Gli sbruffoni, i vanesi, o qualcosa di simile: questa incertezza semantica ha giustamente spinto -come ci informa l’ottima traduttrice di questi racconti di Hrabal, Barbara Zane- a optare per il titolo originale in lingua ceca, da leggersi con l’accento sulla vocale finale. Pabitelé.
Dico subito che i racconti che costituiscono questa raccolta possiedono un incanto speciale. Catturano il lettore non solo per la varia umanità che sa raccontarci Hrabal, per certe situazioni grottesche, ridicole, spesso profondamente comiche, ma anche per le abilità e variazioni di stile di cui fa sfoggio l’autore passando da un racconto all’altro.
Per esempio il primo racconto, che ci restituisce il mondo delle fonderie, il lavoro pesante e rischioso con i carrelli, i metalli, la mensa interna, il personaggio della vivandiera, prossima a partorire ma che forse rimarrà ragazza madre- tutto questo contesto trova la sua forma narrativa soprattutto attraverso le battute dei dialoghi. Il racconto è costruito tutto con le conversazioni tra i personaggi: una dimensione sonora dunque, giacché spesso le battute sono secche, enfatizzate, a volte urlate o ripetute per i rumori dei macchinari della fonderia.
Il racconto successivo, quello dell’anziano notaio, è qualcosa di strabiliante: dopo aver descritto l’ufficio (ricordo che in gioventù Hrabal aveva fatto pratica presso uno studio notarile), l’autore crea una situazione antropologicamente interessante: riceve una coppia che viene a Praga da un paese vicino; i due si lamentano della vita monotona del villaggio rispetto alla città, ma raccontano storie boccaccesche che lì avvengono, tali da far arrossire la segretaria del notaio, che la osserva tutto ringalluzzito dai racconti pruriginosi dei due campagnoli. È a questo punto che Hrabal ricorre a uno scarto di stile: il notaio esce dallo studio e, passeggiando per il lungofiume, vede (e il lettore con lui) tutto riflesso e sdoppiato al rovescio dalla superficie dell’acqua. Così, tra le tante immagini, un cavallo si abbevera dal suo muso e due ciclisti in tandem pedalano sulle ruote rovesciate del loro mezzo. (Quest’ultima immagine è stata opportunamente scelta dal grafico della casa editrice Miraggi per la copertina del libro).
Il terzo racconto, quello della macellaia che fa la civetta con gli assicuratori e del marito geloso che alla fine cede alle pressioni di uno di loro e acquista una tomba nel cimitero di Praga accanto a quella di un poeta, è qualcosa di straordinario e non mi dilungo più di tanto.
Scritte con uno stile originalissimo, le storie che compongono questa raccolta scaturiscono da una grande passione per il raccontare, quasi da un’interna e vitale necessità: sono nel loro piccolo, tanti pezzi di bravura, realizzati con grande maestria.
Hrabal è infatti un maestro. Alla sua cifra narrativa -l’ “ironia praghese”
(come lui stesso la definiva: una sorta di commistione tra drammaticità e umorismo)- va aggiunta una speciale dimensione visiva della scrittura. Nell’ampiezza del racconto (e lo riscontriamo nella raccolta “Pabitele”), forse più che nei suoi romanzi più noti, la scrittura trascende infatti i limiti della parola scritta e si propone al lettore come una sequenza di descrizioni visive (Vedi il racconto del notaio). Chi legge ha una percezione sofisticata: scorre parole e pagine scritte e vede immagini, e su questo aspetto, come sappiamo, i formalisti russi avevano già da tempo sviluppato le loro analisi.
Non perdete il piacere di cogliere con la vostra lettura le gemme che l’autore sa confezionare, le sequenze cinematografiche, divertentissime, quasi delle comiche del cinema muto (tra tutte, le pagine che descrivono le reazioni in sordina del marito della macellaia, nel terzo racconto, sono irresistibili).
Questo volume, oltre a rendere omaggio a uno dei maggiori autori della letteratura europea del ‘900, ci offre dunque un piacere e un arricchimento impagabili; i tanti personaggi, un mondo di umanità ormai perduto, sono descritti da Hrabal nelle loro fragilità, nei loro aspetti grotteschi, forse messi un po’ alla berlina ma sempre con profondissimo, umanissimo amore. Stesso profondissimo e nostalgico amore che Hrabal ha sempre nutrito per la sua Praga, qui restituita dal dopoguerra ai primi anni ’60, nei dettagli anche toponomastici, (le piazze, le strade che dopo la guerra hanno cambiato nome, le farmacie, le sale da ballo, il cimitero) nel clima sociale, ma soprattutto nella dimensione umana dei suoi personaggi, dei loro mestieri, delle loro aspirazioni e delle loro vanità.
1991-2025 è l’intervallo di tempo che è stato necessario
per vedere Close to the knives. A memoir of disintegration di Da-vid Wojnarowicz (1954-1992) tradotto in italiano – magistralmente, da Chiara Correndo – e pubblicato per i tipi di una coraggiosa piccola casa editrice piemontese. Sappiamo che i tempi della ricezione sono accidentati e che in alcuni casi la contingenza gioca un ruolo di necessità. Ep-pure ci sono delle ragioni profon-de legate alla leggibilità di questo libro, che possono spiegare un ta-le ritardo nella ricezione. Il libro è infatti una composizione di te-sti molto eterogenei e di forme di scrittura alcune volte giornali-stico-pamphlettistiche, altre vol-te sovversive delle consuetudini (lunghi brani quasi privi di punteggiatura, ma così poeticamente efficaci); altre volte è puro par-lato nella veste di interviste ad amici registrate e poi sbobinate. Sì, un memoir come annuncia il sottotitolo. E un memoir – am-messo che una autobiografia lo sia – non è mai solo autobiografico, ma racconta una vita in un contesto. È un momento di autoriflessione individuale, intima, però intriso di effetti e di effetti che “fanno mondo” (per usa-re una bella espressione di Liana Borghi).
Siamo nella New York alla fi-ne degli anni settanta del secolo passato e un ragazzo di periferia, uno scappato di casa, scacciato, per l’esattezza, si aggira nei margini. Ha scelto la vita di strada, di passare le proprie not-ti a drogarsi e fare sesso con uomini sconosciuti negli spazi sor-didi dei capannoni del porto, tra rifiuti di ogni tipo, sotto la pioggia scrosciante. Ma ha scelto anche l’arte – “La mia prima macchina fotografica era ruba-ta” – diventando un testimone chiave del suo tempo e dell’emergenza dell’aids: tra terapie a ba-se di tifo per combatterne i sintomi, intrugli di feci, farmaci che ti uccidevano prima che lo facesse la malattia stessa, il libro è colmo di rabbia contro gli Stati Uniti, contro il reaganismo e contro la chiesa cattolica americana, non (?) solo per il modo in cui questi hanno affrontato quella crisi, ma per l’impianto ideologico sotteso a tale atteggiamento.
Leggendo Wojnarowicz com-prendiamo che tale modalità era coessenziale a un patto di lunga data tra neoliberismo economico e oscurantismo sociale. Un programma, un senso comune nuovo, che doveva soppiantare le aspirazioni emancipatorie dei due decenni precedenti, che si andavano perdendo, anche ne-gli Stati Uniti, tra ritiro nel pri-vato e dipendenze. Una visione manichea della società, in cui gli esclusi dalla “grazia” dovevano fare una brutta fine, perché il fallimento è di per sé la condanna di una colpa.
