«I dieci passi di Nick Drake» tra i 10 libri in uscita da non perdere dal 19 al 28 Gennaio di Libreriamo.it

«I dieci passi di Nick Drake» tra i 10 libri in uscita da non perdere dal 19 al 28 Gennaio di Libreriamo.it

di Alessia Alfonsi

Con “I dieci passi di Nick Drake”, Luca Ragagnin firma un romanzo biografico atipico, poetico e radicale, che restituisce la figura di Nick Drake evitando ogni tentazione celebrativa o cronachistica. Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione della vita del musicista inglese, ma a un racconto che sceglie una prospettiva audace: quella di una voce che parla da un altrove indefinito, da una zona di confine tra memoria, sogno e post-morte.

Nick Drake, autore di soli tre dischi ignorati in vita e diventati nel tempo capisaldi del folk-rock britannico, ripercorre la propria esistenza come un flusso di coscienza frammentato e lirico. Emergono l’infanzia, la scoperta della musica, l’inadeguatezza nei confronti delle regole del mercato discografico, la difficoltà di abitare il mondo al di fuori della canzone. Ragagnin costruisce un testo delicato e feroce insieme, in cui la figura dell’artista assoluto appare fragile, isolata, irriducibile a qualsiasi etichetta.

Il romanzo si muove per immagini oniriche e rivelazioni improvvise, prendendo spunto da un dettaglio reale e quasi leggendario: l’unico brevissimo filmato esistente di Nick Drake, dodici secondi sbiaditi in cui il cantautore si allontana di spalle tra la folla di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. Sono proprio quei “dieci passi” prima di uscire dall’inquadratura a diventare la metafora centrale del libro: uno spazio minimo in cui si concentra un’intera visione del futuro, non solo di Drake, ma anche di chi continua ad ascoltarlo e a riconoscersi nella sua voce a mezzo secolo di distanza.

3 panini a «Gli amanti perduti nel transfinito» dal Mangialibri

3 panini a «Gli amanti perduti nel transfinito» dal Mangialibri

Giuseppe e Maria, lui sedicente poeta e lei influencer che predica e pratica la verginità, sono in cerca del contesto ideale per vagliare nuovi orizzonti di intimità. Per loro sfortuna, il luogo prescelto non è un albergo qualunque, bensì l’Hotel Hilbert, che deve il nome al matematico tedesco, ideatore del Paradosso del Grand Hotel, e che si rivela una dimensione alternativa che segue le logiche dell’infinito. Li accoglie un istrionico portiere laureato in matematica, informandoli della difficoltà di assegnargli una stanza nonostante all’Hilbert le stanze siano infinite, e rimandando all’infinito la consegna delle chiavi per il semplice motivo che si è infatuato della donna. Il portiere chiama in causa Aristotele, Sant’Agostino e Nietzsche, e poi Kronecker e Gödel, rievocando i momenti cruciali nella storia della matematica, come la crisi dei fondamenti causata dalla scoperta, da parte di Russell, di una contraddizione nella teoria ingenua degli insiemi di Cantor, ovvero che non è possibile stabilire l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi come elemento, giacché, non contenendo se stessi come elemento, contengono se stessi come elemento. E così via, a furia di spiegare le applicazioni dell’infinito attuale e le caratteristiche dell’eterno ritorno, il portiere annichilisce Giuseppe e ammalia Maria, guidando quest’ultima tra le infinite meraviglie dell’infinito, dove tutto è possibile, e lo è infinite volte…

