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Bolaño selvaggio – recensione di Massimiliano De Conca su Mangialibri

Bolaño selvaggio – recensione di Massimiliano De Conca su Mangialibri

Del compianto Roberto Bolaño, lo scrittore Rodrigo Fresán ricorda la frenesia della scrittura sempre ai margini dell’abisso, sempre lanciata dall’ultima frontiera: quella voglia di raccontare l’utopia che solo nella letteratura può diventare reale. Alan Pauls ne decanta la poetica dell’assenza: riuscire a raccontare e fare poesia parlando di presunti poeti particolarmente impegnati, politicamente impegnati, umanamente impegnati (I detective selvaggi) senza che di loro esista nemmeno un’opera. Si tratta di un’overdose prima ancora di un’intossicazione. Bolaño riesce attraverso i suoi racconti a creare una vera etnografia di personaggi inesistenti, di quadri e di possibili vite, nelle quali si è frammentato e suddiviso. L’amico e scrittore Enrique Vila-Matas, azzardando paragoni con Franz Kafka, Marguerite Duras e George Perec, ricorda l’attività fervida e ricca del Bolaño narratore che riesce a servirci le sue storie come un piatto forte della Cina distrutta, cioè con la stessa voracità che abbiamo di solito quando consumiamo un piatto originale, forte, serio e senza mezze tinte: bisogna conoscere e raccontare la tristezza della vita, ma saperla apprezzare ed amare anche con quella intensità così forte da farci dire che abbiamo davvero vissuto…

Roberto Bolaño è stato uno degli scrittori cileni, sudamericani, latini e mondiali più importanti della fine del XX secolo: nato in Cile, vissuto in Messico, esploso in Spagna, ha racchiuso nella sua scrittura la frenesia di chi ha fatto della letteratura un campo di sopravvivenza oltre ogni limite umano e fisico: “La letteratura somiglia molto alla lotta dei samurai, ma un samurai non combatte contro un altro samurai: combatte contro un mostro. Generalmente, poi, sa che sarà sconfitto. Avere il coraggio, sapendo fin da prima che sarai sconfitto, e uscire a combattere: questo è la letteratura”. Nella sua scrittura l’impossibile prende corpo e con lui tutte le nostre paure, i pregiudizi, le imperfezioni, le passioni ed i desideri che nel mondo cosiddetto normale non siamo in grado di concepire. Il volume, corposo, composto da quasi 500 pagine, raccoglie più di 25 contributi, un’amplia bibliografia sulle opere dello scrittore cileno e di tutte le opere citate. Dopo la presentazione di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, i contributi sono divisi in quattro sezioni: la percezione del mondo, la sua politica, la poetica e le sue altre genealogie. Difficile, se non impossibile da catalogare, Roberto Bolaño sfugge ad ogni tentativo di critica positivistica: come dimostra eloquentemente nel Discorso di Caracas (introduzione al volume come sezione Le sue parole, I) e nell’intervista inedita che chiude l’intera raccolta (sezione Le sue parole, II), l’artista cileno non ha interesse a trovare una collocazione nella storia della letteratura, non ha interesse ad essere misurato con modelli, antecedenti o correnti letterarie, ha come obiettivo esprimere ed esprimersi nel modo più diretto possibile, nel tentativo di realizzare una narrazione che parli intanto a se stesso, quindi ai suoi lettori. L’iniziativa edita da Miraggi è importante e meritoria, perché permette all’apprendista lettore di avere sottomano tutti gli strumenti utili per sapersi orientare nella “galassia Roberto Bolaño”, ma anche al lettore di culto di potersi confrontare con interpretazioni delle più svariate su quell’arte di raccontare che oggi tanto manca a molti.

QUI l’articolo originale:

https://www.mangialibri.com/libri/bola%C3%B1o-selvaggio

Bolaño selvaggio – recensione di Alberto Scialò su Aura

Bolaño selvaggio – recensione di Alberto Scialò su Aura

Scongiurare la fine. Vita estetica e parola etica in Roberto Bolaño

E nonostante tutto, le parole praticavano più l’arte di nascondere che l’arte di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so.

Roberto Bolaño, 2666

I. Uno scrittore di transizione

Roberto Bolaño è ormai universalmente riconosciuto come uno dei massimi scrittori della narrativa contemporanea mondiale. Negli ultimi trent’anni la scena letteraria internazionale ha visto crescere esponenzialmente la fama dello scrittore cileno che si è imposto come pilastro della letteratura globale del XXI secolo. Infatti, pur avendo vissuto nel nuovo millennio per poco più di tre anni (muore nel 2003, poco più che cinquantenne, per insufficienza epatica mentre era in attesa per un trapianto di fegato), Bolaño continua ad influenzare prepotentemente l’immaginario dei lettori e degli scrittori dei giorni nostri. Quest’influenza negli anni ha assunto la forma di una vera e propria mitografia para-istituzionale: stencil, murales, volumi celebrativi, foto e interviste inedite, hanno iniziato a proliferare dopo la sua morte, alimentando l’immaginario etico ed estetico che già lo scrittore aveva contribuito a fondare e che, forse troppo spesso, ha deformato molti aspetti delle implicazioni esegetiche delle sue opere. Quando la mitografia popolare, infatti, si istituzionalizza, diventa allora banalizzabile e il senso ne viene distorto. Di conseguenza, per compiere una lucida analisi del corpus letterario di questo autore, imprescindibile per la comprensione della letteratura di fine millennio (e dell’inizio di quello successivo), bisogna incrinare il più possibile la stratificazione mitografica che lo avvolge e confrontarsi con gli aspetti più nudi dei suoi testi; ovviamente, fin quando ciò è possibile, fin quando cioè, mitologia etica e creazione estetica non risultino totalmente indissolubili all’interno della riflessione poetica.
Probabilmente, per iniziare a parlare dell’opera di Bolaño, si può considerare l’operazione che Raffaele Donnarumma compie nel suo studio intitolato Ipermodernità, con la quale colloca il cileno, insieme a David Foster Wallace, in una «zona di transito»[1] che segna il passaggio dalle modalità artistiche postmoderne ormai in esaurimento, alle tendenze del nuovo millennio. In effetti, il ruolo di “scrittore di transizione” ben si addice a descrivere la valenza culturale di Bolaño, soprattutto se si considera, da un lato, la robusta tendenza alla derealizzazione e all’utilizzo di quelle che Donnarumma chiama «strategie di irrisione del senso»[2] e, dall’altro, l’inesauribile necessità di sperimentazione narrativa, tramite la quale Bolaño ha cercato di innovare la duratura lezione dei grandi maestri sudamericani, Borges e Cortázar, non individuando però il principio ordinatore dei sui testi nella costruzione di vorticosi universi labirintici, volti alla testualizzazione del mondo circostante, bensì nell’indagine ostinata della realtà, nonostante l’ormai evidente impossibilità di sintesi.
Nel solco tracciato da questa prospettiva, lo scopo di questo saggio è, quindi, quello di soffermarsi sulla funzione traghettatrice svolta da Bolaño, rapportandone la produzione all’ambiente socio-culturale di fine secolo, saturato da un senso di esaurimento imminente, cercando di individuare quale ruolo può occupare la letteratura nella percezione del mondo di uno scrittore che si sente ai confini ultimi della storia, e mostrare che proprio l’esercizio della letteratura risulta essere il mezzo per saltare il vuoto della fine e proiettarsi verso ciò che c’è dopo.

