di Ernesto Ciccotti

Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.

In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Bras Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale. 

Roland Barthes ritiene che lo stile . una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra. 

Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”. 

Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska. 

L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”. 

L’astrattismo della vita secondo Blažević. Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e là; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio . completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia. 

E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.

QUI l’articolo originale: https://www.lindiceonline.com/articles/9fbc85fa-1322-46b9-abe1-fdfcd71812ea