghi. In questa silloge raccoglie le poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019; le fa procedere insieme alle figure dei tarocchi.
È una Totentanz che passa dalla nigredo, l’Opera al Nero, e punta alla rinascita, è un cerchio di versi che si fa spirale attraverso i disegni.

Il filo conduttore di Vit(amor)te è l’idea della natura viva: è una bozza di verde, lo spunto generativo, il germoglio rigoglioso o la foglia secca, il respiro della terra sopra la quale camminiamo, natura che matura nella nostra psiche.

La storia del diventar se stessi comincia dal Matto incompiuto, un germe, il seme ritrovato; lo sviluppo per concludere con il ricominciar da capo.

Qui l’articolo originale:

https://www.culturalfemminile.com/2020/11/02/vitamorte-di-valeria-bianchi-mian/?fbclid=IwAR3W55auGuExNWHPkSdIWkcD_6F54Bas7BFYHvhGQBtoXtkmY6h1oo72B-A

VIT(AMOR)TE – intervista a Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine a cura di Emma Fenu

VIT(AMOR)TE – intervista a Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine a cura di Emma Fenu

Vivere è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa. Ma vivere è appartenere a un altro dal di fuori, e morire è appartenere a un altro dal di dentro. Le due cose si assomigliano, ma la vita è il lato di fuori della morte. Perciò la vita è la vita, e la morte la morte, perché il lato di fuori è sempre più vero del lato di dentro, tanto che è il lato di fuori che si vede.” – Fernando Pessoa

Valeria Bianchi Mian
Valeria Bianchi Mian

Valeria Bianchi Mian è straordinaria. Esula dall’ordinario grigio e sfumato, dallo stereotipo, dal serioso e dal melenso, dal banale e dal già visto e già sentito.

È una donna rossa di capelli e di utero, filosofa bambina, psicoterapeuta e psicologa di formazione junghiana, scrittrice, poetessa, saggista, fautrice di psicodrammi e di pièce teatrali, illustratrice, artista, insegnante di Scienze Umane, blogger. Collabora per “Psiconline” e per il nostro “Oubliette Magazine”, ha pubblicato “Favolesvelte”, silloge di poesie; “Non è colpa mia”, un romanzo noir; ha curato (con me) l’antologia di racconti “Una casa tutta per lei” e “Vit(amor)te”, una silloge di quarantaquattro poesie dedicati ai ventidue arcani maggiori, disegnati dall’autrice stessa.

Ho raccontato molto, eppure è poco rispetto alla sua biografia, e nulla rispetto alla sua essenza.

Perché, se volete conoscere Valeria, dovete specchiarvi, guardarvi negli occhi ed essere pronti a salire sulla sua giostra, scalzi e scarmigliati. E poi lanciarvi nell’abisso di animus e anima, mentre lei vi sorride.

E.F.: Chi è Valeria? Chi è la donna, la psicoterapeuta, la scrittrice, la poetessa, l’artista, la madre, la figlia, la bella e la bestia?

