Ignorato o quasi in vita (i suoi tre dischi vendettero complessivamente meno di cinquemila copie), il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974) ha conosciuto post mortem una fama del tutto meritata. Oggi la sua voce inconfondibile, struggente, accompagna le pubblicità televisive o fa da colonna sonora nei film di registi di culto. Artista appartato e nascosto a dir poco, Nick Drake riceve l’omaggio appassionato di Luca Ragagnin, prolifico autore di romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie nonché paroliere per artisti quali Subsonica, Delta V, Venditti, Mina.
Attenzione: questo suo «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi edizioni, 236 pagine, € 22) non è una biografia, bensì un romanzo, coraggioso e riuscito a partire dalla scelta di raccontare la vita breve di Nick Drake (con tracce di autodistruzione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, uomo fragile nella vertigine di cambiamenti epocali, e non solo in musica) affidando la voce narrante all’artista stesso, che parla in prima persona. Un romanzo che cattura a partire dal titolo. Già: perché dieci passi? Semplice: è riapparso un brevissimo filmato, lo si vede su YouTube. La ripresa sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In tutto dodici secondi nei quali spunta di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. A partire da quei passi Luca Ragagnin costruisce una doppia ammaliante narrazione, utilizzando due caratteri diversi per distinguerle. Da una parte la cronaca della vita di Nick Drake, affidata alla sua voce. Dall’altra, in maiuscolo, un flusso di coscienza interiore, fatto di sogni e visioni.
Romanzo (peraltro rigorosamente storico) che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine.
È difficile riassumere in poche righe la produzione letteraria di Luca Ragagnin: per la sua estensione e perché attraversa i confini di generi diversi. Ha pubblicato romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie. A questo va aggiunta la sua attività di paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao, e molti altri. Il suo ultimo libro “I dieci passi di Nick Drake” è uscito per Miraggi Edizioni il 28 gennaio nella collana Scafiblù.
È lecito chiedersi se un’altra biografia di Nick Drake possa avere senso, perché la sensazione è che tutto ciò che andava scritto su quello che è uno dei più grandi cantautori inglesi degli anni Settanta sia già stato scritto. Dal fondamentale libro di Nick Humpries (1997) a quello più recente di Richard Morton Jack (2023), passando per l’archivio creato da Gabrielle Drake, sorella di Nick, e da Cally Callomon (2014), l’opera pareva conclusa. Non solo in Albione, ma anche in Italia, dove va ricordato il saggio di Ennio Speranza “Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione” (2020). La domanda è lecita anche perché, se una biografia viene scritta con cura e aderenza alla verità storica, non rimane molto da aggiungere.
Ebbene, Luca Ragagnin dimostra l’esatto contrario. La sua ultima fatica non è tanto una biografia, quanto un romanzo (peraltro rigorosamente storico), che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine: la prima persona. Il libro, materialmente scritto dall’autore, ha la voce dello stesso Nick, grazie a un processo di immedesimazione che trova pochi precedenti nelle mie letture. Lo straniamento che ciò provoca al lettore nelle prime pagine si trasforma presto in un’attrazione magnetica che non dà tregua: mi sono trovato più volte a leggere il libro “at that time of the night”, per citare i Marillion, incapace di smettere. La sensazione è talvolta quella di avere tra le mani un libro scritto con la tavola ouija, utilizzata dagli spiritisti per comunicare con i defunti nelle sessioni medianiche.
Bisogna partire da due punti fondamentali. Il primo ha a che fare con un fatto misterioso e quasi incredibile: come è noto, non esiste alcun filmato che ritragga Nick Drake adulto, tranne uno. Lo si può reperire su YouTube, e dura appena dodici secondi. Mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina, in quello che pare essere un festival musicale, peraltro sconosciuto. Non c’è neppure la certezza che si tratti di lui, anche se la probabilità è altissima. Ragagnin parte da quel filmato, in cui Nick compie dieci passi, e tutta la storia ruota attorno a quei passi, analizzati uno per uno, che diventano la metafora di una vita malata e troppo breve, sulla quale il 25 novembre 1974 scenderà il buio per sempre. Il secondo si riferisce alla scelta di incastrare due narrazioni alternate, utilizzando due font diversi per distinguerle. Il testo normale, per così dire, è più vicino a una cronaca dei fatti, pur narrata in prima persona; quello in maiuscoletto dà voce all’inconscio, in un flusso di coscienza interiore che emerge da sogni e visioni.