Nulla di nuovo, forse. Un fi-lone importante della letteratura americana, dalla beat generation a William Burroughs, si è a lungo esercitato in una decostruzione dei miti fondativi del-la cultura bianca, eterosessista, capitalista e baciapile america-na. Wojnarowicz lo fa anch’egli con gli strumenti della scrittura (benché all’epoca fosse considerato per lo più un fotografo e uno sceneggiatore), ma lo fa con i modi incarnati di una narrazione ravvicinata, dal di dentro di un processo di disintegrazione e di morte dovuta alla malattia. Ci mostra come le storie che la politica racconta, le maledette “narrazioni”, sono strumenti di regolazione sociale, di distribuzione di privilegi (primo tra tutti il “privilegio” di avere una cura almeno la ricerca di una cura). Dalla lettura emergono altri aspetti della disintegrazione evocata nel sottotitolo. Da un lato, l’idea è connessa con la successi-va ricerca “queer” di un dissolvi-mento delle identità e del soggetto sessuato e di genere. Dall’altro ha una radice mistica, panteistica, fusionale: “Se un tempo mi sentivo intensamente estraneo, ora è più la sensazione di immergermi in una pozza di acqua tiepida e l’acqua che mi circonda è aria, respiro, la vita stessa”. Chiunque abbia ricevuto una diagnosi, come si dice “seria”, sa che questo è un evento, qualcosa che modifica i paradigmi e la scala dei valori. In alcuni casi, accelera, comprime il tempo, fa sì che esso venga vissuto in tutto il suo senso, o almeno al massimo del suo senso. Queste trasformazioni sono indici di ciò che si può definire la “buona” disintegrazione, a cui questo libro può educarci.
Ci sono state anche altre ragioni della non leggibilità di questo testo – almeno fino a qualche tempo fa e almeno nei contesti Lgbtiq+, per quanto Wojnarowicz sia citato nel seminale volume di Ann Cvetkovich, An archive of feelings tra gli iniziatori delle politiche queer e tra i fondatori di un’etica degli affetti queer attraverso il suo lavoro di fotografo e filmmaker – finora assente dai nostri scaffali. Eppure Wojnarowicz vi stende letteralmente il programma dell’attivismo hiv/queer degli anni ottanta e novanta: sua è l’idea di spargere le ceneri delle vitti-me dell’aids davanti agli edifici delle Istituzioni colpevoli di negligenza, negazione e oppressione delle persone malate; sua è la rivendicazione della “memorabilità” delle vite precarie (qui il de-bito di Judith Butler mi pare evi-dente e mai negato). Insomma, quello che ha fatto Act Up è figlio delle idee dell’autore, ma an-che della sua stessa pratica artisti-ca e performativa. Eppure, solo ora ci è arrivato.
Il successo delle terapie haart (Highly Active AntiRetroviral Therapy) attestato alla fine de-gli anni novanta, pur mantenendo intatto il regime dello stigma, fatto di paura e vergogna, ren-deva le persone affette da hiv e con il privilegio di accedervi, dei sopravvissuti e non più dei con-dannati. Si poteva iniziare a par-lare di “persone che vivono con l’hiv”. Si iniziava a sollevare il fumo della negazione e del diniego. Più di recente, grazie soprattutto alla dimostrazione scienti-fica che “U=U”, ovvero che un virus non rintracciabile rende la persona che lo porta incapace di trasmetterlo, il velo dello stigma si è ridotto e, soprattutto, una memoria (e quindi un memoir di cosa siano stati quelli anni) è oggi più accessibile, perché forse fa meno male. Oggi, abbiamo se non gli strumenti, quantomeno la possibilità di riprenderci quel pezzo di storia dimenticata e far fruttare la sua disintegrazione.
«E così la rivoluzione è rimandata a tempo indeterminato». «Già» dissi, infilandomi l’ancia in bocca. «Per motivi tecnici, no?».
Questo scambio di battute rappresenta il fulminante incipit del romanzo I vigliacchi di Josef Škvorecký (Miraggi 2025, pp. 480, euro 26, prima edizione del 1958), bel botta e risposta tra il trombettista e il sassofonista tenore della jazz band di una cittadina cecoslovacca sospesa tra guerra e pace, liberazione e rivoluzione.
Ecco di che pasta è fatto un vero racconto jazz. Kazuo Ishiguro – uno che di letteratura dovrebbe intendersene- ha dichiarato al New York Times: «Non ho mai letto un buon romanzo sul jazz», poi continua censurando Jack Kerouac ed elogiando A sud del confine, a ovest del sole (1992) del suo connazionale Haruki Murakami. Un po’ poco per una musica che ha solcato da protagonista il Novecento. Gli autori che hanno nobilitato il jazz portano nomi altisonanti: Francis Scott Fitzgerald.
Julio Cortázar, Ishmael Reed, Michael Ondaatje, Geoff Dyer, il Nobel per la letteratura Toni Morrison. Di jazz è intriso il filone noir di autori adorati dalla critica come Cornell Woolrich, Jean-Claude Izzo o James Ellroy.
Adesso nel quadro della grande narrativa jazz entra di diritto Škvorecký, che in Italia fino a pochi anni fa avremmo contemplato solo per la novella Il sax basso (1967, edizione Adelphi 1993, fuori catalogo).
PAGINE Una nuova traduzione dal ceco di Alessandro De Vito fa finalmente risplendere anche I vigliacchi di Škvorecký: un romanzo intenso, pubblicato da Rizzoli nel 1969 e poi abbandonato al suo destino. Adesso prende posto al centro della miglior letteratura jazz.
La trama: attraverso lo sguardo di Danny, sax tenore della jazz band, protagonista e alter ego dell’autore, rivivono gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Il conflitto, la resistenza, la rivoluzione, l’amore, le pulsioni sessuali e le inquietudini adolescenziali o esistenziali, la morale borghese, la patria, l’onore, l’amicizia, la religione cattolica… Tutto, ogni convenzione o potere costituito è visto con gli occhi disincantati di Danny che nel momento in cui si consuma lo snodo più drammatico del Novecento ha solo due cose per la testa: le donne e il jazz. Un dualismo altalenante, dove l’amore per Irena (e molte altre ragazze: dice Danny «l’amavo in mancanza di mercanzia migliore») cede spesso il passo alla musica.
Il jazz diventa senso e motore della vita, unico argomento che in tutto il libro rimane, se vogliamo, serio. Il resto passa attraverso un intenso processo di dissacrazione, con pagine divertentissime che raccontano ora le schermaglie d’amore ora le esercitazioni dell’improvvisato esercito di liberazione cecoslovacco. Chiese, partiti, scuole e istituzioni borghesi di ogni genere vengono bonariamente ridicolizzati dall’autore e ovviamente ricambiano. Danny è il fratello maggiore del Giovane Holden (1951): non solo perché ideato nel 1948 (anche se pubblicato dieci anni dopo), ma soprattutto in quanto punto focale di un groviglio di temi come amore, arte, guerra, morte e rivoluzione non semplici da maneggiare. Škvorecký danza su questi macigni con la grazia di Danny al sassofono.
Il confronto con Holden pare squilibrato perché Danny – rispetto al primo – si trova controvoglia a fronteggiare i tragici eventi della storia; proviamo allora a immaginare un parallelo con un altro personaggio emanato da uno scrittore europeo immerso nello stesso tema come il Beppe Fenoglio di Una questione privata (1963). Il protagonista è un ragazzo alle prese con la resistenza negli ultimi mesi del conflitto, studia l’inglese, ama la letteratura americana, il jazz e deve sciogliere il dubbio d’amore che lo attanaglia. Tante somiglianze ma esiti diversissimi: l’eroe di Fenoglio rimane austeramente piemontese e non abbandona mai il senso della «missione resistenziale» da compiere, le sue inquietudini sono puro male di vivere. Danny invece semina confusione, sottigliezze esistenziali. Tra i due il più americano è forse il Milton di Fenoglio che rimane comunque duro, mentre Danny riassume in sé tutte le contraddizioni, i pensieri alti e bassi e i sofismi della società europea di fronte all’inabissamento finale senza riscatto tra milioni di morti e cumuli di macerie.
GLI OTTO GIORNI L’aspetto cronologico della storia riveste un ruolo primario: lo si deduce dai titoli dei capitoli che scandiscono in otto giorni l’arco narrativo tra il 4 e l’11 maggio. La fine della guerra. Ragioniamo sulle date: il 28 aprile è stato fucilato il «coraggiosissimo» duce degli italiani mentre tenta la fuga verso la neutrale Svizzera, il 30 mattina si toglie la vita Hitler che con i cannoneggiamenti russi a pochi metri dal bunker ha finalmente realizzato di aver perso. La notte dello stesso giorno la bandiera rossa sventola dal palazzo del Reichstag. Le sacche di resistenza dei nazisti si prolungano per alcuni giorni, fino al 2 maggio.