Valeria Bianchi Mian: Mi metto a nudo, Emma. Lo voglio fare. Valeria è una donna che dimostra meno anni della sua età. È una psicoterapeuta in gamba ed è una personalità decisamente creativa con un’energia pazzesca che si esprime a più livelli: scrittura, disegno, teatro. Valeria è Anima unita a uno Spirito indomito che solo a tratti si lascia ingabbiare e sottomettere. E perché mai, in quei “tratti”, il suddetto Spirito scivola nell’inganno? Osservando Valeria come se fossi ‘l’io narrante’ che rimane un po’ a distanza, vedo l’insieme delle concause e dico: “Questa persona è stata disponibile nei confronti degli altri. Voleva, è vero, pensare anche a se stessa mentre al contempo dispensava gratuitamente bellezza e stimoli, idee e tempo prezioso. Offriva il suo oro al mondo, Valeria. Un piccolo lucente barlume aureo, stelle e stelline, le lune e i pianeti, lei regalava qua e là, finendo (quante volte!) per mettersi in fondo alla lista o, se non proprio alla fine, trovando all’ultimo la possibilità di farsi avanti insieme agli altri, quasi a giustificare timidamente la richiesta di un giusto compenso, di una cassa di risonanza, di un podio, di un traguardo tagliato al momento opportuno, di una coppa ricca di fortuna. Insomma, ci sono anch’io, sembrava dichiarare. Sarebbe stato meglio dirlo subito. Sarebbe stato bene pronunciare più spesso dei no e pestare qualche piede in più.” Non è possibile mutare atteggiamento, trasformare Valeria in una perfetta egoista. Quel che si può fare, in accordo tra l’Io e le zone più profonde della personalità, è convincerla a canalizzare la luce del suo lavoro, a mettere un po’ più in risalto i figli di carta che ha partorito nel viaggio alchemico che l’ha condotta alla creazione di tanti libri, di idee e progetti professionali. Si potrebbe trovare un accordo: se l’Io si impegna a seguire i comandamenti del marketing, il Sé porterà nuove storie da scrivere fino a che Morte non separi Valeria da se stessa, sperando che quel momento arrivi molto tardi. Calcolando che la sua bisnonna è vissuta fino a 107 anni, direi che c’è ancora tempo per imparare a sgomitare un po’.

E.F.: Ci presenti i tarocchi come se fossimo alla fine di uno spettacolo, davanti alla platea che applaude e con il sipario in attesa di chiudersi?

Valeria Bianchi Mian: Non andrete via, Signore e Signori, prima di conoscere i nostri ospiti! Salgano sul palco le carte dei Tarocchi! Applausi! Ecco a voi i ventidue simboli antichi che fungono oggi da suggerimenti creativi. Nati nell’Italia delle Corti, gli Arcani Maggiori incedono adesso attivando suggestioni lontane, attraversano il tempo per stimolarci ancora al futuro.

Io li ho scoperti vent’anni fa e mi ci sono tuffata dentro nei Tarocchi, nell’acqua della Temperanza e della Stella, in fondo al mare lunare; ho corso con il Carro, ho girato la Ruota più e più volte. Ho incontrato Imperatrice e Imperatore sorseggiando il tè con l’Innamorato. Ho cantato follie con il Matto, ho declamato poemi insieme al Bagatto, rimescolando nell’alambicco il nucleo del mio essere, fino a disegnare (nel 2019) le illustrazioni per la silloge “Vit[amor]te. Poesie per arcani maggiori.”. Con i Tarocchi ci possiamo giocare. Possiamo inventare storie come nipotini di Italo Calvino o scoprire versi come farebbe un bambino dal Matto al Mondo, e viceversa. Alejandro Jodorowsky li ha portati nel mondo a voce alta, così come vuole il suo genio. Moltissimi sono gli artisti che nei secoli li hanno dipinti, scolpiti e fotografati.  La compagnia dei Tarocchi è disponibile per meditazioni guidate, per giochi di Psicodramma, per azioni sceniche e collane di sogni.  Insieme alla burattinaia Marta Di Giulio, qui lo dico e non lo nego, ho inventato il Teatrino dei Tarocchi: alla mia lettura immaginale si sposa la sua performance con oggetti, piume, pupazzi.

E.F.: Amore e morte sono un topos dell’arte e della letteratura: cosa ci attrae?

Valeria Bianchi Mian
Valeria Bianchi Mian

Valeria Bianchi Mian: Lo stesso Eros, bellissimo dio dell’amore, compare nel mito sotto mentite mortifere spoglie alla giovane Psiche curiosa. L’Amore “mostro” si svela soltanto attraverso il sacrificio della fanciulla, si cela affinché il suo lungo viaggio possa diventare vita congiunta e unione. Mircea Eliade ci racconta le storie di amanti invisibili nello sciamanesimo, e questi “sposalizi soprannaturali” portano sempre elementi di contatto con l’Altro e Oltre, perché l’amplificazione e l’approfondimento della personalità, il completamento di Sé richiede sempre una Morte simbolica. Gli alchimisti conoscevano il segreto del regicidio, ed è lo stesso “dover morire” che il nostro Io deve accogliere se vogliamo crescere. Ogni rinuncia, ogni sacrificio dell’Io è una piccola morte.