È soprattutto la parte inconscia a trascinare il lettore dentro il caleidoscopio delle immagini spesso confuse che solcano la mente del protagonista. Con una particolarità: il linguaggio, mano a mano che si procede, si corrode sempre di più. Verso la fine, il tessuto connettivo dei pensieri si sfalda del tutto, a simboleggiare il procedere della malattia che finirà per portarsi via Nick a soli ventisei anni, per overdose di medicinali. I vortici del linguaggio hanno una funzione precisa: non solo testimoniano l’immedesimarsi dello scrittore con il personaggio, ma conducono il lettore stesso a sentirsi Nick Drake. È impressionante la minuta cura dei dettagli, segno palese di uno studio approfondito delle biografie esistenti. Soprattutto, sorprende la perfetta aderenza tra le due voci che attraversano il romanzo: Luca Ragagnin diventa, letteralmente, Nick Drake, ed è molto difficile comprendere quanto la narrazione riguardi l’artista e quanto invece il vissuto personale dell’autore, perlomeno a livello di identificazione psicologica. Il fatto, poi, che le immagini della storia siano assai vivide e allo stesso tempo provengano inevitabilmente da un Altrove che si trova oltre la vita, è il vero colpo di grazia dell’opera. In senso stretto, perché la sensazione è che l’autore abbia scritto in uno stato di grazia raro, utilizzando al contempo tutto l’estro e la competenza letteraria di cui è dotato.
Per necessità, “I dieci passi di Nick Drake” è un libro privo di futuro: è una visione a tunnel che può solo volgersi all’indietro. Tuttavia, pur nel compiersi di una tragedia annunciata, non è un libro negativo. Il distacco di Nick dalle cose del mondo, dalla fama (pure in parte desiderata), l’abbandono di tutto per dedicarsi esclusivamente alla musica, che in ultima istanza sarà la carrozza che lo accompagnerà alla sua fine, non ha il colore degli occhi di un cane nero. Una leggerezza seminascosta attraversa il romanzo, quasi ad aprire uno spiraglio su una dimensione parallela in cui le cose-del-mondo non arrivano perché non hanno alcun senso. Il sottotesto, inteso come rapporto tra il protagonista e il suo dilemma, è ricchissimo e ramificato: punta al conflitto tra la creazione artistica e la sua proposta al mondo; apre domande sull’amore e la sua natura (qual era la vera natura dei sentimenti di Nick verso Françoise Hardy?); descrive alla perfezione la sindrome dell’impostore, quel senso di perenne inadeguatezza che era uno dei pilastri del carattere di Drake e che affligge troppe persone di valore. La lista potrebbe continuare a lungo.
La conclusione è paradossale: scrivendo un libro su uno degli artisti che più ha incarnato il desiderio di sparizione, Ragagnin ha donato al mondo un libro che rischia seriamente di sopravvivere al tempo, ed è quasi una pietra miliare su diversi fronti – non ultimo quello della narrazione autobiografica per interposta persona. Un’operazione difficile ma sublime, che in questo caso è riuscita alla perfezione. “I dieci passi di Nick Drake” è un libro da leggere assolutamente, anche se non si ha idea di chi fosse Nicholas Rodney Drake, 1948-1974. Il motivo è che in “Fly”, uno dei suoi brani più splendidi, Nick non chiedeva solo “un secondo viso”, ma soprattutto “una seconda grazia”. Oserei affermare che Luca Ragagnin gliela abbia donata, e a questo punto forse il cerchio si può considerare chiuso in via definitiva.
La voce del cantautore inglese torna dall’oltrevita per raccontare Il paradosso di un’esistenza che ha trovato la fama attraverso l’assenza.
Ci sono dodici secondi di pellicola sbiadita, un frammento muto catturato in un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In quei fotogrammi, una sagoma alta e dai capelli lunghi si allontana di spalle dalla cinepresa, mescolandosi alla folla. Quella sagoma è Nick Drake e, in quel video, compie esattamente dieci passi prima di uscire dall’inquadratura.