II. Fine della storia, postdittatura e letteratura dell’apocalisse

Della fine, del fatto che qualcosa si sta gradualmente esaurendo, nell’esperienza letteraria di Bolaño si può parlare in diversi modi. Il primo, e più immediato, è la sua biografia. Infatti, pur essendo stato principalmente un poeta per gran parte della sua vita (dell’avanguardia infrarealista della metà degli anni Settanta, alle poesie della permanenza catalana scritte tra gli anni Ottanta e il 1998, confluite nella raccolta I cani romantici, che rappresentano una vera e propria fucina di temi e spunti per I detective selvaggi) Bolaño si è imposto al pubblico e alla critica per la sua produzione narrativa, la quale ha occupato unicamente gli ultimi dieci anni della sua vita. Questo dato è indicativo poiché ci costringe a priori a tenere in conto che, il Bolaño che più ha influito sul panorama culturale è un uomo malato (la cirrosi epatica gli era stata diagnosticata nel 1992), che ha ormai familiarizzato con l’idea che la sua vita stia per concludersi. Ciò, quindi, ci permette di compiere alcune considerazioni riguardo le opere che occuparono gli ultimi anni della sua vita, rilevando l’aura da messaggio definitivo ma intrinsecamente incompleto che le attraversa, o ad esempio, interpretando catarticamente l’uscita di scena di Arturo Belano, alter ego ricorrente dell’autore, alla fine della seconda sezione de I detective selvaggi. Ma di certo più interessante è discutere del contesto storico che partorisce le due opere che caleranno il sipario sulla sua carriera letteraria, nonché sulla sua vita.
In questo senso non si può ignorare il dittico “fine del secolo/fine della dittatura” che percorre e sottende tutta la produzione di Bolaño. Per il primo termine del sistema, bisogna considerare che il crepuscolo del secolo che sta finendo getta gli ultimi raggi di luce su un intero millennio di storia umana: Fukuyama teorizza la fine della storia, il raggiungimento del culmine della società umana, del suo assetto politico-sociale, un limite invalicabile oltre il quale non si può più andare, un limite che significa esaurimento o regressione. Nonostante questo mito sia stato prontamente smentito dal corso degli eventi (probabilmente anche prima del fatidico 11 Settembre), difficilmente può essere trascurato in un bilancio generale del periodo storico e della consapevolezza generalizzata della necessità di confrontarsi con la fine di un’era. Per parlare del secondo, bisogna ricordare che nel 1990 termina il regime dittatoriale di Pinochet in Cile, ponendo il problema di una riflessione approfondita sulla memoria e sulla narrazione di un periodo storico che ha sfigurato un paese e milioni di esistenze. Il connubio di questi due aspetti genera un clima culturale di diffusa malinconia che, secondo una dinamica tratteggiata da Paula Aguilar, diventa una posizione intellettuale, presentandosi «come possibilità estetica incarnata nella percezione disincantata di congetture storiche e racconti della storia, come visione del mondo segnata dalle cadute di fine secolo/fine dittatura»[3], dalla quale deriva inesorabilmente «il rovescio di una letteratura ottimista dalle tonalità eroiche, […] una narrativa di fine secolo attraversata dal fallimento delle grandi narrazioni: il notturno, la malinconia e il crepuscolo come simboli del presente»[4].
Allora, è solo davanti alla fine della società, alla dissoluzione di ogni sistema socio-politico in un vortice di violenza e malinconia, che possiamo spiegarci perché Edmundo Paz Soldán parla di «letteratura e apocalisse»[5], ponendo l’attenzione sull’apocalisse culturale che sottende l’opera di Bolaño, il cui esito più immediato è l’articolazione di un mondo scosso da una sorta di violenza congenita, come se questa fosse stata l’unica cosa in grado di resistere alla disgregazione della realtà. Simulacro della marcescenza del mondo, può essere considerata la città di Santa Teresa, luogo simbolicamente importante de I detective selvaggi e perno intorno alla quale ruota tutta la struttura di 2666. Le cinque parti indipendenti che compongono l’enorme romanzo, infatti, vedono ruotare una serie di personaggi di varia natura – poliziotti, giornalisti, critici letterari, intellettuali, operai e prostitute – intorno a due assi fondamentali: la ricerca di uno sfuggente scrittore tedesco conosciuto con il nome d’arte di Benno von Arcimboldi, considerato come uno dei più grandi geni letterari del Novecento e l’assassinio seriale di oltre duecento donne nel corso degli anni Novanta nella città di Santa Teresa, luogo nel quale tutte le storie andranno a congiungersi. Posta in un luogo simbolico, come il confine tra Stati Uniti e Messico, nel quale avviene una brusca transizione, nel giro di pochi chilometri, tra primo e terzo mondo, evidenziando lo squilibrio costante della realtà che si cerca di rappresentare, e delineandosi come una sorta di spazio selvaggio nel quale non vige alcuna legge morale, Santa Teresa è completamente in balia di quella parte d’umanità spregevole il cui «modo di concepire il mondo è la morte della società contemporanea»[6], ma che sembra effettivamente l’unica rimasta. Un tipo di umanità che decreta la «sconfitta della legge, della civiltà»[7] – dal momento che «l’impossibilità di sottrarsi ai pregiudizi sessisti e razzisti ha una relazione diretta con l’impossibilità di risolvere i crimini»[8] – diventando, di conseguenza, lo sbocco ideologico di tutto il XX secolo. Ciò è lampante in alcune pagine perturbanti della quarta sezione dell’opera (La parte dei delitti), come quella nella quale un manipolo di poliziotti si raduna in una tavola calda per la colazione dopo una notte di indagini, intrattenendosi con una lunga serie di barzellette sessiste (enumerate in modo quasi cinico dall’autore per provocare un forte senso di disgusto), o come quella che descrive la violenza di gruppo che, ancora una volta, dei poliziotti compiono nei confronti di alcune prostitute arrestate: distinguere i poliziotti dagli assassini, la legge dal crimine, il bene dal male, non è più possibile:

Nelle altre celle i poliziotti stavano violentando le puttane della Riviera. Ciao, Lalito, disse Epifanio, ti unisci alla baldoria? No disse Lalo Cura, e tu? Nemmeno io disse Epifanio. Quando si stancarono di guardare uscirono tutti e due a prendere il fresco in strada. Cos’hanno fatto quelle puttane, chiese Lalo. Sembra che abbiano liquidato una compagna, disse Epifanio. Lalo rimase in silenzio. La brezza che soffiava a quell’ora per le strade di Santa Teresa era davvero fresca. La luna, piena di cicatrici, splendeva ancora nel cielo.[9]

Quello che vede e rappresenta Bolaño, quindi, è un mondo polimorfo, di confini sfumati e indistinzioni. Un mondo che, sulla soglia della fine, vede le sue certezze disperdersi in un vortice di significati inafferrabili e sensi discordanti.

III. Vita artistica e detective

Interrogandoci riguardo la funzione effettiva che Bolaño attribuisce alla letteratura (e alla scrittura), è utile partire da uno spunto critico che permette di compiere alcune considerazioni interessanti.
Rodrigo Fresán, in un saggio intitolato Il samurai romantico, riporta un passaggio di un’intervista in cui Bolaño espone la sua visione della letteratura con una delle iperboliche metafore che gli sono proprie.

La letteratura somiglia molto alla lotta dei samurai, ma un samurai non combatte contro un altro samurai: combatte contro un mostro. Generalmente, poi, sa che sarà sconfitto. Avere il coraggio, sapendo fin da prima che sarai sconfitto, e uscire a combattere: questa è letteratura.[10]

Successivamente Fresán riflette su questa citazione:

l’opera di Bolaño […] è una di quelle che meglio obbliga […] a una quasi irrefrenabile necessità di leggere, scrivere e intendere questo lavoro come un estremo combattimento, un viaggio definitivo, un’avventura dalla quale non c’è ritorno, perché termina solo quando si esala l’ultimo respiro e si annota l’ultima parola.[11]

A questo punto bisogna considerare che, per quanto i due passi siano contaminati dall’aura mitica creatasi intorno alla figura di Bolaño, o che comunque offrano una visione poetica della scrittura all’estremo dell’autore, oltrepassando la coltre di mitografia è possibile evidenziare un dato sensibile: l’inscindibilità della componente etica da quella estetica in un’analisi della letteratura del cileno. Istituire un rapporto dialogico fra queste due istanze, capire come lavorano e come interagiscono è, infatti, la chiave per svelare i significati più profondi dell’operazione poetica di Bolaño e comprenderne gli aspetti più moderni.
Dall’opera di Bolaño, emerge prepotentemente l’idea che l’arte estendendosi, estremizzandosi, inglobando qualsiasi cosa e connotandosi come unico motore della vita dei personaggi, paradossalmente perda qualsiasi autoreferenzialità: diventa un modo di stare al mondo e processare la realtà. La vita viene concepita principalmente come “vita artistica”, intesa non come chiusura estetica esclusiva, alla maniera del dandy o dell’esteta, bensì come via per aprire un’indagine sul mondo del più ampio raggio possibile. Bolaño nei suoi scritti parla di arte, ma soprattutto di letteratura, ricercando l’essenza del reale per interpretarlo e, difatti, non è possibile limitare le lunghe digressioni di natura quasi saggistica, strabordanti di nomi di opere e autori di qualsiasi provenienza geografica o culturale, ad un mero gioco di specchi, ma parlare di letteratura diventa un modo per parlare di esseri umani. Basti pensare a due passi chiarificatori de I detective selvaggi. Nel primo, l’eccentrico poeta omosessuale Ernesto San Epifanio riscrive un canone poetico transnazionale nel quale confluiscono anche diversi poeti italiani (Pavese, Sanguineti, Leopardi, Montale, per citarne alcuni), usando categorie molto peculiari che, evidentemente, valicano il semplice giudizio estetico per ricercare significati di altra matrice.

Nell’immenso oceano della poesia distingueva varie correnti: frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi. Le due correnti maggiori, tuttavia, erano quelle dei frocioni e dei froci. Walt Whitman, per esempio, era un poeta frocione. Pablo Neruda, un poeta frocio. William Blake era, senz’ombra di dubbio, un frocione, e Octavio Paz un frocio. Borges era un efebo, cioè poteva diventare all’improvviso frocione e all’improvviso rivelarsi semplicemente asessuale.[12]

