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Autoritratto in vinile – Francesca Angeleri intervista Luca Ragagnin sul Corriere della Sera

Autoritratto in vinile – Francesca Angeleri intervista Luca Ragagnin sul Corriere della Sera

«Nei momenti difficili… sento il bisogno di ritornare lì. In quella camera dove tutto è rimasto classificato con amore, dove i titoli dei brani sulla copertina delle cassette sono battuti diligentemente a macchina, dove i momenti preziosi di quel passato restano custoditi. Il rifugio mentale che mi permette di non tradire mai la mia giovinezza». La scrive Max Casacci la prefazione al nuovo libro di Luca Ragagnin Autoritratto in Vinile edito Miraggi, con le foto di Alberto Ledda, che lo scrittore presenterà oggi alle 18.30 al Blah Blah in compagnia del leader dei Subsonica e di Flavio Ferri dei Delta V che si esibirà in alcuni brani tratti dal suo nuovo album Testimone di passaggio , i cui testi sono stati scritti in toto da Ragagnin.

In quella cameretta azzurra che ricorda Casacci lei ci è tornato.
«È stata la mia cameretta di bambino e oggi sono tornato a frequentarla come uomo adulto. Era diventata la stanza dei gatti di mia mamma Giuseppina, che era professoressa di lettere e che è stata la persona che mi ha trasmesso la passione per i libri, mi insegnò a leggere che ero molto piccolo. Cinque anni fa, quando è mancata, ho sfidato qualunque legge della psicanalisi e sono tornato in questa casa e l’ho ripristinata esattamente com’era 30 anni prima. Per prima cosa ho fatto ridare quell’azzurro che i miei amici ricordano alle pareti della mia stanza. È esplosa: ci ho messo dentro 30 anni di musica e di libri. Di dischi ne avrò sui diecimila titoli, i libri stanno intorno ai seimila. Tanti li comprai al villaggetto di bancarelle sotto il tetto di lamiera in corso Siccardi che purtroppo non c’è più».

È la casa di Luca grande o di Luca piccolo?
«Di Luca grande. Anche se non è facile ritornare nel luogo dove sei cresciuto. Negli ultimi anni ho scritto un grande romanzo, nel senso di dimensioni poderose, in cui c’è il tema dell’infanzia e della memoria, non è un memoir ma una storia composita che dovevo scrivere per andare altrove. Volevo chiudere i conti con quel ragazzino. Inizia negli anni 70 e finisce l’11 settembre. Uscirà il prossimo anno». 

Cos’è invece «Autoritratto in vinile»?
«Un libro occasionale. Sono piccole scritture nate in un periodo in cui, ogni giorno per sei mesi, pubblicavo su Facebook un disco e un libro affiancati da alcuni miei aneddoti personali, ben lontani dal voler essere una critica musicale o letteraria. Ne pubblicai 150. Non sono mai più stato e né mai sarò tanto attivo sui social. Per il libro ne abbiamo scelti 50».

Quali?
«Con i ragazzi di Miraggi, che da qualche tempo è la mia casa editrice, siamo stati severi per eliminarne 100. Abbiamo scelto quelli dove entravo più come autore e meno legati al quotidiano. Non faccio il professorino della musica, ma c’è una sorta di proselitismo musicale un po’ nascosto: c’è molta musica anni 70».

C’è qualche brano del suo autoritratto che ama di più?
«Il primo, che è su Ummagumma dei Pink Floyd, un disco che entrò nella mia vita di quattordicenne nel 1979. La prima volta lo ascoltai in cuffia, e non c’erano i volumi e continuavo ad alzare. C’era un tappeto sonoro bassissimo che poi erompeva con un urlo agghiacciante di Roger Waters. Io, che avevo il volume al massimo, feci un salto terrorizzato e versai il caffè ovunque».

Da dove si parte per scrivere il testo di una canzone?
«È una questione di sartoria, bisogna mettersi al servizio completo dell’artista e della sua storia. Tutte le mie collaborazioni con vari musicisti sono nate in maniera spontanea. Nei prossimi mesi potrebbe cominciare un mio corso dedicato al song writing per i ragazzi che fanno trap. Per loro la parola è molto importante».

QUI l’articolo originale:

https://torino.corriere.it/cultura/20_ottobre_08/luca-ragagnin-suo-autoritratto-vinile-4af9881a-093c-11eb-86e2-3854c59f54db.shtml

Čechov nella mia vita – recensione di Sara Pizzale su Modulazioni Temporali

Čechov nella mia vita – recensione di Sara Pizzale su Modulazioni Temporali

Storie russe: l’amore segreto per Čechov raccontato da Lidija Avilova

È stata intensa, come ogni storia russa che si rispetti, ma anche segreta, come la società voleva che fossero gli amori nati tra amanti. Al centro della scena c’è il noto scrittore russo, Čechov, e Lidija Avilova che – al tempo del loro primo incontro – era già moglie e madre di un bambino. In “Čechov nella mia vita” (Miraggi Edizioni, 2021, pp.123, euro 14, traduzione di Barbara Delfino, prefazione di Dario Pontuale) è la stessa Avilova a narrare i suoi sentimenti per la celebre penna russa, gli incontri fugaci, le attese e la corrispondenza epistolare.

