fbpx
MONA – recensione di Maria Laura Labriola su Cronache di Caserta

MONA – recensione di Maria Laura Labriola su Cronache di Caserta

Dopo il successo di Il lago, tradotto in più di 20 lingue, Bianca Bellová, autrice ceca, torna con Mona, tradotto da Laura Angeloni ed edito da Miraggi Edizioni. Protagonisti sono Mona e Adam. Lei è un’infermiera di un ospedale travolto dalla guerra, lui un giovane soldato che ha una grave ferita alla gamba, procurata al fronte. S’innamorano, e le loro giornate sono scandite da racconti del passato. Il racconto è intervallato da molti flashback che ci svelano la vita difficile della protagonista che da piccola è stata rinchiusa per mesi in una botola per nascondersi da chi aveva portato via i suoi genitori. In quel luogo buio e angusto inventa una scrittura segreta che le darà forza giorno per giorno. La scrittura assume così un potere curativo, così come narrare, e riesce a rimarginare le ferite. Mona supera tutto componendo poesie, e con le parole si salva. Ma cosa attira Mona verso Adam? Forse l’accettazione l’uno dell’altro e l’uscita dall’invisibilità in cui si sentono costretti. Il raccontarsi ha forza così forte per Mona? Il potere salvifico delle parole viene trasmesso da lei al capezzale di Adam. Con l’ascolto vi è una sorta di transfert tra i due, come da psicoterapeuta a paziente, così il rapporto diventa sempre più intimo.

Ella rinascerà da una sorta di immobilismo e di apatia, scoprendosi più consapevole di che tipo di donna sia. Ricordando Hemingway in Addio alle armi, ritroviamo i sentimenti come vero tema dominante. L’ambiente non è solo uno sfondo, ma personaggio reale e vivente della storia. In 176 pagine vengono narrate tre epoche della vita e 5 o 6 personaggi con una precisione certosina che rimangono nella memoria. Tutto viene condensato e amalgamato senza digressioni filosofiche o giudizi personali, ma ricavato naturalmente e semplicemente dai dialoghi e dalla trama. La sua scrittura trascina il lettore con consapevolezza di essere guidato da una mano attenta alle emozioni. Non c’è bisogno di dettagli spazio-temporali, poiché tutto quello che viene descritto è extrasensoriale: lo vedi e lo senti. La Bellová pone attenzione con i suoi romanzi a problemi contemporanei che forse, presi dal nostro quotidiano, possiamo dimenticare.

MONA – recensione di Mariangela Lando su Tropismi

MONA – recensione di Mariangela Lando su Tropismi

Di donne e testimonianza. Mona di Bianca Bellová

Fin dalle prime righe di Mona, il romanzo verità di Bianca Bellová per Miraggi Edizioni, ci si addentra in una vicenda in cui gli eventi, così drammaticamente raccontati nella loro crudezza, rivelano un mondo dove le donne vengono considerate esseri non solo secondari, ma spregevoli.

Ma la protagonista non si arrende. 

Mona è un’infermiera che accoglie, cura e si dedica con grande passione alla cura dei feriti di guerra e deve essere abituata a gestire le situazioni tragiche cui versano i malati che giungono al campo. L’ambiente è estremamente maschilista. Parecchi uomini la disprezzano. Le persone arrivano in ospedale con ferite profonde, dolori lancinanti, amputazioni e necessitano di qualsiasi cosa. Anche Adam, un giovane gravemente ferito, ha bisogno di cure specifiche perché ha una brutta ferita alla gamba.

Sullo sfondo di una guerra segnata dalla dittatura, guerra che irrompe con violenza inaudita nella vita della comunità e di ogni singola persona, ecco dipanarsi il percorso di crescita di questa donna. Certi ricordi tornano vivi nella memoria e rivelano una verità dominata dalla brutalità umana.

Quello che maggiormente colpisce in questa storia è l’aspetto orripilante dell’altra faccia femminile: sono le stesse “anziane”, o altre donne a compiere gli atti più crudeli nei confronti del loro stesso sesso. Sono loro infatti a decidere le mutilazioni genitali delle bambine; sono sempre loro a rispedire in casa le mogli picchiate a sangue dai mariti.

E sono state sempre loro ad aver insultato e ad aver deprecato la stessa protagonista rinchiudendola quando “loro” ritenevano fosse stato doveroso.

 È questa la tragedia nella tragedia. L’orrore perpetuato da chi dovrebbe stare dalla tua parte per difenderti.

La nonna non le badava. Quattro donne la tenevano bloccata sopra una semplice branda sul pavimento, mentre la nonna guardava dalla porta. “Aspettiamo che tornino mamma e papà! Loro non lo permetterebbero! Loro non vorrebbero!” La nonna scosse la testa. Tocca a te stupida!

Mona è sposata con un uomo che per fortuna non la picchia. Si considera fortunata ad aver avuto pochi figli e ad aver in qualche modo allontanato l’interesse sessuale del marito per lei. Un appagamento che per queste donne è negato da sempre. La tradizione impone e vuole altro e non servono molti commenti a riguardo.

È un brav’uomo Kamil. Non la picchia, non la prende mai con la forza. La loda sempre per quello che cucina, anche quando non è un granché. Il marito di Mara la sua amica, l’ha trascinata per i capelli e le ha dato un calcio in pancia così forte da farle uscire gli escrementi. Invece il marito di Azum ha ingaggiato un drogato per strada perché le buttasse addosso dell’acido in cambio di una dose.

Uno spiraglio di luce arriva dalla scuola per infermiere in città, ancora in funzione nonostante i bombardamenti. In ospedale si devono prendere le decisioni più difficili e risolutive per la sopravvivenza dei giovani.  Il sovraffollamento  nelle corsie e nei vari reparti diventa, man mano che si prosegue nella lettura, molto estenuante. La donna dedica molte ore ad un lavoro che ama. Ed è proprio in corsia che si instaura un rapporto particolare tra lei ed Adam: l’uomo deve subire un’altra delicata operazione.

Se è possibile, voglio vivere.

È ciò che vogliamo tutti. Ciò che desideriamo da sempre. Abbiamo il diritto di essere felici. Dovremmo esserlo senza mettere al primo posto sempre gli altri. Ma per Mona non è così. La tradizione culturale, le brutalità umane, il contesto sociale, le guerre, le devastazioni, le mancanze materiali hanno sempre fatto in modo che a prevalere per lei sia qualcos’altro.

Per lei, in tutte le crepe della vita, l’unica luce emergente è quella per Adam; il solo vederlo le dà sollievo, il dato di fatto che lui sia ancora lì le rischiara la giornata al punto che riesce a lavorare incessantemente per ore e quando sedendosi con un bicchiere di granita alla frutta qualcuno le rivolge la parola disprezzandola con un

Perché non sei accompagnata donna immorale?

lei con grande fermezza e coraggio riesce a rispondere: Scusi, mi fa ombra.

Molte volte abbiamo letto e sentito racconti simili. Leggendo questa storia non solo ci si affeziona alla protagonista, ma la sensazione netta è che esista un’altra via.

Rimaniamo inorriditi di fronte a questi eventi così vicino a noi. Ed è anche per questo che serve la letteratura come testimonianza. Non possiamo solo  commentare. È arrivato il momento che le parole diventino azioni concrete. I romanzi come questi non rappresentano per chi legge solo evasione.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

MONA – recensione di Anja Widmann su Exlibris20

MONA – recensione di Anja Widmann su Exlibris20

Se raccontare è mettere ordine nella vita e trovarne un senso, i personaggi di Mona ricorrono alla narrazione per prendere possesso della propria storia, mettere in fila gli accadimenti che ne hanno delineato l’andamento e riappropriarsi così della propria identità.

Come nel precedente Il Lago, Bianca Bellová ambienta questo romanzo in un tempo e in un luogo non definiti: un paese senza nome straziato dalla guerra e vessato da una dittatura religiosa. 

