fbpx
I Pellicani – recensione di Giorgio Mascitelli su Nazione Indiana

I Pellicani – recensione di Giorgio Mascitelli su Nazione Indiana

Un uomo penetra in un palazzo fatiscente della periferia urbana perché spera di trovarvi ospitalità per la notte. Non si tratta di una scelta a caso perché nel palazzo dovrebbe abitare ancora il padre, con il quale si è lasciato vent’anni prima ( vent’anni il tempo canonico di ogni ritorno a casa) in modo piuttosto burrascoso per via di un suo prelievo forzoso dal comodino in cui il genitore era solito tenere il denaro contante. Vent’anni sono tanti, ma il nome sulla targhetta dell’appartamento, Pellicani, corrisponde. La sorpresa è che l’abitante, un vecchio paralitico, non pare assomigliare in nulla al padre, salvo nel naso.

Il giovane Pellicani non si perde d’animo, sebbene incerto se si tratti del caro parente o di un abusivo, decide di trattenersi più del previsto e intraprendere una drastica azione rieducativa in armonia con i valori individualistici della nostra società per far recuperare all’anziano disabile la propria indipendenza, o forse sarebbe più corretto dire per permettergli di conseguire la propria emancipazione.

Così prende avvio il romanzo I Pellicani di Sergio La Chiusa, finalista del premio Calvino 2019 e insignito della menzione speciale Treccani per la lingua, a proposito del quale va innanzi tutto notato che siamo di fronte a un’opera già matura, nonostante segni l’esordio dell’autore nel campo della narrativa. Romanzo picaresco sur place, per così dire,  sembra voler rappresentare l’assurdità esistenziale di certe derive sociali ed etiche del nostro tempo in una situazione claustrofobica di un appartamento di un abitante solo, dotato di badante a mezzo servizio e di un figliol prodigo che si considera trattenuto lì dalla sua alta missione educativa. Se il protagonista e io narrante Pellicani junior appare erede dei picari nella sua disperata arte di arrangiarsi, nella sua tendenza autoaffabulatoria, e autoassolutoria, ha chiaramente dietro di sé i barboni beckettiani, specie quelli della trilogia o delle novelle. Del resto l’abbigliamento, un completo grigio topo e una valigetta 24 ore, che il protagonista sciorina con un certo compiacimento pare essere l’equivalente impiegatizio, nonostante le pretese manageriali, e più moderno della bombetta e del bastone da passeggio di un grande erede novecentesco dei picari ossia Charlot. In quest’ultimo, tuttavia, l’abbigliamento è funzionale a un’attitudine malinconica e dolce da clown bianco, qui l’ormai fatiscente vestiario rimanda a un Augusto che ha interiorizzato l’aggressività e la cialtroneria della società.

