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Il richiamo del dirupo – intervista di Raffaella Anna Indaco a Mìcol Mei su Ostello letteratura

Il richiamo del dirupo – intervista di Raffaella Anna Indaco a Mìcol Mei su Ostello letteratura

Il richiamo del dirupo è un romanzo di Mìcol Mei, scrittrice, editor e traduttrice, uscito per Miraggi edizioni lo scorso anno. Tra le tante qualità di Mìcol mi preme sottolineare la sua capacità di tenere incollato il lettore alle pagine del suo breve romanzo ma intenso e ricco di colpi di scena. Mìcol “ospita” il lettore e quattro protagonisti nel Pallido Rifugio, una casa vittoriana costruita sopra di una scogliera a picco sull’oceano e fa rimettere insieme i pezzi e gli indizi che lascia nelle varie stanze. In questa casa si ritrovano una ex tennista, un giovane scultore di successo, una madre che ha perso le tracce della figlia e un giovane affetto da una rara malattia che gli rende la pelle blu. Tutti hanno risposto a un annuncio trovato sul giornale, accettando l’invito del proprietario della casa, Felice Hernandez, a trascorrervi un periodo in cambio della redazione di un diario del loro soggiorno. Tutti hanno i loro motivi per fuggire, per isolarsi, ma ben presto ci si rende conto che in quella casa persino il tempo sembra scorrere in modo diverso. Se all’inizio il romanzo si tinge di tinte gotiche e può farci pensare di essere davanti a un thriller veniamo subito smentiti dalla profondità e dalla delicatezza con le quali l’autrice porta avanti la narrazione. Tanti piccoli frammenti tenuti insieme da uno schema solido che regge la storia dei personaggi e del Pallido Rifugio.

La lettura del Richiamo del dirupo ha suscitato in me così tanta curiosità che ho chiesto a Mìcol di rispondere a qualche mia domanda.

Cominciamo dal principio: da dove nasce l’idea del romanzo?

L’idea del romanzo nasce da una necessità imprescindibile. Sentivo di dover raccontare la storia di altri e in parte la mia, avevo bisogno di ‘partorire’ questo bambino per poterlo far vivere libero nel mondo e separarmene, sebbene resterà sempre una parte di me. Un giorno mentre facevo le mie solite ricerche bizzarre negli archivi più reconditi del web, ho scoperto la storia della Cliffhouse di San Francisco e ho pensato che la mia storia non potesse essere ambientata che in un luogo del genere per ciò che rappresenta. I due elementi, la narrazione e il luogo, si sono dunque fusi in un unicum.

Il richiamo del dirupo, titolo evocativo. Come mai questa scelta? Ha avuto sin da subito questo titolo?

Sì, se c’è una cosa che mi riesce più facilmente del resto è trovare un titolo ai miei progetti; anzi, senza un titolo non riesco proprio ad iniziare a lavorarci su. Raramente poi viene cambiato. Il titolo è stato elaborato da un’idea di partenza di veicolare il concetto de L’appel du vide, ovvero il richiamo di lanciarsi nel vuoto, nello sconosciuto, nel nascosto. Il che non costituisce per forza un pensiero autodistruttivo ma un istinto insito nella natura umana, Il richiamo del vuoto e la nostra attrazione per ciò che è profondo e ignoto, come la nostra psiche negli strati più radicati. La posizione del Pallido Rifugio è sia letteralmente che metaforicamente questo Appel du vide.

Suggestiva anche l’immagine in copertina, potresti spiegarla alle nostre lettrici e ai nostri lettori? Inoltre hai realizzato una playlist da ascoltare durante la lettura. Che importanza ha la musica in questo senso?

La musica per me ha un’importanza assoluta. Non è possibile che io scriva senza ascoltare musica. Concordo con Friedrich Nietzsche quando scrisse che la vita senza musica sarebbe un errore. Per quanto mi riguarda ogni personaggio ha una sua colonna sonora naturale. Scrivo certamente in maniera cinematografica. La copertina è stata realizzata dopo l’aver tartassato di immagini della Cliffhouse il grafico. Avevo un’idea cristallina di come dovesse risultare. È stata una scelta stilistica quella di rendere la vecchia fotografia in RGB, per darle una specie di senso di disconnessione temporale.

Il romanzo mi ha colpita soprattutto per la sua struttura. Come hai lavorato per realizzarla? E le poesie e l’idea di inserirle nella narrazione a cosa si devono?

La struttura del romanzo segue la tecnica narratologica della mise en abyme, ovvero una messa in abisso, un particolare tipo di storia nella storia, in cui la storia raccontata può essere usata per riassumere o racchiudere alcuni aspetti della storia che la incornicia. Questa tecnica l’ho appresa da Andrè Gide. Si tratta di una specie di situazione in cui ci si ritrova tra due specchi e la propria immagine viene riprodotta all’infinito. Le poesie sono state create per ciascun personaggio, per dare prova che chi le ha scritte già li conoscesse, e per fornire al lettore uno strumento in più per leggerli. Sono visioni, interpretazioni, proiezioni del punto di vista di ciascuno, della loro vera natura, del senso del loro abitare il Pallido Rifugio.

Il richiamo del dirupo è dedicato a Chiara Fumai. Questa figura che importanza ha per te e per il romanzo?

Ho avuto la fortuna di conoscere Chiara Fumai grazie alla mia esperienza lavorativa nel mondo dell’arte contemporanea. I momenti che ho condiviso con lei resteranno per sempre scolpiti nella mia memoria. Raramente mi è capitato di incontrare persone così uniche, colme di talento e speciali, che mi parlassero a livello enzimatico, nelle quali mi riconoscessi come fossimo fatti dello stesso sangue. Quando Chiara è scomparsa per me è stato un trauma difficile da superare. Lei è ovunque in questo lavoro. L’arte possiede però la straordinaria capacità di avvicinare le anime simili e grazie al fatto che avessi dedicato il libro alla memoria di Chiara ho incontrato sua madre che è stata mia ospite durante l’ultimo Salone del libro di Torino in cui io presentavo il libro e lei era presente per lo splendido volume sulla carriera di Chiara, Poems I Will Never Release a cura di Nero editions. Chiara mi ha permesso di conoscere una donna strabiliante come sua madre e curatori spettacolari come gli autori del volume. Questo è il potere dell’arte.

Il richiamo del dirupo, per la cura dei dettagli, mi ha portata pagina dopo pagina nel Pallido Rifugio, come se osservassi le azioni dei personaggi. A cosa ti sei ispirata per costruire le stanze e l’ambientazione in generale?

Mi sono ispirata all’idea di creare una scrittura il più possibile immersiva che potesse fare sentire partecipi i lettori in prima persona, come se stessero vivendo loro stessi la vicenda. Il romanzo mi ha richiesto grandissima ricerca per ciascun personaggio, con centinaia di articoli di giornali passati in rassegna, capitoli di testi specialistici, giornate passate in biblioteca per essere il più possibile precisa e mettere a punto la mia visione complessiva. Specialmente nella descrizione del Pallido Rifugio che è una casa vittoriana, ho seguito fino al più trascurabile dei dettagli, i dettami di come fossero costruite, sistemate architettonicamente, arredate e dipinte le case dell’epoca. Mi sono persino disegnata una pianta fittizia della villa, in modo tale da controllare la sua disposizione e come l’avrebbero abitata i personaggi.