Tutto, qui dove siamo, sembra fatto per cancellare l’identità personale: le grida di soldati senza nome, l’annullamento delle donne, che possono uscire solo accompagnate e con il capo coperto, la miseria di chi ha perso tutto, le sparizioni politiche e una natura inclemente che si riprende ciò che l’uomo cerca di strapparle.

Mona lavora come infermiera nel reparto militare dell’ospedale ed è qui che incontra Adam, poco più che un ragazzo, che oscilla tra la veglia e il delirio della febbre in cui continua a sprofondare in seguito all’amputazione della gamba. Gli analgesici scarseggiano, gli antibiotici sembrano non avere alcun effetto; Mona ha solo le parole per tentare di trattenere Adam nel mondo dei vivi e le usa come le ha già usate per tenere attaccata alla vita sé stessa in passato, ricorrendo al potere salvifico della narrazione. 

Adam si attacca alla voce di Mona come all’eco di una felicità scomparsa per sempre: la mamma francese di Mona così simile alla sua nonna che, avendo lavorato per una famiglia francese, aveva ricreato per la sua famiglia, con il duro lavoro, lo stesso clima elegante che il ragazzo ritrova nei ricordi di Mona, a tenere lontano lo squallore e la distruzione che avrebbero divorato la città. 

Bianca Bellovà non risparmia nulla di questa crudezza nelle sue pagine, ci mostra gli arti cauterizzati e le bende che trasudano sangue, le discariche dei rifiuti medici saccheggiate dai derelitti della città, l’ospedale che cede all’incuria, il silenzio rassegnato della gente comune.

C’è un cielo immenso che pesa sopra le teste dei personaggi di questa storia, che si muovono impotenti sotto di esso. “Fa caldo” si dicono,  ed è una constatazione che resta sospesa, non c’è azione possibile, solo l’enorme fatalità delle cose.

Con questa accettazione Mona ha vissuto gli stavolgimenti che sono stati la sua vita, passivamente, come qualcosa di troppo grande per poterla provare a contrastare; e solo adesso, raccontando la propria storia a Adam, può riappropiarsene, scrollandosi di dosso l’apatia che la immobilizza. Mona passa quindi dalla passività del subìto al racconto attivo, valutando gli esiti e rimettendo in discussione il suo presente. Lo fa come una rivolta, come una scelta che non le può essere rubata, non stavolta.

La trama di questo romanzo non è l’ordito che allontanandosi mostri un disegno più vasto e preciso, è sfilacciata e discontinua, invece; se un disegno è presente non è per i nostri occhi coglierlo per intero. L’autrice ci mostra i suoi personaggi per frammenti, lasciando al lettore il compito di intuirne le traiettorie. C’è un prima e un dopo, però; Mona è una storia di trasformazione. 

E c’è una levità particolare nel rappresentare, a pennellate lievi, i momenti di cambiamento profondo della protagonista; ed è qui che traspare tutta la maestria di Bianca Bellová.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

MONA – recensione di Federica Duello su Letto, riletto, recensito!

MONA – recensione di Federica Duello su Letto, riletto, recensito!

Mona fa l’infermiera; da una ragazza dall’animo dolce segnato dagli eventi ormai quotidiani di quella porzione di mondo in cui è nata e cresciuta non ci si potrebbe aspettare altro. Pronta ad aiutare chiunque stia soffrendo e abbia sofferto peggio di lei, che da bambina, si affacciò alla vita consapevole si era affacciata alla vita vera da una botola in cui rimase per lunghi mesi, accudita dalla nonna perché non prendessero anche lei, dissidente figlia di dissidenti. Neanche durante la gravidanza pensò a mettersi da parte: giovane, con un essere in grembo e in testa ancora gli incubi dell’infanzia passata nel luogo chiuso e angusto, partì per la capitale alla ricerca di notizie di suo padre, eroe nazionale per i diritti di chiunque si consideri essere umano libero. Adesso Mona è una donna, libertina e forte; sposata con un uomo non convenzionale, Kamil e suo figlio, Ata, tipico adolescente ribelle per motivazioni che non saprà mai nessuno, in realtà. La vita di Mona scorre tra l’ospedale, la famiglia, e la speranza di una vita finalmente giusta, mentre assaggia i suoi adorati macarons per strada, senza uomo al suo fianco che la tuteli, per sentirsi ancora viva nonostante tutto: anche nonostante le occasioni in cui il caporeparto, per punirla a causa un’istruzione mal seguita o per la sua cattiva condotta (per cui molto spesso le due cose vanno a coincidere), attua dei comportamenti tipici di un maschilismo finto predominante che mira a ricordare alla donna chi sia davvero al comando, nell’area.

Non è data sapere l’esattezza geografica né temporale dello svolgimento della sua vita, ma di certo questa è basata in un luogo in cui le donne senza accompagnatore né velo sono chiamate a rispettare la legge morale, considerate poco di buono e guardate malamente: cosa si credono d’essere, uguali agli uomini? 

Non siamo in qualche paese a sud del mondo, una trentina d’anni fa orsono. Questa è storia contemporanea. A noi che la viviamo. Nell’ospedale in cui lavora Mona arriva un soldato, un ragazzo, Adam; uno dei tanti che arriveranno da lì a poco; soldato superstite di una guerra di cui si visse l’inizio, di cui ancora non si vede una fine né chi la vivrà. Un ragazzo come tanti altri, in balia delle poche risorse ospedaliere del luogo, su un letto all’interno di un’evanescente struttura sanitaria preda della natura umana e atmosferica di un periodo storico che non concede scampo

“Mona” si svolge tra continui salti tra passato e presente delle vite di Mona e Adam: i giochi da bambino e i primi amori fino alla guerra in mezzo al deserto per lui, l’imposizione di un peccato originariamente commesso ma mai realmente attualizzato, per lei: sono entrambi pedine, dure a cadere, di una storia in cui o ne sei il (o la) protagonista anche a costo di tutto ciò che potresti mai desiderare, o vai inesorabilmente verso il baratro, cadendo a pezzi come l’ospedale in cui Mona lavora, assorbito dalle radici di un albero che per incurie o per scarsità di mezzi, è stato trascurato per molto, troppo tempo.

In entrambi i racconti di vita però spicca una figura, dominante sul resto: la nonna. Eterno simbolo di tradizione, saggezza (non che corrispondano necessariamente, le due), del saper stare al mondo; definizione profonda delle radici che ognuno di noi ha e di cui, molto spesso, ci si dimentica. È questo, ciò che si evince da “Mona”: bisogna conoscere le proprie radici non per seguirle senza criterio, convinti a priori che sia la scelta migliore per ognuno di noi; bisogna, anzi, conoscerle per esaminarle dal profondo, vivisezionarle e saper distinguere il buono da ciò che invece non è giusto o non più giusto, sia per noi che per chi verrà dopo.

Una scrittura coinvolgente e accattivante al tempo stesso magnetizza l’attenzione del lettore al suo messaggio; la composizione testuale si insinua tra i tessuti emozionali come un ago giocando tra l’amore e la morte, sia corporea che spirituale, attraverso uno studiato intermezzo tra eventi passati e presenti provenienti gli uni dagli altri che, come molto spesso succede anche nella vita reale, si confondono fino a rappresentare un unico cerchio infinito che solo un’azione sovversiva sarà in grado di spezzare.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/90061/bianca-bellov%C3%A1—mona—miraggi

MONA – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi Libri e non solo

MONA – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi Libri e non solo

«Nessuno vuole morire» sussurra Mona. «Si sforzano tutti di vivere, di sopravvivere. Si aggrappano tutti alla vita, anche quelli a cui resta solo mezzo cervello e senza una gamba. Nessuno vuole morire».

L’affermata scrittrice ceca Bianca Bellovà ritorna, dopo il grande successo di critica de Il lago, con un libro davvero eccezionale, Mona edito da Miraggi e tradotto sapientemente da Laura Angeloni.

