GRAND HOTEL – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

GRAND HOTEL – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

Da qualche settimana il mondo non è più quello che conoscevamo. Siamo stati costretti dall’emergenza a chiudere e a lasciare da parte tutte quelle attività che ci sembrava impossibile accantonare e anche lo svago e le uscite con gli amici si sono bruscamente interrotte. Una quotidianità mutata, e mentre un esercito di medici, infermieri e ricercatori stanno tentando senza sosta di arginare una tragedia, noi tutti, chiusi nelle nostre case, siamo alla ricerca spasmodica di un antidoto per spezzare la noia. L’emergenza straordinaria e questa quotidianità sospesa da settimane, inevitabilmente, ci porta ad avere emozioni insolite da gestire e da elaborare. Nel tempo, anche, della socialità fisica ridotta, la lettura può venirci in soccorso per allentare tensioni e trascorrere qualche manciata di minuti distesi, rilassanti. Lettura che si trasforma in una finestra che si apre sul mondo e proprio nel momento in cui noi siamo reclusi nelle nostre case. Un libro, adesso più che mai, può diventare una risorsa preziosa e la lettura una attività preziosa per comunicare con l’esterno. Ritornare a essere curiosi, attraverso la lettura. Già, perché la lettura può servire a incuriosirci e a sollecitare domande su questo strano presente che stiamo vivendo, proprio come accade a Fleischman, il protagonista acchiappanuvole di Grand Hotel. Romanzo sopra le nuvole.

Grand Hotel è il pluripremiato romanzo surreale di un ragazzo stritolato dalle difficoltà, un disadattato con una vita a ostacoli. Ma Fleischman sa, proprio come il buon acchiappanuvole di una canzone di Luigi Tenco, non solo comprendere le nuvole ma pure i misteri dei venti e delle stagioni. Romanzo pubblicato in Italia da Miraggi Edizioni con traduzione della giovane Yvonne Raymann, sesto titolo della Collana NováVlna curata da Alessandro De Vito. Il suo autore è Jaroslav Rudiš. Uno scrittore ceco originario di Turnov, classe 1972, del quale in Italia erano già stati pubblicati due libri precedentemente, quello di esordio, datato 2002, Il cielo sotto Berlino, e poi l’amaro e malinconico Helsinki, dove il punk si è fermato. Rudiš è un autore eclettico, musicista e apprezzato sceneggiatore di graphic novel. Da questo suo romanzo è stato tratto un film, Grandhotel di David Ondříček nel 2006, con la sceneggiatura dell’autore.

Si tratta di un racconto in prima persona con episodi personali, aneddoti e personaggi alquanto bizzarri. Siamo nei Sudeti, al confine tra Repubblica Ceca, Polonia e Germania, in cima al monte Ještěd, nella Boemia del nord, nel villaggio di Liberec, quella che era vecchia Reichenberg per i tedeschi. In questo triangolo di terra si staglia verso il cielo, a 1012 metri sul livello del mare, il Grand Hotel del titolo, un moderno e gigantesco albergo dalla costruzione futuristica rotonda e a forma di astronave (realmente esistente) che sovrasta la città. Qui dove finisce la terra e comincia il cielo vive e lavora, da molti anni, il trentenne Fleischman, portiere tuttofare dell’edificio. Il Grand Hotel è solitario e isolato proprio come la piccola città di confine e gli unici amici del protagonista sono gli eccentrici personaggi che popolano l’albergo. Rimasto orfano da ragazzino, avendo perso i genitori in un incidente, deve fare i conti con una vita che è un fallimento. Superstite, non è mai piaciuto a nessuno e non è riuscito in nulla. Non ha mai lasciato la sua città e neppure ha mai avuto una ragazza. Dal racconto che fa alla sua dottoressa, dovrebbe essere andata così, l’incidente e poi adottato da un vecchio cugino sin là sconosciuto. Adottato con poco amore e tanto calcolo, il solitario e frustrato Fleischman trascorre le sue giornate in compagnia di tutta una serie di strani rituali e quell’unica passione per la meteorologia. Accetta di vivere in quel posto solo per essere il più possibile vicino al cielo e poter osservare e comprendere le nuvole che corrono libere. Misurare la temperatura tre volte al giorno e aggiornare il suo grafico, calcolando gli effetti dei fronti caldi e freddi, le alte e le basse pressioni e le direzioni dei venti, e, poi, tornare a osservare quelle nuvole che corrono libere nel cielo. La sua vita è tutta in quei diagrammi che appende al muro e in cui annota il tempo atmosferico e lo scorrere del tempo. Fleischman, che non conosce nemmeno il nome proprio, in questo luogo magico, si rende conto che potrà trovare una via d’uscita dalla sua città e dalla sua stessa vita solo attraverso le nuvole. Con la testa tra le nuvole coltiva, infatti, il suo sogno segreto: trovare una ragazza da amare e avventurarsi oltre il confine e poter volare via da Liberec, abbandonando la sua misera esistenza. Si è cucito un pallone aerostatico per volare oltre le nuvole, ma quando è pronto ad andarsene irrompe la cameriera Ilja, che un giorno arriva come un’apparizione alla reception dell’hotel:

«La mia dottoressa dice che la vita delle persone sia come un mosaico. Dice che non la ricordiamo mai tutta intera. Che del passato vediamo sempre e solo dei frammenti. Dei bagliori. Dei lampi».