Un’amicizia preziosa la loro, durata almeno dieci anni, resa unica da una complicità che è difficile da nascondere. E in effetti, tanto segreto il loro amore non lo era perfino per il marito di lei, un uomo che in cuor suo conosce la realtà dei fatti, ma che trattiene la consorte in nome di una compostezza doverosa soprattutto agli occhi della gente. La storia che la Avilova confessa in queste pagine è una relazione che, a gran fatica, soffoca e sacrifica per amore di quella “felicità familiare” a cui tanto anela e che ricorda quella più volte affrontata nei testi di un altro gigante della letteratura russa, Tolstoj. Tante sono le analogie con i racconti tolstojani che in questo piccolo scritto emergono: dai matrimoni di convenienza alle scenate di gelosia di Miša, marito della Avilova che, proprio come Aleksej Karenin in Anna Karenina rivendica quei doveri di moglie venuti meno. Lidija però sceglie di non abbandonarsi alla passione. Sceglie la famiglia e dunque di non vivere fino in fondo. E forse lo stesso fece Čechov scegliendo di sposare un’altra donna. Non era tempo per il loro amore. Non era tempo di guardare alla vita in modo complicato.

Un libro breve ma coinvolgente e avvolgente, consigliato per i nostalgici delle atmosfere del grande romanzo russo.

QUI l’articolo originale:

Autoritratto in vinile – recensione su ValsusaOggi

Autoritratto in vinile – recensione su ValsusaOggi

dall’UFFICIO STAMPA “BORGATE DAL VIVO”

GIAGLIONE – La musica è l’altro grande amore di Luca Ragagnin. Il suo “Autoritratto in vinile” è una biografia vera e propria attraverso i vinili che l’hanno attraversata, e che a Giaglione diventa anche un reading musicale con dieci brani letti e suonati dal vivo. La lettura, affidata alla voce stessa dell’autore, si affianca alle trame sonore di Luca Tartaglia, noto bassista torinese, tra melodie, sovraincisioni create in tempo reale con solo basso e loop station.

Il libro “Autoritratto in vinile”, di Luca Ragagnin (Miraggi Edizioni, 2020). Prefazione di Max Casacci, fondatore e chitarrista dei Subsonica.
61 brani
61 dischi
61 artisti
61 copertine
61 racconti che attraversano generi e periodi musicali mixati a ricordi personali
61 episodi d’infanzia e di gioventù in un gioco di rimandi rigorosamente analogici e 33 scatti da collezione di Alberto Ledda

Due brani in ascolto tratti dal libro e dallo spettacolo del reading musicale (https://www.miraggiedizioni.it/prodotto/autoritratto-in-vinile/).

QUI l’articolo originale:

MUSICA SOLIDA – Erika Zini intervista Vito Vita su Bookmania Ciao Radio

MUSICA SOLIDA – Erika Zini intervista Vito Vita su Bookmania Ciao Radio

Quanti di voi conservano a casa dei vinili? E i 78 giri li ricordate? Di CD ne acquistate ancora? La storia dell’Industria discografica italiana ha radici indietro nel tempo e molto è cambiato da quando Ricordi era una edizione musicale di spartiti (sembra incredibile ma senza i supporti fisici, l’unico modo per ascoltare musica era… suonarla!). Ne parliamo a #Bookmania oggi insieme a Vito Vita, esperto musicale, giornalista e musicista, che ha raccolto nel suo libro “Musica Solida” (Miraggi Edizioni) oltre 100 anni di storia, tracciando le tappe chiave di un industria che da “solida” è diventata ora “liquida” (o gassosa 😉 ).

https://www.youtube.com/channel/UCb97TgAyZjIYNDCw3a9CdBg

MUSICA SOLIDA – recensione di Guido Giazzi su Buscadero

MUSICA SOLIDA – recensione di Guido Giazzi su Buscadero

Recensisco con immenso piacere questo volume scritto da Vito Vita, redattore delle riviste «Vinile» e «Prog Italia», ed autore di alcuni interessanti volumi sulla musica italiana. Musica solida, questo il titolo del volume, ha due importanti particolarità, è senza dubbio il primo (o quasi) libro pubblicato in Italia dedicato alla storia dell’industria fonografica italiana, inoltre attraverso la nascita del 78, 45 e 33 giri, Vita ci racconta una parte della storia del nostro Paese. Il volume partendo dall’invenzione del supporto fonografico e dall’evoluzione del giradischi, ci guida attraverso lo sviluppo, prima artigianale poi industriale, della realtà discografica italiana tra le due guerre inserendo nomi e marchi – FonitCetra, Pathè, Parlophon, Odeon, Durium etc. – molto noti a chi frequenta da anni il mondo del vinile. Si arriva poi al secondo dopoguerra con la nascita di alcune etichette che per decenni rimarranno regine incontrastate del mercato quali CGD (Compagnia Generale del Disco fondata da Teddy Reno), la Durium di Krikor Mintanjan, la SAAR dei fratelli Gurtier, la Ricordi, la famiglia Carisch, che oltre a Peppino Di Capri ha in catalogo per il mercato italiano i Beatles, per arrivare infine ai primi cantanti-discografici. Da sottolineare già da queste prime società, la forte presenza straniera che comprende immediatamente la possibilità del mercato e crede fortemente nella ripresa economica del Paese dopo lo sforzo bellico.

