Mona – recensione di Erminio Fischetti su Mangialibri

Mona – recensione di Erminio Fischetti su Mangialibri

A volte non abbiamo bisogno che di parlare con qualcuno, soprattutto per essere ascoltati. Mona ha bisogno di parlare: è stanca, spossata, stremata, il lavoro e la guerra la abbattono, ogni giorno di più, ma lei resiste. E così parla con Mun. Mun è il nome del bue che porta al pascolo. O perlomeno Mun è il nome che Mona dà al bue quando, portandolo al pascolo, gli parla. Mun le vuole bene, si vede, o perlomeno è Mona a cui sembra di vedere ciò, che si sforza di capire i discorsi che lei gli fa, anche quando sono troppo impegnativi per lui, che è solo un povero bue, e le è così affezionato che quando lo vendono non vuole che nessun’altra persona al mondo lo conduca fuori dalla stalla se non Mona stessa. Mun è un bel ricordo per Mona, che ogni tanto si estrania da tutto ciò che la circonda e torna a parlare con Mun, a confidarsi con lui, anche se gli argomenti spesso sono inquieti come la sua anima. Mona, infatti, non ha tempo per riposarsi un attimo, intorno a lei brulica la frenesia di un ospedale in tempo di guerra, dove si urla per salvare vite o per il dolore: adesso, per esempio, Mona è da sola in mezzo agli strilli. Il medico di turno ha avuto una giornata impegnativa al fronte, non vuole svegliarlo (sì, è distrutto tanto da riuscire nonostante tutto a dormire), può cavarsela benissimo con le sue forze. La sua esperienza è tale che saprà certamente dare una mano a quel povero ragazzo amputato e disperato: legge il nome sulla targhetta del letto, Adam…

Lei ha scritto moltissimo, e con ogni probabilità, quantomeno è quello che tutti i suoi lettori certamente si augurano, continuerà a farlo, ma soprattutto hanno scritto moltissimo su di lei, in quanto è non solo fra le autrici più interessanti, originali, anche se dalla prosa ricca di riferimenti artistici e filmici, oltre che letterari, liriche, intense e particolari, ma anche fra le più premiate della Repubblica Ceca, nazione dalla tradizione letteraria di tutto rispetto, centrale per quel che concerne la cultura mitteleuropea ponte fra l’esperienza occidentale e i paesi che vivono ancora i retaggi della lunga appartenenza al grappolo di stati satelliti sovietici: Il lago è la sua opera certamente più nota, tradotta in molte lingue, ma Mona segna un punto di svolta nella produzione di Bianca Bellová. Si tratta infatti non solo di una riuscita allegoria del potere salvifico della parola, capace di valicare ogni ostacolo, ma è anche una riflessione sentita, composta, profonda e potente sull’abiezione della guerra, la violenza della dittatura, la fragilità dei rapporti umani, le conseguenze che ogni azione determina nella vita di ogni singolo individuo che la compie o la subisce e della collettività alla quale egli appartiene, la cognizione del dolore, il senso di straniamento che dà la sofferenza, la speranza generata dall’amore, in questo caso quello fra l’infermiera di un ospedale devastato da un conflitto e il soldato, adolescente o poco più, che arriva, col suo carico di paura e d’impudenza dovuta all’età acerba, gravemente ferito dal fronte.

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l’EDOnista – recensione di Doriano Mandrile sul Corriere di Savigliano

l’EDOnista – recensione di Doriano Mandrile sul Corriere di Savigliano

Prendi due amiche come la (ex) saviglianese Francesca Angeleri e la torinese Alessandra Contin, due giornaliste, fai loro scrivere un romanzo e ti trovi tra le mani una “tosta” opera prima a due mani dal titolo “l’EDOnista”.

«Siamo molto diverse – racconta Francesca – ma anche molto amiche. Ci siamo divise le parti ma con piacere abbiamo scoperto che si amalgamavano particolarmente bene. Nella storia di questo ricco ed edonista/narcisista della collina di Torino c’è molto Piemonte ma anche molta Inghilterra. Lui è un bad boy ma stranamente sensibile, con un rapporto difficile col padre e molto legato alla mamma. C’è, nel racconto, molta vita tormentata, c’è tanta droga, ma anche lo studio, la serietà, la redenzione, la crescita di un ragazzo che diventa uomo».

Francesca Angeleri scrive per il Corriere della Sera, mentre Alessandra Contin, che è stata la prima donna a scrivere di videogiochi, ora pubblica per la La Stampa.

Pur essendo scritto da due donne, l’EDOnista parla “al maschile” ed è intriso di scene di sesso, anche molto esplicito e quando Francesca ha fatto leggere il libro a sua mamma… «un po’ di, ovvio, imbarazzo c’è stato, ma poi lei mi ha fatto i complimenti».

Nota di merito anche ad Andrea Raviola, l’illustratore (che ha lavorato anche sull’ultimo video di Loredana Bertè) che ha realizzato il disegno della copertina.

L’editore è il piccolo “Miraggi edizioni” e Luca Ragagnin ha il merito di aver apprezzato il romanzo decidendo di darlo alle stampe, forse la “casa” giusta per un bel libro di esordio.

Immediatamente – recensione di Francesco Subiaco

Immediatamente – recensione di Francesco Subiaco

Irriverente, corrosivo, tra anarchia e aristocrazia. Libero dalle etichette del suo tempo, irregolare, acido e corrosivo. È Domenique De Roux, uno dei più atipici ed iperattivi intellettuali del dopoguerra francese.
Animatore di atmosfere culturali, polemista irrevocabile, voce critica del suo tempo. tagliente e cinico come Kraus, iperattivo e “sott’odio” come Longanesi, di cui è stato l’equivalente nella cultura francese, per l’attività editoriale ed il genio aforistico. Che con il suo Immediatamente (MIRAGGI), ha saputo scioccare la critica ufficiale ed egemone. Raccolta di aforismi, subconscio in frammenti, diario degli orrori, immediatamente è stato tutto questo. Dall’acuto registro degli incontri e delle apparizioni del meglio della cultura del secondo novecento, a valvola di sfogo di una ferocia acuta e profondissima. In cui sono tratteggiati gli incontri con gli amici e i miti di De roux, da Pound a Gombrowicz, da Artaud a Celine. Un libro maledetto che condannò il suo autore all’esilio volontario e necessario in Portogallo, attirandosi gli odi del governo, di Pompidou, dei maggiori intellettuali ed accademici francesi, Barthes sopra a tutti, diventando un autoritratto contro della cultura francese del dopoguerra. Ricco di giudizi taglienti sul languore della religione(“tra poco il cattolicesimo come il protestantesimo servirà solo a seppellire i morti”), sugli intellettuali (che “non hanno mai smesso di attraversare le gerarchie), sul sessantotto, che come nella Cina di Mao confonde la guerra civile con la rivoluzione culturale. Controcorrente, con uno spirito corrosivo e metafisico, quindi “per natura reazionario”, che nonostante l’adesione al gollismo restò sempre un vinto nello spirito e nell’indole. Alternativo ai suoi contemporanei in quanto “la crisi dell’intelligenza deriva dal fatto di definirsi con le parole quando ci si può definire solo con le azioni”. Grande agitatore culturale, diffuse e approfondì l’opera di Pound, nella cui Venezia tutto portava il suo sguardo, i capolavori di
Gombrowicz, gli enigmi e i labirinti di Borges. Scrivendo uno dei più bei saggi su Celine alla vigilia della sua morte, difendendo una idea di cultura e letteratura lontana dall’engagement ufficiale. In continuità con una visione antimoderna, perché “essere moderni vuol dire cedere alle circostanze”, che guardando all’euforia del progresso per lo sbarco sulla luna, pensa che tutto sommato la chiesa più reazionaria non avesse tutti i torti sulle illusioni degli uomini. Notando che l’America, che “sta alla biosfera come il cancro al corpo umano”, è il simbolo non della crisi della civiltà, ma “della crisi della barbarie, che prima mettevano a ferro e fuoco Roma o Bisanzio ed ora sono i malnutriti del mondo moderno”. Che per il suo pensiero irriverente fu accusato di fascismo ingiustamente e decise provocatoriamente di presentarsi come “Domenique de Roux, già impiccato a Norimberga”. Il quale di fronte al lutto per la morte di Celan ha convenuto rispetto all’ipocrisia generale, che Celan si è suicidato nella Senna perché ignorava da sciocco che fosse una “fogna e non un fiume”, ma proprio per questo è tanto autore e poeta, poiché “solo i poeti possono ancora credere che nel mondo ci siano ancora fiumi”. Con uno sguardo magnetico sulle cose e sulla storia, per cui la “rivoluzione francese è stata lo Shakespeare della Storia, ma scritto da Dio”. Un autore irriverente ed unico, stroncato a poco più di quaranta anni da un malattia cardiaca, che ha pagato per quello che ha pensato ed ha pensato per quello che doveva scontare. Che coltivava il piacere “aristocratico di non piacere a tutti” inginocchiandosi solo a se stesso come ci si inginocchia ai santi. Esiliato in Portogallo dove fu l’unico testimone francese della rivoluzione dei garofani, che sognava una cultura alternativa e ribelle, mostrando il fascino crudele della schiettezza e l’acume delicato della profondità. Che molto spesso ha preso congedo, ma non va congedato da un pantheon che molte volte perdona la cattiva scrittura in nome della cattiva politica e che ora non dovrebbe indugiare nel riconoscere immediatamente il genio di un autore samizdat, proibito, imperdonabile.

