I dieci passi dietro Nick Drake – recensione su «Frammenti Rivista»

I dieci passi dietro Nick Drake – recensione su «Frammenti Rivista»

di Margherita Coletta

Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.

Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.

Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.

Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.

Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.

L’impossibilità di spiegare Nick Drake

Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.

Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.

Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.

Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.

Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.

È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.

Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.

Una biografia che diventa voce interiore

Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.

Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.

Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.

Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.

Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.

QUI l’articolo originale: https://www.frammentirivista.it/dieci-passi-nick-drake-ragagnin/

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

di Fabio Sarno

Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato

Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.

I dieci passi di Nick Drake è uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.

Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.

È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.

Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.

Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.

La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink MoonPlace to beParasiteRiver manCello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.

Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.

E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.

Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.

Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.

Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.

Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.

Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.

I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.

Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.

Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.

Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.

Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.

E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.

E non c’è più tempo.

QUI l’articolo originle: https://www.exlibris20.it/nick-drake-e-il-silenzio-della-musica/

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.

La nota del giorno dopo

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/La-nota-del-giorno-dopo-del-05052026-ba7bf497-84ea-4c5e-a51f-81efd47f22c7.html

Il buon auspicio – recensione di Gennaro Ricolo su Maremoto Magazine

Il buon auspicio – recensione di Gennaro Ricolo su Maremoto Magazine

Un libro che scava, in maniera dissimulata, nella profondità della relazioni personali, della quotidianità e dell’autrice stessa. La recensione di Gennaro Ricolo

Chi è la Lorenza che scrive un diario in cui annota le vicende martoriate e a volte, loro malgrado, irresistibili dei pazienti di un ospedale psichiatrico di cui è “consulente filosofico”? È l’autrice stessa? È un caso di omonimia? Un alter ego, un Doppelgänger, ovvero un sosia, un viandante ubiquo? Luca Raganin

Così scrive Luca Raganin nella bella quarta di copertina del Buon auspicio, un romanzo non-romanzo, molto particolare, appena uscito per Miraggi edizioni.

Lorenza è l’autrice, è la protagonista, ed è Lorenzo, amico, desiderio e doppio. E racconta, con parole sue «in presa diretta, come in una stenografia del reale», e in più di 500 pagine, pezzi della sua vita, con tanto di nomi dei protagonisti, semplici conoscenti, amici, personaggi noti (gustoso e poetico il racconto di un week end con Houellebecq), senza filtri, in un modo così diretto da risultare urtante, inappropriato, e per questo affascinante.

Si sente spesso parlare di romanzo-mondo, quando un libro vuole ricreare da zero un intero immaginario.
Il buon auspicio di Lorenza Ronzano non ha questa pretesa, ma è fatto di riflessi incoerenti, un collage apparentemente casuale di eco sovrapposte, in cui ricostruire qualcosa di unitario più che impossibile risulta inutile, e infine non necessario.
Se ci siamo assuefatti alle storie intime, e “ombelicale” è un giudizio negativo, qui partiamo invece da un dato viscerale, doloroso ed entusiasta, capace di toccare il nostro stesso stare al mondo nella sua essenza più profonda.

Antonio Moresco, estimatore di Lorenza Ronzano e presente più volte nel testo, ne parla così, dopo aver tentato a lungo di farlo pubblicare:

Si lamentano sempre che non escono libri spettinati, e poi quando ce n’è uno spettinato e pieno di spigoli non lo vogliono!

Antonio Moresco

E ancora, in quarta di copertina:

«È strano, in questi anni in cui la grande editoria sembra fare a gara nel pubblicare libri scritti da donne (purché stiano dentro una certa cornice edificante e un certo spirito culturale del tempo), quelle che faticano a trovare accoglienza sono proprio le voci femminili più originali, più forti, più scomode, più irriducibili.
Quella di Lorenza Ronzano è una di queste.»

Da quello stesso racconto di pancia e cervello si originano poi delle esplosioni di umanità e riflessione più ampia, a contorno per esempio dei racconti dei pazienti psichiatrici che Lorenza raccoglie, e che incontra per lavoro.
Malati lo sono poi davvero? O sono “solo” stati sfortunati? Hanno sofferto nella vita e vengono per comodità sociale chiamati malati e sedati con terapie?

