Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.
In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Brás Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale.
Roland Barthes ritiene che lo stile è una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra. Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”.
Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska.
L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”. L’astrattismo della vita secondo Blažević.
Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e lì; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio è completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia.
E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.
Il futuro della specie di Luca Quarin, uscito per Miraggi, sin dal titolo si propone di affrontare un tema legato a doppia mandata con i principali punti critici della nostra società: riscaldamento globale, intelligenza artificiale, antropocene. Tutto questo c’è, ma non si tratta di un saggio, bensì di un romanzo inchiesta, con marcati tratti noir.
Luca Quarin, che è anche il nome del personaggio, è un giornalista precario che si propone di indagare sulla scomparsa della famiglia Mancini, papà, mamma e figlio non hanno lasciato tracce, informazioni, non rispondono alle telefonate, e da subito la polizia indaga partendo dal lavoro dell’uomo, informatico in un’azienda che tratta di dati sensibili, il cui uso lascerebbe presupporre a qualcosa di nascosto, di torbido.
Il fatto però, che rende questa storia non solo intrigante, non solo utile a riflettere sulla consapevolezza umana dei processi mondiali che ci stanno minacciando, ma ben congegnata su canali narrativi canonici e non, è proprio la questione dei temi trattati. Infatti non ci sono solamente quei tipici stilemi che ci vengono propinati ogni giorno non di rado con l’obiettivo di farci prendere sottogamba le questioni più importanti.
Quarin costruisce la sua inchiesta, attraverso il protagonista Quarin, lasciando entrare di tutto: il curling, le mimose, la pietra e le scienze della vita, ma anche i rapporti con un padre scomodo, quelli con un figlio piccolo con cui tenere le relazioni non è semplice essendo un uomo separato, più in generale quelli con le donne, circostanziate e verosimili.
Del resto la complessità della nostra contemporaneità non dovrebbe permetterci di guardare a questi temi senza porli in relazione con altro, ed è questa la vera intelligenza del romanzo, che, una volta chiuso e guardato con distanza, assomiglia a una di quelle lavagne delle stazioni di polizia dei film dove i fili di lana collegano eventi, personaggi e luoghi in modo solo apparentemente casuale.
In questo modo Quarin, l’autore, dà voce a un personaggio che si presenta incerto, titubante, e proprio per questo più adatto a cogliere suggestioni che sfuggono il senso comune, e a una storia che vira piacevolmente e non di rado improvvisamente fra colpi di scena e momenti di vuoto, insomma in un modello di ricerca e di indagine che assomiglia molto alla realtà.
E non importa se non si capisce bene quale pista sia quella più giusta da seguire, perché quello che conta veramente è che Quarin, il giornalista, si rende conto di voler costruire la sua inchiesta sulla scomparsa della famiglia Mancini come una grande metafora della possibile scomparsa della specie umana.
In questo senso l’autore si prodiga a divulgare una serie di informazioni statistiche ed episodiche che ben sostengono le intenzioni del protagonista. Quella più rappresentativa, che esce dalla bocca di Maria, la donna più diafana che si possa immaginare, ci ricorda che gli animali sulla Terra sono lo 0,3 per cento di tutte le forme di vita, e che di questo 0,3 una percentuale ugualmente piccola riguarda la presenza umana.
Come a ricordarci che anche parlare od occuparci di problemi universali non dovrebbe essere un vanto, ma un lavoro onesto, silenzioso, coeso, fatto di piccoli gesti e di grandi dubbi.
«Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità».
Il friulano Luca Quarin sorprende con un romanzo il cui protagonista porta il suo stesso nome.
Dopo il precedente Di sangue e di ferro, in tour anche in Sicilia nel 2020, ecco il nuovo, Il futuro della specie (Miraggi, pp. 208, euro 21), del friulano Luca Quarin, che sorprende con un protagonista che ha il suo stesso nome. Quarin cosi esordisce per La Sicilia: «il romanzo racconta un inchiesta balorda sulla scomparsa di un informatico, Fulvio Mancini, sparito a Trieste nel 2019 assieme a moglie e tiglio, che un giovane giornalista friulano, Luca Quarin, porta avanti in mezzo a mille difficoltà personali e professionali. Dico balorda perché il protagonista non vuole fare davvero il giornalista ma non lo ha ancora capito. Lo scoprirà percorrendo la strada sbagliata, come capita spesso di fare, e ritrovandosi dentro qualcosa di più grande e più complicato di lui. Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose, per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità».
Un giallo quindi?
«In verità la scomparsa dell’informatico è il motore narrativo della storia ma non rappresenta il cuore del romanzo. Il meccanismo dell’inchiesta lo strumento che ho scelto per mettere in movimento una riflessione sul rapporto tra individuo e società, tra sapere scientifico e responsabilità etica, tra presente e futuro. La domanda “che cosa è accaduto a Mancini?” si trasforma progressivamente nella domanda che cosa sta accadendo nostra civiltà?”, “che alla cos’è [‘Antropocene”?»
Ha una risposta?
«No, visto che come tutti faccio parte della domanda. Ho l’impressione pero che la crisi dell’Antropocene metta in discussione una convinzione molto radicata nella modernità occidentale, ossia che l’uomo sia al centro del mondo: ma il pianeta in modo chiaro, come anche il riscaldamento globale, dicono che non lo è. “Il futuro della specie” una può essere letto come riflessione sul decentramento dell’umano, sulla necessità di riconoscere i nostri limiti e di ripensare il rapporto che abbiamo con il luogo che ci ospita e con le altre forme di vita che lo condividono, o vorrebbero condividerlo, con noi».
