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IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

Nami vive in un piccolo paese fatto di case che si affacciano su un’unica via chiamata Via dei pescatori. Boros è il nome del paese affacciato su un lago attorno a cui gira tutta la vita, reale e leggendaria. Un allevamento di storioni e una piccola fabbrica in cui si lavora il pesce. In lontananza le ombre scure di pozzi petroliferi che sembrano fare da contrasto all’unico chioschetto del paese in cui si vendono aringhe e semi di girasole. Nella piazza la statua dello Statista.

In questo scenario defilato cresce Nami, insieme ai nonni. Del padre non si sa nulla e della madre, il ragazzino, conserva l’indelebile ricordo di un’ombra rivestita da un costume da bagno e una voce che, in riva al lago, lo consola dal suo dolore allo stomaco. È un ricordo vago ma che prende, nell’animo del ragazzo, il posto del vuoto lasciato, mentre si addormenta sul ventre della nonna che gli racconta le storie dello Spirito del Lago e dell’Orda d’Oro i cui guerrieri aspettano di essere risvegliati da un altro guerriero. E mentre il lago si prende anche i nonni Nami comprende la durezza della vita, le ferite e le cicatrici di troppi strappi. Cresce lui mentre il lago si svuota sempre più. E in questo speculare procedere, lui parte alla ricerca di sua madre, tra incontri, dolori, fatiche e la “colpa” dell’essere chiamato figlio di puttana. Fono a un epilogo tanto bello quanto doloroso.

Il lago, di Bianca Bellova, tradotto in quindici lingue e vincitore di due importanti premi come il Premio Unione Europea per la Letteratura e il Premio Magnesia Litera, nella bellissima traduzione di Laura Angeloni, ci si presenta quasi come un libro a più livelli in cui, a quello della ricerca della verità da parte di Nami, si affianca quello simbolico ma anche quello di denuncia verso un sistema che sfrutta e uccide il lago il cui spirito sembra essere ridotto a fango e inquinamento e denuncia verso un potere politico assoluto e violento.

Bianca Bellova (Foto da miraggiedizioni.it)

Ma è anche un libro in cui, alla conclusione, si inserisce l’accettazione delle vite altrui, la sospensione del giudizio, da parte di Nami, non tanto su chi fossero i suoi genitori ma sul perché abbiano fatto ciò che hanno fatto. Nami, nei momenti davvero importanti per il suo percorso, non è solo. E questo, credo, è uno dei motivi su cui mi sembra insistere la Bellova: la vecchia Dama che gli dirà che sua madre è viva e l’anziano genitore del ragazzo accusato, diciotto anni prima, di avere violentato sua madre, sono lì a dirci che un punto di domanda (da cui parte necessariamente una ricerca) può, girandosi a gambe all’aria, diventare un gancio.

Attorno a tutto questo un lago, il lago (con un articolo determinativo non casuale) che è un immaginario collettivo attorno a cui c’è la vita ma anche la morte, soprattutto quando inferta per placare uno spirito che sembra quasi una enorme nemesi, e dentro il quale ci sono fantasmi ma anche oggetti e corpi pronti ad essere restituiti. Tutto sorretto da una scrittura dentro la quale l’autrice sparisce per lasciare posto e attenzione alla storia, alle voci e ai sussurri dei protagonisti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

NAMI E IL LAGO
Summer lovers #20

Prima di iniziare a leggere Il lago di Bianca Bellová, è utile soffermarsi sulle considerazioni della traduttrice Laura Angeloni, riportate sui risvolti di copertina. Sono parole vibranti, cariche di emozione, capaci di preannunciare gli stessi stati d’animo che vivrà il lettore non appena si addentrerà nelle vicissitudini di Nami, il protagonista del romanzo.

Se Angeloni ricorda i «giorni in cui vai avanti a tradurre fino a notte fonda, perché […] non puoi addormentarti prima di averlo portato in salvo, almeno per ora, almeno per un po’», il lettore si troverà in una situazione del tutto simile. La drammatica progressione di avversità che si abbattono su Nami crea un coinvolgimento emotivo talmente forte da rendere impossibile l’idea di allontanarsene. Non si può far altro che proseguire la lettura, nella speranza che riesca finalmente ad assaporare una felicità piena e inviolabile, o la sicurezza di un legame affettivo duraturo. «Quel bambino, poi adolescente, poi ragazzo, ti viene da prenderlo per mano e non lasciarlo più».

La prima volta che lo si incontra, Nami ha tre anni. È stato portato alla spiaggia del lago che lambisce Boros, il villaggio dove vive insieme ai nonni. Non si tratta di un giorno qualunque: è l’unica volta in cui è presente anche sua madre. Di lei conserva soltanto il nebuloso ricordo dei tre triangoli rossi del bikini, il potere calmante del suo canto e la dolcezza con cui lo ha assistito durante un attacco di vomito conseguente al bagno fatto nel lago.

La tossicità di quelle acque diventa presto evidente. La pelle degli abitanti di Boros viene marchiata con eczemi cronici e cominciano a nascere bambini deformi. I segni di un massiccio inquinamento ambientale permeano l’intera narrazione, con riferimenti puntuali e ricorrenti al disastro dell’Aral; tuttavia, a questi dati di realtà si affianca una dimensione animistica altrettanto pervasiva. Lo Spirito che dimora sul fondo del lago è arrabbiato e sta punendo il villaggio per una colpa che sembra riguardare anche Nami.

Il lago prende la vita di suo nonno durante una tempesta e, in un secondo momento, anche l’esistenza della nonna giunge a termine tra le sue acque. Da questo episodio straziante, in cui si mescolano riti sciamanici e metodi da regime totalitario – si può avvertire l’eco de La fattoria degli animali di George Orwell –, prende avvio il percorso di formazione di Nami, che passa attraverso prove sempre più terribili.

Il presidente del kolchoz si insedia in casa sua, trattandolo alla stregua di un servo. Quando le circostanze peggiorano a tal punto da privarlo di ogni dignità e affetto rimastogli, Nami decide di andarsene da Boros e raggiungere la capitale.