«Sto qui in ospedale a chiacchierare, mi metto a disposizione dei cosiddetti pazienti psichiatrici, loro mi chiamano Dottoressa, ma io sono il loro grande orecchio, la loro cassa di risonanza.
Voglio sdoganare la follia, per questo ho deciso di lavorare contro una visione del mondo proprio nel luogo in cui questa visione viene creata.
Sono l’anticorpo del sistema in vigore.»

Lorenza Ronzano sembra applicare lo stesso metodo a ogni cosa: cercare di forzare la superficie del mondo visibile, del consueto, dei rapporti interpersonali, con un racconto apparentemente piano, con uno stile fatto di «gergo quotidiano.
Talvolta più sorvegliato, nella maggior parte dei casi immediato, concreto, persino grezzo», e lo fa indifferentemente che si tratti di raccontare sogni (assurdi come tutti i sogni, spesso esilaranti), desideri di amplessi sessuali, visite al padre in casa di cura, serate più o meno mondane nella sua città, Alessandria.

Impigliato e in balia del flusso del racconto, il lettore deve subirne i colpi emotivi per essere ricompensato – come accade nella vita – dall’intenso premio di vedere smuovere leve dello spirito che non sapeva di avere (più). Uno spirito che ha un corpo, che è in un corpo.

E qual è allora il “buon auspicio” citato nel titolo? Lo ritroviamo in un passo, riportato sul retro del volume, esemplificatico e come un marchio a definire l’identità di questo libro così inaspettato:

«Oppure, anziché portarlo in Svizzera per praticare l’eutanasia, potrei lasciarlo in un campo.
Mi balugina per un attimo davanti agli occhi, come in un delirio visivo, l’immagine di mio padre sulla sedia a rotelle abbandonato in fondo a un campo.
Quest’immagine mi è sempre sembrata di buon auspicio.»

QUI l’articolo originale:

https://maremosso.lafeltrinelli.it/recensioni/il-buon-auspicio-lorenza-ronzano-libro

Il bambino intermittente – candidato al Premio Strega 2022 | segnalazione sul Corriere della Sera

Il bambino intermittente – candidato al Premio Strega 2022 | segnalazione sul Corriere della Sera

Quarta mandata di titoli in gara per il Premio Strega: dal lavoro degli Amici della domenica (membri del nucleo storico della giuria) ecco la nuova dozzina di libri che dovranno – con gli altri, e siamo a 48 – contendersi l’ingresso nell’Olimpo dei 12 finalisti e affrontare la selezione della cinquina, prima della finale del 7 luglio. La novità più evidente? Il candidato della fede.

Hotel Padreterno di Roberto Pazzi (La nave di Teseo), presentato da Massimo Onofri, è stato infatti già «recensito» da un Lettore d’eccezione: Papa Francesco, che ha inviato un elogio personale all’autore. Forse perché è un libro visionario che racconta di un miracolo moderno. Di un Dio che scende tra gli uomini (questa volta senza inviare il figlio), per «tornare a capire l’umanità». E lo fa incarnandosi in un uomo di 78 anni, cappotto e borsalino nero, che incontra un bambino nella metropolitana di Roma.

La madre è spaventata da quell’uomo che si compiace di parlare col figlio; ma lo sconosciuto finirà col guarire il bambino da un tumore al cervello, con la sola imposizione delle mani. «Quell’uomo vorrà provare tutto della vita degli uomini, perfino l’innamoramento», rivela l’autore.

C’è un piccolo protagonista anche in un altro libro entrato nella selezione: è Il bambino intermittente di Luca Ragagnin (Miraggi Edizioni), che ricostruisce la realtà attraverso l’incontenibile immaginazione di un bimbo straordinario, un piccolo impacciato ma iperattivo, problematico ma poetico, che «trova Dio in una cabina da spiaggia… poi lo perde in una mensa sotterranea».

Tra le segnalazioni emerge poi quella di «un affresco unico della società culturale italiana e americana, e di quella comunità di intellettuali italiani che si ritrova, per caso o destino, a New York»: è Una disperata vitalità di Giorgio van Straten (HarperCollins), romanziere e traduttore, già direttore dell’Istituto italiano di Cultura cli New York. Lo ha candidato Giovanna Botteri.