Gli amanti perduti del transfinito è un romanzo peculiare, divertente dalla prima all’ultima pagina, con momenti che metteranno alla prova il lettore poco predisposto alla matematica o che abbia urgenza di capire in che modo gli espedienti divulgativi plasmeranno la narrazione. Non ci si aspetti un racconto convenzionale: in una dimensione in cui tutto è possibile, non è necessario individuare gli snodi narrativi o comprendere una logica differente da quella della nostra presunta realtà. Meglio abbandonarsi come con la poesia, che d’altronde vive della non totale comprensione da parte del lettore; oppure pensare al piacere di immergersi in multiversi come quello di Epepe di Karinthy, con quel tipo di piacevole spaesamento. Curti è bravissimo ad animare il suo mattatore e a fargli sciorinare, in ordine crescente di difficoltà, ciò che bisogna sapere per immaginare l’infinito. Qualcuno si perderà strada facendo, ritrovando però sempre ad attenderlo l’umanità dei personaggi, per esplorare insieme un paradiso matematico in cui nessuno muore mai, o meglio, muore infinite volte e infinite volte rinasce e vive, e tutto gli è concesso, ogni gioia, ogni alternativa; l’infinito più grande, quello assoluto di Cantor, un nuovo Dio, benevolo e in qualche modo calcolabile. Curti consegna un’opera all’apparenza distante, quantomeno per impianto, dal precedente Quando i padri camminavano nel vuoto, segnalato dal Premio Calvino e pubblicato sempre da Miraggi, ma in realtà in dialogo con esso. Torna la qualità della scrittura, solida, accessibile e sorniona, tra il Buzzati raccontista e certi russi dei primi del Novecento, una prosa capace di umori diversi, di far danzare suggestione e matematica. Torna l’archetipo del padre, qui fondamentale nell’incapacità di Maria di autodeterminarsi, ma anche per il portiere, che ne ha ereditato l’idealizzazione dell’attrice Belinda Lee, così come era stata centrale in Quando i padri camminavano nel vuoto, nel quale l’autore esplorava l’autofiction e gli svantaggi di un genitore ossessionato dalla verbalizzazione. E ancora, torna la poesia, primo amore dell’autore, che qui caratterizza di sfuggita Giuseppe, ma che rimane una chiave di lettura di un testo all’apparenza razionalista che usa l’intelligenza per fantasticare sull’immortalità e sul libero arbitrio. Diventa chiaro, dopo che l’autore ci ha presentato le copie umane che si aggirano nell’Hotel, che Giuseppe e Maria potrebbero essere anche quelli biblici, e che impedendo loro di stare insieme, per gioco, il portiere stia predisponendo un presente radicalmente diverso da quello che conosciamo. Le interpretazioni di un simile romanzo sono infinite, e sebbene l’opera rimanga aperta (e come potrebbe chiudersi?), ben vengano esperimenti letterari che sanno stimolare zone intorpidite del nostro cervello, permettendoci di guardare il mondo, almeno per un po’, con uno sguardo diverso.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/gli-amanti-perduti-del-transfinito

Nel buio di Morelli: il viaggio iniziatico raccontato da Nicola Neri

Nel buio di Morelli: il viaggio iniziatico raccontato da Nicola Neri

di federica Mingozzi

“Sono in missione per conto della mia vita”

Queste parole, estrapolate dal testo, sono una delle possibili chiavi di lettura della storia, che è una non-storia in quanto ciò che è accade è vissuto (e narrato) soprattutto a livello introspettivo: non ci sono eventi che scardinano la quotidianità né incontri fulminanti e fulminei in grado di spazzare via tutto. 


Eppure… eppure la vicenda attrae il lettore come se fosse una saga e lo porta in una spirale di discesa in cui Morelli, il protagonista, invischia sé stesso e gli altri. Non è un caso che i capitoli siano numerati in progressione da dieci a zero, anticipando a chi legge che si sta scendendo e che, alla fine del percorso, si toccherà il fondo. Per rinascere o per sparire? Come ha già detto qualcuno “Ai posteri l’ardua sentenza” poiché la meraviglia della parola affilata di Neri consiste proprio nel non chiudere la spirale, ma nel lasciare spazio a possibilità di lettura multiple, ognuna vera per sé stessa e piena di conseguenze. È un viaggio iniziatico quello narrato, un viaggio che Morelli compie a due livelli: fuori e dentro di sé. Fuori perché si muove in auto, alla ricerca di un dove che gli sembra l’ultima, possibile scelta; dentro perché, viaggiando, incontra sé stesso e alcune alterità, con cui si intrattiene al telefono per riannodare fili, non di rapporti perduti (o meglio, non solo di rapporti perduti), ma di quel finito contro cui vuole lottare, ma che, per paradosso, lo attrae con la sua pretesa di normalità.

È così che le voci finiscono per costellare il buio: note o non note, diventano in fondo alter ego dell’attore principale, che recita la sua parte con fatica, con il desiderio di liberarsi dalle pastoie di un’esistenza che non sente più sua. Si percepiscono il rimpianto, la malinconia, talvolta la noia, una serie di sensazioni che non dovrebbero riguardare un trentacinquenne ancora nel pieno delle sue attività. Eppure… anche qui c’è un eppure, perché Morelli è intriso di consapevole tristezza e la scandaglia per comprenderla, per dare un senso a quello che sembra non averne.