In città, le sue giornate sono scandite dagli insalubri lavori di fatica in cui viene impiegato, mentre nei momenti liberi gira per le strade e i locali pubblici con l’irrealistica speranza di imbattersi in sua madre. Sull’asfalto fresco che deve stendere attorno alla fabbrica di zolfo Nami «disegna di nascosto il suo dolore; le grandi mani della nonna, la curva di un corpo femminile, le galline nel pollaio puzzolente, i tre triangoli».

Non appena lo sfiora un po’ di umanità e tenerezza, arriva una nuova batosta. La Vecchia Vergine inghiotte tutto, lettore incluso. L’impatto della scena è devastante e viene ulteriormente rafforzato dallo stile letterario di Bellová. La sua scrittura scarna, cruda, priva di qualsiasi raffinatezza o eufemismo arriva diretta e lancinante come una coltellata, accordandosi alla perfezione all’andamento narrativo. A questo punto del romanzo, il timore che Nami non sia destinato a trovare pace comincia a profilarsi in modo netto, raggelante.

Quando entra a servizio del losco e facoltoso Johnny, la violenza delle vicende in cui viene coinvolto è talmente estrema da caricarsi di contorni surreali e raggiunge l’apice in quella corsa disperata, zigzagante fino al dorso della collina, dove rotola in cerca di riparo. Bellová, con una maestria letteraria indiscutibile, aveva già mostrato un episodio analogo, quando Nami era ancora a Boros, ma la sua valenza è ora del tutto diversa. Non si tratta più della fuga di un ragazzino impotente e sconfitto dagli eventi; la crescita interiore di Nami è in atto, ormai sta imparando a reagire ai soprusi e a difendersi.

La sua ribellione segna una svolta quasi fiabesca; viene infatti accolto dalla Vecchia dama che, come una fata madrina in piena regola, conosce tutto di lui e lo guida verso una nuova tappa del suo viaggio.

Nello svelamento finale, Bellová riconferma il suo talento: una prefigurazione di quanto sarebbe accaduto era già stata messa davanti agli occhi di Nami, quand’era ancora quel ragazzino di Boros che adesso non esiste più.

La sensazione è che non sia possibile conoscere quale sia davvero la verità. O, forse, una versione non esclude l’altra. Al lettore la scelta. Una cosa è certa: lo Spirito del lago è arrabbiato, e a ragione. Tuttavia, qualcosa può essere ancora recuperato e chissà se non spetterà proprio a Nami un intervento risolutivo.

Chiara Meistro

 

 

Miraggi edizioni sta portando avanti un programma editoriale di pubblicazione e ripubblicazione di autori della Repubblica Ceca, grazie all’interesse e alla cura di Alessandro De Vito.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Nami e il lago

IL LAGO nella recensione-musicale (playlist) di Lorenzo Lampis

IL LAGO nella recensione-musicale (playlist) di Lorenzo Lampis

IL LAGO – Bianca Bellová, edito da Miraggi Edizioni.
Tutti serbiamo dei ricordi della nostra infanzia che custodiamo gelosi nello scrigno della nostra memoria. Ricordi che divengono veri e propri luoghi dell’anima, e in cui ci rifugiamo nei momenti in cui la vita ci sembra insopportabile.
Ricordi che possono essere una stanza, una canzone, uno sguardo, o semplicemente un profumo.
Nel caso di Nami son tre macchie rosse di un costume, e quella voce muliebre che lo placa, lo rasserena.
Nami vive in una piccola e sconquassata casetta di Boros, piccolo villaggio affacciato su un lago ove si vive principalmente di pesca. Vive insieme ai nonni materni. Dei suoi genitori non sa quasi nulla, e quando chiede qualcosa tutti cambiano discorso.
Ma lui ricorda, ricorda sempre quelle tre macchie rosse, e quella voce.
Nel frattempo il lago, mese dopo mese, si ritira, in una sorta di bassa marea senza fine; lago che provoca rush cutanei con talvolta conati di vomito a chi ci si immerge per un bagno. Anche i pesci cominciano a scarseggiare.
Lo Spirito del Lago è infuriato, si dice.
Boros lentamente cade nella miseria.
(Il lago, seppur nel romanzo non venga mai citato, è il Lago Aral, che infatti sotto l’occupazione russa si prosciugò quasi totalmente in quanto i russi deviarono i corsi di alcuni fiumi immissari per irrigare immense piantagioni di cotone, provocando così un’immensa catastrofe ecologica, forse una delle peggiori del novecento)
Dopo la morte dei nonni, mentre il Lago prosegue nella sua disastrosa ritirata, deglutendo e trascinando via vite, sogni, oggetti e segreti, Nami, malgrado non abbia indizi, decide di partire per andare alla ricerca di quelle tre macchie rosse e di quella voce che da piccolo lo coccolava.
Nel suo rocambolesco viaggio vedremo Nami farsi uomo (da Larva a Imago) e di peripezia in peripezia, infine, sanguinante, scalfito, levigato, lo vedremo tornare a Boros, per poter chiudere così il cerchio della sua affannata ricerca.
Lo stile è accuratamente asciutto, rugoso, frutto di un raffinato lavoro di erosione e affilamento, che accresce la forza narrativa del testo; il tutto accompagnato da una dose, mai eccedente, di lirismo.
Insomma: solo come i grandi autori sanno fare, Bianca Bellovà, resta in ombra facendosi serva della storia, in un libro che ha la potenza del romanzo storico, seppur non essendolo affatto, e l’affilatezza del romanzo di denuncia, senza mai essere pedante.
Insomma. Un romanzo che è un piccolo capolavoro. Che farei leggere in tutte le scuole e che consiglierei a chiunque, a prescindere dai gusti e dall’età.
(I complimenti alla traduttrice Laura Angeloni, immensa; e grazie a chi questo libro lo ha portato in Italia, Alessandro De Vito e Mendo Fabio Mendolicchio; e infine grazie ad Angelo Di Liberto, che come al solito consiglia e spaccia libri pazzeschi).

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La playlist che ho associato a questo romanzo, come sempre spazia diversi generi. Ci tengo a precisare che non ho preso in analisi il significato dei testi delle canzoni, ma mi sono lasciato ispirare solo dalla musicalità, considerando la voce come uno strumento.
Inoltre vi avviso che nella didascalia canzone per canzone vi sono numerose anticipazioni.

