Roma. Intervista a Nicola Manuppelli di Silvia Castellani per Satisfiction

Roma. Intervista a Nicola Manuppelli di Silvia Castellani per Satisfiction

Quelle prime settimane mi permisero di mettere via un certo gruzzoletto. Con Satchmo c’era talmente da fare che avevo a malapena il tempo di dormire, figuriamoci per spendere dei soldi. I viaggi di andata e ritorno dal Pigneto, anche se non esageratamente lunghi, erano spossanti, e qualche notte finii per addormentarmi all’aria aperta dalle parti del Pincio o vicino alle Terme di Caracalla o sotto i ponti del Tevere, dove non potevo essere visto, come un vero vagabondo, uno di quei pitocchi che si facevano la strada a piedi e vivevano di espedienti. A volte, se avevo tempo sufficiente, prendevo il collegamento e raggiungevo la spiaggia di Ostia, dove mi addormentavo sotto le stelle. Com’erano belle le stelle romane. Veniva da pensare che fosse su quella spiaggia che agli uomini fosse venuta in mente l’idea delle costellazioni, che fosse stato lì che avessero pensato di unire tutti i puntini e pensarli sotto forma di oggetti o animali, e immaginare per ognuno di loro una storia. Ecco, le storie erano persino nel cielo. Fandonie nel cielo. Mi stendevo sulla sabbia ancora calda per il giorno e assaporavo la brezza, e tendevo le braccia verso l’alto come se potessi afferrare quei puntini lumino- si e spostarli, creare un disegno tutto mio. Avrei voluto disegnare una costellazione con la forma del mio cuore, per vedere cosa ci fosse davvero dentro. Ero convinto che finché avrei continuato a guardare il cielo, e a meravigliarmene, sarei stato per sempre giovane.

Nicola Manuppelli

brano tratto da Roma, Miraggi Edizioni, 2018, pp. 162-163.

#

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, scopre autori americani e irlandesi (tra cui Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault, Don Robertson). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Aliberti. Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, IBS Café. Ha pubblicato i romanzi Bowling (Barney Edizioni, 2014) e Merenda da Hadelman (Aliberti, 2016), la biografia della scrittrice Alice Munro, La fessura (Barbera, 2014) e la raccolta di poesie Quello che dice una cameriera (Miraggi Edizioni, 2017). È biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

#

Roma (Miraggi Edizioni, 2018, pp. 320, euro 18) è un libro sul cinema, un mix di realtà e finzione, ambientato nel secolo scorso. È un concatenarsi di storie sulla città eterna, dove tutte le strade portano. Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

Se parliamo di stesura, di scrittura del libro, ho impiegato tra i 4 e i 5 mesi. Per quanto riguarda il materiale, i riferimenti che ci sono nel libro, si tratta di cose accumulate negli anni, sia a livello di sentito dire, sia di viaggi fatti a Roma, che poi sono tutti confluiti nella trama. Quello che mi piace dire è che rispetto ai due romanzi precedenti che ho scritto, questo è per me il primo romanzo in cui davvero mi riconosco, dove il modo di lavorare l’ho sentito molto mio: ho lavorato alla storia come fossi un regista, facendo domande, sopralluoghi, chiacchierando con le persone. Si è trattato di un lavoro di collaborazione, insomma. È stato proprio come fare un film, pur non avendo a disposizione i mezzi del regista.

Leggendo il romanzo mi è parso di trovarmi ora nel cottage dello scrittore protagonista del Grande Gatsby (Tommaso, il protagonista, è giornalista e scrittore), ora sul set di un film di Fellini. La sua scrittura è cinematografica, si è trattato di una scelta o di una combinazione?

Ho tre grandi passioni artistiche: la musica, la letteratura e il cinema. Per quanto riguarda la musica, diciamo che non posso sfogarmi nella stessa, come autore intendo, così la posso recepire soltanto in maniera passiva. Ho sempre sognato invece di lavorare per il cinema. Come passione direi che il cinema è forse addirittura superiore alla letteratura: quando guardo un film, infatti, riesco ad isolarmi e mi passa tutto. Il cinema, soprattutto quello di cui parlo nel libro, quello della prima Cinecittà, degli anni Cinquanta e Sessanta, ha una grandissima influenza. Per anni ho provato a scrivere un romanzo partendo dal mio background letterario, che è molto americano perché lavoro su autori americani, e mi venivano delle cose americane, così succedeva che le sentivo meno mie, mentre il mio background di spettatore cinematografico è molto italiano; amo Monicelli, Scola, Fellini e ho capito che con il romanzo dovevo andare lì. Per quanto riguarda la scrittura in scene è anche molto voluta, perché quando penso e leggo un libro, la prima cosa che cerco è di vedere. Fellini domandava: Come si fa un film? E rispondeva: Trova sette scene buone, mettile insieme e avrai il film. E questo modo di scrivere i romanzi è antico, sono un affastellarsi di episodi… Volevo la libertà di raccontare delle cose che vedevo e mi immaginavo di volta in volta, aspettando che il libro terminasse da solo. Io ero dentro Roma e, a mano a mano, vedevo le cose e le raccontavo. Per me scrivere è inventare, utilizzare la scrittura per creare. Non volevo un senso generale del libro, a un certo punto erano i personaggi stessi a reclamare il loro proprio spazio. Un personaggio diceva: ma come, l’altro personaggio ha avuto una storia, quell’altro pure e la mia non la racconti? Bè, è interessante, pensavo, e mi dicevo: in effetti si potrebbe raccontare anche… e a un certo punto mi sono dovuto strappare il libro dalle mani, perché avrei potuto continuare all’infinito, avevo in mente anche altre storie di altri personaggi.

Lei è mai stato a Cinecittà e se sì, cosa l’ha più colpita?

Sono stato a Cinecittà dopo averla sfiorata per tantissimo tempo, perché tante volte sono andato lì e non c’è stata occasione di entrarvi, perché era chiusa. Era un desiderio forte quello di poterla vedere, poi è accaduto che una volta mi trovavo lì vicino a pranzo con Pasquale Panella, che è il paroliere di Lucio Battisti, e lui che ha sempre abitato nei pressi di Cinecittà mi raccontava di quando da ragazzino scavalcava i muretti di Cinecittà e vi entrava per vedere cosa succedeva e questo racconto-ricordo è stato anche uno dei punti di partenza del libro. Poco dopo hanno aperto Cinecittà per vedere alcuni set e sono andato a vederla per la prima volta. Era il 2017. E’ stata per me una fascinazione totale, lì ho deciso che volevo ambientare il romanzo, oltre che a Roma, anche a Cinecittà. Ho trovato con entrambi un set naturale e molto materiale è rimasto fuori, quindi è nato il progetto di scrivere una biografia raccontata di Fellini per il 2020. Non sarà il mio prossimo libro, ma quello dopo.

C’è una bella metafora a un certo punto del libro che parla di spiagge, barche e navi dirette verso la “gioia di vivere”. Qual è oggi una gioia del suo vivere?

Io sono felice. Una cosa che non sopporto nella letteratura è il cinismo. Nel libro esalto gli epicurei, scelgo appositamente dei personaggi epicurei. A me piace tutto, mi piace proprio il vivere. Vede, ho sempre inseguito quello, ho sempre cercato di fare quello che mi rende felice, perché credo che è ciò che a una persona riesce meglio. Oggi faccio un lavoro che mi piace, leggo e scrivo, e in futuro mi piacerebbe anche lavorare per il cinema… e sto insieme a persone che mi rendono felice e ho degli amici che mi rendono felice e dove non trovo questo sentimento mi allontano. Per me essere felice è esattamente quello che sto facendo oggi, che ho fatto ieri e spero farò domani.