Nel secondo, Bolaño dedica un intero capitolo della sezione mediana dell’opera (nella quale vengono raccolte quasi cinquecento pagine di testimonianze fittizie che ricostruiscono asistematicamente la vita dei due protagonisti, Arturo Belano e Ulises Lima) alla voce di un manipolo di scrittori, esponenti di diverse correnti, presenti alla Fiera del libro di Madrid del 1994, riflettendo sullo stato di asservimento alle regole del mercato della letteratura e degli intellettuali del tempo: in uno scenario del genere, anche il poeta Pelayo Barrendoain, affetto da diversi disturbi psichici, riflette sul fatto che sia la sua stessa malattia a dargli successo e guadagno, poiché è ciò che attira i suoi lettori, «quelli a pezzi, quelli massacrati»[13] e alimentati dalla sua follia.
Bolaño quindi, parla molto spesso di letteratura, ma soprattutto di vita letteraria. Nelle sue opere assistiamo ad un proliferare di personaggi artisti, spesso posti ai limiti della società, che come modo di vivere conoscono soltanto la vita artistica. Inseguendo l’arte, inseguendo quel sogno che l’autore esplica nella poesia I cani romantici[14], che apre la raccolta omonima, essi fanno esperienza del mondo, indagano e riflettono su dinamiche che trascendono l’ambito artistico. I due protagonisti de I detective selvaggi si mettono in viaggio per le aride strade del deserto del Sonora alla ricerca della fantomatica Cesárea Tinajero, poetessa fondatrice del movimento realvisceralista, di cui i due si proclamano nuovi pionieri. Quando la trovano ne causano la morte e rimangono condannati a vagare per il resto delle loro vite orfani di un riferimento, poetico ed etico, e di un sogno. Infatti con la morte di Cesárea (posta nell’ultima sezione, cronologicamente precedente alla seconda, come chiave di lettura finale di tutto ciò che verrà dopo), ma più probabilmente con la visione dell’oceano di solitudine e rimpianti in cui si è arenata la rivoluzione che essa ha tentato, svanisce anche l’utopia poetica che avevano costruito. La morte della poetessa sarà l’evento che darà il via al lungo vagabondare dei due realvisceralisti, che continueranno a inseguire per anni qualcosa che sanno non esistere, consapevoli della vanità della loro ricerca.
Sulla falsa riga di Arturo Belano e Ulises Lima, i quattro critici protagonisti de La parte dei critici, prima sezione di 2666, dedicano tutta la loro carriera accademica, ma anche tutta la loro vita, allo studio della produzione di Benno von Arcimboldi. Per caso, grazie alle informazioni di uno studente messicano, riescono a capire che lo scrittore si trova proprio a Santa Teresa e, tre di loro, decidono di intraprendere un viaggio alla volta del paese centroamericano. Dopo svariati mesi di permanenza, in cui la ricerca infruttuosa della sfuggente personalità di Arcimboldi passa in secondo piano, sopraffatta dal vortice di esperienze in cui vengono avviluppati i protagonisti, una di loro, Liz Norton, decide di andare via, capendo di essere innamorata del critico rimasto a casa, Piero Morini, e i due reduci, Pellettier e Espinoza, in procinto di ripartire per l’Europa, si fermano davanti alla consapevolezza del fallimento della loro ricerca; ci sono andati vicino, non ci andranno mai più vicino, e questo deve bastargli. «Arcimboldi è qua», disse Pellettier, «e noi siamo qua, e non gli arriveremo mai più vicino di così»[15]. Proprio come Lima e Belano, i due critici devono arrendersi davanti all’insolvenza (o alla riuscita misera) della loro inchiesta, la quale non li vedrà mai arrivare al raggiungimento della verità.
In quest’ottica, assume allora un ruolo rilevante la costruzione da detective story che hanno i testi di Bolaño, i quali ruotano spesso intorno ad un enigma da risolvere, facendo emergere la figura tutta concettuale del detective, poiché quasi sempre a rivestirla sono dei letterati. Il detective, colui che ricerca e indaga sulla verità in una realtà che assume dei connotati sempre più opachi, si sovrappone all’artista (secondo una dinamica non completamente nuova, tanto che volendo è possibile riscontrarne un archetipo addirittura nel componimento di Baudelaire Una martire, nel quale il poeta descrive una sorta di scena del crimine, metaforizzando la degenerazione della nuova realtà di cui egli è testimone). Da elemento unificante, nei meccanismi del giallo classico, il detective diventa colui che assiste alla dissoluzione e ne prende atto, l’enigma del suo tempo non può essere risolto, tutto ciò che rimane è lo sforzo dell’indagine; ed è significativo che a compierlo siano proprio degli intellettuali, molto spesso proprio degli scrittori.

IV. La parola per quello che viene dopo

Avviandoci verso la conclusione, è interessante notare che la ricaduta formale di questo sostrato morale volto all’indagine perenne del mondo, prenda corpo nella produzione di quelli che potremmo definire veri e propri romanzi-fiume, delle macchine narrative rizomatiche che si protraggono per svariate centinaia di pagine, capaci di inglobare una quantità impressionante di materiali e modalità narrative. Le creature di Bolaño, infatti, sono scandite da un’incessante necessità di ricerca che si esplica nella costante tendenza alla digressione. Come suggerisce Carlo Tirinanzi De Medici,

in questi romanzi la lunghezza è un elemento essenziale per permettere di rappresentare il mondo in cui ci muoviamo: un mondo enorme e dispersivo, entro cui i personaggi si perdono, in cui le storie si moltiplicano e s’intrecciano secondo un principio di pluralità e coesistenza sincrona.[16]

Di conseguenza, stride ma non risulta inadeguato passare, nel giro di poche pagine, dalla descrizione cronachistica di decine di omicidi ai consigli per una sana alimentazione impartiti da una cartomante in un programma televisivo, o da paragrafi dominati dalle informazioni riguardanti Animali e piante del litorale europeo (il primo libro mai letto da Arcimboldi), alla descrizione della seconda guerra mondiale. Veri e propri disegni geometrici che tentano di ordinare il canone filosofico europeo o riflessioni riguardanti i ready made di Duchamp (entrambi in La parte di Amalfitano), convivono con inserti metanarrativi e lunghe narrazioni che si incastrano all’interno dell’esoscheletro principale, come quella riguardante lo scrittore fittizio Boris Ansky. Massimalisticamente, la scrittura di Bolaño tende a saturare l’orizzonte del lettore con la parola, l’unico strumento adattato a scandagliare le pieghe della realtà. La parola consente l’esplorazione di un mondo ormai disorganico, quindi non stupisce che il soggetto della rappresentazione risulti ineluttabilmente deformato. I personaggi, soprattutto quelli di 2666, vivono una realtà costantemente esposta al rischio di rarefarsi, in cui si aprono sistematicamente squarci onirici che sembrano trascenderla. I connotati si deturpano, le azioni si estremizzano (come quella del pittore Edwin Johns, che si amputa la mano con cui dipinge e la pone sulla sua ultima opera per raggiungere gloria e denaro) e nel reale si formano spazi di illogicità pura, basti pensare alla voce con cui Amalfitano dialoga per gran parte della sezione dedicatagli, o ai sogni e alle visioni che assalgono tanti altri personaggi.
Come nota, infatti, Peter Elmore, il realismo di Bolaño si muove «su un piano che non è meramente empirico, ma anche simbolico e psichico»[17] e di conseguenza «il mostruoso non è una deformazione soggettiva del reale, ma la sua forma più arcana e terribile»[18]. Testualizzare il mondo allora, non è più, alla maniera postmoderna, un meccanismo deformante concepito intrinsecamente alla rappresentazione, volto alla creazione di strutture labirintiche che esauriscono in loro stesse il proprio senso, ma è rappresentazione pura: presa di coscienza di una realtà polimorfa sino alla radice. Dunque, è quest’indagine ostinata, al cui servizio pone tutta la sua opera, ad essere l’aspetto più significativo nell’ambito di una proiezione dell’esperienza letteraria di Bolaño verso il terzo millennio, «è in questa ricerca incessante, vana e necessaria che sta il vero senso della sua modernità»[19]. La valenza culturale di Bolaño, in conclusione, sta nell’essersi riuscito a confrontare con la dissoluzione di una realtà ormai impossibile da circoscrivere, non approdando a conclusioni nichiliste, ma anzi, trovando nello sforzo di sintetizzare ciò che è ormai definitivamente franto, una via da percorrere, un modo di esplorare l’apocalisse nel tentativo stesso di scongiurarla.


  1. Raffaele Donnarumma, Ipermodernità, Bologna, il Mulino, 2014, p. 109. 
  2. Ivi, p. 111. 
  3. Paula Aguilar, «Povera memoria la mia». Letteratura e malinconia nel contesto della postdittatura cilena, in Bolaño selvaggio, a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, traduzioni di Marino Magliani e Giovanni Agnoloni, Torino, Miraggi, 2019, p. 105. 
  4. Ibidem. 
  5. Edmundo Paz Soldán, Roberto Bolaño: letteratura e apocalisse, in Bolaño selvaggio, cit., p. 17. 
  6. Ivi, p. 25. 
  7. Ivi, p. 26. 
  8. Ivi, p. 10. 
  9. Roberto Bolaño, 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Milano, Adelphi, 2008, p. 436. 
  10. Cit. in Rodrigo Fresán, Il samurai romantico, in Bolaño selvaggio, cit., p. 255. 
  11. Ivi, p. 256. 
  12. R. Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di I. Carmignani, Milano, Adelphi, 2014, p. 96. 
  13. Ivi, p. 559. 
  14. Riporto qui i versi più significativi ai fini della presente trattazione: «A quel tempo avevo vent’anni | ed ero pazzo. | Avevo perso un paese | ma guadagnato un sogno». (Id., I cani romantici, traduzione di I. Carmignani, Roma, SUR, 2018, p. 7). 
  15. Id., 2666, cit., p. 180. 
  16. Carlo Tirinanzi De Medici, Mondo epico e mondo romanzesco nel sistema narrativo contemporaneo, in L’epica dopo il moderno (1945 – 2015), a cura di Francesco de Cristofaro, Pisa, Pacini, 2017, p. 64. 
  17. Peter Elmore, 2666: l’autorialità al tempo limite, in Bolaño selvaggio, cit., p. 232. 
  18. Ibidem
  19. Juan Antonio Masoliver Rodenas, Parole contro il tempo, in Bolaño selvaggio, cit., p. 273. 

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La pianura degli scherzi – recensione di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

La pianura degli scherzi – recensione di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

Libri, dall’Argentina arriva una sfida avvincente: ‘La pianura degli scherzi’

Muoveva all’attacco, prendeva fiato; apriva le gambe e la fessura vaginale si dilatava formando un cerchio che lasciava affiorare un uovo piuttosto appuntito, che era la testa del bambino. Dopo ogni spinta sembrava che la testa sarebbe uscita: minacciava, ma non usciva; arretrava come il rinculo di un fucile, il che per la partoriente significava il rinnovo centuplicato di ogni dolore. Allora, il Folle Rodríguez, nudo, con la terribile frusta attorno alla vita – il Folle Rodríguez, padre di quello sgorbio infingardo, precisiamo – piantava i suoi gomiti nel ventre della donna facendo sempre più forza. Eppure, Carla Greta Terón non partoriva. Ed era evidente che ogniqualvolta quello sgorbio attuava la sua agile ritirata, lacerava – in definitiva – le dolci viscere materne, la dolce pancia che lo conteneva, che non riusciva a vomitarlo. Veniva a crearsi una nuova lacerazione nel suo otre“.