In questo volume, Luca Ragagnin ci offre l’apice della sua capacità di sintesi lirica, rendendo omaggio a un artista che, come lui, ha sempre lavorato sulla sottrazione e sul peso specifico delle parole. Luca infatti è autore per i Subsonica, Mina e Venditti, sempre attento al ritmo e parte proprio da quei dieci passi per costruire un’opera che sfida i canoni della biografia tradizionale.
Pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, “I dieci passi di Nick Drake” è un romanzo che non si limita a ripercorrere la cronaca di una breve esistenza (Drake nacque nel 1948 e morì a causa di un’overdose di amitriptilina nel 1974), ma dà voce all’artista stesso, facendolo parlare da un’indistinta “terra di post-morte”.
È da questa prospettiva malinconica che il cantautore ripercorre l’infanzia a Far Leys, l’inadeguatezza vissuta a Cambridge e quell’incapacità, divenuta poi cronica, di integrarsi nelle regole commerciali di un’industria discografica che, all’epoca, ignorò i suoi tre capolavori: “Five Leaves Left”, “Bryter Layter” e il definitivo “Pink Moon”.
Il cuore dell’opera di Ragagnin si trova proprio nel concetto di cancellazione. L’autore cuce addosso a Drake una riflessione profonda sul ruolo dell’artista assoluto: l’arte non come mestiere o ricerca di consenso, ma come “malinteso sociale” e strumento per scomparire.
“Serviva a cancellarmi”, leggiamo tra le pagine, quasi a giustificare quel ritiro silenzioso che portò Nick a morire nel suo letto, tra il salto di un solco dei Concerti brandeburghesi di Bach e l’ultima dose di Triptizol. La morte, in questa narrazione, non è una fine, ma una “giostra di stili”, un revival che finalmente permette alla musica dell’artista di prosperare, lontano dal terreno malato della fama immediata.
Ad arricchire la trama interviene una voce altra, un controcanto onirico che rappresenta il punto di vista di noi lettori e ascoltatori, testimoni di un’eredità che a distanza di mezzo secolo non smette di vibrare. Ragagnin, con la sua esperienza di narratore, poeta e drammaturgo, riesce a trasformare la materia biografica in un flusso di coscienza che sembra ricalcare la struttura circolare e ipnotica delle accordature aperte di Drake, creando un testo che esplora la risonanza del silenzio e la dignità di chi ha scelto di non urlare per essere ascoltato.
Nel grande romanzo della musica popolare del ‘900, nessun artista emana più fascino letterario di Nick Drake. Forse perché la sua biografia evanescente (per quanto ormai ampiamente documentata), il suo attestarsi contemporaneamente come una presenza e una assenza, le infinite possibili trame di sviluppo di una storia che si è tragicamente interrotta il 25 novembre del 1974, ne fanno un personaggio in cerca d’autore, oltre che un mito romantico (e talvolta morboso).
C’è sempre qualcosa che manca, in Nick Drake. Qualcosa che sfugge dal quadro, e che si presta a essere fissato in parole e trasformato in racconto, se si possiedono la sensibilità e il talento per farlo. È il caso di Luca Ragagnin – scrittore, autore teatrale, paroliere per grandi nomi come Subsonica, Mina, Antonello Venditti – che come già fece Stefano Pistolini tanti anni fa nello splendido Le Provenienze Dell’Amore insegue le orme di un’anima che notoriamente non ne lasciava. Le modalità e l’impostazione narrativa sono diverse, però. Non c’è alcun autobiografismo, e d’altra parte nessuna invenzione: la vicenda terrena di Nick è raccontata in modo preciso e aderente a ciò che sappiamo. Anche perché a farlo è Nick stesso, voce narrante alla quale – e qui sta l’intuizione del libro – si alterna un’altra voce interiore, che allarga il campo a riflessioni tanto filosofiche quanto poetiche su cosa significhi essere artisti (“un fantasma, un cigolio notturno, un parafulmine che cattura i segnali impercettibili diretti verso l’uscita da tutti i mondi precostituiti”), sulla distanza incolmabile dal mondo, sulla solitudine ontologica di chi si sente braccato da un cane dagli occhi scuri. Il risultato è originale e coinvolgente, elegiaco e spietato. I dieci passi del titolo sono quelli che vediamo fare a (forse) Nick Drake nell’unico frammento filmato in cui appare: pochi secondi tra il pubblico di un free festival del 1969 o 1970. Una figura vista di spalle, i suoi capelli, la sua giacca stazzonata, il suo portamento.