A pag. 110 si parla degli odori che scandiscono le ore della giornata ed evocano storie, momenti che solo grazie agli stessi odori possono ricordarsi. Quale odore è legato alla sua infanzia e quale ricordo, se vuole ripercorrerlo con noi di Satisfiction, le evoca?

Mi ricordo mia mamma profumata, mia mamma che quando entravo in casa aveva sempre un buon profumo, fresco e accogliente. Questo è il profumo che mi ricordo dell’infanzia, poi c’è un profumo ch

e appartiene agli anni dell’adolescenza: i primi anni di liceo, quando arrivava il mese di gennaio e finiva il primo quadrimestre e ogni tanto c’era qualche giornata che annunciava la primavera e c’era un profumo particolare nell’aria che sento anche adesso e tutte le volte che sento quel profumo lì, rivivo i miei 14 anni. Mi piace ragionare per profumi e attraverso i sensi. La letteratura western include i personaggi spesso in questi grossi paesaggi naturali, mi piace che ogni tanto i personaggi alzino la testa e vedano il cielo e si ritrovino dentro il paesaggio con tutti i sensi e le percezioni attivati, in modo che non siano solo loro i protagonisti, non siano solo le parole, ma ci sia anche questa parte qua.

Prendendo a pretesto un personaggio marginale del libro, che fa i Tarocchi, le chiedo se lei crede alla fortuna.

Credo alla buona stella. O me la do come scusante. Come dicevo prima rispetto all’approccio alla vita felice, la vedo come una cosa bellissima, la vita, e siccome ho questa predisposizione buona, spero possa essere ricambiata. Non sono una persona coraggiosa, però rischio cose, dicendomi che in fondo ho una buona stella. Credo che se uno si asseconda e crede fermamente nelle cose che fa, la fortuna se la procura.

Emanuele fa da cicerone al protagonista Tommaso nei primi momenti dell’arrivo di quest’ultimo a Roma e contestualmente anche il lettore viene ad apprendere molte cose sulla città eterna, i suoi monumenti, i suoi passaggi segreti. Quale racconto da lei a sua volta appreso, riguardante Roma, l’ha più affascinata?

Mentre facevo un po’ di ricerche per il libro, mi ha colpito l’episodio del rastrellamento del Quadraro, che è un episodio davvero impressionante e poi Cinecittà durante la guerra. Erano cose che sapevo o avevo sentito raccontare, ma approfondite mi hanno colpito profondamente. Questo per quanto riguarda gli episodi storici. Dall’altro lato, c’è da dire che Roma è fatta di tante piccole storie, di tanti piccoli episodi, che sono straordinari. Per esempio, anche se nel libro è marginale, mi ha colpito molto la storia di Pasquino o quella che racconto della bocca della verità. Le stesse storie dei registi e degli attori che frequentavano Roma sono affascinanti. È pieno. Ecco, non riesco forse a identificare una storia precisa, devo dire che la prima fascinazione romana, pura, è stata per le poesie di Giuseppe Gioacchino Belli e per i film di Luigi Magni. Lì ho iniziato a vedere una Roma particolare che mi attraeva molto. C’è una storia romana però, ad onor del vero, che avevo sempre in mente quando lavoravo al libro. Si tratta delle due morti diverse di Seneca e Petronio, al tempo di Nerone. Seneca fece una morte da stoico bevendo la cicuta; Petronio invece si accomodò in una specie di vasca, si tagliò le vene, invitò tutti gli amici, chiacchierando e bevendo vino insieme a loro. Fece a sua volta una morte in linea con la sua filosofia. Questa storia è stata molto presente durante tutta la scrittura di Roma.

Nel suo libro trova spazio anche la poesia. Si racconta ad esempio di come Catullo arrivò a Roma, si citano versi e infine molte pagine sono intrise di poesia per lo stile e per una sorta di sentimento nostalgico che dimora in esse. Lei legge poesia e se sì, quali poeti apprezza di più?

La mia prima passione letteraria è stata l’opera del poeta irlandese William Butler Yeats. Il libro con cui ho iniziato a scrivere, nel senso di libro che una volta finitane la lettura, ha fatto sì che il giorno dopo prendessi in mano una penna per scrivere a mia volta, è stato I cigni selvatici a Coole di William Butler Yeats. Ho poi scritto un libro di poesie dal titolo Quello che dice una cameriera (Miraggi Edizioni, 2017) che per me ha rappresentato uno spartiacque, ovvero è stato il primo libro in cui mi sono davvero riconosciuto. E poi è arrivato Roma che, come ho già detto, è stato il primo romanzo in cui mi sono riconosciuto. Il mio libro di poesie raccoglie del materiale molto vecchio – fino naturalmente al più recente – e la prima persona con cui ho avuto a che fare nel mondo letterario e alla cui attenzione ho sottoposto la lettura delle mie poesie, è stata niente meno che Fernanda Pivano, che voleva farne pubblicare alcune, di quelle poesie. Non ci riuscì all’epoca. Se poi vuole dei nomi dei miei poeti di riferimento direi che mi piacciono molto Catullo, Lucrezio, Marziale, Foscolo, Shakespeare, Yeats, Francois Villon, Sylvia Plath, Anne Sexton, Emily Dikinson, Leonard Cohen. Questi sono i miei riferimenti. Dei contemporanei invece, il mio poeta preferito, che è anche un amico, è Edward Field, che ora ha più di 90 anni e lui è indubbiamente il mio poeta vivente preferito.

Nei ringraziamenti c’è scritto che il libro nasce da un pettegolezzo e da un ricordo. Ci racconta il pettegolezzo?

La zia di mia moglie è una sorta di cantastorie, conosce tante storie e ogni tanto ne racconta qualcuna. Da una di queste è nato il mio prossimo romanzo che in realtà ho iniziato a scrivere prima di Roma ed è un libro ambientato negli anni Cinquanta. Da lì ho iniziato a prestare ascolto attento a quanto raccontava e una volta ha raccontato un episodio vero accaduto in provincia di Piacenza riguardante una coppia che “dava scandalo”, come si usa dire, coppia che viveva vicina ad un’anziana signora. Quando la coppia andò via dalla casa in cui abitava, gettò un dildo in un cespuglio che confinava con la casa dell’anziana signora, la quale lo ritrovò. Non sapendo cosa fosse, iniziò a chiamare carabinieri, vigili del fuoco e artificieri, pensando che si trattasse di chissà quale ordigno. Questo episodio è stato quello che ha fatto scaturire l’inizio del mio libro Roma. Il ricordo invece, che ha dato il via a Roma, è quello raccontato prima, di Pasquale Panella e dei muretti.

Quest’ultima domanda ha a che fare con il cielo. Come è il cielo sopra Nicola Manuppelli?