MONA
clicca per accedere

Della trama sappiamo solo che è in corso una guerra, che spazza via interi palazzi, lasciando nuvole di polvere, i soldati feriti dal fronte vengono portati all’ospedale dove esercita Mona, sono talmente tanti che sono ammassati sui muri.

Mona la nostra protagonista ha avuto una vita difficile, da piccola è stata richiusa per mesi in una botola per nascondersi da chi aveva portato via i suoi genitori. All’ospedale viene ricoverato un giovane soldato a cui hanno amputato una gamba, Mona se ne prende cura, e le loro giornate sono scandite dai loro racconti del passato.

Mona sa quanto sia facile soccombere alle visioni, quanto impercettibile sia il passaggio tra sanità mentale e assoluta pazzia, ha comprensione per lui, gli preme una mano sulla fronte e pronuncia parole rassicuranti, non potendogli somministrare sedativi.

Mona ha superato suo malgrado le avversità della vita scrivendo poesie, non a caso conosciamo il potete salvifico della scrittura, e attraverso un linguaggio cifrato, scrive i suoi pensieri.

Mona affronta il bigottismo religioso, non ama coprirsi il capo e anzi sfida il veto imposto andando in giro senza il foulard, Mona è una donna audace che non teme i pettegolezzi.

“Esistono molti tipi di umiliazione, Mona ne conosce a migliaia, per sentito dire e per esperienza diretta. Gli uomini che incrociandola per strada fanno schioccare la lingua. L’impiegato della banca che ticchetta impaziente con la matita sullo sportello, senza prendersi la briga di aprir bocca, quando Mona si attarda troppo a cercare un documento. Gli inopportuni palpeggiamenti sull’autobus. Gli infiniti parlottii, essere chiamata puttana quando esce con la testa scoperta”

La narrazione è strutturata tra passato e presente, con gli eventi che hanno caratterizzato la vita di Mona e il soldato Adam, fino ai momenti correnti.

In un lento divenire, una Mona bambina fino a una Mona moglie e madre; per entrambi sono esplorazioni intime, pensieri ed emozioni che scorrono come un fiume in piena, entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro.

Mona è un libro notevole dove i sentimenti sono i veri protagonisti, una storia che incolla il lettore alle sue pagine, e dove la fermezza di carattere porterà Mona a liberarsi finalmente da un passato ormai perduto come la sua infanzia, come le case e i balconi distrutti dalla guerra.

“Contro gli spessi muri della stanza i pensieri sbattono e rimbalzano rimbombano in una valle sorda e il sonno è l’unico incantesimo che la liberi dal desiderio

Bianca Bellová (1970) è una delle autrici più affermate della Repubblica Ceca.

Ha esordito nel 2009 con Sentimentální román (“ Romanzo sentimentale ”), ripubblicato in nuova edizione nel 2019, a cui ha fatto seguito nel 2011 Mrtvý muž (“ L’uomo morto ”), tradotto in tedesco, e due anni dopo Celý den se nic nestane (“ Non succede niente tutto il giorno ”).

Nel 2016 arriva il grande successo di critica e di pubblico de Il lago, tradotto in più di 20 lingue (in Italia in questa stessa collana) e vincitore nel 2017 di due importanti premi: il Premio Unione Europea per la Letteratura e il premio nazionale Magnesia Litera.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

MONA – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

MONA – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Mona, libera e rivoluzionaria in una società degradata

Gentili lettori,

ci ritroviamo ancora una volta ai margini di una società degradata, dove l’abbrutimento e la fatiscenza sono speculari a dinamiche di possessione dei corpi, delle coscienze e del loro annientamento. Risuona Foucault di “Sorvegliare e Punire” e le relative logiche di delirio. Questo nodo tematico profondo e irresolubile è il centro del lavoro di Bianca Bellová che, con il suo “Mona”, uscito in Italia l’8 giugno, tradotto da Laura Angeloni per Miraggi Edizioni, s’inscrive tra gli autori che hanno sentito l’urgenza di reificare la questione elevandola a iperbole speculativa e declinandola in modo da accogliere e illuminare altre afferenze tematiche: la repressione del desiderio, la discriminazione dei diritti delle donne, le esecuzioni sommarie, la tortura, il linciaggio, la guerra, l’ambiente oltraggiato, la perdita dell’innocenza.
L’autrice ci ha abituati al superamento dei generi letterari, essendo le sue produzioni dotate di un dispositivo affabulatorio slegato da caratterizzazioni stereotipate, creando atmosfere ben radicate nell’attualità ma con un continuo rimando a suggestioni atemporali, che sfiorano lo straordinario.
Gran parte della storia si svolge in un ospedale che si sta sgretolando pian piano, in un paese di cui non conosciamo il nome, in mezzo a una guerra civile. 
Mona è un’infermiera che ha conservato la dignità dei principi coi quali è stata formata, nonostante subisca le molestie di un medico del suo reparto. I suoi genitori, dissidenti e spariti nel nulla, le hanno lasciato in eredità valori che non è incline a barattare. La nonna, per proteggerla dal regime, l’ha segregata in una sorta di piccolo scantinato, nella sua casa di campagna. 
«Ed eccola lì, tra quattro pareti non murate. La stanza – ma poteva chiamarsi stanza? – era completamente buia, senza finestre. Alzandosi in piedi Mona toccava con la testa la botola da cui una volta al giorno riceveva una ciotola di riso e consegnava il recipiente con gli escrementi». 
Una volta adulta sposa un uomo che la rispetta ma di cui non è innamorata e con lui ha un figlio. Nella sua città le donne vanno in giro solo col velo sul capo e accompagnate. Mona è libera, rivoluzionaria. Sarà l’incontro con Adam, un paziente arrivato in pessime condizioni e che subirà amputazioni, a rinvigorire una volontà che va ben oltre la dose di piccoli orrori quotidiani. In stanze desolate, impregnate di iodio e morte, i due iniziano a scambiarsi i ricordi, collimanti con l’identità martoriata di un intero paese.
«Perché non sei accompagnata, donna immorale?», le dice un uomo. E poi la minaccia. «Ma tu non eri quello ricoverato in ospedale l’anno scorso per un’ernia, quello che frignava come una femminuccia?», ribatte Mona.
Bianca Bellová frammenta la parola, la polverizza per ricreare atmosfere sibilline in cui il lettore ritrova fini aderenze a una letteratura esistenziale. 
«Se è possibile, voglio vivere. Ma se non lo è, vorrei solo che finisse presto». E poi la fine, degna di un Romain Gary.
L’Antiquario vi saluta.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

Nami vive in un piccolo paese fatto di case che si affacciano su un’unica via chiamata Via dei pescatori. Boros è il nome del paese affacciato su un lago attorno a cui gira tutta la vita, reale e leggendaria. Un allevamento di storioni e una piccola fabbrica in cui si lavora il pesce. In lontananza le ombre scure di pozzi petroliferi che sembrano fare da contrasto all’unico chioschetto del paese in cui si vendono aringhe e semi di girasole. Nella piazza la statua dello Statista.

In questo scenario defilato cresce Nami, insieme ai nonni. Del padre non si sa nulla e della madre, il ragazzino, conserva l’indelebile ricordo di un’ombra rivestita da un costume da bagno e una voce che, in riva al lago, lo consola dal suo dolore allo stomaco. È un ricordo vago ma che prende, nell’animo del ragazzo, il posto del vuoto lasciato, mentre si addormenta sul ventre della nonna che gli racconta le storie dello Spirito del Lago e dell’Orda d’Oro i cui guerrieri aspettano di essere risvegliati da un altro guerriero. E mentre il lago si prende anche i nonni Nami comprende la durezza della vita, le ferite e le cicatrici di troppi strappi. Cresce lui mentre il lago si svuota sempre più. E in questo speculare procedere, lui parte alla ricerca di sua madre, tra incontri, dolori, fatiche e la “colpa” dell’essere chiamato figlio di puttana. Fono a un epilogo tanto bello quanto doloroso.