Su Nick Drake si è scritto molto, ma l’impresa impossibile è da sempre catturarne la vera essenza, che resta un enigma. Morto suicida a 26 anni (anche in questo è stato unico: si è sottratto a quell’assurda teoria del club dei 27, le rockstar morte tutte alla stessa eta), ha inciso tre album delicati e un po’ oscuri, ispirati al folk e diventati cruciali solo anni dopo la sua morte. Difficilmente esplorabile, è un personaggio che sembra aver vissuto quasi a dispetto di coloro che si sono poi incaricati di ricostruirne un profilo credibile. Luca Ragagnin, scrittore, poeta e paroliere di grandi musicisti (dai Subsonica a Mina e Antonello Venditti) con il libro I dieci passi di Nick Drake ha scelto una strada originale e rischiosa, ma forse l’unica possibile per raccontare una dieci passi di Nick Drake biografia a volte insormontabile. La vita di Drake è vista con gli occhi dello stesso artista, quasi fosse un racconto post mortem, una luce gettata sul mondo dal suo stesso spirito che può rivelare quei segreti cui nessuno è in grado di accedere. Quelle del libro sono rivelazioni oniriche, cronache di infanzia, immagini di una adolescenza paradossalmente quieta, di una normalità familiare che verrebbe quasi da invidiare se non ci fosse un demone sempre vigile, appena dietro la porta, in attesa di riscuotere il suo sospeso. I dieci passi del titolo fanno riferimento all’unico filmato, un soffio di dodici secondi appena, che la Storia ci ha consegnato di Nick Drake.
In quelle immagini tratte da un festival ignoto dei primi anni Settanta si vede il cantautore allontanarsi di spalle: dieci secondi appena prima di uscire dallo schermo. Una metafora perfetta per una vita trascorsa nell’ombra, sempre di spalle a tutto: al successo, alle folle, al divismo. Ha lasciato le sue canzoni e un pugno di immagini. Sogni o incubi, o forse altro ancora. Solo le immagini di un poeta possono provare a raccontarlo.
Dalle nebbie della memoria e dai bytesgranati di un video, custodito daYoutube («Nick Drake 70’s festival »),emerge questa brevissima sequenza,12 secondi, in un cui un uomo allampanato,giacca scura elegante, lovediamo sempre di spalle, ad ampie
falcate sembra entrare nei tipici spazidi un ritrovo giovanile di un tempo,all’aperto, dove si fa musica, peace andlove. Capello lungo che gli lambisce lespalle. Sono le uniche immagini chesi posseggano di Nick Drake, un mitocontemporaneo della musica. Nick e
suoi dieci passi (contati) per usciredall’inquadratura.Nicholas Rodney Drake, detto Nick,uno dei musicisti più colti e misteriosi
del Novecento, nato in Birmania nel1969, figlio di Rodney, lì trasferitosiper lavorare alla Bombay BurmahTrading Corporation. Poi Nick torneràin Inghilterra, dove si formò all’Universitàdi Cambridge. Ma soprattuttoNick, lo sappiamo dai suoi tre unicidischi di folk-rock pubblicati in vita(«Five Leaves Left», «Bryter Later»,«Pink Moon»), soffriva di depressionee, nel 1974, morì a casa sua per overdosedi antidepressivi. In vita guadagnòpochissimo con la sua musica ma,dalla metà degli anni 80, grazie adautori come Robert Smith, David Sylviane Peter Buck, lafama di Nick Drakesi consolidò, trasformandolonell’artistache, anche inconsciamente,