Il protagonista, Luca Quarin che ruolo ha in tutto questo?
«Ha una funzione simbolica importante. Le sue difficoltà familiari, le sue incertezze professionali e il suo bisogno di riconoscimento, riflettono una condizione esistenziale più generale. La sua ricerca di Mancini corrisponde alla ricerca di sé stesso ma anche alla ricerca di una risposta agli interrogativi di cui abbiamo appena parlato. La crisi individuale diventa il riflesso della crisi di una società che fatica a comprendere quale direzione prendere di fronte al vicolo cieco del presente». si individuale diventa il riflesso della crisi di una società che fatica a comprendere quale direzione prendere di fronte al vicolo cieco del presente».
Il suo romanzo indaga anche i legami tra vita animale e vegetale…
«Uno degli aspetti che ho trovato particolarmente interessante indagare, scrivendolo, è il confronto tra vita vegetale e vita animale. Tra mobilita e immobilità. Tra velocità e lentezza. La lentezza con cui si sono accumulati i combustibili fossili, ad esempio, e la velocità con cui si utilizzano. Decine di milioni di anni contro decine di anni. Poi anche l’idea della rete. Da un lato le reti ecologiche, dall’altro le tecnologiche. L’analogia tra strumenti che mettono connessione, che consentono lo scambio di informazioni, che aiutano l’adattamento e la cooperazione, ma che seguono direzioni diverse. L’integrazione, le reti naturali, la disintegrazione, quelle digitali. Alla fine il romanzo suggerisce l’idea che la sopravvivenza non sia garantita dalla competizione o dal dominio, bensì dalla comprensione delle interdipendenze che regolano la natura.
In questo senso, Il futuro della specie coincide con la capacità di imparare a pensarsi non come centro della realtà, ma come parte di una rete più ampia, dinamica e condivisa».
E se Mancini avesse fatto la scelta di Majorana? Fulvio Mancini è scomparso insieme alla moglie e al figlio di quattro anni. A chiedersi se ci sia un nesso tra due scomparse è un giornalista del Piccolo di Trieste. Mancini è un informatico. Il giornalista è Luca Quarin, figlio di un altro giornalista, Pietro, molto attivo e noto alla fine degli anni ’90, al tempo di Tangentopoli e agli albori del Vento del Nord, l’ascesa della Lega e dei movimenti regionali. Il richiamo al capolavoro di Leonardo Sciascia sul mistero di Ettore Majorana, forse il più brillante dei ragazzi di Via Panisperna, non è solo un pretesto narrativo. Si tratta, infatti, di un legame testuale. Anche Il futuro della specie (Miraggi, 2026), il nuovo romanzo libro di Luca Quarin è un’inchiesta filosofica. E la scelta dell’omonimia tra autore e personaggio è per il lettore la garanzia che la storia è falsa. La struttura narrativa è quella del giallo – ricostruzione di una vicenda oscura attraverso indizi – ma non si tratta di scovare alcun colpevole. La verità non è poliziesca ma etica e filosofica, appunto. A differenza dei dilemmi di Majorana, però, qui il tema non è la responsabilità umana di fronte alla costruzione di un’arma che potrebbe distruggere il mondo. In gioco questa volta non è la sopravvivenza dell’umanità, bensì quella della sua civiltà messa in discussione dalla potenza generativa dell’Intelligenza Artificiale.
Quarin protagonista del romanzo è un uomo in crisi dentro una società al tramonto. La sua compagna diffida di lui e il suo caporedattore non crede nella sua inchiesta. Si trova dunque in bilico tra un passato che stenta a voltarci le spalle, anzi incombe ancora come la figura paterna e un futuro i cui contorni sono immersi nella nebbia come il destino di Mancini e della sua famiglia. La storia che leggiamo è una foresta sconosciuta e insidiosa. Ci inoltriamo in essa interrogandoci fino a che punto la narrazione plasmi la realtà, e non il contrario cosicché il protagonista sia in qualche modo il doppio dell’autore. Ci viene così presentata una nuova versione di auto-fiction, una versione psicanalitica, in quanto la contrapposizione non è tanto tra verità e finzione, ma tra realtà e rappresentazione. Ad ancorarci è la cronaca del presente e quella del passato. Il rogo di Notre Dame e i ragazzi di Panisperna; Lacan e le migrazioni attraverso la rotta balcanica; il curling e l’intelligenza artificiale; il machine learning e l’antropocene: il viaggio di Quarin prende energia da continui salti narrativi, grazie ad un uso misurato e coerente della tecnica dell’hiperlink. Non leggiamo un anti-romanzo alla Pasolini, ma un post-romanzo, nel quale più che Carrère sentiamo la presenza di Houellebecq, e addirittura di David Lynch. Cos’è, infatti, l’indagine di Quarin se non un detour? Come Hari, la protagonista femminile di Solaris, sarà la presenza di Maria, una biologa, guarda caso, a condurre Luca verso la soluzione dell’enigma. Ma a suggerirgliela saranno le piante la cui intelligenza non è meno stupefacente di quella artificiale.