Il lago, di Bianca Bellova, tradotto in quindici lingue e vincitore di due importanti premi come il Premio Unione Europea per la Letteratura e il Premio Magnesia Litera, nella bellissima traduzione di Laura Angeloni, ci si presenta quasi come un libro a più livelli in cui, a quello della ricerca della verità da parte di Nami, si affianca quello simbolico ma anche quello di denuncia verso un sistema che sfrutta e uccide il lago il cui spirito sembra essere ridotto a fango e inquinamento e denuncia verso un potere politico assoluto e violento.

Bianca Bellova (Foto da miraggiedizioni.it)

Ma è anche un libro in cui, alla conclusione, si inserisce l’accettazione delle vite altrui, la sospensione del giudizio, da parte di Nami, non tanto su chi fossero i suoi genitori ma sul perché abbiano fatto ciò che hanno fatto. Nami, nei momenti davvero importanti per il suo percorso, non è solo. E questo, credo, è uno dei motivi su cui mi sembra insistere la Bellova: la vecchia Dama che gli dirà che sua madre è viva e l’anziano genitore del ragazzo accusato, diciotto anni prima, di avere violentato sua madre, sono lì a dirci che un punto di domanda (da cui parte necessariamente una ricerca) può, girandosi a gambe all’aria, diventare un gancio.

Attorno a tutto questo un lago, il lago (con un articolo determinativo non casuale) che è un immaginario collettivo attorno a cui c’è la vita ma anche la morte, soprattutto quando inferta per placare uno spirito che sembra quasi una enorme nemesi, e dentro il quale ci sono fantasmi ma anche oggetti e corpi pronti ad essere restituiti. Tutto sorretto da una scrittura dentro la quale l’autrice sparisce per lasciare posto e attenzione alla storia, alle voci e ai sussurri dei protagonisti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

NAMI E IL LAGO
Summer lovers #20

Prima di iniziare a leggere Il lago di Bianca Bellová, è utile soffermarsi sulle considerazioni della traduttrice Laura Angeloni, riportate sui risvolti di copertina. Sono parole vibranti, cariche di emozione, capaci di preannunciare gli stessi stati d’animo che vivrà il lettore non appena si addentrerà nelle vicissitudini di Nami, il protagonista del romanzo.

Se Angeloni ricorda i «giorni in cui vai avanti a tradurre fino a notte fonda, perché […] non puoi addormentarti prima di averlo portato in salvo, almeno per ora, almeno per un po’», il lettore si troverà in una situazione del tutto simile. La drammatica progressione di avversità che si abbattono su Nami crea un coinvolgimento emotivo talmente forte da rendere impossibile l’idea di allontanarsene. Non si può far altro che proseguire la lettura, nella speranza che riesca finalmente ad assaporare una felicità piena e inviolabile, o la sicurezza di un legame affettivo duraturo. «Quel bambino, poi adolescente, poi ragazzo, ti viene da prenderlo per mano e non lasciarlo più».

La prima volta che lo si incontra, Nami ha tre anni. È stato portato alla spiaggia del lago che lambisce Boros, il villaggio dove vive insieme ai nonni. Non si tratta di un giorno qualunque: è l’unica volta in cui è presente anche sua madre. Di lei conserva soltanto il nebuloso ricordo dei tre triangoli rossi del bikini, il potere calmante del suo canto e la dolcezza con cui lo ha assistito durante un attacco di vomito conseguente al bagno fatto nel lago.

La tossicità di quelle acque diventa presto evidente. La pelle degli abitanti di Boros viene marchiata con eczemi cronici e cominciano a nascere bambini deformi. I segni di un massiccio inquinamento ambientale permeano l’intera narrazione, con riferimenti puntuali e ricorrenti al disastro dell’Aral; tuttavia, a questi dati di realtà si affianca una dimensione animistica altrettanto pervasiva. Lo Spirito che dimora sul fondo del lago è arrabbiato e sta punendo il villaggio per una colpa che sembra riguardare anche Nami.

Il lago prende la vita di suo nonno durante una tempesta e, in un secondo momento, anche l’esistenza della nonna giunge a termine tra le sue acque. Da questo episodio straziante, in cui si mescolano riti sciamanici e metodi da regime totalitario – si può avvertire l’eco de La fattoria degli animali di George Orwell –, prende avvio il percorso di formazione di Nami, che passa attraverso prove sempre più terribili.

Il presidente del kolchoz si insedia in casa sua, trattandolo alla stregua di un servo. Quando le circostanze peggiorano a tal punto da privarlo di ogni dignità e affetto rimastogli, Nami decide di andarsene da Boros e raggiungere la capitale.

In città, le sue giornate sono scandite dagli insalubri lavori di fatica in cui viene impiegato, mentre nei momenti liberi gira per le strade e i locali pubblici con l’irrealistica speranza di imbattersi in sua madre. Sull’asfalto fresco che deve stendere attorno alla fabbrica di zolfo Nami «disegna di nascosto il suo dolore; le grandi mani della nonna, la curva di un corpo femminile, le galline nel pollaio puzzolente, i tre triangoli».

Non appena lo sfiora un po’ di umanità e tenerezza, arriva una nuova batosta. La Vecchia Vergine inghiotte tutto, lettore incluso. L’impatto della scena è devastante e viene ulteriormente rafforzato dallo stile letterario di Bellová. La sua scrittura scarna, cruda, priva di qualsiasi raffinatezza o eufemismo arriva diretta e lancinante come una coltellata, accordandosi alla perfezione all’andamento narrativo. A questo punto del romanzo, il timore che Nami non sia destinato a trovare pace comincia a profilarsi in modo netto, raggelante.

Quando entra a servizio del losco e facoltoso Johnny, la violenza delle vicende in cui viene coinvolto è talmente estrema da caricarsi di contorni surreali e raggiunge l’apice in quella corsa disperata, zigzagante fino al dorso della collina, dove rotola in cerca di riparo. Bellová, con una maestria letteraria indiscutibile, aveva già mostrato un episodio analogo, quando Nami era ancora a Boros, ma la sua valenza è ora del tutto diversa. Non si tratta più della fuga di un ragazzino impotente e sconfitto dagli eventi; la crescita interiore di Nami è in atto, ormai sta imparando a reagire ai soprusi e a difendersi.

La sua ribellione segna una svolta quasi fiabesca; viene infatti accolto dalla Vecchia dama che, come una fata madrina in piena regola, conosce tutto di lui e lo guida verso una nuova tappa del suo viaggio.

Nello svelamento finale, Bellová riconferma il suo talento: una prefigurazione di quanto sarebbe accaduto era già stata messa davanti agli occhi di Nami, quand’era ancora quel ragazzino di Boros che adesso non esiste più.

La sensazione è che non sia possibile conoscere quale sia davvero la verità. O, forse, una versione non esclude l’altra. Al lettore la scelta. Una cosa è certa: lo Spirito del lago è arrabbiato, e a ragione. Tuttavia, qualcosa può essere ancora recuperato e chissà se non spetterà proprio a Nami un intervento risolutivo.

Chiara Meistro

 

 

Miraggi edizioni sta portando avanti un programma editoriale di pubblicazione e ripubblicazione di autori della Repubblica Ceca, grazie all’interesse e alla cura di Alessandro De Vito.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Nami e il lago

Piove, Vivien – Il racconto inedito di Bianca Bellová su Reportage di Riccardo De Gennaro

Piove, Vivien – Il racconto inedito di Bianca Bellová su Reportage di Riccardo De Gennaro

Qui tutto ciò che c’è da sapere sul nuovo numero di REPORTAGE > https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-39/

Dalla stessa autrice di IL LAGO

 

È seduto a tavola, guarda il suo piatto e tace.

“Che hai fatto oggi?”, chiedo come se non lo sapessi.

Scrolla le spalle e risponde che non ha fatto niente di speciale.

“Domani allora potremmo andare a funghi”, dico, e lui scrolla di nuovo le spalle.

“Mh”.

“Oppure a pesca?”

“Mh”.