Degno di attenzione Il digiunatore di Enzo Fileno Carabba (Ponte alle Grazie): racconta la vita di un «artista del digiuno» realmente esistito, Giovanni Succi, nato nel 1850 a Cesenatico, che conquistò fama internazionale negli anni fra Otto e Novecento, arrivando a ispirare un racconto di Kafka. Narra invece la storia familiare intrecciata alle pagine più scure della storia d’Italia Stirpe e vergogna di Michela Marzano (Rizzoli), che parte dalla scoperta del passato fascista del nonno per svelare il fascismo «sotto la cenere della vergogna che riaffiora in famiglia, in comportamenti e relazioni».

Di livide memorie parla anche Mordi e fuggi. Il romanzo delle Br, di Alessandro Bertante (Baldini+Castoldi). Tra gli altri candidati ci sono poi: Sogno notturno a Roma 1871-2021 di Annarosa Mattei (La Lepre Edizioni); Il cuoco dell’imperatore di Raffaele Nigro (La nave di Teseo); Con tutto il mio cuore rimasto di Rosaria Palazzolo (Arkadia); La ladra di cervelli. Un Alzheimer in famiglia di Ciriaco Scoppetta (Armando Editore); Padri di Giorgia Tribuiani (Fazi); Il sole senza ombre di Alberto Garlini (Mondadori).

Luca Zanini

Visita il sito www.premiostrega.it

Il bambino intermittente – presentato da Alessandro Perissinotto al Premio Strega 2022

Il bambino intermittente – presentato da Alessandro Perissinotto al Premio Strega 2022

«“La vita, istruzioni per l’uso”. Se si volesse cercare nell’universo letterario un riferimento per l’opera più recente di Luca Ragagnin è nel capolavoro di Perec che lo si troverebbe. Certo, come il titolo lascia intendere, non è su tutta la vita che l’autore si concentra: queste sono istruzioni per l’uso dell’infanzia. Se insisto sulla locuzione “Istruzioni per l’uso” è per sottrarre Il bambino intermittente dalla più logica e immediata delle classificazioni, quella che lo collocherebbe nei memoir: Ragagnin non ci racconta la sua infanzia, ma un’infanzia universale, un’età di scoperta che si estende ben oltre il numero canonico degli anni “fanciulleschi” e che dura fino a quando gli occhi di Berg, il protagonista, rimangono sgranati a osservare stupefatti l’incomprensibilità del mondo. Certo, nella narrazione di Ragagnin sono presenti alcune marche temporali e il lettore che si approssima alla sessantina potrà ritrovare nelle esperienze di Berg le sue stesse esperienze; potrà ritrovare gli oratori, le feste casalinghe degli anni Settanta, i 45 giri, le paure e le leggende metropolitane di quell’epoca, ma il libro, lo ripeto, non è un tuffo nella memoria, è semmai una proiezione verso il futuro, la domanda a cui risponde alla domanda non è “cosa abbiamo vissuto?”, ma “cosa abbiamo imparato?”, “cosa potremo usare, domani, di tutto quel passato?”.
Però il contenuto, lo sappiamo, non è che uno degli aspetti di un libro. Un buon contenuto non fa, da solo, un buon romanzo. E qui interviene allora la forza espressiva di Ragagnin e anche in questo, nella girandola di soluzioni linguistiche e grafiche, il paragone con Perec non è affatto azzardato. Pervase da una costante ironia, le quasi settecento pagine del Bambino intermittente, sono sempre vivaci, inframmezzate da canzoni, da trame di vecchi film, da cronache di eventi più o meno immaginari, quasi si trattasse, in forma letteraria, di una di quelle agende adolescenziali sulle quali incollavamo ritagli di giornale, biglietti di concerti e adesivi. Personalmente, detesto il concetto abusato di “opera mondo”, ma di sicuro, Il bambino intermittente è un mondo narrativo che il Premio Strega 2022 può prendere in considerazione con interesse.»

VISITA il sito premiostrega.it

Autoritratto in vinile – Francesca Angeleri intervista Luca Ragagnin sul Corriere della Sera

Autoritratto in vinile – Francesca Angeleri intervista Luca Ragagnin sul Corriere della Sera

«Nei momenti difficili… sento il bisogno di ritornare lì. In quella camera dove tutto è rimasto classificato con amore, dove i titoli dei brani sulla copertina delle cassette sono battuti diligentemente a macchina, dove i momenti preziosi di quel passato restano custoditi. Il rifugio mentale che mi permette di non tradire mai la mia giovinezza». La scrive Max Casacci la prefazione al nuovo libro di Luca Ragagnin Autoritratto in Vinile edito Miraggi, con le foto di Alberto Ledda, che lo scrittore presenterà oggi alle 18.30 al Blah Blah in compagnia del leader dei Subsonica e di Flavio Ferri dei Delta V che si esibirà in alcuni brani tratti dal suo nuovo album Testimone di passaggio , i cui testi sono stati scritti in toto da Ragagnin.