Non è un romanzo questo, per lo meno non lo è nel senso tradizionale del termine: è molto di più. È un racconto di un viaggio, a volte fastidioso nel suo involversi in tortuosi movimenti, reali e non, perché mette in evidenza il nostro limite; è un nostos, perché alla fine si ritorna, sempre, anche se non è importante dove; è poesia, perché la parola si piega all’atto creativo di un fine cesellatore, che sente l’esigenza di essere poesia in ogni capitolo per spiegarsi ancora di più. Soprattutto è un percorso che Morelli fa per tutti noi, per insegnarci che siamo fallibili e che possiamo perderci, ma che, in fondo, siamo in grado di ritrovarci; e lo fa indicandoci la possibilità: “La strada è dentro di te e aspetta che ti abbandoni alla sua saggezza”. Solo abbandonarci, dunque, ci salva: alle emozioni, al nostro divenire perché solo così potremo sperimentare l’infinito nella sua essenza: inconoscibile e vero.

QUI l’articolo originale: https://www.exlibris20.it/nicola-neri-non-commettere-infinito/?fbclid=IwY2xjawNUR9FleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETAwVmU1a1p5bmdwa0dkWGU1AR52CvmrbCaH4oFp7MhTi1Aau32wvvGftPbY7pqIfFn5-wRn02hSsdsHqMmeiA_aem_ychvnWfuKjZGIR4e53T2fA

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Un’Odissea fra macerie milanesi. Recensione a «Il cimitero delle macchine» su «Leggere:tutti»

di ALBERTO PAOLO PALUMBO

Proposto al Premio Strega 2025, Il cimitero delle macchine è l’ultima fatica letteraria di Sergio La Chiusa dopo i precedenti I Pellicani e La madre nel cassetto.

Protagonista è Ulisse Orsini, che nonostante il nome “non pare avere ereditato nulla dell’antenato illustre e si direbbe piuttosto un personaggio nella media, anzi sotto la media”.

Ulisse è un personaggio in esubero, un antieroe della postmodernità senza dèi e profezie a proteggerlo: licenziato dalla ditta presso cui lavorava e sfrattato di punto in bianco da casa sua, il protagonista si ritrova in pigiama e con in mano una valigia contenente biancheria intima a vagare per Milano, “la città delle opere” i cui palazzi di cemento addobbati con le pubblicità dei più famosi marchi di moda e aziende multinazionali sembrano promettere lusso e benessere, ma in realtà nascondono macerie di una società che mira solo al profitto lasciando indietro gli ultimi e negando loro un’idea di futuro. A far da guida al protagonista in questa grottesca wasteland metropolitana sarà Lazzaro Lanza, un imbianchino che professa la rivoluzione, ma che continua a lavorare per i potenti per poter pagare il mutuo e mantenere la propria famiglia.

Il cimitero delle macchine è raccontato da una voce narrante invadente, che costruisce e decostruisce il romanzo giocando con il lettore e le sue aspettative sulla storia che vengono sempre disattese, a riprova del fatto che Ulisse Orsini sia un uomo incapace di compiere delle scelte di propria iniziativa e dunque succube delle decisioni altrui e del flusso degli eventi.

Con grande ironia e gusto per il grottesco, Sergio La Chiusa bene illustra il fallimento delluomo contemporaneo nel cambiare le cose, incapace di guidare il cambiamento lasciando sì che siano gli altri a fare la rivoluzione per lui, pur sapendo, però, che gli altri sono guidati da uno sfrenato individualismo ed egoismo e che per tutelare i propri interessi sono disposti a rinunciare ai propri ideali.