Roma è un libro dove il cielo ha un ruolo enorme. È la prima cosa che mi viene in mente della città. Ed è immenso. Spero sia sempre immenso, chiaro e limpido, come quando di notte i protagonisti del libro, in una certa scena, lo vedono tutto stellato e si immaginano per ogni stella una storia e si immaginano di unire quelle stelle come puntini, per creare qualcosa. Ecco, forse questo è esattamente il mio cielo.

di

Chiedi a papà – la partecipazione al destino degli altri ha un potere enorme, da sola può renderci migliori di quello che siamo mai stati – Gianfranco Franchi per Mangialibri

Chiedi a papà – la partecipazione al destino degli altri ha un potere enorme, da sola può renderci migliori di quello che siamo mai stati – Gianfranco Franchi per Mangialibri

Chiedi a papà – Gianfranco Franchi per Mangialibri

Papà Jan Nedoma, medico, ha combattuto per parecchio tempo con una tremenda malattia: i suoi figli Jan jr. (detto Hans), Emil e Kateřina hanno assistito alla sua decadenza e alla sua fine, così come la moglie, la compagna di una vita, Marta. Nella malattia di Jan, a un certo punto, non c’è stato più segno di luce e di speranza: in lui cominciava a essere la morte, e la morte è la tenebra degli uomini, quando sono dimentichi di un’autentica spiritualità. Testimoniare quel precipizio paterno era stato abbacinante; infine non esisteva più conforto. Morto Jan, Marta e i suoi figli fanno i conti con l’assenza, col nulla rimasto dopo di lui. Non se n’è andato soltanto lui, ma poco alla volta è finito nel nulla tutto ciò che avevano insieme, tutto ciò che erano stati insieme; ciò che avevano rappresentato. I fantasmi del passato si nascondono dappertutto: la memoria pretende più di un tributo, con imprevedibile frequenza; la coscienza fa sprofondare in più di un rovinoso esame. Hans dice che uno rimane bambino finché ha i genitori in vita. Forse è così. Intanto, la famiglia continua a ricevere lettere, scritte da un vecchio amico integerrimo; lettere che ripetono che papà Jan non era l’uomo che sembrava, era stato sleale, s’era ammantato d’un’aura di cristianità che non corrispondeva ai suoi comportamenti – ciò che aveva fatto per il regime comunista era criminoso. “Corrompere non è solo ingannare e pagare, nel suo significato principale vuol dire distruggere. In questo modo è stato distrutto tutto ciò a cui con tuo padre abbiamo aspirato per tutta la vita […]. La malattia è solo una parte della condanna che deve scontare in eterno, per espiare forse il sangue sulle sue mani”. Come accogliere parole così pesanti e inattese? Sono reali, è tutto reale? Siamo qui? “È possibile, per un istante, non morire? Per un istante, non fare del male? Per un solo istante non pensare alle lettere che cercano di convincerti che tuo padre era un uomo malvagio e meschino, che fingeva di essere un cristiano mentre prendeva parte ad autentici crimini? Un’accusa così tremenda che a causa sua ti cominciano a fare male proprio quei reni che tuo padre per tutta la vita ha curato […]. E le pareti ondeggiano e i rami si muovono, la sigaretta finisce”…

Jan Balabán, classe 1961, nativo del borgo di Šumperk, vicino Olomouc, Moravia, cresciuto nella grigia città industriale di Ostrava, laureato in Filosofia, è considerato tra i maggiori scrittori cechi del secondo Novecento e degli anni Zero. Apprezzato soprattutto come autore di racconti (premio Magnesia Litera per l’acclamata raccolta Možna že odcházíme, vale a dire Forse ce ne andiamo, nel 2005), come romanziere è stato particolarmente elogiato per libri come Kudy šel anděl, cioè Dov’è andato l’angelo (2003) e per questo Zeptej se táty, cioè Chiedi a papà, apparso postumo, in patria, nel 2010, salutato nuovamente col prestigioso Magnesia Litera, poi tradotto in Svezia, Serbia, Polonia, Bulgaria, Macedonia. Si tratta di un cupissimo, terribile e parzialmente autobiografico romanzo esistenzialista, scritto nell’arco di tre, lancinanti anni per meditare sul senso della vita, sul peso dell’assenza e sull’irrimediabilità della morte; è stato considerato un libro maudit, perché l’artista è venuto a mancare poco prima di completare la revisione del manoscritto, soltanto quarantanovenne, senza essersi nemmeno ammalato. Nella nota all’edizione italiana, in appendice, il suo storico sodale Petr Hruška osserva che in questo lavoro, così come in tutti i libri di Balabán, “troviamo l’incessante ricerca di una stabilità interiore, della dignità della vita in una ‘verità emotiva’ e in una fede in Dio informale”: i testi dell’artista ceco, infatti, “mettono insieme immagini della vita di persone che si trovano in crisi esistenziale, che brancolano in stati di abbandono di vario genere oppure in procinto di affogare, colpite dalle impreviste ondate della fatica di vivere”. Considerando che Chiedi a papà è il primo libro di Balabán tradotto in lingua italiana, la visione d’insieme offerta da Hruška è particolarmente utile: niente sapevamo della sua estetica e della sua poetica. “Balabán” – spiega ancora il suo sodale – “fa parte degli autori in cui ogni angoscia viene infine riscattata da una certa partecipazione, preoccupazione per la vicenda del prossimo. Era consapevole che questa partecipazione al destino degli altri ha, in fin dei conti, un potere enorme, e da sola può renderci migliori di quello che siamo mai stati”. Quanto ai maestri e in generale agli artisti più considerati da Balabán, il suo vecchio amico ci riferisce che era particolarmente ispirato da William Faulkner, Raymond Carver e dal poeta John Donne; tra i russi, i più amati erano il Nobel Ivan Alekseevič Bunin e il prevedibile Dostojevskij. Dalla pagina di wikipedia english, appuriamo che aveva tradotto parecchio, dall’inglese al ceco; soprattutto pagine di Lovecraft e del critico letterario Terry Eagleton. Chiedi a papà è la terza uscita della seducente collana di letteratura ceca «NováVlna», diretta da Alessandro De Vito; è stato pubblicato col sostegno del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca.

“La realtà pura” tra Camus, Mersault, Walser ma soprattutto Kafka! – Martina Carnesciali intervista Riccardo De Gennaro

“La realtà pura” tra Camus, Mersault, Walser ma soprattutto Kafka! – Martina Carnesciali intervista Riccardo De Gennaro

Com’è nata l’idea de “La realtà pura”, qual è stata la scintilla che ha dato via alla storia?

Io credo che nella realizzazione di un romanzo non ci siano mai scintille, o illuminazioni. Ci sono fatti, accaduti o che stanno accadendo. Il punto di partenza è dato da una situazione particolare, nell’ambito della quale si sviluppano delle idee. Direi, anzi, che l’origine di un romanzo è data dall’incrocio tra una situazione e un’idea. La situazione genera un’idea che, a sua volta, determina una nuova situazione. E così via. Per me è così.

Perché la scelta di inserire i temi della paranoia e dell’ossessione, tanto in termini amorosi quanto mentali?

La paranoia e l’ossessione sono due stati mentali, che danno origine a un immaginario allucinato. C’è qualcosa di più importante per un romanzo?

Quanto dei tuoi desideri irrealizzati c’è nell’idea della storia?

E’ chiaro che qualunque romanzo contiene degli elementi autobiografici e il mio non fa eccezione. Il punto, tuttavia, è un altro: quanto c’è di irrealizzato, o meglio, di irraggiungibile nella vita di una persona? Io, ad esempio, una mattina mi dico: bene, vorrei essere Mozart. Ma Mozart non potrò mai esserlo, neppure se studiassi musica e composizione per secoli. Ed è così per un’infinità di desideri, direi quasi tutti. Siamo circondati da ostacoli spesso insormontabili, possiamo fare e ottenere soltanto poche cose. Nel nuovo romanzo cerco di esaminare il problema dell’impedimento. Il romanzo è una metafora dell’impedimento. Che cosa, quali forze, quali cause, ci impediscono di essere altro da quello che siamo? Io queste forze, queste cause, le ho espresse immaginando l’esistenza di una misteriosa organizzazione criminale, che – quando si attiva – condiziona la tua vita.

Quali autori sono stati d’ispirazione, quali storie lette – e a quale età, in quale periodo – sono state fondamentali per la tua poetica? 