Un romanzo complesso e ricco, ma allo stesso tempo breve. Come mai questa scelta? Nella fase di editing ci sono stati dei tagli e delle riduzioni?

Proprio per la sua complessità e ricchezza di contenuti è stata una mia scelta quella di mantenere il romanzo breve. Una narrazione estremamente verbosa e descrittiva non si addiceva allo scopo del lavoro. Ci sono generi letterari che necessitano molto spazio per raccontare bene una storia ma non credo che questo facesse al caso del Richiamo del Dirupo. Come si suol dire ho optato per portare a termine un’opera breve ma intensa, condensata, invece che trascinare la trama riempiendola di dettagli e spiegazioni che in questo caso specifico sono volutamente omesse.

Quanto di Mìcol Mei c’è nei personaggi del Pallido Rifugio?

Tutto e niente. Ho raccontato di me e di esperienze vissute da altri, ho ideato di finzione e ho riportato fatti realmente accaduti fin tanto che le due dimensioni fossero fuse assieme. La bellezza della letteratura sta decisamente nella libertà di avere l’ultima parola sui propri errori.

Quali obiettivi ti eri prefissata prima della pubblicazione del Richiamo del dirupo? Sono stati raggiunti?

L’unico obiettivo che mi ero prefissata era quello di pubblicare qualcosa di cui potessi andare fiera. Non avevo aspettative di risultati da raggiungere, non mi sono posta il problema di come gli altri avrebbero percepito il mio lavoro. Sono stata inondata da affetto e stima, ho avuto testimonianza di quante persone a me sconosciute si fossero sentite vicine e comprese da ciò che avevo messo in scena. Non ero e non sono né sarò mai abituata a ricevere tali ondate di calore perciò ogni volta mi commuovo e alzo un calice di champagne in onore di quella fragile ragazzina sola convinta che le sue parole non valessero molto.

Come definiresti il tuo romanzo?

Definirei il mio romanzo un esperimento, di profonda, dolorosa e viscerale introspezione, una forma di psicoanalisi d’urto, un faticoso ma appagante lavoro di ricerca.

Nel Richiamo del dirupo tratti tematiche importanti e delicate, è un romanzo che al suo interno racchiude più livelli narrativi sapientemente costruiti che tengono lettrici e lettori con il fiato sospeso fino alla fine. Hai mai temuto di essere fraintesa? Che non ricevesse la giusta accoglienza da parte del pubblico?

Temere di essere fraintesi credo che sia il cuore spinoso del mestiere dell’artista. Ci si domanda incessantemente se ciò che stiamo creando abbia senso e aggiunga anche solo una virgola a tutto ciò che è già stato fatto in precedenza. Si può essere orgogliosi dei propri progetti ma mai davvero soddisfatti del tutto. Si cambierebbe sempre qualcosa all’infinito. Ho temuto di essere fraintesa come individuo da quando sono nata perché ho la consapevolezza di essere complessa. La mia produzione riproduce il mio caos e il mio ordine perciò non può essere altrimenti. So di aver scritto un libro che necessita rilettura e che può non arrivare immediatamente al lettore. Sono altrimenti conscia che moltissime persone, bookblogger, critici letterari, lettori accaniti o saltuari, l’hanno capito e sentito loro. Questa è una consolazione assoluta per l’anima e davvero non si può chiedere di meglio.

Ci sono progetti futuri?

Ho terminato la stesura di un secondo romanzo, questa volta di genere murder mystery che solletica il mio lato vintage e il mio amore per il giallo e sto lavorando a un progetto più vicino alle corde del Richiamo del Dirupo. C’è tanto entusiasmo e tanta ricerca in corso, perciò attenzione!

QUI l’articolo originale:

https://www.ostelloletteratura.it/post/il-richiamo-del-dirupo-intervista-a-micol-mei

l’EDOnista – recensione di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

l’EDOnista – recensione di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

Troppe volte non conosciamo un libro perché un giornale per partito preso o per campanilismo non lo segnala. Non è il caso de ‘L’EDOnista’ (Miraggi, pp. 172, €15), di Alessandra Contin (collaboratrice de La Stampa) e Francesca Angeleri (collabora con una infinità di testate: Il Manifesto, Corriere et alii). Due ‘penne’ che leggendole con l’occhio giornalistico appaiono diverse, ma che in questo bel romanzo che richiama la collina torinese dove vive il benestante Edo, rivoluzionano il parere che si può avere sui loro articoli: parere positivo/plus. Possiamo affermare e lo facciamo a gran voce, che il volume si presta a una narrativa sgargiante e pedagogica: sino a che punto si può vivere del pseudo godimento del protagonista Edo? E sino a che punto pensare che la bellezza della vita si riduce a sesso, locali e droga? Sappiamo che Turin è il Toro, la coca, i black bloc, la piazza (Vittorio) più grande d’Europa, eccellenza rivoluzionaria quando qualcosa non va bene: nascono sempre lì le primissime obiezioni alle restrizioni politiche sul cittadino. Ciò che fanno le due autrici altro non è che rappresentare l’altra Torino, quella che se non ci vivi non puoi sapere che è così, anche se paradossalmente si potrebbe affermare che ovunque succede il rendicontare di certi background delle metropoli. Narrano il vero, anche se il forestiero direbbe: ‘torinesi, falsi e cortesi’! Per nulla: ‘torinesi ardite e coraggiose’, anche nella scommessa di unirsi per scrivere un romanzo che spara forte e vibra dentro come suono di mitraglia che ad un certo punto stordisce per poi darti risposte: tante! Quelle cercate da Edo nonché da tutti: chi le trova, grazie all’approdo dalla zia e chi si fa fuori perché denaro e benessere non ce l’hanno. Libro intinto di ‘brillori’ e incipit riflessivi!

QUI l’articolo originale:

Il bambino intermittente – candidato al Premio Strega 2022 | segnalazione sul Corriere della Sera

Il bambino intermittente – candidato al Premio Strega 2022 | segnalazione sul Corriere della Sera

Quarta mandata di titoli in gara per il Premio Strega: dal lavoro degli Amici della domenica (membri del nucleo storico della giuria) ecco la nuova dozzina di libri che dovranno – con gli altri, e siamo a 48 – contendersi l’ingresso nell’Olimpo dei 12 finalisti e affrontare la selezione della cinquina, prima della finale del 7 luglio. La novità più evidente? Il candidato della fede.