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L’imperatore di Atlantide – recensione di Francesco Subiaco

L’imperatore di Atlantide – recensione di Francesco Subiaco

L’imperatore d’Atlantide o il rifiuto della morte

La verità è ciò che rimane quando svanisce tutto quello che vi è attorno. Proprio quando tutte le nebbie degli anni quaranta e della guerra mondiale sono spariti è emersa anche la verità su Terezin. Terezin è una cittadina della repubblica ceca, poco lontana da Praga, cosparsa un tempo da malandate caserme militari, dal gelo e dalla solitudine di una città fortezza in rovina. Essa però è stata anche la città che ha ospitato un
lager terribile ed anomalo durante l’occupazione nazista. Un lager spacciato per residenza turistica per ebrei, per montagna incantata, quando era invece un mattatoio di lusso. Un luogo in cui venivano spediti
artisti, militari in congedo, ex funzionari, ebrei o diversi, rinchiusi in questa fortezza gelida che venia spacciata per rifugio quando era essenzialmente un campo di concentramento. Un campo delle menzogne
in cui a questi detenuti speciali, dopo il lavoro estremo e crudele praticato durante tutta la giornata, le ss concedevano palchi e teatri provvisori e fatiscenti per fare arte e musica, spettacoli e intrattenimento. A metà tra il teatro degli orrori e un orrore teatrale, in cui alla crudezza della morte e della malattia si alternava la dolcezza delle musiche e delle opere dei detenuti del campo. un lager che divenne la cornice terribile per un truman show nazista, quando portati dentro i delegati della croce rossa e della comunità internazionale, esso divenne la grande messa in scena della bontà nazista. Il campo attrezzato come un teatro venne spacciato, tramite una recita perfetta, per una specie di Israele ante litteram, di Kallipolis della
comunità ebraica protetta dalla dura e nascosta repressione del governo nazista. Una repressione che tramite spettacoli e menzogne riuscì a nascondere l’orrore dei lager fino agli ultimi anni della guerra. ultimi
anni in cui i detenuti di questo ghetto anomalo vennero divorati dai gas delle docce naziste. Tra i tanti prigionieri alcuni riuscirono a ribellarsi in una maniera diversa, come racconta Enrico Pastore nelle pagine di
l’imperatore di Atlantide”(MIRAGGI edizioni). Raccontando la storia del musicista Viktor Ullman e Petr Kien, che nella lunga programmazione degli spettacoli, clandestini e non, realizzarono un’opera d’arte tra le più interessanti degli anni quaranta: “L’imperatore d’Atlantide o il rifiuto della morte”. L’opera si apre in un imprecisato regno di Atlantide, allegoria del ghetto sotto il dominio nazista, dove rinchiusi in un sanatorio prigione La morte, vestito come un colonnello asburgico, ed Arlecchino , simbolo della vita oppressa e resa sterile dal campo, decidono di ribellarsi, stanchi e infuriati, alle leggi del kaiser Overall, che grazie alle prodezze della tecnica, sta devastando il mondo con una guerra sanguinosa che porta milioni di morti e toglie le forze vitali ai popoli. La morte vedendo il ribaltamento delle leggi naturali decide di scioperare e rifiutarsi di far morire gli esseri umani. Occasione che viene sfruttata da Overall per utilizzare l’immortalità
dei suoi soldati per conquistare il mondo. I piani dell’imperatore hanno, però, vita breve perché durante lo scontro i soldati privati del timore della morte, iniziano a cessare il fuoco, seguendo le danze macabre di
scheletri fantasmi di Arlecchino che li aiuta a disertare la loro guerra. il kaiser confrontandosi con la morte, che lo visita nel suo castello, viene costretto a morire per primo, sprofondando nelle acque della morte come Atlantide sprofonda in quelle dell’oceano. L’opera si presenta come la grande allegoria della fine del nazismo, che faustianamente, ha permesso agli atlantidei di conquistare il mondo, ribaltando le leggi dell’uomo e della natura, peccando di hybris che porterà l’imperatore(Hitler) e i suoi collaboratori-automi, il tamburo(Goebbels), la propaganda, e l’altoparlante(i gerarchi dei campi), l’oppressioni, a sprofondare nelle
acque della morte. Contrapponendo all’atlantide iperborea e di cartapesta propagandata, quella platonica, irrazionale e feroce, decadente e prigioniera degli abissi del tempo. Un grande mito, che tra le maschere e
le ombre dei tarocchi, racconta la disfatta della superbia umana, della tecnica, del culto della morte annientante asservita ai desideri umani e il grido di speranza o liberazioni di due grandi artisti, rappresentanti un mondo di ieri, cancellato e rinnegato, di dimostrare che i manoscritti non bruciano e la grande arte sconfigge sempre l’inclemenza dei tempi.