Ecco dove ascoltare la playlist: https://open.spotify.com/user/11138896871/playlist/2SMZcXurr11uZo3kdALKgO

1) Outro (Preludio al ritorno) – Nefesh: Questo brano a mio avviso s’intona bene al romanzo. E’ un preludio. Tutto deve ancora accadere. Cinematograficamente è come se stessimo vedendo il Lago dall’alto, ancora immenso, prosperoso, che bagna la Capitale brulicante di vita e tutti gli altri villaggi sparsi sulla riva. Le case, viste da quassù, son puntini. Poi lentamente la cinepresa scende, sino a lambire la superficie increspata del Lago, e comincia a muoversi a fior d’acqua alla volta di Boros. Raggiungiamo così le barche attraccate nel porto, troneggia la rupe di Kolos, e cominciamo a risalire la via centrale, polverosa, che risale la collina dove sorgono le casupole dei pescatori, case in muratura, solide, di solito a un piano solo, tranne un paio che ne hanno due. Ed è proprio su una di queste che la ripresa tergiversa, sino a fermarsi sull’uscio. E’ la casa ove Nami vive insieme ai nonni. E con la fine della traccia, il video sfuma.
2) Gobi road (acoustic) – Tengger Cavalry: Minuscola cavalcata sonora vagamente nostalgica e vagamente noiosa (come possono essere noiosi certi pomeriggi d’estate in un minuscolo villaggio di pescatori) con la quale si entra nel vivo della narrazione. Con questa traccia in sottofondo Nami lentamente da Uovo si fa Larva, e flash veloci si rincorrono. Le prime immagini sono di un Nami fanciullo, è tra le braccia del nonno che immergendolo nel Lago quasi lo affoga, poi le favole che gli narra la nonna sullo Spirito del Lago, il Giorno della Pesca interrotto da un nubifragio, il nonno disperso insieme ad altri pescatori, la scuola, le prime scaramucce fra compagni, Zaza, il primo invaghimento, e la nonna issata su una zattera data in pasto al Lago, il presidente del kolchoz che s’impossessa della casa ove vive Nami, i colpi a sangue, le notti nel pollaio, i russi che violentano Zaza sotto gli occhi impotenti di un Nami adolescente, e infine la decisione di quest’ultimo di partire per la Capitale, alla ricerca, senza un indizio che sia uno, di quelle tre macchie rosse di un costume.
3) Aerials – System of a down: Nami, dopo un viaggio di nausea e febbre a bordo di un battello, giunge nella Capitale. E’ lì, in piedi, Larva, appena sbarcato. Davanti a sé un mondo nuovo. Sbalordito spaurito spaesato speranzoso, comincia a muovere i primi passi. Ma presto la Capitale lo inghiotte, e di nuovo flash rapidi che si rincorrono. La fila alla Borsa del lavoro, notti trascorse all’addiaccio, l’attesa, poi lavori estenuanti che lo riconsegnano alla vita sfinito, senza più forze, il Bordello Sinfonia, le lunghe passeggiate senza meta alla vana ricerca di quelle tre macchie rosse di un costume, un collega che diventa quasi un amico, ma che presto perde, come perde diversi lavori tra cui quello di tuttofare di Johnny, esperienza lavorativa che si conclude quasi tragicamente e da cui viene salvato da Vaska che lo consegna, infine, alla Vecchia dama che, commossa dalle sue gesta, raccoglierà informazioni intorno a sua madre e gli indicherà la via per ritrovarla.
4) Arto – System of a down: Kuce, con questa traccia siamo improvvisamente in mezzo al deserto, in un minuscolo villaggio dedito alla raccolta del cotone. E Nami, Crisalide, qui la ritrova, riabbraccia lo sguardo di sua madre, un madre che stenta a riconoscere, e si abbandona febbricitante alle sue cure. Ma presto la pace raggiunta e quel barlume di felicità si disperdono al vento, come polline. Nami sente che deve tornare a Boros, vorrebbe tornarci con sua madre, ma lei no, al Lago non vuole e non può tornarci, e così, da solo, intraprende il viaggio a ritroso.
5) Summon the warrior – Tengger Cavalry: Un Nami Imago dunque fa rientro nella Capitale, che nel frattempo è sfigurata, ammutolita, con carcasse di automobili bruciate al bordo delle strade e pattuglie russe che han dovuto sedare rivolte autoctone. Il Lago continua la sua inesorabile ritirata, mentre tutto si fa decadente, compresa la villa della Vecchia dama, dove Nami alloggia per un po’, il tempo di farle fiorire una rosa bianca per poi ripartire alla volta di Boros. Questa volta a piedi, masticando forse rabbia, pensieri, e poco cibo; Quando giunge però (ri)trova una Boros che sotto le sferzate inesorabili del tempo quasi non riconosce. Sconforto, rabbia, impotenza, stanchezza. Rivede anche Zaza, incinta, che nel frattempo s’è fidanzata con Alex, suo ex-compagno di scuola, e infine, tornando nella sua vecchia casa vi trova ancora il presidente del kolchoz. Sta poco, giusto il tempo di raccogliere informazioni sul suo presunto nonno paterno, e riparte.
6) Ceasuri Rele – Negura Bunget: Con questa traccia m’immagino Nami, di notte, davanti al Lago. Non vi è alcuna descrizione di questa scena nel libro, è mia immaginazione. Ma mi sembra di vederlo, Nami, innanzi a questa entità sempre presente nella sua vita, il Lago, un protagonista a tutti gli effetti (che a tratti sembra quasi il suo antagonista), che respira davanti a lui, tenebroso, emaciato. E Nami piange, singhiozza, si lamenta, gli parla, e urla, liberatorio, disperato, rabbioso, rivolgendosi allo Spirito del Lago, o forse a sé stesso. O forse a nessuno.
7) Against the nature – Gogol Bordello: Infine, il finale. Anche questo di mia immaginazione. Capita infatti che finito di leggere un libro, di quelli che restano e sedimentano, si continui a fantasticare intorno a questo, abbozzando finali quando questi son aperti, o semplicemente fantasticando sul futuro dei personaggi. Io, finito di leggere questo libro, mi sono immaginato questa scena. Mi sono immaginato che Nami, dopo averlo conosciuto, resta a vivere col presunto (anche se poi non sembra esserlo) nonno paterno. E mi sono immaginato che quasi tutti i giorni, dopo essersi immersi insieme nel Lago alla ricerca di oggetti, corpi, ricordi, frammenti di vite, e dopo aver mangiato insieme pane fritto e uova strapazzate, si siedono in riva al Lago, al tramonto, suonando e canticchiando insieme questa canzone: Against the nature.