Uscito per Miraggi Edizioni nella collana Tamizdat (progetto curato in collaborazione con Francesco Forlani e Francesco Ruggiero, che raccoglie traduzioni di autori di alta qualità letteraria che difficilmente arriverebbero al lettore italiano del mercato editoriale mainstream), La pianura degli scherzi, dell’argentino Osvaldo Lamborghini (a cura di Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto) è un testo (o meglio, una sequenza di testi da capogiro) complesso, a tratti difficile. Una sfida avvincente per un lettore. Un gioco infinito di nomi e parole, un linguaggio che passa dal formale all’informale con una naturalezza spiazzante, un registro gergale e un registro aulico che si ritrovano a battagliare, a lusingarsi l’un l’altro.

Ne La pianura degli scherzi convivono le innumerevoli influenze stilistiche che hanno formato lo stile originale e unico di Lamborghini, uno stile che sembra rifiutare la linearità della prosa tradizionale, e che trasforma la psicoanalisi freudiana, il post-strutturalismo di Lacan e il libertinismo del marchese de Sade in qualcosa di nuovo, gaudente, viscerale. Uno stile che assorbe il lettore. Leggendolo, tre autori mi sono venuti in mente, con le enormi e sostanziali differenze narrative e lessicologiche che li dividono, ma accomunati dallo stesso coraggio di arrogarsi il diritto di essere se stessi: Pedro Lemebel, Severo Sarduy e Louis-Ferdinand Céline.

Perché il godimento era ormai stato decretato lì, per decreto, in quei pantaloncini sorretti da una sola bretella di un cencio grigio, lercio e sfilacciato. Esteban gliela strappò e restarono all’aria le natiche senza mutande amaramente malnutrite del bambino proletario. Il godimento era lì, ormai decretato, ed Esteban, Esteban con una sola manata strappò la lurida bretella. Ma fu Gustavo a gettarglisi addosso per primo, il primo ad avventarsi sul corpicino di Storpiani! Gustavo, che sarebbe poi stato il nostro leader nell’età matura, in tutti questi anni di fallita, storpia passione: lui per primo conficcò il vetro triangolare lì dove cominciava lo spacco del culo di Storpiani! e ne prolungò il taglio naturale. Schizzi di sangue si sparsero in ogni direzione, illuminati dal sole, e il buco dell’ano si inumidì senza fatica come per facilitare l’atto che preparavamo. E fu Gustavo, Gustavo a trafiggerlo per primo col suo fallo, enorme per la sua età, troppo affilato per l’amore“.

L’opera di Osvaldo Lamborghini non è facilmente raggruppabile in categorie generiche, poiché abbraccia e combina elementi di poesia, prosa e teatro. Figura radicale e a tratti clandestina nell’Argentina peronista e post-peronista, una delle anime delle avanguardie del Paese sudamericano prima che il regime militare devastasse un intero tessuto culturale e sociale e facesse diventare di gran moda i voli di sola andata sul Rio della Plata e sull’Oceano Atlantico, Lamborghini con il suo neobarocco per il volgo, le sue eccentricità linguistiche, le sue divertenti trovate, il ritmo forsennato delle sue parole è senza dubbio uno scrittore da scoprire, e La pianura degli scherzi un’opera che va senz’altro letta.

In sospeso, il prezzo del pane. In sospeso, la quotazione del miele delle api del Libano, che non libano più. «Riso con latte? Vogliamo tornare a Treblinka!». Ai palestinesi manca qualcosa, è il Dottor Mengele che manca ai palestinesi? È terribile il dolore di (questo) amore. È terribile il fallimento di un’arte amata, per esempio questa. Ma niente di equiparabile all’espulsione dal partito. La porta si chiude, camminare, giungere fino all’angolo. E fino all’angolo si giunge, fino a quest’angolo. Punto: divieto, il semaforo rosso, di un rosso vivo, un fuoco che estrarrebbe nei dal nulla. Ogni neo sarebbe un nuovo principio (solare). In quest’angolo si mozzica il filtro della sigaretta. Una poltrona in un cinema: la guerra. La Germania intera si mobilita. È formidabile. L’Argentina (Argentina, Argentina!) specula sulla caduta dell’impero britannico. La Polonia schiacciata, così è la vita. Silenzio. Silenzio nell’oscurità, oscurità nel silenzio, una mano indifferente (…) I cingoli dei carrarmati e la lampo del pantalone lottano contro ostacoli simili, imprevedibili monticelli, fossi. Ma comunque: comunque. Qui il pene eretto, lì la svastica che sormonta l’Arco di Trionfo (di catrame). Lo stesso grido di ricchioni percorre tutto il pianeta. Stiamo trapiantando organi. Le Malvine nel cuore di Buenos Aires. Nel chilometro Zero. Il debito esterno in un bosco pietrificato“.

QUI l’articolo originale:

La pianura degli scherzi – recensione di Cristiana Saporito su Flanerí

La pianura degli scherzi – recensione di Cristiana Saporito su Flanerí

Di lui si è detto molto. E letto molto poco. Quel poco che ha scagliato come bordi di lametta lungo vent’anni di letteratura. Contenuti a stento nell’astuccio dei suoi quarantacinque. Osvaldo Lamborghini, scrittore argentino morto appena adulto nel 1985, ha generato brevi libri di brevi pagine. Che sono stati sufficienti per imbalsamare una leggenda pronta non solo a sopravvivergli, ma a guardarci ancora oggi con occhi saettanti, con quel lampo che sfugge alla caccia e che resta bestiale. La casa editrice Miraggi Edizioni, in un’epica avventura chiamata traduzione, ci ha di recente restituito una raccolta dei suoi testi migliori intitolata La Pianura degli scherzi (2019).

E la nota dei traduttori Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto ha da subito puntualizzato il rischio. Quello di affastellare dizionari, note biografiche, aneddoti e spunti come pietre insofferenti all’incastro. E restare tramortiti da cocci che s’ignorano. È possibile documentarsi, apprendere ciò che asseriva di lui César Aira, che lo ha conosciuto senza mai riuscire a circumnavigarlo, accettando il fatto che esistessero coste aliene e intemerate sepolte sotto le lenzuola dove Osvaldo mangiava, scriveva e stemperava le sue notti.

Sappiamo che si autodefiniva una “donna con il pene”, che verniciava di rossetto la sua etero-bocca con cui ingollava psicofarmaci e alcol per fornire al suo stomaco una trama di altri appetiti. E comunque non basta a tracciarne un contorno. Non rimane che affogarci nell’acquario dei suoi scritti. Sfiorare l’ipossia a poi tornare a prendere aria. E comunque non afferrarlo mai. Ricominciare all’infinito e stordirsi di magia.

Sì, perché Lamborghini è un autore molto poco “incantevole”, ma capace di sortilegi. Le sue frasi sono emissioni proteiformi, immediate e virulente, come reazioni organiche.

Un altro elemento raccontato di lui era che non correggesse mai quello che componeva, che la forma primigenia fosse soltanto la migliore possibile, la sola pensata e rovesciata sulla carta. Tradurlo ha significato avere a che fare con detonazioni continue. Materia piroclastica e non maneggiabile. E leggerlo vuol dire altrettanta fatica. Vuol dire scontrarsi con le schegge della sua lingua classica e infernale, in grado di attingere ad ogni tipo di registro per poi sbrecciarlo e vederlo tremare. Lamborghini erode le forme espressive, le intacca, le consuma, le lascia esplodere e si diverte a giocare con i suoi residui. Imbratta ogni stanza del dire con la mattanza della sua creazione.

Alcune parole vengono invertite, rivoltate, altre coniate, altre segate a metà per rendere autonome entrambe le parti. Per tranciare la coda alla lucertola e sapere che si muoverà ancora. Per questo non è affatto semplice offrire una sinossi dei suoi testi. A bordo dei quali ci si lascia fluttuare, perché non c’è quasi nulla che sia addomesticabile, che rientri nell’involucro di un riassunto lineare.

Si inizia con La causa giusta, forse quello con l’impianto narrativo più evidente da poter agganciare. La storia tragicomica, cruenta a paradossale di un povero impiegato condannato dalle sue enormi natiche a subire umiliazioni di ogni tipo. Ma è anche la storia assurda e disturbante di una partita di calcio tra colleghi d’azienda che si converte in disastro e omicidio, tutto a causa di uno scambio dialettico preso alla lettera.

Due dei giocatori si provocano in termini espliciti, promettendosi “scherzosamente” prestazioni sessuali omoerotiche e un terzo di loro, il giapponese Tokuro, non può comprendere che si pronunci un impegno e poi non lo si assolva, perché l’onore di un uomo passa attraverso la lealtà del suo fiato. Bisogna tenere fede a quanto affermato, una volta per tutte, altrimenti Tokuro, campione conclamato di karate, sarà costretto a ucciderli. E così si scatena il grottesco, lo sconcio, l’orrido e il meschino. Ma sotto un mantello di liquame e detriti, oltre il cencio oleoso di un paesaggio molesto, si nasconde un barlume superstite, un fondo d’amore irrisolto che resta protetto fino al sacrificio. Per non permettere che sia sacrificato.

Si prosegue poi con Il fiordonarrazione indigeribile di un’orgia ostetrica. Una partoriente viene violentata dal Signore Padrone Rodriguez mentre gli altri partecipanti sprofondano nei corpi altrui con veemenza da guerriglieri. In questo caso, come anche in altri per Lamborghini, il sesso, ingrediente possente, mostruoso, indagato ed esposto ben oltre il turpe, viene impiegato come allegoria del potere. Ogni attante di questo baccanale (e su questo lemma Lamborghini si sarebbe divertito a inframettere un trattino) rappresenta un protagonista della compagine politica di quei suoi ultimi anni. Da cui è infattibile prescindere. Di cui le immagini s’impregnano come spugne a digiuno.