Senza dubbio “Lo straniero” di Camus, letto intorno ai vent’anni, ha influito fortemente sul mio stile e sul mio modo di pensare. Qualcuno, a suo tempo, scrisse addirittura che il protagonista del mio primo romanzo, “I giorni della lumaca”, ricorda Mersault. Un altro autore che sento molto vicino per atteggiamento e nitidezza della scrittura è Robert Walser. I primi che hanno letto “La realtà pura” hanno poi detto che c’è molto Kafka.

Hai una produzione letteraria piuttosto eterogenea; hai già pensato al prossimo lavoro?

È vero, la mia produzione è abbastanza eterogenea, ma lo faccio per non annoiarmi. Ho pubblicato tre romanzi, una biografia (di Lucio Mastronardi), un libro–reportage sull’Argentina e un libretto di aforismi. Nel cassetto ho anche un libro di racconti (buona parte dei quali pubblicati su riviste) e una pièce teatrale che fa il verso a “La cantatrice calva” di Ionesco. Se ho già pensato al prossimo libro? Guarda, siccome i miei tre romanzi sono, nell’ordine, un noir atipico, un romanzo storico atipico e, questo nuovo, un romanzo d’amore atipico, sto meditando un romanzo di fantascienza. Anch’esso atipico, naturalmente.

RAI Cutura – Letteratura intervista Nicola Manuppelli

RAI Cutura – Letteratura intervista Nicola Manuppelli

http://www.letteratura.rai.it/articoli/nicola-manuppelli-roma/42820/default.aspx

A sette anni Tommaso batte a macchina con disinvoltura; il padre, che fa il segretario in uno studio legale, gliel’ ha insegnato quando era piccolo e il suo primo regalo importante è una Olivetti portatile. È così che il ragazzo approda alla carriera di giornalista a Milano, mentre è l’esplosione della bomba di piazza Fontana e il ferimento subito in quell’occasione a fargli decidere di partire per Roma per cambiare vita. In Roma, pubblicato da Miraggi edizioni, Nicola Manuppelli affronta una sfida coraggiosa: raccontare la Cinecittà di Fellini, ma anche il Pigneto, Trastevere, piazza del Popolo degli anni 1970-71 attingendo ad aneddoti su aneddoti (su Richard Burton, su Walter Chiari, su Gore Vidal per citare solo alcuni dei personaggi famosi che compaiono nel libro) senza cadere nel bozzettistico. Ci riesce e il suo romanzo fa scoprire al lettore l’epoca d’oro del cinema italiano attraverso gli occhi di un giovane ingenuo ed entusiasta. A Roma, Tommaso conosce Satchmo, un sosia di Louis Armstrong che vive costruendo notizie false sui divi grazie a una rete di collaboratori, tra cui presto annovera anche il nuovo arrivato. Tra cene che si protraggono tutta la notte, bevute interminabili, corse di maiali al Circo Massimo, Tommaso fa gli incontri fondamentali della sua vita. A stregarlo è Judy, un’inglesina di Bath, con la passione per il pettegolezzo sui divi. L’amaro finale oltre a segnare la fine della giovinezza, marca quel confine tra vero e falso che tutta l’atmosfera intorno a Tommaso sembrava voler negare. Manuppelli alterna il lavoro di scrittore a quello di traduttore di classici americani: la sua prosa vivace e appassionata ne trae gran giovamento.

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault, Don Robertson). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Aliberti. Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, IBS Café. Ha pubblicato i romanzi Bowling (2014, Barney Edizioni) e Merenda da Hadelman (2016, Aliberti), la biografia della scrittrice Alice Munro, La fessura (2014, Barbera) e la raccolta di poesie Quello che dice una cameriera(2017, Miraggi). Dal 2016 conduce il programma radio I fuorilegge con Claudio Marinaccio e dirige una collana omonima di letteratura americana e italiana. Nel 2016 il noir Merenda da Hadelman (Aliberti). È biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

 

“Ho scoperto di essere morto”: l’intervista a Cuenca di Giovanni Tosco su Tuttosport

“Ho scoperto di essere morto”: l’intervista a Cuenca di Giovanni Tosco su Tuttosport

GIOVANNI TOSCO

Joao Paulo Cuenca è uno dei più importanti scrittori della letteratura brasiliana contemporanea. Il suo ultimo romanzo, “Ho scoperto di essere morto”, pubblicato in Italia da Miraggi, è stato tradotto in otto lingue e ha vinto il prestigioso Premio Machado de Assis. Cuenca, che è anche opinionista su diverse testate e regista cinematografico, è un grande appassionato di calcio e per questo ha accettato di affrontare diverse questioni: da quelle più strettamente legate alla passione per il Flamengo e per l’Argentina a tematiche politiche, sociali ed economiche.

Quando è nata la tua passione per il Flamengo?
«Credo che il calcio sia un tipo di malattia che ereditiamo dai nostri padri. Il mio, un argentino, è tifoso del Flamengo perché è una sorta di Boca Juniors brasiliano, è una squadra del popolo, e di conseguenza lo sono diventato anch’io. Poi sono cresciuto vedendo Zico vincere tutto. Insomma, non era difficile tifare Flamengo».

Ecco, tuo padre è argentino e tu sei nato a Rio de Jaineiro. Ti senti un’anima divisa in due o non hai dubbi su quale nazionale scegliere tra Argentina e Brasile?
«In campionato tifo Flamengo, ma quando ci sono il Mondiale o la Copa America non ho esitazioni su chi tifare: Argentina».

Qual è il tuo primo ricordo legato al calcio?
«Questo può spiegare la mia precedente risposta. Nel primo ricordo forte legato al calcio c’è mio padre che urla e piange di fronte a un vecchio televisore con il tubo catodico dopo che Maradona ha segnato il secondo gol nella partita contro Inghilterra durante il Mondiale del 1986. Quale altro tipo di spettacolo potrebbe avere un tale effetto su un uomo adulto?».

L’eterna questione: Maradona o Pelé?
«Non ho esitazioni: Maradona!».

Detta da un brasiliano, per quanto di padre argentino, è un’affermazione clamorosa.
«Ne sono convinto. E resto convinto, anche se, proprio in Italia, mi hanno soprannominato il Pelé della letteratura». (Ride).

Quando Socrates arrivò in Italia, gli fu chiesto se preferiva Rivera o Mazzola. Rispose: Gramsci. Credi che oggi ci possa essere un calciatore con questa cultura e questa capacità di guardare oltre gli aspetti quotidiani del suo lavoro?
«Purtroppo no. Una figura come Socrates sembra molto improbabile al giorno d’oggi. La maggior parte dei calciatori brasiliani sono molto lontani dalla politica o addirittura hanno sostenuto Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra e vincitore delle elezioni di due settimane fa. Temo che molti di loro non abbiano mai letto un libro nella loro vita».

Il calcio sta diventando sempre più un business e molti tifosi rimpiangono i valori del passato. È un punto dal quale non riusciremo a tornare indietro?
«Temo di sì. Non può essere un caso che sempre più persone si divertano con i videogames o i giochi di simulazione in cui si trasformano in manager che si occupano di soldi, investimenti e profitti. E spesso la stampa dà a certe questioni lo stesso spazio riservato a ciò che avviene in campo. Ma quello che mi preoccupa di più è la corruzione che il denaro porta. In Brasile, la Federazione è coinvolta in diversi scandali».

Nel tuo libro si sottolinea in maniera molto netta la condizione di una Rio de Janeiro colpita dalle speculazioni legate ai Giochi Olimpici e al Mondiale.
«Il Mondiale organizzato nel 2014 si è trasformato in una opportunità per compiere diverse frodi e per aumentare a dismisura i prezzi dei biglietti. E questo è molto peggio del 7-1 subito dalla Germania o del vedere Neymar piangere come un bambino».