In quella cameretta azzurra che ricorda Casacci lei ci è tornato.
«È stata la mia cameretta di bambino e oggi sono tornato a frequentarla come uomo adulto. Era diventata la stanza dei gatti di mia mamma Giuseppina, che era professoressa di lettere e che è stata la persona che mi ha trasmesso la passione per i libri, mi insegnò a leggere che ero molto piccolo. Cinque anni fa, quando è mancata, ho sfidato qualunque legge della psicanalisi e sono tornato in questa casa e l’ho ripristinata esattamente com’era 30 anni prima. Per prima cosa ho fatto ridare quell’azzurro che i miei amici ricordano alle pareti della mia stanza. È esplosa: ci ho messo dentro 30 anni di musica e di libri. Di dischi ne avrò sui diecimila titoli, i libri stanno intorno ai seimila. Tanti li comprai al villaggetto di bancarelle sotto il tetto di lamiera in corso Siccardi che purtroppo non c’è più».

È la casa di Luca grande o di Luca piccolo?
«Di Luca grande. Anche se non è facile ritornare nel luogo dove sei cresciuto. Negli ultimi anni ho scritto un grande romanzo, nel senso di dimensioni poderose, in cui c’è il tema dell’infanzia e della memoria, non è un memoir ma una storia composita che dovevo scrivere per andare altrove. Volevo chiudere i conti con quel ragazzino. Inizia negli anni 70 e finisce l’11 settembre. Uscirà il prossimo anno». 

Cos’è invece «Autoritratto in vinile»?
«Un libro occasionale. Sono piccole scritture nate in un periodo in cui, ogni giorno per sei mesi, pubblicavo su Facebook un disco e un libro affiancati da alcuni miei aneddoti personali, ben lontani dal voler essere una critica musicale o letteraria. Ne pubblicai 150. Non sono mai più stato e né mai sarò tanto attivo sui social. Per il libro ne abbiamo scelti 50».

Quali?
«Con i ragazzi di Miraggi, che da qualche tempo è la mia casa editrice, siamo stati severi per eliminarne 100. Abbiamo scelto quelli dove entravo più come autore e meno legati al quotidiano. Non faccio il professorino della musica, ma c’è una sorta di proselitismo musicale un po’ nascosto: c’è molta musica anni 70».

C’è qualche brano del suo autoritratto che ama di più?
«Il primo, che è su Ummagumma dei Pink Floyd, un disco che entrò nella mia vita di quattordicenne nel 1979. La prima volta lo ascoltai in cuffia, e non c’erano i volumi e continuavo ad alzare. C’era un tappeto sonoro bassissimo che poi erompeva con un urlo agghiacciante di Roger Waters. Io, che avevo il volume al massimo, feci un salto terrorizzato e versai il caffè ovunque».

Da dove si parte per scrivere il testo di una canzone?
«È una questione di sartoria, bisogna mettersi al servizio completo dell’artista e della sua storia. Tutte le mie collaborazioni con vari musicisti sono nate in maniera spontanea. Nei prossimi mesi potrebbe cominciare un mio corso dedicato al song writing per i ragazzi che fanno trap. Per loro la parola è molto importante».

QUI l’articolo originale:

https://torino.corriere.it/cultura/20_ottobre_08/luca-ragagnin-suo-autoritratto-vinile-4af9881a-093c-11eb-86e2-3854c59f54db.shtml