Negli anni Sessanta poi il 45 giri toccherà l’apice del successo e anche in questo caso nuove società imporranno autori e generi diversi quali la Vedette, la Bluebell, la Phonogram, il Clan di Celentano, la RCA romana (voluta fortemente dagli Americani e dal Vaticano), i Dischi del Sole, la Carosello e molte altre. Negli anni Settanta si arriva infine all’avvento del Long Playing ma questa per alcuni di noi dalle tempie imbiancate è storia recente – la Numero Uno di Mogol/Battisti, la Produttori Associati, la Ascolto di Caterina Caselli, la PDU di Mina, la Polygram etc. – fino ad arrivare agli anni Ottanta ovvero al declino del vinile. Qui termina la parabola del vinile: le multinazionali si accorpano per far fronte alla crisi, la disco music avanza e molte case celebri gettano la spugna.

All’orizzonte si intravede il CD che dovrebbe cambiare il mondo invece dopo pochi decenni sarà costretto alla sconfitta dalla musica liquida (che si contrappone alla Musica solida, non a caso il titolo del volume) per affermare non solo un differente stato della materia ma per celebrare i fasti di un passato remoto di solide certezze. L’autore ha impiegato alcuni anni per preparare questo volume e infatti Musica solida è ricchissimo di informazioni, aneddoti, storia musicale ma anche Storia con la esse maiuscola, e numerosi ritratti di personaggi che hanno abitato e reso affascinante questo mondo. Oggi si parla di rinascita del vinile ma i numeri in gioco sono ancora troppo esigui, è molto in parlare di LP ma la realtà è purtroppo ammara come testimonia la chiusura di molti negozi di dischi. Concludendo, considero questo volume uno dei più importanti libri musicali di quest’anno sia per l’unicità del soggetto sia per aver fatto luce su uomini e società che hanno regalato gioia ed emozioni a tutti noi, vinilmaniaci italiani. Un ottimo lavoro.

DI SEGUITO L’ARTICOLO ORIGINALE:

MUSICA SOLIDA – recensione di Marco Sonaglia su Il Popolo del Blues

MUSICA SOLIDA – recensione di Marco Sonaglia su Il Popolo del Blues

Vito Vita si occupa di musica, come ricercatore, come critico e anche come musicista, da tantissimi anni, praticamente è un’enciclopedia vivente, conosce ogni piccola curiosità, ogni aneddoto, ogni data, ogni musicista. Così dopo un lavoro di circa dieci anni, ha pubblicato questo interessante volume con sottotitolo “Storia dell’industria e del vinile in Italia” per Miraggi edizioni. Un libro mastodontico di quasi 400 pagine, curato con pazienza certosina e scritto in maniera scorrevole e avvincente. Una lunga carrellata di come si è evoluto quello straordinario compagno di viaggio, che chiamiamo disco o cd, nella storia del nostro paese, guardando al passato con interesse, senza cadere nella retorica del rimpianto. Il libro si divide in sette capitoli, partendo dal disco a 78 giri, la gommalacca, fino ad arrivare alla musica gassosa. Una storia affascinante che ci fa scoprire la nascita e la diffusione del fonografo e del grammofono in Italia, l’arrivo del Jazz, la nascita della radio e l’avvento di una marea di etichette discografiche nel loro periodo migliore, cioè quello tra gli anni sessanta e settanta. Un viaggio che va dalla Fonit cetra alle varie gestioni della Ricordi passando attraverso la Phonogram, la Rca, la Cgd, la Karim , la Emi, la Wea, La Carosello, la Meazzi, la Durium, la Polygram, senza tralasciare etichette particolari come i dischi del sole, l’ultima spiaggia, Pdu, Cramps, Bla bla, la Numero uno e personaggi significativi come la famiglia Carish, Ladislao e Piero Sugar, Vincenzo Micocci, Lucio Salvini, Alfredo Rossi, Krikor Mintanjan, Agostino Campi, Teddy Reno, Mogol e Battisti, Caterina Caselli. La storia prosegue poi con la crisi del vinile, l’avvento del cd, fino ad arrivare alla musica liquida dei nostri giorni. Nell’ultimo capitolo troviamo tre interventi interessanti di altrettanti discografici: Alfredo Gramitto Ricci, Stefano Patara e Roberto Razzini. Per concludere un libro necessario che, parafrasando la prefazione di Giangilberto Monti, secondo noi ci voleva.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.ilpopolodelblues.com/wp/2020/07/vito-vita-musica-solida/?fbclid=IwAR2JR8FBs6QNjiSYAcTRe6paFXQeeytY6qn-2GPMUFCzLHi962_WbGSOeC4