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Gentili lettori,

Se scrivere significa spezzare il legame tra la parola e chi la imprime su carta, il libro di cui vi parlerò quest’oggi rappresenta un ottimo esempio di sacrificio, di sparizione, di solitudine, di messa al bando dell’autore. Una forma di liberazione che implica il passaggio dal soggetto alla moltitudine. Per l’autrice de “Il Lago”, Bianca Bellová, deve valere quell’assunto per il quale lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla, incomunicabile, indicibile, che non rivela nulla se non l’interminabile cammino degli uomini, del mondo e la sua impossibilità a conoscersi del tutto.
Se la storia della letteratura è un racconto di anime, ve ne sono di stropicciate, sbrindellate, traviate, corrotte e miserabili nelle vicende delineate dalla scrittrice.
La voce italiana di Bianca Bellová è di Laura Angeloni, traduttrice di fiuto alchemico e di raffinata maestria interpretativa. Non stento a credere che il libro conti traduzioni in quindici lingue e che sia stato premiato nel 2017 con il “Premio Unione Europea per la Letteratura” e col “Magnesia Litera”.
L’editore, che per l’occasione inanella il secondo successo dopo “Volevo uccidere J.-L. Godard”, inserisce “Il lago” nella collana “NováVlna”, letteralmente “Nouvelle Vague”, che racchiude e solidifica quel rapporto costante tra innovazione e esistenzialismo degli anni della Primavera di Praga.
Protagonista della storia è la ricerca delle origini come punto di partenza del passaggio sulla Terra di Nami, un bambino senza genitori, che vive coi nonni, che ha un passato oscuro, inviso alla popolazione di Boros, un paese che confina con un lago, principio cardine della vita della comunità, presenza inquietante e sfigurata.
Il lago alberga nell’immaginario della collettività come origine della vita e caduta nella morte. Ma è anche luogo di perdizione ed emblema dello sfregio della natura. Ogni anno le sue acque si assottigliano sino a restituire corpi, oggetti, forme, fantasmi.
La nonna di Nami accarezza i capelli del nipote, dopo averlo fatto adagiare sulla sua pancia morbida, e gli racconta dello Spirito del lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, di quanto dormano da secoli sulla rupe di Kolos, aspettando un potente guerriero che li svegli.
Nami non ha nessun ricordo del padre, e della madre rammenta tre macchie rosse, il suo bikini di quando andavano insieme in riva al lago. Perché Nami ha dimenticato il volto di sua madre?
Se apparentemente penserete di avere già sentito storie del genere, resterete di stucco per la lingua usata dalla scrittrice, perché è essa stessa strumento conoscitivo e intuitivo della storia, coi suoi furori sintattici e le sue staffette strutturali, scarni crudeli, rarefatti, necessari.
Si parte dal primo capitolo dal titolo “Uovo” e si procede con “Larva”, “Crisalide” e in ultimo, “Imago”.
E non sarà un caso se l’imago per Jung era un’immagine ancestrale, amata nell’infanzia, che corrispondeva di solito a un genitore, e che rimane, esercitando un’influenza nella psiche dell’adulto.
Nami cerca sua madre, la cercherà sino a quando non lo lasceremo, all’età di diciotto anni, e saremo passati insieme a lui attraverso la fame, la persecuzione, l’amore, la violenza, l’amicizia, la dittatura e il tradimento.
Nonostante non si faccia mai riferimento a un lago che abbia un suo corrispettivo nella vita reale, è indubbia l’affinità con l’Aral, il cui prosciugamento è uno dei più biechi disastri ambientali del novecento.
Il suo destino procede parallelo a quello del nostro protagonista. Nami custodisce memorie e lutti, ingloba l’amore sino a rappresentarlo come perdizione, allarga i suoi confini ma viene depredato di ogni sicurezza, così come succede al lago della storia e a quello della vita reale, a causa delle piantagioni di cotone. Non ultimo, nel libro compare il fantasma della dittatura russa, con le sue violenze, come quella compiuta da due soldati ai danni della fidanzata di Nami, Zaza, sotto i suoi occhi impotenti e pietrificati.
Bianca Bellová raschia via tutte le nostre convinzioni crivellando di colpi la scrittura, rivoltando il paradosso della perdita in una ritrovata comunione con l’elemento primordiale: quell’acqua di cui si avverte “il puzzo del fango fradicio” ma che è ricongiungimento nell’abbraccio finale.
L’Antiquario vi saluta.

Angelo Di Liberto

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

Considerata una delle voci più significative della letteratura ceca contemporanea, Bianca Bellová ha scritto una storia che è, al tempo stesso, un romanzo di formazione e una discesa negli inferi delle bestialità umani e degli orrori che il progresso può infliggere. “Il lago” – tradotto in quindici lingue, pubblicato in Italia dalla torinese Miraggi all’interno della collana NováVlna e vincitore di diversi premi – racconta la storia di Nami, il bambino cresciuto con i nonni che diventa uomo nella ricerca della madre, una ricerca che rappresenta lo spunto di partenza ma che via via si trasforma in qualcosa di più grande e definitivo: la necessità di trovare un proprio luogo all’interno di una realtà dura come quella di un paese dell’ex sfera sovietica.

La vicenda si dipana in una terra che sta al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, attorno al lago di Aral, prosciugato a causa di politiche dissennate. A fare da cornice è un piccolo villaggio che sopravvive grazie alla pesca e che si ritrova sconvolto dall’improvvisa moria della principale fonte di sostentamento, provocata, nella credenza comune, dallo Spirito del lago, figura maledetta facilmente identificabile. Nami parte così per la capitale, dove si dedicherà ai lavori più disparati, mentre l’acqua del bacino diventa fango putrefatto e su tutto continua ad aleggiare lo Spirito del lago, che ha punito la gente incapace di rimanere al di qua del limite con una violenza sconosciuta perfino agli invasori russi. «Un romanzo di ferite e cicatrizzazioni, perdite e riscatti, brutalità e tenerezza», l’ha definito con felice sintesi Laura Angeloni, autrice di una traduzione efficace e convincente.

