3 panini a «Gli amanti perduti nel transfinito» dal Mangialibri

3 panini a «Gli amanti perduti nel transfinito» dal Mangialibri

Giuseppe e Maria, lui sedicente poeta e lei influencer che predica e pratica la verginità, sono in cerca del contesto ideale per vagliare nuovi orizzonti di intimità. Per loro sfortuna, il luogo prescelto non è un albergo qualunque, bensì l’Hotel Hilbert, che deve il nome al matematico tedesco, ideatore del Paradosso del Grand Hotel, e che si rivela una dimensione alternativa che segue le logiche dell’infinito. Li accoglie un istrionico portiere laureato in matematica, informandoli della difficoltà di assegnargli una stanza nonostante all’Hilbert le stanze siano infinite, e rimandando all’infinito la consegna delle chiavi per il semplice motivo che si è infatuato della donna. Il portiere chiama in causa Aristotele, Sant’Agostino e Nietzsche, e poi Kronecker e Gödel, rievocando i momenti cruciali nella storia della matematica, come la crisi dei fondamenti causata dalla scoperta, da parte di Russell, di una contraddizione nella teoria ingenua degli insiemi di Cantor, ovvero che non è possibile stabilire l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi come elemento, giacché, non contenendo se stessi come elemento, contengono se stessi come elemento. E così via, a furia di spiegare le applicazioni dell’infinito attuale e le caratteristiche dell’eterno ritorno, il portiere annichilisce Giuseppe e ammalia Maria, guidando quest’ultima tra le infinite meraviglie dell’infinito, dove tutto è possibile, e lo è infinite volte…

Gli amanti perduti del transfinito è un romanzo peculiare, divertente dalla prima all’ultima pagina, con momenti che metteranno alla prova il lettore poco predisposto alla matematica o che abbia urgenza di capire in che modo gli espedienti divulgativi plasmeranno la narrazione. Non ci si aspetti un racconto convenzionale: in una dimensione in cui tutto è possibile, non è necessario individuare gli snodi narrativi o comprendere una logica differente da quella della nostra presunta realtà. Meglio abbandonarsi come con la poesia, che d’altronde vive della non totale comprensione da parte del lettore; oppure pensare al piacere di immergersi in multiversi come quello di Epepe di Karinthy, con quel tipo di piacevole spaesamento. Curti è bravissimo ad animare il suo mattatore e a fargli sciorinare, in ordine crescente di difficoltà, ciò che bisogna sapere per immaginare l’infinito. Qualcuno si perderà strada facendo, ritrovando però sempre ad attenderlo l’umanità dei personaggi, per esplorare insieme un paradiso matematico in cui nessuno muore mai, o meglio, muore infinite volte e infinite volte rinasce e vive, e tutto gli è concesso, ogni gioia, ogni alternativa; l’infinito più grande, quello assoluto di Cantor, un nuovo Dio, benevolo e in qualche modo calcolabile. Curti consegna un’opera all’apparenza distante, quantomeno per impianto, dal precedente Quando i padri camminavano nel vuoto, segnalato dal Premio Calvino e pubblicato sempre da Miraggi, ma in realtà in dialogo con esso. Torna la qualità della scrittura, solida, accessibile e sorniona, tra il Buzzati raccontista e certi russi dei primi del Novecento, una prosa capace di umori diversi, di far danzare suggestione e matematica. Torna l’archetipo del padre, qui fondamentale nell’incapacità di Maria di autodeterminarsi, ma anche per il portiere, che ne ha ereditato l’idealizzazione dell’attrice Belinda Lee, così come era stata centrale in Quando i padri camminavano nel vuoto, nel quale l’autore esplorava l’autofiction e gli svantaggi di un genitore ossessionato dalla verbalizzazione. E ancora, torna la poesia, primo amore dell’autore, che qui caratterizza di sfuggita Giuseppe, ma che rimane una chiave di lettura di un testo all’apparenza razionalista che usa l’intelligenza per fantasticare sull’immortalità e sul libero arbitrio. Diventa chiaro, dopo che l’autore ci ha presentato le copie umane che si aggirano nell’Hotel, che Giuseppe e Maria potrebbero essere anche quelli biblici, e che impedendo loro di stare insieme, per gioco, il portiere stia predisponendo un presente radicalmente diverso da quello che conosciamo. Le interpretazioni di un simile romanzo sono infinite, e sebbene l’opera rimanga aperta (e come potrebbe chiudersi?), ben vengano esperimenti letterari che sanno stimolare zone intorpidite del nostro cervello, permettendoci di guardare il mondo, almeno per un po’, con uno sguardo diverso.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/gli-amanti-perduti-del-transfinito