La resa mostra già i segni del futuro: rivalità militari, incomprensioni politiche e fusi orari fanno sì che si festeggi l’8 maggio in Stati Uniti e Regno Unito mentre per Mosca e altri paesi dell’Est l’anniversario viene proclamato per il 9 maggio. La rivolta e la battaglia di Praga si svolgono tra il 5 e il 12 maggio. Danny e gli amici coprotagonisti de I vigliacchivivono questo tempo sospeso dove l’oppressione della dittatura nazista è il passato mentre il futuro è rappresentato dalla rivoluzione o dalla normalizzazione. Sperimentano uno stato di frenetica attesa: che scoppi la rivolta contro i tedeschi o arrivi la rivoluzione, con i liberatori russi.
Le abiezioni della seconda guerra mondiale sembrano dietro le spalle eppure se nelle prime giornate (e pagine) del libro domina un sentimento di attesa, poi il tempo della storia risucchia i protagonisti nel suo vortice quando arriva comunque la guerra tra gli ultimi irriducibili nazisti e l’Armata Rossa. La seconda parte del libro sembra una discesa agli inferi anche se ancora domina lo humour. Solo la morte, con la propria insensatezza, accomuna nazisti, resistenti, vittime civili. Per cosa si muore ancora in quei giorni di maggio, quando le ceneri di Hitler sono fredde e tutto è finito? E come vivono i sopravvissuti, quelli che prima sono stati collaborazionisti o amici dei nazisti e ora cercano di rifarsi una verginità o i codardi in battaglia che poi diventano aguzzini con il nemico prigioniero e inerme? Danny e con lui il suo creatore hanno una risposta «swing» diversa dal conformismo, ma anche dal nichilismo. E il libro termina come è iniziato: con la jazz band che suona.
CLANDESTINI Un certo Novecento ideologico non tollera bene l’esuberanza della musica nera. D’altro canto esiste un jazz europeo che negli anni del conflitto resiste alle pastoie della censura. Piccoli gruppi di appassionati si ritrovano segretamente per parlare di musica o suonare.
Questi incontri servono anche a scambiarsi i dischi di musica americana, proibita dal regime tedesco e da quello italiano e, in seguito alle invasioni, vietata anche in paesi occupati come la Francia e a est Polonia o Cecoslovacchia. Nonostante le imposizioni di regime, il jazz si sviluppa durante gli anni Trenta e Quaranta in modo clandestino, investendo l’intero continente occupato. I teorici del nazismo lo avevano bollato come Entartete Musik (musica degenerata), nel quadro della condanna di tutta l’arte d’avanguardia «negroide», da Stravinskij a Picasso.
Anche il boemo Škvorecký porta le stimmate della censura: il potere ufficiale comunista lo osteggia per anni. Quello che non va giù è il presunto qualunquismo del romanziere poco «impegnato», come il suo personaggio Danny che candido afferma: «Non avevo niente contro il comunismo. Non avevo niente contro nessuno, finché potevo suonare il jazz con il sassofono e guardare le ragazze».
Esule dopo l’invasione sovietica del ’68 quindi cittadino canadese e da lì campione della letteratura «dissidente zero» dell’ex patria, sua è la migliore analisi del rapporto tra jazz e dittatura in un paese passato, in meno di tre anni, dal dominio nazista all’influenza russa.
I regimi hanno nei riguardi dello swing un atteggiamento di condanna simile; ma lo Škvorecký saggista in esilio lo spiega in modo meno urbano: «Il jazz è sempre stato un bastone nel deretano di tutte quelle sanguisughe che, da Hitler a Breznev, si sono alternate al potere nella mia terra natia».
La Cecoslovacchia ha provato il peso di due regimi contrapposti sul piano ideologico, ma simili nell’atteggiamento verso la creatività. Racconta Škvorecký che un burocrate nazista aveva predisposto un decalogo di norme che le orchestre di musica da ballo dovevano rispettare per non incorrere nelle sanzioni della censura.
I punti dell’elenco sono ridicoli fino a sfiorare la stupidità. Il terzo impone che per quanto riguarda il ritmo, venga data preferenza alle composizioni veloci rispetto alle lente (i blues), anche se il tempo non deve «superare un certo grado di allegro commisurato al senso ariano della disciplina e della moderazione». Non sono permessi «gli eccessi negroidi». Il punto sette precisa che nel jazz si può suonare il contrabbasso solo con l’archetto, mentre si proibisce di pizzicare le corde. Anche questo andrebbe a discapito della sensibilità musicale ariana.
La storia del jazz nell’Europa dell’Est è funestata da vicissitudini inenarrabili che coprono tutti i ruoli in commedia, dal tragico al comico. Prendiamo Eddie Rosner, funambolico trombettista ebreo in fuga dal nazismo (la sua vita è descritta ne Il jazzista del gulag (2008) di Natalia Sazonova. Scappando verso Est Rosner attraversa Germania, Polonia e Bielorussia, per approdare alla Russia comunista dove viene soprannominato la «tromba d’oro» e all’apice della gloria si esibisce per Stalin. Poi il jazz in Unione Sovietica finisce al bando e lui si ritrova in un gulag, dove – ironia della sorte – gli chiedono di dirigere un’orchestra… jazz.
Tenta per anni di emigrare in occidente, continuando clandestinamente a fare musica sovversiva e quando finalmente può tornare in Germania Ovest, scopre la dura legge del mercato: lì il jazz è libero ma lui è stato dimenticato e muore povero, abbandonato da tutti. Una vicenda simbolo del jazz nell’Est europeo del periodo sovietico, quando era considerato un prodotto «dell’Occidente pervertito».
ENERGIA CATARTICA Questa musica sopravvive perché incorpora un élan vital, un’energia creatrice «esplosiva», dall’effetto catartico. L’arte è moto dell’anima che si sottrae alle pastoie di regime. Solo quando il controllo degli ideologi e dei burocrati di partito diventa troppo pressante l’anelito vitale si trasforma in protesta. In Cecoslovacchia la situazione del jazz ha avuto diversi rovesci con l’oscillazione del governo tra moderate aperture e repentine chiusure, giustificando la durezza delle parole di Škvorecký.
Il critico Giampiero Cane nel saggio Le formiche e l’orso (1976) scrive che in Cecoslovacchia c’è un atteggiamento di ostracismo pervicace, passato senza soluzione di continuità dalla dittatura nazista al regime comunista.
Negli anni dell’occupazione tedesca, a Praga si pubblicava una rivista clandestina dal nome O.K. (Okruznì korespondence, corrispondenza circolare); quei pochi fogli, che potevano costare il campo di concentramento a chi ne era trovato in possesso, erano un bollettino che si occupava di musica swing. Veniva distribuita in un numero limitatissimo di copie nelle osterie di provincia dove si continuava a fare del jazz, stando attenti all’esercito tedesco. Il carattere di protesta politica della musica era solo la conseguenza dell’ostilità delle forze di occupazione naziste contro le composizioni ispirate al jazz e le canzoni straniere.
Finita la guerra, gli amatori del jazz cecoslovacco poterono uscire allo scoperto, pubblicare riviste, organizzare concerti, suonare.
Questo periodo di libertà durò poco: nel 1948 il governo comunista vietava nuovamente la musica jazz adducendo motivazioni diverse che celavano gli stessi scopi e si servivano degli stessi metodi. Il jazz tornò rapidamente nella clandestinità. La burocrazia osteggia l’organizzazione di concerti e la programmazione radiofonica, i sindacati di musicisti gestiscono ogni attività e qualunque altra iniziativa è illegale. Per i musicisti di jazz l’iscrizione al sindacato è impossibile. Di nuovo si torna alla «corrispondenza circolare» con lettere scritte, ad esempio, in esemplare unico per non incorrere nell’accusa di stampa proibita. Si tratta di bollettini informativi che aggiornano i pochi iniziati sui concerti clandestini in Cecoslovacchia e su ciò che avviene nel jazz in campo internazionale.