(quasi) tutticonoscono. In «Cinquesecondi», l’ultimofilm di Paolo Virzì, adesempio, la sequenzafinale è accompagnatadalle morbide notedi «Place to Be».Questa lunga premessaper dire cheè da poco in libreria«I dieci passi di NickDrake» (Miraggi ed., pp. 256, 22euro) dello scrittore torinese LucaRagagnin, un ipnotico dialogo immaginario,racconto-biografia perricordare l’arte e la poesia di un autoreche così a fondo è entrato nellenostre fibre spirituali. Nick, nel librodi Ragagnin, racconta la propria vitacon una voce-flusso di coscienza chegiunge dall’indistinta terra della postmorte.Da laggiù ripercorre la suainfanzia, la passione per la musica,l’inadeguatezza nei confronti di tuttociò che sta al di fuori di una canzone,a partire dai sentimenti e dai legamiterreni, la difficoltà di integrarsie accettare le regole commercialidell’arte. La «voce altra », che nonappartiene a nessuno o forse a tutti i
consumatori di opere e che irrompeper dire la sua sulla figura dell’artistaassoluto, violento e fragile. Una voceche procede per evocazioni oniricheche prende spunto, appunto, dall’unico,brevissimo filmato che abbiamodi Drake.Luca Ragnanin ha iniziato un tour dipresentazioni, nelle librerie, con ospitiillustri. Dopo la data dell’11 febbraioall’Nh Collection di piazza Carlina,il 15 febbraio alle 18 il giro proseguealla libreria Luna’s Torta di Torino(via Belfiore 50), per poi proseguirea Padova, Gorizia, Udine, Rovereto
e tornare a Torino, il 27 febbraioalle 18.30, a L’Ibrida Bottega. Bellepagine evocative, quelle del libro diRagagnin, perché, anche così, nonci si stanca mai di ascoltare la voce diNick che, con la sua chitarra, ci parla,ancora e ancora. E anche se « […]al ragazzo altissimo restano ancoracinque passi (perché, ndr) l’intera suastoria di uomo adulto in movimentosi concluderà tra cinque passi […]», idischi di Drake, con la sua Luna Rosa«Pink Moon», continuano a mostrarciuna via possibile per la nostra (agitata)esistenza contemporanea.
Ci sono artisti che sembrano destinati a essere capiti solo dopo. Nick Drake è uno di quelli. E I dieci passi di Nick Drake, appena uscito per Miraggi Edizioni, prova a fare una cosa difficile ma necessaria: raccontare il mito senza mitizzarlo, restituendo carne, silenzi e crepe a una delle figure più fragili e luminose della musica del Novecento.
Questo libro non è soltanto una biografia musicale. È un viaggio dentro una sensibilità fuori tempo massimo, dentro una vita che sembra costantemente sul punto di sfuggire a se stessa. Nick Drake nasce nel 1948 a Rangoon, cresce nell’idillio solo apparente di Far Leys, una casa immersa nella campagna inglese che diventerà rifugio, prigione e matrice poetica. La musica, in quel contesto familiare, non è un passatempo ma un respiro: la madre Molly scrive canzoni, l’arte è parte della quotidianità, il suono è una forma di linguaggio emotivo prima ancora che professionale.
Il testo segue Drake passo dopo passo, senza scorciatoie romantiche. C’è l’adolescente che non si sente pronto per l’università ma vive di chitarra, i concerti nei locali di Soho, le prime band jazz, l’ossessione per un suono che sia davvero suo. E poi Cambridge, vissuta più come un peso che come un’opportunità, e quella sensazione persistente di essere sempre nel posto sbagliato, giudicato dalle persone sbagliate.
Quando entra in scena Joe Boyd, e con lui la possibilità concreta di incidere, il libro accelera e si fa quasi cinematografico. Le session di Five Leaves Left, gli arrangiamenti orchestrali, il rapporto decisivo con Robert Kirby, le esitazioni sul titolo, sulla copertina, sull’identità stessa del disco. Tutto è fragile, tutto è in bilico. Le canzoni – da “River Man” a “Way To Blue” – nascono già come confessioni sussurrate, impermeabili a qualsiasi logica di mercato.