I riferimenti a Perón (di cui l’autore si professava sostenitore convinto), al sindacalista assassinato Vandor, alla base di militanza delusa che non riesce a godere dalla carne orbitante, diventano la filigrana con cui approcciarsi alla scena e assaggiare il potenziale della sua rivoluzione. La sua strattonata paradossale Argentina, la sua capitale con l’«aria buona» sono sempre lì, a scalciare sugli angoli. Come si evince in ogni passo di questa raccolta. Rimanendo costantemente sul filo tra il fastidio e lo sgomento. Tra l’oltraggio e la delizia.

Il bambino proletario è un’altra perla tagliente di questa collana. Vicenda devastante di un devastato. Un perenne sconfitto dalla sua povertà. Cavia eccellente per i fervori borghesi. Bersaglio da spogliare all’altare, eletto dal mondo alla sottomissione. Tre ragazzi si avventano su di lui, lo stuprano e lo massacrano frementi dell’estasi di chi sa che avrà sempre ragione, che è così che accade il destino.

Si schiude (perché non si apre mai) lo scrigno di Sebregondi retrocedePersonaggio inquietante e luciferino, brutalmente slegato da una logica sequenza dei fatti. Marchese cocainomane e affamato di uomini («pazienza, culo e terrore non mi sono mai mancati, dice»), con un membro «falangineo» e una mano ortopedica, è protagonista di un poema in prosa, altro intrepido atto di traduzione. Fu l’editore di Lamborghini a bandire la sua originaria forma poetica, a imbracarlo in una scatola che la sua lingua anguiforme rifugge e offende. Per quasi tutta la sua produzione si può dire che fiutarlo e assorbirlo come poeta permette non solo di aggirare l’illeggibile, ma di inalarlo come un vapore e assuefarsi alla sua suggestione.

«Questo cane che beve acqua dal mio bicchiere ha sulla faccia uno stupore che assomiglia alla mia faccia. Forse è un lampo del cane della mia faccia, un altro stupore del mio specchio in cui appare l’acqua (bevuta) e il cane cancellato per miracolo». Oppure «Io ero una donna giovane anche se con le tette un po’ mature. I miei capelli neri s’impigliavano nei miei capezzoli. La mia bocca maschile li succhiava. Si nutriva con tepore e lentezza. Anche se con un certo, un certo tocco di disperazione: il balenio rosso delle gengive e certe, certe finte come per conficcare i denti nelle terminazioni, capezzoli dei seni. Io, donna giovane, mi allattavo traboccando di tenerezza: non tanto riferita a me stessa, quanto al sogno che stavo sognando dall’età in cui il sogno mi aveva invaso».

Basterà questa manciata di righe per addentare una delle sue briciole? Basterà la polveriera di autori che lo hanno designato maestro o da cui lui stesso è stato influenzato, come per esempio Rodolfo Fogwill, Adolfo Bioy Casares o Horacio Quiroga?

È già certo, non sarà mai abbastanza. Ma pulseranno ancora queste gemme estreme, insopportabili e sfiancanti. Questo «romanzo che comincia qui o non comincia» mai, questa «musichetta» che scuote le ossa alla sua brevità. Questo lucido sventrare il senso delle cose. Che ci allena all’eccesso e alla sua strage. Per lasciarci sfiniti, sedotti e abusati, con il marchio sprezzante di una folgorazione.

Qui l’articolo originale:

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Davide Barilli sulla Gazzetta di Parma

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Davide Barilli sulla Gazzetta di Parma

Bolaño selvaggio e il suo labirinto

Su certi autori, attraverso lenti procedimenti, si formano aureole di mitologia. Inizialmente accade per cortocircuito. Un titolo azzeccato. Una contingenza temporale. Ma poi subentra il passaparola fra i lettori, con la voglia di ricostruire, libro dopo libro, l’architettura totalizzante. Cosa che riguarda, fra i più recenti, Roberto Bolaño. Scrittore cileno cosmopolita, eppure radicato in un Sudamerica antico e violento di cui ha raccontato misfatti e solitudini, Bolaño è autore di culto di cui, in questi ultimi anni, sono stati pubblicati valanghe di libri. Il suo esaltante iter postumo (è morto a soli cinquant’anni) non è prodotto di un’operazione editoriale. Ma di un talento capace di attrarre il consenso di chi ama la letteratura vissuta in toto. Destino dei sognatori e dei costruttori di mondi. Bolaño non spiega, racconta. Un universo, il suo, che da Cile e Messico si espande all’Europa. Esule solitario e narratore incontinente, ha costruito trame autobiografiche che si rincorrono tra gioventù, bar, circoli artistici, avanguardie e fallimenti, biografie strambe e disperate, in una sorta di sconfinato labirinto di parole.

Recentemente l’editore Miraggi di Torino ha pubblicato – con la traduzione di Marino Magliani e Giovanni Agnoloni – un monumento postumo, strumento indispensabile per gli amanti di Bolaño. Operazione congrua e coraggiosa, proporre in Italia una serie di studi di matrice ispanica come quelli raccolti in «Bolaño selvaggio» (pag. 427, 24 euro), spaccato di una letteratura sudamericana impura, imbevuta di radici europee (come non pensare a certo Perec?). Perfetta radiografia di un anti-maestro, di un inventore di mondi che si inabissano, tra tunnel narrativi e fantasmi apocalittici, affrescando quello che inoppugnabilmente Alessandro Raveggi ha definito, nella prefazione, come un irripetibile «realismo confidenziale».

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

Gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi

“Bolaño selvaggio” è un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo

Confesso, ho sempre fatto fatica con Roberto Bolaño. Il che non significa che io non abbia letto Roberto Bolaño, perché, giuro, l’ho letto. Ho letto numerosi romanzi di Roberto Bolaño, direi almeno cinque – verità che, non fosse tale, confesso che occulterei senza pensarci un attimo, negando fino alla morte e resistendo eroicamente alle inquisizioni sopraccigliari delle frotte dei bolañisti, i quali sono una setta di adepti che ti sbirciano in tralice mentre parli fino a indurti al balbettio (quando parlate con un bolañista fissatevi su un dettaglio del volto a caso e concentratevi su quello, solo così potrete sostenere il suo sguardo non sostenendolo) e ti sbirciano per vedere se hai detto la verità, sospettando che non l’hai detta, tu Roberto Bolaño l’hai letto poco, pochissimo, e ovviamente male. Come tutte le sette, sono pericolose e assassine, il che getta una luce di amara verità non solo sui bolañisti ma anche su tutti gli altri: sui cortazariani, i dostoevskiani, i pasolinisti, i thomasbernhardiani, i franzeniani, insomma, su chi siamo tutti noi, nessuno escluso, quando amiamo un autore. Siamo dei granitici detentori di culto, degli officianti permanenti, dei teppisti che si contengono per un pelo, degli stalinisti, dei mezzi mostri con l’alibi intero della passione, come se la passione sia mai riuscita ad affrancare qualcuno dalla propria condizione di aguzzino, macché, non c’è un solo caso al mondo, anzi, è vero il contrario, l’ha semmai nutrita e incrudelita, la passione, quella condizione di omicida con l’alibi profondo.

Io – sia chiaro – non sono da meno, e faccio parte di questa famiglia di fanatici feroci che suppongono il proprio gusto il più giusto possibile: quando sono io il portatore di un’inamovibile convinzione letteraria sono sempre nella verità, mentre i portatori di culti diversi erodono il mio terreno esclusivo, quindi mi urtano, mi ostacolano, mi innervosiscono con la loro ottusità. E quanto insistono! Tra l’altro è dalla mia vita cubana in poi che noto come, quando in ballo ci sono i latinoamericani (come se “scrittore latinoamericano” significasse davvero qualcosa), il culto prenda pieghe ancor più aggressive e l’amore assuma assurdi significati travalicanti. Quello che accade è che “scrittore latinoamericano” diventa automaticamente condizione morale e non solo estetica. E lo diventa al punto che criticare la qualità letteraria delle pagine di uno scrittore latinoamericano scarso ma di culto è pericolosissimo, è una spericolata attività portatrice di penose conseguenze, alimentate da sospetti di insensibilità politica del criticante, e di squallido cinismo occidentalista antindigenista (l’accusa non viene aggiornata dal 1967). Perché gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi? Perché, in nome di ciò che non esiste, ci assembriamo in contese ringhiose su un terreno ridicolo, in una notte in cui tutte le vacche sono nere, trascinandoci – nolenti – fin nel cuore delle selve amazzoniche, sospinti da una rossa brezza esoterico-allegorica?

Bolaño selvaggio” (miraggi edizioni, 436 pp., € 24 euro) è un libro splendido, pubblicato da un editore tra i più ammirevoli in circolazione. Un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo, cioè da un rimasuglio di intervista ad oggi inedita in cui Bolaño risponde come spesso amava, con sferzante sarcasmo – il che è rivelatore perché la maggior parte degli scrittori che amano senza ironia Bolaño non hanno nemmeno un centesimo del suo sarcasmo e del suo disinteresse verso ciò che era conveniente dire, chi ha dei dubbi si rilegga la conferenza “Siviglia mi uccide” e avrà di che deludersi, in termini di secca sconfessione di militanze presunte.