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

Gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi

“Bolaño selvaggio” è un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo

Confesso, ho sempre fatto fatica con Roberto Bolaño. Il che non significa che io non abbia letto Roberto Bolaño, perché, giuro, l’ho letto. Ho letto numerosi romanzi di Roberto Bolaño, direi almeno cinque – verità che, non fosse tale, confesso che occulterei senza pensarci un attimo, negando fino alla morte e resistendo eroicamente alle inquisizioni sopraccigliari delle frotte dei bolañisti, i quali sono una setta di adepti che ti sbirciano in tralice mentre parli fino a indurti al balbettio (quando parlate con un bolañista fissatevi su un dettaglio del volto a caso e concentratevi su quello, solo così potrete sostenere il suo sguardo non sostenendolo) e ti sbirciano per vedere se hai detto la verità, sospettando che non l’hai detta, tu Roberto Bolaño l’hai letto poco, pochissimo, e ovviamente male. Come tutte le sette, sono pericolose e assassine, il che getta una luce di amara verità non solo sui bolañisti ma anche su tutti gli altri: sui cortazariani, i dostoevskiani, i pasolinisti, i thomasbernhardiani, i franzeniani, insomma, su chi siamo tutti noi, nessuno escluso, quando amiamo un autore. Siamo dei granitici detentori di culto, degli officianti permanenti, dei teppisti che si contengono per un pelo, degli stalinisti, dei mezzi mostri con l’alibi intero della passione, come se la passione sia mai riuscita ad affrancare qualcuno dalla propria condizione di aguzzino, macché, non c’è un solo caso al mondo, anzi, è vero il contrario, l’ha semmai nutrita e incrudelita, la passione, quella condizione di omicida con l’alibi profondo.

Io – sia chiaro – non sono da meno, e faccio parte di questa famiglia di fanatici feroci che suppongono il proprio gusto il più giusto possibile: quando sono io il portatore di un’inamovibile convinzione letteraria sono sempre nella verità, mentre i portatori di culti diversi erodono il mio terreno esclusivo, quindi mi urtano, mi ostacolano, mi innervosiscono con la loro ottusità. E quanto insistono! Tra l’altro è dalla mia vita cubana in poi che noto come, quando in ballo ci sono i latinoamericani (come se “scrittore latinoamericano” significasse davvero qualcosa), il culto prenda pieghe ancor più aggressive e l’amore assuma assurdi significati travalicanti. Quello che accade è che “scrittore latinoamericano” diventa automaticamente condizione morale e non solo estetica. E lo diventa al punto che criticare la qualità letteraria delle pagine di uno scrittore latinoamericano scarso ma di culto è pericolosissimo, è una spericolata attività portatrice di penose conseguenze, alimentate da sospetti di insensibilità politica del criticante, e di squallido cinismo occidentalista antindigenista (l’accusa non viene aggiornata dal 1967). Perché gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi? Perché, in nome di ciò che non esiste, ci assembriamo in contese ringhiose su un terreno ridicolo, in una notte in cui tutte le vacche sono nere, trascinandoci – nolenti – fin nel cuore delle selve amazzoniche, sospinti da una rossa brezza esoterico-allegorica?

Bolaño selvaggio” (miraggi edizioni, 436 pp., € 24 euro) è un libro splendido, pubblicato da un editore tra i più ammirevoli in circolazione. Un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo, cioè da un rimasuglio di intervista ad oggi inedita in cui Bolaño risponde come spesso amava, con sferzante sarcasmo – il che è rivelatore perché la maggior parte degli scrittori che amano senza ironia Bolaño non hanno nemmeno un centesimo del suo sarcasmo e del suo disinteresse verso ciò che era conveniente dire, chi ha dei dubbi si rilegga la conferenza “Siviglia mi uccide” e avrà di che deludersi, in termini di secca sconfessione di militanze presunte.

Ma è leggendo “Bolaño epidemia” di Jorge Volpi che sopraggiunge l’epifania. Non solo perché epidemia è ormai la nostra parola chiave, ma perché, attraverso un gioco metabolañista, Volpi sveste Bolaño, sveste i bolañisti e la propria generazione di tutto il bolañismo deteriore, di tutto il bolañismo orfico, e consegna un saggio acuto, divertente e intelligentissimo sul Bolaño originario. E ci parla dell’utilità di non essere maniacali e settari quando si ama uno scrittore, perché poi si finisce a non capirlo. E a chi, in quel congresso di Siviglia, chiese che consiglio avrebbe dato a un giovane scrittore, Roberto Bolaño rispose: “Vi raccomando di vivere. E di essere felici.” La risposta meno bolañista possibile. La più bella. Quella fu l’ultima apparizione pubblica dello scrittore. Morì a Barcellona di lì a pochi mesi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2020/05/24/news/gli-scrittori-latinoamericani-tirano-fuori-il-peggio-di-noi-318821/