Eppure il mondo, fuori, sembra non accorgersene. Le recensioni sono tiepide, le vendite deludenti, la stampa distratta. Nick Drake diventa invisibile mentre sta creando qualcosa che, col senno di poi, risulterà fondamentale. Il libro è molto onesto nel raccontare questo cortocircuito: un talento enorme che non riesce a stare dentro l’industria, concerti vissuti come torture, una timidezza paralizzante, l’incapacità di “stare sul palco” secondo le regole non scritte del rock.
La depressione, qui, non è mai un espediente narrativo. È una presenza costante, invasiva, che si infiltra nella vita quotidiana e nella musica. Ricoveri, rifiuto della psichiatria, isolamento crescente. Bryter Layter nasce già sotto il segno dell’incomprensione, Pink Moon è il punto di non ritorno: registrato in due notti, essenziale, spoglio, quasi un testamento. Un disco che oggi è considerato un capolavoro assoluto, ma che all’epoca passa quasi inosservato.
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di non cercare spiegazioni facili. Non c’è la retorica dell’artista maledetto, né quella del genio incompreso usata come alibi. C’è invece il racconto di un uomo che si sente “un parassita”, che vorrebbe sparire dentro la propria opera, che non riesce a reggere il peso di un talento troppo grande per una struttura emotiva troppo fragile.
Il finale è inevitabile, ma non viene mai spettacolarizzato. La morte di Nick Drake a 26 anni arriva come un silenzio improvviso, non come un colpo di scena. E solo dopo, paradossalmente, arriva tutto il resto: la riscoperta, il culto, l’influenza su generazioni di musicisti, la consacrazione postuma.
I dieci passi di Nick Drake è un libro necessario perché restituisce complessità a una figura spesso ridotta a icona malinconica. E una lettura dolorosa ma lucidissima, che parla di musica, certo, ma soprattutto di identità, di fallimenti, di aspettative, di quanto possa essere difficile restare al mondo quando il mondo non sembra avere spazio per te.
Nick Drake oggi è considerato uno dei più grandi cantautori della sua epoca. Questo libro ci ricorda il prezzo altissimo che ha pagato perché noi potessimo accorgercene.
Drake è la mia ossessione da 30 anni – Gli ho rivelato il suo successo postumo. Il suo unico linguaggio era la musica le persone donne o uomini non lo interessavano.
Una passione coltivata a lungo e un nuovo libro. Esce mercoledì 28 gennaio per Miraggi Edizioni “I dieci passi di Nick Drake”, lavoro che si legge tutto d’un fiato in cui lo scrittore torinese Luca Ragagnin ripercorre la vicenda del cantautore britannico, trascurato all’epoca e poi diventato oggetto di culto dopo il suicidio con barbiturici avvenuto nel 1974 a soli 26 anni. Ragagnin, com’è nata l’idea e come si è documentato? «Drake era per me un’ossessione da almeno trent’anni, in precedenza avevo scritto su di lui un racconto breve per un’antologia. A partire da quello mi sono convinto che fosse il momento di mettere mano a un progetto più ampio. Ho letto o riletto, visto o rivisto, ascoltato o riascoltato, tutto quel esiste su di lui. Finché mi sono imbattuto in un video amatoriale, 13″ rintracciabili su YouTube come “Nick Drake Footage”. C’è lui, inequivocabilmente, che cammina in mezzo alla folla, che entra o esce da un evento, non si capisce. I suoi passi sono dieci, da cui il titolo del libro. È anche l’unico video, per il resto esistono solo foto». Emozionato? «Di più, è stato come per un credente potrebbe essere imbattersi nel video che ritrae un santo ai tempi in cui i video si pensava non esistessero». Perché la scelta di far parlare un cantautore in prima persona nelle pagine? «Farlo parlare da morto mi ha consentito di informarlo di fatti che all’epoca non poteva conoscere, segreti che alcuni produttori non gli rilevarono e, soprattutto, il successo postumo cui è andato incontro». Poi ci sono intermezzi, evidenziati con il carattere maiuscolo, in cui prende la parola una voce esterna… «Un’entità non precisata, sognante, che non necessariamente sono io, che punteggia il