La telefonata è arrivata alle 3:37 del mattino. Con voce tranquilla la mamma gli ha annunciato la morte del nonno. Lui, Marek, ha faticato ad uscire dallo stato di torpore mentale del sonno, e lei ha riattaccato prima che lui potesse dire qualunque cosa. Quella notizia ha riportato a galla i ricordi, alcuni più nitidi, altri più sfumati. Il nonno è morto: il nonno, che a sua madre, Dana, aveva rovinato la vita, come lei ripeteva sempre; lei, che comunque era stata l’unica a non abbandonare, anche quando apparentemente non c’era altro da fare per sopravvivere alla lenta autodistruzione di un uomo alcolizzato, violento, malato. Dopo la chiusura della telefonata a Marek sono tornate alla mente diverse cose, mai dette a nessuno: ad esempio quando a scuola, in terza media, era caduto dalle scale per distrazione, e aveva accusato Filip di averlo spinto. Due settimane dopo era in una nuova scuola, deciso a dare ascolto a sua madre. Si trattava in effetti di una seconda possibilità. Sarebbe bastato mimetizzarsi, non dare nell’occhio, non raccontare a tutti qualunque cosa gli passasse per la testa, controllare ogni passo, evitare di ancheggiare e di fissare gli altri troppo a lungo. Prima di entrare in classe aveva collaudato la sua nuova voce, più profonda; aveva iniziato a ridere quando gli altri parlavano di ragazze. Aveva impostato come sfondo del cellulare la foto di una donna nuda, che neppure riusciva a guardare. Quando, pochi giorni dopo, era andato a trovare suo nonno in clinica psichiatrica, e questi gli aveva strappato il cellulare di mano, l’aveva visto annuire vigorosamente, con approvazione, di fronte a quell’immagine. Del resto, il nonno amava ripetere che Hitler aveva fatto almeno una cosa buona: internare “gli zingari e i froci nei campi di concentramento”, e non gli veniva in mente di tracciare un collegamento tra questi suoi discorsi e il pugno in faccia ricevuto da suo nipote, che ogni tanto tornava a casa con la cinghia dello zaino rotta e la maglietta strappata. Ha iniziato a ricordare come sua madre l’avesse cresciuto da sola dopo essere stata abbandonata da Pavel, suo marito, fuggito in America, lasciandola con un bimbo piccolo e una montagna di debiti da onorare; come fossero riusciti a sopravvivere solo grazie alla nonna, che aveva dato loro una stanza, e ai sacrifici che sua madre aveva compiuto, massacrandosi di lavoro in fabbrica al mattino, e come cassiera in un supermercato alla sera, cercando di far quadrare i conti, con la paura di restare all’improvviso senza lavoro in quei tempi di crisi. Pavel ovviamente non perdeva occasione, al telefono, per litigare con lei e dirle che non ne faceva una giusta; che lui avrebbe di certo saputo educare quel figlio che non amava socializzare e che sembrava star bene solo nel suo angolo a leggere e a disegnare; lui, Pavel, avrebbe saputo tirarlo su come un vero uomo. Eppure a lui, Marek, era stato raccontato di come anche suo padre, prima di sposare sua madre, era stato preso in giro: perché non beveva (forse il motivo principale per cui Dana l’avrebbe sposato), era magro, camminava in modo strano, in modo, dicevano, da effemminato…
“Quando eri piccolo ogni finestra, ogni riflesso che vi era impresso, persino quello della tua finestra sulla finestra dell’edificio di fronte, rappresentava per te una possibilità di fuga. Guardare una stanza altrui attraverso il vetro significava affacciarsi su vite sconosciute, e, almeno per un attimo, non pensare alla tua. Oggi sai che, a osservarle abbastanza da vicino, in ogni storia e in ogni finestra troverai sempre un’immagine distorta e deformata di te stesso. Pensi che una data cosa non abbia nulla a che fare con te, ma da dietro il vetro spunta sempre la tua ombra…”. Poeta, scrittore, giornalista ceco, Marek Torčik, classe 1993, laureato in Lingua e letteratura inglese, vive attualmente a Praga; ha debuttato nel 2016 nel mondo letterario con la raccolta di poesie Rhizomy. Con Ricucendo la memoria(Rozložíš paměť), il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2023, si è aggiudicato il Magnesia Litera Award (2024) e il Premio Jiří Orten. Nei Ringraziamenti che chiudono il volume, l’autore inquadra la sua opera nel filone dell’autofiction. “Questo libro appartiene ad altre tre persone in carne ed ossa. Soprattutto a mia madre, la persona più coraggiosa che io conosca. È stata lei a darmi il permesso di scrivere di cose tanto difficili da raccontare, e ancor più da leggere. Grazie di tutto. A mio padre, che al di là di alcuni tratti generici, non ha nulla in comune con il Pavel di cui parlano queste pagine. E poi a mio nonno. Si chiamava Antonín Daněk e, nonostante tutto il peso che si portava addosso, era un uomo buono”, scrive Torčik. Lo scrittore scava nel suo passato, ricostruisce la trama sfilacciata dal tempo e dalle emozioni del romanzo familiare, riannoda i fili di quella tela, completa i vuoti, apre porte su scenari; rivela in questo modo la fragilità della memoria, specie, in modo paradossale, di fronte agli eventi che lasciano i segni più