 

“Brace”: l’intervista a Jacinta Kerketta su il manifesto

“Brace”: l’intervista a Jacinta Kerketta su il manifesto

Daniela Bezzi

«Fin da bambina, era come se nel mio intimo ci fosse un tizzone di brace ardente. Crescendo, fui testimone della violenza domestica su mia madre e già in giovane età questa brace prese la forma di poesie…» Così si presenta Jacinta Kerketta nell’incipit alla sua prima raccolta di poesie dal titolo Angor, appena pubblicata dalla Miraggi Edizioni di Torino, con il titolo appunto Brace. Una quarantina di poems vibranti di tensione per quel continuo stupro di terre (oltre che di corpi) del quale è stata testimone fin da bambina nelle zone tribali del sud Jharkhand, in cui è nata. Land grabbing, sfollamenti, regolamento di conti tra minatori e caporali, dispute regolarmente risolte in favore del più forte, foreste teatro di ogni genere di saccheggio – e poi la fame, “che diventa fuoco”; campi impunemente sacrificati, magari a una diga. E la città che avanza, annulla/rimescola ogni identità: questi i temi che ricorrono nel lavoro di Jacinta, fortemente intriso di determinazione al riscatto e impegno a tutto campo, come animatrice di workshop di scrittura creativa nei villaggi, come role model per tante donne (e anche maschi) più giovani di lei, come esploratrice di quell’infinito field work che è il personale/politico – e quindi appunto scrittrice.

In questi giorni Jacinta è in Italia, protagonista di un lancio degno di una star: ieri era alla Ca’ Foscari di Venezia, per unalecture dal titolo quanto mai intrigante, Voices of Nature, Voices of Human Beings. Milano la vedrà oggi ospite della Libreria delle Donne, e lunedì dell’Università Statale; e poi Torino, Roma (tutti i dettagli nel Box) «e senza alcun bisogno di crowdfunding, perché ci sono situazioni, come questa che siamo riusciti a mettere in moto, dove bastano e avanzano le relazioni» commenta il suo editore/agente/amico Johannes Laping, che da anni frequenta quelle zone in rivolta in cui lei è nata, come attivista della piccola Adivasi Koordination che ha contribuito a fondare in Germania nel 1993 – quando le popolazioni indigene dell’India non se le filava nessuno…

Quel che segue è il succo di una lunga chiacchierata telefonica con Jacinta Kerketta qualche giorno fa, in attesa di incontrarla di persona.

Il tuo CV racconta di uno strepitoso debutto professionale come giornalista: borse di studio, premi, promettente carriera da inviata nelle zone calde del centro India, che poi interrompi per darti alla poesia…

Avevo deciso di diventare giornalista, iscrivendomi alla Facoltà di Mass Communication di Ranchi (e per questo devo ringraziare mia madre), dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia. Avevo voglia di raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là, e poi i Premi, alcuni importanti… al punto da farmi decidere a un certo punto di lasciare il quotidiano Prabhat Khabar (testata in lingua hindi con enorme seguito, ndr) e continuare come free lance. Una gioia alzarmi presto la mattina, fiondarmi dove mi pareva a bordo del mio scooter, il pomeriggio tutto per me, pubblicare quel che volevo, magari solo sulla mia pagina Facebook – ed è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.

 

Ho dato uno sguardo alla tua pagina FB: non c’è componimento che non registri centinaia di condivisioni, ti ho visto nominata “ambasciatrice della causa adivasi fuori dal Jharkhand”…

Sorprendente anche per me. L’unica spiegazione è che la poesia risuona con un’intimità speciale, in immediata sintonia con la musicalità rapsodica della gente per cui scrivo, che magari è inurbata da due generazioni ma nel suo intimo non ha perso il ricordo di ciò che nutre anche il mio scrivere: e parlo del sarna, quello che voi tradurreste come animismo, e che per noi è proprio un sentirsi dentro, ritrovarsi nella propria essenza dentro il creato, immaginare ciò che certi alberi o pietre hanno visto, in dialogo con il profilo delle colline, con la voce dei fiumi… un senso di viscerale appartenenza che nei miei versi si intreccia a fatti di inaudita brutalità, di cui tutti ormai sanno (grazie ai social networks) senza bisogno dei giornali. L’ultimo è di pochi giorni fa: decine di morti ammazzati, contadini innocenti, nell’ennesima battuta di caccia contro i naxaliti, in Bastar. Una guerra di cui nessuno parla da voi e che ha di nuovo traumatizzato quella terra di foreste da cui provengo.

 

Di tutto questo scrivi in hindi, che non sarebbe la tua lingua madre…

Ti sorprenderà sapere che l’hindi è la mia prima lingua, benché io appartenga all’etnia Oraon la cui lingua sarebbe ilkuruk. Ero piccola quando i miei genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla più vicina cittadina, Manoharpur. Mio padre era entrato nei ranghi della polizia (un sogno per un giovaneadivasi di allora, come per tanti giovani di oggi, ahimè) e la mia educazione fu in hindi e poi in inglese, neppure a casa si parlava il kuruk. L’ho dovuto quasi imparare, quando ho cominciato a tenere i miei corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…

 

Su questo tema è appena uscita infatti la tua seconda raccolta poetica, Land of the Roots, Terra di Radici,che presenterai in Germania subito dopo questo tour italiano.

Importanti le radici, questo ho scoperto rivivendomi nella mia identità più ancestrale di donna adivasi – questo cerco di trasmettere con le mie poesie. Esattamente come per quegli alberi secolari, quei campi che sono stati ricavati disboscando solo alcune zone, quegli esseri che armonicamente ci vivono dentro, partecipi di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalits contro adivasi,e all’interno del mondo adivasi ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia. Ma come dimostrano i corpi rimasti sul terreno nel massacro di pochi giorni in Bastar, questa è una guerra che non risparmia nessuno.

(il manifesto, 5 maggio 2018)

 

 

Selini: «Amsterdam è perdere senza perdere»

Selini: «Amsterdam è perdere senza perdere»

Fabio Selini, “Torneremo ad Amsterdam” è un libro a forti tinte granata. Quando è nata l’idea?
«Quella notte ha segnato intere generazioni: perdere una finale senza perdere, colpire tre legni in un’unica partita, storie che soltanto un tifoso del Toro può vivere e immaginare. Non superare, perché comunque quella rimane una ferita ancora aperta. E così ho deciso di raccontare la splendida cavalcata senza lieto fine: ho sentito come una fitta 15 anni fa, quando in viaggio ad Amsterdam andai al museo dell’Ajax e vidi quella coppa che doveva essere nostra. A 40 anni era giunta l’ora di fare i conti con la realtà e cercare di superare quel trauma».

Chi sono i protagonisti?
«Ettore e Paolo sono due grandi amici uniti dalla stessa passione, il Toro. La vita non è particolarmente felice per loro, hanno tanti problemi, ma quando vedono correre i granata su un prato verde dimenticano tutto. E allora partono per un viaggio per tutta Europa, proprio come fecero i ragazzi di Mondonico: Reykjavik, Atene, Madrid, e poi Amsterdam, tappe che un tifoso granata conosce a memoria. Tutto, però, non finisce all’Olympic Stadium, ma al Filadelfia: la nostra casa è rinata, quello è il luogo dove potersi ritrovare tutti insieme. E pensare a un futuro migliore, alzando lo sguardo e vedendo in lontananza la collina e Superga, altro luogo sacro per noi granata. A me è capitato proprio il 25 maggio 2017, all’inaugurazione del nuovo Fila con tutta la mia famiglia».