Il tempo del potere, tra Cina ed Europa. Recensione a «Ore di piombo» su Huffpost

Il tempo del potere, tra Cina ed Europa. Recensione a «Ore di piombo» su Huffpost

di Marilù Oliva

Ore di piombo” di Radka Denemarkova è una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione, ma ci istrada verso la ricerca di un senso. Pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente

“La vita ti scaglia addosso i suoi temi con violenza.

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Le parole che in Europa piovono da ogni dove non significano niente.

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Le parole che in Cina si pesano su bilance minuscole significano vita o morte”.

Ore di piombo” (miraggi edizioni) è firmato dalla scrittrice ceca Radka Denemarkova e tradotto da Laura Angeloni. Si tratta di un libro di oltre novecento pagine con una personalità fortissima, di sicuro una sfida, una di quelle rare avventure che di rado regala il mondo editoriale. Lo scenario spazia dalla Cina all’Europa, raccontate da chi ne ha visto cadere le maschere. Una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione ma ci istrada verso la ricerca di un senso.

Una galleria di personaggi che incarnano vizi e fragilità umane, non nominati ma indicati in base al loro ruolo, dal Programmatore all’Amico, da Marziano al Diplomatico, dalla nonna alla Ragazza Cinese, oltre a creature quasi fiabesche come i due saggi gatti, Arancio e Mansur. Tra loro spicca la protagonista Scrittrice, dissidente in quanto portavoce dei valori di democrazia e libertà ora tanto vilipesi. Tutte assieme, queste figure portano avanti intrecci, relazioni e riflessioni che spaziano dal cammino dei popoli alla quotidianità, alla disgregazione, alla decadenza, alla perdita di ideali, ma anche all’amore:

“Non è colpa sua se gli uomini sono così stupidi da pensare che il primo evento degno di nota tra un uomo e una donna sia una notte d’amore. No, perché qualcosa accada davvero ci vuole pazienza, tenerezza. Nemmeno odiarlo le è di aiuto. L’odio è solo un’altra forma di amore, in egual modo disperata.”

Sono ore di piombo su un’Europa retriva, che non vuole lasciarsi destabilizzare dall’integrazione e chiude le porte ai rifugiati. I migranti vengono vissuti come invasori, cavallette voraci, e poco importa l’evidenza che essi fuggano da disastri ambientali o umani. L’Europa è un mercato che punta al profitto, qui le persone possono scendere in piazza ostentando il simbolo della forca, tanto nessuno le rimprovera, perché manca la riflessione, sorella del dubbio e dell’esitazione. Se la gente è spaventata, allora cerca un capro espiatorio, se la prende coi più deboli e la scissione tra eletti e diseredati è in agguato:

“La morale non è di cera, per questo devono in qualche modo giustificare le loro azioni. Il primo passo è dividere il mondo tra noi e loro. Inventare delle qualità negative da attribuire agli altri per denigrarli collettivamente, escluderli dalla società umana: gli altri sono primitivi, diffondono malattie, violentano le donne”.

La Repubblica ceca non è da meno e, quando Scrittrice torna al suo paese dopo una lunga lontananza, lo trova imbevuto di fascismo, “un paesello chiuso dal filo spinato”, gli abitanti rinunciano alla loro libertà in cambio della vana illusione del benessere.

Sono ore di piombo anche in una Cina velocissima, fatta di sorrisi e pazienza, ma dove non mancano gli eccidi e le imposizioni. Si tratta di una nazione dove nulla è come sembra, dove l’apparenza si sdoppia per permettere rivelazioni solo a chi vuole andare in profondità. Lì troverà, assieme a tanta bellezza, anche la crudeltà della repressione, dell’obbedienza, della devozione cieca al comunismo:

“Che aspetto oggi assumono il potere dei senza potere e l’impotenza dei potenti? La società è come un rene ipertrofico che non riesce più a purificare il sangue. La milza non funziona e le tossine vengono reimmesse nelle vene. Se un trauma di famiglia non viene purificato, va a gravare sulle generazioni successive. La speranza che le disgrazie rendano gli uomini umani è ormai disattesa”.