Hotel Padreterno di Roberto Pazzi (La nave di Teseo), presentato da Massimo Onofri, è stato infatti già «recensito» da un Lettore d’eccezione: Papa Francesco, che ha inviato un elogio personale all’autore. Forse perché è un libro visionario che racconta di un miracolo moderno. Di un Dio che scende tra gli uomini (questa volta senza inviare il figlio), per «tornare a capire l’umanità». E lo fa incarnandosi in un uomo di 78 anni, cappotto e borsalino nero, che incontra un bambino nella metropolitana di Roma.

La madre è spaventata da quell’uomo che si compiace di parlare col figlio; ma lo sconosciuto finirà col guarire il bambino da un tumore al cervello, con la sola imposizione delle mani. «Quell’uomo vorrà provare tutto della vita degli uomini, perfino l’innamoramento», rivela l’autore.

C’è un piccolo protagonista anche in un altro libro entrato nella selezione: è Il bambino intermittente di Luca Ragagnin (Miraggi Edizioni), che ricostruisce la realtà attraverso l’incontenibile immaginazione di un bimbo straordinario, un piccolo impacciato ma iperattivo, problematico ma poetico, che «trova Dio in una cabina da spiaggia… poi lo perde in una mensa sotterranea».

Tra le segnalazioni emerge poi quella di «un affresco unico della società culturale italiana e americana, e di quella comunità di intellettuali italiani che si ritrova, per caso o destino, a New York»: è Una disperata vitalità di Giorgio van Straten (HarperCollins), romanziere e traduttore, già direttore dell’Istituto italiano di Cultura cli New York. Lo ha candidato Giovanna Botteri.

Degno di attenzione Il digiunatore di Enzo Fileno Carabba (Ponte alle Grazie): racconta la vita di un «artista del digiuno» realmente esistito, Giovanni Succi, nato nel 1850 a Cesenatico, che conquistò fama internazionale negli anni fra Otto e Novecento, arrivando a ispirare un racconto di Kafka. Narra invece la storia familiare intrecciata alle pagine più scure della storia d’Italia Stirpe e vergogna di Michela Marzano (Rizzoli), che parte dalla scoperta del passato fascista del nonno per svelare il fascismo «sotto la cenere della vergogna che riaffiora in famiglia, in comportamenti e relazioni».

Di livide memorie parla anche Mordi e fuggi. Il romanzo delle Br, di Alessandro Bertante (Baldini+Castoldi). Tra gli altri candidati ci sono poi: Sogno notturno a Roma 1871-2021 di Annarosa Mattei (La Lepre Edizioni); Il cuoco dell’imperatore di Raffaele Nigro (La nave di Teseo); Con tutto il mio cuore rimasto di Rosaria Palazzolo (Arkadia); La ladra di cervelli. Un Alzheimer in famiglia di Ciriaco Scoppetta (Armando Editore); Padri di Giorgia Tribuiani (Fazi); Il sole senza ombre di Alberto Garlini (Mondadori).

Luca Zanini

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Colloqui con il pesce sapiente – recensione di Angelo Di Liberto su Modus legendi

Colloqui con il pesce sapiente – recensione di Angelo Di Liberto su Modus legendi

Il Pensiero originale è infatti collettivo e indescrivibile.

Non esiste forse enunciato più acconcio per viaggiare in direzione eguale e contraria verso l’opera di Paolo Brunati. Scrittore, poeta, scultore, artista totale, nella cosmogonia letteraria che lo caratterizzò ogni elemento veniva irradiato di una vita propria che serviva a creare altra vita, altro significante.

Allora insetto non si riferiva soltanto alla minuscola vita strisciante, volante, saltellante di artropodi comuni, ma la metafora del passaggio dell’uomo sulla Terra, nella sua impossibilità d’essere altro dal minimo contributo occasionale e fugace di pensiero.

Mi chiedo a volte se la scrittura non sia, rispetto al pensiero, quello che è l’Insetto trafitto nella scatola entomologica rispetto all’Insetto vivo.

E il ricordo dell’insetto più famoso della storia della letteratura ritorna prepotente. Lo scarafaggio kafkiano trafitto nella sua scatola familiare è al tempo stesso pensiero e scrittura del pensiero, è il vivo-morto, il ritornante della sua specie mutata, così come lo è la scrittura del pensiero defunto che si fa carta e che riverbera da centosessanta prose intitolate all’inorganico, all’inessenziale, all’infinito, contenute in un testamento letterario dal titolo “Colloqui con il Pesce Sapiente”.

Brunati non conclude, non cristallizza nelle forme ma spazia negli oceani plasmabili dell’inconoscibile la sua materia filosofica, immergendola nelle acque tiepide dell’ironia sottile, del boudoir di un illusionista, in quel dietro le quinte di una rappresentazione a scopo dimostrativo e preparatorio della vita.

Nella sua incessante riscrittura dell’avventura umana, l’autore fagocita l’assurdo restituendo plausibili scenari, insuperate visioni metafisiche collimanti con l’abituale rapporto col quotidiano, con l’ineludibile consunzione della materia.

Ogni Morto è un grandissimo attore drammatico. La sua persona anagrafica sparisce con la sua totale immedesimazione nel personaggio.

L’umorismo paradossale che alberga in ogni prosa brunatiana fa i conti con una consapevolezza profonda del rapporto che lega gli elementi primordiali. Il gusto del contrario è cifra identitaria strutturata in relazione paritetica. Si è nel momento irripetibile del dolore e della farsa.

Persino sentimenti come l’inimicizia sovvertono l’efficacia di un’esperienza.

Sì, l’inimicizia è uno dei sentimenti più forti, più genuini. Un vero nemico è colui che riesce a rivoltarti, farti cambiare posizione da quella in cui già fin da troppo tempo giacevi anchilosato.

La letteratura come nemico è un’idea affascinante che scoraggia il lettore, aduso a un rapporto infantile, si direbbe quasi elementare con la parola scritta. Da un libro vuole ristoro, non la spinta al confronto. Ricerca il simile, l’ovvio, non l’eccezione, l’insolito.

La filosofia contenuta in “Colloqui con il Pesce Sapiente”, pubblicato da Miraggi Edizioni, da cui sinora sono stati tratti spunti di riflessione, è un luminoso istinto non già verso la salvazione, ma l’incontenibile suggestione di essere in presenza di un’aurora polare, il cui effetto ottico sta all’occhio che la osserva e al cuore che la prova. Non raramente chi legge Brunati avvertirà quei suoni elettrofonici che si odono in alcune manifestazioni di aurore boreali ma, come quest’ultime, si sarà in presenza di fenomeni che ancora sfuggono alla comprensione dell’origine della creazione di uno scrittore, che ha dato alla letteratura materiale organico in continuo divenire.