Così il programma didattico del giovane Pellicani, che al lettore potrà apparire una feroce forma di taglieggiamento del povero vecchio, è giustificato con una critica di ogni forma di assistenzialismo che tenderebbe, come spiegano gli specialisti del settore, a sviluppare pigrizia e inerzia nel soggetto. Ecco infatti come viene presentata dallo stesso interessato la sua missione in un passaggio che è un buon campione dell’intero testo: “Avevo capito che l’immobilità di Pellicani era un problema che non andava sottovalutato. Per sottrarsi seriamente all’assistenza era necessario mettersi in piedi, muoversi per proprio conto. La teoria e la provocazione intellettuale però da sole non potevano nulla, senza la prassi e l’esempio anche la  dottrina più nobile diventa lettera morta, vanità per intellettuali rancorosi. Basta parole al vento! Basta vane dichiarazioni d’intenti! Prassi! Azione! Fu allora che escogitai esperimenti per mobilitare il paralitico. Decisi di agire in modo sottile, procedere per piccoli passi,  introdurre minimi cambiamenti nelle abitudine quotidiane del vecchio. La donna di servizio, per esempio, lasciava un biberon pieno d’acqua sul comodino, a portata di mano. Lo notava sempre con un certo disappunto. Troppe comodità” ( pp. 84-85). Ineffetti il giovane Pellicani per stimolare all’azione il vecchio decide di svuotare il contenuto del biberon per costringerlo a muoversi fino alla cucina. E’ importante notare che sul linguaggio riposa il significato recondito dell’azione: qui viene adoperata una lingua infarcita di slogan e stereotipi mediatici main stream e del linguaggio politico e ideologico attuale, queste parole, come quelle successive in cui lo svuotamento del biberon viene ulteriormente giustificato con motivazioni umanitarie relative ai rischi per la salute derivanti dall’immobilità naturalmente evidenziano l’intima ipocrisia del personaggio e sul piano retorico si segnalano come una forma di eufemismo. Ora l’eufemismo è la principale strategia utilizzata nel discorso pubblico  per presentare misure impopolari e ingiuste, dunque l’ipocrisia sociale è introdotta linguisticamente nel rapporto tra i due personaggi tramite il fatto che il protagonista mutua nel suo linguaggio le convenzioni e i modelli argomentativi del discorso ufficiale. Il discorso neoliberista, come ricordava Sloterdijk in un suo celebre libro, esorta a cambiare la propria vita ossia a migliorare le prestazioni ed ecco che Pellicani junior fa propri gli obiettivi della società, sentendosi autorizzato dal suo abbigliamento, suppongo, a imporre picarescamente l’onere del cambiamento della propria vita a un vecchio indifeso, i cui beni casualmente sono appetibili per lui. Per la verità  la necessità di giustificare i vari passaggi del suo progetto educativo gli fanno talvolta anche riprendere un linguaggio più critico dei valori sociali dominanti, ma sempre con una costruzione linguistica che ha al centro l’eufemismo.

Non deve sorprendere che sia così perché la vitalità del personaggio  risiede proprio nella sua natura picaresca di autore di espedienti per procacciarsi da vivere e che ha pertanto iscritto nel proprio DNA, e nella propria disperata cialtroneria, il ‘Franza o Spagna purché se magna’ adatto a quest’epoca. Proprio da ciò però risulta evocata potentemente la povertà morale e umana, di cui quella economica è nel contempo causa e conseguenza, della società attuale. L’appartamento dei Pellicani si trova in un palazzo fatiscente situato in un quartiere in cui la “ modernità era arrivata (…) con la sua smania di rinnovamento, e invece del noioso complesso residenziale costruito il secolo scorso c’era ora un’aperta area sterrata che lasciava molte più opportunità all’immaginazione e allo spirito imprenditoriale: mucchi di macerie, tubi, lamiere, piloni in calcestruzzo da cui spuntavano tondini di ferro..” ( p.6), così queste macerie rappresentante entusiasticamente dall’io narrante costituiscono un correlativo concreto del paesaggio morale e umano che si incontra nel libro. L’appartamento non è serrato ermeticamente nei confronti della realtà esterna, ma come una sorta di Minitalia o di Minioccidente la riproduce e il senso di claustrofobia che ne deriva è uno spiffero che viene da fuori.

In definitiva ci troviamo di fronte a un romanzo che  riconcilia il lettore con il piacere della lettura perché racconta i casi degli uomini e il mondo che sta attorno a loro con grande libertà dai cliché editoriali e mediatici dominanti e con  modi che sono specifici del linguaggio letterario.

Qui l’articolo originale:

I Pellicani – recensione di Alessandro Beretta sul Corriere della Sera

I Pellicani – recensione di Alessandro Beretta sul Corriere della Sera

Chi è il vecchio che ho davanti? Un’iniziazione in stile Beckett

Pellicani è uno strano personaggio e narratore, ha con sé solo una valigetta, quella con cui dovrebbe ripartire per i suoi traffici di import-export in Cina, quando trovandosi nella vicinanze di casa del padre decide di andarlo a trovare. Certo, fin dall’inizio ha un tono dubbioso tutto suo – «Ho detto mio padre? Lo ammetto, a volte mi lascio trascinare dall’entusiasmo» – che è l’anima dell’esordio di Sergio La Chiusa, I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi Edizioni), finalista al Premio Calvino nel 2019, menzionato speciale Treccani.