Il bambino intermittente – recensione di Dario Voltolini

Il bambino intermittente – recensione di Dario Voltolini

Questo librone è un libro leggerissimo. La sua vasta e perenne nevicata verbale copre e ricopre di candore un territorio che, tutto bianco, ci appare come sconfinato. Ha invece dei confini, ma noi non li avvertiamo perché Luca Ragagnin è un fuoriclasse del montaggio e il suo racconto corre, si impenna come un cavallo imbizzarrito, dilata in lunghe e molto belle pagine dialoghi di un momento, inventa a getto continuo cose, persone, situazioni, si riallaccia continuamente in sé stesso con rimandi vertiginosi messi lì sulla pagina pacatamente, tra parentesi in apparenza umili, comprime il Tempo mentre espande i singoli tempi. L’oceano di parole allestito dallo scrittore ha qualcosa di mirabolante: cioè è bello perdersi fra le sue onde, le sue correnti, senti che alla fine le quasi 700 pagine avrebbero potuto essere il doppio, perché le parole, qui, oltre ad avere il loro senso hanno anche una funzione particolare, che confluisce in un senso più ampio e generale. La funzione, che è a loro conferita dall’agilissima scrittura dell’autore, è quella di andare a dissodare un intrico di tempi, quello storico e quello personale, quello psicologico e quello immobile di un’infanzia e giovinezza cristallizzate. È una funzione di scoperta e insieme di copertura. È di scoperta perché tutte le figure che compongono il racconto e che attraversano il piccolo Berg (il bambino intermittente, ma anche una montagna) vanno a costellarsi in una formazione che probabilmente neppure l’autore si prefigurava all’inizio di questa straordinaria esperienza di scrittura (lo si intuisce dalla libertà che spira da tutte le frasi e che non esisterebbe se il progetto fosse stato tutto disegnato in anticipo). Dunque è una scoperta anche per l’autore, per il narratore e figuriamoci per il lettore. Ma è anche una funzione di copertura, perché la generosità e la ricchezza dell’affabulazione – la penna che scivola sulla pagina in stato di grazia e senza attrito – coprono qualcosa di abissale che si fa presto a chiamare “vuoto”, ma che vuoto non è: è piuttosto uno spazio tremendo fatto di paura e inesistenza, fatto di ondate di fumo nero e tossico, fatto di emozioni indicibili e maledettamente inevitabili, che riguardano la vita e la morte come un tutto, l’esserci e il sentirsi nulla incollati insieme in un organismo disperato. Qui il libro di Ragagnin va visto come un prodotto eroico, secondo me. Io vedo questo libro come la registrazione verbale, e pertanto preziosamente a disposizione di chi lo legge, di un atteggiamento che è dell’autore e che viene autodefinito come bulimico. Bulimico di che? Molto semplicemente della vita, direi. Un segno di questo sta nella mostruosa conoscenza musicale di Luca, tale per cui viene da chiedersi come sia possibile che tutti i brani che conosce totalizzino insieme un tempo di ascolto che supera di molti lustri il tempo della sua vita cronologica: li ascolta tutti insieme? Ha un acceleratore musicale in casa? Ha un’entrata nel cranio per fare un rapido download di tutto quanto? Qui nel suo libro la musica ha l’importanza che deve avere, ma è anche oggetto di smisurato amore, la bulimia di Luca è un atto d’amore. In questo libro si entra da tutte le parti e si esce anche da tutte le parti. Ma se si sceglie di uscire linearmente dalla fine, rimaniamo con questa immagine centrale e neuronale della perpetua costruzione di “nuovi edifici che crolleranno”, poiché questo fanno i nuovi edifici, crollano (struggente saluto, in epilogo, agli Einstürzende Neubauten).

Autoritratto in vinile – recensione su ValsusaOggi

Autoritratto in vinile – recensione su ValsusaOggi

dall’UFFICIO STAMPA “BORGATE DAL VIVO”

GIAGLIONE – La musica è l’altro grande amore di Luca Ragagnin. Il suo “Autoritratto in vinile” è una biografia vera e propria attraverso i vinili che l’hanno attraversata, e che a Giaglione diventa anche un reading musicale con dieci brani letti e suonati dal vivo. La lettura, affidata alla voce stessa dell’autore, si affianca alle trame sonore di Luca Tartaglia, noto bassista torinese, tra melodie, sovraincisioni create in tempo reale con solo basso e loop station.

Il libro “Autoritratto in vinile”, di Luca Ragagnin (Miraggi Edizioni, 2020). Prefazione di Max Casacci, fondatore e chitarrista dei Subsonica.
61 brani
61 dischi
61 artisti
61 copertine
61 racconti che attraversano generi e periodi musicali mixati a ricordi personali
61 episodi d’infanzia e di gioventù in un gioco di rimandi rigorosamente analogici e 33 scatti da collezione di Alberto Ledda

Due brani in ascolto tratti dal libro e dallo spettacolo del reading musicale (https://www.miraggiedizioni.it/prodotto/autoritratto-in-vinile/).