La dottoressa di Fleischman pensa che la vita delle persone sia come un puzzle, composta da tanti pezzi e da tante storie, e forse per questo che lui ha dimenticato certe storie, o le ha confuse. È un libro che merita di essere letto perché ci invita a osservare meglio le cose che abbiamo intorno e anche a rivolgere più sguardi al cielo, per imparare ad ascoltare noi stessi e le persone che ci vivono accanto, ma pure ad ascoltare i luoghi e il posto in cui viviamo e le persone che ci ha preceduto in quei luoghi. Un libro che ci aiuta a riflettere, in questo nostro presente sospeso, e a ricomporre pezzi di puzzle e mosaico che ci siamo persi nella fretta dell’altra vita. Un libro adatto, insomma, a tutti gli acchiappanuvole come me…

«…Non devi credere, no, vogliono far di te

Un uomo piccolo, una barca senza vela

Ma tu non credere, no, che appena s’alza il mare

Gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo

Ragazzo mio… un giorno i tuoi amici ti diranno

Che basterà trovare un grande amore

E poi voltar le spalle a tutto il mondo

No, no, non credere, no, non metterti a sognare

Lontane isole che non esistono

Non devi credere, ma se vuoi amare l’amore

Tu, …non gli chiedere quello che non può dare

Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente

Che al mondo stanno bene solo quelli che passano la vita a non far niente

No, no, non credere no,

Non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare

Non devi credere, no, no, no non invidiare

Chi vive lottando invano col mondo di domani»

Luigi Tenco, Ragazzo mio

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

PENULTIMI – segnalazione di Giorgio Mecca sul Corriere di Torino

PENULTIMI – segnalazione di Giorgio Mecca sul Corriere di Torino

L’ode ai penultimi di Nesxt

La rassegna ai Docks introduce la poesia nella Settimana dell’arte in programma letture e performance, musica elettronica e proiezioni (29 ott. 2019)

«La poesia non solo non è morta, ma non fa morire. È una terapia d’urto». Francesco Forlani ha appena finito di scrivere la sua ultima raccolta di rime: «Penultimi» (Miraggi edizioni) e sarà uno degli ospiti d’onore della terza edizione di «Nexst», il festival di arte indipendente curato e organizzato da Olga Gambari e Annalisa Russo che da oggi fino a domenica invaderà la città con proiezioni, performance, esposizioni, video, musica elettronica. E poi tanti, tantissimi versi. Quest’anno infatti, la manifestazione avrà un focus dedicato alla poesia come pratica artistica contemporanea e laboratorio di ricerca. Ai Docks Dora di via Valorato 68, che in questi giorni si trasformeranno in una cittadella dell’arte con undici spazi aperti al pubblico, Forlani, che si definisce un artista «prepostumo», presenterà in anteprima il suo volume e la sua personale ode ai penultimi raccontando «l’ultimo avamposto della gentilezza umana: quella dei lavoratori che si ritrovano alle 5 di mattina dentro le carrozze della metro».

WITH LOVE – recensione di Stefano D’Elia su Rumore

WITH LOVE – recensione di Stefano D’Elia su Rumore

Sono più di 8000 i chilometri che dividono Seattle da Torino, eppure in queste pagine Domenico Mungo riesce nell’immane impresa di annullare questa enorme distanza fisica, unendo idealmente la capitale del grunge e il capoluogo piemontese sotto le insegne sanguinanti del punk e della lotta al sistema. La storia, si sa, la scrivono i vincitori, e allora l’autore di Il suono di Torino decide di dare voce ai Beautiful Losers che negli anni della lotta operaia riempiono di furore anarcoide le grigie vie della città della Fiat, sinistro Moloch che si staglia con la sua ombra su tutto il racconto. Anni di occupazioni e concerti clandestini, radio libere e band seminali (Franti, Fluxus, Negazione), ma soprattutto di epifanie improvvise capaci di cambiare intere esistenze; come l’incontro con la musica di un angelo tossico martoriato dalla fama, ansioso di trovare una via di fuga dal proprio violento male di vivere. Mungo in queste pagine cuce nella carne viva della storia italiana un patchwork pulsante di dolore e nostalgia, fatto di passioni irrefrenabili, rock’n’roll e militanza estrema.

Ecco l’articolo:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gaetano Moraca su Style del Corriere

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gaetano Moraca su Style del Corriere

Tradotto finalmente in italiano grazie a Miraggi esce il libro d’esordio di Bohumil Hrabal, il maggiore scrittore ceco della seconda metà del Novecento. Vissuto facendo mille umili mestieri, ampiamente testimoniati nella sua opera, Hrabal pubblica La perlina sul fondo a 49 anni, nel 1963. Nello spettro dell’interesse dello scrittore rientrano le persone bastonate, quelle che appaiono sbruffone perché preferiscono nascondersi dietro un atteggiamento spavaldo piuttosto che mostrare i propri sentimenti, la gente che macina slang contribuendo alla formazione di una lingua nuova. Hrabal riesce a coglierne l’essenza, la perlina celata in ognuno di essi. In questa prima raccolta di racconti si trova tutta l’umanità dei bassifondi e dei margini che l’autore ceco investigherà nell’opera successiva.

PENULTIMI. Le vite degli altri in un poetico blues – recensione di Giuseppe Marchetti su Gazzetta di Parma

PENULTIMI. Le vite degli altri in un poetico blues – recensione di Giuseppe Marchetti su Gazzetta di Parma

Biagio Cepollaro nella nota critica alla raccolta poetica di Francesco Forlani «Penultimi» edita da Miraggi, osserva che il mondo che emerge da queste pagine «non è più quello dell’alienazione operaia, ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel Novecento. Le persone sempre in movimento pendolare restano immobili. L’Occidente sembra tutto retrodatato al vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese. È un mondo neofeudale, appunto».

L’osservazione pertinentissima ci introduce alla lettura di questa poesia di efficacia illuminante e severa, tutta trattenuta sull’oggi, sui «penultimi» e il loro viaggio dentro una realtà che si manifesta nel grigiore delle somiglianze e nella rassegnata dimensione esistenziale di un giorno lunghissimo, quasi senz’alba e senza tramonto.

Forlani è uno scrittore che si getta anima e corpo sul paesaggio disadorno e infelice di quel presente che la poesia – ma anche il romanzo e le interpretazioni teatrali contemporanee – tende a considerare quale «preghiera dei penultimi, la trasparenza». Una trasparenza ossessiva a tratti, e a tratti invece dolce e magicamente corrosiva. Con le pagine dei suoi «Penultimi», Forlani traccia davvero l’arte di una sottile disperazione, cioè la sua condizione umana, il suo gesto, il suo guardarsi intorno, il suo procedere o sostare. Si ha l’impressione in certi momenti di scontrarsi con quella pungente situazione d’inciampo che il poeta narra così: «Non pensavo potessero le cose / essere penultime, possedere un tempo, / non la semplice durata proprio / l’estensione immisurabile di un corpo». Francesco Forlani scrive e insegna, c’è nella sua poesia questo doppio sentimento delle cose come lo ritrovi in certa poesia del Novecento, nella sua misura di «cosa», «persona», «voce» e luogo.