profondi, e come i ricordi siano storie, che “si trasformano in qualcosa di diverso, di lontano” ogni volta che vengono raccontate. Con una prosa avvincente – in seconda persona – densissima, assolutamente controllata, mai debordante, fino al finale perfettamente calibrato, Torčik conduce il racconto su due piani temporali solo apparentemente separati: il 2021, il presente del testo, e il 2007, il passato. Come ribadito in più occasioni (si veda ad esempio l’intervista rilasciata a Tomáš Maca sulla pagina culturale web del sito di news “Aktuálně.cz”), Torčik non ha inteso dare alla scrittura di Ricucendo la memoria un significato terapeutico: il senso della narrazione non è tanto l’elaborazione della propria storia di povertà, scoperta di sé, bullismo e brutalità, quanto una profonda riflessione sul trauma, sulle conseguenze che questo esercita sulle vite degli esseri umani, sulla spirale di reciproche violenze e di autodistruzione che determina nelle esistenze, sui meccanismi sociali che identificano nello straniero, in colui che è percepito come diverso – nel rom, nell’omosessuale, nel caso specifico – il capro espiatorio perfetto per tramutare in odio, in non accettazione, in sopraffazione le proprie paure, le proprie insicurezze. Laura Angeloni, che del libro firma la traduzione, nella breve introduzione all’opera definisce Ricucendo la memoria “un romanzo di formazione, sensoriale e perturbante […] sulla memoria, sulla sua frammentarietà e inaffidabilità”: una fragilità solo apparente che non si traduce nel mettere in discussione o confutare la veridicità del proprio percorso esistenziale, ma nella vitalità di un dialogo costante di Torčik con il ragazzino che un tempo è stato, e con l’uomo che ha trovato nella scrittura una modalità per osservarsi e osservare il proprio cammino di scoperta, riconoscimento e accettazione della propria identità queer; è proprio l’osservazione attenta e consapevole di come sulle narrazioni degli eventi passati si possano innestare facilmente scene immaginarie, fotogrammi evocati da ulteriori ricostruzioni ascoltate, di come alcuni dettagli si amplifichino, altri si perdano nel tempo, soppiantati da falsi ricordi, a restituire un riflesso significativo del proprio vissuto.
“Abitare è un modo speciale dell’avere. A furia di avere qualcosa, l’abitiamo, diventiamo suoi”. Inizia con una citazione di Giorgio Agamben il libro Io e loro di Elena Pugliese, una raccolta di testi brevi nata dalla trascrizione di audio-racconti in cui mensole, cartoline, ricordi e oggetti vari si trasformano in dispositivi narrativi potenti, capaci di svelare il lato imprevisto del reale. Tornano in questo volumetto alcuni temi che da tempo attraversano la ricerca artistica e letteraria dell’autrice, concetti come il lascito, la memoria materiale, il rapporto tra persone e oggetti. In Io e loro, infatti, gli oggetti sono raccontati come mentori, testimoni, giudici, compagni di viaggio, figure silenziose che accompagnano la vita umana fino a quando il loro significato non si consuma e si trasforma. Custodiscono storie, eredità, abitudini, piccole ossessioni che si insidiano negli spazi apparentemente innocui del quotidiano. Non è tanto, dunque, la loro materialità ad interessare, quanto le memorie che trattengono, le vite che li hanno attraversati, le identità che continuano a costruire.
“Ci sono stati anni in cui avevo la netta sensazione che i miei oggetti mi aspettassero a casa. Quando tornavo, tornavo da loro. […] Per anni hanno dettato la legge, i ritmi, le consuetudini, mi hanno addomesticato, hanno fatto di me ciò che volevano”. Ma questo accade fino a quando un indeterminato protagonista sceglie di ricollocarli, di dare loro nuove funzioni, di stravolgere le loro nature. E così il domestico diventa inquietante, il familiare si scopre estraneo e le pagine scorrono attraverso piccole epifanie che ricordano come l’ordinario sia spesso il luogo più fertile per l’imprevedibile. Attraverso una scrittura che si muove continuamente tra reale e immaginario, succede allora che una raccolta di racconti, oggetto dopo oggetto, si trasforma in una riflessione poetica sul modo in cui abitiamo il mondo materiale.
“E con premeditazione avrei preso quella FORCHETTA impugnandola come un coltello”.
“Lo vedevo di schiena soffiare sulla TAZZA fumante”.
“Ho tante PRESINE, le ho messe tutte in un cassetto. Non le uso mai, per me la presina è un oggetto troppo triste”.
“Ma io non sorrido, perché sono troppo occupato a trovare una posizione su questo DIVANO”.
“Sono stato fortunato ad avere un ORSETTO che di notte non mi ha mai lasciato solo”.
“Era il VASO di cristallo, quello pesante, preziosissimo, che non ho mai potuto tenere in mano”.
“Passa tutto. Tutto passa. Passa tutto. Basta che mi metto comodo su quella SEGGIOLA, chiudo un po’ gli occhi e uno via l’altro, passa tutto”.
“Il bello di questa FOTOGRAFIA è che non si sbiadisce mai”.
“Se non faccio attenzione questo SAPONE mi porta via”.
“Quando vado che torno, mentre pedalo, fa un po’ più freddo, è un po’ più giorno”.