Come hai vissuto le serate delle due finali?
«All’andata per cause di forza maggiore ero rinchiuso in una casa di riposo a Mantova: mi isolai in un enorme stanzone vuoto con tre amici, mi diedero tanto supporto durante quel botta e risposta tra noi e l’Ajax fino al 2-2 finale. Al ritorno, invece, ero a casa con pochi intimi. Superai il primo palo di Casagrande, sopportai a malincuore quello di Mussi, ma alla traversa di Sordo non ce la feci più: mi inginocchiai davanti alla televisione, non ci volevo credere. Non ci potevo credere. E invece era tutto vero, e ancora oggi, nonostante abbia superato i 40 anni, fa ancora tanto male».

“E lucevan le stelle”: l’intervista a Elisa Occhipinti su gialloecucina.wordpress.com

“E lucevan le stelle”: l’intervista a Elisa Occhipinti su gialloecucina.wordpress.com

di Alessandro Noseda

Abbiamo il piacere d’incontrare Elisa Occhipinti, in libreria con E lucevan le stelle per Miraggi Edizioni.

Buongiorno Elisa e ben venuta nella nostra cucina.
Buongiorno a voi e grazie per l’ospitalità.

Ami cucinare? Cosa prepariamo?
Amo tantissimo cucinare, soprattutto gli antipasti e i primi piatti. È un’attività che mi rilassa in modo particolare: dopo una giornata in giro e sotto stress, la sera mi fermo e dedico tutto il tempo e l’attenzione necessari per preparare una buona cena. Spesso cucino insieme a mio figlio Leonardo, che ha sei anni e mezzo. Prepariamo uno dei suoi piatti preferiti, il risotto allo zafferano.

Abbiniamo vino o birra?
Vino, preferibilmente bianco (magari un Riesling).

Sei in libreria col tuo romanzo di esordio. Dacci una breve anteprima. Di cosa parli e perché consigli di leggerlo?
E lucevan le stelle è il racconto di una vita apparentemente come tante, “apparentemente” perché in realtà ogni esistenza è straordinaria. La storia tedesca del Novecento e le tradizioni di una piccola isola del Sud Italia si intrecciano con le vicende personali di Ulrike, che decide di ripercorrere, durante il suo ultimo viaggio, la sua storia e quella di quattro generazioni della sua famiglia. Spero che ogni lettore trovi il suo personale perché: per conoscere meglio la cultura e la storia tedesca, perché c’entrano la musica e l’opera (E lucevan le stelle è una famosa aria dellaTosca di Puccini), perché è un romanzo delicato, breve eppure denso di temi e di riflessioni.

Sei una appassionata lettrice, blogger, scrittrice. Che altro?
Vivo in Germania da cinque anni e sono principalmente un’insegnante di italiano, per bambini e adulti. Sto completando una formazione in Italianistica e Comparatistica e lavoro all’Università di Bochum come assistente e tutor. Curo un progetto di promozione della lettura, ogni tanto traduco dal tedesco verso l’italiano, organizzo presentazioni letterarie. Sono caporedattrice del sito Il Club del Libro e scrivo di libri su Magma, il nuovo magazine per gli italiani in Germania.

Come ti sei avvicinata alla lettura? E alla scrittura?
Mi sono avvicinata alla lettura da bambina e non ho mai smesso. Mio fratello Giovanni è un topo di biblioteca (oltre a essere poeta, ma questa è un’altra storia), mi ha sempre regalato molti libri. Non pensavo che mi sarei mai cimentata nella scrittura, semplicemente perché chiunque abbia letto – cito qualcuno dei miei libri preferiti – I Buddenbrook di Thomas Mann, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, Un uomo di Oriana Fallaci o Il teatro di Sabbathdi Philip Roth, non può che sentirsi piccolissimo… poi è arrivata una storia da raccontare, e insieme la voglia di raccontarla. Così è nato E lucevan le stelle, ma io continuo a sentirmi piccolissima.

Un consiglio ad un giovane che sogni di diventare scrittore?
Tenere sotto controllo gli avverbi ed evitare come la peste l’editoria a pagamento.

Oltre ad occuparti del mondo delle lettere, quali altri hobbies/passioni hai?
Studio il violoncello e pratico yoga. Mi piace lo scrapbooking, trovo sia un bellissimo modo per creare biglietti d’auguri e album di fotografie davvero unici. I miei prossimi obiettivi sono un corso di calligrafia e un corso di acquerelli.

Grazie per il tuo tempo. Ora, come tradizione di Giallo e cucina, ti chiediamo di salutarci con una ricetta che ami e con la tua citazione preferita.
Cucino quasi esclusivamente “ad occhio”, quindi non ho idea delle dosi. Si tratta di una ricetta semplice, veloce eppure raffinatissima, che faccio ogni volta che ne ho l’occasione e riscuote grandissimo successo: pasta con gamberi, pomodorini e farina di pistacchio.

Di solito uso le mezze maniche o le trofie, ma si sposa benissimo anche con pasta lunga come le linguine o le pappardelle. Faccio soffriggere uno spicchio d’aglio intero in olio extravergine, poi butto in padella i gamberi e sfumo con il vino bianco. Dopo qualche minuto aggiungo i pomodorini tagliati in quattro, insaporisco con sale e pepe e lascio cuocere ancora. Poco prima di spegnere la fiamma, tolgo lo spicchio d’aglio e aggiungo la farina di pistacchio, amalgamando di modo da ottenere una cremina (se necessario aggiungo pochissima acqua di cottura della pasta). Infine faccio saltare la pasta in padella, impiatto e… buon appetito!

La mia citazione preferita, da molti anni a questa parte, è “Be the change you want to see in the world”, sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. È una frase di Gandhi che mi ha molto ispirata e incoraggiata in diversi momenti della mia vita.

Leggi l’intervista di Alessandro Noseda anche qui
Oggi parliamo con… Elisa Occhipinti

 

Manuppelli: «Roma è il mio omaggio al genio di Fellini»

Manuppelli: «Roma è il mio omaggio al genio di Fellini»

Nicola Manuppelli, come è nata l’idea di Roma e perché ambientarlo in quel periodo storico?
«L’idea è nata da un pettegolezzo su una coppia di amanti emiliani che avevano dimenticato un dildo dentro un cespuglio. Il dildo era stato ritrovato dall’anziana vicina di casa della coppia. La donna, non sapendo di cosa si trattasse, aveva chiamato gli artificieri. Qualche giorno dopo, ero in un ristorante vicino a Cinecittà con Pasquale Panella, il paroliere dell’ultimo Battisti, che mi raccontava di quando da ragazzo scavalcava il muretto per andare a vedere gli studi cinematografici. Da questi due episodi è nata la scintilla. Anche se già da un po’ di tempo avevo deciso che avrei scritto un  libro su Roma».

