[Il 18 maggio esce a stampa per le edizioni Miraggi il volume Kundera without Kundera, a cura di Alessandro Catalano e Alessandro Metlica. Si tratta del primo studio monografico che, a tre anni dalla scomparsa del romanziere ceco (2023), prova a tirare le somme sul suo ruolo decisivo nella letteratura di secondo Novecento, anche grazie a un ricco apparato di oltre cinquecento immagini in gran parte inedite (fotografie, appunti di lavoro, schizzi e caricature autografe). Le pagine che seguono sono tratte dalla breve Premessa firmata dai due curatori.]
Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.
Nelle cornici delle mie finestre. Poesie e appunti, che comprende poesie e brevi prose tratte da diverse raccolte del poeta Petr Borkovec,
si inserisce in un percorso editoriale nel quale era già apparso il volume Volevamo salvarci di Petr Hruška. Entrambi i poeti, insieme a Pavel Kolmačka, rappresentano oggi i nomi maschili più noti della poesia ceca contemporanea nel contesto internazionale. Se Hruška incarna il volto della città di Ostrava, sigillando nei suoi testi le caratteristiche proprie della cosiddetta “poesia ostraviana”, Borkovec è invece una figura centrale della scena letteraria praghese.
Questo ruolo è dovuto soprattutto alla sua attività di editore presso l’importante casa editrice indipendente Editions Fra, che quest’anno ha pubblicato la prima raccolta di Lubomir Tychý, vincitore del premio Jiři Orten per giovani poeti.
La voce poetica di Borkovec era già giunta in Italia attraverso pubblicazioni in rivista, canali editoriali che spesso veicolano la prima
ricezione dei testi poetici. Tuttavia, questa raccolta, curata dalla boemista Gaia Seminara, rappresenta il primo tentativo di offrire una panoramica organica e completa della produzione del poeta, capace di restituire i principali nuclei tematici ricorrenti della sua opera.
Senza ambire in questa sede a un commento puntuale di ciascuna sezione dell’antologia, è comunque possibile soffermarsi su alcune caratteristiche rilevanti. In Espansione nel silenzio ricorre più volte il tema della notte, intesa come momento privilegiato di riflessione poetica: “mi sono seduto e sono rimasto sotto una stella / finché la città non si è spenta”. In contrasto, emerge il giorno, “di tristezza vestito”, a cui l’io lirico è chiamato a non arrendersi. Nella sezione successiva, Camminamento, si osserva una maggiore sperimentazione
nella disposizione del testo: il verso non è più rigidamente allineato a sinistra, ma si muove, peregrinando sulla pagina. I versi di Borkovec sono abitati da figure animali che rivelano la sua passione per l’ornitologia, presenze che emergono anche nella loro assenza: “Alla finestra, / spalancata, / nessuno viene, / niente arriva in volo”. In Tra la finestra, il tavolo e il letto prende forma una poesia del quotidiano, che si sviluppa attraverso un ampio ricorso al linguaggio diretto nel verso: “Alzarsi, chinarsi, domandare: / – è ora? – No. – Quando?”. Naturalmente, gli elementi qui indicati come dominanti di ciascuna sezione attraversano l’intera antologia, riaffiorando costantemente e mostrando la loro complessa intercompenetrazione nel discorso poetico di Borkovec. A questa stratificazione tematica fa da contrappunto la semplicità degli oggetti dell’osservazione poetica. L’autore offre infatti un’immagine profondamente introspettiva della quotidianità, confrontandosi con interrogativi che spesso sfuggono, travolti dalla frenesia del tempo. Lo sguardo si posa su ciò che circonda l’io lirico, che a sua volta incornicia quanto gli si presenta davanti in attimi contemplativi in cui osservatore e osservato si fondono nell’atto poetico stesso: “Perdermi nelle cose, perdere le cose. / Perdermi nel paesaggio, perdere il paesaggio. / Scrivere gli occhi”.