Pellicani figlio, ammesso che lo sia, entra in un appartamento e vi trova un vecchio non autosufficiente, una «viziata ameba» curata da una specie di badante, e decide di fermarsi. Per 15 capitoli, nell’ambiente claustrofobico, il protagonista cerca di capire e immaginare chi ha vicino: «Nel rovello della mente si erano aperte sin dall’inizio tre possibilità e non riuscivo a decidermi: A) un renitente, B) un rimbambito, C) un impostore».

Sono sono alcune delle tante maschere ipotetiche che Pellicani, oltre a quella di «papà», fa indossare all’altro anziano muto, dal ribelle all’attore, riflettendo tra sé e parlandogli, invano, ad alta voce. Sembra di essere capitati in un loquace spin-off italiano di un romanzo di Samuel Beckett: raro e affascinante per un’opera prima.

Ecco l’articolo originale

I Pellicani – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

I Pellicani – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

La realtà trasfigurata in una notte

Come in una pièce del teatro dell’assurdo, tutto si svolge in una sola notte, con i due protagonisti stipati in una stanza, come lo sono nelle 192 pagine del romanzo i vaniloqui del giovane e logorroico protagonista. Ragazzo che, completo grigio topo sdrucito e valigetta da manager piena di cianfrusaglie alla mano, si presenta la sera tardi a casa del padre dal quale era scappato vent’anni prima dopo avergli sottratto i risparmi dal comodino. Cerca ospitalità per la notte, prima di partire per la Cina, sostiene. Come il vecchio padre tradito (ma sarà proprio lui?), il lettore è rapito e trasportato dal turbine ciarliero del giovane che ipotizza, reinventa e trasfigura la banalità del reale che lo circonda. In libreria dal 13 ottobre I Pellicani si è guadagnato la menzione speciale Treccani 2019 come finalista al Premio Calvino.

I PELLICANI – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

I PELLICANI – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

Se Psyco e Kafka generano un personaggio

Gentili lettori,

che cosa succederebbe se l’agrimensore K. del “Il Castello” e il gestore di motel Norman Bates di “Psyco” confluissero in un unico personaggio, dandosi appuntamento davanti a un palazzo con la parvenza di essere a metà strada tra i due immobili delle rispettive storie? E se Pellicani – questo è il nome del protagonista del romanzo di cui vi sto per parlare -, fosse vestito quasi come un’icona magrittiana, in giacca e cravatta, e con una valigetta si presentasse in quell’ora serale in cui ogni strepito si è già consunto e le voci di dentro prorompessero all’improvviso?

“i Pellicani”, di Sergio La Chiusa (Miraggi edizioni), ha l’impeto fragoroso di un atomo d’idrogeno, che è un gas con la molecola più piccola e più leggera, ma che si muove molto velocemente verso l’alto e riesce a penetrare materiali normalmente impermeabili. L’ossigeno detonante è la giusta miscela di tensione, onirismo, mistero, tragico umorismo contenuti all’interno di una sola stanza, quella in cui è coricato il padre del protagonista, irriconoscibile se non per il naso pronunciato, quasi un marchio di fabbrica della stirpe Pellicani.

Noi di Pellicani figlio sappiamo ben poco, il necessario a scatenare universi fantastici popolati da forme e parvenze umanoidi. Vent’anni prima l’uomo ha rubato dei soldi al padre e da allora non l’ha più visto; è andato via dal lavoro sottraendo articoli di cancelleria; ora deve partire per la Cina.
Non sappiamo in che luogo si svolga l’azione ma non ne abbiamo bisogno, perché tutto ciò che occorre al La Chiusa-demiurgo risiede nella sua maestosa capacità affabulatoria e nella sublime proprietà stilistica che fa di “i Pellicani”, già finalista alla XXXIIesima edizione del Premio “Italo Calvino” (menzione speciale Treccani), un libro d’insuperata bellezza, l’esordio più maturo e elegante dell’anno. 