Contemporaneamente gli appassionati organizzano incontri negli appartamenti privati di qualche adepto per una jam session o per l’ascolto dei rari dischi.
Questo stato di cose si protrae oltre la destalinizzazione: il jazz rimane pericoloso per il regime fino all’avvento del rock’n’roll. Il pubblico giovane, quello che negli anni Quaranta ha costituito la base di massa dello swing, dagli anni Sessanta si rivolge al rock, più affine alle nuove esigenze. Il jazz diventa musica per pochi o per intellettuali e spaventa meno. Il regime ha un nuovo nemico: è la musica rock, che fa presa sui giovani ed eredita tutti i significati negativi che per anni erano pesati sul jazz. Il rock sprofonda nella semiclandestinità: tra concerti illegali e riunioni segrete; negli anni Settanta diventa la musica sotterranea della Cecoslovacchia e paga il peso della repressione oscurantista.
Il jazz negli anni Sessanta non acquista comunque la totale libertà anche perché l’organizzazione dei concerti e la produzione dei dischi sono di competenza statale.
Ad esempio a Praga il free jazz negli anni Settanta non è conosciuto perché i dischi di questo genere non vengono distribuiti, mentre il più effimero jazz rock circola senza ostacoli. Forse la libertà, anche solo in un’etichetta – free jazz significa pur sempre «jazz libero» – è comunque pericolosa.
ESULI Dal coté culturale cecoslovacco, così ricco di fermenti jazzistici, escono eccellenti musicisti, a partire dai tre esuli di belle speranze che hanno sfondato negli Stati Uniti: Miroslav Vitouš, primo bassista dei Weather Report, il collega di strumento George Mráz, al centro del miglior mainstream del periodo nel trio di Oscar Peterson e nei gruppi di Stan Getz o Chet Baker e, per finire, il pianista-compositore della Mahavishnu Orchestra Jan Hammer, sbarcato in Usa per studiare a Berklee prima di entrare nell’orbita di John McLaughlin. Hammer diventa così «americano» da comporre la sigla del telefilm Miami Vice.
Meno noto ma dalla vicenda singolare Karel Krautgartner, clarinettista e sassofonista della vecchia guardia che muove i primi passi negli anni Trenta e suona nella Karel Vlach Orchestra. Lavora al Reduta Jazz Club di Praga con un proprio quintetto per anni e guida l’orchestra leggera della radio di Stato. Lascia il paese a malincuore dopo l’invasione russa del ’68, destinazione Vienna. Václav Havel primo presidente nel 1989 della Cecoslovacchia post comunista e post muro di Berlino, è stato uno dei promotori di Charta 77, la più importante iniziativa di dissenso nel paese che deriva dall’omonimo documento firmato nel gennaio di quell’anno. Quel movimento aveva avuto tra i motivi scatenanti l’arresto dei membri di una band locale di musica psichedelica, i Plastic People of the Universe. La carta criticava il governo cecoslovacco per la mancata attuazione degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani.
Nel gennaio del 1994 al club Reduta andò in scena una serata memorabile. Havel, allora capo di stato amante della musica, omaggiò Bill Clinton di un sassofono e questi lo suonò (non troppo bene a dire il vero) con il gruppo che sul palco stava conducendo una jam. Si trattava di soft power jazz, in salsa americana e non solo. Erano gli anni del crollo comunista e il capitalismo si presentava trionfante con la mitezza luccicante del tenore di Clinton. Anche uno stonato presidente che suona in un paese dove visceralmente si è amato il jazz – e dove Škvorecký ha creato i propri sassofonisti letterari – diventa simbolo della fine delle grandi narrazioni novecentesche.
Abstract – “I Burn Paris”. The Revolutionary Manifest of the Polish Avant–garde
This paper discusses Bruno Jasieński’s novel Palę Paryż (“I Burn Paris”, 1928), a revolutionary manifesto of the Polish avant–garde. The story follows Pierre, a worker affected by the economic crisis, who orchestrates a microbial attack on Paris, leading to chaos and division. The novel, which combines elements of post–avant–garde, catastrophism, and a fervent desire for social justice, sparked by Jasieński’s reaction to Paul Morand’s Je brûle Moscou (“I Burn Moscow”, 1925), faced backlash but gained popularity. Jasieński, expelled from France in 1929, later met a tragic end in a Soviet prison in 1938. This paper provides insights into the novel’s impact, its reception, and Jasieński’s complex life, examining the intersection of literature, politics, and personal history.
“Tutto iniziò da un avvenimento di natura strettamente personale, in apparenza del tutto insignificante. In una bella serata di novembre, all’incrocio tra rue Vivienne e boulevard Montmartre, Jeanette comunicò a Pierre di avere un urgente bisogno di scarpe da sera. Camminavano lentamente, sottobraccio, mescolati alla folla casuale che il proiettore scassato dell’Europa riproponeva ogni sera sullo schermo dei viali parigini. Pierre era accigliato e silenzioso. Ne aveva ragioni più che sufficienti.” (Jasieński 2019: 13).
Pierre lavorava in una fabbrica di automobili, ma dal momento che la crisi economica in Francia aveva paralizzato il mercato delle automobili, i padroni avevano deciso di intraprendere la strada dei licenziamenti. Pochi operai ogni giorno, di reparti diversi, così da evitare sollevazioni. Dal giorno alla notte Pierre si ritrova senza lavoro e come quasi sempre in questi casi in una spirale che lo porta in poco tempo a perdere ogni cosa: la fidanzata che aveva “un urgente bisogno di scarpe da sera”, la casa e in ultimo anche la libertà quando, dopo che ha aggredito un uomo, viene proiettato nel “Mondo delle cose pronte”. Quando poi viene rilasciato nel “Mondo delle cose ostili”, un inaspettato incontro con un vecchio amico che lavora in un laboratorio microbiologico gli permette di rimettersi in piedi: si ripulisce, ottiene un impiego al bacino idrico e spera forse di poter recuperare anche la sua Jeanette, la cui immagine, reale o frutto delle allucinazioni da fame, gli compare in ogni dove in compagnia di ricchi e grassi figuri. In lui però cresce sempre di più il desiderio di vendetta, contro quella città, quel mondo e quel sistema che in così poco gli avevano fatto perdere tutto. Così, alla vigilia del 14 luglio, decide di agire: rubate due provette dal laboratorio microbiologico, le riversa nell’acqua potabile della città, infettandone tutti gli abitanti senza distinzione. È il caos: nella città malata presa dal panico, ogni comunità nazionale e politica dichiara la propria autonomia, si chiude in sé stessa, guarda alle altre con ostilità. Persino il governo del paese si ricostituisce lontano da Parigi, che viene cinta da un cordone sanitario. A emergere come vincitori dopo che la pestilenza ha fatto il suo corso saranno gli operai e i comunardi che, trovandosi isolati nel “Mondo delle cose pronte”, non hanno mai contratto la malattia.
Palę Paryż di Bruno Jasieński, pseudonimo di Wiktor Bruno Zysman (1901–1938) nasce probabilmente in reazione alla novella di Paul Morand Je brûle Moscou(“Brucio Mosca”, 1925). Non sono chiari i motivi per cui Jasieński abbia sentito il bisogno di reagire in modo così acceso a questa novella. Che sia per un errore di traduzione del titolo in polacco, o per la comparsa poco lusinghiera nel via vai di una kommunalka di un poeta in cui aveva identificato il suo idolo Vladimir Majakovskij, tra le pagine del quotidiano comunista “L’Humanité” tra il 14 settembre e il 13 novembre del 1928 all’incendio della capitale del proletariato e del comunismo Jasieński contrappone il suo personale appello all’incendio della capitale del capitalismo e della borghesia: un romanzo in tre parti in cui si combinano post–avanguardia, catastrofismo e un acceso desiderio di rivalsa e giustizia sociale probabilmente frutto anche di personali trascorsi biografici.