IL GIGANTE FOLLE. Com’è dionisiaco e sfolgorante il Kerenskij di Zabughin – recensione di Giorgio Fabre su Alias

IL GIGANTE FOLLE. Com’è dionisiaco e sfolgorante il Kerenskij di Zabughin – recensione di Giorgio Fabre su Alias

Strano ma ricco questo libro, Il gigante folle (Miraggi edizioni, pp. 316, euro 20,00); e con un titolo misterioso. E ancora più strano – davvero molteplice e affascinante – l’autore, Vladimir Zabughin: un russo nato a Pietrogrado, quella che poi è diventata Leningrado e San Pietroburgo, figlio di un alto funzionario del ministero delle Finanze dell’impero zarista; ma fin da giovane grande appassionato della cultura italiana e latina, in particolare umanistica e rinascimentale. A Pietrogrado si laureò in storia e filologia e ottenne un premio prestigioso, un viaggio di perfezionamento a Roma, dove già nel 1911, all’età di 31 anni, conseguì la libera docenza alla Sapienza in Letteratura umanistica. Intanto, aveva sviluppato il suo percorso religioso. Convertito al cattolicesimo di rito orientale, a Roma si legò all’abbazia di San Nilo a Grottaferrata, che ancora oggi esiste ed è completamente dipendente dalla Santa Sede: era ed è la sede principale dei cosiddetti «basiliani» in Italia. A San Nilo andò a dirigere la rivista «Roma e l’Oriente», per creare già allora quella forte liaison religiosa, ma anche politica, tra cattolici e ortodossi, che avrebbe avuto un vero profilo solo col Concilio Vaticano II.
Intanto Zabughin all’Università si era occupato della cultura latina nell’Umanesimo e nel Rinascimento, e incominciava a produrre saggi e libri (anche ponderosi) che sarebbero diventati importanti: a partire dai tre volumi (tradotti anche in russo) dedicati a Giulio Pomponio Leto, umanista del Quattrocento, studioso e cultore di storia romana e bizantina; per continuare col Vergilio nel Rinascimento italiano (Zanichelli 1921-’23; ristampa anastatica a cura dell’Università di Trento nel 2001), fino alla Storia del Rinascimento cristiano in Italia uscito postumo nel 1924. Perché, come se non bastassero le altre singolarità, Zabughin morì giovane in Alto Adige, caduto il 13 settembre 1922 in un ghiacciaio del monte Cevedale (venti giorni prima, il 25 agosto, il Corriere della Sera aveva dato notizia di un suo record alpinistico!).
Ma non è finita. Zabughin era un vulcano di iniziative che riguardavano vari ambiti, compresi i rapporti con la diplomazia. E veniamo a questo Il gigante folle: si tratta della ristampa, accompagnata da un ricco saggio biografico di Gian Paolo Castelli e altri contributi, di un libro che lo storico russo pubblicò nel 1918 da Bemporad. E il sottotitolo spiega l’arcano del titolo: Istantanee della Rivoluzione russa. Proprio così, «istantanee», perché il libro racconta il viaggio che Zabughin fece in Russia tra il giugno e il novembre 1917, i mesi in cui ebbe e si sviluppò la «Rivoluzione russa».
Il viaggio era stato progettato da Vittorio Scialoja, ministro senza portafoglio per la Propaganda durante la prima guerra mondiale, quando il primo ministro era Paolo Boselli. Dalla relazione per Scialoja, scritta giorno per giorno e consegnata al Ministero degli Esteri dopo il viaggio, nacque appunto Il gigante folle, e un saggio di Scialoja ne è la prefazione. Un libro «che può dar la misura della sua virtù di non tiepido osservatore della realtà e delle sue doti di scrittore spedito, efficace, spesso anche arguto»: così lo commentò a ragione, in un necrologio di Zabughin, il famoso «Giornale storico della letteratura italiana». È vero. Le «istantanee», scritte in mille modi, sono centinaia, stese via via durante il lunghissimo attraversamento della Russia, che in quel momento era in guerra con i tedeschi: passando da Pietrogrado fino al monte Ararat, attraverso le linee del fronte, a Riga, in Polonia, in Romania e in Ucraina; e ritorno.
Ma ovviamente il cuore è Pietrogrado, dove Zabughin seguì con precisione i durissimi e lunghi conflitti che si aprirono tra le varie forze politiche nate dopo la cacciata dello zar. La «rivoluzione russa» del titolo non è quella bolscevica e di Lenin, che si avviò a luglio, ma esplose veramente per «ventisei ore, dall’una antelucana del 25 ottobre alle tre del 26» (e fu un testimone, come ora sappiamo, a raccontarlo). Erano gli scontri riguardanti in particolare Alexander Kerenskij, che nella «rivoluzione di febbraio» era stato ministro di Giustizia come membro del Partito socialista rivoluzionario e poi primo ministro, vero leader in quella rivoluzione. Un uomo che Zabughin adorava: «dionisiaco, sfolgorante, alto di mente e di cuore» (così lo descrive a pagina 247). Invece per lui Lenin diventa un «Dalai Lama» (p. 85) e il «ciarlatano più servizievole» (p. 275); mentre definì la più celebre delle bolsceviche, Alexandra Kollontaj, «la Marfisa della rivoluzione» (p. 147) tanto per ricordare che l’autore sapeva anche di Ariosto.
Sono pagine e pagine che descrivono gli scontri, la corruzione, gli affarismi che si intravvedono attraverso i conflitti del 1917 e però lasciano anche emergere le tendenze e l’atteggiamento del giovane intellettuale russo nel proprio paese: odiava i contadini (erano riusciti a guadagnare di più nell’esercito come soldati) e gli operai, che «andavano in giro, vestiti con inaudita eleganza» (p. 133); per questo considerava invece i borghesi i veri perseguitati da quella rivoluzione («borghesi affamati e grassi proletari», p. 165). Quanto all’ufficiale dell’esercito, era convinto che quello russo (a differenza degli italiani e dei francesi) «è di tempra alquanto femminea» (p. 162). Zabughin vede ogni cosa, anche lo zar decaduto e la famiglia e i suoi appartamenti, e tratta tutto con un certo disprezzo: perfino il «sottotenente russo che esortava gli amici a non dare elemosina a un lazzaroncello stracciato che la chiedeva in tedesco»
Quello a cui si assiste nel lungo racconto è un «immenso carnevale» che contiene di tutto: i «cadetti» – il partito liberale che prese il potere, «liberaloni con comica gravità» (p. 102) e con una «rassegnata cretinaggine collettiva» (p. 164); ma anche la «microcefala mentalità socialista» (p. 127) dei rivoluzionari che appoggiavano Kerenskij (e un po’ anche quella dei bolscevichi). Due pagine vengono dedicate perfino a Trotzki, che l’intellettuale incontrò il primo novembre 1917, quando la rivoluzione vera e propria, quella bolscevica, era partita e Zabughin voleva ormai «infilare l’uscio del colossale manicomio russo». A Trotzki chiese il passaporto per scappare, e lo ottenne. Lo descrive così: «È chiomato, barbuto e molto brizzolato». Ma il viaggiatore è anche feroce: «ha l’aria annoiata di colui che aspetta un mondo d’affari, senza che ne venga neppure uno».
Si può capire perché un libro così complicato fu più o meno ignorato dalla cultura, dai giornalisti e dai comunisti dell’epoca. Per contro fu esaltato da Giovanni Gentile, che nel novembre del 1918 ne scrisse una recensione favorevole sul giornale di Bologna Il Resto del Carlino. Anche questo è un dato di rilievo, che ci dice qualcosa di questo intellettuale complesso e interessante: come spiega Gabriele Turi nella biografia del filosofo, l’anno dopo, nel 1919, proprio quell’entusiasmo permise a Gentile di imporlo come nuovo incaricato di Letteratura umanistica all’Università di Roma. Ma anche per questo Zabughin ebbe dei problemi con la cultura italiana (ne ha parlato di recente con grandi dettagli uno studioso bolognese, Francesco Sberlati): troppo «religiosa» la sua lettura della storia dell’umanesimo, in un periodo in cui Gentile stava cercando di far penetrare il cattolicesimo nella cultura italiana. Non stupisce che, in proposito, non fosse piaciuto a Croce e neanche molto a Gramsci, che nei Quaderni del carcere ne respinse (come Croce) il «rinascimento cristiano». Ai laici veri non piaceva proprio.