Se non bastasse quanto detto sin qui, il lettore sappia che riconoscerà Collodi, Shakespeare, Borges e la tragedia greca venati da contrappunti comici, al limite del grottesco.

“… perché invece di sparire, […] c’incaponivamo a esistere nonostante il cambiamento dei tempi e i progetti di riqualificazione?”. “… a un tratto ebbi come l’impressione che il vecchio intendesse sbarazzarsi di me e per ciò si fosse messo a puzzare a tutto spiano e a perdere liquidi…”. 
È un romanzo sulla fine della Bellezza, sull’inevitabile degradazione e sul mistero insito nella natura umana. Il vecchio Pellicani non è più il povero demente sdraiato su un letto e accudito, all’inizio, da una giovane badante, ma è l’emblema di una società disorientata, depotenziata, inaridita, immobile. L’espediente narrativo è la miccia che innesca in realtà una più ampia fluttuazione esistenziale, in cui La Chiusa s’interpone da eccelso narratore, come per la grande letteratura, in cui non c’è niente da raccontare, ma che sconfina in quella zona ellittica e portentosa del pensiero che scuote per lungimiranza e immaginifiche metafore conoscitive le anime esonerate dall’armonia.

L’Antiquario vi saluta.

I PELLICANI – #nonrecensione di Vis à Vis Chiara Trevisan

I PELLICANI – #nonrecensione di Vis à Vis Chiara Trevisan

Nuova #nonrecensione, in forma di bugiardino, per nuovo sorprendente libro in uscita.
“I PELLICANI”, Sergio la Chiusa (Miraggi Edizioni 2020)

CONTENUTO 
Un uomo cammina tantissimo, frenetico e rocambolesco, fra memorie, deliri psicotici, e proiezioni fantasmagoriche, inciampando nelle macerie di un appartamento e di un’esistenza, anzi due. 

AVVERTENZE 
Leggerlo equivale a salire su una bicicletta, lanciata a folle velocità su un percorso sconosciuto. Le prime pedalate lasciano senza fiato, ma in un attimo si prende il ritmo e ci si immerge nel piacere delle folate di aria in faccia. 
Il paesaggio è nitido, grazie a un uso della lingua magistrale e ipnotico. 
Il divertimento assoluto, così come l’intuizione di una realtà verosimile, al di là di ogni apparenza.

INDICAZIONI 
Per chi ha bisogno di muoversi, sperimentare, abbandonarsi e riprendere il controllo, con la certezza della sua inutilità.

POSOLOGIA
Da leggere tutto in un fiato, e lasciare agire con stupore.

ESTRATTO:
“… era chiaro che non potevo sistemarmi da nessuna parte, sistemarsi era sommamente pericoloso, si correva il rischio di trovarsi ad accudire qualcuno, oppure, se non c’era nessuno da accudire nei dintorni, coricarsi, cadere nella trappola del letto e assumere senza pensarci la posizione dell’accidioso, entrare nel suo comodo stampo, che era poi come stendersi in una cassa da morto perché l’accidia, l’inoperosità, l’indolenza erano tutti strumenti di resistenza, d’accordo, ma se non si governavano a dovere alla lunga si tramutavano in attività letali… Circolare! Circolare! Questo era importante!”

https://www.facebook.com/lalettricevisavis

I PELLICANI – recensione su Le parole e le cose

I PELLICANI – recensione su Le parole e le cose

[Esce oggi per la collana “scafiblù” di Miraggi Edizioni il romanzo I Pellicani di Sergio La Chiusa, finalista Premio Calvino 2019, Menzione Speciale Treccani. Ne presentiamo l’incipit e un estratto del secondo capitolo, preceduti dalla nota di Giulio Mozzi che accompagna il libro (it)]