QUI l’articolo originale:

Uno di noi – recensione di Francesco Subiaco su Contro il nulla

Uno di noi – recensione di Francesco Subiaco su Contro il nulla

Un affresco tragico e tormentato della società italiana

La collana scafiblù della casa editrice Miraggi si ispira alle omonime imbarcazione usate a Napoli per il contrabbando di sigarette. Gli scafi blu della letteratura non trasportano più tabacchi e merci, ma contrabbandando idee clandestine, messaggi disobbedienti, originali e originari, attraverso stili e contenuti ribelli. Trasportando, oltre l’attenzione generale, i luoghi oscuri dell’uomo e le verità segrete ed inconfessabili dietro ogni uomo. Ci riesce bene Daniele Zito che nel suo “Uno di noi”(Edito da Miraggi Edizioni) compie l’affresco tragico e tormentato della società italiana. Raccontando la vicenda di un gruppo di amici, frustrati e sconfitti, che in un giorno di euforia, dopo l’ennesima disfatta in una partita di calcetto, decidono di dare fuoco ad una baraccopoli della loro città. Un gesto assurdo a cui cercano di dare più significati, etici, politici, morali, che nella loro mente nasce con la noncuranza spietata con cui ognuno distrugge senza pensarci nella vita. una noncuranza che li porterà a bruciare case e abitazioni di disperate e a condannare ad atroci ustioni una giovane ragazza emarginata e disabile. Un fatto drammatico per entrare nel ventre molle della società, nelle paure e gli odi di un mondo emarginato e sconfitto. Fatto di cattiveria ed emotività, di paure e disperazione. In una indagine priva di quella retorica patetica dei romanzi del nostro tempo, attraverso uno stile poetico e terribile che spezzetta le azione, apre le vite dei suoi personaggi mostrando vittime e carnefici, certamente, ma soprattutto, uomini, turbamenti, oscurità. Un romanzo anomalo che più che una trama ha una atmosfera, più che personaggi riflessi. Non hanno nomi veri i membri della banda del calcetto, né dottori precari, passanti e soccorritori, la bambina che soffre, suo padre rimasto solo e in agonia. I quattro hanno una voce unica rappresentata dal “uno di noi”, parlante, che
si distrugge e logora tra i sensi di colpa e il bisogno di indifferenza per non farsi scoprire, tra la violenza verbale e l’annientamento umano e intimo. Ha nome solo sua moglie, Irene, che gli legge dentro, lo vede turato, orribile, pentito, confuso. Maschere che si accompagnano al coro volubile ed emotivo della società, capriccioso ed istintivo, bisognoso di certezze e comprensione, ma anche affamato di vendetta, arringato e sconvolto dalla chiacchiera e dagli sciacalli sociali. Dai ministri opportunisti sempre pronti a salire sul carro del vincitore, a giornalisti che si nutrono di morte e dolore. Volti, riflessi, allusione che raccontano la grande tragedia anonima che può aggirarsi nella vita crepata di ognuno di noi.

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Il richiamo del dirupo – recensione di Alessandra Fontana su La lettrice controcorrente

Il richiamo del dirupo – recensione di Alessandra Fontana su La lettrice controcorrente

Frammenti

Il richiamo del dirupo di Mìcol Mei è un libro breve, particolare e intenso. Difficile collocare in un genere un racconto così, composto da frammenti, suggestioni, emozioni e ricordi.

L’atmosfera è ammantata di mistero e io ho pensato subito, lo so anche se non c’entra quasi nulla, a Shirley Jackson e al suo L’incubo di Hill House. Anche ne Il richiamo del dirupo infatti la protagonista sembra essere una casa assai particolare, una casa che inghiotte e trasforma i suoi personaggi.

Raccontare Il richiamo del dirupo è difficilissimo perché il pericolo “spoiler” è sempre dietro l’angolo e io ovviamente non voglio rovinare la sorpresa a nessuno. Degno di nota è il modo di raccontare la storia. Il lettore si trova sempre di fronte a un registro diverso: ci sono descrizioni tradizionali, canzoni, diari… Il richiamo del dirupo è un racconto in costante movimento.

Se all’inizio crediamo di trovarci di fronte a un horror, con l’andare avanti delle pagine scopriamo che non è proprio così. La seconda metà del libro esplode e si trasforma in qualcosa di completamente diverso.

Il richiamo del dirupo racconta la storia di una casa in stile vittoriano a picco sul mare. Un giorno il proprietario, Felice Hernandez, decide di ingaggiare un agente immobiliare per affittare la casa. E fin qui direte: cosa c’è di strano? Gli inquilini dovranno avere particolari caratteristiche e infatti gli ospiti della casa di Hernandez saranno quattro persone diversissime e soprattutto tormentate da qualcosa.

Nell’inquietante casa prenderanno posto una donna che ha perso la figlia,  uno scultore, un’ ex tennista e un ragazzo affetto da una rara malattia.  Ed è qui che comincerà per loro un percorso attraverso ossessioni, vendette e ripicche.

(…) ciò che colpì maggiormente il giovane furono però delle vecchie foto appese con cornici d’epoca. Ritraevano quelli che avevano tutta l’apparenza d’essere vecchi attori d’inizio secolo, quando tradizionalmente ci si aspetterebbe di trovare fotografie di parenti e famigliari.

In questa casa nulla è lasciato al caso: le stanze degli ospiti sono arredate secondo un’intenzione precisa. Nessuna è uguale ad un altra, proprio come nessun dramma assomiglia a un altro.

Se ho imparato una cosa buona da lei, è che la tragedia col passare del tempo diventa farsa, perciò tocca sorridere quando grandina.

Il richiamo del dirupo è…

Frammenti. Mei compone un puzzle avvincente e spiazzante. All’inizio si può fare un pochino di fatica perché la narrazione non è tradizionale. Questo è sicuramente l’aspetto che ho apprezzato di più. Mi è piaciuta la tensione crescente quando entrano in scena i personaggi e l’idea di immergerli, come se fosse in un esperimento, in un ambiente pronto a far emergere le loro fragilità e addirittura di ribaltare le convinzioni che avevamo su di loro.

Quello che mi è piaciuto meno è stata la brevità. Avrei voluto rimanere ancora un po’ in loro compagnia e magari aggiungere qualche pagina mi avrebbe fatto innamorare di più. Ma lo sapete, io amo i mattoni e non faccio testo.  Ringrazio AldoStefano Marino e l’autrice per avermi mandato la copia. Miraggi ancora una volta si è distinta pubblicando un romanzo nuovo, insolito e godibilissimo.

Consigliato per gli amanti delle storie inclassificabili, per quelli che sono in cerca di storie particolari e mai banali, per chi non si accontenta e vuole essere stupito.

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Endecascivoli – recensione di Stefano Bonazzi su SATISFICTION

Endecascivoli – recensione di Stefano Bonazzi su SATISFICTION

Mi approccio a questa lettura con colpevole ritardo. Libri e libri che si accumulano sulle mensole e che continuo a rimandare, nel frattempo, come tutti aggiungo e impilo, appunto altre letture che andranno a rimpinguare quello spazio sempre più ridotto ma che resta lì e in qualche modo mi da sicurezza. Il porto sicuro in cui so che potrò attingere ogni volta che ne sentirò il bisogno. Un po’ come i frammenti letterari presenti in questa raccolta, gli “Endecascivoli”, appunto. Memorie luminose e impalpabili che affiorano incontrollate alla superficie, come la marea che torna a bagnare la punta dei piedi, come quelle immagini che ci appaiono davanti agli occhi se li stringiamo forte, con il sole piantato dritto negli occhi.