L’ARTICOLO ORGINALE:

MUSICA SOLIDA – recensione di Giuseppe Catani su SoloLibri.net

MUSICA SOLIDA – recensione di Giuseppe Catani su SoloLibri.net

La musica di oggi ha perlopiù una sostanza “liquida”. Streaming, peer-to-peer, mp3, Spotify, Wave, Flac, Torrent, il sempre affidabile E-mule. Termini ormai familiari, entrati di diritto nelle nostre giornate di ascoltatori incalliti, anche se sono in tanti a non aver mai rinunciato al supporto fisico, al compact-disc, meno che mai al vinile. Perché affidarsi a un impianto hi-fi fatto bene, a un 33 giri che gracchia senza un domani, possiede ancora un fascino irresistibile. E se il mercato del disco in vinile è in crescita dopo qualche decennio di buio assoluto, una ragione ci sarà. Certo, i numeri degli anni ’60 e ’70 sono e rimarranno irraggiungibili: decenni duranti i quali i dischi (senza dimenticare le più economiche musicassette e le meteore Stereotto) si vendevano come il pane, con un’industria discografica in grado di fatturare cifre da capogiro.

Vito Vita, giornalista di lungo corso nonché bassista della band di rock demenziale Powerillusi, ci porta, con il suo Musica solida. Storia dell’industria del vinile in Italia (Miraggi Edizioni, 2019), proprio all’interno dell’industria del vinile in Italia. Ne ripercorre la storia dalle origini, sin dalla costituzione della Phonotype di Napoli, la prima casa discografica nata nel nostro Paese, ne segue i passaggi più importanti, come il boom del singolo a 45 giri, che soppianta il “padellone” a 78 giri, fino all’esplosione del 33, del cosiddetto album.