Il giovane Pellicani è un chiacchierone. Si presenta una sera – una sera tardi – nella casa del padre, casa dalla quale si era allontanato – dopo aver sottratto certi risparmi da un certo cassetto – vent’anni prima. L’immobile, un condominio di sei, sette piani, è disastrato. Ma la scritta «Pellicani» sul campanello dell’ultimo piano c’è ancora; e la porta è appena accostata. Il giovane Pellicani – un completo grigio un po’ sdrucito, una valigetta ventiquattrore portata solo per darsi un tono – vuole fermarsi una notte e via, andare altrove: ha degli affari in Cina, sostiene. Il padre avrà dimenticato i fatti di vent’anni prima, lo accoglierà volentieri. Tuttavia nell’appartamento il giovane Pellicani trova solo un vecchio. Somigliante un po’, questo è vero, soprattutto nel naso, a Pellicani padre. Ma un vecchio, insomma! Va bene che sono passati vent’anni… Parla, parla, il giovane Pellicani, raccontando tutto ciò che fa, tutto ciò che vede, l’appartamento, la biancheria stesa in una stanza, la donna che tutti i giorni viene a cucinare il minestrone al vecchio; parla, parla, il giovane Pellicani, e noi lettori siamo presi in questa sua infernale chiacchiera, nel suo ostinato non credere a ciò che vede, nel suo ipotizzare, reinventare, spiegare, trasfigurare la banale realtà che gli si presenta davanti: finché ci arrendiamo, smettiamo di farci domande, non ci interessa più se il vecchio nella casa sia o non sia Pellicani padre, se l’uomo nello specchio sia il vero Pellicani giovane o un impostore: ci interessa solo abbandonarci al fervore di questa inesauribile chiacchiera. Rare volte la lettura di un romanzo dà tanto piacere per la scrittura in sé; e rare volte tanta ricchezza narrativa viene con tanta disinvoltura stipata in un solo romanzo, in un solo appartamento, quasi in una sola stanza.

Giulio Mozzi

* * * 

Non che avessi intenzione d’installarmi in casa sua, intendiamoci, ma i miei impegni m’avevano portato nei dintorni e mi pareva scorretto non andare nemmeno a vedere come se la passava. Tutto sommato era pur sempre mio padre. Mio padre? Ho detto mio padre? Lo ammetto, a volte mi lascio trascinare dall’entusiasmo. A ogni modo m’immaginavo la sorpresa: vedermi comparire dopo vent’anni, realizzato nonostante il suo scetticismo, e con tanto di completo grigio topo e valigetta da manager. Anche se va detto che il completo era un po’ sciupato, per via delle notti passate in trasferta, e la valigetta conteneva solo pochi articoli di cancelleria rubati in ditta tanto per non andarmene a mani vuote, e una mutanda di ricambio, anche, per gli appuntamenti importanti. Ma non ci avrebbe fatto caso: la gioia di rivedermi avrebbe messo in secondo piano i dettagli, e anche se c’eravamo separati in malo modo scambiandoci ingiurie sulle scale non m’avrebbe negato ospitalità per una notte. D’altra parte il tempo risolve tutto, risana i rancori, rimargina le ferite, e non era per nulla detto che rimuginasse an- cora sui risparmi che gli avevo prelevato dal comodino prima di partire, a titolo di liquidazione, per così dire.

« Mi trovavo a passare da queste parti per affari », avrei spiegato esibendo con noncuranza la valigetta, che ora stavo usando per ripararmi da una pioggerellina molesta che intanto che ragionavo sembrava rammentarmi con una certa minuziosa pedanteria che non avevo nemmeno un soprabito. Ma che importava il soprabito? Papà si sarebbe congratulato per la mia carriera di cui valigetta e completo grigio topo erano sintomi indiscutibili, io avrei minimizzato scrollando le spalle con aria superiore: « Ah, la valigetta dici? Sciocchezze, pensa che ho solo messo su un’impresa d’import-export, roba da nulla », e avrei chiesto se per caso c’era ancora il mio letto, lui sarebbe filato tutto contento a preparare la biancheria pulita per l’ospite illustre e tanti saluti. Al mattino sarei ripartito per la mia strada. Perché io, sia messo subito in chiaro, sono un individuo indipendente, e anzi metto l’indipendenza sopra ogni altro valore.