I temi, infatti, si rincorrono e descrivono «l’incessante ritmo delle correnti» che per tutto il secolo scorso hanno alimentato sia il gesto salvifico tentato dalla poesia, sia il suo abbandonarsi al fatalismo e alla crisi del mondo. «Penultimi» […] è poesia ora della natura, ora delle metafore più audaci, ora di una serena stagione che le immagini raccolte nel volume aiutano a concepire come quadri istantanei dei nostri desideri e delle solitudini che le condizionano.

Forlani, poeta traduttore, cabarettista, scrittore e «agitatore culturale» vive a Parigi e da Parigi, ancora centro di un mondo d’arte che non perde mai di attrazione e di fascino, manda il proprio messaggio in un intenso complesso poetico e narrativo che investe la memoria dell’oggi – con tenerezza e crudeltà – precisa Cepollaro, dove la sua tenerezza è intrisa di limpido lirismo e la sua crudeltà è in fondo una pietas, un amore si potrebbe dire, la vera onda della poesia che in lui si fonde dentro una umanità consapevole ed eticamente alta.

Ecco l’immagine perfetta, allora: «Ora colato dal marciapiede, / cascata di calore la coperta / in cerca di un corpo»; un corpo che custodisca in sé il calore e il sangue della parola che, da breve cronaca, diventa storia e destino di un’epoca, la nostra, così infelice e tuttavia così orgogliosa dei propri passi che in questa raccolta si esprimono letteralmente in doppia lingua, il francese di Christian Abel elegante e aderente al sentimento di Forlani, e il passo del nostro poeta cuore e mente di una metafora esaltante della vita che si offre quale esempio di una lunga e appassionata familiarità come nei versi indimenticabili della lirica 29: «Ed il voltarsi della faccia di mio padre / verso la mia, che da parte a parte scarta lo specchio / mi fa ricordare giovane lui e ora me più vecchio».

VIT(AMOR)TE – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

VIT(AMOR)TE – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

Leggere Valeria Bianchi Mian significa entrare in un cumulo di immagini, ricordi, luoghi, moti emotivi. Ma non è confuso e indistinguibile nei suoi elementi. È al contrario allineato, così come le carte dei Tarocchi di cui l’autrice parla nella sua introduzione: «I tarocchi li ho presi in mano da ragazzina […] è possibile che siano le carte a possedere me in un rapporto di reciproca benevolenza e orientamento, come bussola onirica e poetica». L’autrice firma questo importante testo poetico, che attira l’attenzione già dal titolo, che non ha bisogno di essere spiegato o interpretato: “Vit[amor]te. Poesie per arcani maggiori”, edito da Miraggi Edizioni, perché è proprio quello l’invito al lettore, sembra di capire: spingersi nell’interconnessione dei mondi.

E allora tra le immagini del matto, la papessa, l’imperatrice, l’appeso (la cui poesia annessa a quest’ultimo, è stata finalista al secondo premio Alda Merini 2018) e tanto altro, l’autrice ci accompagna in un percorso immaginifico, dove accogliamo il suo invito a cercare (in esergo l’autrice: “A te che vai cercando”. ). A leggere la poetessa, la ricerca non risulta vana, troviamo anche quello che da subito non percepiamo: «ad ogni mia convinzione / aggiungo / un punto di domanda».

E l’approdo al forziere, sia esso un ammasso di interrogativi, o di conferme, ognuno saprà capire in cosa consiste la propria libertà di possesso, lo si deve alla capacità erudita di condurre che contraddistingue Bianchi Mian.

Ci sono passaggi, nella raccolta, che esortano alla riflessione esistenzialista che ricorda la filosofia Sartriana, nell’esposizione di un tempo che sfugge, che non permette la presa, «L’ora persa tra le due e le tre / pensando di vivere a lungo / sommando altre ore e ore al tempo», dove l’interrogativo ci porta sul rapporto spazio-tempo, «me bambina + / me adolescente / + me adulta = / lo spazio illegale del Sé?».

L’autrice dà al lettore senza sfoggio, dona come se stesse prendendo, ricordando un intenso passaggio narrativo dello scrittore libico Hisham Matar. O – per rimanere in un ambiente più vicino alla sua formazione, benché non proprio aderente al percorso nel quale ci accompagna («…Ben più di quanto io mi senta attratta dai popolari marsigliesi o dal percorso intrapreso da Jodorowsky, pur apprezzando la vitalità e l’energia di quest’ultimo, seguo l’anima delle artiste che hanno progettato i Rider-Waite-Smith e i Crowley-Harris, scrive) – sembra seguire l’invito del noto Jodorowsky, quando ci dice che “quello che dai, lo dai a te, quello che non dai, lo togli a te”.

E allora noi leggiamo con precisione e calma, perché come ci ricorda l’autrice «la fretta / ti porta alla soglia / prima degli altri / ma non vinci niente». Cercando di addentare l’arcano, per svelare e scoprire la natura dell’umano sentire.

Il Bagatto

  1. Aborro (andante con grido)

Aborro

l’induzione al bisogno

le multinazionali del disagio.

Aborro

il marketing del nulla

nel Nulla che avanza

e avanza

e t’induce al bisogno

del nuovo modello di ciocco-merendina

del panno impermeabile pulisci macchie invisibili

del dopo dopo-balsamo per i peli delle ciglia

dell’esaltatore di sapidità per gli zombie

che camminano nella ciotola del gatto

dei sogni da far nascere con l’utero in affitto

dell’attico ignifugo su Marte

dello yogurt rossoblu dell’Uomo Ragno

del leviga occhiaie gel multifunctional iperattivo

del dentifricio all’uranio impoverito

del divaricatore per allargare le dita dei piedi

del bambolo gonfiabile che ripete

non sei sola

non sei sola

(non siamo soli).