E allora via di frasi e paragrafi che sono particelle, luminose e sfolgoranti, fragori che si consumano nel tempo di un respiro o, come ci suggerisce l’autore stesso, nell’istante di un vuoto d’aria, come quelli che ci colgono alla sprovvista, dopo aver salito decine di scalini, prima di un salto nel vuoto.

Sessantacinque (come l’anno di nascita dell’autore) sono i racconti presenti in questo pregiato volume edito da Miraggi, editore che da sempre confeziona le sue uscite con una cura a tratti artigianale. La copertina piacevolmente ruvida, con quella carta di un bianco che tende verso il seppia e l’immagine di una manica a vento che emerge da un paio di buffe nuvolette stilizzate, è già la conferma che qui siamo lontani dal territorio delle letture convenzionali.

Racconti brevi, a tratti brevissimi. Schegge di memoria intagliate nella corteccia di una vita policroma di esperienze. Non importa quando ci sia di realmente biografico e quanto sia fiction, o citazione, il focus è tutto spostato verso il substrato emotivo dell’autore: il rapporto con la sua famiglia, le giornate trascorse con il padre, il nonno, gli zii, il alla miniera, il carbone sulla pelle, i cunicoli che toglievano il respiro, le cui pareti d’ombra sono rimaste impresse negli occhi lungo gli anni. E poi i pomeriggi a turno sul muretto con gli amici, indossando i primi Lewis da portare rigorosamente senza giaccone, per sfoggiare l’etichetta. Il ricordo del primo viaggio a Cagliari, in una trattoria che ancora esiste, con Gigi Riva seduto nel tavolo alle spalle. Le distese di sabbie rosse che portano fino al mare, le camminate senza meta, con l’erba nascosta sotto i vestiti e uno zaino sfilacciato sulla spalla, sotto un sole carico di promesse e i confini tutti sbiaditi. Un’epopea onirica in cui la dimensione del sogno non dimentica la crudeltà di una realtà beffarda. Lo capiamo subito, dal primo, brevissimo racconto, deflagrante in tutta la sua spietata lucidità. All’autore bastano poche frasi, una manciata di descrizioni e già siamo lì, al centro della tragedia, sfiniti dal peso di quel corpo dilaniato che a stento riusciamo a reggere. In mezzo al fumo, alle grida, impregnati di quella stessa fuliggine che ritornerà ancora e ancora, lungo tutto l’arco narrativo, come lo spettro di una macchia indelebile. Poi il ritmo rallenta e subito mi torna alla mente quel concetto a me tanto caro di “anemoia”. Il retrogusto nostalgico per una un’epoca mai vissuta ma che in qualche modo mi appartiene, ci appartiene, rendendoci complici inconsapevoli di una grande memoria collettiva. 

Patrizio Zurru è bravo a giocare con un ritmo narrativo che mette a suo agio il lettore. Come se sfogliando questi racconti, l’autore ci sussurrasse all’orecchio di non avere fretta, prenderci i nostri tempi, centellinare la scoperta di questi fotogrammi sospesi tra l’ironia dell’attimo (il reportage ambientato durante il festival letterario Una marina di libri è una chicca per chiunque abbia a che fare con il mondo editoriale) e l’agrodolce malinconia del ricordo.

Il tutto tratteggiato con grande padronanza linguistica e un’umiltà che traspare anche quando l’autore si concede dei piccoli guizzi stilistici (alcuni paragrafi in rima, qualche indovinello sparso). Le immagini si sovrappongono, gli odori si mescolano (la passione per la cucina è evidente) e proprio come la cadenzata costanza di una mareggiata, senza nemmeno accorgercene stiamo scorrendo assieme all’autore quell’immenso album fotografico. Istantanee dai tratti nitidi che sbiadiscono gradualmente fino a dissolversi in un riverbero fuori fuoco. L’aroma del latte bollito, il bruciore del carbone sciolto sulla pelle, l’ebbrezza di una serata trascorsa con i migliori amici, il viaggio e il bisogno di riconoscersi nomade, seppur ancorato a quell’isola preziosa dove la vita è scandita da un tempo diverso. 

Il tempo sospeso, lo stesso di quest’opera. 

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Cacciatori di frodo – recensione di Francesco Montonati su FMONTONATI.COM

Cacciatori di frodo – recensione di Francesco Montonati su FMONTONATI.COM

“Cacciatori di Frodo”, finalista al Calvino e candidato allo Strega nel 2013, è il libro d’esordio di Alessandro Cinquegrani. Non ha vinto nessuno dei due premi, ma la sola candidatura mi riempie di speranza per il destino della letteratura nazionale; encomiabile il coraggio di Miraggi Edizioni nella scelta di pubblicarlo. 

Sì perché “Cacciatori di frodo” è certo un libro notevole, ma ha una particolarità: è scritto con la tecnica del flusso di coscienza; James Joyce, William Faulkner, Virginia Woolf, per intenderci. A volerla dire tutta, ultimamente Remo Rapino con il suo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” ha usato la stessa tecnica e ci ha vinto il Campiello 2020, ottenendo un successo molto maggiore di quello di Cinquegrani, ma questa è un’altra storia e a me “Cacciatori di frodo” è piaciuto di più.

Protagonista è un uomo del nordest italiano, Augusto, benestante proprietario di un inceneritore per lo smaltimento di pneumatici. Tutti i giorni sua moglie cerca di ammazzarsi aspettando il treno che le faccia rotolare la testa giù dagli argini e nel fiume. E tutti i giorni lui percorre dodici chilometri suppergiù di binario morto per andare a recuperarla. Tutti i giorni, da quando il loro piccolo di diciotto mesi è caduto dalla finestra. Dodici chilometri di pensieri e ricordi, considerazioni e scoperte di verità nascoste. Che lui stesso, che la sua stessa mente gli ha finora nascosto.

Un flusso di coscienza a un tempo esiziale e catartico di poco più di cento pagine. Pagine fitte, piene. Non solo perché gli a capo si contano in tutto il libro sulla punta delle dita, e non solo perché i periodi possono durare pagine intere. Ma anche e soprattutto perché ogni pagina contiene una cifra, un barlume, un’espiazione, un rimorso, un contrasto, un rifugio, una rabbia, un motivo per cui il protagonista è adesso l’individuo che è. 

Alessandro Cinquegrani

Con uno stile consapevole e apprezzabile, Alessandro Cinquegrani, oggi professore di critica letteraria all’Università Ca’ Foscari, dà vita a un fiume, ordinato e musicale, di parole che gridano per le ingiustizie di cui il protagonista si sente vittima, che ha visto perpetrare attorno a lui, che lo hanno da sempre circondato. Un fiume, come quel Piave dei fanti il 24 maggio, che scorre nei suoi pensieri e li accompagna nel loro fluire ininterrotto scandendone corso e velocità.