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Angolo nullo – recensione di Antonella Lucchini su Mangialibri

Angolo nullo – recensione di Antonella Lucchini su Mangialibri

“Se mi chiedi da dove vengo… / precisi bene da quale paese vieni? / …freno la tua paura per i documenti / e ti racconto che ho preso un aereo / sono atterrato e ne ho preso un altro / sono atterrato e ne ho preso un altro / sono atterrato e sono arrivato”. Lasciare la propria terra, le proprie radici per costruirsene altre ha un prezzo da pagare: il prezzo è dover giustificare la propria presenza in un Paese dove non assomigli a nessuno, per tratti somatici, colore, e qualsiasi altro elemento che ti rende un “diverso”. Anche se “ti parlo nell’unica lingua che conosci”, “ti racconto la storia del tuo Paese” la risposta è sempre “e mi rispondi che non basta” perché “bisogna nascere qui per appartenere a tutto ciò”. Poiché non si è nati nel paese in cui si vive, l’insulto diventa lo stigma del razzismo (“il primo vattene / l’ho subito su questa terra / il primo qui non ti vogliamo / l’ho subito su questa terra / il primo tornatene a casa tua / l’ho subito su questa terra”. E quando, dopo quattordici anni, ritorni nel tuo paese di nascita, la tua identità non la trovi nemmeno lì, nemmeno “Nel posto in cui speravo di sentirmi finalmente completo / nel posto in cui mi ero immaginato di sentire / le mani di mio nonno ricucire tutti i miei pezzi sparsi”; ti senti “diviso in due: / una parte que habla en este idioma / e l’altra che si riascolta in silenzio” e ti ritrovi “sconosciuto, / straniero, / ovunque nel mondo straniero”. Chi vive questa condizione e inoltre possiede il dono della poesia, non può sottrarsi all’immedesimazione con altri che lasciano la propria patria, lasciandosi alle spalle guerre, povertà e fame, per trovare una patria sostitutiva. Quanti sono i migranti che finiscono il loro viaggio inghiottiti dal mare? “Non esistono più settecento circa / nomi da pronunciare /…e mai sapranno le madri e i padri / dello sprofondare / in quel canale di Sicilia / grande come settecento circa oceani, / dei loro figli assetati / e spogliati dal sale / settecento circa / immigrati, ingrati, profughi, / negri / clandestini, / primitivi / o settecento circa / persone, con settecento circa / voci da sempre / e per sempre / costrette a strozzarsi nel silenzio”…

Non si dovrebbero leggere le poesie di Jaime prima di addormentarsi, non si ha il tempo di metabolizzare a sufficienza la responsabilità che ti viene buttata addosso. La responsabilità della bellezza e del disagio, della rabbia, del dolore e della verità. Che sia la sua storia personale (nascita, appartenenza etnica, radici, amore, solitudine, discriminazione), che siano i corpi dei migranti che si sciolgono nel Mediterraneo o la disperazione di una madre che offre erba come cibo alla propria figlia perché altro non possiede (poesia struggente a pag. 18) ti senti il pedone investito sulle strisce. Così la rabbia e la frustrazione diventano le tue, così la poesia ha raggiunto il suo scopo. Jaime Andrés De Castro è un giovane poeta, giovane di età ma con già una discreta “anzianità” poetica. Nato a Barranquilla, Colombia (ecco perché ha dovuto pagare il prezzo del giustificare la propria presenza nel nostro paese), vive nella provincia milanese. Alla sua seconda pubblicazione (la prima è stata ¡Afuera Todos Saben Vivir! uscito per Matisklo nel 2016), è anche poeta/slammer di grande intensità. Non segue la metrica nelle sue poesie, poesie fisiche dove coesistono versi brevi e versi lunghi, quelle più arrabbiate sono ricche di anafore. La sua è la rabbia sacrosanta per le ingiustizie, provate personalmente, provate come individuo vivo e consapevole, che sembra cosa detta e ridetta, scritta e riscritta ma mai abbastanza. Poveri noi se ci arrendiamo alla nostra impotenza. Che chi sa scrivere le scriva, le ingiustizie e le barbarie che vede perché, come scrive Jaime nella poesia conclusiva di questa raccolta “vorrei scrivere una poesia/che alla fine/ti faccia capire/che c’è ancora una speranza/e che quella speranza/ è la poesia”. Consigliato? Certo che sì!

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Pagina bianca – selezione di alcune poesie uscita su Inverso – Giornale di poesia (a cura di Giovanna Frene)

Pagina bianca – selezione di alcune poesie uscita su Inverso – Giornale di poesia (a cura di Giovanna Frene)

Egli fa colazione

piove pioviggina ha smesso. luna l’alba grigio il mezzo-
giorno. gira il giorno nel microonde l’acqua. odora verde
il the pochi biscotti. il corpo ammala gira rigira virus
lalingua. virale video attività febbrile. vitale girava nel
microonde l’acqua. driiin la sveglia ci sveglia ci beve la
vita. frutta verdura riposo. tachipirina. il cielo ha inquie-
tudine d’occhi. vederlo morire gli sguardi di mentre mi
guardava mio padre.

*

Egli ultimamente crede ogni giorno di dover morire
dacché è morto suo padre


anonimato fantasma fantasma. spettro spettracolare.
farsi il pensiero poi ricorda. per mancanza di padre.
ricordare il dolore persistente al torace. immagina im-
possibile. una doccia. fare la spesa. saluta la vicina
il marito appena circuiti. diventa di ritornare. cuci-
nare prendere il treno. andare dimesso. dall’ospedale
non dover morire ora. peregrinare altrove telecamere
stanze a pistoia via firenze fifredi. scorre sotto il cielo
una vena sottile sotto la pelle. immaginarsi. più che
immaginare. svegliarsi e morire.

*

Egli ha giramenti di testa tachicardia confusione mentale
e quindi va dal medico


stare bene. ora. glicemia il se ne frega beh? sotto con-
trollo. casa ben pulita disinfettata il sole. gelido crudele
reale. il come che relega nel simbolo. bambino esploso
ci tieni tanto rimprovera. ferita a morte morte. la siria.
non parole fatti sedie condividere. il terrore il terrore il
terrore. e chi se ne frega se muori. chi la bacia ci gioca
c’è il sole e domani giocherai. amerai? cioè davvero? l’an-
goscia è a fissare il tuo ego. allo scheletro dello scaffale.
bum. un’altra bomba. è morto il desiderio.

*

Egli in treno ritorna dal lavoro e la stanchezza
lo fa sragionare cose in forma di versi \ egli oppure


ai ventinove minuti. delle diciannove il treno muri. per-
sonaggi lì fuori e tu per rima fiori. ai rumori muori. dove
e come hai lasciato il corpo. lontano il cuore risacche
secche scivolare. mare colmo di secco sangue. in nulla
anestetizzato scorgi. disperazione che c’è però campeg-
gia. sicura la scritta luminaria luminosa. neutro roberts.
scivoli da come te schiuma dopo un dopo temporale. un
finale inutile. uno. una prevista morte.

*

Egli torna dal lavoro e prepara il pranzo
ricordando quando tornava da scuola


l’una e cade giù il bandone come. una ghigliottina di
metà giornata. il dipendente della fabbrica elettroni-
ca. di cui mi sfugge il nome corre perché piove inizia.
il carrello sbalzato gli si ribalta. i rumori non infasti-
discono perché. è necessario guadagnarsi il pane. oggi
vongole e zucchine. pennette. tragico connubio fiore
a metà. strada tra il blu del mare e il grigio cielo az-
zurro. la tendina respira la. finestra si agita. e. il ricor-
do di raffaella carrà. si affanna. corre mentre mescolo
l’intruglio. quando a casa dopo scuola a pranzo. bi-
sognava indovinare il. numero di fagioli. pronto? chi
sei? da dove chiami? è pronto. mangio. grazie gesù chi
per me che pure oggi posso mangiare dormire soffrire
soffiare. che pure oggi. posso scrivere e. ricordare. re-
spiro. prima o poi vorrei morire.

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L’anno del gallo – recensione di Martina Mecco su Andergraund

L’anno del gallo – recensione di Martina Mecco su Andergraund

Fare i conti con la disillusione. “L’anno del gallo” di Tereza Boučková

L’anno del gallo (Rok kohouta) è l’ultimo libro edito da Miraggi Edizioni all’interno della collana NováVlna, interamente dedicata alla letteratura ceca. L’autrice, Tereza Boučková, era già stata presentata al pubblico italiano nel 2018 con La corsa indiana (Indiánský běh), sempre pubblicato dalla medesima casa editrice nella traduzione di Laura Angeloni.