« Papà », mormorai, ma la parola mi era sembrata sconcia, e mi era morta sulla lingua lasciandomi un repellente sapore zuccheroso, come di sciroppo per la tosse. Mi ricomposi. Guardai meglio il tizio che, coricato su un letto matrimoniale, mi scrutava con due occhi terrorizzati. Mica era mio padre! Macché! Un vecchio era! E per di più aveva tutta l’aria di un paralitico, ridotto a un manichino dalla vita in giù. Che ci faceva un tale relitto in casa di mio padre? Come si permetteva di occupare il suo posto? Avevo la tentazione di aggredire il vecchio abusivo, ma mi trattenni. D’altro canto le cose non erano per nulla chiare. Potevo, per esempio, essere capitato in casa d’altri. Il nome sulla porta non provava nulla. Mio padre non era certo l’unico Pellicani in circolazione. Poteva benissimo trattarsi di un altro Pellicani… Un altro Pellicani? Mi veniva da ridere a pensarci. Ma la cosa m’intrigava tutto sommato. Mio padre si levava subito di torno. Del resto, che voleva? Non ci vedevamo da vent’anni! Doveva intromettersi proprio ora? In ogni caso, restava da capire chi era costui. Un Pellicani legittimo? Uno che occupava il posto che gli competeva? Rinsecchito, prosciugato, ridotto per così dire all’osso, aveva invero una cert’aria da individuo non del tutto in regola: sembrava insomma un renitente, uno che resisteva illegalmente al mutamento dei tempi e invece di rispondere all’appello del mercato se ne stava per conto suo, dedito magari a una vita contemplativa che non era in linea con le politiche vigenti: mentre lo scrutavo sembrava muovere le mandibole a vuoto, come impegnato in una sua ruminazione incessante e puntigliosa.

« Buon appetito », dissi, e poi, per rassicurarlo, visto che mi fissava con un’aria preoccupata, aggiunsi che ero diplomato in ragioneria e che sapevo come comportarmi in casa d’altri, e rimarcai quel “casa d’altri” come per caricarlo di sottintesi, che però io stesso non avevo compreso. A dire il vero non avevo le idee chiare. Improvvisavo e stavo sul vago circa le ragioni della mia visita e in attesa che il vecchio rivelasse per primo le sue intenzioni investigavo, tastavo il terreno, chiedevo se non fosse imprudente passare la notte con la luce accesa e la porta aperta, se la luce non potesse per esempio attirare in casa individui molesti, e intanto gli camminavo per la stanza con la mia valigetta leggermente sgocciolante e notavo che intorno alla lampada da letto ruotavano come indemoniati certi insetti minuscoli: « Di questi tempi non si sa mai chi può capitarti in casa », continuavo allusivo, perché avevo come il sospetto che aspettasse qualcuno e che non avesse lasciato la porta aperta senza ragione. Il vecchio però non si lasciava scappare nulla. Doveva avere un carattere chiuso, reticente, e così ostinato che per convincerlo a svelare i suoi piani ci sarebbero volute tecniche d’interrogatorio avanzate, e manette, catene, cavi elettrici e altri strumenti sofisticati di cui ero sprovvisto. Anche se a dirla tutta sembrava più che altro un paralitico che aveva perso l’uso della parola, magari per merito di un ictus provvidenziale che gli aveva strappato per sempre i tormentosi dilemmi del linguaggio. Mentre investigavo tra le medicine ammucchiate sul comodino in cerca d’indizi, il vecchio, notavo ora, andava schiacciando con una mano una pallina antistress, come se la mia comparsa l’avesse messo in uno stato d’agitazione.