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Il bambino intermittente – recensione su Tuttolibri

Il bambino intermittente – recensione su Tuttolibri

L’intermittenza rende unici

Leggere Il bambino intermittente di Luca Ragagnin è un’esperienza formativa, divertente e anche ancestrale. Conosciamo Berg, uno dei più interessanti personaggi della letteratura contemporanea, fin da quando maneggia il biberon e gironzola intorno alla mamma impegnata nel rito del trucco. È figlio unico, i genitori sono separati, ha una madre professoressa, un padre che lo porta in giro con un Maggiolino giallo a pois rosa insegnandogli i nomi degli alberi e dei funghi e i nonni di mare e quelli di città. Con una sorella immaginaria e l’amico Paul, Berg vive l’infanzia nella Torino degli anni 70. Trascinati dalla sua straordinaria immaginazione ne attraversiamo l’adolescenza fino all’età adulta.

Berg sente di avere molti «nemici», persone, luoghi, oggetti, ostacoli che gli impediscono di diventare chi vuole davvero essere. Anche per questo Berg cambierà nome molte volte, scoprendo così, e noi con lui, il valore salvifico dell’Intermittenza: accettarla lo porterà a diventare adulto mantenendo la sua identità cangiante e variopinta, scontrandosi con la realtà, con i suoi aspetti duri, feroci ma anche di commuovente bellezza, e trovando infine il modo di armonizzarli. Il bambino intermittente mostra a noi lettori il valore inestimabile dell’unicità dell’essere umano, rivivendo il nostro passato, le nostre meraviglie, le nostre paure e arrivando a definire chi siamo veramente.

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Il bambino intermittente – recensione di Silvia Acierno su Exlibris20

Il bambino intermittente – recensione di Silvia Acierno su Exlibris20

In questa storia le parole vengono in qualche modo prima di tutto. E allora comincio proprio dalle parole che riempiono gli spazi, le distanze tra le mots et les choses, tra Luca Ragagnin, l’autore, e le cose, tra sé e il mondo. Tra i mobili della stanzetta in cui era bambino, la sua scrivania, il suo lettino, e i muri perché da bambino il narratore non sopportava che il suo letto fosse stretto alla parete. Quello spazio è l’insostenibile vertigine del vuoto. E le parole che devono riempirlo, “mettersi tra” (intermettersi), diventano infinite, quasi quanti sono gli atomi che ci separano, sempre più lontane dalle cose, che finiscono per perdersi in descrizioni e sovradescrizioni, voragini e burroni. Per avvicinarsi però all’autore, alla sua psiche e nevrosi. Berg, così si chiama il narratore, in fondo sta lì, in quello scarto, in questa distanza. Dove appunto la digressione e i suoi flussi sono uno stato d’animo, un modo di stare al mondo. L’opposto della digressione è la mancanza di immaginazione, la pigrizia, così ci dice. L’immaginazione invece per Berg è quello che separa la parola dall’azione, il reale dalla realtà, tutto quello che sta lì in mezzo. Lì senza argini, il bambino che contava numeri si allunga nell’adulto che conta parola per allungare il tempo.

Le parole hanno un’origine materna o paterna. Quelle del padre sono tassonomie, quelle della madre aspettative. Tra parentesi mamma o papà perché i genitori sono separati e quindi non solo doppie vacanze ma anche cose separate, quelle di mamma e quelle di papà, parole separate, e in qualche modo due universi separati, gli uomini da un lato e le donne dall’altro. Ad un certo punto della storia la madre di Berg, una maestra, compra una casupola in campagna che il narratore descrive nei minimi particolari con la solita autoironia che è un modo per nascondere a se stesso quei sentimenti scomodi che si nutrono nei confronti dei nostri genitori e che non sempre siamo disposti a vedere ed accettare. Questa casina dove tutto batte contro tutto, dove ogni spazio si scontra con quelli contigui, avviluppata da erbe e cose ed insetti minuscoli, una casa giocattolo, una casina delle bambole, un fortino è, allo stesso modo del romanzo, una rappresentazione perfetta dello scrittore, almeno di quello che si nasconde dietro Berg, e delle sue fobie. Ma è anche la forma del ricordo. Cos’è in fondo quella casa in cui siamo vissuti quando cresciamo e tutto cambia, e siamo nelle nostre case e ci mancano tante cose, se non uno spazio minuscolo, un nocciolo, chiuso e perfetto nelle sue imperfezioni come un carillon, come una casa giocattolo, appunto?