Flusso di coscienza? Oddio, no. 
Calma. Non c’è da spaventarsi. Il James Joyce di “Ulysses” e delle decine di pagine senza segni di interpunzione è molto lontano. Qui tutto è comprensibile. Come già detto nel post sul flusso di coscienza, all’epoca (si parla degli inizi del Novecento) gli autori erano visti dalla gente con rispetto, deferenza. L’autore dal suo piedistallo elargiva capolavori che, nella loro forma contorta, stava poi al lettore decifrare. Ora i tempi sono cambiati, il lettore cerca l’immediatezza, la facile fruizione. Così, nel corso degli anni, anche il flusso di coscienza è cambiato. Valutate voi.

…ma io non conto i passi mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dagli argini e nel fiume.

“Cacciatori di frodo” è un gran bel libro, complesso e aspro, che vi invito a leggere, senza preconcetti, senza difese. Per goderne appieno dovrete lasciarvi trascinare. Non ve ne pentirete.

QUI l’articolo originale:

https://fmontonati.com/2021/11/04/cacciatori-di-frodo-di-alessandro-cinquegrani-recensione/ 

La vita moltiplicata – recensione di Teodora Dominici su Flaneri

La vita moltiplicata – recensione di Teodora Dominici su Flaneri

Trasfigurare la realtà in un carosello di sogni

Alla sua terza raccolta di racconti dopo L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011) e Non risponde mai nessuno (Miraggi, 2017), Simone Ghelli raccoglie qui una teoria di narrazioni brevi collegate tra loro dall’atmosfera rarefatta e onirica, in cui i protagonisti si muovono galleggiando a metà tra le trasfigurazioni di cui è capace l’inconscio e una realtà talvolta amara da digerire.

I dieci racconti di La vita moltiplicata (Miraggi, 2019) ci proiettano in un universo in cui la nota di fondo è malinconica, fin dai titoli, che risuonano di un’eco sognante e ineluttabile – “L’ineluttabile” è tra l’altro il titolo dell’ultimo racconto, tra i più belli, dedicato a un ex studente di Siena che vi ritorna per un posto da ricercatore e, in un locale di via Pantaneto che ha ormai cambiato gestione, ha una intensa conversazione notturna con un bizzarro personaggio che si intende di cinema e filosofia.

Il titolo della raccolta sembra volerci introdurre, in maniera sintetica quanto incisiva, alla materia che troveremo affrontata nella raccolta: spezzoni, frammenti in perenne mutamento, stati di transizione, momenti clue – o meglio, epifanie –, una vibratile costellazione di esistenze sempre sul punto di “spiccare il volo”, come la figuretta in copertina, da una fase all’altra della vita o da un piano all’altro della propria essenza profonda.

Vi è, in questi racconti, un senso dell’attesa, dello stare a guardare, come nel primo, “Oboe d’amore”, che parla del difficile rapporto con la musica e con la madre di un bambino e poi adulto invaso dalle proprie personalissime muse.

«Accadeva che io fossi un’ombra, e che perciò strisciassi silenzioso tra i tappeti di foglie autunnali; e che ricoperto in testa d’un cappuccio di pelliccia, restassi a fiutarla tra i folti cespugli, a respirarla di lontano».

Ci sono situazioni allucinate, come nel caso di Vera, dove dai ricordi, dalle fotografie, dalle memorie di vita di coppia lei scompare, lasciando al compagno il dubbio che non sia mai esistita («Vera divenne ben presto Era, terza persona singolare del verbo essere, passato imperfetto»), sullo sfondo di una città post-apocalittica in cui stuoli di uccelli imperversano sull’orizzonte «gravido di antenne».

Molto emblematici sono i personaggi di “La somma dei secondi e dei sogni” e “L’ultima vetrina”, rispettivamente uno stagista di casa editrice e un libraio indipendente. Il primo, seppur consapevole che sarebbe stato più saggio imparare, fare esperienza, è irrimediabilmente attratto solo dai manoscritti che continuano a fioccare in casa editrice nella speranza di esser valutati (metafora delle aspirazioni di sconosciuti e velleitari scrittori), il secondo, che ha ereditato carattere fumantino e piccola libreria dal genitore, è colto nel terribile momento in cui decide di chiudere per sempre, facendo calare per l’ultima volta la saracinesca sulla vetrina del suo eroico negozietto.

Vi sono poi i postini anti-Internet, il professore di provincia triturato dai social per aver voluto lasciare i suoi pestiferi ragazzi liberi di esprimersi aggirando le disposizioni ministeriali, ragazzi spenti a casa ma indisciplinati a scuola, risucchiati dai loro telefonini in un’illusione di vitalità. «E come dargli torto?», osserva questo professore. «Per loro la scuola dev’essere una specie di mondo in bassa definizione».

In “La grande divoratrice” e “La sentinella di ferro” troviamo invece la critica sociale, uno sguardo più lucido su alcune realtà scomode del nostro tempo, il lavoro spersonalizzante dei call center – in generale dei servizi di assistenza/vendita ai clienti, con i loro annessi e connessi di postazione pc, credenziali di accesso, team leader e piani produzione – e le vecchie fabbriche che mangiano sia il paesaggio sia gli operai che ci lavorano.

Nel primo il protagonista «prendeva appunti sul portatile e provava a scrivere qualcosa che non sapeva se sarebbe diventato mai un libro o se sarebbe rimasto soltanto un lamento in prosa, il tracciato emotivo di un soggetto defraudato di qualcosa». Nel secondo un vecchio operaio osservando la ex fabbrica si rammenta «del tempo in cui contava soltanto produrre, e poi di quello in cui se n’erano vergognati, ma in cui era comunque necessario continuare».

I personaggi che Simone Ghelli sceglie sono tutti specchi di qualcos’altro, emblemi e maschere utilizzati per proiettare momenti e sentimenti stratificati nel tempo. Sono sentinelle costantemente in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, tra quel che volevano fare e quel che invece fanno, tra l’incredibile qui e ora in cui l’azione sembra possibile e il successivo attimo di dispersione.

Queste figure, il postino, il professore, lo stagista, l’operaio, l’impiegato, il libraio, il pianista coatto, appaiono nello stesso tempo molto reali e assolutamente avulse. Nell’economia della raccolta, servono però a veicolare pensieri e significati che convergono tutti in una stessa direzione, quella di una velata critica al vivere contemporaneo, una sensazione di “fuori sincrono”, di spaesamento. Che senso ha farsi fotografie da soli? Per testimoniare cosa? Non sarà che questo grande universo di dati e informazioni in cui tutti sono immersi è una grande illusione, il miraggio di una vita piena? Non sarà che alle persone ora basta un’idea, la possibilità di questa libertà illimitata? Perché nessuno scrive più lettere e riceviamo solo estratti conto e pubblicità, sarà che non abbiamo più niente da dirci? Perché dobbiamo farci venire delle crisi di rabbia guidando per strada dietro a una persona lenta, e arrivare in ritardo a un lavoro da automi in cui non conosciamo neanche tutti i nomi degli altri dipendenti?