Attraverso racconti più lunghi o brevissimi gli oggetti quotidiani si comportano come lenti d’ingrandimento cui osservare tutto ciò che normalmente resta invisibile: il peso delle eredità, la fragilità dei legami, il bisogno di attribuire significato alla materia che ci circonda.
L’originalità di questo libro sta proprio in questo: gli oggetti si comportano come testi da leggere, interpretare, tradurre. E, come tutti i testi, possono essere fraintesi, riscritti, persino traditi. Cambiano significato a seconda di chi li guarda, del tempo che li attraversa, delle storie che vi si depositano sopra. Una forchetta, una fotografia, una tazza o una seggiola non custodiscono un senso definitivo ma lo generano continuamente nell’incontro con chi li usa, li ricorda, li immagina.
E allora forse Elena Pugliese parla di oggetti solo in apparenza. In realtà racconta quel territorio instabile e fertile in cui materia e memoria si incontrano, dove le cose diventano narrazione e le persone si scoprono, a loro volta, raccontate dalle cose.
Perché il senso ultimo non abita né nei soggetti né negli oggetti, ma nello spazio di relazione che li unisce, quel luogo invisibile in cui, ogni giorno, impariamo ad abitare il mondo e a essere abitati da esso.
Per scelta dello stesso Milan Kundera, l’edizione-incoronazione quasi definitiva che la Pléiade gli ha dedicato «non prende in considerazione la parte giovanile della produzione (…), sorvola sulle varianti testuali e ignora affatto la corrispondenza»: lo segnalano, nella loro Premessa a Kundera without Kundera (Miraggi, pp. 400, € 36,00) i curatori Alessandro Metlica e Alessandro Catalano, scegliendo per il loro volume un titolo che sta a dire come, per ritrovarsi adeguatamente collocato nel canone tardonovecentesco, il Kundera autore debba essere studiato affrancandolo dalle limitazioni imposte dalla sua stessa «strategia autoriale».
Sostenuto dal presupposto critico secondo cui una restituzione il più possibile esaustiva dell’opera (vale per chiunque, del resto) deve fare i conti con l’insieme dei depistaggi e delle correzioni apportate dall’autore alla sua fama, il volume dedicato a Kundera – che ha stabilito con certosina ossessione quale immagine di sé intendeva lasciare ai posteri – si vuole «il primo studio a seguire senza pregiudizi e omissioni l’intera carriera dello scrittore» ceco naturalizzato francese.
Non c’è apologia, in Kundera, semmai incriminazionedella storia, in linea con quanto dichiara in Un Occidente prigioniero,quando dice che vorrebbe incidere «sulla porta d’ingresso dell’Europa centrale» la frase di Gombrowicz: «Non scordiamo che solo opponendoci alla Storia in quanto tale possiamo opporci a quella dell’oggi». Ciò che spiega forse il suo desiderio di disincarnare l’opera dalla propria vicenda personale, per testimoniare di una «sfida» che – come sottolinea in autocommento allo Lo scherzo – «non era politica, ma estetica».
La moglie Véra lo punzecchiava ripetendo che «era arrivato a Parigi come un vincitore sui carri armati russi»; di certo, Kundera – com’è ovvio per ogni scrittore – teneva a che l’insieme di quelle drammatiche contingenze non facesse passare in secondo piano il valore letterario dei suoi libri.
Benché i suoi romanzi fossero stati vietati in patria, non smise mai di opporsi a quella «soluzione di comodo» – così scrisse a Michel Foucault nel 1980 – che consisteva nel «ridurre il mondo al suo significato politico».
Il volume è incorniciato tra due informate sezioni a cura di Alessandro Catalano (Praga, romanzo, Europa e Cronologia) che ripercorrono integralmente l’opera e la vita di Kundera, con cospicuo corredo d’immagini, documenti inediti e giudizi critici accuratamente selezionati. Nel mezzo, una mappatura esaustiva di materiali da scoprire: Giorgio Pinotti scrive sull’arte del romanzo; Jakub Česka indaga sul déjà vu come metafora dell’esperienza onirica, aprendo lo sfondo psicoanalitico di questo atelier narrativo; e sul sogno torna anche Noemi Quarenghi, svelando la «fitta rete di riferimenti intertestuali» che legano L’identità alla famosa novella per cinefili di Schnitzler; Adélie Huguenin ci accompagna invece nella biblioteca personale dell’autore, dove si serve di alcune annotazioni (su Gombrowicz, sul nostro Malaparte) per mettere a fuoco il tema della relazione tra l’uomo e la propria animalità.
Inoltre, al rapporto tra Kundera e Philip Roth è dedicato il saggio di Alessandro Metlica, che descrive le corrispondenze tra gli alti e bassi nell’amicizia dei due scrittori con la rielaborazione dell’articolo di Kundera – «L’ironie de Philip Roth» – più volte riscritto dal ’79 al 2011. Ad ogni revisione, stralcio o integrazione corrisponde un mutamento essenziale: a smentita di quella dichiarazione di poetica per la quale «Non c’è niente fuori dal testo».
Qual è il modo migliore per raccontare la realtà? Questa è una delle tante domande che si pone continuamente il protagonista del terzo romanzo di Luca Quarin, pubblicato quest’anno da Miraggi edizioni, dal titolo “Il futuro della specie” e che propone spesso ai suoi interlocutori.