Ma anche la casa o stanza che il narratore va costruendosi è un piccolo cerchio forse ancora più angusto della casetta della madre. Un cerchio che allontana tutti gli altri, per snobismo, le ragazze stupide, i figli di papà, e tutti quei nemici, reali o immaginari, che ci costruiamo, forse solo per paura, prima che quegli altri ci facciano del male o ci feriscano di nuovo. “Non sarà un cerchio perfetto, probabilmente non sarà nemmeno un cerchio; sarà una forma chiusa, irregolare, spezzettata, ma avrà una porta, per lasciare fuori”.

Nella stanza, tra i muri e sipari del cerchio, le parole devono assolutamente sostituirsi agli oggetti, coprirli, nasconderli. Soprattutto alcuni: quelli che hanno occhi e ingranaggi, quelli da cui il narratore anche adulto continua a distogliere lo sguardo. Le cose che lo fissano con occhi inanimati, come le bambole di pezza nella stanza della madre. Le bambole sono come tre bambine che odiano Berg. Così come la sveglia, che il bambino osserva mentre la madre riposa nella sua stanza, scatena la visione del cadavere di una donna nuda (di nuovo una figura femminile, di nuovo legata alla stanza intima della madre) e insidiosa. Oggetti che portano con sé quell’angoscia che nel romanzo di Saramago, Las intermitencias de la muerte, è per assurdo moltiplicata dall’assenza del tempo e della morte. Quegli oggetti sono il tempo che si prende beffa di te andando indietro per poi prendere quella rincorsa che si porta appresso tutte le illusioni.

Intorno alle parole ci sono le parentesi anche loro oggetto di infinite moltiplicazioni. Poi ci sono le forme che non si adattano alle cose e alle parole che le descrivono, ma hanno una consistenza propria, un’idea, forse l’immaginazione propria dell’infanzia, che si interpone tra la cosa e la parola, trasformandola e creando un lessico molto intimo.

Le parole-talismano o piuttosto parole-leggendarie attorno a cui si materializzano i passaggi da un età ad un’altra, che sono sempre piccoli salti o piuttosto passi attorno a un punto, sempre lo stesso, in sfere che da quel punto si allontanano sempre di più. Fino a quando quel punto resterà dentro pulsante o soffocato. Catavoletto è una di queste: il tavolo posato su due cavalletti che gli regala il padre e che in qualche modo rappresenta il luogo della scrittura che per Ragagnin è un tavolo-sorella. Una sorellina immaginaria, Kyoko, (ancora una versione della femminilità della madre) della cui mancanza il bambino in qualche modo si è fatto una specie di colpa. Un cappello che è un po’ come un orsetto. C’è la panchina. Nel mio immaginario la panchina è un posto romantico, lo spazio stretto di un appuntamento, un bacio svolazzante come quelli di Doisneau sulle piazze e i bancs publics di una Parigi che sopravvive ancora, fedele a se stessa. Niente di più lontano dalla panchina di Ragagnin: luogo della comitiva ristretta di pochi ragazzi, sicuramente appassionati di musica cult, non il pop dei comuni mortali. Solo ragazzi, magari un po’ misogini ma per timidezza. Queste parole sono soprattutto oggetti su cui ancora scorre il tempo. Ma questa volta non minacciano Berg, piuttosto lo difendono come bastioni.