Tereza Boučková (1957-) è una delle protagoniste della scena letteraria ceca contemporanea. Figlia del dissidente e chartista Pavel Kohout, firma Charta 77 non appena conclusi gli studi liceali. Questa sua scelta le creerà non pochi problemi, soprattutto in ambito lavorativo, dove si troverà costretta a fare i lavori più disparati, dalla postina alla donna delle pulizie. Nonostante le difficoltà causate dagli anni della Normalizzazione, Boučková è riuscita a ritagliarsi il suo spazio non solo nell’ambito letterario, ma anche in quello della pubblicistica e del cinema.

L’anno del gallo può essere considerato come l’ideale continuazione de La corsa indiana (su Andergraund Rivista è stato pubblicato un articolo dedicato al romanzo nel terzo numero di maggio), romanzo in cui l’autrice affronta temi quali la questione famigliare, la difficoltà della vita negli anni della Normalizzazione e la questione della maternità, protagonista è infatti un io narrante che cerca disperatamente di avere figli. L’opera, inoltre, è profondamente critica nei confronti di personaggi dell’epoca, quale il padre Pavel Kohout e il futuro presidente della Cecoslovacchia Václav Havel, che compaiono con gli pseudonimi di “Indiano” e “Monologo”. Anche L’anno del gallo cela, sin dal titolo, una critica nei confronti del padre, giocando sull’ambivalenza del termine “kohout”, che in ceco significa appunto “gallo”.

“Mi è capitato in mano un grazioso libricino. Oroscopi cinesi. Sulla copertina è scritto in lettere maiuscole:

KOHOUT

Il gallo, sotto il cui segno sono nata io, è… E ora tenetemi forte, tenetemi perché salto in aria! Gli anni nel segno del gallo si ripetono periodicamente, ma ci sono varie sottospecie di galli, che si alternano ogni sessant’anni.” (p. 139)

All’interno del testo non mancano di certo riferimenti alle condizioni di vita ai tempi della Normalizzazione, ricordando ad esempio un incontro con le “donne della Charta” (il documentario, girato nel 2007, si può recuperare in lingua ceca qui: https://www.ceskatelevize.cz/porady/10114412382-zeny-charty-77/), ovvero la maggior parte di coloro che avevano dato sostegno ai loro uomini durante gli anni del dissenso. Il ruolo delle donne, nonostante questo non venga enfatizzato abbastanza da coloro che si occupano di questo specifico periodo, fu determinante su molti fronti, basti pensare all’importanza della moglie di Havel, Olga Havlová, durante gli anni della prigionia del marito. Proprio in questo frangente viene ricordato come il romanzo forse più famoso di Kohout, Katyně (“La carnefice”, pubblicato da Editori Riuniti nel 1980), fosse stato battuto a macchina da Drahomíra Šinoglová. Gli anni in cui è ambientato L’anno del gallo si situano in un arco di tempo distante rispetto a quello de La corsa indiana, ovvero a partire dal 2005. Tutto il romanzo è narrato, come il precedente, in prima persona e si incontrano numerosi elementi che si possono ricondurre alla vita dell’autrice. Boučková riesce in modo magistrale a indagare la complessa dimensione dell’interiorità, sviscerandone gli strati per comprendere l’origine della sofferenza e del dolore. Il piano su cui questa ricerca viene portata avanti è duplice, da un lato si ha la dimensione intima della famiglia, dall’altro, invece, quella pubblica dell’ambito lavorativo a cui si lega il ruolo di intellettuale della protagonista impiegata nella stesura di sceneggiature cinematografiche. Le sensazioni dell’io narrante vengono esternate senza alcun filtro che le mitighi, in tutta la loro profondità:

“Ieri finalmente ho fatto una fuga, sono andata a fare una passeggiata a Praga, ho parlato con la gente, ho riso, ma non è servito ad allontanare il mio senso di solitudine. Ce l’ho dentro, non mi lascia via di scampo. L’antidepressivo non ha ancora fatto effetto. Sono una donna inutile. Mi do fastidio da sola. […] A volte verrei mi venisse un cancro. Lo so che è una bestemmia. Ma magari accenderebbe il motore che un tempo mi aiutava a superare le crisi. Avrei un motivo vero per lamentarmi e forse ritroverei la forza di combattere.” (p. 73)

La situazione famigliare in cui vive la protagonista è tutt’altro che semplice. Nonostante sia riuscita a soddisfare il suo bisogno più grande, quello di avere dei figli (elemento centrale in La corsa indiana), questi mostrano dei problemi comportamentali spesso complessi da gestire. Il più grande, Patrik, se ne è andato di casa finendo in condizioni di vita precarie nella capitale. Lukáš, invece, è affetto da difficoltà nel controllare la rabbia e da disturbi da cleptomane, ragione per cui i genitori devono sempre mettere sottochiave i loro averi. Il più giovane, Matěj, è l’unico dei tre a non essere stato adottato e nel corso nel romanzo arriva anch’egli a scontrarsi con la madre. A complicare la situazione è anche il marito Marek, appassionato di ciclismo e spesso fuori casa per lavoro, non sembra rendersi conto davvero della situazione che alleggia in famiglia, reagendo molto spesso dando sfogo alla sua rabbia. Lo stesso rapporto col marito sembra vacillare a più riprese nel corso del romanzo, la stessa protagonista arriva addirittura a farsi domande sull’effettivo valore della loro unione matrimoniale. L’atmosfera che si respira in famiglia può essere riassunta con le parole stesse dell’autrice: Grido alla casa intera, al nostro nido ormai trasformato in trappola” (p.213). Tutto questo sovrapporsi di problematiche, che viene mostrato da vicino attraverso gli occhi e le sensazioni della voce narrante, genera una condizione di sofferenza e, soprattutto, solitudine. Difatti, ad essere lamentata a più riprese è l’impossibilità di essere compresi o ascoltati. Il dolore si genera e si consuma nella protagonista senza che questa riesca a trovare alcun tipo di conforto duraturo. Boučková costruisce, così, un grande collage di disillusioni che rappresenta la vita stessa.

Nejradši jsem tam, kde zrovna nejsem - kulturní magazín Uni

Accanto a questa linea narrativa si sviluppa quella che riguarda la questione legata alla stesura della sceneggiatura. La protagonista è una scrittrice di sceneggiature e libri, questo lo si capisce in modo esplicito quando un uomo sul tram si complimenta con lei per le sue opere. Ad avvalorare il fatto che nella protagonista ci sia molto dell’autrice non bisogna dimenticare che Boučková ha realizzato anche sceneggiature per il cinema, quella di Smradi (“Canaglie”, film del 2002 diretto da Zdeněk Tyc) e Zemský ráj to na pohled (“Paradiso terrestre a prima vista”, film del 2008 diretto da Irena Pavlásková). Entrambi compaiono all’interno de L’anno del gallo, sebbene non siano gli unici film a essere nominati. Difatti, tutto il romanzo è caratterizzato da una forte componente intertestuale: sono moltissimi i riferimenti che compaiono, sia di carattere letterario (come il caso dello scrittore slovacco Rudolf Sloboda) che cinematografico. Non vi sono solo rimandi al cinema ceco come nel caso di Evald Schorm, una delle stelle della Nová Vlna, ma compaiono anche riferimenti a registi di fama internazionale, ad esempio Federico Fellini:

“Uscendo dall’ufficio della caporedattrice sono andata alla proiezione mattutina del film di Fellini ‘La dolce vita’. […] Fosse per me l’avrei accorciato. Già, sono talmente sfrontata che avrei accorciato Fellini. […] Per il resto magnifico. Soprattutto la storia nella storia, che parla di un intellettuale amico del protagonista. Al contrario di quest’ultimo, dissennato e superficiale, il suo amico è a prima vista un uomo equilibrato, arguto, profondo, onesto. […] E forse proprio la sua vita piena di sicurezza, armonia, ordine, tranquillità e pace, tutto secondo i piani e senza imprevisti, lo spinge infine a fare del male a se stesso e ai suoi figli.” (p.149)

Il personaggio ricordato, nonché successivamente aspramente criticato, da Boučková è quello di Steiner. Fellini viene citato anche in riferimento al suo libro Fare un film. Difatti, una delle difficoltà della protagonista è proprio quella che ha a che fare con la dimensione creativa. Spesso lamenta l’impossibilità di scrivere, la difficoltà nel trovare un qualche tipo di ispirazione per il soggetto della sua sceneggiatura. A questo concorrono anche altri problemi legati al trovare un regista adatto che non ne limiti le scelte.