QUI l’articolo originale sulla versione sfogliabile della rivista: https://www.sfogliami.it/fl/319403/q9tp4xztxthxgxq8eeubmtmceh6jhmd#page/40

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Recensione-Intervista a «il cimitero delle macchine» su Il Posto delle Parole

Recensione-Intervista a «il cimitero delle macchine» su Il Posto delle Parole

di Livio Partiti

Giocando con le regole del patto tra narratore, personaggio e lettore, La Chiusa prende un’esistenza fittizia e anodina, per quanto emblematica, un personaggio da romanzo – Ulisse Or­sini – e ci invita a osservarlo da vicino: un soggetto improduttivo, in esubero, ossessionato dalla propria sensazione di illegittimità; uno che ha perso il lavoro e si rintana in casa, riducendosi a sgattaiolare sul pianerottolo per non incontrare i rispettabili condomini. Lo colloca in una metropoli nei primi anni Duemila, riconoscibile eppure fantastica, un cantiere interminato, coerente solo nella propria vocazione di «città della moda e degli eventi»; e lo segue nella sua tragicomica odissea urbana, attraverso paradossali ambulatori e ospedali simili a penitenziari, per vie ridotte a scarni residui dello sfruttamento economico, finché giunge – in mutande e con una valigia piena di biancheria – in una discarica dell’hinterland. Qui, nel cimitero delle macchine, tra i reietti accampati in mezzo a rottami e carcasse d’auto, Ulisse conosce Lazzaro Lanza, un imbianchino con aspirazioni messianiche, che lo trascina nelle azioni del suo movimento rivoluzionario (e nei suoi lavori di tinteggiatura). Il sardonico avvicendarsi di sipari architettato dall’autore rivela tutta l’assurdità del mondo contemporaneo e registra l’inesausto stato di tensione tra l’insostenibilità del reale e la fuga nell’immaginazione. Una tensione che ingabbia Ulisse e gli altri personaggi del romanzo, facendone le nostre grottesche controfigure.

Sergio La Chiusa è nato a Cerda (PA) il 23 settembre 1968 e vive a Milano. Ha pubblicato nel 2020 il romanzo I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi), finalista nel 2019 al Premio Italo Calvino, dove ha ricevuto la Menzione Speciale Treccani per l’originalità linguistica e la creatività espressiva, e nel 2021 al Premio nazionale di narrativa Bergamo, al Premio Giuseppe Berto e al Premio Fondazione Megamark. Nel 2023 ha pubblicato il racconto lungo Madre nel cassetto (Industria & Letteratura) e nel 2024 il romanzo Il cimitero delle macchine (Miraggi). In poesia ha pubblicato nel 2005 la plaquette I sepolti (Lietocolle), finalista Premio Montano 2006, e l’e-book Il superfluo (E-dizioni Biagio Cepollaro). Suoi testi sono presenti su riviste e blog culturali, tra cui “Nazione Indiana”, “Le parole e le cose”, “Il primo amore”, “L’Ulisse”. Ha partecipato a pubbliche letture e iniziative culturali, tra cui RicercaBO.

Ascolta il podcast:

3 panini dal «Mangialibro» al «Cimitero delle macchine»

3 panini dal «Mangialibro» al «Cimitero delle macchine»

di Massimiliano De Conca

Il bigliettino compare all’improvviso: “Provi a farsi vedere, è gratis!” con tanto di indicazioni del dottor Guido Klammermann, specialista, internista, immunologo, medico a tutto tondo. In effetti da un po’ di tempo Ulisse Orsini soffre di disturbi vari, soprattutto incubi molesti che gli impediscono di riposare come si dovrebbe. Sono tante e forse sono ovvie le ragioni del suo malessere: vive in un quartiere periferico di Milano, in via Giambellino, ed è disoccupato, diciamo che la vita non gli sorride e che questa sua precarietà gli porta ansia. Necessario dunque un urgente consulto medico. Lo studio del dottor Klammermann si trova in uno dei tanti palazzi in ristrutturazione di un’altra periferia degradata: un palazzone anonimo, senza tanti fronzoli, che non richiama nessuno stile architettonico specifico. Ulisse si incammina nell’androne e comincia a salire le scale, ma può solo ipotizzare che lì ci sia uno studio medico, visto che non ci sono targhette, indicazioni, regna piuttosto la polvere tipica di un edificio in stato di abbandono. Dalle scale fioccano piume: lo scenario è quasi inquietante, ma Ulisse non si lascia andare e prosegue finché non incontra su un pianerottolo una serie di malati che si accalcano fra materassi, sedie a rotelle. I pazienti sono caoticamente in fila, qualcuno seduto, qualcuno in piedi, tutti che si raccontano di un dolorino, un’artrite, una pressione strana sullo sterno. Finalmente appare una segretaria del dottor Klammermann che soccorre lo smarrito Ulisse chiedendogli però di prendere il numerino: anche in quel caos ci vuole un numero, c’è una progressione. Ulisse procede fra i malati finché non incappa in un paziente che ha una crisi: si sbraccia, chiede aiuto, ma viene bloccato dagli altri pazienti che gli urlano contro perché li sta disturbando. E poi Klammermann non è in studio, è un incompetente e non si presenta mai allo studio. Ulisse è in preda al panico, non gli resta che scendere velocemente in strada e dileguarsi nelle rovine della sua città…