Allora può essere che un personaggio, stufo di tutto, per reazione, non desideri altro che «vivere in mezzo ai boschi […] diventando semplicemente terriccio per i funghi».

Che pace. Che pensiero vitale anche se raccoglie un’idea di scomparsa. Soprattutto se a fare da contraltare vi è una città del genere (è Roma): «Si era a tal punto elevata sul proprio passato da assomigliare a una millefoglie: strati e strati di asfalto, di laterizi poggiati l’uno sull’altro, di fondamenta accavallate tra loro. E ogni volta che si apriva una voragine sulla strada, lui si affacciava di sotto con la speranza di vedere l’inferno, o almeno un antico centurione sulla biga, mentre invece non c’era che qualche centimetro di nulla in cui si sentiva l’odore del catrame bruciato».

Lo stile di Ghelli è ben calibrato, piano ma con aperture al ricercato, e nel tessuto della narrazione sono frequenti le incursioni di sensazioni e stati d’animo. Talvolta si accumulano passaggi disorientanti in cui il filo si aggroviglia, strati di parole che conducono a una stanza sempre diversa del labirinto. La forma preferita è quella della brevità senza troppo indulgere al dialogo, che è invece protagonista nel già citato ultimo racconto, quello che accoglie anche, nelle parole dell’uomo misterioso incontrato dall’ex studente, il pensiero che pervade e attraversa l’intero libro:

«È difficile aderire all’immagine che gli altri pretendono da noi. È il piccolo o grande dramma dell’adattamento dell’individuo ai canoni sociali. La forma comica sancisce l’appartenenza alla società, così come la forma tragica ne sancisce l’esclusione».

QUI l’articolo originale:

http://www.flaneri.com/2021/11/15/vita-moltiplicata-ghelli-recensione/?fbclid=IwAR0SY_VtpWFZh2kXrI-qtnsGMuNSbG-Ef3mu459BcE5p3CwQgt7Uq3eA0uI

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Vincenzo Trama su Il foglio letterario

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Vincenzo Trama su Il foglio letterario

Ma che bella scoperta è L’uomo che rovinava i sabati!

La cosa pregevole è che la lettura di un libro di 352 pagine è andata giù come una birra fresca, tipo una festa molto più mobile di qualche americano triste. Conoscere Jack Ebasta e gli altri auto-reclusi della Val Crodino mi ha fatto pensare che in fondo sono meno solo di quanto possa pensare. Sì, perché se c’è una cosa che ho afferrato della vacuità di Facebook, da cui sono iscritto da maggio con grande, grandissima riluttanza, è che libri come questi, in contesti dove si ciarla a vanvera di qualsiasi cosa, li trovi col lumicino, se insisti, a tentoni. E invece dovrebbero essere loro a trovare te, in qualche modo, perché teoricamente sei in cerca di qualcosa, di qualcuno, di un modo diverso di pensare e di leggere.

Se aspetto però gli algoritmi faccio in tempo a chiudere il profilo, per cui tanto vale parlarne, almeno un po’, qui nel cantuccio della nostra rivista online.

Nella Val Crodino, in Lombardia, Poloni ci racconta della storia di tre amici: il poeta Jack Ebasta, il cantautore Chiarugi e il Palma, che invece fa il liutaio. Nelle loro vite c’è sempre un “che” di sbagliato, una nota distorta che non vuole sapere di accordarsi con il resto del volgo, quello che “sta bene”, che non sosta nella “zona disagio”, come la definiscono loro. Eppure anche il solo parlarne, il condividere assieme punti di fuga, più che di vista, rende la loro esistenza sensata, pur all’interno di una enclave che ha scelto consapevolmente di rimanere ferma nel tempo – o meglio con il tempo – rifiutando una scellerata corsa alla modernità a tutti i costi, alla spersonalizzazione social e alla svendita un tot al chilo della propria libertà.

C’è tanta poesia in questo libro, e tanta natura. C’è l’immersione in un borgo screziato di verde e di blu e c’è l’amicizia. C’è una scrittura paziente e tenace, che leviga il foglio. E ci sono passaggi, spunti e riflessioni che vanno ben oltre la soglia del romanzo.

Il bello di questo libro è proprio questo, che è soltanto in apparenza un romanzo. È molto di più; è un distillato visionario, un estratto allucinogeno di qualche funghetto montano, un file corrotto di un sistema affaticato, che si ostina a girare male, malissimo.

Nelle pagine de L’uomo che rovinava i sabati si trovano indicazioni di vita, scelte plausibili per quanto rischiose, modalità alternative per condurre un’esistenza più faticosa, magari, ma estremamente libera. Questa urgenza comunicativa di Poloni io l’ho avvertita, tra le righe. Nella sua stessa bio, quando parla di insegnante redento, si legge tutta la disillusione di una professione allo sbando da più di un trentennio. E i tre amici che partono alla ricerca di un uomo che forse neanche esiste sono lo specchio di tutto ciò; ci si lascia qualcosa di certo alle spalle, ma solo per tendere ancora una volta all’indefinito, come promessa che nessun database o forma sociale prestabilita può darci. La ricerca a tutti costi del successo, sia esso espresso anche da un semplice like in più, ha avvelenato le coscienze della maggior parte di noi, sterminando quei minimi anticorpi che avevamo da stagioni di lotte sociali e civili. Leggere un libro come questo riequilibra. E ne abbiamo bisogno, dannatamente.

Io, vi assicuro, un giro nella Val Crodino me lo vado a fare. Se ci venite anche voi buttate un fischio, che si prepara lo zaino assieme.

QUI l’articolo originale:

Vincenzo Trama – “L’uomo che rovinava i sabati” di Alan Poloni

Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Emiliano Colomasi su REWRITERS

Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Emiliano Colomasi su REWRITERS

Angelo Orlando Meloni ci conquista con una scrittura ironica e profonda

Cosa passa per la testa di uno talmente innamorato di uno sport da non concepirne la sua trasformazione in un business esasperato? Chiedetelo ad Angelo Orlando Meloni, chiedetelo al suo “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Edizioni).

Sei racconti irriverenti, teneri, commoventi, incentrati sullo sport più amato dagli italiani: il calcio. Metafora, collante sociale, fucina di sogni e delusioni, corruzione e sudore, denaro, sacrificio e vendetta.