Il dibattito nel libro
«Alla fine ci siamo imbarcati in una lunga discussione [..] Marco sosteneva il romanzo, anche se stava scrivendo un saggio, io sostenevo il saggio, anche se volevo scrivere un romanzo. Il saggio serve a divulgare qualcosa che sappiamo delle cose […] quello che abbiamo capito della natura umana, ma anche quello che abbiamo capito del cosmo, della materia organica, degli esseri viventi. […] La civiltà occidentale si fonda sulle narrazioni non sulla divulgazione del sapere. Oppure su una divulgazione del sapere attraverso un processo esegetico di narrazione, o anche ermeneutico, come preferisci tu. In ogni caso la cultura che ci lega tutti quanti insieme è un’esperienza narrativa condivisa, non un’esperienza cognitiva. Noi non sappiamo niente della realtà. Alla fine ha detto che se il saggio divulga il sapere allora il romanzo lo produce. Se il saggio interpreta la realtà allora il romanzo la produce.» (pp. 197-198).
Il protagonista
Il protagonista del romanzo, un giovane giornalista che scrive per “Il Piccolo”, nell’aprile del 2019, mentre a Parigi infuria l’incendio che devasterà la cattedrale di Notre Dame, si appassiona a un evento di cronaca locale, la sparizione a Trieste di Fulvio Mancini – responsabile di ricerca e sviluppo per On-Ai, una startup specializzata in creazione di dati sintetici nell’ambito dell’intelligenza artificiale – assieme alla moglie e al figlioletto di tre anni.
Data la densità di temi affrontati nel romanzo, tutti di estrema attualità, molte sono state le curiosità che sono emerse durante la lettura, per cui abbiamo voluto incontrare l’autore, al fine di parlarne con lui.
Se il personaggio principale si chiama Luca Quarin, come l’autore
La prima domanda ruota attorno alla scelta di chiamare il personaggio principale e voce narrante in prima persona Luca Quarin, utilizzando un’omonimia che era già presente nel romanzo precedente, attribuita però all’antagonista di Andrea Ferro, protagonista, appunto di Di sangue e di ferro, uscito nel 2020 sempre per Miraggi Edizioni. Una scelta che si inserisce in un preciso filone narrativo, quello dell’autofiction, inaugurato e inventato nel 1977 da Serge Doubrowsky con il suo romanzo Fils e poi praticato da diversi autori, tra cui Philip Roth, Henry Miller, e, in Italia, da Walter Siti, Giulio Mozzi, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna.
Che cosa ha motivato questa scelta?
“Penso che il romanzo sia il laboratorio ideale dove analizzare il rapporto tra realtà e finzione e che chi scrive abbia qualche strumento più degli altri per condurre questo esperimento. D’altronde anche Plutarco diceva che “colui che inganna è più onesto di colui che non inganna”. Già il mio primo romanzo, Il battito oscuro del mondo, era popolato da omonimi, che si riverberavano uno nell’altro interrogando il lettore su quale fosse reale e quale fosse fittizio. In Di sangue e di ferro, il mio secondo romanzo, ho voluto spingere questo interrogativo ancora più avanti, affrontando il tema della narratività dell’identità individuale e della narratività dell’identità storica e sostenendo l’ipotesi che la finzione prevalga sulla realtà e che quindi la narrazione produca il reale più di quanto il reale produce la narrazione.
Di conseguenza ho deciso che d’ora in avanti Luca Quarin sarà il protagonista dei miei romanzi, anche se avrà poco o nulla a che fare con me e con la mia storia, proprio per sottolineare questa idea. E’ un’idea di autofiction diversa da quella di Siti, di Scarpa o della Ciabatti, dove la biografia dell’autore è anche la biografia del protagonista, e invece più vicina a quella di Houellebecq, di Auster o di Roth, che hanno scardinato il patto autobiografico teorizzato da Philippe Lejeune, secondo cui l’uguaglianza del nome garantisce che la storia è vera, dimostrando che lo stesso nome attesta che la storia è falsa”.
Un mondo ai più sconosciuto
Il protagonista del romanzo per chiarire il mistero che si nasconde dietro alla sparizione del giovane informatico e della sua famiglia lo porta, attraverso ricerche sempre più approfondite, ad addentrarsi nel mondo legato ai processi di machine learnig, che tra l’altro in questi giorni si sta originando un forte dibattito. Nel romanzo diverse pagine sono dedicate a questo argomento, sviluppato con un linguaggio adeguato ai non esperti.
Quarin, immagino sia stata una ben precisa intenzione, la sua, di avvicinare più persone possibile a questo tema «della tecnologia che sta travolgendo la specie umana e della specie umana che ha travolto il pianeta in cui vive» in estrema sintesi l’antropocene?
“La domanda che ha messo in moto la storia in effetti è proprio questa: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Mi sembra una domanda latente che non ha ancora trovato la forza di emergere con chiarezza, e di mettere in discussione i paradigmi della nostra cultura, ma che ha già cominciato a erodere i nostri riferimento i più profondi. Il sapere, la democrazia, la ragione. E’ un po’ la pulsione di morte di cui parla Zizek.
Ecco, ho sentito il bisogno di indagare narrativamente questo tema, il conflitto tra la specie umana e il luogo in cui vive, a partire da una delle nostre peculiarità più tipiche, la mobilità. Una mobilità desiderante che ha trasformato il pianeta in un enorme centro commerciale, divorando rapidamente risorse che la natura aveva accumulato con grande lentezza. Decine di anni contro milioni di anni”.