Un libro epico, inaspettato, spietato ma che trasuda umanità, pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente.

QUI l’articolo originale: https://www.huffingtonpost.it/blog/2024/10/30/news/il_tempo_del_potere_tra_cina_ed_europa-17588246/

Editori Indipendenti – Intervista a Fabio Mendolicchio di Miraggi Edizioni

Editori Indipendenti – Intervista a Fabio Mendolicchio di Miraggi Edizioni

Dopo aver intervistato Mattioli 1885,  Astarte edizioni e Prehistorica Edizioni, Free Zone Magazine continua la serie di interviste a Editori Indipendenti perché riteniamo che il loro ruolo nel campo dell’editoria sia da sempre di vitale importanza.  Ciò per il lavoro di accurata ricerca, da loro svolto, nell’individuazione di autori e libri di particolare interesse, oltre che valore letterario, che altrimenti non troverebbero opportunità di pubblicazione da parte dei grandi editori, restando pertanto sconosciuti.
Lo scopo dell’intervista verte anche su comprendere le strategie editoriali, commerciali e di comunicazione messe in atto dalle case editrici stesse per affrontare la competizione con i giganti del settore cercando di offrire un catalogo ricco di titoli di qualità e di conseguenza permettere loro di restare sul mercato.
Ma come riescono ad essere attrattivi per i lettori che sempre più si stanno contraendo numericamente, mentre quelli che non abdicano al libro sono sempre più esigenti nel cercare una letteratura che sia stupefacente?
Attraverso le nostre domande ai responsabili editoriali cerchiamo di comprendere meglio cosa si muove dentro queste realtà che Free Zone Magazine da sempre apprezza e a cui vuole dare sempre più visibilità.

FZM: Quando e come sono nati il vostro progetto e il relativo nome?

FM: La casa editrice è nata al Salone del Libro del 2010 ma l’idea nacque nel lontano capodanno che passammo insieme io e Alessandro De Vito, l’alcol fu complice. In realtà lui lavorava per un’altra casa editrice che sfruttava il suo apporto semi gratuito per pubblicare, io arrivavo da un corso di grafica creativa che feci con l’intento di applicare ciò che imparavo in cucina, eravamo lettori entrambi ed è partita la sfida. Sul nome facemmo un enorme lavoro di meditazione e ricerca, poi venne fuori in sintesi Miraggi, evocativo!

FZM: Qual è la linea editoriale della vostra casa editrice?

FM: Il catalogo di Miraggi per questo si è sempre contraddistinto tanto per lo stile, curato e riconoscibilissimo fin dalle copertine, che per la scelta di pubblicare libri perseguendo anche le strade meno battute. Dal 2017 abbiamo cambiato rotta aprendo una nuova linea editoriale prettamente letteraria che porta nel nome il tipo del font utilizzato: Baskerville. Quindi, oggi sono due le linee editoriali caratterizzate dal tipo di font utilizzato in cui si divide il catalogo che stiamo costruendo:
Miraggi Baskerville la linea editoriale di alta qualità letteraria dedicata soprattutto alle traduzioni e non mancano gli italiani, a sua volta divisa in quattro filoni: Scafiblù, NovaVlná, Tamizdat e Janus|Giano.
Miraggi Garamond la linea più pop, dedicata agli esordienti, agli autori affermati, ai saggi e ai fumetti, contenitore da sempre di innovazioni e testi sperimentali.

FZM: Quali criteri seguite nella scelta dei titoli da pubblicare?

FM: L’intento è da sempre quello di “fare” i libri che altri non fanno, quelli che ci piacerebbe trovare in libreria, e spesso non si trovano. Però sempre ricercando opere di qualità capaci di costruire un catalogo forte e in grado di resistere nel tempo.

FZM: Come mantenete un equilibrio tra la necessità di sostenibilità economica e la volontà di proporre libri di valore culturale ma meno commerciali?

FM: Ognuno di noi fa anche altro in parallelo, in modo da poter re-investire le risorse e i guadagni.

FZM: Quali sono le principali difficoltà che un editore indipendente incontra oggi nella distribuzione e nella visibilità dei propri libri?