Un lavoro imponente, che narra, in poco meno di 400 pagine fitte di informazioni, la diffusione del disco attraverso la ricostruzione delle vicende, più o meno fortunate, delle label tricolori, dalle più influenti e autorevoli a quelle di nicchia, affidandosi altresì ai racconti di musicisti, parolieri, arrangiatori, manager, dei discografici stessi con le loro intuizioni, i colpi di fortuna, gli inevitabili errori, a volte corretti in corsa.

Francesco Guccini, tanto per fare un esempio, avrebbe dovuto essere licenziato dalla EMI dopo il secondo album, per non parlare dei rifiuti collezionati da Lucio Battisti, delle scissioni, dei dissidi, dei divorzi insanabili (quella tra Adriano Celentano e Don Backy è senza dubbio la madre di tutte liti). Interessanti (e parecchio istruttive…) anche le considerazioni di Pino D’Angiò su di un Flavio Briatore improvvisatosi, un bel po’ di anni fa, discografico o presunto tale, ma il volume di Vito Vita, in realtà, è stipato fino all’orlo di sorprese e di piccole grandi scoperte, che si susseguono una dopo l’altra, senza soluzione di continuità, regalando agli appassionati di musica un bel po’ di gioia.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.sololibri.net/Musica-solida-Vita.html?fbclid=IwAR1Go6rZNFVPI0jDoWH06cEFCzencwyi6U-KtpebB_Mnf8mbGNtOvC8JiL8

MUSICA SOLIDA – recensione di Franco Bergoglio su Mescalina.it

MUSICA SOLIDA – recensione di Franco Bergoglio su Mescalina.it

Musica solida. Storia dell`industria del vinile in Italia

Volete sapere tutto sull’industria discografica? Sulla produzione di vinile, cd, sul mondo delle case discografiche italiane e della distribuzione e ancora su tutto quello che l’autore – in una parola –  definisce musica solida? Acquistate questo libro!

Dopo una breve introduzione sull’invenzione del  fonografo con le sue varie evoluzioni tecniche (tipi di incisione e velocità di rotazione del disco, su tutti) si entra nel vivo con un lungo excursus sull’introduzione della nuova tecnologia in Italia, a partire dal 1902, data della prima registrazione nel Paese, avvenuta a Milano con star Enrico Caruso che in due ore licenziava 10 brani operistici. Da qui in avanti il libro segue l’evoluzione dell’industria italiana dalla nascita delle prime case come la Fonit, la Cetra, La Durium e le altre etichette estere che operavano nel nostro paese prima della Seconda Guerra Mondiale. Con il racconto dell’espansione del mercato del disco avvenuta nel dopoguerra il libro rivela le sue indubbie qualità enciclopediche: viene seguita l’evoluzione delle etichette già nate e documentata quella della galassia di nuove imprese, grandi, medie, piccole e microscopiche che brillano nel Paese, da Nord a sud.

Una ricchezza che si rivela pagina dopo pagina e ci fa comprendere meglio quanto l’industria musicale del nostro paese fosse simile al resto dell’impresa e quindi in grande espansione ovunque. Era il periodo del “miracolo economico italiano”. Sono gli anni della Ricordi e all’estero della Philips olandese o della Decca inglese. Qui la storia si allarga e dal mondo della produzione si passa al racconto delle vicende artistiche. Si raccontano i vari festival della canzone che sorgono nel Paese (e dei quali oggi rimane solo praticamente Sanremo), la vicenda del Clan Celentano che raggruppava vari artisti del cerchio magico del molleggiato, o quella di Mina, la cui casa discografica, la PDU, venne fondata intorno a lei dal padre. Gli anni Settanta segnano il trionfo del 33 giri e di tutto quanto fa da contorno all’industria discografica: le riviste ufficiali, come Gong, Mucchio Selvaggio, Popster/rockstar, quelle underground, le case editrici alternative, i programmi televisivi dedicati alla musica, l’inizio delle radio libere,  fotografi, grafici e designer che lavorano alle copertine dei dischi, le grandi corporation internazionali, le etichette italiane, quelle indipendenti, come la Cramps. Questi sono i capitoli più ricchi di nomi e fatti. Perché negli anni Ottanta inizia, prima in sordina e poi sempre più fragoroso, il fenomeno tecnologico del Cd e il conseguente declino delle vendite degli Lp a 33 giri.

