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La Chiusa, ronzio d’un’ape dentro un bugno vuoto

Come sanno i lettori di questi pollici, attraverso di essi svolgo un ruolo di indefesso sostenitore dei narratori comparsi a RicercaRE, molti dei quali sono stati anche consacrati dal riporto del Premio Strega, massimo riconoscimento nostrano. Licenziato assieme ai colleghi da Reggio Emilia, ho preteso di trasportare i Penati della nostra impresa a casa mia, a Bologna, dando luogo a RicercaBO, dove le cose nel complesso hanno funzionato abbastanza bene per la poesia, ma questa anche lungo tutto il secolo scorso non ha mai tradito un vigile spirito sperimentale pronto a rinnovarsi per li rami. Più difficili gli esiti per la narrativa, in cui il nuovo secolo non ha ancora rivelato una tendenza dominante. Ma mi sono valso largamente del responso del più audace dei molti premi nazionali per la narrativa, il Calvino, improntato a una formula originale, volto cioè ad accogliere prove inedite di narratori in erba. E il presidente attuale, Mario Ugo Marchetti, che non ringrazierò mai abbastanza per una sua generosa collaborazione, mi segnala ogni volta i casi a parer suo eminenti, meritevoli di essere messi alla prova secondo la formula della lettura per brani, sottoposti subito al responso di un manipolo di addetti ai lavori. Quasi una prova del fuoco in attesa di una pubblicazione che in genere non tarda ad avvenire. Ebbene, l’anno scorso si era presentato a questa selezione Sergio La Chiusa, nei cui confronti, anche se conosciuto attraverso esigui campioni della sua prosa, avevo manifestato un pieno consenso. Ora che il frutto si è concretato in un romanzo compiuto, I Pellicani, confermo il mio consenso, e anzi lo accresco ancor più, dichiarando che questa è opera degna di entrare nella cinquina del prossimo Strega. Oso perfino condurre un confronto con l’appaiata opera di Cavazzoni, giocando sulle opposizioni di cui si nutrono i miei duetti. Se il pur titolato, e nel complesso eccellente scrittore emiliano è imputabile di una certa bulimia, La Chiusa al contrario sarebbe tacciabile di monotonia, che però sa sostenere molto bene, aggirandosi per le stanze di uno spazio chiuso con itinerari, scoperte, sorprese tali da tenere desta la nostra attenzione. All’inizio di tutto c’è il protagonista, pronto a giocare tra la prima e la terza persona, a seconda che i fatti riportati siano collocati in un alone soggettivo o invece in una apparente oggettività. Egli va alla ricerca di un padre sconosciuto, il Pellicani cui è intitolata l’intera vicenda. Il narratore si inoltra titubante in un appartamento che trova aperto, ostentando una valigetta che gli dà una vaga aria professionale e che potrebbe funzionare da lasciapassare. In una stanza interna scopre un vecchio giacente in posizione quasi cadaverica, adagiato in un misero giaciglio, chissà mai se è il padre ricercato, ma i dati fisionomici non sembrano corrispondere, del resto la memoria delle sembianze del genitore è diventata nel figlio del tutto vaga e annebbiata. Di sicuro tra il misero vegliardo e l’intruso si sviluppa uno strano rapporto, di adesione, di comunicazione, o invece di fastidio e di ripugnanza. Questo incerto e stralunato dialogo è interrotto a intervalli regolari da una badante che viene a rigovernare l’anziano, a lavarlo, a imboccarlo, ad avvolgerlo in un pannolone che deve assorbirne le deiezioni. Il visitatore in incognito assiste a quei riti, o tenta di parteciparvi egli stesso, tra la ripugnanza e invece un’intima soddisfazione, quasi avvertisse una singolare attrazione a identificarsi con quell’essere marginale, fino a prenderne il posto. Non mancano però le perlustrazioni nelle stanze adiacenti, che comunque confermano lo squallore di quel sito dalle pareti cadenti e scrostate. Ma nonostante tanto squallore vi compaiono dei visitatori misteriosi, vestiti di irreprensibili abiti scuri, anche loro dotati di valigette molto professionali. In definitiva pure La Chiusa compie un suo omaggio a Kafka, alla pari del vicino che gli ho imposto a forza, ma senza spingersi a fondo. Comunque domina su tutto un sentore di rinchiuso, di afrori, odori, puzze che aleggiano in quell’universo che esclude vie d’uscita e di fuga, impegnando l’autore ad aguzzare l’ingegno per trovare varianti, nuovi casi, nuove combinazioni. Visto che ho fatto un riferimento al Premio Calvino, posso ricordare che da quel serbatoio è giunto a RicercaBO un altro gioiello, di Paolo Marino, poi edito da Mondadori nel 2014, e da me incluso nell’antologia dei pollici appena uscita (per Manni). Ebbene, il titolo di quel romanzo, Strategie per arredare il vuoto, è perfetto per indicare anche il laborioso itinerario cui sottostà il nostro La Chiusa, prigioniero come un insetto in una sorta di recipiente entro le cui pareti è costretto ad aggirarsi senza sosta, e senza trovare vie d’uscita.