M. Mecco è ricercatrice al centro Modernitas, Université libre de Bruxelles
Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia. Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Una storia che parte da un video brevissimo, in cui si vede una sorta di fantasma di spalle che potrebbe essere Nick Drake. Un eroe musicale tra i più misteriosi ed enigmatici, che rivive di inedite parole grazie alla fantasia intensa e ardita di Luca Ragagnin.
Riassumere l’opera di Luca Ragagnin in poche righe è una sfida. La vastità del suo lavoro e la sua capacità di muoversi tra generi diversi rendono difficile racchiudere tutto in uno schema preciso. Ragagnin si è cimentato in romanzi, racconti, opere teatrali, saggi e poesie, mostrando una versatilità rara. A questo va aggiunta la sua attività come paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao e molti altri. Il suo ultimo libro, I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, è un esempio lampante del suo talento e della sua capacità narrativa.
Eppure, viene naturale chiedersi: ha davvero senso scrivere un’altra biografia su Nick Drake? Dopotutto, sembra che tutto ciò che c’era da dire su uno dei cantautori più iconici degli anni Settanta sia già stato ampiamente trattato. Dalla pubblicazione dell’importantissimo libro di Nick Humpries nel 1997, passando per il lavoro di Gabrielle Drake (sorella di Nick) e Cally Callomon nel 2014, fino alla più recente biografia di Richard Morton Jack nel 2023, la parabola del musicista inglese è stata analizzata, esplorata e raccontata in tutte le sue sfumature. Anche in Italia, opere come il saggio di Ennio Speranza del 2020, Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione, sembravano aver messo un punto definitivo su questa storia. Quando le biografie sono accurate e attente alla verità storica, è difficile immaginare margini per l’innovazione.
Eppure, Ragagnin riesce a ribaltare questa premessa. Non si tratta semplicemente di scrivere una biografia; I dieci passi di Nick Drake è più di questo. È un romanzo storico, una narrazione che esplora la vita di Drake attraverso un’angolazione mai vista prima. La vera forza del libro sta nella scelta coraggiosa di raccontare la vita dell’artista inglese dalla prospettiva della prima persona, dando voce direttamente a Nick stesso. Il risultato di questo esercizio di immedesimazione è sorprendente; il lettore si ritrova travolto da un’esperienza quasi ipnotica che trasforma l’iniziale straniamento in un legame magnetico con il testo.
Il libro crea l’illusione di trovarsi faccia a faccia con Nick Drake, come se fosse lui a sussurrare i suoi pensieri all’orecchio di chi legge. A tratti si ha persino la sensazione che le pagine siano state composte con l’aiuto di una tavola ouija, evocando la figura dell’artista tramite un atto quasi esoterico. Questa opera di Ragagnin trascende i confini della classica biografia e diventa qualcosa di unico, come se fosse un dialogo intimo con un genio eterno che continua a ispirare generazioni intere.
Per comprendere a fondo l’opera di cui ci accingiamo a parlare, è necessario soffermarsi su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda un elemento enigmatico e quasi incredibile: la totale assenza di filmati che ritraggano Nick Drake da adulto, salvo uno. Questo unico frammento, della durata di appena tredici secondi, è reperibile su YouTube e lo potrete vedere alla fine di questo articolo. Si tratta di un video che mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina durante quello che sembra essere un festival musicale, di cui tuttavia non si conosce il nome. E nonostante non vi sia certezza assoluta che quel ragazzo sia effettivamente Nick Drake, le probabilità sono alte. Da qui parte Luca Ragagnin, utilizzando quella breve sequenza in cui Drake compie dieci passi come punto centrale attorno al quale si sviluppa l’intera narrazione. Quei dieci passi diventano il simbolo di una vita segnata dalla malattia e spezzata troppo presto, nella notte del 25 novembre 1974, quando calò il sipario sul giovane artista per sempre.