È qui da una settimana, e aspetto ancora il suo sorriso. Ora capisco perché Adéle sia tanto preoccupata. È triste vedere questo ragazzo così privo di vita. L’estate scorsa, quando è venuto in vacanza da me per una settimana, era un ragazzo allegro, normale. Si tuffava di testa nella pozza sotto la diga, dove da bambino lanciava sassi e bastoncini. Gli stava cambiando la voce, si stava trasformando in uomo, ma era ancora il nostro Tobiáš. Adesso mi ritrovo in cucina questo musone che non smette mai di tener d’occhio il cellulare e appena finisce di mangiare torna a stendersi sul letto con le cuffiette alle orecchie, fino al pasto successivo. “È una vera e propria depressione” mi ha informato Adéle, sottolineando le parole vera e propria, come a voler allontanare ogni mio eventuale dubbio. “Nessuna angoscia o malumore. Ha una diagnosi di depressione e prende un leggero antidepressivo”.

Ha fatto una pausa di silenzio, voleva capire se le sue parole avevano colpito nel segno. Sono rimasto zitto anch’io. Ovviamente sapevo della diagnosi, ma da sempre sono convinto che per questo genere di cose non ci sia niente di meglio che passare un po’ di tempo a ripulire il cortile dal letame, o farsi una corsetta di qualche chilometro.

“Va anche da una psicologa. Ma d’estate è in ferie, allora deve farcela anche senza. Dovresti cercare di parlargli molto”.

Annuisco.

“Non sono così sicura di potertelo lasciare”, sospira Adéle. “Mi fa così paura vederlo così”.

Annuisco.

“Devi fare molta attenzione, papà. Ogni tanto gli vengono pensieri suicidi”.

Questa cosa mi spaventa un po’, ovviamente.

“È così fragile!”. Adéle scuote la testa, con le lacrime agli occhi. “A volte mi sembra quasi che stia bene, allora il cuore si alleggerisce di un peso enorme. Poi però riprecipita nel buco nero ed è come se mi trascinasse con sé. Mi sembra di dover svuotare una barca che affonda”. “Ma non sarà solo innamorato?”, domando.

Adéle mi guarda incredula attraverso le lacrime, io dico solo “scusa”.

“Non la prendere alla leggera, per piacere. Ho bisogno di sapere che non sottovaluti la cosa, papà. Se pensi di non potertene occupare a tempo pieno me lo riporto a casa”.

“No, stai tranquilla, Adéle, ci starò attento. Non lo perderò mai di vista, non preoccuparti”.

La abbraccio. Piange.

“Ho paura per lui”, singhiozza sulla mia camicia. Le accarezzo i capelli.

“Vai tranquilla. Ora mi preoccuperò io al posto tuo”.

Mia figlia. Non è facile diventare intimi con una figlia. È di fatto una battaglia che dura tutta la vita, un rapporto fragile come un guscio d’uovo. La prima volta che l’ho vista sono scoppiato in una risata isterica. Mia moglie me l’ha mostrata attraverso il vetro del reparto maternità e Adéle era pelosa come un orangotango, brutta. Ma man mano che gli anni passano cominci ad abituarti a quell’esserino. E quando poi cominci a renderti conto che è la cosa più preziosa che hai, arriva un ragazzo e te la porta via, e ti rimangono solo le foto sotto l’albero di Natale, di lei che abbraccia il suo orso di peluche. Per un paio di anni il ragazzo se la tiene tutta per sé, poi le spezza il cuore e lei ritorna tra le tue braccia, anche se solo metaforicamente, ovvio.

E comunque le cose continuano a non andare come dovrebbero, ci rendiamo conto di quanto siamo lontani, a volte passiamo intere ore in silenzio perché non riusciamo a trovare un punto di interesse comune, oppure farfugliamo una banalità dietro l’altra. Sul tempo per esempio, che nessuno dei due sopporta. Oppure ascoltiamo al notiziario che nel carcere di Guantanamo usano la musica dei Bee Gees o di Eminem come strumento di tortura e lei ti sgrana gli occhi addosso, come può essere la musica una tortura? Che tortura è? La musica è una cosa bella, anche se non ti piace ti ci abitui, no? Me la chiami tortura? Le dico che sì, può essere una tortura anche se ti mettono alle orecchie delle cuffie che non puoi toglierti e per trenta ore di seguito continuano a mandarti a tutto volume sempre la stessa canzone, che magari ti fa schifo. Scuote la testa e dice che lei non avrebbe problemi ad abituarsi. O al limite quelle dannate cuffie se le toglierebbe e basta. Se le togliessero no, non può essere così impossibile. Tobiáš si intromette nel discorso e dice: “Mamma, stiamo parlando della Cia, lo capisci?”. E intanto mi guarda con un’espressione rassegnata. Ci scambiamo uno sguardo come a dire che è incorreggibile, e per un attimo ci sentiamo due cospiratori.

Quando Adéle e Tobiáš si salutano lei lo abbraccia forte, e lui le sta appiccicato come se da quella stretta dipendesse il destino del mondo. Sembra un po’ ritardato. Ma appena Adéle si siede in macchina e accende il motore, Tobiáš è già di nuovo incollato al telefono.

Non saprei dire se sono contento o meno di averlo qui. Sono abituato a vivere da solo e i calzini di un altro uomo sparsi per casa mi danno un po’ fastidio. Anche dover sempre cucinare. Adéle si è raccomandata di preparare pasti nutrizionalmente validi (ha detto proprio così!), soprattutto niente salumi, escludendo in tal modo più o meno la metà dei cibi che normalmente consumo… e oltretutto sono sempre lì a preoccuparmi se mangerà o non mangerà una determinata cosa, che di solito in effetti non mangia mai. Ma per il resto è bello avere qualcuno a cui augurare il buongiorno e la buonanotte, Tobiáš non parla molto, ma l’educazione non gli manca.

“Quegli stupidi rospi fanno un tale casino di notte che non riesco a dormire. Non ti dà fastidio?”

È uno dei miei tentativi di chiacchierare con lui.

“Che rospi?”, chiede, attraversandomi con lo sguardo.

Un giorno si distrae e lascia il telefono sul lavandino del bagno. Sul display vedo la foto di una ragazza. Lunghi capelli biondi e un aspetto ordinario. Un bel sorriso, anche se un po’ forzato. Di certo non una femme fatale, per i miei gusti, ma non ho alcuna intenzione di dirglielo. Faccio appena in tempo a riappoggiare il telefono dov’era.

“Quanti giorni sono che ti metti quella maglietta?”, mi affretto a chiedere.

Tobiáš mi guarda come se parlassi una lingua straniera, poi scrolla le spalle.

Il pomeriggio andiamo a guardare una gara di macchine, appena fuori città. Tobiáš indossa una maglietta pulita e si è persino pettinato. Il ciuffo è sistemato sulla fronte, a coprire i brufoli. Per un attimo il suo interesse è catturato da qualcosa che vada oltre il suo campo visivo. Continua a ripetere che è uno sport da dementi, ma intanto segue con attenzione le auto che sfrecciano sulle curve. Gioca con una moneta, gli riesce davvero bene, la moneta scivola su e giù tra le dita, non si ferma nemmeno un attimo, gli gira e rigira all’infinito per il palmo della mano.

“Mi stai facendo diventare nervoso. Non potresti smettere almeno per un secondo?”, protesto.

Scrolla le spalle e si interrompe diligentemente per qualche istante, poi però ricomincia.

“Sai quante possibilità ci sono che l’auto esca di pista e investa uno spettatore?”, mi chiede.

“Non lo so”.

“Una su mille e seicento”.

Mi sembra una stupidaggine, ma fischio sorpreso. “Non sono mica così poche, eh?”

“Mh” annuisce orgoglioso, facendo sparire la moneta. Bisogna riconoscere che con le mani

è un vero mago.

Di ritorno a casa mangia due porzioni di polpettone. Sono soddisfatto, mi pare un buon segno. Gli verso mezza bottiglia di birra in un bicchiere e beve senza commentare. Telefono ad Adéle e le dico che oggi con Tobiáš è andata molto bene. È felice.