Riflessioni sul riscaldamento globale
In parallelo, se non in contrasto, un altro personaggio, Maria, una giovane donna conosciuta per caso ma figura che diventa sempre più importante, inserisce la questione ambientale attraverso un punto di vista molto originale, vale a dire il rapporto tra il movimento della vita animale e l’immobilità del mondo vegetale (p. 153) e questo permette alcune riflessioni su quali sono le caratteristiche dell’intelligenza utilizzate da queste due specie (p. 179), che portano a delle considerazioni relative al riscaldamento globale che ci affligge e per il quale non sembra si vogliano trovare soluzioni. La «capacità [delle piante] di adattarsi all’ambiente di prevedere una situazione mi sembrano estranee alla nostra esperienza. Il riscaldamento globale lo dimostra.
Dovremmo quindi imparare dalle piante, per salvarci?
“Ovviamente non ho nessuna ricetta né la più vaga idea di quale possa essere la soluzione del problema. La paleontologia ci dice che la vita media di una specie animale è di circa sei milioni di anni, e che dunque alla nostra specie ne mancano cinque milioni e ottocentomila prima che si possa estinguere con dignità. Ho l’impressione che dobbiamo farci venire un’idea se vogliamo arrivare a quel punto. Farci venire una buona idea potrebbe essere un segnale di vera intelligenza, visto che quello che abbiamo fatto fino a oggi mi sembra non la dimostri.
Al di là di questo, ho trovato stimolanti le considerazioni di autori come Telmo Pievani, Stefano Mancuso o Emanuele Coccia sulla vita vegetale e sul suo modo di interagire con il pianeta, un modo completamente diverso dal nostro. Ho voluto quindi raccontare una storia che mettesse a confronto questi schemi evolutivi attraverso il personaggio di Maria, una biologa che Luca incontra nella parte centrale del romanzo e che lo spinge a fare delle considerazioni che altrimenti non avrebbe fatto”.
Il parallelo con i Ragazzi di Via Panisperna
Parallelamente alle vicende legate all’indagine giornalistica sulla scomparsa di Fulvio Mancini – che viene accostata a quella di Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, membri entrambi del gruppo dei cosiddetti “Ragazzi di Via Panisperna” – si dipanano anche le vicende di Luca Quarin personaggio: la sofferta separazione dalla moglie Martina; il difficile e frustrante rapporto con il padre Pietro, famoso giornalista d’inchiesta; il ricordo della madre afflitta da una grave malattia psichiatrica e morta in modo tragico a causa di un incidente d’auto; il conflitto con il caporedattore che gli rifiuta gli articoli. A questo proposito è molto interessante anche la riflessione su cosa sia il giornalismo e su quanto la narrazione dei fatti può venire contaminata dalle personali convinzioni del giornalista.
Alla fine di una lunga discussione con il suo capo, Luca Quarin personaggio non sembra molto convinto che chi racconta una notizia debba rimanere sempre asettico, e lei?
L’inchiesta giornalistica sulla scomparsa dei Mancini in realtà è la metafora dell’indagine dell’uomo sulla natura delle cose. Il metodo giornalistico e il metodo scientifico si pongono entrambi l’obiettivo di conoscere la verità e procedono secondo schemi analoghi. Misura e verifica sperimentale per l’uno, acquisizione di informazioni e verifica delle fonti per l’altro. Il romanzo racconta il fallimento dell’inchiesta portata avanti da Luca Quarin che invece di seguire le regole del giornalismo trasmesse dal padre collega tra loro argomenti in apparenza lontani ma che ha la sensazione possano aiutarlo a trovare la soluzione. E in effetti la strada sbagliata lo conduce alla meta”.
Il suo romanzo è talmente denso che tra le pagine si insinua anche il curling, di cui il lettore scopre le origini piuttosto antiche, risalenti addirittura al XVI secolo; si parla delle migrazioni in atto e delle scellerate politiche messe in atto dai governi per contrastarle; di malattia mentale; della distanza tra godimento e desiderio; dell’aumento esponenziale di consumo dell’energia.
Quarin, un vortice di pensieri e di riflessioni che accompagnano la vita quotidiana del protagonista, pensieri e riflessioni che sono di tutti, in questo periodo storico. Si ha l’impressione che per liberarsene, in qualche modo, lei abbia dovuto attribuirli a un altro da sé, in un gioco di specchi. Sbaglio?
“Lacan sostiene che il desiderio non si soddisfa mai, ma si sposta continuamente da un oggetto all’altro (come una figura metonimica), mantenendo in vita il soggetto. D’altro canto il godimento è una pulsione che spinge il soggetto verso l’eccesso, anche a costo di distruggerlo, e che non coincide mai con l’oggetto del desiderio. Lo spazio tra desiderio e godimento mi sembra il luogo dove si svolge la vita della nostra specie. Mobilità, linguaggio, velocità e consumo di energia sono gli strumenti che usiamo per oscillare tra queste due polarità. Oscillazione che il digitale ha reso ancora più frenetica, spingendoci sempre di più verso la pulsionalità del godimento. Per questo ad un certo punto ho tirato in ballo il curling, perché è lo sport della lentezza e della propriocezione, quella consapevolezza corporea che ci aiuta a sentire quello che c’è attorno a noi”.