Dopo una felice esplorazione del rapporto con il padre (I pellicaniCronaca di un’emancipazione, Miraggi 2019) e di quello con la madre (Madre nel cassetto, Industria & Letteratura, 2023), Sergio La Chiusa si dedica alla ricognizione della figura del figlio, ovvero del giovane. Il cimitero delle macchine è infatti la storia di un’odissea urbana, quella di Ulisse Orsini, appunto, nome che richiama tanto il protagonista del testo omerico, che Leopold Bloom di James Joyce. In effetti è la storia della peregrinazione di un giovane fra le macerie di una Milano periferica e precaria, ovvero fra le proprie ansie, le paure, ma anche le aspirazioni e le illusioni ormai sfumate. Ulisse è un disoccupato, è un emarginato di una società decaduta afflitta dal male di vivere, occupata a trovare Sergio La Chiusa lavora sul confine fra letterario e metaletterario: il suo testo è infarcito di citazioni implicite ed esplicite di modelli dialogici e visivi, come la plastica ripresa del Cristo che entra a Milano ricalcato su quello di James Ensor che entra a Bruxelles. La Chiusa vuole proprio che il suo romanzo sia un macrotesto che richiama altri autori, altre immagini, altri romanzi. Il tutto strizzando l’occhio al lettore, che viene spesso richiamato e rimesso in situazione: la narrazione per questo oscilla dalla terza persona alla prima persona, dal narratore onnisciente al punto di vista di Ulisse. Romanzo visionario e post-moderno, rompe diversi schemi anche se diventa quasi vittima, per converso, di una sorta di manierismo da canone inverso. Il plot narrativo decadente è una evidente metafora di una società a brandelli che si concretizza, in perfetto richiamo simbiotico, a metà via fra lo sguardo di Ulisse e il susseguirsi di situazioni post-apocalittiche.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-cimitero-delle-macchine

Sul «Mangialibri, 3 panini a LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL PROFESSOR TOTI NEL MONDO DEI ĆEVAPČIĆI di Eric Gobetti

Sul «Mangialibri, 3 panini a LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL PROFESSOR TOTI NEL MONDO DEI ĆEVAPČIĆI di Eric Gobetti

Viene quasi naturale invertire le lettere e trasformare il professor Toti nel maresciallo Tito: del resto tutti gli riconoscono una notevole somiglianza fisica con l’ex presidente della ex Jugoslavia, oppositore dei fascio-nazisti, ma anche del PCUS di Stalin. Toti, però, è un attempato ricercatore a contratto dell’Università di Camerino, specializzato nelle ricette sul carciofo e sull’uso delle erbe aromatiche nel Medioevo. Per questo non capisce bene perché la Famosa Conduttrice della trasmissione “Il mondo in cucina” abbia cercato proprio lui per questa missione, piuttosto che non uno dei tanti suoi giovani studenti, certamente più a loro agio quando si parla di ricette e cucina contemporanea, ma soprattutto quando ci si deve esporre sullo schermo televisivo. Fatto sta che accetta di scrivere il soggetto per cinque puntate anche perché assecondano la sua proposta di una puntata sulla cucina balcanica, in particolar modo per la cucina di Sarajevo. Il viaggio di lavoro non è dei più comodi, perché le vie di comunicazione nelle terre dei Balcani, dopo la spaventosa guerra dell’inizio degli anni Novanta del ventesimo secolo, è precaria e tutta da ricostruire, come le vite degli abitanti di quei luoghi. Toti sceglie di fare l’autostop e quindi di approfittare della compagnia di guide affabili disposte ad avvicinarlo alla sua Sarajevo. Ma in realtà Toti ha un’altra missione, anzi ne ha due: trovare un ricettario cinquecentesco probabilmente molto caro al maresciallo Tito e dato per disperso dopo il bombardamento della biblioteca di Sarajevo; ritrovare la sua ex fiamma, sua studentessa di un tempo, Alma. Il tutto scandito da pranzi e cene semplici, cucinati secondo tradizione e conditi da salse e rakija…