racconto con riflessioni più generali sulla funzione dell’arte, su cosa sia un vero artista, trasportando così la vicenda nel presente». Quando arrivò il successo postumo di Drake? «Fortunatamente la Island tenne i suoi tre dischi in catalogo, nonostante non vendessero praticamente niente, ma per cambiare il destino ci sarebbe voluta una buona decina d’anni, quando la sua “Pink Moon” fu utilizzata dalla Volkswagen per uno spot diffuso in tutto il mondo. Il resto lo fecero artisti importanti, come i Cure, che dissero di dovere il nome a un suo brano». Resta un mistero la sua sessualità: davvero non c’è notizia di vicende erotico sentimentali nella vita di quel ragazzo? «Qualcuno ha parlato di omosessualità repressa, ma credo che la faccenda fosse un’altra. Il corpo non apparteneva alla sua maniera di comunicare, per lui l’unico mezzo espressivo era la musica, le persone fisiche, donne o uomini che fossero, non gli interessavano». Perché ha dedicato il libro a Max Casacci, di cui oltretutto è “complice di parole” per i testi dei Subsonica? «Perché siamo cresciuti insieme coltivando le stesse passioni musicali e letterarie. La complicità si è rinnovata per il prossimo disco del gruppo, cui ho dato il mio contributo». Qual è oggi la sua Torino? «Sostanzialmente casa mia, sono tornato da una decina d’anni nel quartiere Crocetta, nell’appartamento in cui ero cresciuto. Dalla finestra della cucina, che è una delle mie postazioni di scrittura, vedo l’oratorio dove passavamo le giornate Max e io. Esco poco, ma di sicuro lo farò l’11 febbraio, quando presenterò per la prima volta il libro all’NH di piazza Carlina con Gigi Giancursi e Carlo Bordone».
Luca Ragagnin sta per arrivare in libreria con il nuovo volume dedicato a NickDrake «Può farci riflettere sulla funzione dell’arte odierna in un mondo che va in fretta».
Figura poetica e tragica del folk inglese tra gli anni Sessanta e Settanta, Nick Drake ci ha lasciato tre dischi meravigliosi, di cui i posteri si sono accorti solo molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1974 a 26 anni per un’overdose di antidepressivi. Di lui esiste solo un video di pochi secondi, ripreso di spalle a un festival, in cui si allontana facendo dieci passi. «Non siamo nemmeno sicuri che sia Drake, anche se la figura alta e magra sembra proprio la sua», dice Luca Ragagnin, scrittore torinese e «complice di parole» dei Subsonica, che all’artista britannico ha dedicato un nuovo libro che prende spunto e titolo proprio da quel video, I dieci passi di Nick Drake, in arrivo il 28 gennaio per Miraggi. Una creatura letteraria ibrida, affascinante, né biografia né romanzo, ma entrambe le cose. Con due voci narranti: la prima del cantante e la seconda … di chi è la seconda?
«Si potrebbe pensare che sia la mia, ma non è così. È una voce incorporea che mi serviva per le considerazioni che volevo fare sull’artista puro che si sottrae alla società dello spettacolo. Ma è anche una voce che si muove in una dimensione onirica, seguendo i dieci passi del video, ossessionata da questo cantante che – in un’epoca in cui la musica faceva grandi numeri – decise di rimanere indietro: per la sua mente, la sua indole, ancor prima che per la malattia schizofrenica».
Perché questa storia merita di essere raccontata nel 2026?
«Per l’amore enorme che provo per lui da decenni. E perché credo che la sua esperienza possa offrire un gancio per ragionare su alcuni aspetti della funzione dell’arte odierna, in un mondo ormai privo di attenzione, dove c’è una fretta enorme nella fruizione di tutto».
Un Nick Drake oggi che fine avrebbe fatto?
«I problemi che trovò all’epoca si sarebbero moltiplicati, con la differenza che forse non avrebbe trovato un Joe Boyd, il produttore che lo sostenne, produsse i suoi dischi e ottenne dalla Island la promessa che non sarebbero mai usciti di catalogo, nonostante le poche vendite. Probabilmente non avremmo la sua musica: se hai un motore diesel, oggi nessuno ti aspetta».
La parte biografica è tutta attendibile o ha inserito elementi di fiction?