C’è la squadra di provincia che inizia a vincere perché santa Serafina, la santa patrona del paese, suggerisce formazione e tattiche al parroco; c’è un centravanti alcolizzato che riaccenderà la passione dei tifosi di una neopromossa in B; un ragazzino di talento, figlio di una famiglia umile, messo fuori squadra per far spazio agli altri, ai ragazzi con i padri avvocati, medici e notai. C’è lo sport in tutte le sue sfaccettature, si parla di calcio ma quello che ti resta in testa è la trasformazione di una intera società.https://googleads.g.doubleclick.net/pagead/ads?client=ca-pub-6096339054037913&output=html&h=200&slotname=6402658951&adk=2293240344&adf=2340260423&pi=t.ma~as.6402658951&w=798&fwrn=4&lmt=1641306606&rafmt=11&psa=0&format=798×200&url=https%3A%2F%2Frewriters.it%2Fsanti-poeti-e-commissari-tecnici-i-racconti-di-angelo-orlando-meloni%2F&flash=0&wgl=1&uach=WyJtYWNPUyIsIjEyLjAuMSIsIng4NiIsIiIsIjk2LjAuNDY2NC4xMTAiLFtdLG51bGwsbnVsbCwiNjQiXQ..&dt=1641306935602&bpp=2&bdt=490&idt=514&shv=r20211207&mjsv=m202112060101&ptt=9&saldr=aa&abxe=1&prev_fmts=0x0%2C798x280&nras=1&correlator=7003414156900&frm=20&pv=1&ga_vid=1557863565.1641306936&ga_sid=1641306936&ga_hid=1285529850&ga_fc=1&rplot=4&u_tz=60&u_his=2&u_h=900&u_w=1440&u_ah=875&u_aw=1440&u_cd=24&u_sd=2&dmc=8&adx=321&ady=2264&biw=1440&bih=796&scr_x=0&scr_y=0&eid=21067496&oid=2&pvsid=1910922950845235&pem=407&tmod=842&eae=0&fc=1920&brdim=0%2C25%2C0%2C25%2C1440%2C25%2C1440%2C875%2C1440%2C796&vis=1&rsz=%7C%7CeEbr%7C&abl=CS&pfx=0&fu=1152&bc=31&ifi=3&uci=a!3&btvi=2&fsb=1&xpc=eJ2vFfKDQs&p=https%3A//rewriters.it&dtd=518

Angelo Orlando Meloni riesce a tenere insieme queste storie spingendosi al limite del surreale e lo fa con una scrittura agile, ironica e profonda che accompagna il lettore tra le pagine di questa raccolta di racconti. I suoi personaggi, mai banali, portano sulle spalle, nel bene e nel male, il peso di questa trasformazione antropologica e si comportano di conseguenza creando una galleria di caratteri e di indoli davvero formidabili.

«Lindo Martinez invece il giorno corricchiava e la notte andava a puttane, anche se lo sapevano solo un barista e un gastroenterologo di Buenos Aires, che lui fosse sostanzialmente un alcolizzato. Martinez di sé pensava in grande, di essere un campione e di non avere niente da dimostrare. Era felice e beveva come una merda.».

Leggendo “Santi, poeti e commissari tecnici” si ride molto, ci si indigna perfino ma la particolarità di questa raccolta di racconti è il filo rosso di profonda umanità che lega, una dopo l’altra, queste storie, tra sogni infranti, delusioni, amore e rinascite.

«E hai pulito lo spogliatoio e hai raccolto i palloni e sentivi una cosa in gola. Quando sei uscito di lì con la borsa sulle spalle la cosa nella gola era diventata un artiglio dentro lo stomaco e non era possibile che solo venti minuti prima poteva essere così bello. Non hai nemmeno sentito l’allenatore che si lamentava con il custode del campetto: “Tutte le teste di cazzo sempre a me”. O forse hai fatto finta di non sentirlo, come hai fatto finta di sorridere a tuo padre, all’uomo dei tic, mentre tornavate a casa, e tuo padre ha fatto finta che non fosse successo niente. Perché così va l’amore, a volte non facciamo domande per paura delle risposte.».

QUI l’articolo originale:

L’EDOnista – recensione di Laura Marzi su Il manifesto

L’EDOnista – recensione di Laura Marzi su Il manifesto

La formazione sentimentale di un «edonista»

L’Edonista è il titolo del romanzo scritto a quattro mani da Francesca Angeleri e Alessandra Contin (Miraggi Edizioni, pp. 172, euo15). Edo è il nome del ragazzo protagonista, nonché voce narrante: un giovane rampollo dell’alta borghesia torinese, che già nelle prime pagine impartisce una lezione tanto severa, quanto realistica: «nella vita contano i soldi e quelli fatti in una sola generazione non sono sufficienti. Nell’ufficio di mio padre ci sono appese lauree che risalgono agli inizi dell’Ottocento Quei titoli rappresentano una vasta rete di contatti e di benessere, nonché un laboratorio di eugenetica che ha portato al mio concepimento».

IL ROMANZO racconta il percorso che ha condotto il ragazzo, che all’inizio della storia è dominato da una tale visione del mondo, feroce e classista, a diventare un adulto. La vita di Edoardo si compone di studio – deve scrivere la tesi in giurisprudenza – uscite con amici, che appartengono alla sua stessa classe sociale, e amplessi con ragazze che hanno tutte in comune disturbi alimentari. Queste amanti non hanno un nome, ma vengono indicate con locuzioni tipo: «Disturbia Mentina», «Disturbia Cappuccino», eccetera. Le principali attività che Edoardo svolge insieme agli amici Gianmarco, Leone e Sofia sono: assumere dosi massicce di alcol e droghe sintetiche e fare delle bravate, come terrorizzare coppiette appartate sulle strade della collina torinese. Sembrerebbe quasi che la ferocia e la superficialità dei comportamenti di Edoardo siano da addebitare alla sua situazione familiare: la madre, anch’essa laureata in legge, ha abbandonato la sua carriera da giovane, mentre il padre, brillante e agguerrito avvocato torinese, che lavora per «il diavolo», cioè le grandi aziende, la tradisce regolarmente con ragazze, che non superano mai i venticinque anni.

IL TURNING POINT del testo è generato, ça va sans dire, dall’amore: Edoardo che sembra un anaffettivo, erotomane cronico, è in realtà semplicemente innamorato, senza volerlo ammettere neanche a se stesso, della sua compagna d’asilo Viola. Anche la ragazza è figlia dell’alta borghesia torinese, ma non di quella che si assume la responsabilità del classismo, bensì la fazione radical chic.
Dopo che la verità del sentimento esploderà in faccia a entrambi, Edo si recherà a Brighton, per la consueta estate a casa di sua zia Ginevra. La donna ha il ruolo della coadiuvante dell’eroe: grazie all’affetto di questa zia e al suo essere davvero irresistibile, Edoardo scoprirà alcune verità sulla sua famiglia, lasciandosi alle spalle l’insensatezza delle abitudini torinesi, il vuoto di un’esistenza dedicata alla distruzione di se stesso e al consumo di sostanze e di persone, come se fossero la stessa cosa.

Il testo di Angeleri e Contin si contraddistingue per un uso della lingua particolarmente adeguato al tema della narrazione e coerente coi personaggi, che rende la lettura agevole e contribuisce alla creazione di un mondo, composto da persone estremamente ricche, eccezion fatta solo per il personale domestico, che nel testo è decisamente riuscita e convincente.

QUI l’articolo originale:

https://ilmanifesto.it/la-formazione-sentimentale-di-un-edonista/