Ragagnin si mette sotto torchio. E quando ci si mette sotto torchio le parole diventano labirintiche e hanno ganci che trascinano con sé tutto, pieni e vuoti. Ganci ancora sono quelle parole tra parentesi a fine capitolo che visivamente devono anticipare ed afferrare l’inizio del capitolo successivo. Il suo bambino intermittente è un bambino distratto, un adulto con la testa tra le nuvole, incapace di portare a termine qualsiasi progetto, uno che inciampa, si scontra continuamente nelle cose che sporgono e quando resti impigliato anche le parole e i ricordi fanno cadute rocambolesche, giri vorticosi. E allora possono far male. È un bambino che probabilmente la madre ha sempre cercato di incasellare. Il biglietto da visita che la madre gli regala in una risma e che il bambino riscrive continuamente è una metafora di questa necessità di inquadrarlo. Che poi diventa una necessità quasi maniacale del ragazzino e dell’adulto di nascondersi, e di coprire sotto tutto il suo vero me. E su quel biglietto ci sono alcune delle definizioni che sentiamo dire distrattamente o con grande apprensione ai nostri genitori: bambino iperattivo, bambino problematico, Ragagnin aggiunge, bambino tra parentesi, bambino maltagliato, bambino indeciso… Tutte tristi testimonianza della difficoltà dell’adulto di accogliere un bambino. Lui quei biglietti racconta di averli inceneriti ma nel romanzo ritornano. Il romanzo stesso è l’ennesimo biglietto da visita, un’altra identità.

Berg è un collezionista, di libri, di musica e vinili, di erudizione musicale. Ma soprattutto di parole e ricordi e di immaginazioni, che hanno una consistenza diversa dalla sabbia della famosa collezione che Calvino sceglie come metafora della sua raccolta. Eppure anche tutti quegli oggetti e fantasie ancora così corporee, accumulate, a volte affastellate in queste pagine finiranno per diventare granelli di sabbia, edifici che crollano.

Come raccontare la propria infanzia? Forse meglio nello spazio incompiuto del frammento, di quelle poche scene che sopravvivono di un tempo del prima. Difficile farlo in una narrazione classica, dove a una pagina segue un’altra, ad un anno segue quello successivo. Difficile farlo quando si pretende di raccontare invece di mostrare. In questa narrazione l’adulto Ragagnin è sempre presente anche troppo, accompagna sempre per mano quel bambino ne completa il gesto, lo interpreta, lo racconta con parole troppo adulte. Eppure, nonostante il narratore si intrometta continuamente, provi a rientrare negli spazi vuoti, quel bambino impacciato, che pende dalle labbra degli adulti sta lì, eccolo. E quanto più l’io narrante non si ridimensiona, non si rimpicciolisce, dà libero corso alle sue fantasie gotiche e non, tanto meglio vedo quel bambino protetto ma sempre vigile, che ha paura di dormire, paura di mangiare, paura che accada qualcosa alla madre mentre dorme. Il bambino che guarda gli enormi vagoni merce dal terrazzo della nonna.

Il bambino intermittente è un bambino che avanza e si ferma, si accende e si spegne. Ma è anche quel bambino che ritorna continuamente e involontariamente nell’adulto, nella scrittura. Evoca le “intermittenze del cuore” di Proust. La memoria involontaria che sola può farci sperimentare il vero dolore, e restituirci la persona che si ricorda assieme a un sé più vero e autentico. Un sentimento intermittente è incompleto, anacronistico, non freudiano. Una rivelazione in cui si inciampa senza volere.

All’intermittenza del cuore si addice forse uno stile frammentario (Roland Barthes nel Journal de deuil, e in La chambre claire), invece qui il ricordo è sostenuto da una narrazione fitta, lunga, più o meno cronologica, stilisticamente agli antipodi di qualsiasi frammentarietà. Eppure a ben guardare la scrittura non è un ponte che conduce dal passato al presente. Ragagnin si muove piuttosto nell’indeterminatezza, una specie di confusione che forse è il suo modo di sopravvivere. Così la scrittura confonde e trasforma un imbarcadero nel punto romantico in cui Berg immagina che i suoi genitori si siano scambiati quella lontana promessa, nel punto dannato in cui si ritrova con un gruppo di musicisti, l’infelicità dei bicchieri vuoti sul tavolo, dei travestimenti ben stirati, delle parole acide, fino a dissolversi in un luogo di occasioni mancate avvolte in una nebbia che morde le parole.

Nella nebbia dove la realtà compare a blocchi intermittenti, nonostante tutte le parole e tutti gli appigli, il ricordo è ancora più rotto di un frammento, più frammentario di una scaglia, è un punto statico, desolatamente irraggiungibile, amplificato all’infinito. Sul quel punto Ragagnin-Berg si ferma e cerca di imbalsamarlo, “non dimentico più nulla”, applica gli unguenti, l’impronta morbida del silenzio delle nonne “su tutti quei bambini che sono stato” e sull’unico bambino che è stato, sulle sue paure e solitudini che sono forse il biglietto da visita più vero.

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