FM: La prima difficoltà deriva dalla quantità di libri che vengono immessi nel mercato ogni giorno, superiore alle duecento copie. Una follia che perlopiù finirà al macero. Si produce per buttare via. Questo fenomeno andrebbe regolato in qualche modo e soprattutto con onestà ma ahimè, credo, rimarrà così.

FZM: Come scovate nuovi talenti letterari? Avete un metodo particolare per valutare un manoscritto?

FM: Leggendo, facendo ricerca e selezionando. Attraverso premi e suggerimenti di diversi addetti ai lavori. Diciamo che dal 2017 pubblichiamo per 3/4 traduzioni e una collana è dedicata alla letteratura ceca, perché il mio socio Alessandro De Vito è di madre ceca e quindi è stato abbastanza naturale prendere quella direzione.

FZM: Quali caratteristiche deve avere un autore affinché la vostra casa editrice decida di investire su di lui?

FM: Essere prima di tutto un lettore ma in realtà ci si accorge subito di questo elemento leggendo poche righe o poche pagine. In ogni caso deve avere una sua voce e qualità letterarie un po’ alte.

FZM: Avete mai rinunciato a pubblicare un libro che vi sembrava valido per ragioni di mercato?

FM: No, se un libro ci sembra valido, importante, urgente cerchiamo sempre di portarlo avanti.

FZM: L’intelligenza artificiale sta entrando anche nel mondo editoriale, dalla traduzione alla scrittura automatizzata. La considerate una risorsa o un rischio per il vostro lavoro?

FM: Non credo sia un problema, fa parte dell’evoluzione. Consideriamo AI uno strumento da utilizzare come tanti altri, al servizio del risultato finale, di massima qualità.

FZM: Come vedete l’evoluzione del libro cartaceo rispetto al digitale nei prossimi anni?

FM: Per noi il libro fisico è un oggetto prezioso e necessario, lo dimostriamo con la cura che mettiamo in tutte le fasi di lavorazione, dalla scelta della carta, alle grafiche, alla selezione dei testi. Ci battiamo per la dignità dei libri e per il loro diritto all’attenzione, anche a distanza dalla data di pubblicazione. Nell’era del digitale, non è un caso che i libri cartacei abbiano mantenuto il loro fascino. Crediamo che il libro di carta non morirà mai.

FZM: Come valutate l’attuale situazione del mercato? Quali sono le vostre strategie, visto che secondo indicatori si legge sempre di meno?

FM: La nostra strategia, che poi è una non strategia, si basa sulla ricerca continua e sulla selezione di testi e letture che ci piacciono e appassionano. Non ci arrendiamo all’idea di un pubblico disattento, deconcentrato, che ha bisogno di cose poco impegnative. Il nostro impegno è quello di mantenere alta l’asticella dell’attenzione e della curiosità. Negli anni ci siamo specializzati nella letteratura clandestina, ovvero le opere che venivano sottoposte a censura, a divieti, quelle che trattavano argomenti scomodi o difficili. Addirittura, abbiamo una collana dedicata alla Repubblica Ceca.

FZM: Come vi ponete di fronte al sistema di distribuzione? Librerie indipendenti, megastore, grande distribuzione, vendite online e vendite dirette, quale secondo voi è il miglior canale di vendita?

FM: Il problema della distribuzione è un tema caldo per l’editoria in generale, ma in particolare per i piccoli editori. Tutti vorremmo avere vendite da capogiro e vedere i nostri libri nelle vetrine di ogni libreria, il problema è che vengono pubblicati centinaia di libri al giorno e ovviamente i grandi distributori offrono un servizio di miglior posizionamento a seguire di costi e percentuali quasi proibitivi in un’ottica di guadagno complessivo. Bisogna tarare bene gli investimenti economici e le energie e anche effettuando una distribuzione indipendente, a volte sommando tutti i microconti insoluti delle librerie, si creano delle somme considerevoli e fare recupero crediti diventa un altro lavoro sfiancante a cui è impossibile dedicare tutte le energie necessarie. Diciamo che come tutte le cose, la soluzione sta nell’equilibrio e poi alla fine, con fatica, sudore, e tenacia, una sorta di equilibrio si trova, ma si potrebbe sicuramente fare meno fatica, se il sistema editoriale fosse più virtuoso.