Ognuna delle tre parti che compongono l’opera, per il proprio stile e l’intenzione con cui si presenta a chi legge, potrebbe costituire un’opera a sé stante dalla piena dignità artistica. La prima parte, in cui viene delineata la storia di Pierre e i trascorsi solo apparentemente “di natura strettamente personale” che lo spingono ad avvelenare la città è il racconto d’avanguardia, risultato delle ricerche artistiche che nel corso degli anni Venti avevano portato Jasieński prima a fondare e poi ad abbandonare il futurismo polacco. La narrazione abbonda di metafore ed immagini che restituiscono una città dominata dalla merce e dal denaro, in cui tutto e tutti sono in vendita e l’umanità è sacrificata e sacrificabile. Un passaggio in cui è evidente questa subordinazione dell’umano compare verso la fine della prima parte:
“«Se solo facessero del male a un essere umano: l’uomo non mi fa pena! L’uomo si può difendere. Tutta un’altra cosa sono gli oggetti. Chi fa male a un oggetto è un furfante. L’oggetto è indifeso.»
Il sentimento di responsabilità interiore per la vita di centinaia di queste fragili creature superava il peso dei suoi sentimenti umani.
Nei momenti di grandi cataclismi e rivoluzioni, uomini come René sono capaci di gesti di eroismo e dei sacrifici più grandi per salvare una macchina in pericolo e, nello stesso tempo, di guardare con indifferenza al sangue umano sparso sotto i loro occhi.
Tale consapevolezza di una responsabilità costante per la vita di quel mondo in miniatura, di cui si sentiva protettore e signore, d’altro canto colmava René di profondo orgoglio e del sentimento del proprio valore, che pure veniva minimizzato dalle persone circostanti. Nella gerarchia fittizia degli amministratori di quel mondo, René era la persona che stava più in basso.” (Jasieński 2019: 58)
La seconda parte del romanzo, costruita come un intreccio di novelle, introduce nuovi personaggi e delinea il ritratto della città balcanizzata dalla pestilenza. Il mito della Parigi cosmopolita si frantuma e rivela le radici centrifughe, individualiste, conflittuali e profondamente xenofobe della società capitalista. Comunisti cinesi, comunardi francesi, rabbini, miliardari anglo–americani, nostalgici della monarchia, nobili russi fuoriusciti a seguito della Rivoluzione d’ottobre ritagliano ognuno per sé un pezzo di città. Qualcuno tenta di ricercare una cura, qualcuno lotta contro le altre microcomunità. Questo microcosmo di pulsioni centrifughe è restituito brillantemente dal genio dell’autore, che utilizza strategie diverse nella caratterizzazione dei personaggi e delle loro back–stories. Un lungo racconto simil–romanzo di formazione presenta la crescita del rivoluzionario comunista cinese P’an, dalla sua infanzia alla sua presa di coscienza; Boris Solomin, capitano della Repubblica dei Russi bianchi, invece, ripercorre la sua vita con un flashback che ha le sembianze di una sceneggiatura cinematografica:
“Solomin sprofondò nella soffice beatitudine di un silenzio morbido come un tappeto. Da poco aveva iniziato ad approfittare dell’atmosfera benefica del comfort e ogni volta che ci si immergeva dentro, si scioglieva come una pasticca di saccarina dentro un forte tè russo dell’anteguerra.
Dall’alto della chaise–longue che sprofondava nei tappeti, sotto la luna candida della plafoniera di cristallo, quei lunghi anni di vita disagiata gli parevano un brutto film tedesco, visto in un cinema di terza categoria pieno di fumo. La storia di questo genere di film era semplice, banale e, nella sua banalità, pungente come il trinciato di scarsa qualità. Film così, proiettati a decine nei cinema di periferia, strappavano le lacrime dagli occhi delle sartine sentimentali.
Figlio di un Ufficiale di Stato Maggiore. Dalla madre, una tenuta presso Mosca. L’infanzia (di solito lo si racconta nel prologo): giocattoli costosi, governanti e precettori. La fanciullezza: il ginnasio, libri e francobolli. D’estate in campagna a caccia di anatre. I primi piaceri amorosi, perlopiù ragazze allevate sotto la direzione di un esperto economo. E tutto il resto come si deve.
L’università. ‘Mosca di notte’. Il recupero delle lacune nell’educazione erotica. E all’improvviso, nel momento, si può dire, più piccante: la mobilitazione.” (Jasieński 2019: 180)
La terza parte coincide con l’epilogo. Quando sembra che ormai nessuna persona sia rimasta viva nei territori delle dieci “repubbliche” e la distruzione della città sembra giunta al finale, una comune proletaria organizzata dai prigionieri salvatisi dal contagio prende il controllo della città e stabilisce un sistema funzionante e autosufficiente. Nel momento in cui l’esperimento viene scoperto, la borghesia occidentale prova inevitabilmente a distruggerlo, ma i rivoluzionari riescono a portare dalla loro parte anche i lavoratori degli altri paesi.
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz. Cfr. Apparato iconografico
Come prevedibile, una grande parte di pubblico francese dell’epoca, soprattutto la frangia della destra nazionalista più radicale, non apprezza che uno straniero offenda in quel modo la sacralità dell’amata capitale e della nazione. Si crea dunque intorno all’autore e al suo libro un grande scandalo che porta molte persone a manifestare sotto la redazione del giornale e alla sottoscrizione di petizioni che chiedono che venga tolto il visto “a quel polacco (oppure, ancora meglio, a quell’ebreo) sfacciato”. Queste dimostrazioni, tuttavia, non fanno che accrescere a dismisura la popolarità del libro e del suo autore. Un editore acquista i diritti dell’opera e la fa pubblicare integralmente e tradurre in varie lingue, tra cui il russo. In Polonia Palę Paryż arriva appena nel 1931, in un’edizione profondamente censurata. Nel 1929 Jasieński viene comunque espulso dalla Francia e dopo diverse peregrinazioni arriva finalmente in Unione Sovietica, con una folla in festa che lo accoglie a Leningrado. Qui vive un’iniziale fase di successi anche politici, soprattutto all’ombra del commissario dell’NKVD Genrich Grigor’evič Jagoda, che ammira, ma quando quest’ultimo viene epurato durante la fase più accesa delle grandi purghe staliniane gli viene a mancare il sostegno politico. Per un brutale scherzo del destino, Bruno Jasieński, che aveva dedicato la vita e la produzione letteraria alla causa comunista, proprio per mano di quel regime che ne rappresenta la realizzazione pratica troverà la morte nel carcere della Butyrka a Mosca il 17 settembre del 1938. Verrà riabilitato in Unione Sovietica nel 1955, mentre la Francia riconoscerà il valore delle sue opere soltanto nel 2003. Palę Paryż è disponibile in lingua italiana nella traduzione di Alessandro Ajres pubblicata da Miraggi edizioni nel 2019.
Bibliografia:
Ariko Kato, “In Search of a Universal Language: Bruno Jasieński’s Concept of New Language in His Polish Futurist Manifests and Novel I Burn Paris”, in Russian and East European Studies, No. 47, 2018, pp. 35 – 53.
Bruno Jasieński, Brucio Parigi, Torino, Miraggi edizioni, 2019. Traduzione di Alessandro Ajres.
Francesca Fornari, “La letteratura tra le due guerre”, Luigi Marinelli et. al. (eds.)., Storia della letteratura polacca, Torino, Einaudi, 2004, pp. 361– 408.
Giovanna Tomassucci, “Anatol Stern e Bruno Jasieński.”, in Pl.it, No. 7, 2016, pp. 141 – 154.
Iwona Boruszkowska, “Paradoksy awangardowego zaangażowania. Ideologia (artystycznej) zmiany w powieści PalęParyż Brunona Jasieńskiego”, in Zagadnienia rodzajów literackich, No. 62, 2019, pp. 49 – 65.