Altre immagini simboliche della danza tra i due principi psichici, e tra le due realtà, Amore e Morte, hanno un sapore medioevale. Penso all’abbraccio tra lo Scheletro e la ragazza, per esempio, iconografia vicina al richiamo affascinante dell’amato assassino in letteratura, il cavaliere che conduce la protagonista al talamo mortale – e che ha come controcanto al maschile la keatsiana Belle Dame Sans Merci.

Nella Totentanz, è ovvio, ci finiremo tutti: belli e brutti, ricchi e poveri, re e regine e cavalieri. Saremo im-mort-alati in un affresco che vede come protagonista assoluta la nostra Nera Signora che ci tiene per mano e ci fa fare il girotondo fino al cascar del Mondo.  

Negli Arcani Maggiori la Morte ci chiama alla trasformazione: è albero in inverno che cela le sue gemme come spunti per la Primavera, è taglio di Atropo, è falce nel campo.

Non mi soffermo qui sul richiamo di Thanatos nei pazienti che ho incontrato in questi anni di lavoro come psicoterapeuta. Penso ai ragazzi tossicodipendenti innamorati della “sostanza”, intrappolati nell’abbraccio di ossa e denti, sepolti (in)felicemente insieme alle spoglie del loro stesso Io non-morto. Non è accogliere la trasformazione, sopravvivere in quel modo: è, piuttosto, optare per la versione Zombie.

E.F.: Le parole cambiano il mondo? Lo faranno? Tu ci credi?

Valeria Bianchi Mian: Io direi piuttosto che le parole cambiano insieme al mondo, in un reciproco nascere crescere e morire culturalmente. Le culture meticciano i termini e le credenze, le pelli, i colori e confini. Se non trascuriamo le nostre radici, possiamo giocare con le parole o prenderle seriamente, e possiamo conservarle per le generazioni future, riscoprirle. Penso ai dialetti, penso a mio marito che ride con mio figlio suggerendo espressioni in piemontese. Ricordo l’alfabeto segreto che inventavo bambina tra le bambine. Con le parole ci lavoro, nelle parole mi avvolgo e poi cambio parole. Verba volant ma a volte attecchiscono i significati e allora le lettere diventano parole chiave. Le parole feriscono più delle spade ma occorre coglierne il significato, altrimenti ci si travisa, ci si ingarbuglia e scattano gli insulti in quest’epoca di “fake-news” e di facili “flame”.

Mi piace stare sopra sotto dentro fuori e in mezzo alle parole e alle azioni, amo i performativi, le parole vive. Nei Tarocchi, a volte, la Morte non ha nome, eppure arriva lo stesso. Così come l’Amore, senza troppi discorsi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/06/24/intervista-di-emma-fenu-a-valeria-bianchi-mian-fra-amore-morte-alambicchi-e-tarocchi/?fbclid=IwAR1_1I0J_mBFYrYLL83vq6S1AZOjUMV657FQDNKbUntfmoy0Wg_XOE0WpPQ

CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

“La dolcezza violenta di alcuni passaggi ti stordisce come un gancio di Muhammad Ali e tu vai a terra sfiancato senza capire se sei stato appena investito da un tir, o ti hanno solo confessato il più vero di tutti i segreti.”

Cara Catastrofe di Felicia Buonomo
Cara Catastrofe di Felicia Buonomo

Così nella postfazione al libro Valerio Di Benedetto accoglie “l’arduo compito di saper ascoltare, osservare ed essere grati“, e lascia che la silloge di Felicia Buonomo voli “nel firmamento senza l’aiuto di Pegaso” perché lo spirito nei suoi versi “la fa arrivare fino al sole, dove si scotta, si brucia, arde, ma non cade mai, perché non c’è cera a tenere insieme le sue piume, ma versi, immagini, coltellate a tradimento, speranza, umanità, in una sola parola: poesia.”