In conclusione, L’anno del gallo di Tereza Boučková è un romanzo che, sebbene si presenti come il racconto di vicende personali, mostra una profondità di indagine e una ricchezza di riferimenti storico-culturali. Ciò che, inoltre, colpisce della prosa dell’autrice è la capacità di narrare in prima persona episodi personali in modo diretto e tangibile. Questa resa reale del quotidiano attraverso la scrittura si realizza anche grazie all’uso di numerosi realia (ad esempio slivovice o la tradizione pasquale della Pomlázka), che sono stati commentati in modo meticoloso dalla traduttrice grazie all’uso di note. Leggere Boučková significa compiere un viaggio negli strati più profondi dell’anima, scavare nei propri dolori e nelle proprie insicurezze, fare i conti con una vita che non è sempre rosea, ma in cui è sempre possibile trovare un modo per continuare. Questa possibilità la si scopre proprio grazie alla forza della prosa di Boučková che, con questo romanzo, si riconferma essere la grande autrice che già si era palesata nel suo primo romanzo, La corsa indiana.

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L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Claudio Calzana su La Provincia

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Claudio Calzana su La Provincia

Alan Poloni, l’uomo salverà la bellezza?

Dopo “Dio se la caverà” dallo scrittore bergamasco arriva il sorprendente “L’uomo che rovinava i sabati” Romanzo picaresco che richiama la commedia all’italiana, “suona” come una sarabanda, fa ridere e anche riflettere

L’andatura narrativa è picaresca, in diversi luoghi richiama la commedia all’italiana, e si potrebbe anche scomodare il romanzo di formazione, o meglio il viaggio iniziatico, quello che osa spingersi oltre gli angusti limiti della coscienza ordinaria. Il termine esatto è sarabanda, forse. D’altronde, in chiave musicale la sarabanda per eccellenza è la “Follia Spagnola”, consiglio la versione di Corelli per un assaggio. Di sicuro il romanzo di Alan Poloni, “L’uomo che rovinava i sabati”, edito da Miraggi a fine 2020 – seconda prova dello scrittore bergamasco dopo “Dio se la caverà” (Neo 2014) – ha pochi paragoni con le opere che van per la maggiore: e questo sia detto a merito, s’intende.

Questo romanzo non ha genere, semmai crea un genere nel segno dell’invenzione continua, divertita e divertente. Per restare in ambito musicale, è una sorta di Arte della Fuga, e magari anche un Enigma, come quelli che Bach si divertiva a far risolvere a Federico II di Prussia. Altri tempi, altri sovrani.

Tre amici

Tutto nasce da tre amici scombinati, che fanno fatica a “starci dentro”, come ama dire Poloni: un poeta, Jack Ebasta, in perenne bilico e conflitto sia con gli affetti primari, sia con il sistema editoriale; un cantautore tombeur de femmes, Malcolm Chiarugi, che campa installando cessi chimici; un liutaio che realizza chitarre per intenditori, Palmiro detto Palma, che però fatica a separarsene, ovvero non le vende al primo che passa, ci mancherebbe anche quella. E poi c’è il contesto, la fantomatica Val Crodino, nicchia antropologica che ospita una popolazione sopra – meglio: sotto – le righe, gente dall’animus anarcoide che non ha certo di mira il posto fisso e men che meno il consumo, refrattaria com’è ai centri commerciali, che qui non hanno il permesso di soggiorno; gente che si contenta di poco o nulla, eccezion fatta per certi funghi psicotropi, opportunamente ripassati in pentothal dal druido di turno. Date un occhio alla copertina del libro: il serpente tenta Adamo ed Eva avvinto a un Amanita Muscaria, qui albero del Bene e del Male, proprio come accade in un affresco medievale.

Messa a fuoco

A onor del vero, andrebbe anche aggiunto un quarto personaggio, che magari passa via minore, ma che minore non è affatto per la messa a fuoco della trama: trattasi di Cecchini, figlio del farmacista, ovviamente ipocondriaco, una sorta di Roi Ipnol, di sacerdote del monte Tavor. A me il libro si è acceso proprio all’arrivo del Cecchini, per la precisione a pagina 136. Prima i tre stiracchiano le loro vite in assenza di direzione certa, o perlomeno retta. I sodali hanno una vocazione, eccome, ma la medesima marciava sul posto, ingavinati com’erano nelle rispettive ossessioni: Palma a elaborare il lutto della separazione dalla Rossana e a cacciare dal negozio clienti indegni delle sue creature; Chiarugi a impiantare bagni chimici e a tener testa al suo parco donne, che a quanto pare proprio cessi non sono; Jack che resiste alle gioie della serenità familiare e in cambio di due palanche declama in pubblico poesie con «fredda cantilena da monatto incallito» (21).

Bene: entra in scena il Cecchini e gli altri tre trovano la via, guarda caso uniti e solidali. Siccome il Palma insegue un misterioso antropologo disperso tra i monti – vuole a tutti i costi provare una sua teoria sull’ostinata stanzialità dei Camuni, antichi abitatori della Valle –, gli altri due lo accompagnano nel fantastico viaggio finale; nel mentre, in quattro e quattr’otto Malcolm sforna un album con una canzone dedicata a ciascuna delle donne del suo harem, invitando l’intero parco al concerto di lancio, per vedere da vicino l’effetto che fa; Jack verrà richiamato in servizio permanente effettivo dagli affetti familiari e dal sistema editoriale, cercando di mantenersi passabilmente impuro e folle.

Sorriso benevolo

Alan Poloni si mette in traccia dei suoi personaggi, li pedina, a volte li affianca facendosi il quarto di tre, certo li scruta col sorriso benevolo del genitore che sorvola sui difetti, ci regala l’utopia delle intenzioni, arreda con cura questo suo ripostulato altrove. Esibisce uno stile libero, crepitante come il fuoco quando prende bene, felice per inventiva e dismisura. Si ride di gusto, preparatevi, ci sono giri di frasi da sbellicarsi, e la commedia si fa largo con felice grazia e levità. Come avete capito, i temi del libro sono parecchi. Uno, l’amicizia virile, che prova a dare un senso al mondo a partire da quelle primitive vocazioni che non devi mai scordare per strada, o peggio tradire. Due, il romanzo è fitto di rimandi musicali, il sapore è pop e soprattutto rock, mondo che mi sfugge abbastanza, per cui mi astengo. Certo l’intera narrazione è musicale in senso stretto, cioè fatta di intro, sviluppo del tema, ritornello polifonico, ripresa finale, chiusa a sorpresa, con una ritmica solida a scandire il tempo. Terzo, per me delizioso, l’infinito gioco di rimandi e citazioni letterarie, altrettanti segreti omaggi ad autori che Poloni evidentemente predilige.