Ma è leggendo “Bolaño epidemia” di Jorge Volpi che sopraggiunge l’epifania. Non solo perché epidemia è ormai la nostra parola chiave, ma perché, attraverso un gioco metabolañista, Volpi sveste Bolaño, sveste i bolañisti e la propria generazione di tutto il bolañismo deteriore, di tutto il bolañismo orfico, e consegna un saggio acuto, divertente e intelligentissimo sul Bolaño originario. E ci parla dell’utilità di non essere maniacali e settari quando si ama uno scrittore, perché poi si finisce a non capirlo. E a chi, in quel congresso di Siviglia, chiese che consiglio avrebbe dato a un giovane scrittore, Roberto Bolaño rispose: “Vi raccomando di vivere. E di essere felici.” La risposta meno bolañista possibile. La più bella. Quella fu l’ultima apparizione pubblica dello scrittore. Morì a Barcellona di lì a pochi mesi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2020/05/24/news/gli-scrittori-latinoamericani-tirano-fuori-il-peggio-di-noi-318821/

LA PIANURA DEGLI SCHERZI. “Riscoprire un maestro tra sesso e violenza” – recensione di Andrea Sirna su Altri animali

LA PIANURA DEGLI SCHERZI. “Riscoprire un maestro tra sesso e violenza” – recensione di Andrea Sirna su Altri animali

LA PIANURA DEGLI SCHERZI DI OSVALDO LAMBORGHINI: RISCOPRIRE UN MAESTRO TRA SESSO E VIOLENZA

 

Il nome di Osvaldo Lamborghini potrebbe non dire tanto al lettore medio italiano, ma dovrebbe suonare invece familiare agli indagatori più scrupolosi della letteratura sudamericana. Durante un’intervista ho avuto modo di chiedere ad Alan Pauls, uno dei massimi autori argentini dei nostri giorni, quali libri e quali autori gli avevano fatto capire come raccontare un Paese estremamente complesso come la sua Argentina. Tra le sue influenze personali, in mezzo a nomi e titoli più conosciuti, spiccò Il fiordo: un testo molto breve scritto proprio da Lamborghini.

Quel Fiordo che non era edito in Italia fino alla pubblicazione de La pianura degli scherzi, il libro con cui questo autore arriva nel nostro panorama grazie all’editore Miraggi e al lavoro di cura e traduzione di Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montaldo. Una proposta editoriale non immediata, ostica, per alcuni aspetti scomoda, che necessita di essere contestualizzata, tanto coraggiosa quanto indispensabile. Una raccolta di quattro romanzi brevi di difficile classificazione, attraverso cui scoprire una delle voci più inafferrabili della seconda metà del secolo scorso.

Partiamo dal contesto storico: dobbiamo immaginare la Buenos Aires tra gli anni ’60 e ’80. Nel ‘73 Juan Perón era tornato dall’esilio ed era ritornato protagonista con un’efficace formula patriottica di stampo socialista. A una iniziale ricrescita economica seguì il suo tramonto definitivo ed ebbe inizio un marasma sotterraneo di sparizioni, continui golpe e giunte auto-incaricate per ristabilire un ordine politico-sociale sempre più precario. In questo clima Osvaldo Lamborghini raccontò la sua Argentina, la sua polveriera. Il fiordo, nel ’69, veniva venduto su richiesta in una sola libreria di Buenos Aires. Un testo che, oltre ad alimentare un vero e proprio mito, può essere considerato al tempo stesso l’esordio e l’apice più alto di tutta la scarna produzione di altissima qualità che Lamborghini produrrà nei 25 anni successivi.

«Un’orgia di sesso e violenza politica», questa la definizione di Alan Pauls. Definizione accurata, ma c’è dell’altro. Nel racconto violento di un’orgia frenetica, il fiordo riuscì ad anticipare tutta la letteratura politica che avrebbe caratterizzato l’Argentina nei decenni successivi. Solo un autore fu in grado di essere ancora più anticipatore tanto che, durante l’immersione lamborghiniana, non sarà difficile ripensare a Roberto Arlt (1900-1942) e alle sue narrazioni allegoriche.

Allora, il Folle Rodríguez, nudo, con la terribile frusta attorno alla vita – il Folle Rodríguez, padre di quello sgorbio infingardo, precisiamo –, piantava i suoi gomiti nel ventre della donna facendo sempre più forza. Eppure, Carla Greta Terón non partoriva. 

L’immagine che apre Il fiordo è quella del parto di Carla Greta Terón, la compagna del Folle Rodríguez, un uomo sadico che sta favorendo la nascita del figlio. La violenza del Folle rispecchia il clima che la città respira fuori dalle finestre dell’appartamento in cui, nonostante le urla della donna, si sta verificando un’orgia.

In questa scrittura, in questa forma schizofrenica, il significato (così come il nascituro) non trova né luce immediata né vita facile. Tutto è metafora, tutto ha un significante distorto, mutilato, seviziato. Basti osservare la stessa Carla Greta Terón, le sue iniziali e l’acronimo che si andrà a formale: C.G.T., Confederación General del Trabajo de la República Argentina. Allo stesso modo il fiordo, l’insenatura costiera che il lettore osserverà sempre da quella finestra, si farà metafora e critica della società del tempo (tra grida e sevizie, così come spesso fu la politica di Perón). Questa pianura degli innumerevoli scherzi è una bandiera che viene conficcata in una spalla con fare sornione, senza nascondere l’onore di un gesto così estremo, capace di unire il dolore provato alla gioia, al simbolo della lotta. Inutile nasconderlo: la letteratura di Lamborghini è ostica, stratificata. È sua intenzione scrivere testi caratterizzati da architetture narrative definite in un sistema di spazi ristretti grazie a un lavoro di cesello, di precisione.

César Aira racconta di come Lamborghini avesse sempre sostenuto che i romanzi lunghi dessero come risultato una frase, un’esclusiva piccola frase molto bella. Evidentemente non abbastanza per osservare il mondo. Quel mondo descritto con una lingua caotica in cui forme dialettali e varianti alte e basse di uno o più idiomi sono pronte a coesistere nella scrittura di un autore abituato a riempire fogli e fogli di parole casuali per poi poter studiare i collegamenti nascosti tra di esse. Significativa anche la vicenda di Porchia contenuta in Sebregondi Retrocede, il testo più criptico dell’autore argentino. Romanzo breve del ’73, al cui centro figura un marchese omosessuale e cocainomane e i suoi incontri tra donne, bambini e personaggi eccentrici. Tra questi vi è anche l’enigmatico Porchia, un vecchio operaio in pensione dedito a scrivere un’opera costituita esclusivamente da frasi zen, del tipo «prima di seguire il mio cammino, io ero il mio cammino».

Il romanzo era nato come una raccolta poetica e fu modificato, dopo una lunga e combattuta discussione con l’editore, per allontanarlo dall’ermetismo proprio della poesia stessa, che però popola (forse) ancora questa trama di incontri indefinibili. Anche qui non manca l’anima politica, ma spicca con maggior chiarezza la violenza sessuale, la tradizione di De Sade unita ad alcune atmosfere kafkiane, senza dimenticare il vero e distintivo lato lamborghinano: quello psicologico. La psicologia e l’etica dell’uomo saranno anche le colonne portanti de La causa giusta. Ancora una volta una trama borderline: la vicenda di un culo grosso e di un discusso atto orale disputato tra uomini. Nel mezzo, la scala delle gerarchie politico-sociali tra amore e morte.

Tra queste pagine si ride, si ride tanto. In alcuni frangenti potrà sembrare di osservare un tavolo al quale Juan José Saer e Witold Gombrowicz discutono con naturalezza di bassifondi, così come dei massimi sistemi, fino ad arrivare a Hegel. Lamborghini è un papà di Saer, un fratello di sangue di Gombrowicz.

Ne Le figlie di Hegel, scritto da Lamborghini nel periodo della sua convalescenza a Mar de la Plata, prima della sua morte prematura (avvenuta nel novembre del 1985), ritorna anche il filosofo tedesco e lo fa in una sorta di testamento travestito da romanzo.

Quanto alla letteratura, io preferisco i limpidi turbinii di José Hernández (di nuovo: effettivamente sono maledetto e pazzo – come un pazzo – a tal punto). Sono effettivamente stregato e la pagherò presto e cara, con la mia stessa collottola. Quanto alla letteratura, preferisco il sistema di incisioni non programmato di Horacio Quiroga, non programmato, però, buco dopo buco, ogni gesto dà subito inizio a un movimento, si avvolge in un suicidio, salta come una molla e precipita, inesorabile, verso la sparizione di “un soggetto”; perché il suo eterno movimento vorticoso porti la piaga della risurrezione.

Questo dice la voce narrante, una voce sovrapponibile a Lamborghini stesso. Una prima persona che parla con sincerità partendo dalla sistematizzazione del reale di Hegel, secondo il quale la realtà si riduce a spirito in un continuo movimento. Nel delineare il suo ultimo racconto di pazzia e di prostituzione, Lamborghini crea una sua realtà composta proprio da quelle donne ai margini della società e dalla classe operaia. Non sarà quindi un caso veder figurare il 17 Ottobre in questa narrazione-testamento, la data della nascita del peronismo tanto sentita dagli operai argentini.

Tra il sesso e la violenza dell’autore argentino si inserisce l’attenzione alla politica, affrontata sempre con un taglio che arriva dai grandi filosofi e le grandi opere di spiccata argentinità lette in vita dall’autore. Penso al Facundo di Domingo Faustino Sarmiento o a Una excursión a los indios ranqueles, una cronaca giornalistica di una spedizione fatta dal generale Lucio V. Mansilla per negoziare un accordo di pace con gli indios ranqueles. Testi ottocenteschi con una spiccata componente politica, poco conosciuti in Italia ma indelebili nella formazione del Lamborghini lettore. I meccanismi politici vengono analizzati servendosi del lato famelico e violento del sesso. La violenza sessuale veicola queste narrazioni, i rapporti della società del tempo e solleva dagli uomini il mantello della bugia attraverso il gioco letterario.

Leggere Lamborghini significa scoprire una voce capace di muoversi tra poesia, teatro e prosa. Un uomo, forse distorto come tanti dal suo alone di maledettismo, che si assicurava con un fare approssimativo le minime condizioni di sopravvivenza, spostandosi come ospite indesiderato tra case di parenti e amici. Venne tacciato più volte di infantilismo, di essere un bohémien perso in una realtà che affrontava con troppa immaturità. L’infantilismo non faceva però parte di Lamborghini, a lui, come ai suoi personaggi, il racconto dell’infanzia e dell’innocenza non è mai appartenuto.