Gli chiedo se abbia voglia di guardare un film. Lui scrolla le spalle. Allora metto The Doors, del ’91. È in lingua originale, quindi ogni tanto, quando non capisco qualcosa, chiedo a Tobiáš. Tobiáš non si mostra di certo entusiasta nei confronti del film, però lo guarda fino alla fine, non si alza nemmeno per andare al bagno. Finito il film prendo la biografia di Jim Morrison Nessuno uscirà vivo di qui e la sfoglio un po’. Poi faccio finta di dimenticarlo sul tavolo.

Al mattino vedo che il libro è un po’ spostato.

È presto, ma fa già caldo. Gli propongo di andare a fare il bagno nella Nežárka. Scrolla le spalle, dice che è troppo afoso. Che posso fare? Sforzandomi di pronunciare la frase con una certa perentorietà gli dico di andare a prendere il costume, che io lo aspetto in macchina. Lui non protesta. Quando esce dalla porta il motore è già acceso. Alla radio c’è una vecchietta che sta raccontando della sua infanzia. Mi aspetto che Tobiáš cambi stazione, invece la lascia lì, anche se finge di non ascoltare. La signora racconta che da piccola si è seduta su un ago e hanno dovuto operarla per estrarre l’ago dal suo corpo prima che raggiungesse il cuore, e poi che a cavallo tra i due secoli suo nonno commerciava lana e formaggio di pecora nei Balcani. Mi fermo in un luogo poco frequentato, così non dovrò preoccuparmi che qualcuno mi guardi la pancia o la pelle, ormai assai poco sexy. Tobiáš vola in acqua direttamente dalla macchina, lasciando cadere in corsa i vestiti sull’erba, quando si tuffa è nudo (e uscendo si ricorda all’improvviso del senso di pudore e cerca di coprirsi con gesti quasi commoventi). L’acqua è ghiacciata e urla come se lo stessero squartando. Io tasto cautamente le pietre coi piedi. Non percepisco il freddo dell’acqua. Quando esco mi sdraio contento sulla vecchia coperta che porto sempre con me nel portabagagli. Tobiáš osserva che era la coperta di Fred. Sono sorpreso che se ne ricordi e glielo dico. Non è affatto strano, risponde Tobiáš, visto che la coperta puzza ancora di cane e ci sono ancora attaccati i suoi peli. Sulla strada di ritorno compriamo un cocomero e lo mangiamo tutto. Fino a sentirci male.

A casa Tobiáš mi insegna a usare i tasti di scelta rapida. Poi mi chiede di mettere un programma di cucina che guarda ogni tanto sua madre. Lo guardiamo anche noi, scrollando la testa. Due disperati senza il minimo di inventiva si stanno cimentando in una crema sfaldabile di cavolo e crescione. “Sai che goduria!”. Tobiáš ride per la prima volta. Gli propongo di fare un nostro programma culinario, io e lui.

Preparo gli ingredienti e intanto Tobiáš filma col cellulare. Tra il giornale e un barattolo di senape poggio sul tavolo sei uova esattamente nello stato in cui mi sono state consegnate dalla vicina, con lo sterco di gallina e le piume attaccate al guscio. Poi un sacchetto strappato di farina e un bicchiere sudicio pieno di latte. Tobiáš continua a filmare e ridacchia. Apro le uova nella ciotola come lo scimpanzé ammaestrato di Sei orsi e il clown Cipollina. Poi mescolo l’impasto e comincio a friggere le crêpes. Mentre ne lancio una nel tentativo di girarlo mi cimento in una piroetta. Ma perdo l’equilibrio, devo aggrapparmi al tavolo. Fortunatamente Tobiáš si sta dando da fare per il recupero della crêpe caduta e non se ne accorge. Poi gli trilla il cellulare. Lo guarda per un attimo e per il resto del tempo è come se non ci fosse. Si limita a sbocconcellare la crêpe senza entusiasmo. “Grazie, ma non mi va più”, dice. Si alza da tavola e si allontana come se andasse alla ghigliottina.

“Che è successo, ragazzo?”, grido, pur sapendo che è inutile.

“Niente”, risponde senza nemmeno girarsi. Mi massaggio le cosce. Arriva una telefonata di Adéle e lascio squillare il telefono. Sento ancora quel maledetto cocomero sullo stomaco. Guardo nel vuoto, continuo a massaggiarmi le gambe. Mi formicolano come se avessi preso una scossa.

Lascio passare un’ora, poi mi alzo e mi dirigo verso la camera del ragazzo. Busso, ma non risponde. Allora apro la porta. È steso sul letto, girato verso il muro, e non si muove.

“Toby”.

Trattengo il respiro. Mi avvicino e lo giro verso di me. Ha il viso pieno di sangue.

“Oddio!”

Mi guarda attraverso le fessure degli occhi.

“Che ti è successo, ragazzo?”

Scuote la testa.

“Tirati su”.

Di malavoglia si siede. Ha il sangue sparso ovunque, sul naso, sotto il naso, sulle guance,

intorno agli occhi. Lo tocco, è quasi secco. Immagino che Adéle ci trovi così e mi assale un’ondata di calore.

“Toby, perché sei tutto insanguinato?”

“Che?”, mi guarda confuso.

Gli mostro le mie dita sporche di sangue. Lui si imbroncia e scrolla le spalle.

“Non lo so”, scrolla ancora le spalle. “Mi sarà uscito dal naso. Pensavo che fossero lacrime”.

“Hai pianto?”

Scrolla di nuovo le spalle. È seduto sul letto, guarda il pavimento.

“Ehi, non voglio forzarti, ma non ti andrebbe di parlare un po’?”

Scuote la testa. Mi torna in mente Adéle, quando mi ha detto che le sembrava di dover svuotare una barca che affonda.

“Si tratta di una ragazza, vero?”

Ricomincia a piangere. Singhiozza senza far rumore, le spalle che tremano. Pian piano si appoggia a me, e lo abbraccio.

Piove, Vivien, piove tutto il giorno. Cominciava così una poesia che ho scritto a diciassette anni.

Era una pioggia diversa, metaforica, malinconica. Mi ero innamorato per la prima volta ed ero in una tempesta di pioggia e nebbia, sognavo l’amore, una ragazza sfuggente. Era un sentimento ingenuo e romantico e in quel momento non mi accorgevo di essere felice. Io ormai non posso più sperare di spiccare il volo, è questa la cosa che invidio di più a Tobiáš. E non posso nemmeno dirglielo. Non mi crederebbe.

“Come si chiama?”

“Karolína”, risponde con la voce che cede, perché la sua muta vocale non si è ancora conclusa del tutto.

“Mh”, dico. Poi non so come andare avanti.

Lo abbraccio intorno alle spalle, dispiaciuto di non saperlo proteggere.

“Lo so che sono uno scemo”, sospira Tobiáš. Il suo cellulare trilla di nuovo.

“Non lo leggi?”, chiedo. Scuote la testa, prende il cellulare e lo getta in un angolo.

“Lo so che i miei problemi sono stupidissimi. Confronto ai tuoi, per esempio”.

Ora sono io a restare ammutolito. “Che intendi?”, chiedo poi.

“Ma dai”, sventola la mano. “Pensi che non lo sappia? Della neuropatia?”

“Come l’hai…”

“Lo vedo no? Prendi B-komplex e Lyrica, inciampi di continuo e non fai che massaggiarti le gambe. Cos’altro potrebbe essere?”

“Hai guardato su internet?”

Annuisce. Si accosta un po’ a me. Poi mi stringe la mano.

“Qual è la prognosi?” chiede.

“Indefinita”, scrollo le spalle.

“Mh”, risponde Tobiáš. “E che significa?”, chiede poi con tono di scusa.

“Che non si sa. Potrei andare avanti così per vent’anni oppure ritrovarmi fra un anno a camminare con le stampelle o addirittura in carrozzina”.