FZM: Quanto sono importanti per voi le fiere di settore? Rappresentano un investimento strategico o un costo difficile da sostenere? Quali fiere considerate più utili per il vostro lavoro e perché?

FM: Le fiere sono fondamentali per l’incontro. Incontrarsi dal vivo e poter toccare con mano quello che spinge la gente ad avvicinarsi per la prima volta al nostro stand, oppure chiacchierare con chi già ci conosce o ci ha conosciuto da poco, è una delle risorse migliori di cui disponiamo per poter migliorare ogni giorno. I lettori ci raccontano cosa gli è piaciuto e cosa no e, in un reciproco scambio di fiducia e condivisione, ci si confronta e incontra. I costi delle fiere però sono proibitivi, se tutto va bene, solitamente, si riescono a coprire i costi vivi e si torna a casa con nuovi contatti e nuove idee da sviluppare.

FZM: Il costo dei libri è in continuo aumento. Qual è il vostro pensiero di fronte alla politica degli sconti? Quella applicata (per decreto) attualmente vi sta bene o siete contrari?

FM: Dobbiamo accettarla come tutti… riteniamo che non dovrebbe esserci nessuno sconto, l’unica vera legge che terrebbe conto e darebbe valore al prezzo di copertina.

FZM: Rispetto ai social network, li utilizzate oppure quale altro tipo di strategia adottate per promuovere le vostre attività? Se poteste cambiare un aspetto del mercato editoriale attuale, quale sarebbe?

FM: Noi mettiamo in atto qualsiasi strumento per far conoscere il nostro lavoro, il nostro catalogo. Certo che utilizziamo i social network e continuiamo a fare incontri, organizzare tour, inventiamo nuovi modi come per esempio L’IBRIdaCENA che organizzo io (essendo cuoco da oltre trent’anni) che trasforma le librerie in ristorante per una sera.

FZM: Che rapporto avete con le altre case editrici? Secondo voi è possibile “fare rete” tra editori?

FM: Con gli altri editori abbiamo ottimi rapporti ma in 15 anni abbiamo partecipato ad ogni forma di associazionismo di categoria e finora posso dire che tutte le iniziative sono fallite. Culturalmente non è possibile fare rete quando ognuno pensa solo a se stesso.

FZM: Qual è il libro che avete pubblicato di cui andate più fieri e perché?

FM: Non ce n’è uno in particolare, potrei rispondere almeno per collana, per esempio nella Scafiblù IL BUON AUSPICIO di Lorenza Ronzano, nella collana di letteratura ceca IL BRUCIACADAVERI di Ladislav Fuks con traduzione di Alessandro De Vito, in quella delle traduzioni dal mondo clandestine Tamizdat SUL FILO DELLA LAMA (Memorie della disintegrazione) di David Wojnarowicz traduzione di Chiara Correndo, in quella di traduzioni dal mondo con il testo originale a fronte Janus|Giano PRIMO AMORE di Ivan Sergeevic Turgenev con traduzione di Barbara Delfino.

FZM: Indicateci un autore che avreste voluto pubblicare ma che vi è sfuggito?

FM: Io che li ho conosciuti abbastanza bene e li ho letti, posso fare due nomi abbastanza recenti come Giuseppe Quaranta e Luigia Bencivenga.

FZM: Se un giovane ambisse a lavorare in una casa editrice, quali competenze dovrebbe avere e quale percorso formativo sarebbe opportuno portasse in dote?

FM: Leggere, leggere, leggere. Leggere le cose giuste, i grandi, ma occorre leggere, essere assetati e affamati di grandi letture, come siamo noi poi per il resto serve esperienza, noi abbiamo impiegato circa 7 – 8 anni per capire se andare avanti, come andare avanti, ogni errore si paga molto caro e bisogna puntare molto in alto.

FZM: Potete accennare alle vostre prossime novità editoriali? Avete un grosso “colpo in canna”?

FM: Beh sì… a novembre uscirà un altro titolo di Bohumil Hrabal, forse il più grosso scrittore ceco di tutti i tempi, con il titolo PABITELE e in versione integrale con una sorpresa che sarà spiegata e raccontata su questo libro che è nel meridiano Mondadori. Di questo autore abbiamo già pubblicato due inediti come LA PERLINA SUL FONDO e l’unico suo saggio COMPITI PER CASA. Inoltre di Hrabal abbiamo preso i diritti di altre 5 opere che usciranno nei mesi e negli anni a venire!