Il secondo aspetto cruciale risiede nella struttura narrativa adottata dall’autore: due linee narrative si intrecciano, contraddistinte da caratteri tipografici differenti. La parte scritta in carattere normale segue una sorta di cronaca dei fatti, pur mantenendo la narrazione in prima persona. Al contrario, il testo in maiuscolo mette in scena l’inconscio: un flusso di pensieri onirico e frammentato, ricco di visioni e suggestioni interiori.
È proprio questa dimensione inconscia a coinvolgere intensamente il lettore, proiettandolo nel turbinio caleidoscopico delle immagini confuse che attraversano la mente del protagonista. Con un aspetto peculiare: man mano che le pagine scorrono, il linguaggio si disgrega progressivamente, rispecchiando simbolicamente il deterioramento mentale del personaggio, sino a culminare nella sua tragica fine a soli ventisei anni, per un’overdose di farmaci. Questa decadenza linguistica non è casuale, bensì scelta con intelligenza narrativa. Non solo restituisce l’involontaria immedesimazione dello scrittore con il suo soggetto, ma trascina il lettore a vivere quasi empaticamente nei panni di Nick Drake.
Colpisce profondamente la meticolosità con cui l’autore cesella ogni dettaglio, frutto evidente di uno studio approfondito delle biografie già pubblicate sulla figura di Drake. Ancora più sorprendente è l’equilibrio perfetto tra le due voci che animano il romanzo. Ragagnin non si limita a raccontare Nick Drake, ma diventa Nick Drake. Ed è complesso distinguere dove finisca la narrazione dell’artista e dove inizi l’identificazione personale dello scrittore con lui, soprattutto sul piano psicologico.
Infine, ciò che davvero rende quest’opera memorabile è l’impressione vivida e intensa che le immagini evocate trasmettono al lettore. Si percepisce chiaramente che provengono da una dimensione altra, situata oltre i confini della vita stessa. E forse è proprio questo il tocco finale di una creazione letteraria che sembra guidata da un’ispirazione rara e potente. L’autore ha saputo fondere estro creativo e profonda competenza letteraria in un racconto che colpisce diretto al cuore e lascia un segno duraturo.
TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.
Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.
Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.
Dieci passi, un destino
Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.
Arte, cancellazione, memoria
Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.
“Nami suda. Si aggrappa alla mano grassoccia della nonna. Le onde del lago sbattono a ritmo regolare contro il molo di cemento. Dalla spiaggia di paese arriva un grido, uno strillo piuttosto. Dev’essere domenica, se sta lì sulla coperta col nonno e la nonna. C’è qualcun altro, Nami ricorda le tre macchie rosse di un costume, i tre triangoli di un bikini, e sopra, un fascio di capelli neri ben pettinati, una coda di cavallo, e due ciuffi di peli neri sotto le ascelle. I tre triangoli si muovono lenti, girandosi e rigirandosi sotto il sole finché non ne resta uno solo. Non lontano dalla riva un pesce gatto fa guizzare pigramente la coda”.
Inizia da questo ricordo il racconto della vita di Nami, prima bambino poi ragazzo e infine giovane uomo la cui vita cambia nel corso del romanzo, proprio come il lago. All’inizio Nami ha tre anni, è sulle sponde del lago con i nonni e una ragazza in bikini. La ragazza è sua madre, l’unico genitore che conosca, e questi sono gli unici momenti che gli restano di lei che da quel giorno scompare.
All’epoca, chi si immerge se la cava con una semplice irritazione della pelle, il lago non è ancora diventato la putrida tomba inquinata dove viene mandato a morire chi non si sottomette al volere degli usurpatori russi e nemmeno la sottile lingua ipersalina circondata da una secca distesa di sabbia, dove sono rimasti incagliati alcuni relitti di imbarcazioni.