«Le linee della vita sono quelle reali, compresi aneddoti curiosi come l’incontro in Africa con i Rolling Stones e il loro caravanserraglio. A essere inventati sono i dialoghi. Lì mi sono concesso le licenze maggiori, per esempio immaginando un incontro tra Nick Drake e Anthony Phillips dei primi Genesis, che aveva paura del palco e suonava seduto. Drake aprì davvero un loro concerto e ho pensato a un dialogo tra questi due artisti timidi».
Il libro è dedicato a Max Casacci, «mio fratello che sai la musica».
«Ci siamo conosciuti poco più che bambini all’oratorio della Crocetta. A 15 anni ascoltavo già tanta musica, ad alto volume, con le finestre aperte. Max e gli altri amici mi venivano a trovare. E visto che stavo al pianterreno, entravano direttamente dalla finestra. Poi ne abbiamo passate tante assieme, attraversando la stagione del prog e della new wave, condividendo sempre dischi e libri, senza mai perderci».
Finendo anche a collaborare nei Subsonica. Qual è il suo ruolo?
«Mi è piaciuta la formula che abbiamo usato per il primo disco e abbiamo tenuto empre quella: complice di parole. Una via di mezzo tra il lavoro di editing e la scrittura assoluta».
C’è qualche canzone in cui è stato più complice di altre?
«Con i Subsonica si passa attraverso un numero tale di stesure e re-impasti che alla fine è difficile – e non ha nemmeno senso – dire chi abbia scritto cosa. Tra l’altro, avviene quasi sempre a sei mani, con Max e Samuel. Se devo indicare un brano scelgo Come se, in cui ci fu un gran lavoro di scrittura con Samuel. Un titolo simbolico, visto che è la prima traccia del primo disco».
Da insider, cosa ci può dire dell’imminente festa per il trentennale della band?
«Nulla più di quello che è già stato detto. Sarà bella ricca, con la mostra, i concerti alle Ogr e appuntamenti sparsi per la città in cui sarò coinvolto anch’io».
E del nuovo album che uscirà in primavera?
«Che è ottimo. Sono già uscite due tracce, ma i singoli sono sempre un discorso a parte: parecchi altri brani dentro l’album sorprenderanno i fan».
Invece quali sono tre canzoni di Nick Drake che tutti dovrebbero conoscere e perché?
«Solo tre? Di sicuro River Man, con la sua orchestrazione fantastica; Black Eyed Dog, una sorta di mantra blues dove si parla di un “cane nero” che per me è un riferimento alla malattia; e poi Pink Moon» title-track dell’omonimo album finale, incisa di notte, da solo con la chitarra».
Con “I dieci passi di Nick Drake”, Luca Ragagnin firma un romanzo biografico atipico, poetico e radicale, che restituisce la figura di Nick Drake evitando ogni tentazione celebrativa o cronachistica. Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione della vita del musicista inglese, ma a un racconto che sceglie una prospettiva audace: quella di una voce che parla da un altrove indefinito, da una zona di confine tra memoria, sogno e post-morte.
Nick Drake, autore di soli tre dischi ignorati in vita e diventati nel tempo capisaldi del folk-rock britannico, ripercorre la propria esistenza come un flusso di coscienza frammentato e lirico. Emergono l’infanzia, la scoperta della musica, l’inadeguatezza nei confronti delle regole del mercato discografico, la difficoltà di abitare il mondo al di fuori della canzone. Ragagnin costruisce un testo delicato e feroce insieme, in cui la figura dell’artista assoluto appare fragile, isolata, irriducibile a qualsiasi etichetta.
Il romanzo si muove per immagini oniriche e rivelazioni improvvise, prendendo spunto da un dettaglio reale e quasi leggendario: l’unico brevissimo filmato esistente di Nick Drake, dodici secondi sbiaditi in cui il cantautore si allontana di spalle tra la folla di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. Sono proprio quei “dieci passi” prima di uscire dall’inquadratura a diventare la metafora centrale del libro: uno spazio minimo in cui si concentra un’intera visione del futuro, non solo di Drake, ma anche di chi continua ad ascoltarlo e a riconoscersi nella sua voce a mezzo secolo di distanza.
Usiamo cookie per garantirti un servizio migliore.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.