Eric Gobetti è un riconosciuto e stimato storico, specializzato in Novecento ed in particolar modo sulle vicende della penisola balcanica: alla sua penna si devono pagine chiare e documentate sulle foibe, sulla fine della Jugoslavia, ma anche sui partigiani e la seconda guerra mondiale. Nel suo primo romanzo sceglie una formula ben riuscita di narrazione e saggio e ci porta a spasso per una parte dei Balcani, in quelle terre senza confine fra il Montenegro, la Bosnia Erzegovina e la Croazia per spiegare coi fatti, cioè con usanze e soprattutto piatti culinari, il senso di equilibrio multiculturale di un mondo che molti vogliono dividere, ma che in realtà convive benissimo al di là di ogni etichetta e mutazione linguistica. Non c’è niente di più identitario per definire un popolo della sua cucina: scopriamo che a distanza di centinaia di chilometri cambia qualche nome, cambia qualche lettera, ma non l’essenza dei piatti di carne e pesce, verdure e rakija, vero collante di uomini e donne che sono divisi dalla fede, però uniti dall’amore per la loro terra. L’esperienza on the road è un modo per riflettere sui temi della libertà e dell’identità, sui confini e sull’insensatezza delle guerre, sulla distruzione e sulla dignità della ricostruzione. Un libretto ben riuscito, narrativamente parlando anche banale, ma di quella “banalità del bene” che aiuta a capire quanto dobbiamo ancora capire dell’essere umano in un mondo a volte subumano.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/le-straordinarie-avventure-del-professor-toti-nel-mondo-dei-cevapcici

Salvarsi contro l’indigestione di infinito. Recensione a «Non commettere infinito» su Magma Magazine

Salvarsi contro l’indigestione di infinito. Recensione a «Non commettere infinito» su Magma Magazine

Di Alberto Paolo Palumbo

La parola “confine” non indica soltanto una linea immaginaria che divide gli stati fra loro delimitandone le loro aree territoriali, ma contiene in sé anche un concetto psichico. Il confine, o meglio il bordo, è ciò che separa l’interno dall’esterno e che determina l’identità di una persona. Il bordo separa il nostro io da ciò che potrebbe destabilizzarlo. Tuttavia, l’io anela sempre ad andare oltre il bordo, ovvero da finito a diventare in-finito, e così facendo vuole correre il rischio di finire in un abisso da cui molto probabilmente non c’è via d’uscita.

È come se l’io fosse disposto a fare come Giona, a entrare dentro la balena perché non vuole essere relegato al mero ruolo affidatogli da Dio, ma a differenza di Giona l’io, però, è destinato a restare nel ventre del cetaceo. Cercare l’infinito per molti non è altro che un cadere in maniera sempre più precipitosa verso la propria fine. Di questa lotta contro il bordo ne parla lo scrittore e psicologo milanese Nicola Neri nel suo terzo romanzo Non commettere infinito (Miraggi Edizioni, 2025).

La trama di «Non commettere infinito»

Il protagonista di Non commettere infinito si chiama Morelli. È un uomo sulla trentina d’anni e lavora per una ditta. Troviamo il protagonista in macchina alle prese con una chiamata telefonica d’emergenza. Alle domande degli operatori risponde che ha fatto «indigestione di infinito» e che sta scappando dalla realtà in preda a «una dannazione speranzosa, in questo partire, in me/È ormai fatto solo di avanti, non di domani».

Ma dove è diretto esattamente Morelli? Da chi sta fuggendo di preciso? Nel corso di questo viaggio on the road – presunto o meno, ma ci arriveremo per gradi – l’uomo parla con i personaggi più disparati, fra cui operatori di call center, colleghi e vecchi amori. Passa in rassegna alla sua vita – l’abbandono della madre, l’essere cresciuto con un patrigno, problemi legali sorti a lavoro –, ma in questo viaggio sembra voler andare incontro alla morte, oppure sfiorarne il bordo per capire cosa vuole veramente da una vita che pare essere sull’orlo del fallimento.