D’altro canto era comprensibile che diffidasse dello sconosciuto che s’aggirava per casa con la valigetta e che dal suo punto di vista d’ottantenne, e per di più paralitico, poteva passare per un messaggero dei tempi nuovi, uno di quei rottamatori che vanno casa per casa a raccattare ruderi e anticaglie da portare al macero, un angelo della morte insomma che per rendersi più accettabile e stare al passo coi tempi s’era mascherato da uomo d’affari invece di manifestarsi nel costume tradizionale di scheletro incappucciato con tanto di falce da tetro mietitore, che, montando un tristo cavallino grigio, anch’egli tradizionale, e quindi scheletrito e spelacchiato, sarebbe stato costretto ad arrancare inverosimile nel traffico sulla sua cavalcatura svogliata e claudicante e sorbirsi pure le lamentele degli automobilisti, anche per via degli escrementi che il cavallino disseminava per strada, come per protesta – e d’altra parte come non capirlo, il cavallino: la vecchiaia, i polmoni oppressi dall’inquinamento, nell’animo il peso di un lavoro a tempo indeterminato per cui non provava una vera vocazione e che per di più comprometteva la sua immagine pubblica, e mentre trasportava penosamente il suo impresario ossuto certo nell’intimo suo vagheggiava un’altra vita, e nonostante l’età avanzata, i reumatismi, i primi sintomi dell’artrosi, s’immaginava magari d’essere scritturato per uno spot pubblicitario su qualche marca di shampoo e galoppare libero di tristanzuoli ingombri su una sterminata spiaggia atlantica portando allegramente in groppa una bell’amazzone bionda coi capelli al vento, e le natiche carnose e compiacenti, invece del cinto pelvico dell’impresario che gli straziava la pelle e gli ricordava a ogni passo il suo triste destino di subordinato e messo di sciagure… Ebbene, dicevo? Ah, licenziato il riluttante e lagnoso cavallino, peraltro obsoleto per via degli sviluppi nel settore dei trasporti, era giunto con un comodo suv nero dai vetri oscurati, l’aveva lasciato in un parcheggio sotterraneo e si era presentato in modo discreto, con tutti gli attributi della legalità e del libero commercio, tra cui appunto una valigetta piena di contratti e moduli vari. Anche se il vestito a ben vedere era stropicciato e rivelava che a dispetto della valigetta il tizio era dedito a lavori sordidi e manuali: nella giacca si notavano persino strappi e scuciture che lasciavano trapelare in una mente immaginativa sospetti di dispute, anche violente: le resistenze dei soggetti ormai superati, vecchi testardi che non volevano liberamente sottoscrivere il contratto che veniva loro proposto, e invece di lasciarsi prendere con un mite cenno di consenso, polemizzavano sino all’ultimo e lottavano persino accanendosi ridicolmente con le unghie contro il vestito del rottamatore salito dal regno delle ombre. Normale quindi che il vecchio stesse sulle sue. D’altro canto, anche l’arrivo a ora tarda, notturna, era equivoco e non si sposava con la legalità, incline invece alle ore diurne. Diffidare delle apparenze! Diffidare! mi dicevo complimentandomi intimamente con il vecchio che restava chiuso in un mutismo impenetrabile.

A furia di diffidare però mi venne il sospetto che costui non solo non era mio padre, ma nemmeno si chiamava Pellicani, che il nome sulla porta era parte di una messinscena e che ero vittima di un’oscura macchinazione. Provai a chiamarlo per metterlo alla prova. « Pellicani », dissi come sovrappensiero, mentre, senza mollare la valigetta, ma con le pantofole ai piedi, mi aggiravo per la stanza simulando interesse per i mobili, « Pellicani », e subito con la coda dell’occhio vidi sulla specchiera la testa di Pellicani voltarsi verso di me. Caso? Coincidenza? Riprovai: « Pellicani », e poi ancora: « Pellicani », « Pellicani », « Pellicani », andavo ripetendo camminando intanto per togliergli punti di riferimento, e tutte le volte il vecchio ruotava la testa con un movimento meccanico, come inseguendo il suo nome che volava inafferrabile da un punto all’altro della stanza. Bisognava riconoscere che rispondeva correttamente agli stimoli. « Allora, sei proprio un Pellicani? », chiesi infine fissandolo in volto. Il vecchio sembrava acconsentire con gli occhi, che gli si erano illuminati, invasi da una specie d’orgoglio di casta. Doveva trattarsi di un Pellicani autentico. Un Pellicani doc, per così dire. Anche se restava un che di dubbio in tutta la persona.

Qui l’articolo originale: