3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

di Damiano de Tullio

Tre

Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…

Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucinaCanti del caosLa cipollaIl gridoL’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.

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QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-buon-auspicio

Luca Ragagnin con il musicista Orlando Manfredi a «Volume» su Radio Popolare

Luca Ragagnin con il musicista Orlando Manfredi a «Volume» su Radio Popolare

di Elisa Graci e Dario Grande

Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.

Ascolta qui la clip del passaggio radio: https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_05_05_2026_16_58

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

di Fabio Sarno

Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato

Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.

I dieci passi di Nick Drake è uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.

Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.

È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.

Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.

Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.

La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink MoonPlace to beParasiteRiver manCello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.

Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.

E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.

Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.

Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.

Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.

Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.

Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.

I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.

Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.

Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.

Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.

Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.

E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.

E non c’è più tempo.

QUI l’articolo originle: https://www.exlibris20.it/nick-drake-e-il-silenzio-della-musica/

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.

La nota del giorno dopo

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/La-nota-del-giorno-dopo-del-05052026-ba7bf497-84ea-4c5e-a51f-81efd47f22c7.html

Recensione a «i dieci passi di Nick Drake» sul blog Tonyface.blogspot.com

Recensione a «i dieci passi di Nick Drake» sul blog Tonyface.blogspot.com

Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem. 

Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.

Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia.
Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.

Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.

QUI l’articolo originale: https://tonyface.blogspot.com/2026/04/luca-ragagnin-i-dieci-passi-di-nick.html

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«I dieci passi di Nick Drake»: Luca Ragagnin racconta l’artista assoluto. Recensione sul blog inprovincia.it

«I dieci passi di Nick Drake»: Luca Ragagnin racconta l’artista assoluto. Recensione sul blog inprovincia.it

TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.

Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.

Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.

Dieci passi, un destino

Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.

Arte, cancellazione, memoria

Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.

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QUI l’articolo originale: https://www.inprovincia.it/2026/01/13/i-dieci-passi-di-nick-drake-luca-ragagnin-racconta-lartista-assoluto/

La breve vita di Nick Drake in un racconto che cattura – Recensione su «Il Trentino»

La breve vita di Nick Drake in un racconto che cattura – Recensione su «Il Trentino»

di Carlo Martinelli

Ignorato o quasi in vita (i suoi tre dischi vendettero complessivamente meno di cinquemila copie), il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974) ha conosciuto post mortem una fama del tutto meritata. Oggi la sua voce inconfondibile, struggente, accompagna le pubblicità televisive o fa da colonna sonora nei film di registi di culto. Artista appartato e nascosto a dir poco, Nick Drake riceve l’omaggio appassionato di Luca Ragagnin, prolifico autore di romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie nonché paroliere per artisti quali Subsonica, Delta V, Venditti, Mina. 

Attenzione: questo suo «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi edizioni, 236 pagine, € 22) non è una biografia, bensì un romanzo, coraggioso e riuscito a partire dalla scelta di raccontare la vita breve di Nick Drake (con tracce di autodistruzione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, uomo fragile nella vertigine di cambiamenti epocali, e non solo in musica) affidando la voce narrante all’artista stesso, che parla in prima persona. Un romanzo che cattura a partire dal titolo. Già: perché dieci passi? Semplice: è riapparso un brevissimo filmato, lo si vede su YouTube. La ripresa sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In tutto dodici secondi nei quali spunta di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. A partire da quei passi Luca Ragagnin costruisce una doppia ammaliante narrazione, utilizzando due caratteri diversi per distinguerle. Da una parte la cronaca della vita di Nick Drake, affidata alla sua voce. Dall’altra, in maiuscolo, un flusso di coscienza interiore, fatto di sogni e visioni.

«I dieci passi di Nick Drake» – Recensione su «Rock Nation»

«I dieci passi di Nick Drake» – Recensione su «Rock Nation»

di Marco Olivotto

Romanzo (peraltro rigorosamente storico) che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine.

È difficile riassumere in poche righe la produzione letteraria di Luca Ragagnin: per la sua estensione e perché attraversa i confini di generi diversi. Ha pubblicato romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie. A questo va aggiunta la sua attività di paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao, e molti altri. Il suo ultimo libro “I dieci passi di Nick Drake” è uscito per Miraggi Edizioni il 28 gennaio nella collana Scafiblù.

È lecito chiedersi se un’altra biografia di Nick Drake possa avere senso, perché la sensazione è che tutto ciò che andava scritto su quello che è uno dei più grandi cantautori inglesi degli anni Settanta sia già stato scritto. Dal fondamentale libro di Nick Humpries (1997) a quello più recente di Richard Morton Jack (2023), passando per l’archivio creato da Gabrielle Drake, sorella di Nick, e da Cally Callomon (2014), l’opera pareva conclusa. Non solo in Albione, ma anche in Italia, dove va ricordato il saggio di Ennio Speranza “Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione” (2020). La domanda è lecita anche perché, se una biografia viene scritta con cura e aderenza alla verità storica, non rimane molto da aggiungere.

Ebbene, Luca Ragagnin dimostra l’esatto contrario. La sua ultima fatica non è tanto una biografia, quanto un romanzo (peraltro rigorosamente storico), che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine: la prima persona. Il libro, materialmente scritto dall’autore, ha la voce dello stesso Nick, grazie a un processo di immedesimazione che trova pochi precedenti nelle mie letture. Lo straniamento che ciò provoca al lettore nelle prime pagine si trasforma presto in un’attrazione magnetica che non dà tregua: mi sono trovato più volte a leggere il libro “at that time of the night”, per citare i Marillion, incapace di smettere. La sensazione è talvolta quella di avere tra le mani un libro scritto con la tavola ouija, utilizzata dagli spiritisti per comunicare con i defunti nelle sessioni medianiche.

Bisogna partire da due punti fondamentali. Il primo ha a che fare con un fatto misterioso e quasi incredibile: come è noto, non esiste alcun filmato che ritragga Nick Drake adulto, tranne uno. Lo si può reperire su YouTube, e dura appena dodici secondi. Mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina, in quello che pare essere un festival musicale, peraltro sconosciuto. Non c’è neppure la certezza che si tratti di lui, anche se la probabilità è altissima. Ragagnin parte da quel filmato, in cui Nick compie dieci passi, e tutta la storia ruota attorno a quei passi, analizzati uno per uno, che diventano la metafora di una vita malata e troppo breve, sulla quale il 25 novembre 1974 scenderà il buio per sempre. Il secondo si riferisce alla scelta di incastrare due narrazioni alternate, utilizzando due font diversi per distinguerle. Il testo normale, per così dire, è più vicino a una cronaca dei fatti, pur narrata in prima persona; quello in maiuscoletto dà voce all’inconscio, in un flusso di coscienza interiore che emerge da sogni e visioni.

È soprattutto la parte inconscia a trascinare il lettore dentro il caleidoscopio delle immagini spesso confuse che solcano la mente del protagonista. Con una particolarità: il linguaggio, mano a mano che si procede, si corrode sempre di più. Verso la fine, il tessuto connettivo dei pensieri si sfalda del tutto, a simboleggiare il procedere della malattia che finirà per portarsi via Nick a soli ventisei anni, per overdose di medicinali. I vortici del linguaggio hanno una funzione precisa: non solo testimoniano l’immedesimarsi dello scrittore con il personaggio, ma conducono il lettore stesso a sentirsi Nick Drake. È impressionante la minuta cura dei dettagli, segno palese di uno studio approfondito delle biografie esistenti. Soprattutto, sorprende la perfetta aderenza tra le due voci che attraversano il romanzo: Luca Ragagnin diventa, letteralmente, Nick Drake, ed è molto difficile comprendere quanto la narrazione riguardi l’artista e quanto invece il vissuto personale dell’autore, perlomeno a livello di identificazione psicologica. Il fatto, poi, che le immagini della storia siano assai vivide e allo stesso tempo provengano inevitabilmente da un Altrove che si trova oltre la vita, è il vero colpo di grazia dell’opera. In senso stretto, perché la sensazione è che l’autore abbia scritto in uno stato di grazia raro, utilizzando al contempo tutto l’estro e la competenza letteraria di cui è dotato.