Con La pianura degli scherzi ci viene restituita la voce di un maestro, di chi è riuscito a forzare con il suo estremismo ogni confine letterario, agganciandosi con le sue provocazioni ai significati più nascosti della realtà che ha vissuto e che ancora oggi è di grande interesse. Il libro non ci restituisce solo l’Argentina del suo periodo, ma la combinazione per aprire la porta della letteratura più fine e disturbata del Novecento.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.altrianimali.it/2019/11/29/la-pianura-degli-scherzi-osvaldo-lamborghini-riscoprire-un-maestro-sesso-violenza/

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione su Minima&Moralia

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione su Minima&Moralia

IL BOLAÑO SELVAGGIO

È in libreria l’edizione aggiornata del Bolaño selvaggio, la raccolta di saggi sullo scrittore cileno uscita per Miraggi. Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Alessandro Raveggi, ringraziando editore e autore.

di Alessandro Raveggi

«La vita, sicuramente, che ci mette sotto il naso i libri necessari solo quando sono assolutamente necessari», si legge ne Los sinsabores del verdadero policía. E io dico così: «Perché proprio Bolaño?» – me lo sono chiesto spesso. Nel 2002 vivevo a Granada in Andalusia, e in una libreria di fiducia, suggestiva e tutta accatastata, che si illuminava come un fuocherello speranzoso nel gelido inverno offerto dalla Sierra Nevada, trovai per caso, in mezzo ad altri mille libri e autori in spagnolo, quella che sarebbe divenuta una delle mie bibbie: Los detectives salvajes di tale Bolaño Roberto, un autore mai sentito prima – in Italia era in realtà uscito in molta sordina per Sellerio già dal 1997.

In quella libreria spagnola in fondo non si celebrava alcun trionfo, nessuna fascetta eclatante, sebbene avesse vinto due tra i più importanti premi del mondo delle lettere spagnole – l’Herralde nel 1998 e il Rómulo Gallegos nel 1999 –, nessuno scaffale dedicato, nessuna feticizzazione della pallida faccia emaciata addolcita dall’occhiale dalla montatura rotonda, e da un crine corvino scompigliato stile Charlie Chaplin che ha perso il cappello, appena scampato a un disastro. Era lì tra gli altri romanzi Anagrama, docile e insignificante: Bolaño Roberto. Me lo confessò più tardi anche Juan Villoro, senza il minimo segno d’invidia: «Roberto era uno scrittore contemporaneo bravissimo, ma non era un mito, aveva avuto dei successi, sebbene in ritardo rispetto ad alcuni di noi. Era uno di noi, insomma», fu più o meno quello che mi disse.

Per me fu però, in lettura, una subitanea folgorazione, e ne rimasi anche stordito, complice forse la stufetta a gas della mia angusta stanza singola, o forse persino la mia conoscenza ancora mediocre della lingua spagnola. Era diverso da tutto quanto avessi letto prima, in quella casa condivisa vicino alla Gran Vía de Colón – indizio maligno di mie prossime peregrinazioni e anche di future diramazioni bolañane verso le Americhe? – la casa dove, ironia della sorte, avevo divorato Leopoldo María Panero, Octavio Paz, Pablo Neruda, Gabriela Mistral e tutti quei poeti che, seguendo il suo maestro Nicanor Parra, Roberto avrebbe forse dismesso o attaccato ferocemente. Certa spigliatezza, certa sagacia, la possibilità unica che ti dava la sua voce di seguire in una costante scorribanda a un tempo personaggi non sempre rotondi, non sempre dotati di quello che gli editor definiscono uno spessore psicologico completo (e chi se ne fregava!), e far loro passare cose buffe e a volte cacciarli in cose serissime e terrifiche, tenendo la corda sospesa a metà, sul bordo dell’annientamento e della morte; oppure ancora certe sue improvvise virate poeticissime che ricadevano anch’esse, si direbbe ancora con Parra, nell’antipoesia tipica de Los perros romanticos: tutto mi prese, anche nelle letture voraci successive di quello che era disponibile in libreria (ricordo in particolare Putas asesesinas e La pista de hielo).

Certo, in lui c’era di mezzo Borges, c’era di mezzo Cortázar, o anche Ernesto Sabato, ma loro si rubricavano/storicizzavano pur sempre nelle astrazioni di un’avanguardia, cristallina o ferina che fosse, o annacquati nella moda del boom. Non era in realtà un grande amante delle avanguardie, Roberto, a mio parere: «Preferisco i paracadutisti che scendono avvolti dalle fiamme, o direttamente, quelli a cui non si apre il paracadute», disse una volta. Era più un situazionista melancolico.

Accadeva poi che con Bolaño si potesse andare oltre le facili categorie del modernismo e del postmodernismo: la voce dell’Autore immaginario – che non è solo la voce dimessa e scanzonata, dall’accento cileno smorzato ma mai compromesso dal messicano o dal catalano – mi si era appiccicata alle orecchie per giorni, inventiva, ma mai spaccona. La voce unica persa nelle sue decine di trasfigurazioni e maschere. Ogni opera in fondo contiene la voce dolente del proprio autore, disse pressappoco così a Carmen Boullosa in quella che è la cosiddetta sua Ultima conversación.

Avete però mai letto lo stesso Los detectives salvajes, che io lessi in quel lontano 2002 a Granada, guardandolo con occhi disinnamorati, o da detrattori?

Impresa oggi oramai difficile. Ma in fondo, chiedetevelo: che ne capisce il lettore italiano di tutto quel crogiolo di vite ingenue e perse, strade affastellate di vizio e poesia, cantinas y calles del centro storico di Città del Messico, nomi e cognomi iberici, poeti spagnoli esiliati, o eccentrici giovani poetastri e poetesse cileni e uruguaiane, riferimenti letterari remoti o spesso inventati, e ricerche piene di vicoli ciechi? Poco, o niente. Perché Bolaño non è un Gogol’ o un Dostoevskij, nei quali poco importa se a volte certi nomi e cognomi sono ardui da pronunciare (e non son sempre molti). In lui, invece, credere nella toponomastica e nell’onomastica è tutto, proprio fondamentale, così come si crede all’amore assoluto da giovani (come quello di Roberto per Lisa) e lo si confonde con una passione momentanea. A volte si ha l’impressione che vi faccia persino illudere di abbracciare a volo d’uccello tutta la storia della letteratura ibero-americana, o almeno tutto quello che va da Ruben Darío ai suoi stessi contemporanei (amici spesso citati e adorati), o di permettervi di giocare con essa come nello straordinario gioco de La literatura nazi en America.

È uno dei pochi autori del tardo Novecento che pretende e ottiene per i suoi lettori un Universo completo e sussistente, per quanto fragile e dai bordi sfrangiati, ripetitivo a tratti. Un Universo di senso che non include solo i suoi personaggi ricorrenti (Belano, Lalo Cura, Amalfitano), ma anche la città di Santa Teresa o la Universidad Nacional Autónoma de México come posti reali e immaginari assieme, le bizzarre teorie poetiche infrarealiste, il mondo delle mille riviste underground che nascono e muoiono ogni mezzora (come la rivista «Caborca»), le notti con le puttane o con le studentesse o le albe assonate, o ancora la passione per i giochi di ruolo (mai investita di postmodernismo), il rincorrere costante delle vite di scrittori fittizi e la riscrittura della vita di quelli veri (fin dal César Vallejo morente di Monsieur Pain)… ed ecco, Bolaño, che in questo Universo ci ficca dentro idealmente anche una Biblioteca personalissima: immagine perfetta del Paradiso, direbbe Borges, ma anche «una sala di lettura dell’Inferno» – per fare il calco ad un verso bolañano in veste di giovane poeta e vago. Universo completo con bibliografia inclusa, che genio!

Essere un genio scrittore poeta y vago è d’altronde questo: farci abboccare continuamente anche rispetto a cose remote e insignificanti, oppure illuderci di poter sapere noi tutto senza saperlo. E, soprattutto, dare l’impressione di cianciare sul bordo dell’Abisso, del Mostruoso, davanti alla Legge kafkiana. Direte che questo d’altronde ha a che fare con la famosa suspension of disbelief di Coleridge, che rende il lettore tanto disposto a divertirsi nella trama dell’autore quanto totipotente. Certo, ma in Bolaño, complice quel suo tono fresco e in fondo amichevole di cui ho già parlato – che contribuisce a quella che come ha detto Ignacio Echevarría si può chiamare una epica de la tristeza che diventa mitopoietica –, tutto ciò mi pare si ponga all’ennesima potenza. Perché non c’è nessuna concessione al real maravilloso, come si chiamava in realtà il tanto abusato realismo mágico: siamo in una realtà che al maravilloso sostituisce una cruda confidenzialità (un fragilissimo confidenziale), e mai l’esagerato.

Realismo confidenziale, qui propongo la definizione: lo scrittore vi porta familiarmente, sottobraccio, a vedere cose segrete e terribili: «saper ficcare la testa nel buio», avrebbe detto Roberto, e non tirarsi indietro, è scrivere davvero.

Così, per questo Bolaño è definito l’eccentrico, Bolaño l’arrischiato di una nuova letteratura-mondo, del romanzo massimalista (per riprendere una definizione dello studioso Stefano Ercolino) che si esprime non solo con i tomoni come 2666, ma anche in libri brevissimi, e altrettanto colossali – o in racconti-romanzi splendidi, come l’incantato racconto russo «La nieve» oppure l’oramai classico «Sensini», o chissà anche la «Prefiguración de Lalo Cura», solo per citarne tra i migliori, almeno per quanto mi riguarda.