Un sentito grazie a Fabio Mendolicchio  e alla splendida realtà che ha creato insieme ad Alessandro De Vito

Fabio Mendolicchio

QUI l’articolo originale: https://freezonemagazine.com/articoli/editori-indipendenti-intervista-a-miraggi-edizioni/

Nel buio di Morelli: il viaggio iniziatico raccontato da Nicola Neri

Nel buio di Morelli: il viaggio iniziatico raccontato da Nicola Neri

di federica Mingozzi

“Sono in missione per conto della mia vita”

Queste parole, estrapolate dal testo, sono una delle possibili chiavi di lettura della storia, che è una non-storia in quanto ciò che è accade è vissuto (e narrato) soprattutto a livello introspettivo: non ci sono eventi che scardinano la quotidianità né incontri fulminanti e fulminei in grado di spazzare via tutto. 


Eppure… eppure la vicenda attrae il lettore come se fosse una saga e lo porta in una spirale di discesa in cui Morelli, il protagonista, invischia sé stesso e gli altri. Non è un caso che i capitoli siano numerati in progressione da dieci a zero, anticipando a chi legge che si sta scendendo e che, alla fine del percorso, si toccherà il fondo. Per rinascere o per sparire? Come ha già detto qualcuno “Ai posteri l’ardua sentenza” poiché la meraviglia della parola affilata di Neri consiste proprio nel non chiudere la spirale, ma nel lasciare spazio a possibilità di lettura multiple, ognuna vera per sé stessa e piena di conseguenze. È un viaggio iniziatico quello narrato, un viaggio che Morelli compie a due livelli: fuori e dentro di sé. Fuori perché si muove in auto, alla ricerca di un dove che gli sembra l’ultima, possibile scelta; dentro perché, viaggiando, incontra sé stesso e alcune alterità, con cui si intrattiene al telefono per riannodare fili, non di rapporti perduti (o meglio, non solo di rapporti perduti), ma di quel finito contro cui vuole lottare, ma che, per paradosso, lo attrae con la sua pretesa di normalità.

È così che le voci finiscono per costellare il buio: note o non note, diventano in fondo alter ego dell’attore principale, che recita la sua parte con fatica, con il desiderio di liberarsi dalle pastoie di un’esistenza che non sente più sua. Si percepiscono il rimpianto, la malinconia, talvolta la noia, una serie di sensazioni che non dovrebbero riguardare un trentacinquenne ancora nel pieno delle sue attività. Eppure… anche qui c’è un eppure, perché Morelli è intriso di consapevole tristezza e la scandaglia per comprenderla, per dare un senso a quello che sembra non averne.

Non è un romanzo questo, per lo meno non lo è nel senso tradizionale del termine: è molto di più. È un racconto di un viaggio, a volte fastidioso nel suo involversi in tortuosi movimenti, reali e non, perché mette in evidenza il nostro limite; è un nostos, perché alla fine si ritorna, sempre, anche se non è importante dove; è poesia, perché la parola si piega all’atto creativo di un fine cesellatore, che sente l’esigenza di essere poesia in ogni capitolo per spiegarsi ancora di più. Soprattutto è un percorso che Morelli fa per tutti noi, per insegnarci che siamo fallibili e che possiamo perderci, ma che, in fondo, siamo in grado di ritrovarci; e lo fa indicandoci la possibilità: “La strada è dentro di te e aspetta che ti abbandoni alla sua saggezza”. Solo abbandonarci, dunque, ci salva: alle emozioni, al nostro divenire perché solo così potremo sperimentare l’infinito nella sua essenza: inconoscibile e vero.

QUI l’articolo originale: https://www.exlibris20.it/nicola-neri-non-commettere-infinito/?fbclid=IwY2xjawNUR9FleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETAwVmU1a1p5bmdwa0dkWGU1AR52CvmrbCaH4oFp7MhTi1Aau32wvvGftPbY7pqIfFn5-wRn02hSsdsHqMmeiA_aem_ychvnWfuKjZGIR4e53T2fA

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Un’Odissea fra macerie milanesi. Recensione a «Il cimitero delle macchine» su «Leggere:tutti»

di ALBERTO PAOLO PALUMBO

Proposto al Premio Strega 2025, Il cimitero delle macchine è l’ultima fatica letteraria di Sergio La Chiusa dopo i precedenti I Pellicani e La madre nel cassetto.

