di Damiano de Tullio

Tre

Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura. Ha rotto da poco con un tipo, Uliano Coppetti: trent’anni, paranoico, gel nei capelli, anelli alle dita con teste di lupo, fisico da pugile. Vuole portarsela a letto, ma non ha un posto dove andare, e pretende sia lei a cercarlo. Hanno provato quindi ad appartarsi nel parcheggio della fermata della metro: lei si è sfilata i pantaloni e ha mangiato un mandarancio, lui si è fatto una canna, poi l’ha tirato fuori, ma non ha raggiunto l’erezione, e lei si è rifiutata di masturbarlo; hanno finito col litigare, e lui se ne è andato, senza voltarsi indietro: l’ha lasciata lì, seminuda, nel parcheggio. Dopo lei se n’è un po’ pentita, ma in fondo è consapevole di non sapere cosa volesse esattamente da lui, da questa strana storia. E in fondo lo sa, che tutto è in quell’interrogativo: cosa si voglia dall’Altro, cosa si cerchi nell’Altro…

Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucinaCanti del caosLa cipollaIl gridoL’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.

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QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-buon-auspicio