Alice Pellegrini

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

“Il lago”: l’autrice Bianca Bellová intervistata da iliteratura.cz

“…In Italia il libro funziona molto grazie ai consigli degli stessi lettori. Il Lago è stato pubblicato da una piccola casa editrice di Torino, Miraggi Edizioni, che non ha di certo le possibilità delle grandi corporazioni editoriali, ma cura i suoi libri con un amore che non mi è mai capitato di incontrare altrove. Per esempio dopo una presentazione in collaborazione con una libreria, nella cittadina di Alba, hanno organizzato in una cantina locale una cena di varie portate, e il meraviglioso vino che la accompagnava aveva le etichette che riproducevano la copertina del libro. Qualcuno si è davvero preso la briga di organizzare una cena grandiosa per trenta lettori. È una casa editrice che vive grazie a dei lettori fedeli. E ne viene ripagata. Su Facebook è in corso un appassionato passaparola tra blogger, librerie, biblioteche. Probabilmente Il Lago non diventerà un best seller in Italia, ma di sicuro ha colpito profondamente molti lettori. È successa anche una cosa molto interessante: mentre insieme alla traduttrice Laura Angeloni sceglievamo i brani da leggere, Laura mi ha chiesto di includere il pezzo in cui il protagonista incontra per la prima volta sua madre, perché lo trovava così commovente che ogni volta le veniva da piangere. A me non era mai venuto in mente di leggerlo, non era tra quelli che preferivo e non avevo mai pensato che fosse così commovente. Beh, mentre l’attrice Elisa Galvagno lo leggeva erano tutti con le lacrime agli occhi, compresa me…”

Bianca Bellová, Intervista su Iliteratura.cz

traduzione di Laura Angeloni

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

“Il lago”: la recensione di Andrea Cabassi su giudittalegge.it

Nell’agosto del 1986 andai con alcuni amici in vacanza a Praga. C’era ancora il regime e fioco era il soffio della Primavera.

Poco tempo prima di partire ero entrato in contatto con uno studioso e traduttore di letteratura ceca che era un amico di amici. Ci eravamo scritti qualche volta e alla vigilia della partenza mi telefonò e mi suggerì itinerari alternativi a quelli turistici consueti. Poi mi chiese un favore. Mi chiese se, durante la mia permanenza, sarei potuto andare in uno dei musei della città. Vi lavorava come impiegato un suo amico. Aveva dei manoscritti che avrebbe voluto e dovuto far arrivare in Italia. Me li avrebbe consegnati in occasione di una mia visita al museo. Quell’impiegato era stato, ai tempi della Primavera di Praga, docente all’Università. Dopo la normalizzazione non lo avevano più assunto e lo avevano collocato in una posizione lavorativa che, certo, non gli competeva. Questo era il prezzo che aveva pagato per il suo impegno.

Senza riflettere molto dissi di sì, che ero disponibile. Le preoccupazioni vennero dopo.

Immaginai che quello scritto fosse un samizdat.

Quando fummo a Praga, proprio il giorno dopo il 21 agosto, quando la polizia e l’esercito presidiavano Piazza S. Venceslao per timore di proteste in occasione dell’anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, andammo al museo. Cercai l’impiegato, ma mi dissero che era in ferie. Non ho mai capito se quella fosse la verità. Nei giorni seguenti, però, sia io, sia gli amici con cui ero, avemmo la strana sensazione di essere controllati. Poteva essere una nostra paranoia, però quella sensazione rimase sino all’ultimo giorno della nostra permanenza là. Pensai anche che molti praghesi dovevano vivere quotidianamente quello stato d’animo che noi stavamo vivendo eccezionalmente.

Continuammo la nostra vacanza senza scrollarci di dosso la pesante percezione di essere seguiti e controllati.

L’ultimo giorno del nostro soggiorno partimmo da Praga, destinazione Brno dove andammo a visitare lo Spielberg. Poi proseguimmo fino alla frontiera con l’Austria. Al confine ci smontarono letteralmente l’auto alla ricerca di non so cosa, forse di un samizdat. E’ vero che, a quei tempi, era prassi consolidata fermare per lunghe ore le auto e ispezionarle in modo ossessivo. Ma noi ci insospettimmo ulteriormente e ci preoccupammo molto. Passarono delle ore poi ci lasciarono andare. Quando arrivammo dall’altra parte tirammo un sospiro di sollievo. Eppure né io, né gli amici che mi avevano accompagnato ci pentimmo di essere andati a cercare quell’impiegato che doveva consegnarci i dattiloscritti anche se la missione era fallita, ma non per colpa nostra. Nessuno di noi voleva fare l’eroe -ci mancherebbe altro! Gli eroi compiono ben altre azioni!- però ci dicevamo che sì… per i libri… per la letteratura… per la letteratura si può e si deve rischiare…

Faccio un passo indietro. Per paradosso, mentre stavo facendo la valigia, dopo aver accettato di far visita all’impiegato del museo, non vi misi “Praga magica”, lo splendido libro di Angelo Maria Ripellino.

 

Angelo Maria Ripellino è stato uno straordinario intellettuale e un grandissimo studioso della letteratura ceca. Quello che abbiamo conosciuto di essa, soprattutto in quegli anni, è stato grazie a lui. “Praga magica” (Einaudi. 1973), proibito in Cecoslovacchia, era un libro che avevo letto, riletto, annotato e pieno di post-it. Lo avrei voluto portare con me e usarlo come guida. Dovetti rinunciare.

Angelo Maria Ripellino non è famoso solo per “Praga Magica”, ma anche per a aver scritto una bellissima “Storia della poesia ceca contemporanea” (E/O. 1981), per averci fatto conoscere ed essere stato uno dei traduttori di alcuni testi di uno dei più famosi scrittori praghesi, Bouhmil Hrabal, per averci fatto conoscere un altro grande scrittore di Praga, Ladislav Fuks. Sua la cura de “Il bruciacadaveri” (Einaudi 1972) con la traduzione della moglie Ela Ripellino Hoclova. Suo il merito di aver affidato la traduzione di “Una buffa triste vecchina” (Garzanti 1972), ad una delle sue allieve, che sarebbe diventata un delle più importanti slaviste italiane, Serena Vitale.