La scelta di Fellini era nei tuoi pensieri fin dall’inizio o si è fatta strada durante la scrittura della storia? Fellini è un autore che ami? Quali suoi film preferisci e perché?
«Adoro Fellini. Adoro I vitelloni, Amarcord, La dolce vita, Le notti di Cabiria e potrei andare avanti a elencare tutti i suoi titoli, disegni, copioni. Fellini è un autore a cui sono arrivato col tempo. Come mi è successo con Fitzgerald. Nella mia testa, li vedo come due autori molto simili, seppur con una diversa tonalità di voce, ma la sensibilità è quella. Anni fa, a Rimini, ho avuto per la prima volta l’impressione di essere davvero entrato in contatto con la sua opera. Più tardi, ospite a casa dello scrittore americano Chuck Kinder a Pittsburgh, buttai giù un romanzo mai pubblicato che fu il mio primo approccio con un modo di narrare “felliniano”. Sia in Gatsby che in La dolce vita il protagonista/voce narrante è dentro e fuori dalla storia. Questo era lo stesso tipo di approccio che cercavo. Così prima ho pensato a Roma, poi ho pensato che Roma potesse essere una sorta di nostra los Angeles, così come Milano poteva essere una nostra New York. Il protagonista si sposta da Milano a Roma. E a quel punto, ho pensato che il libro dovesse essere una grande festa, con un tocco di malinconia come le feste di Fellini e Fitzgerald – chiamiamoli le due F, i miei numi tutelari – dove ci si perdeva e dove far girare la mia giostra di personaggi. Fellini mi lascia continuamente meravigliato. Pensare a lui in corso della lavorazione del libro è stato inevitabile. Volevo che fosse un personaggio del libro, la luce verde del protagonista. E ho rivisto tutti i suoi film mentre lavoravo a Roma. La Dolce Vita, visto forse per la decima volta, mi ha lasciato ancora a bocca aperta. Non è solo un capolavoro di immagini, ma di moda, dialoghi, struttura narrativa. Un film immenso».

Quanto all’epoca storica, volevo che fosse il tramonto di un’epoca di Cinecittà, e c’era anche l’idea di un doppio piano per cui i protagonisti del libro si trovavano all’interno di una Roma ricostruita sul set di Roma di Fellini, che venne girato fra il ’70 e il ’71. 
«L’uso di più personaggi, poi, con tutte le loro storie, mi permetteva di spaziare anche in altre epoche di Roma, facendo del romanzo una sorta di piccola cronaca di Roma».

A leggerlo si ha la sensazione che sia un’opera in qualche modo “destinata” a trasformarsi in un film. L’hai pensata con questo obiettivo o è casuale?
«Sì, è una delle cose che voglio fare in futuro scrivere per il cinema. E mi piacerebbe molto che Roma potesse diventare un film. Per la prima volta, in un romanzo, ho lavorato in questo modo; visitando i set, visionando gli attori che volevo ne facessero parte – per esempio, mi sono divertito a riprodurre la parlata di Walter Chiari o quella di Fellini -, suddividendo il tutto in scene, parlando con gente che sapeva informazioni che cercavo. Nella mia ottica, mi sono aperto alla collaborazione. Ho fatto come un regista che lavora con dei collaboratori, mentre nei libri precedenti mi chiudevo da qualche parte a scrivere, qui sono uscito e ho ascoltato e ho lasciato che io e tutto il resto fossimo al servizio della storia, o delle storie».

Quanto ti ha impegnato il lavoro di documentazione?
«Sei mesi. Oltre a tutto ciò che avevo accumulato ogni volta che ero stato a Roma e ogni volta che l’avevo vista rappresentata in un libro o un film, da Petronio a Belli fino a Scola e Monicelli. E poi mi è stato  molto utile l’appoggio di amici romani, che mi hanno aiutato per esempio col dialetto. Su tutti, un magnifico libraio che si chiama Emanuele Spinelli e suo padre Franco che è una sorta di Omero romano».

Quanto ha influito la tua esperienza come traduttore di importanti scrittori americani?
«Come ogni altra esperienza biografica influisce sull’opera di uno scrittore. Non amo molto essere visto come “traduttore”. Tradurre fa parte del mestiere dello scrivere. E scrivere rientra nella categoria più grossa del raccontare storie. Vorrei essere in primo luogo uno che racconta storie, quindi per derivazione uno scrittore e infine un traduttore».

Il riferimento a Il giorno della locusta di Nathanael West è esplicito…
«È uno dei miei libri preferiti e ho avuto anche il piacere di tradurre. Non ho invece mai visto il film. In Roma c’è anche un omaggio all’autore, un produttore che di cognome fa Locusta. Invece il libro è in memoria di William Styron, autore un po’ dimenticato ma che con La scelta di Sophie ha scritto uno dei romanzi più belli del secolo scorso».

“E lucevan le stelle”: l’intervista a Elisa Occhipinti su gialloecucina.wordpress.com

“E lucevan le stelle”: l’intervista a Elisa Occhipinti su anajustana.com

LA BLOGGER

In questi ultimi mesi mi sono dedicata molto alla ricerca di blog letterari, soprattutto perché cercavo libri interessanti da leggere in italiano e informazioni sul mondo dell’editoria in Italia. Come tutte le ricerche che si fanno su internet, non sai bene da dove parti e non sai mai dove finisci.

Mi sono imbattuta nel blog di Elisa mesi fa, seguendo il suo profilo di Caporedattrice della rubrica letteraria sul Club del Libro. La cosa che più mi ha colpita? È una mamma che si è trasferita in Germania e ha un figlio maschio con lo stesso nome del mio.

Ho letto il suo blog marginaliae mi è piaciuto molto lo stile delle recensioni e la sua storia. Quando ho visto il suo profilo, mi son detta che sarebbe stata perfetta da intervistare per la rubrica del mio blog “Meet another working mom”. L’ho contattata, le ho spiegato il mio progetto ed eccomi qui.

Elisa mi sorprende per la sua determinazione e positività. Vivendo anche io in un paese di lingua tedesca, so per certo quanto sia difficile integrarsi nella cultura nordica e imparare la lingua. Lei invece è andata alla ricerca di questi elementi. Mi ha raccontato di aver studiato economia e tedesco all’università appassionandosi alla lingua e alla cultura.

LA MAMMA

L’arrivo del figlio cambia gli equilibri di Elisa, che a quel tempo lavorava in uno studio legale a Torino. Noi mamme sappiamo come l’arrivo di un figlio sia sempre uno sconvolgimento nelle nostre vite. Le priorità cambiano, le dinamiche di coppia evolvono e di colpo la nostra esistenza gravita attorno ad un esserino di pochi chili.  Elisa si rende conto che il tempo dedicato al figlio è poco e il suo lavoro poco appassionate le porta via tempo prezioso. Capisce presto di voler un ritmo di lavoro più compatibile con la sua famiglia e una vita più interessante. Queste, ed altre ragioni, l’hanno spinta a voler cambiare vita. Con suo marito decide di trasferirsi in Germania.

Sono molto colpita dal suo racconto: molte persone ci mettono anni, o addirittura decenni, a capire cosa vogliono davvero e rimangono a lungo intrappolate in una vita di frustrazioni. Elisa invece dimostra molto presto maturità e autodeterminazione, caratteristiche rare in una ragazza che non ha ancora compiuto 30 anni.

Elisa: “Ho sempre lavorato” dice Elisa“e anche da mamma in Italia ero molto attiva professionalmente ed avevo molti hobby. Quando sono arrivata in Germania mi sono ritrovata a casa con mio figlio per un anno fino a che non ha iniziato l’asilo. In quel periodo mi sono resa conto di quanto il lavoro fosse importante per me. Lavorare mi fa sentire viva e attiva!”.

Anche Elisa, come molte altre madri, dice che la maternità non è che una parte di lei. Siamo donne con interessi e una vita professionale da sviluppare, oltre ad essere compagne, mogli e madri. I figli sono la nostra priorità, ma non posso essere l’unica cosa a cui ci dedichiamo.

E: “È importante crearsi delle oasi senza figli dove potersi ricaricare. Non siamo solo mamme!” dice lei con foga, dopo avermi raccontato che ogni tanto si ritaglia del tempo per sé stessa.

E cosa ne pensa il figlio di questa mamma piena di passioni?