Però, ecco, a ben vedere, al centro di tutta la narrazione, e dunque delle intenzioni dell’autore, sta la preoccupazione per la sorte della poesia, che poi sarebbe la vocazione allo stato puro, o bellezza che dir si voglia: questo è il cuore segreto dell’orologio, la forza propulsiva generata dalla coppia conica persuasione/retorica.

Chiariamo il concetto: Poloni non sta dicendo che la bellezza salverà il mondo, che è roba da involucro dei cioccolatini; no, dice che tocca al mondo, cioè a ciascuno di noi, salvare la bellezza, cosa possibile solo se si lascia campo alla poesia. Il che non significa solamente alla parola, che della poesia è la versione sciamanica per eccellenza, ma anche alla misura di un gesto, all’ascolto dell’altro, all’etica del prendersi cura, all’inevitabile ossessione dell’artigiano, alla felice mania dell’artista. In questa chiave, allora, si può sorridere sull’ossimoro “grosso editore” laddove si parla di poesia(97), piuttosto che meditare sul fatto che in Val Crodino non ci sono «automobili di cilindrata superiore ai milletré (in un’enclave dove poetesse come Mariangela Gualtieri e Livia Candiani venivano invitate quasi ogni anno dalla Mary, “Quattroruote” coi suoi interessantissimi test prestazionali vendeva un paio di copie a far bello)» (132); ci si commuove al ricordo di Pierluigi Cappello (221), o riflettere sul fatto che a Jack per stare meglio basta «girare per la cucina in mise anni cinquanta, sentirsi sandropenna, lui e la sua cheta follia…» (87); infine, e per certi versi soprattutto, si conviene sulla lucida analisi riservata al sistema editoriale: «Il poeta, come il romanziere, fa di tutto per creare il personaggio, per fare in modo che l’extra-libro traini il libro…» (257).

Il circuito letterario premia gli autori permeabili alle logiche della rete, i personaggi televisivi, il chiacchiericcio dei media, l’intrattenimento fine a se stesso, l’Assunzione del nulla. A richiamare il titolo, questo sabato del villaggio globale si merita un calcio nel didietro, che Poloni assesta con felice vigore. A simmetrica chiusa, la poesia s’incarna nella Roxanne dei Police citata in esergo: la giovane prostituta può scegliere di non vendere il proprio corpo perché ha finalmente incontrato qualcuno che la ama davvero.

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Endecascivoli – recensione di Giusy Laganà su Viaggi Letterari

Endecascivoli – recensione di Giusy Laganà su Viaggi Letterari

Endecascivoli – di Patrizio Zurru- 65 racconti che scivolano in picchiata

“Le farfalle che si posano sulla spalla pare siano anime in volo,portano le parole dei defunti, c’è chi capisce il linguaggio minuto di quelle voci, chi non si spaventa e segue il percorso dalla spalla ai fiori o ai rami di fronte, chiede conferma del messaggio in un modo semplice, chiede di piegare le ali per mostrare i colori di sotto, quelli che sono più nitidi, con i segni più definiti”.

Cosa sono gli Endecascivoli?

Gli Endecascivoli di Patrizio Zurru (Miraggi Edizioni) sono frammenti di prosa poetica, ricchi di vita, ricordi e nostalgia.

I 65 racconti rappresentano una vera e propria raccolta di ricordi e storie che tornano alla luce come messaggi in una bottiglia del tempo.

Il ritmo è incalzante e incisivo. La prosa è poetica e malinconica. Vere e proprie matrioske che contengono immagini, parole, significati.

Versi che scivolano in picchiata, parole che cadono e che esplodono. Gli endecascivoli sono sercizi sul ricordo, pagine rapide che raccontano di un’infanzia vissuta negli anni Settanta, tra battaglie tra bambini, di un confine labile tra il gioco e il lavoro adulto, di madri al centralino a manovrare fili e spinotti che accendevano, intrecciavano e interrompevano amori, dell’obbligo -felice- di girare con il padre a controllare che le cabine dell’Enel del circondario funzionino ancora dopo ogni temporale,

I suoi racconti potrebbero essere romanzi in potenza o rimanere conchiusi cosi, sospesi, e passare via leggeri con un plot twist che apre ogni finale: Patrizio Zurru dichiara di muoversi nella dimensione dello scherzo letterario, definisce il libro un divertissement (scrivo su commissione non dichiarata, ma passata da sguardi che ho visto), una dimensione di scherzo su cui però è lecito dissentire, perché nell’estrema cura della parola si percepisce un sostrato di letture importanti e di impegno.

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https://www.viaggiletterari.com/single-post/endecascivoli-di-patrizio-zurru-65-racconti-che-scivolano-in-picchiata?fbclid=IwAR0zQDlw_G04JaTju_bNu_B6VeRtyLfqNTako6GjnwZloncg6s-emvgbDqk

La perlina sul fondo – recensione di Stefania Medda su Mangialibri

La perlina sul fondo – recensione di Stefania Medda su Mangialibri

L’istruttore smonta dalla Java 250 a doppio manubrio, si accende una sigaretta e guarda il suo allievo in maniera truce. Non ci siamo proprio, pensa, mentre il ragazzo tenta in modo frenetico di mettere in folle la moto: è stato un vero disastro, soprattutto in prossimità degli incroci. Quand’è che si deciderà seriamente a studiare il codice della strada? L’esame è alle porte, e sono ormai nove mesi che frequenta le lezioni. Il pomeriggio, al rientro dal lavoro, sarebbe un buon momento per dedicarsi allo studio, azzarda l’istruttore. Ma tra il pisolino, la lettura di un libro mozzafiato da cui non riesce a staccarsi – Il bruto dottor Quartz e la leggiadra Zanoni, è fortissimo, se vuole glielo porto! – e le uscite con la sua ragazza super accessoriata (che tutti gli invidiano), il giovanotto non avanza neanche un briciolo di tempo. Rimane la notte, ma a quel punto è così carico di adrenalina, che il miglior modo per rilassarsi è accendere la radio: Bing Crosby, Eartha Kitt, Luis Armstrong… musica che graffia il cuore! Ad ogni modo, il ragazzo promette che l’esame verrà superato con successo. Ora tocca ad Hrabal: lui è un uomo attempato, già pratico di moto, suo padre le ha guidate per una vita intera. Viscosità, compressione, pistoni, camera a scoppio. Hrabal sa tutto, ma l’istruttore, sebbene compiaciuto, lo mette in guardia: “Si accorgerà presto che gli zucconi, completamente a digiuno di teoria, guidano da dio, mentre lei prima o poi farà una bella caduta”… Quasi mezzanotte. All’acciaieria, dopo aver predisposto tutto per il sistema di colata, Kudla, Jenda e il caposquadra si concedono una pausa. Jenda si appresta a mangiare le sue fette di pane imburrato, e Kudla, tolti dalla sua borsa forbici e macchinetta, è pronto a tagliare i capelli al caposquadra. Accomodatosi su una cassa di cromo vuota, l’uomo si raccomanda: niente taglio drastico, che poi rischia di sentire freddo in testa. Kudla opta per un taglio all’americana, più corto ai lati, mentre Jenda asserisce a gran voce che mai nessuno toccherà i suoi capelli tranne Theodor Olivieri, il francese che lavora al “Parrucchiere dei giovani”. Quello sì che è un grande: un vero maestro, un uomo elegante, e che fa esattamente ciò che gli viene richiesto. Nel raccontare Jenda si toglie il berretto e china la testa, così da mostrare le morbide onde fattegli da Olivieri. Non l’avesse mai fatto: Kudla ne approfitta per soffiare via dal rasoio i capelli del caposquadra, che finiscono dritti a farcire il pane di Jenda. Panino che tra l’altro, si è riempito di polvere poco prima, quando Kudla, togliendo da sotto il sedere la cassetta a Jenda, lo ha fatto ruzzolare a terra. Per Jenda va così, ormai è abituato ad essere lo zimbello: ridono sul suo modo di approcciare le donne, sul suo piedino piccolissimo, sui suoi capelli da fraticello. E quando qualcuno in acciaieria urla, Jenda è sempre convinto che ce l’abbiano con lui… Il ragazzo entra in birreria e ordina trenta sigarette e una birra. Nessuno sa chi è: è un bel giovane, indossa un maglione di lana pesante, di quelli fatti ai ferri; al collo ha annodato un fazzoletto rosso e la sua chioma corvina splende. Da quando è entrato è chino su un libro, niente lo distoglie dalle pagine, nemmeno il chiasso degli avventori esaltati, che sostano al locale prima di dirigersi allo stadio a vedere la partita. Lo guardano tutti con disprezzo, convinti che stia leggendo un libro pornografico o qualche storia sanguinaria. Che gioventù, eh? Intanto il volto del giovane assorto passa invariabilmente dalle lacrime alle risa. Qualcuno gli dà pure della femminuccia, ma il giovane non se ne cura, non interrompe la lettura nemmeno quando va in bagno…