La mia vicenda autobiografica, il lavoro di Ripellino, i libri di Ladislav Fuks mi sono venuti simultaneamente alla mente – e non è un caso- e non mi hanno più abbandonato, durante la lettura del bellissimo e sorprendente “Il lago” della scrittrice praghese Bianca Bellovà (Miraggi. 2018), romanzo vincitore, nel 2017, del Premio Unione Europea per la Letteratura e del Premio Magnesia Libera della Repubblica Ceca.

Alcuni personaggi de “il lago”, come la Vecchia Dama, come il presidente del Kolchoz, come Nikitich, come Jhonny, ricordano i personaggi di Fuks: come marionette, appaiano e scompaiono in un clima da fiaba nera.

A questo punto, però, è necessario soffermarsi sul libro di Bianca Bellovà che la casa editrice Miraggi ha pubblicato nell’ottima traduzione di Laura Angeloni in una collana che è stata felicemente battezzata NovàVlana, “Nouvelle Vague”. Bello quello che si legge in fondo al libro:

NovàVlana è la nuova collana italiana di letteratura ceca e prende il nome dalla “Nouvelle Vague” cinematografica ceca degli anni della Primavera di Praga.

In passato come oggi la letteratura ceca è stata molte volte portatrice di freschezza e innovazione, col suo carattere ironico, grottesco e surreale, e la capacità di immergersi nelle profondità esistenziali”.

Aggiungo che è molto bello vedere che tra le prossime pubblicazioni figura proprio il libro di Fuks “Il bruciacadaveri”, ormai introvabile.

“Il lago” è una fiaba nera, nerissima, è un romanzo di formazione, è una ricerca, a tratti disperata, delle origini, è una denuncia della dittatura, della presenza russa, quasi una forza di occupazione, nelle zone del lago di Aral, è una denuncia della terribile catastrofe ecologica che ha colpito il lago . Anche se i villaggi hanno nomi inventati e il nome della capitale non è mai citato, il lago di Aral è facilmente identificabile. Il prosciugamento del lago di Aral è stata, ed è tuttora, una delle più grandi catastrofi ecologiche del novecento. Questo lago salato, di origine oceanica, si trova alla frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan. Dal 1960 la sua superficie si è ridotta del 75% e dei 68.000 chilometri quadrati originali ne resta solo il 10%. Il restante 90% è sabbia. Il regime sovietico aveva fatto deviare il corso di due fiumi che si immettevano nel lago tramite dei canali. L’acqua prelevata andava ad irrigare i campi a coltura intensiva, soprattutto quelli di cotone. Senza l’apporto dei fiumi il lago si è prosciugato e, inoltre, nei campi di cotone sono stati usati diserbanti peggiorando la già terribile situazione.

Si diceva che il libro è, tra le altre cose, un libro di denuncia: della catastrofe ambientale e della presenza russa in quelle zone.

La denuncia della presenza russa risulta evidente dalla descrizione delle piazze e dei villaggi: in ognuno di essi troneggia la statua o il busto dello Statista. Che potrebbe essere Stalin ma, ancora più verosimilmente, Putin, quel Putin anche troppo vezzeggiato da alcuni paesi dell’occidente.

E’ soprattutto la descrizione di questa presenza che mi ha fatto rammentare, mentre leggevo, Ripellino e il mio soggiorno a Praga nel 1986, quando si era in piena dittatura.

Bianca Bellovà scrive:

“Questo è l’inferno. Un lembo secco di terra su cui non crescono nemmeno i cardi. Non dà niente di cui vivere. Perché dovremmo rimanere qui a sgobbare per i russi, che hanno cacciato tutta questa gente dalle loro case? Non ha senso!” (pag.143).

Torno brevemente alla trama: Nami è orfano, vive con i nonni che, poi, moriranno sul lago. In un periplo intorno al lago, quel lago così inquinato che produce bambini deformi, eczemi, sintomi di ogni genere in chi si bagna nelle sue acque che sempre più si ritirano, egli è alla ricerca della madre, quella madre che, forse, gli appare nelle prime pagine del romanzo in forma di bikini:

“Dev’essere domenica, se sta lì sulla coperta col nonno e la nonna. C’è qualcun altro, Nami ricorda le tre macchie rosse di un costume. I te triangoli di un bikini, e sopra, un fascio di capelli neri ben pettinati, una coda di cavallo. E due ciuffi di peli neri sotto le ascelle. I tre triangoli si muovono lenti, girandosi e rigirandosi sotto il sole finché ne resta uno solo. Non lontano dalla riva un pesce gatto fa guizzare pigramente la coda” (pag. 5).

Questo è il notevole incipit del libro. Un primo capitolo che si intitola “Uovo” e che è ambientato nel paese di Boros. Ma è l’incipit di ogni capitolo che ha grande forza narrativa e introduce immediatamente al tema. Il secondo capitolo è intitolato “Larva” ed è ambientato nella capitale che è così descritta:

“Se dovesse descrivere la città, Nami non saprebbe da dove iniziare. I palazzi sono così alti che Nami tende istintivamente a farsi piccolo e i suoi occhi cercano di continuo l’orizzonte. L’aria è piena di clacson che strombazzano, di marmitte che scoppiettano e grida. Una donna rimprovera ad alta voce un bambino che piange. Si sente odore di escrementi, ma anche profumi dolci e di grasso di frittura. In aria svolazzano fogli sporchi e polvere. Le persone hanno un aspetto un po’ diverso; gli occhi sono più luccicanti, luminosi, e si muovono più velocemente. Anche i cani vagabondi sembra vadano più di fretta. I muri sono coperti di vari strati di manifesti colorati. In basso si staccano, raccogliendo la polvere nell’aria” (pag,64).

Il terzo capitolo, “Crisalide”, ambientato nel villaggio di Kuce, inizia così:

“Kuce è un villaggio in mezzo al deserto, raggiungibile dalla capitale dopo undici ore di strade polverose. Lungo il villaggio scorre un canale che irriga i campi di cotone. E’ stato scavato anni prima dal fiume Dera, che sfocia nel lago. In qualsiasi direzione guardi, Nami non vede altro che infiniti campi innevati di cotone: cotone, cotone, cotone” (pag.131).