Tobiáš annuisce serioso. Restiamo in silenzio, ci abbracciamo, guardiamo il pavimento.

“L’hai preso oggi lo Zoloft?”, chiedo poi, per non interrompere il discorso.

“Fanculo le medicine”, dice Tobiáš un po’ incerto. Gli stringo la spalla, come per dire che ha preso la decisione giusta, e lui si raddrizza.

“Bene allora”, dico.

“Tanto non servivano a niente”.

“Già”, dico io.

“La mamma andrà fuori di testa”.

“Sicuro”.

Traduzione di Laura Angeloni.

Foto di Marta Režová

IL LAGO nella recensione-musicale (playlist) di Lorenzo Lampis

IL LAGO nella recensione-musicale (playlist) di Lorenzo Lampis

IL LAGO – Bianca Bellová, edito da Miraggi Edizioni.
Tutti serbiamo dei ricordi della nostra infanzia che custodiamo gelosi nello scrigno della nostra memoria. Ricordi che divengono veri e propri luoghi dell’anima, e in cui ci rifugiamo nei momenti in cui la vita ci sembra insopportabile.
Ricordi che possono essere una stanza, una canzone, uno sguardo, o semplicemente un profumo.
Nel caso di Nami son tre macchie rosse di un costume, e quella voce muliebre che lo placa, lo rasserena.
Nami vive in una piccola e sconquassata casetta di Boros, piccolo villaggio affacciato su un lago ove si vive principalmente di pesca. Vive insieme ai nonni materni. Dei suoi genitori non sa quasi nulla, e quando chiede qualcosa tutti cambiano discorso.
Ma lui ricorda, ricorda sempre quelle tre macchie rosse, e quella voce.
Nel frattempo il lago, mese dopo mese, si ritira, in una sorta di bassa marea senza fine; lago che provoca rush cutanei con talvolta conati di vomito a chi ci si immerge per un bagno. Anche i pesci cominciano a scarseggiare.
Lo Spirito del Lago è infuriato, si dice.
Boros lentamente cade nella miseria.
(Il lago, seppur nel romanzo non venga mai citato, è il Lago Aral, che infatti sotto l’occupazione russa si prosciugò quasi totalmente in quanto i russi deviarono i corsi di alcuni fiumi immissari per irrigare immense piantagioni di cotone, provocando così un’immensa catastrofe ecologica, forse una delle peggiori del novecento)
Dopo la morte dei nonni, mentre il Lago prosegue nella sua disastrosa ritirata, deglutendo e trascinando via vite, sogni, oggetti e segreti, Nami, malgrado non abbia indizi, decide di partire per andare alla ricerca di quelle tre macchie rosse e di quella voce che da piccolo lo coccolava.
Nel suo rocambolesco viaggio vedremo Nami farsi uomo (da Larva a Imago) e di peripezia in peripezia, infine, sanguinante, scalfito, levigato, lo vedremo tornare a Boros, per poter chiudere così il cerchio della sua affannata ricerca.
Lo stile è accuratamente asciutto, rugoso, frutto di un raffinato lavoro di erosione e affilamento, che accresce la forza narrativa del testo; il tutto accompagnato da una dose, mai eccedente, di lirismo.
Insomma: solo come i grandi autori sanno fare, Bianca Bellovà, resta in ombra facendosi serva della storia, in un libro che ha la potenza del romanzo storico, seppur non essendolo affatto, e l’affilatezza del romanzo di denuncia, senza mai essere pedante.
Insomma. Un romanzo che è un piccolo capolavoro. Che farei leggere in tutte le scuole e che consiglierei a chiunque, a prescindere dai gusti e dall’età.
(I complimenti alla traduttrice Laura Angeloni, immensa; e grazie a chi questo libro lo ha portato in Italia, Alessandro De Vito e Mendo Fabio Mendolicchio; e infine grazie ad Angelo Di Liberto, che come al solito consiglia e spaccia libri pazzeschi).

🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧🎼🎧
La playlist che ho associato a questo romanzo, come sempre spazia diversi generi. Ci tengo a precisare che non ho preso in analisi il significato dei testi delle canzoni, ma mi sono lasciato ispirare solo dalla musicalità, considerando la voce come uno strumento.
Inoltre vi avviso che nella didascalia canzone per canzone vi sono numerose anticipazioni.

Ecco dove ascoltare la playlist: https://open.spotify.com/user/11138896871/playlist/2SMZcXurr11uZo3kdALKgO

1) Outro (Preludio al ritorno) – Nefesh: Questo brano a mio avviso s’intona bene al romanzo. E’ un preludio. Tutto deve ancora accadere. Cinematograficamente è come se stessimo vedendo il Lago dall’alto, ancora immenso, prosperoso, che bagna la Capitale brulicante di vita e tutti gli altri villaggi sparsi sulla riva. Le case, viste da quassù, son puntini. Poi lentamente la cinepresa scende, sino a lambire la superficie increspata del Lago, e comincia a muoversi a fior d’acqua alla volta di Boros. Raggiungiamo così le barche attraccate nel porto, troneggia la rupe di Kolos, e cominciamo a risalire la via centrale, polverosa, che risale la collina dove sorgono le casupole dei pescatori, case in muratura, solide, di solito a un piano solo, tranne un paio che ne hanno due. Ed è proprio su una di queste che la ripresa tergiversa, sino a fermarsi sull’uscio. E’ la casa ove Nami vive insieme ai nonni. E con la fine della traccia, il video sfuma.
2) Gobi road (acoustic) – Tengger Cavalry: Minuscola cavalcata sonora vagamente nostalgica e vagamente noiosa (come possono essere noiosi certi pomeriggi d’estate in un minuscolo villaggio di pescatori) con la quale si entra nel vivo della narrazione. Con questa traccia in sottofondo Nami lentamente da Uovo si fa Larva, e flash veloci si rincorrono. Le prime immagini sono di un Nami fanciullo, è tra le braccia del nonno che immergendolo nel Lago quasi lo affoga, poi le favole che gli narra la nonna sullo Spirito del Lago, il Giorno della Pesca interrotto da un nubifragio, il nonno disperso insieme ad altri pescatori, la scuola, le prime scaramucce fra compagni, Zaza, il primo invaghimento, e la nonna issata su una zattera data in pasto al Lago, il presidente del kolchoz che s’impossessa della casa ove vive Nami, i colpi a sangue, le notti nel pollaio, i russi che violentano Zaza sotto gli occhi impotenti di un Nami adolescente, e infine la decisione di quest’ultimo di partire per la Capitale, alla ricerca, senza un indizio che sia uno, di quelle tre macchie rosse di un costume.
3) Aerials – System of a down: Nami, dopo un viaggio di nausea e febbre a bordo di un battello, giunge nella Capitale. E’ lì, in piedi, Larva, appena sbarcato. Davanti a sé un mondo nuovo. Sbalordito spaurito spaesato speranzoso, comincia a muovere i primi passi. Ma presto la Capitale lo inghiotte, e di nuovo flash rapidi che si rincorrono. La fila alla Borsa del lavoro, notti trascorse all’addiaccio, l’attesa, poi lavori estenuanti che lo riconsegnano alla vita sfinito, senza più forze, il Bordello Sinfonia, le lunghe passeggiate senza meta alla vana ricerca di quelle tre macchie rosse di un costume, un collega che diventa quasi un amico, ma che presto perde, come perde diversi lavori tra cui quello di tuttofare di Johnny, esperienza lavorativa che si conclude quasi tragicamente e da cui viene salvato da Vaska che lo consegna, infine, alla Vecchia dama che, commossa dalle sue gesta, raccoglierà informazioni intorno a sua madre e gli indicherà la via per ritrovarla.
4) Arto – System of a down: Kuce, con questa traccia siamo improvvisamente in mezzo al deserto, in un minuscolo villaggio dedito alla raccolta del cotone. E Nami, Crisalide, qui la ritrova, riabbraccia lo sguardo di sua madre, un madre che stenta a riconoscere, e si abbandona febbricitante alle sue cure. Ma presto la pace raggiunta e quel barlume di felicità si disperdono al vento, come polline. Nami sente che deve tornare a Boros, vorrebbe tornarci con sua madre, ma lei no, al Lago non vuole e non può tornarci, e così, da solo, intraprende il viaggio a ritroso.
5) Summon the warrior – Tengger Cavalry: Un Nami Imago dunque fa rientro nella Capitale, che nel frattempo è sfigurata, ammutolita, con carcasse di automobili bruciate al bordo delle strade e pattuglie russe che han dovuto sedare rivolte autoctone. Il Lago continua la sua inesorabile ritirata, mentre tutto si fa decadente, compresa la villa della Vecchia dama, dove Nami alloggia per un po’, il tempo di farle fiorire una rosa bianca per poi ripartire alla volta di Boros. Questa volta a piedi, masticando forse rabbia, pensieri, e poco cibo; Quando giunge però (ri)trova una Boros che sotto le sferzate inesorabili del tempo quasi non riconosce. Sconforto, rabbia, impotenza, stanchezza. Rivede anche Zaza, incinta, che nel frattempo s’è fidanzata con Alex, suo ex-compagno di scuola, e infine, tornando nella sua vecchia casa vi trova ancora il presidente del kolchoz. Sta poco, giusto il tempo di raccogliere informazioni sul suo presunto nonno paterno, e riparte.
6) Ceasuri Rele – Negura Bunget: Con questa traccia m’immagino Nami, di notte, davanti al Lago. Non vi è alcuna descrizione di questa scena nel libro, è mia immaginazione. Ma mi sembra di vederlo, Nami, innanzi a questa entità sempre presente nella sua vita, il Lago, un protagonista a tutti gli effetti (che a tratti sembra quasi il suo antagonista), che respira davanti a lui, tenebroso, emaciato. E Nami piange, singhiozza, si lamenta, gli parla, e urla, liberatorio, disperato, rabbioso, rivolgendosi allo Spirito del Lago, o forse a sé stesso. O forse a nessuno.
7) Against the nature – Gogol Bordello: Infine, il finale. Anche questo di mia immaginazione. Capita infatti che finito di leggere un libro, di quelli che restano e sedimentano, si continui a fantasticare intorno a questo, abbozzando finali quando questi son aperti, o semplicemente fantasticando sul futuro dei personaggi. Io, finito di leggere questo libro, mi sono immaginato questa scena. Mi sono immaginato che Nami, dopo averlo conosciuto, resta a vivere col presunto (anche se poi non sembra esserlo) nonno paterno. E mi sono immaginato che quasi tutti i giorni, dopo essersi immersi insieme nel Lago alla ricerca di oggetti, corpi, ricordi, frammenti di vite, e dopo aver mangiato insieme pane fritto e uova strapazzate, si siedono in riva al Lago, al tramonto, suonando e canticchiando insieme questa canzone: Against the nature.