Come già detto in apertura il libro è un vero manuale della discografia italiana, fitto di nomi e di dati interessanti, ma l’ultimo capitolo rivela una ulteriore curiosità: con l’evidente declino portato dalla musica liquida, qui definita addirittura “gassosa” vuoi per la perdita di supporto, vuoi per l’evaporazione della consistenza economica, viene data la parola agli addetti del settore che propongono riflessioni diverse e di indubbio interesse sul fenomeno della musica “gratuita”o della nascita di concorrenti al monopolio SIAE. Ne riporto una, di Alfredo Gramitto Ricci, manager delle Edizioni Musicali Curci, a proposito del giornalismo musicale, che certifica quanto sostengo da tempo, ovvero la morte della critica. “La stampa cartacea è per gli artisti che hanno un pubblico oltre  trent’anni, non interessa più ai ragazzi andare a leggere le recensioni di un Luzzatto Fegiz, anzi è controproducente se piace al giornalista di grido, come una specie di rottamazione”. Purtroppo molti segnali indicano che il processo vale anche sopra i trent’anni e che se si smette di leggere prima di quell’età sarà molto difficile abituarsi a farlo dopo, come testimoniano le non vendite di quotidiani e riviste. Gli intellettuali, guardati con sospetto, vengono rottamati in nome della libera espressione  dei social che però non ha ancora prodotto nulla di paragonabile alla democratica diffusione delle idee, quella che veniva agevolata, come in tutto il resto anche nella musica, dalla pluralità di soggetti coinvolti, ad esempio le etichette discografiche indipendenti, le radio libere, i mensili di approfondimento, gli articoli sui quotidiani, le fanzine, i libri. Si parte rottamatori urlanti e si finisce…Lo scopriremo solo vivendo.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.mescalina.it/libri/recensioni/vito-vita/musica-solida-storia-dellindustria-del-vinile-in-italia

MUSICA SOLIDA – recensione di Monica Menna su Leggere tutti

MUSICA SOLIDA – recensione di Monica Menna su Leggere tutti

LA RIVINCITA DEL VINILE

Surclassato prima dal CD e poi dalla musica digitale, il long playing vive oggi una seconda felice stagione. Il suo suono imperfetto appare più vero, meno artefatto. Tre libri raccontano l’emblema della musica solida

Il vinile, espressione di un’epoca superata, era stato sotterrato da un dischetto meno ingombrante, che suona per 80 minuti e non si graffia perché non c’è puntina a “leggere” i solchi. Era celebrato solo nelle fiere come il “Music Day” che ancora attira una miriade di collezionisti (prossimi appuntamenti a Roma il 2 febbraio e il 19 aprile 2020) alla ricerca di vecchi, rari e costosi 33 e 45 giri.

Ma la ruota gira ed anche il CD si era poi avviato verso la china, surclassato dalla musica digitale che si ascolta senza supporto, in vendita sulle piattaforme digitali e fruibile in streaming su Spotify e Youtube.

Il libro “Musica solida. Storia dell’industria del vinile in Italia” di Vito Vita (Miraggi Edizioni, settembre 2019) si sofferma sulla “musica solida” cioè che non è liquida (o, come uno dei discografici intervistati nel volume la definisce efficacemente, “gassosa”). Il volume è un’accurata ricerca storica sulla musica del passato, che spesso ha rivestito un ruolo rilevante socialmente e culturalmente; raccontata attraverso le vicende di chi in Italia l’ha fabbricata, cioè le case discografiche, dalle origini in forme ancora artigianali fino agli sviluppi del secondo dopoguerra e del boom dei 45 giri, per arrivare ai decenni successivi e alle crisi dovute all’evoluzione tecnologica dei supporti.

Poi è capitato l’inimmaginabile. Quando erano praticamente scomparsi, i long playing si sono ripresi la loro rivincita e sono tornati ad occupare i banchi di vendita, relegando i compact disc in spazi sempre più limitati. L’industria discografica ha ripreso a sfornare i vecchi 33 giri; erano partite per prime le etichette indipendenti specializzate in ristampe di qualità e nuove pubblicazioni, poi sono arrivate pure le case discografiche maggiori a rimettere in catalogo i magici 33 giri.

Vinile. Il disco come opera d’arte. La storia, l’evoluzione, il ritorno di Mike Evans (Atlante Editore, settembre 2019) ci ricorda che il 33 giri è anche un quadro con la sua copertina 30×30. Il volume ripercorre la storia del long playing soffermandosi sulle etichette più importanti, gli artisti fondamentali e gli album imperdibili, proponendo testimoni e protagonisti dell’evoluzione musicale degli ultimi cento anni.

Il volume di Marco Tesei, Mondo vinile. Stili, mode e avanguardie mu- sicali in un pick-up (Zona Editrice, ottobre 2019) pone in evidenza come la (ri)scoperta del vinile non riguardi solo un manipolo di nostalgici agé, ma anche i più giovani. E non sono pochi gli artisti che decidono di pubblicare le loro nuove opere su LP. Qual è il segreto del successo? Ad avviso di Tesei il vinile piace soprattutto per il suono “imperfetto”, ovvero soggetto a lievi distorsioni e irregolarità che gli conferisce un’immediatezza e una naturalezza – una “verità” – del tutto diverse dall’artefatta perfezione formale della musica digitale. Il libro apre un’ampia finestra, con tante interessanti curiosità, sul variegato mondo del vinile: storia, personaggi, saperi, tendenze, mercato.

 

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