Man mano che Nami cresce, la vita sull’isola si fa sempre più difficile. La memoria e la cultura del posto vengono cancellate, le acque del lago sono sempre più inquinate, nascono cuccioli di animali e di uomo deformi, gli abitanti vivono in povertà e vengono espropriati delle loro abitazioni e le donne vengono stuprate dai militari che pattugliano il territorio.
Il nonno di Nami muore durante una battuta di pesca, ma finché la nonna resta in vita lui è al sicuro. È quando la nonna cade e non è più autonoma che per Nami la vita diventa difficile. Il presidente del Kolchoz manda la nonna non più produttiva a morire nel lago e poi si insedia con la famiglia nella loro casa. Nami viene trattato alla stregua di un animale.
Alla sera, quando il presidente e la moglie dormono, lui però scappa per incontrare Zara, la ragazza di cui è innamorato. E pur di non perderla sarebbe disposto ad andare avanti così. Ma una sera succede una cosa che Nami non può accettare: alcuni soldati russi molestano Zara e lui, impotente, è costretto ad assistere allo stupro della ragazza. Così, Nami parte alla ricerca della madre, deciso a svelare il mistero della sua nascita. E quando finalmente la trova, dopo avere affrontato innumerevoli prove, il loro incontro non sarà come lo aveva immaginato.
Il lago di Bianca Bellová è un romanzo di formazione tragico e simbolico. La crescita del protagonista è una metamorfosi segnata dalla perdita, dalla violenza e dalla cancellazione della memoria individuale e collettiva. Bianca Bellová usa una lingua essenziale, dove non c’è spazio per le spiegazioni psicologiche, sostituite e rese attraverso i gesti e i silenzi dei personaggi. La storia di Nami è calata in un mondo in cui crescere significa dover decidere la verità meno dolorosa e assumersi il compito fragile, ma necessario, di non lasciar scomparire ciò che resta del proprio passato.
L’originale struttura narrativa è divisa in quattro parti: Uovo, Larva, Crisalide e Imago, che nel romanzo sono le fasi di crescita del protagonista, e in natura corrispondono alla metamorfosi che dal bruco sviluppa la farfalla: un essere con la stessa entità biologica che cambia radicalmente “abito” e funzione per sopravvivere e riprodursi. Attraverso questa metafora, l’autrice ci mostra come la nostra identità, come quella di Nami, non si sviluppa in modo lineare, ma attraverso rotture irreversibili.
Sebbene la narrazione non fornisca coordinate storiche e logistiche, è facile individuare le prime nella vicende che hanno segnato l’Europa centrale e i fatti dolorosi raccontati nelle ferite lasciate dalle occupazioni e dalle guerre. Il lago, l’altro protagonista principale del racconto che nel romanzo è senza nome, è facilmente identificabile con il Lago di Aral, ai confini tra Uzbekistan e Kazakistan, vittima tra gli anni ’60 del Novecento di un vero e proprio disastro ecologico.
Il lago di Bianca Bellová, scrittrice ceca tra le voci più originali della narrativa europea contemporanea, è stato una lettura impegnativa ma allo stesso tempo formativa. In meno di duecento pagine condensa un buon numero di temi molto attuali sui quali invita a riflettere. Durante la lettura ho trovato molti riferimenti che mi hanno ricordato America, il romanzo incompiuto scritto da Franz Kafka tra il 1911 e il 1914.
In entrambe i romanzi, i protagonisti sono giovani che, pur spinti da diverse motivazioni, compiono un viaggio in cerca di un’identità. Sia Nami che il Karl Rossmann di Kafka si trovano, infatti, spesso coinvolti in situazioni paradossali lungo un cammino irto di difficoltà. Costretti per non morire di fame a sottomettersi ai ritmi disumani di lavori usuranti, entrambi devono imparare a proteggersi dalle angherie in un mondo segnato dalle disparità sociali e la loro maturazione è segnata dal confronto con adulti di cui non ci si può mai fidarsi fino in fondo.
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