Protagonista è Ulisse Orsini, che nonostante il nome “non pare avere ereditato nulla dell’antenato illustre e si direbbe piuttosto un personaggio nella media, anzi sotto la media”.

Ulisse è un personaggio in esubero, un antieroe della postmodernità senza dèi e profezie a proteggerlo: licenziato dalla ditta presso cui lavorava e sfrattato di punto in bianco da casa sua, il protagonista si ritrova in pigiama e con in mano una valigia contenente biancheria intima a vagare per Milano, “la città delle opere” i cui palazzi di cemento addobbati con le pubblicità dei più famosi marchi di moda e aziende multinazionali sembrano promettere lusso e benessere, ma in realtà nascondono macerie di una società che mira solo al profitto lasciando indietro gli ultimi e negando loro un’idea di futuro. A far da guida al protagonista in questa grottesca wasteland metropolitana sarà Lazzaro Lanza, un imbianchino che professa la rivoluzione, ma che continua a lavorare per i potenti per poter pagare il mutuo e mantenere la propria famiglia.

Il cimitero delle macchine è raccontato da una voce narrante invadente, che costruisce e decostruisce il romanzo giocando con il lettore e le sue aspettative sulla storia che vengono sempre disattese, a riprova del fatto che Ulisse Orsini sia un uomo incapace di compiere delle scelte di propria iniziativa e dunque succube delle decisioni altrui e del flusso degli eventi.

Con grande ironia e gusto per il grottesco, Sergio La Chiusa bene illustra il fallimento delluomo contemporaneo nel cambiare le cose, incapace di guidare il cambiamento lasciando sì che siano gli altri a fare la rivoluzione per lui, pur sapendo, però, che gli altri sono guidati da uno sfrenato individualismo ed egoismo e che per tutelare i propri interessi sono disposti a rinunciare ai propri ideali.

QUI l’articolo originale sulla versione sfogliabile della rivista: https://www.sfogliami.it/fl/319403/q9tp4xztxthxgxq8eeubmtmceh6jhmd#page/40

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David Wojnarowicz tra i libri del mese – settembre 2025 di «The Vision»

David Wojnarowicz tra i libri del mese – settembre 2025 di «The Vision»

Da un saggio che analizza la nuova creator economy al memoir dell’artista statunitense David Wojnarowicz, tra fotografia e AIDS, passando per riflessioni sull’accostamento della fisica quantistica alle filosofie orientali, su come indagare la vita sottomarina ci aiuti a capire cosa significhi “vivere” e sull’Italia oltre l’immagine dell’overtourism, ecco cosa abbiamo letto a settembre 2025.

Sul filo della Lama di David Wojnarowicz (Miraggi edizioni)

“Vivere ai margini dei margini”. È così che David Wojnarowicz, artista, scrittore, fotografo e attivista statunitense morto nel 1992 a 37 anni, avrebbe descritto la sua vita. Ed è proprio in quei margini che si muove Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, il suo memoir finalmente tradotto anche in Italia. Un testo che non è un libro ordinario, né per forma né per contenuto: è una testimonianza carnale, rabbiosa, spesso lirica, della vita ai margini, della solitudine, dell’identità queer vissuta in un contesto ostile, della crisi dell’AIDS negli anni Ottanta e dell’arte come strumento di sopravvivenza e resistenza. Wojnarowicz scrive alternando frammenti autobiografici, riflessioni politiche, visioni oniriche, sogni e incubi urbani in una struttura spezzata, non lineare, che rifiuta le forme canoniche del memoir. La disintegrazione del titolo è non solo fisica – legata alla malattia, alla perdita, all’emarginazione – ma anche narrativa: ogni tentativo di comporre una linearità viene distrutto dall’urgenza di dire, di denunciare, di ricordare. Anche la sua arte è così. Lavora con ogni mezzo: pittura, fotografia, collage, video, scrittura. Il suo immaginario è fatto di simboli ricorrenti – il volto di Rimbaud usato come maschera, uomini con la testa di toro, cartine geografiche, animali, simboli religiosi, corpi spezzati, immagini pornografiche – sempre intrecciati con riflessioni feroci su sessualità, identità, religione, capitalismo, morte.