E: “Sto educando mio figlio alla parità uomo-donna. Lui cresce con l’idea che sia normale che la sua mamma lavori e che abbia anche attività al di fuori della famiglia e del lavoro. Per me è importante che capisca che io sono anche molto altro, oltre ad essere la sua mamma. E lui non solo lo accetta, ne è anche contento”.

Non posso che essere d’accordo con lei. Dare il buon esempio ai figli è sempre la scelta giusta.

SCRITTRICE E…

“La vita da freelance si adatta bene ai tempi e ai ritmi dei bambini, specialmente se piccoli. Chiaro che ci sono anche dei contro. Si è da soli e si tende ad accettare molti piccoli mandati, non tutti molto soddisfacenti, ma per ora va bene così. Ho provato a riprendere un lavoro d’ufficio per qualche settimana, pochi mesi fa, ma non mi sentivo soddisfatta ed equilibrata. Per cui ho smesso e sono tornata ai miei progetti da freelance”.

Elisa però non si ferma alla sua attività di editor, redattrice e traduttrice. Cura un blog letterario, è caporedattrice del Club del libro, sta completando una formazione in Comparatistica e Italianistica alla Facoltà di Filologia della Ruhr-Universität Bochum, si dedica all’insegnamento dell’italiano e coordina il progetto per bambini “Nati per Leggere Deutschland”.

Si capisce dalla luce nei suoi occhi come tutto quello che riguarda i libri e l’insegnamento l’appassioni. Non sono molto sorpresa quando alla fine dell’intervista scopro che ha anche scritto un libro, che è stato appena pubblicato in Italia da Miraggi Edizioni.

Decido di leggere il suo romanzo, “E lucevan le stelle”, e lo leggo in un fiato. Bellissimo. Non sono molto stupita che la storia si svolga in Germania, ma sono molto colpita dalla maturità del racconto e dalla scorrevolezza della narrazione, nonostante i temi trattati siano molto seri. Il libro è un lungo racconto della vita di una donna tedesca come tante, delle sue tragedie familiari e del suo sviluppo di donna adulta. Raccontato in prima persona, Elisa, tramite la voce di Ulrike, ci fa scoprire l’impatto che hanno avuto il nazismo e la Seconda guerra mondiale nella vita dei tedeschi e percorre i decenni che seguono raccontando vicende familiari all’apparenza normalissime, ma che nascondo mondi di solitudine.

“E lucevan le stelle” è un romanzo bellissimo, poetico, pieno di riflessioni e molto ben scritto. Una lettura che non lascia indifferenti.

Leggendo il primo romanzo di Elisa sono ancora una volta colpita dalla maturità e determinazione di questa donna, ora anche scrittrice.

Un’altra madre che lavora come noi, una vita normale ma allo stesso tempo incredibile, un altro esempio da seguire.

Leggi l’intervista di anajustana.com anche qui

Meet another working mom: Elisa Occhipinti

 

“E lucevan le stelle”: l’intervista a Elisa Occhipinti su gialloecucina.wordpress.com

Elisa Occhipinti: “Io, Brigitte, Ulrike e le stelle”

Elisa Occhipinti, da dove è partita per scrivere “E lucevan le stelle”?
Da diversi anni mi sono trasferita in Germania, appena sono arrivata ho subito stretto un rapporto
con Brigitte: era una signora anziana che viveva in una struttura, appena sei mesi dopo il mio
trasferimento lei è venuta a mancare. Io ho iniziato la mia vita tedesca nell’aprile del 2013, a
dicembre dovevo già darle l’ultimo saluto. E’ stata una figura fondamentale per me, anche se ho
iniziato a conoscerla meglio dopo il suo funerale. La sua era stata una vita particolarmente difficile
e non ne aveva mai voluto parlare, ma io ho iniziato a indagare e ho trovato tanti spunti
interessanti.
Chi è l’Ulrike del libro?
E’ proprio Brigitte stessa, perché sono partita da una storia vera e ci ho costruito sopra qualcosa.
Però è molto romanzato, ci sono tanti elementi di fantasia. Tutto, però, inizia appunto dal mio
incontro con Brigitte: la sua vita mi ha suscitato grande interesse e ho deciso di scrivere un libro.
L’ho iniziato nella primavera del 2014, pochi mesi dopo la sua scomparsa.
Germania e Italia sono i suoi luoghi del cuore?
La vicenda si svolge proprio tra questi due paesi, sono legatissima ad entrambe le terre. L’Italia è il
mio paese, sono nata e cresciuta a Torino e tutti i miei parenti mi aspettano sempre a casa, perciò
non potrò mai dimenticare la mia terra d’origine. Dall’altra parte, però, ho sempre sentito mia la
Germania: ho studiato tedesco a scuola, il mio desiderio di trasferirmi in Germania si è realizzato
cinque anni fa e ora sono felice qui.
Da chi si è ispirata per il titolo?
In qualche modo richiama Dante, sono una sua grande ammiratrice, ma in realtà è tratto dalla
Tosca di Giacomo Puccini: sono proprio le stelle e questa romanza a fare da filo conduttore. E sono
anche le due più grandi passioni di Ulrike, che in qualche modo richiamano quelle di Brigitte.

Eva Clesis: “Un equivoco ti cambia la vita”

Eva Clesis: “Un equivoco ti cambia la vita”

Eva Clesis, da dove nasce l’idea di “Amor”?
Ho iniziato a scrivere di una telefonata, poi il romanzo è continuato senza seguire un filone ben preciso: a differenza degli altri libri, quando avevo una trama fissa e organizzata nella mia mente, non sapevo bene dove sarei arrivata. Però mi piaceva l’idea di questo equivoco, di questo scambio di persone tra un uomo che è convinto di parlare con la sua amata e di una donna che, dialogo dopo dialogo, fa finta di essere chi non è. Perché anche nella vita di tutti giorni, consapevolmente o inconsciamente, ognuno di noi tende a manipolare il prossimo.

Chi è Lucia, la protagonista del romanzo?
E’ una donna che sta convivendo con il dramma di un brutto incidente, di un marito che l’ha abbandonata, di una persona che sta vivendo una fase di stallo della propria vita. E che, scoprendo tanti segreti dell’uomo con cui parla al telefono, trova il coraggio di affrontare situazioni che aveva sempre rimandato per paura: capendo che chi sta dall’altra parte della cornetta è un tipo violento e con la paura che la possa trovare, va in giro per Roma per risolvere tante questioni in sospeso. Il suo obiettivo è uscire dalla campana di vetro che si era costruita attorno a sé perché si rende conto di non poter vivere per sempre facendo la vittima.

C’è qualche elemento autobiografico?
Io stessa ho subito un gravissimo incidente, proprio come la protagonista, ma non ho mai voluto parlarne sui social, me lo sono tenuta per me. Perciò si può dire che è autobiografico dal punto di vista emotivo del personaggio principale. Non è stato facile scrivere questo romanzo, è stato mio marito a convincermi a portarlo a termine. Mi sono interrotta tante volte, ci ho impiegato quasi tre anni e nel frattempo ho scritto anche altri libri, un qualcosa per me impensabile dal momento che sono una persona particolarmente organizzata. Ma alla fine ce l’ho fatta.

Cosa significa il titolo?
Innanzitutto è un’espressione di un passaggio del libro, quando la protagonista interrompe il suo interlocutore che vorrebbe chiamarla “amore”. Ma il vero significato è Roma scritto al contrario, è una parola palindroma: ed è “amor” verso il corpo che dopo l’incidente mostra tutte le sue trasformazioni, oltre al sentimento verso la città. Perché per Roma provi amore e odio, una città bellissima ma allo stesso tempo difficile da vivere.