Marzenna Cyzman, “A Communist Propaganda Leaflet or Something Else? On Bruno Jasienski’s Pale Paryż”, in Pamiętnik literacki, No. 110, 2019, pp. 15 – 32.
Michał Nikodem, “Jasieński na lewo: Myśl marksistowska w twórczości Brunona Jasieńskiego” in Nowa krytyka, No. 34, 2015, pp. 227 – 246.
Nina Kolesnikoff, “Polish Futurism: Its Origin and the Aesthetic Program”, in Canadian Slavonic papers, Vol. 3, No. 18, 1976, pp. 301 – 311.
Nina Kolesnikoff, “I Burn Paris – A Utopian Novel”, in Idem, Bruno Jasieński. His Evolution from Futurism to Socialist Realism, Waterloo, Wilfried Laurier University Press, 1982, pp.74 – 85.
Salvatore Greco, “Brucio Parigi – manifesto rivoluzionario di un futurista polacco”, in Polincult, 02/01/2020. https://polonicult.com/brucio-parigi-futurismo/ (ultima consultazione: 11/01/2024)
Pasha Malla, “I Burn Paris and the Temptation of Newly Topical Fiction”, in The New Yorker. https://www.newyorker.com/books/second-read/i-burn-paris-and-the-temptation-of-newly-topical-fiction (ultima consultazione 11/01/2024)
Giorgio Olmoti e Alessandro Ajres – “Brucio Parigi” di Bruno Jasienski. www.youtube.com/watch?v=t4am1BTJ9W4 (ultima consultazione 11/1/2024)
Apparato iconografico:
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz, in arte Witkacy (1885–1939). Witkacy e Jasieński, oltre a condividere il ruolo di maestri delle avanguardie polacche tra le due guerre, hanno avuto anche in comune una data, il 17 settembre, e un paese, l’Unione Sovietica. Jasieński morì per un’ironia del destino a causa delle purghe del regime staliniano il 17 settembre del 1938; un anno più tardi, a seguito dell’invasione sovietica della Polonia avvenuta proprio il 17 settembre del 1939, forse perché in qualche modo aveva visto realizzarsi lo scenario che aveva costruito nel suo romanzo “Insaziabilità”, Witkacy decise di togliersi la vita.
“Preparatevi, il tempo sta per scadere. Il silenzio e la lentezza dureranno ancora per poco”. L’eclissi del periodo estivo coincide con l’esordio dell’orrore, mentre “il cielo si dissolve nelle prime scintille e nell’odore della polvere da sparo”. In tarda estate è il potente esordio romanzesco di Magdalena Blažević, critica letteraria che già nel panorama narrativo si era imposta con alcuni racconti di rilievo. Le sue pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche. La memoria tiene insieme la fragile trama narrativa. I ricordi balenano intensi, come dettagli illuminati per un istante dal sole attraverso le foglie e poi di nuovo celati. Giochi di fanciulli dalla durata effimera, bambole rinchiuse in una scatola per non vedere più la luce.
La quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue e del fango impregna l’aria mentre le galline vengono macellate. Suini nati morti vengono gettati in una fossa, mentre sciami di corvi e di mosconi infestano l’aria. Il fratello di Ivana, la protagonista, porta a spalla un fucile ad aria compressa che anticipa quelli reali e ben più perigliosi che a breve sconvolgeranno quelle terre. Gazze mettono in scena “uno spettacolo nero”, mentre “l’aria rimbomba e il bosco si oscura”. Come nelle fiabe, la foresta è buia e minacciosa, albergo di inconsci timori. La paura percorre gli animi come un vento furioso. Nella casa giace abbandonata una fisarmonica, che nessuno è in grado di suonare. Paesaggi impregnati di gelo e di morte, nei quali il più lieve rumore echeggia furente. Le finestre delle case in rovina appaiono come orribili occhi cavati.
Blažević, come Virginia Woolf in time passes, riesce a rendere il trascorrere del tempo, le piazze un tempo vive e ora deserte, i tetti piagati dalla pioggia e dalla neve, sotto i quali non vi è più riparo, le stanze vuote percorse da topi e da insetti, le mura aggredite da muschi e umidità. Il libro è dedicato agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. Un episodio poco noto dalle nostre parti, come altri che vengono posti all’attenzione solo ora, a così grande distanza di tempo, a dimostrazione di come ogni conflitto porti con sé strascichi infiniti e devastazioni morali enormi. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”. Gli odori e i sapori di un tempo si estinguono, inevitabilmente. Fotografie sbiadite simboleggiano la necessità di ricordare, prima che l’oblio renda tutto illeggibile. “Come fa il mondo a essere ancora lo stesso?”, si domanda l’autrice. Dopo tanto orrore il normale corso dell’esistenza appare sfigurato, per sempre. Le scarpe da ginnastica di Ivana restano appoggiate al muro; nessuno le indosserà più. Un telefono squilla invano nel vuoto popolato solo dalla morte.
Giuseppe e Maria, lui sedicente poeta e lei influencer che predica e pratica la verginità, sono in cerca del contesto ideale per vagliare nuovi orizzonti di intimità. Per loro sfortuna, il luogo prescelto non è un albergo qualunque, bensì l’Hotel Hilbert, che deve il nome al matematico tedesco, ideatore del Paradosso del Grand Hotel, e che si rivela una dimensione alternativa che segue le logiche dell’infinito. Li accoglie un istrionico portiere laureato in matematica, informandoli della difficoltà di assegnargli una stanza nonostante all’Hilbert le stanze siano infinite, e rimandando all’infinito la consegna delle chiavi per il semplice motivo che si è infatuato della donna. Il portiere chiama in causa Aristotele, Sant’Agostino e Nietzsche, e poi Kronecker e Gödel, rievocando i momenti cruciali nella storia della matematica, come la crisi dei fondamenti causata dalla scoperta, da parte di Russell, di una contraddizione nella teoria ingenua degli insiemi di Cantor, ovvero che non è possibile stabilire l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi come elemento, giacché, non contenendo se stessi come elemento, contengono se stessi come elemento. E così via, a furia di spiegare le applicazioni dell’infinito attuale e le caratteristiche dell’eterno ritorno, il portiere annichilisce Giuseppe e ammalia Maria, guidando quest’ultima tra le infinite meraviglie dell’infinito, dove tutto è possibile, e lo è infinite volte…
Gli amanti perduti del transfinito è un romanzo peculiare, divertente dalla prima all’ultima pagina, con momenti che metteranno alla prova il lettore poco predisposto alla matematica o che abbia urgenza di capire in che modo gli espedienti divulgativi plasmeranno la narrazione. Non ci si aspetti un racconto convenzionale: in una dimensione in cui tutto è possibile, non è necessario individuare gli snodi narrativi o comprendere una logica differente da quella della nostra presunta realtà. Meglio abbandonarsi come con la poesia, che d’altronde vive della non totale comprensione da parte del lettore; oppure pensare al piacere di immergersi in multiversi come quello di Epepe di Karinthy, con quel tipo di piacevole spaesamento. Curti è bravissimo ad animare il suo mattatore e a fargli sciorinare, in ordine crescente di difficoltà, ciò che bisogna sapere per immaginare l’infinito. Qualcuno si perderà strada facendo, ritrovando però sempre ad attenderlo l’umanità dei personaggi, per esplorare insieme un paradiso matematico in cui nessuno muore mai, o meglio, muore infinite volte e infinite volte rinasce e vive, e tutto gli è concesso, ogni gioia, ogni alternativa; l’infinito più grande, quello assoluto di Cantor, un nuovo Dio, benevolo e in qualche modo calcolabile. Curti consegna un’opera all’apparenza distante, quantomeno per impianto, dal precedente Quando i padri camminavano nel vuoto, segnalato dal Premio Calvino e pubblicato sempre da Miraggi, ma in realtà in dialogo con esso. Torna la qualità della scrittura, solida, accessibile e sorniona, tra il Buzzati raccontista e certi russi dei primi del Novecento, una prosa capace di umori diversi, di far danzare suggestione e matematica. Torna l’archetipo del padre, qui fondamentale nell’incapacità di Maria di autodeterminarsi, ma anche per il portiere, che ne ha ereditato l’idealizzazione dell’attrice Belinda Lee, così come era stata centrale in Quando i padri camminavano nel vuoto, nel quale l’autore esplorava l’autofiction e gli svantaggi di un genitore ossessionato dalla verbalizzazione. E ancora, torna la poesia, primo amore dell’autore, che qui caratterizza di sfuggita Giuseppe, ma che rimane una chiave di lettura di un testo all’apparenza razionalista che usa l’intelligenza per fantasticare sull’immortalità e sul libero arbitrio. Diventa chiaro, dopo che l’autore ci ha presentato le copie umane che si aggirano nell’Hotel, che Giuseppe e Maria potrebbero essere anche quelli biblici, e che impedendo loro di stare insieme, per gioco, il portiere stia predisponendo un presente radicalmente diverso da quello che conosciamo. Le interpretazioni di un simile romanzo sono infinite, e sebbene l’opera rimanga aperta (e come potrebbe chiudersi?), ben vengano esperimenti letterari che sanno stimolare zone intorpidite del nostro cervello, permettendoci di guardare il mondo, almeno per un po’, con uno sguardo diverso.