E, infine, il quarto e ultimo capitolo, “Imago”, il capitolo del ritorno, dapprima alla capitale, poi a Boros comincia in questo modo drammatico:

“Il viaggio per la capitale è lunghissimo e spossante. Nami ci mette quasi una settimana intera, un pezzo in autostop e poi dei lunghi tratti a piedi. Dalla strada vede in lontananza un villaggio bruciato. Incontra varie colonne militari russe. I soldati sono taciturni, smarriti nei loro pensieri. Il deserto sembra non aver fine, ormai si trascina fino alla capitale. La città è ammutolita, lungo la strada, a dargli il benvenuto, trova carcasse bruciate di automobili, le vetrine dei negozi sono rotte o coperte da assi inchiodate. Le bancarelle del bazar sono abbandonate e distrutte, in aria svolazzano pezzi di giornale piegati a cartoccio, quelli in cui si vendono i semi di zucca tostati”. (pag. 153).

Il titolo di ogni capitolo è un passaggio evolutivo, segna il processo di crescita di Nami. Egli attraversa paesaggi in cui il lago, con la catastrofe ecologica che porta in sé, è sempre presente. Paesaggi costellati dall’ingombrante presenza russa e costellati di rovine, quelle rovine che hanno ispirato importanti riflessioni a Walter Benjamin e che Bianca Bellovà tratteggia con grande efficacia:

“Il sole è ormai basso, l’orizzonte dietro la baia si colora di rosso. Contro di esso si stagliano gli scheletri dei pozzi petroliferi, alti animali estinti, mostri a sette livelli con le schiene intessute di scale traballanti. Si ergono sulla superficie sopra delle piattaforme che di tanto in tanto lo Spirito del lago fa affondare sott’acqua; ma oggi no, il lago è calmo e la serata gradevole” (pag. 80).

In un mondo dove sembra si sia rotto ogni legame sociale e dove la presenza russa si fa sentire in ogni manifestazione della vita quotidiana, Nami, nel suo viaggio, incontra anche persone a cui è rimasto ancora un barlume di pietas come Nikitich, sfruttato come lui, il marinaio traghettatore Vaska che, con rassegnata indignazione seguirà la caccia agli animali presuntamente contaminati che vivono in un isolotto del lago non lontano dalla capitale e che aiuterà Nami in un momento molto difficile per lui. Nami incontrerà, poi, la Vecchia Dama che sembra uscita, pur nella sua assoluta originalità, dalle pagine di un libro di Ladislav Fuks. Incontrerà anche un altro personaggio  molto importante e sarà un incontro toccante. Lascio al lettore il piacere di scoprire come e con chi sarà l’incontro.

Il linguaggio è scabro, le situazioni spesso violente e che ti lasciano senza respiro. In mezzo ad esse descrizioni improntate ad una certa nostalgia come quando viene descritta la casa della Vecchia Dama:

“Vive in una di quelle ville sontuose, con le recinzioni coperte d’edera e le iniziali dei proprietari incise sulle facciate cadenti, e i giardini pieni di meli selvatici, mandorli, melograni, fichi, e cespugli secchi di malvarosa” (pag.,118);

o liriche come quando viene descritto il deserto intorno a Kuce:

“L’aria è limpida, sembra non contenere assolutamente niente a parte le particelle polverose della sabbia nera del deserto che fluttuano leggere sopra il terreno. Verso l’alto si avvicina a un azzurro accecante. I suoni nell’afa ardente si perdono come nel vuoto, come il grido soffocato di Nami nel cuscino” (pag. 132).

Momenti che sembrano dare un attimo di tregua al lettore. Ma è una tregua che dura l’espace d’un matin. Nami, inesorabilmente, cresce, conosce l’amore, la violenza, l’amicizia, le delusioni e il suo ritorno a casa è un ritorno problematico. Come fa notare il grande filosofo francese di origini russo-ebraiche, Vladimir Jankélévitch nel suo libro “L’irréversible e la nostalgie” (Flammarion. 1974. Pag. 360-67), Ulisse, quando ritorna ad Itaca, non riconosce la sua isola a causa dell’intervento di Atena e non è immediatamente riconosciuto. Anche in un altro suo libro “Il non-so-che e il quasi –niente” (Einaudi. 2011) il filosofo francese torna sull’argomento del ritorno parlando del figliol prodigo:

“… la casa che torna ad accogliere il figliol prodigo  non è la stessa che questi aveva lasciato andandosene via; è ancora la casa del padre, e al tempo stesso non lo e più. E’ un’altra casa! Da parte sua, il figlio, temprato dalle prove sostenute, maturato dalle tribolazioni, non è più lo stesso figlio: è un altro figlio che ritrova un altro padre. Insomma, nulla è più come prima… il tempo si è portato via ogni cosa nella relatività del suo flusso universale, compreso il sistema di riferimento che serviva a conteggiare gli anni. Il tempo è nel frattempo trascorso, e questo tempo è un divenire irreversibile”. (pag.174)

Anche per Nami, sorta di Ulisse dell’Est e figliol prodigo sui generis, il tempo è irreversibilmente  passato quando ritorna a Boros dopo il suo periplo intorno al lago. Fatica a farsi riconoscere, fatica a riconoscere Boros:

“Gli sembra di vedere Boros in lontananza. Sullo sfondo c’è la rupe di Kolos, anche se sembra un po’ più piccola. Più piccoli sono anche la via dei pescatori e il complesso residenziale russo, le strade paiono più strette. Si strofina gli occhi e gli sembra di essere arrivato in un’altra città. Una città piccolissima, una città per bambini. Ma il tronco del trasmettitore interplanetario sulla collina è ancora lì, non ci sono dubbi: Nami è arrivato a Boros.

Nami accelera il passo e si avvicina al paese, ma le proporzioni rimangono invariate. Solo il lago si è rimpicciolito talmente che l’acqua si vede a malapena, lontano. Nami continua a guardarlo ossessivamente, ha l’impressione che il lago si ritiri come si ritira il mare prima di uno tsunami, e che fra un po’ spazzerà via tutto. Ma la superficie dell’acqua luccica in lontananza e rimane immobile. Distante, quasi all’orizzonte, si estendono le flotte delle navi da carico arrugginite, sepolte nella crosta di fango secco. Alla loro ombra riposano dei cammelli” (pag.165-66).