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Gentili lettori,

Se scrivere significa spezzare il legame tra la parola e chi la imprime su carta, il libro di cui vi parlerò quest’oggi rappresenta un ottimo esempio di sacrificio, di sparizione, di solitudine, di messa al bando dell’autore. Una forma di liberazione che implica il passaggio dal soggetto alla moltitudine. Per l’autrice de “Il Lago”, Bianca Bellová, deve valere quell’assunto per il quale lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla, incomunicabile, indicibile, che non rivela nulla se non l’interminabile cammino degli uomini, del mondo e la sua impossibilità a conoscersi del tutto.
Se la storia della letteratura è un racconto di anime, ve ne sono di stropicciate, sbrindellate, traviate, corrotte e miserabili nelle vicende delineate dalla scrittrice.
La voce italiana di Bianca Bellová è di Laura Angeloni, traduttrice di fiuto alchemico e di raffinata maestria interpretativa. Non stento a credere che il libro conti traduzioni in quindici lingue e che sia stato premiato nel 2017 con il “Premio Unione Europea per la Letteratura” e col “Magnesia Litera”.
L’editore, che per l’occasione inanella il secondo successo dopo “Volevo uccidere J.-L. Godard”, inserisce “Il lago” nella collana “NováVlna”, letteralmente “Nouvelle Vague”, che racchiude e solidifica quel rapporto costante tra innovazione e esistenzialismo degli anni della Primavera di Praga.
Protagonista della storia è la ricerca delle origini come punto di partenza del passaggio sulla Terra di Nami, un bambino senza genitori, che vive coi nonni, che ha un passato oscuro, inviso alla popolazione di Boros, un paese che confina con un lago, principio cardine della vita della comunità, presenza inquietante e sfigurata.
Il lago alberga nell’immaginario della collettività come origine della vita e caduta nella morte. Ma è anche luogo di perdizione ed emblema dello sfregio della natura. Ogni anno le sue acque si assottigliano sino a restituire corpi, oggetti, forme, fantasmi.
La nonna di Nami accarezza i capelli del nipote, dopo averlo fatto adagiare sulla sua pancia morbida, e gli racconta dello Spirito del lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, di quanto dormano da secoli sulla rupe di Kolos, aspettando un potente guerriero che li svegli.
Nami non ha nessun ricordo del padre, e della madre rammenta tre macchie rosse, il suo bikini di quando andavano insieme in riva al lago. Perché Nami ha dimenticato il volto di sua madre?
Se apparentemente penserete di avere già sentito storie del genere, resterete di stucco per la lingua usata dalla scrittrice, perché è essa stessa strumento conoscitivo e intuitivo della storia, coi suoi furori sintattici e le sue staffette strutturali, scarni crudeli, rarefatti, necessari.
Si parte dal primo capitolo dal titolo “Uovo” e si procede con “Larva”, “Crisalide” e in ultimo, “Imago”.
E non sarà un caso se l’imago per Jung era un’immagine ancestrale, amata nell’infanzia, che corrispondeva di solito a un genitore, e che rimane, esercitando un’influenza nella psiche dell’adulto.
Nami cerca sua madre, la cercherà sino a quando non lo lasceremo, all’età di diciotto anni, e saremo passati insieme a lui attraverso la fame, la persecuzione, l’amore, la violenza, l’amicizia, la dittatura e il tradimento.
Nonostante non si faccia mai riferimento a un lago che abbia un suo corrispettivo nella vita reale, è indubbia l’affinità con l’Aral, il cui prosciugamento è uno dei più biechi disastri ambientali del novecento.
Il suo destino procede parallelo a quello del nostro protagonista. Nami custodisce memorie e lutti, ingloba l’amore sino a rappresentarlo come perdizione, allarga i suoi confini ma viene depredato di ogni sicurezza, così come succede al lago della storia e a quello della vita reale, a causa delle piantagioni di cotone. Non ultimo, nel libro compare il fantasma della dittatura russa, con le sue violenze, come quella compiuta da due soldati ai danni della fidanzata di Nami, Zaza, sotto i suoi occhi impotenti e pietrificati.
Bianca Bellová raschia via tutte le nostre convinzioni crivellando di colpi la scrittura, rivoltando il paradosso della perdita in una ritrovata comunione con l’elemento primordiale: quell’acqua di cui si avverte “il puzzo del fango fradicio” ma che è ricongiungimento nell’abbraccio finale.
L’Antiquario vi saluta.

Angelo Di Liberto

“Il lago”: la recensione su La Nuova Sardegna

“Il lago”: la recensione su La Nuova Sardegna

La storia narrata dalla scrittrice ceca Bianca Bellovà è quella di un ragazzino, orfano, allevato dai nonni in un piccolo villaggio sulle rive di un grande lago nel cui si specchio si riconosce la vicenda del lago Aral, una delle più grandi catastrofi ambientali del pianeta. La morte improvvisa dei nonni spinge il piccolo protagonista, Nami, a partire dalla ricerca della mamma che è convinto sia ancora viva. Un viaggio epico in un mondo duro e surreale che forgerà il carattere del giovane. Un romanzo ricchissimo a metà tra il racconto di formazione e la fiaba gotica.