Le possibili influenze di «Non commettere infinito»

Sono tanti i riferimenti letterari e non che Nicola Neri inserisce all’interno di Non commettere infinito. Il primo l’abbiamo citato a inizio articolo ed è la figura biblica di Giona, colui che, inghiottito dalla balena, ne uscirà esprimendo il desiderio di Dio di diffondere la sua parola nella città di Ninive. Nicola Neri cita esplicitamente il Giona di Moby Dick nei seguenti termini:

È colpa mia: mi sono inventato una storia, ma tutti hanno sbagliato a capire chi ero. Pensavate a Giona. Perché ero io a crederlo. Che io fossi Giona che entra nella balena, viene inghiottito e trova rifugio, calore, esce più ricco, nuovo. E invece sono sempre stato Achab. Colui che cerca di avvinghiarsi a chi lo porterà a fondo. Il suo tesoro è questo: una fine.

A differenza del racconto biblico, Morelli è un Giona che, invece di rispondere al desiderio di vita, cerca di andare incontro al desiderio di morte, una morte che dovrebbe proiettarlo al di fuori dei suoi confini, che dovrebbe portarlo verso una dimensione infinita dove poter essere tutto ciò che vuole e non un’etichetta delimitata dalla propria esperienza terrena.

Un altro richiamo è al film Locke di Steven Knight (2013) con protagonista Tom Hardy. Come Ivan Locke, anche Morelli lavora per una ditta e intraprende un viaggio in macchina dove compie diverse telefonate, ma a differenza di Knight Neri ci consegna, invece, un viaggio on the road più tetro, più cerebrale, e soprattutto più desolato, in quanto le chiamate che fa Morelli sono perlopiù a persone che non conosce e che viceversa non lo conoscono e non riescono a dare una soluzione al suo disagio.

Altro richiamo importante è anche a personaggi letterari come il dottor Moreau e Morel, che danno presumibilmente ispirazione al nome del protagonista. Questo collegamento ci viene immediato per la dedica che Neri scrive in esergo: «alla nostra invenzione». Come i personaggi di Wells e Bioy Casares, anche Morelli è una persona che a poco a poco impazzisce per le illusioni che si è creato, illusioni che vuole vivano con lui per sempre, e pertanto pensa che la morte sia l’unico modo per diventare infinito.

Distinzione fra bordo e bardo

Per comprendere ancora di più questo romanzo, è da tenere a mente come Nicola Neri nutra letterariamente parlando un certo debito verso suo padre Michele Neri, che cita nei ringraziamenti e fra le cui ultime pubblicazioni figura Come un mattino texano. Di solito le relazioni padre e figlio in letteratura sembrano essere abbastanza ingombranti – vedasi Alexandre Dumas padre e figlio, oppure Stephen King con i figli Joe Hill e Owen King –, ma in questo caso fra Michele e Nicola Neri c’è un rapporto molto forte di complicità che, oltre a essersi espresso esplicitamente nel memoir Scazzi, si ritrova anche in Non commettere infinito.

Il legame è da riscontrarsi in quest’ultimo e in Come un mattino texano e in due concetti che sono abbastanza simili: il bardo e il bordo. Nel primo caso, si tratta della situazione che vive Traven, il protagonista del romanzo di Michele Neri, in procinto di lasciare il mondo dei vivi per abbracciare quello dei morti, ma ancora brancolante come fantasma in un mondo che oscilla fra realtà e sogno. Nel secondo caso, invece, abbiamo Morelli, che invece dubita di vivere nella propria realtà e che cerca un modo per delimitarla andando incontro alla morte per fissarne in qualche modo i confini.

In ogni caso, sia Traven che Morelli sono fantasmi o presunti tali che si ritrovano a confrontarsi con la propria soglia, che vogliono passare allo stadio successivo per porsi come padroni della propria vita. Entrambi, infatti, vogliono delimitare la fine della propria vita, perché la fine è la casa che gli permette di stabilire una certezza per ciò che è ignoto, che sia la morte per Traven o l’infinito per Morelli.

Un disperato invito all’ascolto

Non commetere infinito gioca molto con questo confine fra reale e immaginazione, soprattutto a livello grafico. Allo stampatello delle conversazioni telefoniche, di fatti, si alternano parti in corsivo dove Morelli fa delle riflessioni su se stesso e quello che osserva. Il più delle volte queste parti si sovrappongono fra loro a rendere il confine fra la mente di Morelli e la sua realtà sempre più labile.