Bolaño ahinoi anche l’outsider, che a causa della morte troppo precoce – appena un anno dopo il mio soggiorno a Granada, cioè a luglio del 2003 – si è trasformato in un autore maledetto, il cileno scoppiato che derapa fino a morire per una malattia al fegato, povero, dimenticato (una costruzione spacciata a tavolino da certa editoria americana). Maledetto per cosa, però? Certo non per la sua vita, passata e finita nel non esilio della brutta cittadina marina catalana di Blanes, o a Girona, a fare mille lavoretti miserrimi, spesso a fare la fame, o a mandare testi a iosa ai concorsi letterari di provincia, oppure la vita rarefatta in una gioventù messicana che si perde oramai nel mito dei caffè amarissimi del Café de L’Habana, una vita che non doveva essere stata comunque facile né gloriosa. Maudit, quindi, siamo sicuri? Forse solo perché in lui ci sono accenti da Poe e Rimbaud, ma molto digeriti.

Anzi, trovate in realtà una serie di qualità che annullano ogni possibilità di confonderlo con un’icona dello scrittore trasgressivo a buon mercato, quello che si lancia in avventure gonzo o che fa del degrado anarchico quotidiano quasi una forma di venerazione mistica che spesso sconfina nell’egolatria. Cercherò di elencare, in ordine sparso, le cose che invece di Bolaño, mi paiono essenziali per capire la sua grandezza, non tanto la sua maledizione.

Uno

In primis, Bolaño riesce a raccontare al meglio quel tipo di stato affettivo tutto particolare e tutto intellettuale dell’essere studenti: studenti in quanto apprendisti della vita, del sesso, dell’amore e anche se vogliamo del saper vivere la vita adulta. Qualunque altro scrittore si coprirebbe di ridicolo nel raccontare certe cose. I suoi romanzi sono anche questo: negano e usano l’impossibile coming of age di un’intera popolazione di giovani (da El espiritu de la ciencia ficción fino ai Detectives, ovvio), quella in particolare latinoamericana, che storicamente ha sempre vissuto la propria inferiorità come un limite e un’utopia allo stesso tempo – anche perché il loro cammino è stato martoriato dalla violenza. Il binomio studenti-violenza: sappiamo ahinoi quanto rappresenti l’America Latina oggi come in passato. Lui però ha reso questa condizione dolente – le nottate passate a inseguire non sequitur, le feste interminabili e atemporali, oppure i consessi cisposi degli studenti cileni all’università, e certo anche il terrore inflitto ai desaparecidos e agli esiliati – come una condizione universale, senza retorica alcuna. Qualcuno ha detto che etica ed estetica in lui convivono perfettamente. Io dico: senza che si facciano beccare in giro a braccetto.

Due

Inoltre, Bolaño ci parla spesso della complicità della finzione letteraria col male più metafisico, e ci dice forse anche che solo attraverso la finzione possiamo in qualche modo sanarlo, o quanto meno avvicinarlo per comprenderlo («la violencia» d’altronde «es como la poesia: no se corrige», scrisse nella poesia Patricia Pons). In una prospettiva anti-ideologica, l’autore ci racconta cioè l’orrore della dittatura o del nazismo (si prenda il concetto in senso lato) attraverso l’esperienza di intellettuali spesso conniventi – come, ovviamente, in Estrella distante e Nocturno de Chile. La dittatura: sia quella cilena, sia quella messicana che si esprime nel massacro degli studenti a Tlatelolco, sia quella quotidiana alla frontiera con gli Stati Uniti, che modifica e falcia le vite di chi vi si trova nel mezzo. Magari politicamente si sarebbe detto pure comunista, sebbene terrorizzato da quello che chiamava il discorso vuoto di certa sinistra. Fu trockijsta e poi infine anarchico, per sua stessa definizione. Era schivo sicuramente nei confronti del consenso, perché conosceva l’idiozia feroce che può celarvisi dietro.

Tre

Bolaño ci fa capire poi il senso di quello stupido coraggio che ci vuole a essere scrittori, senza pedanteria o senza rischiare di cadere nella metafiction noiosa. Ovviamente in lui si sentono spesso echi metaletterari, ovviamente nei suoi romanzi la letteratura, i libri, la voracità e l’insensatezza con la quale veneriamo parole stampate su carta o declamate ai reading poetici la fanno da padrone. Ma tutto è fatto con una disinvoltura unica – altrimenti non sarebbe così amato da lettori non professionalmente legati ai libri, o meno pedantemente raffinati – pari a quella di quel giovane studente cileno di El espiritu de la ciencia ficción, ulteriore alter ego e vertigine dell’autore, che manda lettere strampalate e visionarie ai maestri della fantascienza da un bugigattolo di Calle Insurgentes. Disinvoltura che non significa nonchalance, disinteresse snob, né enfasi di un mondo letterario incantato: “la letteratura ti porta all’Inferno, stanne certo, amico lettore”, si ode nei suoi libri, e noi scrittori non possiamo che continuare a crederci, mandando lettere a mittenti irraggiungibili, che mai in fondo saranno considerate o ricevute.

Quattro

Bolaño procede poi spavaldo e senza remore nella riscrittura del canone (o nella sua ironica dissoluzione?), portandoselo con sé come una bandiera arruffata. E non a caso anche questo libro che state per leggere, questa raccolta di saggi che prendono da vari punti di vista, da quello più accademico a quello più slacciato, i mille aspetti della produzione del cileno, si parla di un suo chiaro stravolgimento del canone: amava minori come Rodolfo Wilcock (che grazie a Bolaño è stato riportato in auge, a mio avviso, in Italia), il raccontista Felisberto Hernández, o scrittori ancora da noi poco considerati come il grande Daniel Sada, o un autentico selvaggio e indecifrabile come Osvaldo Lamborghini; sbeffeggiava i monumenti a Paz, Fuentes e Márquez o certi Sepúlveda e Pérez-Reverte. Bolaño l’outsider, si diceva, che cambia il canone dall’esterno verso l’interno. E allo stesso vi si pone in modo ironico e scomposto al centro.

Difficile per me capire quindi, ritornando all’inizio di questo testo, che cosa tutto sommato riservi Bolaño per il lettore italiano, se non quanto ho sommariamente elencato (un piacevolissimo disorientamento, una confidenza assoluta degli abissi che la letteratura deve spalancare).

Ma forse un certo grado di vicinanza tra noi italiani e Roberto può essere compreso dalla definizione di paradiso che lo stesso Bolaño consegnò a «Playboy»:

Playboy: Com’è il paradiso?
Bolaño: Come Venezia, spero, un posto pieno di italiane e italiani.

E come si sta da italiani a Venezia forse lo sapete.

 

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/bolano-selvaggio/

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Gennaro Serio su Alias

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Gennaro Serio su Alias

ALIAS DOMENICA

Bolaño, un florilegio di scritti per ricostruire le influenze continentali

Critica latinoamericana. Contributi saggistici e accademici sullo scrittore cileno: «Bolaño selvaggio», da Miraggi

Roberto Bolaño (1953-2003)

In un memorabile passaggio dei Detective selvaggi uno dei due protagonisti, Arturito Belano – giovane poeta invischiato nelle prime, focose battaglie stilistiche ed esistenziali – sfida alla sciabola un critico letterario che forse vuole dire male del suo ultimo libro. L’esito del duello, su una spiaggia isolata di Barcellona verso sera, è incerto.
Non è dato sapere se la lama del poeta abbia raggiunto l’insoddisfatto recensore, tuttavia ben altri sentimenti avrebbero animato Roberto Bolaño se avesse potuto tenere tra le mani il florilegio di scritti che lo riguardano e che ora arrivano in Italia tradotti da Marino Magliani e Giovanni Agnoloni per Miraggi.

È una raccolta pubblicata in spagnolo nel 2008 e rivista nel 2013, sotto il titolo Bolaño selvaggio (pp. 437, euro 24,00) a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, studiosi e scrittori sudamericani di formazione accademica statunitense; un volume che cerca di dare conto della vastità dell’influenza dell’opera di Bolaño mettendo assieme testi tra loro molto disomogenei, organizzati con un criterio improntato più alla suggestione che non a un vero rigore espositivo.

Apre un’illuminante introduzione di Paz Soldán, mirabile nel chiamare in causa Julio Cortázar e il suo racconto seminale Apocalisse a Solentiname per collocare Bolaño nella «tradizione apocalittica» della letteratura sudamericana. Il primo e l’ultimo testo della raccolta riportano parole dello stesso autore cileno («Discorso di Caracas» e un’intervista inedita di Sónia Harnández e Marta Puig). Nel mezzo, alcuni studi inediti (non tutti significativi) danno un saggio dei nuovi percorsi che la critica accademica – in America latina, in Spagna e negli Stati Uniti – ha intrapreso nello studio di un corpus letterario che va acquisendo, negli anni, una forma sempre più consistente.

Molti lavori di natura saggistica guardano allo scrittore cileno da prospettive biografiche e bibliografiche non convenzionali: alcuni inediti, ma anche molti testi già noti, a firma di scrittori e critici, in alcuni casi autori vicini a Bolaño o più spesso appassionati conoscitori della sua opera. Tra i più significativi, il saggio dello stesso Faverón Patriau sul rapporto dell’autore di Puttane assassine con la tradizione letteraria argentina, e lo scritto di Enrique Vila-Matas tra ricordo personale e sovrapposizioni Bolaño-Perec. E, ancora, i testi di Jorge Volpi, di Juan Villoro, e soprattutto del cileno Carlos Franz sulla malinconia in Bolaño. Allucinato dai «poeti senza opera» dei Detective selvaggi, Alan Pauls dichiara anch’egli la sua ammirazione.

Di certo utile, Bolaño selvaggio restituisce bene la tentazione di canonizzare in fretta uno scrittore che forse non lo avrebbe gradito: non al punto di arrivare a brandire la sciabola, certo, anche se a un intervistatore secondo lui troppo generoso con la sua opera, rispose, mimando Breton: «Chi sono io»?

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://ilmanifesto.it/bolano-un-florilegio-di-scritti-per-ricostruire-le-influenze-continentali/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR2m3Y1mMELedA0ViB0XfWU49aR8VfEZpo9mr6-9DlA0wQBKuaBGkcXk7_M#Echobox=1572162948