Ore di piombo” di Radka Denemarkova è una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione, ma ci istrada verso la ricerca di un senso. Pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente
“La vita ti scaglia addosso i suoi temi con violenza.
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Le parole che in Europa piovono da ogni dove non significano niente.
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Le parole che in Cina si pesano su bilance minuscole significano vita o morte”.
“Ore di piombo” (miraggi edizioni) è firmato dalla scrittrice ceca Radka Denemarkova e tradotto da Laura Angeloni. Si tratta di un libro di oltre novecento pagine con una personalità fortissima, di sicuro una sfida, una di quelle rare avventure che di rado regala il mondo editoriale. Lo scenario spazia dalla Cina all’Europa, raccontate da chi ne ha visto cadere le maschere. Una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione ma ci istrada verso la ricerca di un senso.
Una galleria di personaggi che incarnano vizi e fragilità umane, non nominati ma indicati in base al loro ruolo, dal Programmatore all’Amico, da Marziano al Diplomatico, dalla nonna alla Ragazza Cinese, oltre a creature quasi fiabesche come i due saggi gatti, Arancio e Mansur. Tra loro spicca la protagonista Scrittrice, dissidente in quanto portavoce dei valori di democrazia e libertà ora tanto vilipesi. Tutte assieme, queste figure portano avanti intrecci, relazioni e riflessioni che spaziano dal cammino dei popoli alla quotidianità, alla disgregazione, alla decadenza, alla perdita di ideali, ma anche all’amore:
“Non è colpa sua se gli uomini sono così stupidi da pensare che il primo evento degno di nota tra un uomo e una donna sia una notte d’amore. No, perché qualcosa accada davvero ci vuole pazienza, tenerezza. Nemmeno odiarlo le è di aiuto. L’odio è solo un’altra forma di amore, in egual modo disperata.”
Sono ore di piombo su un’Europa retriva, che non vuole lasciarsi destabilizzare dall’integrazione e chiude le porte ai rifugiati. I migranti vengono vissuti come invasori, cavallette voraci, e poco importa l’evidenza che essi fuggano da disastri ambientali o umani. L’Europa è un mercato che punta al profitto, qui le persone possono scendere in piazza ostentando il simbolo della forca, tanto nessuno le rimprovera, perché manca la riflessione, sorella del dubbio e dell’esitazione. Se la gente è spaventata, allora cerca un capro espiatorio, se la prende coi più deboli e la scissione tra eletti e diseredati è in agguato:
“La morale non è di cera, per questo devono in qualche modo giustificare le loro azioni. Il primo passo è dividere il mondo tra noi e loro. Inventare delle qualità negative da attribuire agli altri per denigrarli collettivamente, escluderli dalla società umana: gli altri sono primitivi, diffondono malattie, violentano le donne”.
La Repubblica ceca non è da meno e, quando Scrittrice torna al suo paese dopo una lunga lontananza, lo trova imbevuto di fascismo, “un paesello chiuso dal filo spinato”, gli abitanti rinunciano alla loro libertà in cambio della vana illusione del benessere.
Sono ore di piombo anche in una Cina velocissima, fatta di sorrisi e pazienza, ma dove non mancano gli eccidi e le imposizioni. Si tratta di una nazione dove nulla è come sembra, dove l’apparenza si sdoppia per permettere rivelazioni solo a chi vuole andare in profondità. Lì troverà, assieme a tanta bellezza, anche la crudeltà della repressione, dell’obbedienza, della devozione cieca al comunismo:
“Che aspetto oggi assumono il potere dei senza potere e l’impotenza dei potenti? La società è come un rene ipertrofico che non riesce più a purificare il sangue. La milza non funziona e le tossine vengono reimmesse nelle vene. Se un trauma di famiglia non viene purificato, va a gravare sulle generazioni successive. La speranza che le disgrazie rendano gli uomini umani è ormai disattesa”.
Un libro epico, inaspettato, spietato ma che trasuda umanità, pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente.
Queste parole, estrapolate dal testo, sono una delle possibili chiavi di lettura della storia, che è una non-storia in quanto ciò che è accade è vissuto (e narrato) soprattutto a livello introspettivo: non ci sono eventi che scardinano la quotidianità né incontri fulminanti e fulminei in grado di spazzare via tutto.
Eppure… eppure la vicenda attrae il lettore come se fosse una saga e lo porta in una spirale di discesa in cui Morelli, il protagonista, invischia sé stesso e gli altri. Non è un caso che i capitoli siano numerati in progressione da dieci a zero, anticipando a chi legge che si sta scendendo e che, alla fine del percorso, si toccherà il fondo. Per rinascere o per sparire? Come ha già detto qualcuno “Ai posteri l’ardua sentenza” poiché la meraviglia della parola affilata di Neri consiste proprio nel non chiudere la spirale, ma nel lasciare spazio a possibilità di lettura multiple, ognuna vera per sé stessa e piena di conseguenze. È un viaggio iniziatico quello narrato, un viaggio che Morelli compie a due livelli: fuori e dentro di sé. Fuori perché si muove in auto, alla ricerca di un dove che gli sembra l’ultima, possibile scelta; dentro perché, viaggiando, incontra sé stesso e alcune alterità, con cui si intrattiene al telefono per riannodare fili, non di rapporti perduti (o meglio, non solo di rapporti perduti), ma di quel finito contro cui vuole lottare, ma che, per paradosso, lo attrae con la sua pretesa di normalità.
È così che le voci finiscono per costellare il buio: note o non note, diventano in fondo alter ego dell’attore principale, che recita la sua parte con fatica, con il desiderio di liberarsi dalle pastoie di un’esistenza che non sente più sua. Si percepiscono il rimpianto, la malinconia, talvolta la noia, una serie di sensazioni che non dovrebbero riguardare un trentacinquenne ancora nel pieno delle sue attività. Eppure… anche qui c’è un eppure, perché Morelli è intriso di consapevole tristezza e la scandaglia per comprenderla, per dare un senso a quello che sembra non averne.
Non è un romanzo questo, per lo meno non lo è nel senso tradizionale del termine: è molto di più. È un racconto di un viaggio, a volte fastidioso nel suo involversi in tortuosi movimenti, reali e non, perché mette in evidenza il nostro limite; è un nostos, perché alla fine si ritorna, sempre, anche se non è importante dove; è poesia, perché la parola si piega all’atto creativo di un fine cesellatore, che sente l’esigenza di essere poesia in ogni capitolo per spiegarsi ancora di più. Soprattutto è un percorso che Morelli fa per tutti noi, per insegnarci che siamo fallibili e che possiamo perderci, ma che, in fondo, siamo in grado di ritrovarci; e lo fa indicandoci la possibilità: “La strada è dentro di te e aspetta che ti abbandoni alla sua saggezza”. Solo abbandonarci, dunque, ci salva: alle emozioni, al nostro divenire perché solo così potremo sperimentare l’infinito nella sua essenza: inconoscibile e vero.
Proposto al Premio Strega 2025, Il cimitero delle macchine è l’ultima fatica letteraria di Sergio La Chiusa dopo i precedenti I Pellicani e La madre nel cassetto.
Protagonista è Ulisse Orsini, che nonostante il nome “non pare avere ereditato nulla dell’antenato illustre e si direbbe piuttosto un personaggio nella media, anzi sotto la media”.
Ulisse è un personaggio in esubero, un antieroe della postmodernità senza dèi e profezie a proteggerlo: licenziato dalla ditta presso cui lavorava e sfrattato di punto in bianco da casa sua, il protagonista si ritrova in pigiama e con in mano una valigia contenente biancheria intima a vagare per Milano, “la città delle opere” i cui palazzi di cemento addobbati con le pubblicità dei più famosi marchi di moda e aziende multinazionali sembrano promettere lusso e benessere, ma in realtà nascondono macerie di una società che mira solo al profitto lasciando indietro gli ultimi e negando loro un’idea di futuro. A far da guida al protagonista in questa grottesca wasteland metropolitana sarà Lazzaro Lanza, un imbianchino che professa la rivoluzione, ma che continua a lavorare per i potenti per poter pagare il mutuo e mantenere la propria famiglia.
Il cimitero delle macchine è raccontato da una voce narrante invadente, che costruisce e decostruisce il romanzo giocando con il lettore e le sue aspettative sulla storia che vengono sempre disattese, a riprova del fatto che Ulisse Orsini sia un uomo incapace di compiere delle scelte di propria iniziativa e dunque succube delle decisioni altrui e del flusso degli eventi.
Con grande ironia e gusto per il grottesco, Sergio La Chiusa bene illustra il fallimento delluomo contemporaneo nel cambiare le cose, incapace di guidare il cambiamento lasciando sì che siano gli altri a fare la rivoluzione per lui, pur sapendo, però, che gli altri sono guidati da uno sfrenato individualismo ed egoismo e che per tutelare i propri interessi sono disposti a rinunciare ai propri ideali.
Da un saggio che analizza la nuova creator economy al memoir dell’artista statunitense David Wojnarowicz, tra fotografia e AIDS, passando per riflessioni sull’accostamento della fisica quantistica alle filosofie orientali, su come indagare la vita sottomarina ci aiuti a capire cosa significhi “vivere” e sull’Italia oltre l’immagine dell’overtourism, ecco cosa abbiamo letto a settembre 2025.
Sul filo della Lama di David Wojnarowicz (Miraggi edizioni)
“Vivere ai margini dei margini”. È così che David Wojnarowicz, artista, scrittore, fotografo e attivista statunitense morto nel 1992 a 37 anni, avrebbe descritto la sua vita. Ed è proprio in quei margini che si muove Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, il suo memoir finalmente tradotto anche in Italia. Un testo che non è un libro ordinario, né per forma né per contenuto: è una testimonianza carnale, rabbiosa, spesso lirica, della vita ai margini, della solitudine, dell’identità queer vissuta in un contesto ostile, della crisi dell’AIDS negli anni Ottanta e dell’arte come strumento di sopravvivenza e resistenza. Wojnarowicz scrive alternando frammenti autobiografici, riflessioni politiche, visioni oniriche, sogni e incubi urbani in una struttura spezzata, non lineare, che rifiuta le forme canoniche del memoir. La disintegrazione del titolo è non solo fisica – legata alla malattia, alla perdita, all’emarginazione – ma anche narrativa: ogni tentativo di comporre una linearità viene distrutto dall’urgenza di dire, di denunciare, di ricordare. Anche la sua arte è così. Lavora con ogni mezzo: pittura, fotografia, collage, video, scrittura. Il suo immaginario è fatto di simboli ricorrenti – il volto di Rimbaud usato come maschera, uomini con la testa di toro, cartine geografiche, animali, simboli religiosi, corpi spezzati, immagini pornografiche – sempre intrecciati con riflessioni feroci su sessualità, identità, religione, capitalismo, morte.
Wojnarowicz racconta l’infanzia segnata da abusi in famiglia, la vita da sex worker adolescente, le prime esperienze sessuali vissute in un’America che criminalizza il desiderio omosessuale, le morti degli amici, la presenza costante dell’AIDS come spettro e come condanna. Non cerca né pietà né espiazione: scrivere per lui è un atto di militanza e insieme di disperata affermazione di sé. Eppure dentro questa ferita che è esistere pulsa una forma di amore profondo, per la vita, per la bellezza, per chi non ha voce. Dopo aver scoperto di essere sieropositivo, trasforma il corpo malato in uno strumento di denuncia. Attacca frontalmente l’omofobia istituzionalizzata, il silenzio del governo Reagan, la complicità della Chiesa e delle case farmaceutiche. Usa l’arte come forma di lotta, con performance e opere che gridano indignazione, pietà, furia. Il suo diario personale, infatti, si fa eco di urgenze ed esigenze collettive, in cui l’arte, soprattutto, non è solo denuncia ma anche cura, alleanza, gesto di connessione, tentativo disperato ma tenace di spezzare l’isolamento del singolo. “Trasformare il privato in qualcosa di pubblico è un’azione che ha ripercussioni enormi nel mondo preconfezionato”, diceva. E aveva ragione, lo è ancora oggi.
Giocando con le regole del patto tra narratore, personaggio e lettore, La Chiusa prende un’esistenza fittizia e anodina, per quanto emblematica, un personaggio da romanzo – Ulisse Orsini – e ci invita a osservarlo da vicino: un soggetto improduttivo, in esubero, ossessionato dalla propria sensazione di illegittimità; uno che ha perso il lavoro e si rintana in casa, riducendosi a sgattaiolare sul pianerottolo per non incontrare i rispettabili condomini. Lo colloca in una metropoli nei primi anni Duemila, riconoscibile eppure fantastica, un cantiere interminato, coerente solo nella propria vocazione di «città della moda e degli eventi»; e lo segue nella sua tragicomica odissea urbana, attraverso paradossali ambulatori e ospedali simili a penitenziari, per vie ridotte a scarni residui dello sfruttamento economico, finché giunge – in mutande e con una valigia piena di biancheria – in una discarica dell’hinterland. Qui, nel cimitero delle macchine, tra i reietti accampati in mezzo a rottami e carcasse d’auto, Ulisse conosce Lazzaro Lanza, un imbianchino con aspirazioni messianiche, che lo trascina nelle azioni del suo movimento rivoluzionario (e nei suoi lavori di tinteggiatura). Il sardonico avvicendarsi di sipari architettato dall’autore rivela tutta l’assurdità del mondo contemporaneo e registra l’inesausto stato di tensione tra l’insostenibilità del reale e la fuga nell’immaginazione. Una tensione che ingabbia Ulisse e gli altri personaggi del romanzo, facendone le nostre grottesche controfigure.
Sergio La Chiusa è nato a Cerda (PA) il 23 settembre 1968 e vive a Milano. Ha pubblicato nel 2020 il romanzo I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi), finalista nel 2019 al Premio Italo Calvino, dove ha ricevuto la Menzione Speciale Treccani per l’originalità linguistica e la creatività espressiva, e nel 2021 al Premio nazionale di narrativa Bergamo, al Premio Giuseppe Berto e al Premio Fondazione Megamark. Nel 2023 ha pubblicato il racconto lungo Madre nel cassetto (Industria & Letteratura) e nel 2024 il romanzo Il cimitero delle macchine (Miraggi). In poesia ha pubblicato nel 2005 la plaquette I sepolti (Lietocolle), finalista Premio Montano 2006, e l’e-book Il superfluo (E-dizioni Biagio Cepollaro). Suoi testi sono presenti su riviste e blog culturali, tra cui “Nazione Indiana”, “Le parole e le cose”, “Il primo amore”, “L’Ulisse”. Ha partecipato a pubbliche letture e iniziative culturali, tra cui RicercaBO.
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