Ironica, grottesca, vivace, anticonformista: la narrativa di Bohumil Harabal (Brno 1914 – Praga 1997) è spiazzante, e difficilmente confinabile in un preciso canone letterario. Sproloqui da taverna che dicono tutto e il contrario di tutto, monologhi sfiancanti che apparentemente non portano da nessuna parte, ma che danno vita a storielle esilaranti; è interessante vedere come racconti banali sul calcio, il sesso o i motori riescano a raggiungere una dimensione quasi epica attraverso le bocche di personaggi stralunati. Sono i pábitel: i cosiddetti sbruffoni, gli straparloni tanto cari ad Hrabal, protagonisti indiscussi di tutte le sue opere. “Quando non scrivo, è allora che scrivo di più. Quando passeggio, quando cammino, quando faccio un monologo interiore, quando assorbo non solo quello che sento e che è interessante ma anche ciò che matura dentro di me… E allora di nuovo esco e vado in giro per le birrerie, è solo nella taverna che i discorsi si muovono”. Assiduo frequentatore delle taverne praghesi, uomo dai mille mestieri – “Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere” – Hrabal si è nutrito della vita vera e della creatività della gente comune, riportando sulla carta il linguaggio della strada, fatto di slang ed espressioni dialettali. “Ho reso umani i pettegolezzi da ballatoio e il vituperio e l’ingiuria, ho lanciato in situazioni estreme lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi, che talvolta finisce alla polizia o all’ospedale”. Una scrittura colorita, palpitante, priva di orpelli letterari a lungo riposta nel cassetto, imbrigliata nel grigio conformismo del regime socialista a partire dal 1948 (anno in cui viene bloccata, a spese dell’autore, la pubblicazione delle sue prime poesie) poi liberata con forza prorompente, proprio con La perlina sul fondo, nel 1963, anno in cui la cultura riprende a respirare e le opere di Hrabal cominciano finalmente a circolare alla luce del sole: l’autore ha quasi cinquant’anni, e per quindici di essi ha vissuto, narrativamente parlando, come un clandestino. Fortissime, le reazioni di alcuni lettori di fronte all’originalità delle sue opere: gli hanno dato del maniaco, del pervertito, del maiale, invocando addirittura la forca. Una narrativa osteggiata da più parti, a ben vedere, un successo arrivato in tarda età, ma che non ha impedito a Bohumil Harabal di diventare a pieno titolo uno dei più acclamati scrittori cechi del Novecento. Diverse sue opere sono state trasposte a teatro e al cinema, e gli è stato intitolato persino un asteroide (Hrabal, n°4112). Un consiglio ai lettori: un approccio troppo leggero ai racconti può essere destabilizzante, necessitano di totale concentrazione per essere davvero apprezzati. Infine, da leggere anche le preziose note al testo della traduttrice, Laura Angeloni, e l’accurata postfazione di Alessandro Catalano, curatore della raccolta: l’esperienza sarà completa.

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Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Una danza interiore tra il carpe diem e il memento mori

Valeria ci spieghi cosa sono gli arcani maggiori?

Gli Arcani Maggiori sono conosciuti dal grande pubblico con il nome di Tarocchi, termine che rimanda al disordine, al caos della carta Matto, alla psiche di ognuno di noi quando ci lasciamo sconvolgere, quando permettiamo all’inconscio di spettinare l’Io (1). Non è la stessa sfumatura del concetto di Arcano e nemmeno parola che richiama gli antichi Trionfi. Con Jodorowsky, i Tarocchi diventano ‘il Tarot’, ovvero un essere vivo, una creatura fatta di immagini che hanno attraversato i secoli senza mai disperdersi, anzi acquistando nel tempo sempre più forza e splendore. Mi trovo bene, io, nella dinamica del mezzo: vedo i ventidue Arcani come un elemento poliedrico che si cristallizza in una forma e lo fa solo transitoriamente. Sono loro, i Tarocchi, il grande Mercurio alchemico, materiale divino multi-verso, corpo anima e spirito raccolti in una sola Pietra Filosofale, figlio/figlia dei filosofi ermetici. I Tarocchi respirano, parlano, raccontano, abitano il mondo, spuntano come fiori in ogni angolo del nostro quotidiano, a partire dal ‘400 fino al 2021. Mi viene in mente una farfalla arcobaleno ferma in posa per un istante, pronta a ripartire di fiore in fiore, di mazzo in mazzo in mazzo di ogni colore e foggia: ecco l’anima arcana. 

Gli storici italiani più noti – Giordano Berti in primis, per citare il critico a me più vicino – non hanno dubbi nel situare l’origine di queste splendide icone nel mondo cortese del Rinascimento. Le nozze di Bianca Maria Visconti, la Milano degli Sforza, gli Estensi a Ferrara e dintorni, velluti e gioielli, banchetti, i fasti e il gioco elegante dei Trionfi come contraltare alla dilagante piaga del gioco d’azzardo; è Berti a scrivere che le prime Lame, icone lavorate a mano e incise in oro a bulino, erano così care, ma così care, che un mazzo costava praticamente come un palazzo.

Ludus triomphorum è il modo in cui le figure operano, prendendo spunto dal petrarchesco poema. Chi vince su chi? La Morte, si sa, batte ogni ruolo e trascina nella danza finale il Folle, così come l’artigiano-prestigiatore Bagatto, la bella Imperatrice con l’Imperatore, il Papa… Non c’è scampo, è vero, ma chissà se l’Innamorato avrà più Forza rispetto alla Senza Nome, scheletro disincarnato che non può mancare dal mazzo. E che dire del Diavolo? Se c’è una carta che ha stimolato la censura della Chiesa, e paura e tremore nel popolo, è di certo il Satanasso androgino che abita il cartoncino numero XV, tanto che l’attribuirgli oggi un ruolo creativo e vitalizzante ha richiesto il superamento di molti pregiudizi. Nel mazzo di Tarocchi, il Diavolo coesiste con l’angelo della Temperanza e con le altre venti Lame, in armonica danza da più di sei secoli. Vincitore assoluto del gioco? Forse il Mondo? Fortunello! 