Aborro

le luci al neon dei centri commerciali

la puzza emanata dal girarrosto del pollo a terra

la terra bruciata, dickensianamente desolata

ed io

in maschera antigas di pizzo e latex

induco me stessa al bisogno

d’indurmi il più possibile al bisogno

del non aver bisogni.

Induco me stessa all’umano

vicino di casa d’umano

e suono

per un po’ di zucchero.

  1. L’oltreuomo

Conosco l’uomo teso all’oltreuomo

ambiziosamente imperante, perfetto

geneticamente modificato, a effetto.

Di ogni gesto è il padrone, re del DNA

Dio sulla Natura, l’assoluto Signore.

Gli alberi del futuro cresceranno dritti

in fila indiana, marionette con regole

precise, l’orma dell’uomo sulla forma.

Gli animali estinti e quelli sopravvissuti

pascoleranno gli zoo in terre asettiche.

L’amore sarà matematica, eugenetica.

Non posso insegnare

all’apprendista.

Ho soltanto il sentore del sentimento.

Ho la visione del visualizzare la vista.

La percezione del percepire la pietra.

So

che l’irregolarità, l’errore, lo sbaglio

sono gli ori, i rei tesori della sapienza

e so

che quando la perfezione si rivelerà

geneticamente dotata d’imprevedibile

io sarò tra quelli

che ridono per ultimi.

Valeria Bianchi Mian

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DONNE DI MAFIA – recensione di Silvia Morosi su La 27Ora – Corriere della Sera

DONNE DI MAFIA – recensione di Silvia Morosi su La 27Ora – Corriere della Sera

«Donne di mafia»: il tumulto provocato dalle figure femminili all’interno di Cosa Nostra

Vittime, complici, protagoniste. A raccontare le donne dei boss, omertose o ribelli, all’epoca dei primi grandi pentiti e il loro rapporto con il frantumarsi del fenomeno mafioso, è stata la giornalista lucana Liliana Madeo in «Donne di mafia», un’inchiesta giornalistica realizzata in Sicilia a partire dal 1992, e pubblicata nel 1994. Ristampato oggi dalla casa editrice «Miraggi», a 25 anni di distanza, non smette di fare luce e «mettere ordine» nelle intricate vicende di mogli, amanti, sorelle, figlie, giovani e anziane, da sempre immerse nell’ombra della famiglia. Il testo racconta, infatti, il tumulto che alcune figure femminili provocarono all’interno di Cosa Nostra: quelle che incoraggiarono i loro uomini a uscire dal circuito mafioso, abbandonando gli agi del potere; quelle che si pentirono; quelle che abbandonarono il marito; quelle che fuggirono, al loro fianco, nei rifugi all’estero o in Italia, e decisero di vivere sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi; quelle che si schierarono contro i compagni di una vita; quelle che arrivano addirittura a togliersi la vita. «Quando Giovanni Falcone fu ucciso, provai a immaginare la faccia dei suoi assassini, i loro festeggiamenti per il successo ottenuto. “E le mogli?”, mi chiesi. Come li avevano accolti, quella sera, i mariti? Se li erano stretti amorevolmente al petto? Di loro — le donne del pianeta mafioso — si sapeva ben poco», racconta al Corriere della Sera Madeo, ricordando la genesi del libro. «Mi precipitai a Palermo. Parlai con magistrati, dirigenti delle forze dell’ordine, sociologi, avvocati, anche con alcune delle donne che avevano avuto il coraggio di uscire dalle pieghe del silenzio e della sottomissione alle regole di Cosa Nostra. A molte mie domande ottenevo, in risposta, evasività, moti di fastidio e di sorpresa. Ho lavorato a lungo. “Lo faccia, lo faccia questo libro. Non sa quanto anche a noi può essere utile!”, mi incoraggiò un alto magistrato».

Cultura e tempo

E così, pagina dopo pagina, intervista dopo intervista, nacque l’oera nella quale ritroviamo «donne giovanissime e inconsapevoli, che per amore finiscono nel circuito degli omicidi, tra latitanze, vendette e fughe. Donne che — con gli occhi e il metro di giudizio dell’uomo che hanno sposato — tutto vedono, giustificano, proteggono. O addirittura incrementano. Oppure – quando lui esce dal clan – rinuncia a un giudizio su quanto è accaduto», spiega. Accanto a loro, «ho descritto anche le figure di quante consideravano la convivenza con il marito un incubo e quelle che cui fu la stagione della felicità, sbandierando le virtù del compagno, padre esemplare, cittadino senza peccato». Tutte loro, nessuna esclusa, ci portano a riflettere su quanto sia «stretta la connessione tra noi e il nostro tempo, noi e la cultura che respiriamo». Tutt’altro che misterioso — precisa — è il compito che Cosa Nostra assegna alla donna: «Deve ubbidire, rispettare gli ordini, tacere. Garantisce la sicurezza della famiglia e la continuità del potere all’interno del clan. Le ragazzine dei vicoli di Palermo e delle periferie siciliane lo sapevano ma – ignoranti, sole, catturate dal richiamo sessuale e sentimentale oltre che dalla visione degli agi di cui avrebbero potuto godere – si inserirono senza titubanze in quel mondo cupo, maschilista, violento», chiarisce.

Rabbia, pena e ammirazione

Nel corso delle ricerche sul campo, «ho scrupolosamente riferito quanto proveniva dalle fonti ufficiali. Esili e sbiadite sono state le voci di replica», sottolinea. Senza dimenticare la «rabbia provata davanti alle matriarche, alla loro indefessa attività mafiosa, e la pena per quante – senza successo – sono andate nelle piazze a urlare i nomi degli assassini di una persona cara, di un figlio». A prevalere, però, è sempre stata «l’ammirazione per quelle che hanno portato il marito a denunciare i crimini commessi e i loro complici, a “parlare” dando il via a nuovi filoni d’indagine. Penso a Margherita Gangemi, moglie di Nino Calderone. Di famiglia non mafiosa, con un diploma e un impiego all’Università di Catania, si innamorata del bel giovane e lo sposa. Subito capisce qual è la sua attività ma tace, stipulando con lui una sorta di patto del silenzio. Finché un giorno – anni dopo – vede i rischi che incombono su di loro e viene allo scoperto. Fa partire Nino alla volta della Svizzera, gli organizza l’accoglienza presso suoi amici e strutture religiose, vende la casa e i gioielli, si licenzia, lo raggiunge …. Sarà lei a chiamare Falcone con cui si incontreranno a Marsiglia».

Il cambiamento di Cosa Nostra

Cosa o cosa non è cambiato da allora ad oggi? «Cosa Nostra è cambiata del tutto, nella struttura e nella gestione degli affari. Pure le figure femminili — anche se ufficialmente il loro ruolo resta quello di sempre — sono cambiate. Oggi non se ne stanno più nella penombra; parlano in pubblico; esibiscono la loro bellezza e i loro talenti. Non solo, sanno usare i mezzi di comunicazione più avanzati; conoscono le lingue straniere; prendono con disinvoltura aerei che le portano da una parte all’altra del globo collegando tra loro poli diversi di denaro e di potere. Ancora, però, non è concesso loro lo scettro del comando», conclude. Quale messaggio è importante rilanciare oggi, alle nuove generazioni che leggono per la prima volta queste vicende sui libri di scuola e non le hanno vissute? «Se un giovane ha interesse per il western, l’horror, il giallo, gli intrichi e gli imprevisti dei giochi d’amore, nelle storie passate di Cosa Nostra trova pane per i suoi denti. E così sarà in grado di gustare ancora meglio le inchieste, gli svelamenti — non poco clamorosi — che si preannunciano».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://27esimaora.corriere.it/20_marzo_26/donne-mafia-tumulto-provocato-figure-femminili-all-interno-cosa-nostra-72e56690-6f78-11ea-b81d-2856ba22fce7.shtml?fbclid=IwAR2TruHco_YSkg-2pi4oVCdgO-SPn8q0PJSMD1A_obmoWWPs59SHQsZt4Bc

BRUCIO PARIGI – recensione di Cornelio Nipote su 2000battute

BRUCIO PARIGI – recensione di Cornelio Nipote su 2000battute

Mie adorate signore ecogattopardate che anelate il solstizio d’estate e glutei pressostampati,     

ho ululato di giubilo alla luna sprofondante nel rovente bacino, ho ballato sotto la pioggia acida che scarnifica il mio inaccessibile terrazzo, ho bevuto punch al mandarino fino ad accartocciarmi come una lattina di alluminio schiacciata e tutto, tutto quanto, tutta questa gioia incontenibile, dirompente, scavallante, purificante come una brezza che discende le pendici del monte Fuji, tutto quanto per avere scoperto questo libro pirotecnico come uno spettacolo al Rione Sanità, spumeggiante come una gazzosa agitata e soprattutto selvaggio, selvatico, maleducato, prepotente, schiaffeggiante come ben pochi altri io abbia incontrato.

Vi dico come è avvenuto. Sono entrato, ho percorso la fila di libri una volta, l’ho percorsa una seconda volta a ritroso, poi l’ho percorsa una terza volta e ho fermato il passo verso la fine, quasi alla svolta a destra della fila di libri. Era lì, di grigio travestito, quel titolo inconcepibile, un alieno tra la folla, un pazzo seduto tra i mediopensanti, uno nudo in fila tra gente vestita da capo a piedi. È successo proprio così.

Brucio Parigi. Ah che titolo! Trovatemene uno più insolente se siete capaci. È pura insolenza questo libro, meravigliosa insolenza. Talmente insolente che il povero Bruno Jasieński, una volta scritto e pubblicato, per altro in condizioni a dir poco ridicole, e dopo aver radunato folle ululanti di gioia per codesta opera, venne espulso dalla Francia dai mangiarane parrucconi franzosi impermalositi e si ritirò in Unione Sovietica dove, come ci si poteva immaginare, finì tragicamente. Era il 1929 e Brucio Parigi è, signorone e signorine palpitanti e palpebranti, un inno futurista, comunista, nemmeno troppo velatamente antisemita, come d’altronde era l’epoca, intimamente anarchico e, io aggiungerei per dare una ventata di post-moderno demodé, un manifesto punk di purissima fattura. Brucio Parigi è un libro carnalmente punk. Ciò lo rende grande. Il punk forse è morto per qualcuno, ma di certo è nato anche con Brucio Parigi.

Qualcuna di voi si incuriosirà, certo certo, un calore, una vampata di proibito, un eccesso che scuote membra infiacchite dagli allenamenti, come l’idea di raparvi a zero, lo so che vi viene, di tanto in tanto, il gesto di rottura, rinchiuso nello sgabuzzino del cervello, perché non leggere un libro così allora, selvaggio e insolente? Ma certo perché non farlo, ma siate avvertite che non è per tutti, domandatevi, sono un lettore o sono un personaggio? Domanda curiosa, domanda impertinente, quasi maleducata, come osa? non si permetta! Io personaggio? Personaggio a me non lo dice nessuno! E poi, personaggio di che, di cosa, di chi? Attenzione mie dilette, cautela, prudenza, sfoderate le armi borghesi, lisciate l’agio della modernità e titubate prima di intraprendere il sentiero oscuro delle pazzia futurista. Il sentiero dei pazzi si addice ai pazzi e in questo caso chi può dire di esserlo o di non esserlo?

Brucio Parigi, Brucio Parigi, Brucio Parigi… ti entra in testa e non ne esce. Ti deturpa, come un herpes. Come un brufolo sulla punta del naso. Inizia con un velo di oscurità fitta e pesante, una maglia spessa calata sulla faccia. Per un po’ non si comprende. Poi tutto inizia a girare, a vorticare, come a stare in un barile che rotola giù da una collina. Tutto vortica sempre più velocemente, si perde il senso del sotto e del sopra, della luce e del buio, cos’è luce? cos’è buio? la pestilenza è luce o buio? gli ebrei, i comunisti, i francesi, gli americani, i capitalisti, gli operai, gli scienziati, tutti questi, sono sopra o sono sotto? Da che parte stanno? E tu, gattopardata, da che parte stai? Che ne sai di immaginare il mondo in modo selvaggio? Che cosa vuol dire per te selvaggio? Non rispondere, è pericoloso. Parlare è insalubre in certe situazioni.

Nelle oscure profondità dell’oceano, dove non arrivano più le correnti, i vortici e lo sciacquio delle onde, in un’immobile acqua verdastra morta come l’acqua di un acquario, tra foreste di alghe gigantesche e di sigillarie e liane antidiluviane, vive la passera di mare.
[…] Sul fondo vive la passera di mare. Qualcuno la prese, la tagliò a metà lungo il dorso e mise una metà sulla sabbia. La passera di mare ha soltanto un lato, il destro. Il suo lato sinistro è il fondo marino.
Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Tutti gli organi della passera di mare del lato sinistro, inesistente, si sono spostati sul lato destro e dal lato destro, l’uno accanto all’altro, un paio di occhi piccolini indifferenti guardano sempre verso l’alto.
Gli occhi guardano sempre in su, tutti e due dalla stessa parte, mostruoso, orribili, bizzarri; mentre il lato sinistro non esiste.
Nell’enorme città di Parigi, in una rossa casa lentigginosa in rue Pavè, abita il rabbi Eleasar ben Tsvi.
[…] Il rabbi Eleasar ben Tsvi ha due occhi l’uno vicino all’altro e questi occhi guardano sempre in su, inespressivi, piccoli, molto somiglianti, rivolti al cielo dove credono di poter vedere alcune cose percepite solo da loro. Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Il rabbi Eleasar ben Tsvi vede tante cose inaccessibili allo sguardo umano, però non vede quelle più semplici; conosce soltanto un lato, quello rivolto al cielo, mentre quello rivolto al suolo non esiste.

Pazzi, folli, squinternati, gattopardi derelitti, borghesi infracicati, prostrati dalla privazione da sonno, fustigati dall’instabilità emotiva, sessuofobi e sessuomani, psicolabili camuffati, bruciate Parigi finalmente, bruciate la città meravigliosa, il faro d’Europa, la luce della civiltà, lasciate che le fiamme ardano per mesi, per anni, inestinguibili, ballate e ululate sulle braci ancora roventi, date questa soddisfazione ai signori borghesi, normali parrucconi, gradassi benpensanti che non desiderano altro, niente li renderebbe più soddisfatti e pacificati di vedere voi, massa brulicante e fetente di neri scimmioni alzare grida di vittoria dalle macerie e dal carbone di Parigi.

Lunga vita al punk. Lunga vita a Brucio Parigi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE | Felicia Buonomo (d’amore e rovina)

Che cos’è mai questa Cara catastrofe?

O meglio: dove trova luogo una tanto potente amica di penna?

Rovina è il suo sinonimo –  allo specchio riflesso si fa uguale e contraria all’amore e, giocando a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eroma. Se la catastrofe è amica interiore, i relitti sono dentro la relazione, ed ecco che allora, matematicamente, il risultato è ‘uno fratto’ quell’abbracciarsi forte tra le macerie della coppia archetipica nel dipinto di Burne-Jones Love among the ruins.

Catastrofe, cara – accende romantiche assonanze ed è risoluzione drammaturgica (possibile), capovolgimento dal rosso al nero, parola viva che mi lascia immaginare l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI).
Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che l’anima della catastrofe mi porta a fantasticare.
Sorella simbolica di penna, un ‘caro diario’ evocativo, l’Altra-in-sé di Felicia Buonomo è cara alla poeta, mai scontata né a buon prezzo – è compagna di viaggio. Echi di una privataapocalisse con relativa potenziale apocatastasi aleggiano nell’etere, insieme a Vasco Brondi che apre la silloge e canta… “a inchiodare le stelle a dichiarare guerre a scrivere sui muri che mi pensi raramente…” (Vasco Brondi – Cara catastrofe).

Cara Catastrofe

m’innamori 
come il gelo sul lungolago di Mantova, 
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova 
e la strada oscura dei vicoli di Napoli. 
Trova nuovi colori e tratti che m’incantino. 
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

La poeta e la sua Catastrofe – ormai fattasi Persona – procedono in carteggio univoco, come traccia unidirezionale o ricamo monologico, coinvolte nel medesimo sguardo che, sempre giocando a immaginare io definirei – riconoscimento omopsichico. E ancora dico gemellaggio interiore, incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto. La prosa poetica che abita La casa dell’incesto emerge nel ricordo di un passo d’acciaio e della leggerezza delle piume di un femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo. Una pennellata, forse, soltanto un tocco leggero mi fa riprendere il filo nella lettura dell’impresa più difficile per le donne (ma anche per gli uomini) di tutte le epoche: ricongiungere i pezzi sparsi, rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poeta e la Musa, coinquiline nella stessa ispirazione.

Elementi in luce si intrecciano alle voci in nuce, ai tratti ancora oscuri, messi a nudo fino alla scarnificazione. La pelle e la carne, da un lato. Il dolore dall’altro. La ferita in mezzo. Mentre leggo ho i brividi nelle ossa.

Cara Catastrofe

guardarti è come entrare in scena, 
senza aver mai provato la parte. 
Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo. 
E di nuovo inciampo. 
Nei tuoi occhi, il mio sold out. 
Non c’è spazio per replicare. 
E io continuo a improvvisare.

C’è solo un modo per soccombere senza soccombere: l’unica reazione possibile sembra essere quella del fare poesia.

Fare anima – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. L’Altro, allora, si declina al maschile, una catastrofeche veste gli abiti dell’amato e prende, scrive l’autrice,

spazio nella linea del mio sguardo,

uno sguardo

che aderisce al tuo passo spavaldo.

L’amato ha le armi per aprire la porta alla stessa Catastrofein quanto portatore sano di rovinagiocatore esperto di ungiogo che stringe la donna, ed è un meccanismo perfetto per donare il male.

(…)
Strano meccanismo attiva il cuore: 
brilla negli occhi senza distinguere 
tra l’amore e il male. 
Accorcia il tempo, 
come la fune che mi hai stretto al collo. 
Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore. 
Ora so che sarà per soffocamento.

Lui ha in mano la Catastrofe adesso, forse l’ha tenuta saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

La mia vita

scrive ancora la poeta

procede per sottrazione.

Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.

Dormiamo insieme ogni notte
ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. 
Fai piano, che anche la luce è dolore, 
dopo la culla di un buio così violento.

La Catastrofe non è fine a se stessa, se nel procedere serrato nel dolore Felicia – nomen omen, per l’uno fratto la Catastrofe stessa –  ci conduce al centro, là dove sta l’amore come

dismorfia

ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandiche annulla L’Io.
È importante, mi sono chiesta, sapere a chi sono dedicate le invocazioni, le frustate emotive, gli schiaffi nell’anima, le parole che arrivano dritte al brivido del lettore?

No.

La mia impressione è che si tratti in ogni caso di un procedere immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione e oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani fragili e forti e innamorati del male, presi al laccio nel non sapere come uscirne, senza potersi muovere da quel legame di Eros e Thanatos – amore mortale. La poeta canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.

In un’ottica analitica potremmo vedere la faccenda da almeno due punti di osservazione: ciò che avviene dentro risuona fuori e richiama il mondo in una danza di viceversa – è un calvario narrato per versi che condurrà alla resurrezione?

Mi ricordi che anche il figlio di Dio 
è fatto di carne che sanguina e muore. 
E che nessuno aspetterà, per me, 
il terzo giorno.

Forse, le voci altre del mondo potranno aprire la breccia, il varco nelle macerie per estrarre, prima o poi, l’anima dal terremoto.

Jessica dice che mi aiuterà 
e che non sono sola. 
Quando vado a farle visita 
non la guardo mai negli occhi. 
Ogni visita la concludo così: 
«Jessica, è colpa mia?».

Ogni staffilata poetica di questa toccante silloge è una dose di dolorosa consapevolezza. Fuori dall’inferno, l’inizio è denso grigio, è vuoto pregno che l’arte può coltivare, punti di sutura, poetica della cura.

[Valeria Bianchi Mian]

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://poesieaeree.wordpress.com/2020/03/26/cara-catastrofe-felicia-buonomo-damore-e-rovina/

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Raffaele Mozzillo su Banda di Cefali

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Raffaele Mozzillo su Banda di Cefali

«Rosa, io sono un metodico. Ho dovuto fare colazione in un altro bar, sono già abbastanza sconvolto per oggi.»

La vita moltiplicata di Simone Ghelli è una raccolta di racconti in cui ciò che ci viene mostrato il più delle volte non corrisponde a ciò che si pensava di leggere: accade quella cosa che uno dei personaggi della raccolta definisce «contraffazione del reale».
Ghelli è molto bravo a “rifilarci” la sensazione di essere trasportati in un mondo altro, come sospinti in altre dimensioni, mentre invece – una volta storditi – ci ritroviamo davanti a racconti di vita che fanno del quotidiano, della semplicità, della normalità la loro cifra straordinaria.
Ogni racconto parte da un elemento minimo che spezza la routine di un personaggio qualsiasi: un professore che la mattina non può mangiare il suo danese con scaglie di cioccolato perché il bar dove va sempre ha un problema elettrico; un impiegato in una società di servizi che fornisce assistenza ai clienti per conto di terzi, una mattina si ritrova a fare tardi al lavoro per vari motivi – il traffico, la giornata uggiosa, le buche delle strade – ma tutto comincia quando un vecchietto compie una manovra azzardata ad un incrocio con il semaforo rosso; un postino che si alza già stanco una mattina a causa di un incubo notturno e non ne infila una giusta; e così via.
Quando qualcosa cambia all’improvviso arriva la vita, e i personaggi di Ghelli restano lì non sorpresi, non sopraffatti, ma assistono a quello che avviene come se fossero dentro a un sogno, come se dormissero un sonno profondo, tanto profondo da sembrare reale, vero ma innocuo. Come se la vita si moltiplicasse, in qualche modo, e diventasse tante vite diverse. E invece un risveglio c’è sempre.
Dai racconti di Ghelli si apprende che a sconvolgerci la vita è la vita stessa nella sua normalità. Non soltanto i grandi eventi, non solo i grossi traumi, ma sono gli avvenimenti del quotidiano che possono stravolgere così come possono appiattire un’esistenza. Tutto dipende da noi, da come li affrontiamo, e con che occhi li guardiamo (appena svegli).

Ogni personaggio, alla fine, torna indietro e dopo quello che ha appena vissuto – il sogno, «il miraggio di una vita piena», il tempo di un mondo altro che non è il tempo di questo mondo qua – ricompare la vita vera. O forse no.
La scrittura di Ghelli è raffinata, ricercata, a volte si fa rumore di quello che accade – «La casa scricchiolava e brontolava, era un enorme stomaco che stava digerendo la sua vita» –; altre, immagine nitida – «Immobile dinanzi alla distruzione, come l’osservatore esterno nel Naufragio della speranza dipinto da Caspar David Friedrich –; altre ancora suono – […] si eseguono, di nascosto, centinaia di sinfonie di vite separate.»; ma rimane attaccata alle cose, alle storie e ai suoi personaggi – come il pennarello del fumettista Osvaldo Cavandoli alla sua linea –,nel tentativo di tamponare le falle delle loro esistenze tenendole insieme, attraverso un’estetica funzionale che non perde mai di vista ciò che vuole raccontare e anche ciò che vuole immaginare.

«Forse aveva avuto soltanto una passata di febbre e non se n’era neanche accorto.»

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.bandadicefali.it/2020/03/23/la-vita-moltiplicata-simone-ghelli/?fbclid=IwAR3FGnQpr0ODrDwdujd-DYjEJE3CCcqOtlGd5hul243UHATt2lNXyqLP4-4

DONNE DI MAFIA – segnalazione su Il Sole24ore

DONNE DI MAFIA – segnalazione su Il Sole24ore

L’azione delle donne dentro e contro la mafia

Donne di mafia racconta il tumulto provocato o subìto dalle donne all’interno di Cosa Nostra: le più giovani e le più anziane; quelle che si pentono, che se ne vanno, che si suicidano.

Quelle che incoraggiano mariti, fratelli, figli a uscire dal circuito mafioso in cui sono immersi; quelle che invece scelgono la strada della denuncia, perdendo perdendo la loro libertà e passando da un rifugio all’altro; infine quelle che si chiudono in casa, sopravvivendo a se stesse nella rete della cosca.

DONNE DI MAFIA – recensione di Angela Corica su Il fatto quotidiano

DONNE DI MAFIA – recensione di Angela Corica su Il fatto quotidiano

Giornata della memoria delle vittime di mafia: queste sono le donne che hanno saputo dire no

Giornata della memoria delle vittime di mafia: queste sono le donne che hanno saputo dire no

La giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera e Avviso Pubblico che si celebra in tutta Italia il 21 marzo, primo giorno di primavera, quest’anno subirà molti cambiamenti dal punto di vista organizzativo, a causa dell’emergenza Covid-19. Ma grazie alla rete e alla campagna social promossa dall’associazione tutti potremo partecipare e dare un abbraccio virtuale ai familiari delle vittime di mafia.

Ancora una volta, e per diverse ragioni, le protagoniste di questa giornata saranno le donne. Il 21 marzo nasce proprio dal dolore di una mamma. La mamma di Antonino Montanaro, il capo scorta di Giovanni Falcone. È stata lei che durante il primo anniversario della strage di Capaci ha chiesto perché il nome di suo figlio non veniva mai menzionato. Si parlava dei “ragazzi della scorta”. E così, dal dolore di questa madre di un figlio vittima di mafia, a cui veniva negato anche il ricordo, ogni anno si leggono i nomi di tutte le vittime, per non dimenticare nessuno di loro. Perché la memoria si trasformi in impegno collettivo.

Il ruolo delle donne dentro e fuori le organizzazioni criminali, come vedremo, si è rivelato fondamentale per dare un duro colpo alle mafie. A febbraio è stato ristampato dalla casa editrice Miraggi il libro Donne di mafia della giornalista Liliana Madeo. Il testo è alla sua terza ristampa. La prima volta fu pubblicato da Mondadori nel 1994 ed è tutt’oggi attualissimo per comprendere il ruolo delle donne “vittime, complici, protagoniste” del mondo mafioso.

Liliana Madeo, in tempi in cui ancora si parlava poco o niente della figura femminile nelle organizzazioni criminali, è riuscita a tracciare il profilo delle mogli, delle compagne, delle fidanzate dei più potenti boss di Cosa Nostra. Alcune omertose, altre ribelli, protagoniste indiscusse del tumulto all’interno della mafia siciliana, all’epoca dei primi grandi pentiti. Liliana Madeo racconta di queste donne in chiave inedita, con le carte delle inchieste, ricostruendo la vita insieme ai boss, senza un filo di retorica, senza aggettivi, facendoci entrare all’interno di quelle famiglie e sentire la paura, la negazione, l’attesa, l’ansia per il futuro dei figli.

Giacomina Filippello, che per 24 anni è stata la compagna di Natale D’Ala, uomo di rispetto di Campobello di Mazara, ha conosciuto Riina, Badalamenti, sapeva chi era il suo uomo ma lui riusciva a darle tutto e a farla vivere in un mondo incantato. È stata la prima pentita di mafia dopo averlo visto morto ammazzato con 25 colpi di kalashnikov. “Lo sorpresero indifeso come un uccello. Non si accorse nemmeno che stava per morire. Era in piedi, cadde come un frutto maturo” raccontò.

E successivamente molte sono state le donne che hanno scelto di dire no. Lo hanno fatto soprattutto per il bene dei propri figli, perché non fossero costretti a un futuro di morte, paura, rabbia, scelto per loro dai padri. E così dopo il periodo siciliano, più recentemente, anche la Calabria ha avuto delle donne come protagoniste dell’antimafia.

Come Maria Concetta Cacciola, una giovane donna di Rosarno con un marito in galera che voleva essere libera di vivere la sua vita e che temeva per i suoi figli. Maria Concetta era cresciuta in una famiglia legata agli ambienti della criminalità organizzata ed era sposata con un uomo che stava in prigione. Mentre lei viveva tutti i giorni la sua prigionia all’interno delle proprie mura domestiche. Quando si è ribellata la famiglia non l’ha accettato ed è morta ingerendo acido muriatico nella sua abitazione, dopo un lungo calvario di solitudine. Alcune, come narrato bene da Liliana Madeo, hanno scelto il silenzio, l’omertà. Basti pensare alla moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella.

Oggi tuttavia qualcosa cambia. E un primo segnale c’è stato grazie a Libera e il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria con il protocollo “Liberi di scegliere”. Sono circa 70 i minori allontanati dalle famiglie ‘ndranghetiste. Una trentina le donne che hanno deciso di allontanarsi dall’ambiente mafioso e salvare se stesse e i propri figli.

Abbiamo sempre meno esempi di donne che non parlano, vestali di una cultura arcaica e feroce, come quelle descritte da Sciascia nella Sicilia come metafora e più donne che hanno cambiato la storia delle organizzazioni criminali.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/21/giornata-della-memoria-delle-vittime-di-mafia-queste-sono-le-donne-che-hanno-saputo-dire-no/5743541/?fbclid=IwAR23n9f_63eM0246Qnq5B5YKMTck17UXpwcjIalmfQ4S5wOjE9FH4r49FPE