Rovina: è il sinonimo che mi viene in mente, parola allo specchio riflesso che si fa uguale e contraria all’amore ideale e, giocando ancora a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eromaSe la catastrofe della poetessa è l’amica interiore alla quale rivolgersi come in un diario, i relitti della storia sono narrazione, frammenti di una relazione. Ed ecco che il risultato è ‘uno fratto’ il bacio tra le macerie, arcano numero VI dei Tarocchi tra pietre ed edera, la coppia archetipica in nigredo nel dipinto di Burne-Jones “Love among the ruins”.

Storia di una co-dipendenza con ritorno a sé” potrebbe essere il sottotesto tesoro nascosto, ed è un racconto che apre i diari segreti di tanti esseri umani, trovando nessi e risonanze nel passato o nel presente degli affetti negati, sviliti, frustati a sangue. Chi non si è innamorata almeno una volta di un narcisista?

La storia di qualsiasi privata Catastrofe si fa universale quando l’annosa questione della sofferenza amorosa non può risolversi mutando aspetto e abito, attraversando il Romanticismo e il Decadentismo, ma trova nella psicoanalisi un salvagente tra le onde per poi lottare e urlare i diritti delle donne e giunge quasi indenne nel ‘qui e ora’ tra violenza domestica e femminicidio e si tuffa nel testo poetico a dire di avere ancora – nonostante tutto – un po’ paura. Nonostante tutto, si va avanti per tentativi ed errori. Verso ipotesi di comprensione e cambiamento.

Catastrofe, cara, dico io, accendi romantiche assonanze. Dona ai lettori risoluzioni drammaturgica (possibile!), il capovolgimento dal rosso al nero, parole vive che mi svelino come l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) sia impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI). Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che la poetessa mi porge sopra il piatto d’argento del suo libro.

La poetessa e la sua anima gemella Catastrofe – ormai fattasi Persona sul palco della vita – procedono in carteggio univoco, traccia unidirezionale o ricamo monologo, coinvolte nello stesso sguardo omopsichico.

È incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto.

La prosa poetica che abita “La casa dell’incesto” emerge nel ricordo con passo d’acciaio e leggerezza di piume.

È il femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo, basato su altre storie in altri Diari.

È una pennellata, forse, un tocco leggero di quella stessa casa animica che mi fa annodare il filo al femminile di tutte le epoche, che mi porta a ricongiungere i pezzi sparsi, a rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità.

È un’opera alchemica, indubbiamente. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poetessa e la sua Musa, coinquiline della stessa ispirazione.

“Cara Catastrofe,/ guardarti è come entrare in scena,/ senza aver mai provato la parte./ Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo./ E di nuovo inciampo./ Nei tuoi occhi, il mio sold out./ Non c’è spazio per replicare./ E io continuo a improvvisare.”

Felicia Buonomo
Felicia Buonomo

Per soccombere alla propria strada senza lasciarci la vita, l’unica reazione possibile sembra essere quella della poesia. ‘Fare anima’ – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. La Catastrofe, a scavare nella terra nera della psiche, si rivela proiezione sull’Altro. Ed è un Altro-da-sé che si rivela adesso declinato al maschile: “spazio nella linea del mio sguardo,/ uno sguardo/ che aderisce al tuo passo spavaldo.”

L’amato ha le armi idonee per spalancare la porta della Catastrofe, è lui il portatore sano di rovina, è il Trickster, giocatore esperto del giogo che stringe la donna, macchina perfetta creata, sembrerebbe, per donare il male.

“[…] Strano meccanismo attiva il cuore:/ brilla negli occhi senza distinguere/ tra l’amore e il male./ Accorcia il tempo,/ come la fune che mi hai stretto al collo./ Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore./ Ora so che sarà per soffocamento.”

Catastrofe dunque è il segreto mercurio che lega i due nel rapporto stretto, nel laccio del Diavolo dei Tarocchi? Gli amanti tenuti saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

“La mia vita” – scrive ancora la poetessa – “procede per sottrazione./ Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.”

E ancora…

“Dormiamo insieme ogni notte/ ma è nella crepa che dovrai recuperarmi./ Fai piano, che anche la luce è dolore,/ dopo la culla di un buio così violento.”