Wojnarowicz racconta l’infanzia segnata da abusi in famiglia, la vita da sex worker adolescente, le prime esperienze sessuali vissute in un’America che criminalizza il desiderio omosessuale, le morti degli amici, la presenza costante dell’AIDS come spettro e come condanna. Non cerca né pietà né espiazione: scrivere per lui è un atto di militanza e insieme di disperata affermazione di sé. Eppure dentro questa ferita che è esistere pulsa una forma di amore profondo, per la vita, per la bellezza, per chi non ha voce. Dopo aver scoperto di essere sieropositivo, trasforma il corpo malato in uno strumento di denuncia. Attacca frontalmente l’omofobia istituzionalizzata, il silenzio del governo Reagan, la complicità della Chiesa e delle case farmaceutiche. Usa l’arte come forma di lotta, con performance e opere che gridano indignazione, pietà, furia. Il suo diario personale, infatti, si fa eco di urgenze ed esigenze collettive, in cui l’arte, soprattutto, non è solo denuncia ma anche cura, alleanza, gesto di connessione, tentativo disperato ma tenace di spezzare l’isolamento del singolo. “Trasformare il privato in qualcosa di pubblico è un’azione che ha ripercussioni enormi nel mondo preconfezionato”, diceva. E aveva ragione, lo è ancora oggi.

QUI l’articolo originale: https://thevision.com/cultura/consigli-libri-settembre-2025/

Recensione-Intervista a «il cimitero delle macchine» su Il Posto delle Parole

Recensione-Intervista a «il cimitero delle macchine» su Il Posto delle Parole

di Livio Partiti

Giocando con le regole del patto tra narratore, personaggio e lettore, La Chiusa prende un’esistenza fittizia e anodina, per quanto emblematica, un personaggio da romanzo – Ulisse Or­sini – e ci invita a osservarlo da vicino: un soggetto improduttivo, in esubero, ossessionato dalla propria sensazione di illegittimità; uno che ha perso il lavoro e si rintana in casa, riducendosi a sgattaiolare sul pianerottolo per non incontrare i rispettabili condomini. Lo colloca in una metropoli nei primi anni Duemila, riconoscibile eppure fantastica, un cantiere interminato, coerente solo nella propria vocazione di «città della moda e degli eventi»; e lo segue nella sua tragicomica odissea urbana, attraverso paradossali ambulatori e ospedali simili a penitenziari, per vie ridotte a scarni residui dello sfruttamento economico, finché giunge – in mutande e con una valigia piena di biancheria – in una discarica dell’hinterland. Qui, nel cimitero delle macchine, tra i reietti accampati in mezzo a rottami e carcasse d’auto, Ulisse conosce Lazzaro Lanza, un imbianchino con aspirazioni messianiche, che lo trascina nelle azioni del suo movimento rivoluzionario (e nei suoi lavori di tinteggiatura). Il sardonico avvicendarsi di sipari architettato dall’autore rivela tutta l’assurdità del mondo contemporaneo e registra l’inesausto stato di tensione tra l’insostenibilità del reale e la fuga nell’immaginazione. Una tensione che ingabbia Ulisse e gli altri personaggi del romanzo, facendone le nostre grottesche controfigure.

Sergio La Chiusa è nato a Cerda (PA) il 23 settembre 1968 e vive a Milano. Ha pubblicato nel 2020 il romanzo I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi), finalista nel 2019 al Premio Italo Calvino, dove ha ricevuto la Menzione Speciale Treccani per l’originalità linguistica e la creatività espressiva, e nel 2021 al Premio nazionale di narrativa Bergamo, al Premio Giuseppe Berto e al Premio Fondazione Megamark. Nel 2023 ha pubblicato il racconto lungo Madre nel cassetto (Industria & Letteratura) e nel 2024 il romanzo Il cimitero delle macchine (Miraggi). In poesia ha pubblicato nel 2005 la plaquette I sepolti (Lietocolle), finalista Premio Montano 2006, e l’e-book Il superfluo (E-dizioni Biagio Cepollaro). Suoi testi sono presenti su riviste e blog culturali, tra cui “Nazione Indiana”, “Le parole e le cose”, “Il primo amore”, “L’Ulisse”. Ha partecipato a pubbliche letture e iniziative culturali, tra cui RicercaBO.

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