I giovani cortigiani e le dame si sono sbizzarriti inventando motti e poesie a ogni estrazione di carte. Li troviamo immortalati nell’affresco di Palazzo Borromeo a Milano: che cosa sta sussurrando la dama al centro della rappresentazione? Dedicherà un verso improvvisato ai compagni raccolti intorno al medesimo tavolo? Questo era il modello, il modus operandi dei Tarocchi: un gioco culturale, un gioco per divertimento, un gioco per fare relazione nel gruppo, un gioco di società, un gioco educativo.

Di professione sei psicoterapeuta. Esiste una connessione tra il tuo lavoro e gli arcani? E, se sì, in che si sostanzia?  

Io lavoro con le persone, con i gruppi, con la differenza – le differenze – individuali, con quel teatro che ognuno di noi è dentro l’anima. Potrei spingermi a dire che io, tu, voi, loro… tutti siamo sempre i ventidue Tarocchi. Abbiamo in dotazione le carte del caso, le figure archetipiche più adatte a rappresentare il simbolo del momento, la fase di vita, il periodo che attraversiamo, l’attimo dell’esperienza tra Kronos e Kairos. Alcune immagini le conosciamo bene, e sono i ruoli che indossiamo più spesso, gli abiti mentali che più ci piacciono. Altri li disprezziamo, li evitiamo, proiettandone la potenza sul nemico di turno. Come psicodrammatista, oltretutto, opero attraverso il teatro che cura. Approfondendo lo studio della simbologia arcana, negli anni mi è sembrato il minimo lasciare che questi livelli archetipici si intrecciassero all’esperienza nel quotidiano. Oggi il Tarotdramma è un brand depositato, un metodo che unisce la drammatizzazione alle tecniche di scrittura creativa e al lavoro sulle competenze trasversali. Mi occupo di comunicazione in ambito formativo e mi piace lavorare anche a scuola con le immagini dei Tarocchi… ma non solo. Pensa che negli anni in cui facevo la tutor in Università conducevo laboratori di drammatizzazione sulle opere visive nella Storia dell’Arte. Inoltre, il Tarot si presta a raccontare la strada dell’individuazione: è un ottimo strumento anche per lo storytelling in psicoterapia.

Oggi, grazie ad Alejandro Jodorowsky, la visione evolutiva è diventata la via principale nell’approccio ai Tarocchi, uniti già alla fine del Quattrocento agli Arcani Minori, ovvero alle classiche carte da gioco, quelle con i ‘semi’ tipici del periodo e della regione di appartenenza.

Alejandro Jodorowsky ha acceso una nuova luce sui Tarocchi marsigliesi, i più popolari e anche i più complessi nella loro apparente semplicità. Sono proprio i marsigliesi a mostrare gli archetipi dell’inconscio collettivo più chiaramente, senza troppi fronzoli dati dai vezzi o dalla creatività degli artisti, per arrivare all’anima in modo diretto, profondo, trasformativo. 

Agli artisti e ai poeti resta aperta la possibilità dell’amplificazione. Così come ho fatto io stessa creando il mio mazzo.

I tarocchi per esprimere il disagio di vivere in una società sempre più votata al consumo?  

O per curare questo disagio.

Per andare oltre, offrendo ipotesi di trasmutazione, a patto che si possieda un Io-alambicco, un contenitore psichico per la trasformazione attiva dei contenuti. Per ottenere l’oro dalla feccia ci vuole un contenitore senza buchi, occorre curare lo spazio di accoglienza, la stanza dei simboli, la casa delle cose, altrimenti siamo parte del caos, siamo solo la carta numero zero, siamo il Matto perennemente in partenza ma sempre fermo sulla casella Start… o poco oltre. Perché le immagini sacre e profane che sono i Tarocchi ci possano dire qualcosa che sia utile per la nostra vita, occorre avere occhi e orecchie interiori, i sensi accesi e una porta solida, capace di aprirsi ma anche di chiudersi alle ipotesi di dipendenza.

La funzione delle tue illustrazioni credo che non sia solamente decorativa, giusto?  

Ho un rapporto particolare con il disegno. Nel libro, le immagini che ho disegnato si sposano alle poesie, ma questo è un processo che avviene in quasi tutte le mie produzioni letterarie. “Favolesvelte”, per esempio (Golem Edizioni). Per un anno ho intrecciato parole e tracce. Con il progetto Medicamenta – lingua di donna e altre scritture, insieme a Silvia Rosa, ho lavorato sullo stesso livello per illustrare l’antologia “Maternità marina”, ricamo di figure e versi, sketches e parole. Non concepisco un cervello split-brain: il cervello destro e il sinistro sono il mio stesso cervello. Sono mancina quando scrivo ma uso la mano destra per tutto il resto. Tendo a unire gli opposti in androginia e questo concetto vale un po’ per tutte le possibilità esistenziali, a più livelli. 

Uno stile poetico improntato a un certo rude pragmatismo, è la tua cifra stilistica personale o ti è stata ispirata dai Tarocchi? 

Sei per ora il primo poeta, scrittore e critico letterario a definire rude pragmatismo il mio stile; lo ammetto, questo concetto mi piace moltissimo. È vero, sono dura, e qualcuno potrebbe dire mascolina nel mio sguardo sul mondo, impietosa, ma al contempo non escludo possibilità di coscienza per la collettività, divento materna e accogliente di fronte alle debolezze della nostra specie. Per ora sinceramente curo la mia stessa individuale coscienza e collaboro alla cura di chi si rivolge a me – una visione ippocratica direi – sperando che ognuno nel collettivo possa avere modo di nutrire la propria vita in ottica evolutiva, ecologista, differenziata.

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L’EDOnista – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

L’EDOnista – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

Edoardo giovane rampollo di famiglia borghese con villa sulla collina “bene” torinese, vive in una bolla nella quale ha tutto ciò che vuole, ma definisce le sue giornate “fotocopie”.

Giornate sempre uguali: studio, amici alcool, droghe e donne per il suo puro piacere sessuale, tutte definite “Disturbia” con qualche aggettivo che le differenzia, ma tutte con la stessa caratteristica: la magrezza eccessiva.
Le usa a suo piacimento e poi devono sparire dalla sua vista quanto prima possibile.
Con gli amici fa scorribande nei locali dove c’è musica e si “tirano neri” fino all’alba.
Una famiglia in cui il padre fedifrago è sempre più fuori casa, lavora molto, il loro rapporto è nullo e la madre ricompensa con ritocchi di botulino e vita solitaria.

Finiti i bei tempi di quando era piccolo e andavano in vacanza dai nonni, non c’è rimedio il tempo non torna.
Viola sua compagna fin dall’asilo è la donna del suo cuore, ma lei ha molto da fare, tanti progetti di studio e ad un certo punto pure un fidanzato.
Non è un ragazzo tranquillo, sì bello e brillante, ma non sereno, ne prende sempre più consapevolezza e comincia la sua transizione scaricando, una sera, la sua rabbia contro il padre, dicendogli tutto quello che covava dentro e soprattutto a difesa della madre.

Uno tsunami arriva improvvisamente nella sua vita, quando va in Inghilterra dopo la laurea per un corso di studi, dalla zia Ginevra, sorella molto più giovane del padre e da lui detestata.

Il percorso per la presa di coscienza di quello che è Edo realmente e di quello che vuole essere, non è privo di ostacoli, ma scoprire nodi familiari sconosciuti ,riprendere a fare musica, apprezzare la solitudine e affrontare tante strane concomitanze impensabili, sono la condizione che potrebbero permettergli di ritrovarsi e finalmente scegliere quello che ritiene il meglio per lui.

Libro piacevole che si legge tutto d’un fiato, che affronta tematiche all’ordine del giorno, ma non semplici , una vetrina su una realtà giovanile complessa, scritto con linguaggio scorrevole.

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