La Catastrofe conduce il lettore al centro, là dove sta l’amore come dismorfia ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandi perfetto per annullare L’Io. Si procede dal nero all’albedo immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione, oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani tra Eros e Thanatos.

Come ho già scritto altrove: “La poetessa canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.”[1]

Sempre che sia il calvario a condurre alla resurrezione.

“Mi ricordi che anche il figlio di Dio/ è fatto di carne che sanguina e muore./ E che nessuno aspetterà, per me,/ il terzo giorno.”

E poi? Ancora. Oltre.

“Jessica dice che mi aiuterà/ e che non sono sola./ Quando vado a farle visita/ non la guardo mai negli occhi./ Ogni visita la concludo così:/ «Jessica, è colpa mia?».”

La poetica della cura, forse, ci potrà donare la risposta. Nel frattempo, Psiche procede sola, si riconosce individuo tra le proprie ferite, alla ricerca del Dio che si è allontanato.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/04/27/cara-catastrofe-di-felicia-buonomo-lapocatastasi-dellanimo-versi-come-tessitura/

VIT(AMOR)TE – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

VIT(AMOR)TE – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

Leggere Valeria Bianchi Mian significa entrare in un cumulo di immagini, ricordi, luoghi, moti emotivi. Ma non è confuso e indistinguibile nei suoi elementi. È al contrario allineato, così come le carte dei Tarocchi di cui l’autrice parla nella sua introduzione: «I tarocchi li ho presi in mano da ragazzina […] è possibile che siano le carte a possedere me in un rapporto di reciproca benevolenza e orientamento, come bussola onirica e poetica». L’autrice firma questo importante testo poetico, che attira l’attenzione già dal titolo, che non ha bisogno di essere spiegato o interpretato: “Vit[amor]te. Poesie per arcani maggiori”, edito da Miraggi Edizioni, perché è proprio quello l’invito al lettore, sembra di capire: spingersi nell’interconnessione dei mondi.

E allora tra le immagini del matto, la papessa, l’imperatrice, l’appeso (la cui poesia annessa a quest’ultimo, è stata finalista al secondo premio Alda Merini 2018) e tanto altro, l’autrice ci accompagna in un percorso immaginifico, dove accogliamo il suo invito a cercare (in esergo l’autrice: “A te che vai cercando”. ). A leggere la poetessa, la ricerca non risulta vana, troviamo anche quello che da subito non percepiamo: «ad ogni mia convinzione / aggiungo / un punto di domanda».

E l’approdo al forziere, sia esso un ammasso di interrogativi, o di conferme, ognuno saprà capire in cosa consiste la propria libertà di possesso, lo si deve alla capacità erudita di condurre che contraddistingue Bianchi Mian.

Ci sono passaggi, nella raccolta, che esortano alla riflessione esistenzialista che ricorda la filosofia Sartriana, nell’esposizione di un tempo che sfugge, che non permette la presa, «L’ora persa tra le due e le tre / pensando di vivere a lungo / sommando altre ore e ore al tempo», dove l’interrogativo ci porta sul rapporto spazio-tempo, «me bambina + / me adolescente / + me adulta = / lo spazio illegale del Sé?».

L’autrice dà al lettore senza sfoggio, dona come se stesse prendendo, ricordando un intenso passaggio narrativo dello scrittore libico Hisham Matar. O – per rimanere in un ambiente più vicino alla sua formazione, benché non proprio aderente al percorso nel quale ci accompagna («…Ben più di quanto io mi senta attratta dai popolari marsigliesi o dal percorso intrapreso da Jodorowsky, pur apprezzando la vitalità e l’energia di quest’ultimo, seguo l’anima delle artiste che hanno progettato i Rider-Waite-Smith e i Crowley-Harris, scrive) – sembra seguire l’invito del noto Jodorowsky, quando ci dice che “quello che dai, lo dai a te, quello che non dai, lo togli a te”.

E allora noi leggiamo con precisione e calma, perché come ci ricorda l’autrice «la fretta / ti porta alla soglia / prima degli altri / ma non vinci niente». Cercando di addentare l’arcano, per svelare e scoprire la natura dell’umano sentire.

Il Bagatto

  1. Aborro (andante con grido)

Aborro

l’induzione al bisogno

le multinazionali del disagio.

Aborro

il marketing del nulla

nel Nulla che avanza

e avanza

e t’induce al bisogno

del nuovo modello di ciocco-merendina

del panno impermeabile pulisci macchie invisibili

del dopo dopo-balsamo per i peli delle ciglia

dell’esaltatore di sapidità per gli zombie

che camminano nella ciotola del gatto

dei sogni da far nascere con l’utero in affitto

dell’attico ignifugo su Marte

dello yogurt rossoblu dell’Uomo Ragno

del leviga occhiaie gel multifunctional iperattivo

del dentifricio all’uranio impoverito

del divaricatore per allargare le dita dei piedi

del bambolo gonfiabile che ripete

non sei sola

non sei sola

(non siamo soli).

Aborro

le luci al neon dei centri commerciali

la puzza emanata dal girarrosto del pollo a terra

la terra bruciata, dickensianamente desolata

ed io

in maschera antigas di pizzo e latex

induco me stessa al bisogno

d’indurmi il più possibile al bisogno

del non aver bisogni.

Induco me stessa all’umano

vicino di casa d’umano

e suono

per un po’ di zucchero.

  1. L’oltreuomo

Conosco l’uomo teso all’oltreuomo

ambiziosamente imperante, perfetto

geneticamente modificato, a effetto.

Di ogni gesto è il padrone, re del DNA

Dio sulla Natura, l’assoluto Signore.

Gli alberi del futuro cresceranno dritti

in fila indiana, marionette con regole

precise, l’orma dell’uomo sulla forma.

Gli animali estinti e quelli sopravvissuti

pascoleranno gli zoo in terre asettiche.

L’amore sarà matematica, eugenetica.

Non posso insegnare

all’apprendista.

Ho soltanto il sentore del sentimento.

Ho la visione del visualizzare la vista.

La percezione del percepire la pietra.

So

che l’irregolarità, l’errore, lo sbaglio

sono gli ori, i rei tesori della sapienza

e so

che quando la perfezione si rivelerà

geneticamente dotata d’imprevedibile

io sarò tra quelli

che ridono per ultimi.

Valeria Bianchi Mian

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE | Felicia Buonomo (d’amore e rovina)

Che cos’è mai questa Cara catastrofe?

O meglio: dove trova luogo una tanto potente amica di penna?

Rovina è il suo sinonimo –  allo specchio riflesso si fa uguale e contraria all’amore e, giocando a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eroma. Se la catastrofe è amica interiore, i relitti sono dentro la relazione, ed ecco che allora, matematicamente, il risultato è ‘uno fratto’ quell’abbracciarsi forte tra le macerie della coppia archetipica nel dipinto di Burne-Jones Love among the ruins.

Catastrofe, cara – accende romantiche assonanze ed è risoluzione drammaturgica (possibile), capovolgimento dal rosso al nero, parola viva che mi lascia immaginare l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI).
Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che l’anima della catastrofe mi porta a fantasticare.
Sorella simbolica di penna, un ‘caro diario’ evocativo, l’Altra-in-sé di Felicia Buonomo è cara alla poeta, mai scontata né a buon prezzo – è compagna di viaggio. Echi di una privataapocalisse con relativa potenziale apocatastasi aleggiano nell’etere, insieme a Vasco Brondi che apre la silloge e canta… “a inchiodare le stelle a dichiarare guerre a scrivere sui muri che mi pensi raramente…” (Vasco Brondi – Cara catastrofe).