Per necessità, “I dieci passi di Nick Drake” è un libro privo di futuro: è una visione a tunnel che può solo volgersi all’indietro. Tuttavia, pur nel compiersi di una tragedia annunciata, non è un libro negativo. Il distacco di Nick dalle cose del mondo, dalla fama (pure in parte desiderata), l’abbandono di tutto per dedicarsi esclusivamente alla musica, che in ultima istanza sarà la carrozza che lo accompagnerà alla sua fine, non ha il colore degli occhi di un cane nero. Una leggerezza seminascosta attraversa il romanzo, quasi ad aprire uno spiraglio su una dimensione parallela in cui le cose-del-mondo non arrivano perché non hanno alcun senso. Il sottotesto, inteso come rapporto tra il protagonista e il suo dilemma, è ricchissimo e ramificato: punta al conflitto tra la creazione artistica e la sua proposta al mondo; apre domande sull’amore e la sua natura (qual era la vera natura dei sentimenti di Nick verso Françoise Hardy?); descrive alla perfezione la sindrome dell’impostore, quel senso di perenne inadeguatezza che era uno dei pilastri del carattere di Drake e che affligge troppe persone di valore. La lista potrebbe continuare a lungo.

La conclusione è paradossale: scrivendo un libro su uno degli artisti che più ha incarnato il desiderio di sparizione, Ragagnin ha donato al mondo un libro che rischia seriamente di sopravvivere al tempo, ed è quasi una pietra miliare su diversi fronti – non ultimo quello della narrazione autobiografica per interposta persona. Un’operazione difficile ma sublime, che in questo caso è riuscita alla perfezione. “I dieci passi di Nick Drake” è un libro da leggere assolutamente, anche se non si ha idea di chi fosse Nicholas Rodney Drake, 1948-1974. Il motivo è che in “Fly”, uno dei suoi brani più splendidi, Nick non chiedeva solo “un secondo viso”, ma soprattutto “una seconda grazia”. Oserei affermare che Luca Ragagnin gliela abbia donata, e a questo punto forse il cerchio si può considerare chiuso in via definitiva.

QUI l’articolo originale: https://www.rocknation.it/books/luca-ragagnin-i-dieci-passi-di-nick-drake/?fbclid=IwdGRjcAP_7U1jbGNrA__tRGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHkA8xZjjNdUmPkyY3sKv0rf9n51Gj6431Oog63ANwHcax9HfCFMkI6qM_B1P_aem_Yo_wqHtlVc0iikrbupcK9Q

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «ExtraMusic Magazine»

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «ExtraMusic Magazine»

di Massimiliano Nuzzolo

La voce del cantautore inglese torna dall’oltrevita per raccontare Il paradosso di un’esistenza che ha trovato la fama attraverso l’assenza.

Ci sono dodici secondi di pellicola sbiadita, un frammento muto catturato in un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In quei fotogrammi, una sagoma alta e dai capelli lunghi si allontana di spalle dalla cinepresa, mescolandosi alla folla. Quella sagoma è Nick Drake e, in quel video, compie esattamente dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. 

In questo volume, Luca Ragagnin ci offre l’apice della sua capacità di sintesi lirica, rendendo omaggio a un artista che, come lui, ha sempre lavorato sulla sottrazione e sul peso specifico delle parole. Luca infatti è autore per i Subsonica, Mina e Venditti, sempre attento al ritmo e parte proprio da quei dieci passi per costruire un’opera che sfida i canoni della biografia tradizionale.

Pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, “I dieci passi di Nick Drake” è un romanzo che non si limita a ripercorrere la cronaca di una breve esistenza (Drake nacque nel 1948 e morì a causa di un’overdose di amitriptilina nel 1974), ma dà voce all’artista stesso, facendolo parlare da un’indistinta “terra di post-morte”. 

È da questa prospettiva malinconica che il cantautore ripercorre l’infanzia a Far Leys, l’inadeguatezza vissuta a Cambridge e quell’incapacità, divenuta poi cronica, di integrarsi nelle regole commerciali di un’industria discografica che, all’epoca, ignorò i suoi tre capolavori: “Five Leaves Left”, “Bryter Layter” e il definitivo “Pink Moon”.

Il cuore dell’opera di Ragagnin si trova proprio nel concetto di cancellazione. L’autore cuce addosso a Drake una riflessione profonda sul ruolo dell’artista assoluto: l’arte non come mestiere o ricerca di consenso, ma come “malinteso sociale” e strumento per scomparire. 

“Serviva a cancellarmi”, leggiamo tra le pagine, quasi a giustificare quel ritiro silenzioso che portò Nick a morire nel suo letto, tra il salto di un solco dei Concerti brandeburghesi di Bach e l’ultima dose di Triptizol. La morte, in questa narrazione, non è una fine, ma una “giostra di stili”, un revival che finalmente permette alla musica dell’artista di prosperare, lontano dal terreno malato della fama immediata.

Ad arricchire la trama interviene una voce altra, un controcanto onirico che rappresenta il punto di vista di noi lettori e ascoltatori, testimoni di un’eredità che a distanza di mezzo secolo non smette di vibrare. Ragagnin, con la sua esperienza di narratore, poeta e drammaturgo, riesce a trasformare la materia biografica in un flusso di coscienza che sembra ricalcare la struttura circolare e ipnotica delle accordature aperte di Drake, creando un testo che esplora la risonanza del silenzio e la dignità di chi ha scelto di non urlare per essere ascoltato.

QUI l’articolo originale: http://www.xtm.it/DettaglioLibriDvd.aspx?ID=24970#sthash.bNAEDJZ0.SxkO3RlD.dpbs

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Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «Rumore»

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «Rumore»

di Carlo Bordone

Nel grande romanzo della musica popolare del ‘900, nessun artista emana più fascino letterario di Nick Drake. Forse perché la sua biografia evanescente (per quanto ormai ampiamente documentata), il suo attestarsi contemporaneamente come una presenza e una assenza, le infinite possibili trame di sviluppo di una storia che si è tragicamente interrotta il 25 novembre del 1974, ne fanno un personaggio in cerca d’autore, oltre che un mito romantico (e talvolta morboso).

C’è sempre qualcosa che manca, in Nick Drake. Qualcosa che sfugge dal quadro, e che si presta a essere fissato in parole e trasformato in racconto, se si possiedono la sensibilità e il talento per farlo. È il caso di Luca Ragagnin – scrittore, autore teatrale, paroliere per grandi nomi come Subsonica, Mina, Antonello Venditti – che come già fece Stefano Pistolini tanti anni fa nello splendido Le Provenienze Dell’Amore insegue le orme di un’anima che notoriamente non ne lasciava. Le modalità e l’impostazione narrativa sono diverse, però. Non c’è alcun autobiografismo, e d’altra parte nessuna invenzione: la vicenda terrena di Nick è raccontata in modo preciso e aderente a ciò che sappiamo. Anche perché a farlo è Nick stesso, voce narrante alla quale – e qui sta l’intuizione del libro – si alterna un’altra voce interiore, che allarga il campo a riflessioni tanto filosofiche quanto poetiche su cosa significhi essere artisti (“un fantasma, un cigolio notturno, un parafulmine che cattura i segnali impercettibili diretti verso l’uscita da tutti i mondi precostituiti”), sulla distanza incolmabile dal mondo, sulla solitudine ontologica di chi si sente braccato da un cane dagli occhi scuri. Il risultato è originale e coinvolgente, elegiaco e spietato. I dieci passi del titolo sono quelli che vediamo fare a (forse) Nick Drake nell’unico frammento filmato in cui appare: pochi secondi tra il pubblico di un free festival del 1969 o 1970. Una figura vista di spalle, i suoi capelli, la sua giacca stazzonata, il suo portamento.

Un’ombra che si allontana, e scompare dal quadro.