Se il tempo è irreversibile, proprio questa irreversibilità ha fatto maturare Nami, lui così legato ad un passato che non passa, ad eventi con i quali deve ancora fare i conti. Riuscirà, nel divenire irreversibile del tempo, a sciogliere i nodi e a liberarsi di quel passato che non passa? Al lettore scoprirlo.

Il romanzo è in terza persona, ma lo sguardo, per usare termini presi a prestito dalle tecniche cinematografiche, è sempre in soggettiva. Vediamo le cose attraverso lo sguardo di Nami, il senso che diamo loro è il senso che le dà Nami, viviamo con lui le sue paure, le sue angosce, le sue rabbie, la sua trepidazione. Ha ragione la traduttrice Laura Angeloni quando scrive, in bandella del libro,

“Vuoi essere al suo fianco nella dolorosa, sfiancante, ricerca di sua madre e delle sue radici e ciò che ti muove, oltre all’amore per le parole, è la speranza che gli sia concessa una tregua, di vederlo rinascere… Non puoi addormentarti prima di averlo portato in salvo, almeno per un’ora, almeno per un po’”.

“Il lago” è un bellissimo e sorprendente romanzo. E ci fa pensare che i libri dobbiamo difenderli sempre: dagli indici dell’Inquisizione, dai roghi nazisti, dalle liste di proscrizione dell’impero sovietico, dalle tentazioni di censura che ancora si manifestano anche nei paesi europei. Se per un romanzo come quello di Kaouther Amidi, “La libreria della rue Charras (L’Orma. 2018 ) si può dire che i libri hanno il compito di unire le sponde del Mediterraneo, per “Il lago” possiamo e dobbiamo dire che i libri dovrebbero essere l’antidoto alle catastrofi ecologiche, alle dittature, all’avanzare minaccioso della barbarie. Dovrebbero avere il magico potere di non far più accadere quello che mi accadde nel lontano agosto 1986 a Praga.

 

NováVlna, una nuova collana per riscoprire i capolavori della letteratura ceca – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

 

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La collana ha iniziato con il piede giusto, sono stati pubblicati due testi straordinari: Il lago di Bianca Bellova (traduzione di Laura Angeloni) e Volevo uccidere J.-L. Godard di Jan Nĕmec(traduzione di Alessandro De Vito).

Il lago è, dal mio punto di vista, un autentico capolavoro. Ritmo perfetto, nodi narrativi dosati nei punti giusti, un climax che stravolge completamente la percezione che si fa chiunque sfogli il romanzo, una collocazione geografica inedita e struggente, liquida e grigia come il lago che fa da cornice e coprotagonista alle vicende di Nami, il bambino che diventa uomo e deve continuamente inventarsi la vita e trovare una propria strada.

Come i Balcani immaginari di Zagreb di Arturo Robertazzi o Sniper di Pavel Hak, come l’Ungheria stregata di Ágota Kristóf, Bianca Bellova scrive una storia che affonda gli artigli nella dura realtà di un Paese dell’ex sfera sovietica. Il lago d’Aral, che non viene mai menzionato, tanto che il lettore si chiede continuamente se la vicenda si stia svolgendo in Uzbekistan o in Kazakistan – ma forse il lago non è nemmeno quello e di esso si riprende la tragedia del prosciugamento per colpa di politiche dissennate – è il luogo dove cresce Nami, nella casa dei nonni.

Si tratta di un piccolo villaggio che sopravvive grazie alla pesca. Ma poi i pesci muoiono e i pescatori soccombono allo Spirito del Lago. Rimasto solo, il ragazzino, parte per la capitale dove farà i lavori più disparati, mentre l’acqua del bacino – che ai tempi della sua infanzia ondeggiava tra il turchese e lo smeraldo – è ormai fango putrefatto e opalescente. Rami trasporta zolfo, stende catrame, diventa maggiordomo di un nuovo arricchito modaiolo post-comunista, si fa coccolare da una vecchia nobile decadente. Sempre alla ricerca di una madre perduta, sempre più in profondità nelle bestialità umane e negli orrori che il progresso è in grado di infliggere. L’eco dello Spirito del Lago rimane il richiamo costante, la colonna sonora di questo stupefacente romanzo con un finale altrettanto stupefacente.

Volevo uccidere J.-L. Godard ha tutt’altro ritmo e struttura narrativa. Jan Nĕmec, uno dei più importanti registicinematografici cechi del Novecento, definito l’enfant terrible della NováVlna, tesse un romanzo a episodi. Racconti scritti tra i primi anni Settanta e gli anni Novanta. Il filo si dipana cronologicamente a partire dalla Praga staliniana dell’elettroshock per i deviati sociali, passa per il jazz d’Oltrecortina, analizza in modo originale e dissacrante gli avvenimenti che hanno preceduto, accompagnato e suonato il requiem alla Primavera di Praga, fino a giungere alla fuga nei “liberi” Stati Uniti dove il narratore si troverà a vivere di stenti.

Autoironico, feroce, sarcastico, rabbioso e geniale, Jan Nĕmec riesce a parlare di un’intera epoca – e dei personaggi incredibili che l’hanno popolata – prendendo spunto dalle sue vicende personali. Critico e violentemente derisorio nei confronti del ’68 occidentale (esemplare il racconto Cannes 1968. La verità su quello che accadde, quando il regista e i colleghi cechi Milos Forman e Jiří Menzel erano in lizza per la Palma d’Oro e il festival venne interrotto da Godard e dagli altri intellettuali barricaderi) e dei suoi miti, prepotentemente coinvolto in diatribe sessuali e alcoliche, tenero e sprezzante nei confronti degli amici, l’autore scrive un libro fatto di tanti potenziali soggetti cinematografici. Un vero piacere leggerli.

Due testi riusciti, due coraggiosi manifesti di buona letteratura. Auguro un grande successo a NováVlna e ai suoi curatori. E non vedo l’ora che vengano pubblicati altri titoli.