Nonostante la ricchezza e la complessità, il romanzo si legge velocemente, non solo per la curiosità di sapere che fine abbia fatto la famiglia Mancini, mistero che verrà naturalmente svelato, ma anche per la bella scrittura, elegante pur con concessioni alla contemporaneità, per l’ambientazione che restituisce una Trieste vera di cui si respirano i profumi e si riverberano i colori, le atmosfere, i personaggi che la popolano, per l’umanità dei personaggi, disegnati con le loro debolezze e con la loro, inesorabile, volontà di cercare ciascuno la propria strada.
Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.
Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.
Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.
Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.
Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.
L’impossibilità di spiegare Nick Drake
Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.
Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.
Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.
Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.
Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.
È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.
Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.
Una biografia che diventa voce interiore
Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.
Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.
Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.
Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.
Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.
Nel volume di 400 pagine pubblicato da Miraggi Edizioni tra saggi, documenti e fotografie, si ricostruisce il percorso intellettuale, le contraddizioni e l’attualità dell’autore al di là della sua immagine.
La faccia in copertina viene fuori come un pugno, una faccia pugnace, la fronte aggrottata, lo sguardo severo, intenso, capelli bianchi, maglione nero, mani in primo piano che si intrecciano. Dietro, una ringhiera. Dietro ancora, quello che sembra un tetto. È una foto scattata a Roma quarant’anni or sono. In alto, il titolo: Kundera without Kundera, “Kundera senza Kundera”. Ma eccome se qui dentro c’è Milan Kundera (Brno 1929 — Parigi 2023), il grande mistificatore, colui che attraverso la letteratura si è reinventato la vita.
C’è con i fatti, le parole, le interviste, c’è con i suoi disegni e le fotografie, c’è con la sua vita, le sue opere e le sue omissioni. Un volume di 400 pagine, con più di 500 immagini fra disegni, fotografie, documenti, pubblicato da Miraggi Edizioni, a cura di Alessandro Catalano, docente di Letteratura ceca all’Università di Padova, e Alessandro Metlica, che sempre a Padova insegna Letterature comparate e Letteratura e cultura visuale.
«È il coronamento di ciò che Miraggi fa da una decina d’anni con l’unica collana italiana dedicata alla letteratura ceca — spiega Alessandro De Vito, una delle anime della casa editrice torinese — Oltre all’interesse personale, poiché mia madre è ceca, mi interessa creare un ponte europeo fra le due culture che mi hanno formato, quella italiana e quella ceca. Per questo mi sento profondamente europeo. E quando è arrivata la proposta dell’Università di Padova di pubblicare il libro, mi sono detto: chi meglio di Kundera è un autore veramente europeo? Mette insieme spirito e cultura ceca con spirito e cultura francese, avendo vissuto la sua vita fra questi due paesi».
Il volume è diviso in tre parti. La prima illustra la figura dell’autore dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere”, il suo pensiero, la sua idea di letteratura, la ricerca sul e del romanzo durata sessant’anni, nonché il suo essere praghese ed europeo. Nella seconda sono raccolti diciotto saggi di altrettanti studiosi che spaziano dall’idea di romanzo universale ai film cechi tratti dalle sue opere, dai lavori teatrali alle analisi cromatiche dei suoi libri, dal rapporto con lo scrittore statunitense Philip Roth ai personaggi femminili nei suoi primi testi in prosa. La terza raccoglie una esauriente cronologia.
«È un tentativo di ripensare e inquadrare il percorso di Milan Kundera attraverso ciò che ha scritto — spiega Alessandro Catalano — a partire dal periodo ceco, quello che va dal 1953 al 1973, di cui ben poco si sa. È un autore che si interfaccia benissimo con le nuove generazioni, conserva una enorme capacità di parlare al nostro presente. Riesce a dare ai personaggi e alle storie un carattere universale. Peraltro, si è sempre saputo che aveva una passione per le mistificazioni, ma avere scoperto, studiando i documenti, l’estensione del suo mistificare è stata una vera sorpresa».
Figlio di un progetto dell’Università di Padova realizzato lo scorso anno (una mostra, una rassegna cinematografica, un allestimento teatrale e un convegno), Kundera without Kundera è un libro unico, una sorta di catalogo, di enciclopedia attorno a un’opera e al suo autore. «C’è una strana frizione — nota Alessandro Metlica — tra la fama di Kundera come uno dei più importanti autori del Novecento europeo e gli scarsi studi a lui dedicati. Questo è il primo libro che prova a riconsiderare tutta la sua carriera di scrittore senza l’influenza e il rigido controllo che lui stesso ha esercitato sulla diffusione e lo studio della sua opera». Un lavoro approfondito che in quarta di copertina riporta un pensiero di Kundera. Suona come monito e incoraggiamento ai naviganti del tempo presente: «Lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda o la escludono».
Come viatico, infine, per affrontare questa lettura, tre titoli imperdibili consigliati dall’editore e dai due curatori. Nell’ordine: “La vita è altrove”, il romanzo che descrive lo slancio rivoluzionario, ma avverte il rischio che poi si finisca nel totalitarismo; “Lo scherzo”, il libro che racconta lo stalinismo con le arti della letteratura, riuscendo a illuminare la Storia pubblica attraverso una privata vicenda d’amore; e i racconti di “Amori ridicoli”, dove, secondo l’amico americano Philip Roth, c’è il vero Kundera, ironico e autoironico.
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