Sempre più labile è anche il confine fra vero e falso. Più volte, infatti, Morelli dice che quanto racconta potrebbe non corrispondere al vero, ma chiede allo stesso tempo alle persone che lo ascoltano di dargli retta:

Dev’essere imparziale e seguirmi. Perché io devo tornare indietro e farti vedere che cosa mi ha portato fino a quest’ora e a te. Così ti dirò quello che nessuno può sapere. Perché lo fanno, perché non ti hanno chiamata prima. Sono in quel breve tratto tra gli occhi ancora aperti e che si rivolgono ovunque e poi si chiudono.

Quello di Morelli diventa un soliloquio dal ritmo sempre più serrato, scandito da capitoli che si susseguono come fosse un conto alla rovescia verso la morte, dove il protagonista chiede a qualcuno che gli stia al suo fianco per far sì che lo possa scuotere e gli possa confermare che quanto sta vivendo sia la realtà, e che questa realtà la stia controllando lui e nessun altro.

Il protagonista ha bisogno che qualcuno gli creda, in quanto ha bisogno di dimostrare al mondo quanto possa essere in grado di andare oltre i limiti che la sua vita gli ha imposto, quanto sia possibile raggiungere l’infinito con le proprie mani. Chiede sempre ai suoi interlocutori se lui è reale, se è reale quanto sta provando, in quanto stabilire l’autenticità di quanto sta vivendo significa confermare le sue possibilità come padrone del proprio destino.

Una missione suicida per conto della vita

Per dimostrare quanto racconta, Morelli giustifica i suoi fallimenti, le sue esperienze con la droga come momenti che gli servivano per dimostrare come potesse essere in grado di controllare il confine fra la vita e la morte, come fosse possibile toccare l’abisso e poi riemergere e vedere la luce:

Sono in missione per conto della mia vita. Pit, vado a vedere. Scuola empirica. Che cosa c’è in fondo, al centro della corrente che sembra sul punto di esplodere? L’abisso? Una luce migliore e che aspettava di essere scoperta, sì, a caro prezzo, ma comunque una luce?

Morelli, quindi, si mette volontariamente all’interno di una corrente che è «l’unica cosa comprensibile di una vita incomprensibile», che lo porta a morire «per continuare a credere di avere vissuto». Un passaggio interessante, però, è quando il protagonista si chiede se «non ci siamo mai sentiti un po’ bovaristi». Morelli sceglie forse uno fra i personaggi più nichilisti della letteratura, Emma Bovary, una donna che insegue passioni autodistruttive per sentirsi viva, perché solo autodistruggendosi può prendere in mano la propria vita dalla monotonia coniugale a cui l’ha condannata il marito Charles.

Qual è, dunque, lo scopo di questo viaggio? Per Morelli è quello di provare a raggiungere il confine con la morte, provare forse a porre una volta per tutte fine alla propria vita per delimitarla, per dire al mondo intero che è stato lui a scrivere il suo finale, e nessun altro. Solo così, dunque, prova a non commettere infinito: cercando di annullare il flusso della vita, delle visioni e dei ricordi che gli fanno male e che sembrano decidere il finale per lui.

«Non commettere infinito»: un viaggio borderline

Se dobbiamo trovare una definizione al viaggio on the road che compie Morelli in Non commettere infinito (acquista), è quella di «viaggio borderline», un viaggio compiuto nel bordo fra finito e infinito, fra stabilità e instabilità. Il viaggio di Morelli è il viaggio disperato di un uomo che pensa che le cose gli succedano quando, invece, delle cose vorrebbe esserne il padrone, e l’unico modo che trova per appropriarsi definitivamente della propria vita è accarezzare il confine con la morte.

Allora chi sono? Sono una storia. Una storia che non esisterebbe senza di me come io senza di lei. E chi può crederci? Eppure per chi è una storia la vita comincia solo quando c’è uno che ci crede, che la rende, si può dire, vera? Amabile? Se no resta una fantasmagoria raccontata al buio, quando nemmeno gli uccelli ti danno retta. E invece ci vuole fede. E io non ho ancora trovato nessuno, che creda che questi mostri opachi che si agitano nella mia testa… Ma come credermi?

QUI l’articolo originale: https://www.magmamag.it/non-commettere-infinito-nicola-neri-recensione/