Cara Catastrofe

m’innamori 
come il gelo sul lungolago di Mantova, 
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova 
e la strada oscura dei vicoli di Napoli. 
Trova nuovi colori e tratti che m’incantino. 
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

La poeta e la sua Catastrofe – ormai fattasi Persona – procedono in carteggio univoco, come traccia unidirezionale o ricamo monologico, coinvolte nel medesimo sguardo che, sempre giocando a immaginare io definirei – riconoscimento omopsichico. E ancora dico gemellaggio interiore, incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto. La prosa poetica che abita La casa dell’incesto emerge nel ricordo di un passo d’acciaio e della leggerezza delle piume di un femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo. Una pennellata, forse, soltanto un tocco leggero mi fa riprendere il filo nella lettura dell’impresa più difficile per le donne (ma anche per gli uomini) di tutte le epoche: ricongiungere i pezzi sparsi, rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poeta e la Musa, coinquiline nella stessa ispirazione.

Elementi in luce si intrecciano alle voci in nuce, ai tratti ancora oscuri, messi a nudo fino alla scarnificazione. La pelle e la carne, da un lato. Il dolore dall’altro. La ferita in mezzo. Mentre leggo ho i brividi nelle ossa.

Cara Catastrofe

guardarti è come entrare in scena, 
senza aver mai provato la parte. 
Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo. 
E di nuovo inciampo. 
Nei tuoi occhi, il mio sold out. 
Non c’è spazio per replicare. 
E io continuo a improvvisare.

C’è solo un modo per soccombere senza soccombere: l’unica reazione possibile sembra essere quella del fare poesia.

Fare anima – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. L’Altro, allora, si declina al maschile, una catastrofeche veste gli abiti dell’amato e prende, scrive l’autrice,

spazio nella linea del mio sguardo,

uno sguardo

che aderisce al tuo passo spavaldo.

L’amato ha le armi per aprire la porta alla stessa Catastrofein quanto portatore sano di rovinagiocatore esperto di ungiogo che stringe la donna, ed è un meccanismo perfetto per donare il male.

(…)
Strano meccanismo attiva il cuore: 
brilla negli occhi senza distinguere 
tra l’amore e il male. 
Accorcia il tempo, 
come la fune che mi hai stretto al collo. 
Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore. 
Ora so che sarà per soffocamento.

Lui ha in mano la Catastrofe adesso, forse l’ha tenuta saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

La mia vita

scrive ancora la poeta

procede per sottrazione.

Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.

Dormiamo insieme ogni notte
ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. 
Fai piano, che anche la luce è dolore, 
dopo la culla di un buio così violento.

La Catastrofe non è fine a se stessa, se nel procedere serrato nel dolore Felicia – nomen omen, per l’uno fratto la Catastrofe stessa –  ci conduce al centro, là dove sta l’amore come

dismorfia

ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandiche annulla L’Io.
È importante, mi sono chiesta, sapere a chi sono dedicate le invocazioni, le frustate emotive, gli schiaffi nell’anima, le parole che arrivano dritte al brivido del lettore?

No.

La mia impressione è che si tratti in ogni caso di un procedere immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione e oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani fragili e forti e innamorati del male, presi al laccio nel non sapere come uscirne, senza potersi muovere da quel legame di Eros e Thanatos – amore mortale. La poeta canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.

In un’ottica analitica potremmo vedere la faccenda da almeno due punti di osservazione: ciò che avviene dentro risuona fuori e richiama il mondo in una danza di viceversa – è un calvario narrato per versi che condurrà alla resurrezione?

Mi ricordi che anche il figlio di Dio 
è fatto di carne che sanguina e muore. 
E che nessuno aspetterà, per me, 
il terzo giorno.

Forse, le voci altre del mondo potranno aprire la breccia, il varco nelle macerie per estrarre, prima o poi, l’anima dal terremoto.

Jessica dice che mi aiuterà 
e che non sono sola. 
Quando vado a farle visita 
non la guardo mai negli occhi. 
Ogni visita la concludo così: 
«Jessica, è colpa mia?».

Ogni staffilata poetica di questa toccante silloge è una dose di dolorosa consapevolezza. Fuori dall’inferno, l’inizio è denso grigio, è vuoto pregno che l’arte può coltivare, punti di sutura, poetica della cura.

[Valeria Bianchi Mian]

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://poesieaeree.wordpress.com/2020/03/26/cara-catastrofe-felicia-buonomo-damore-e-rovina/