Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.
Il catalogo di Miraggi Edizioni nel 2024 si arricchisce con la pubblicazione, all’interno della collana NováVlna, di Smrtholka (“Io sono l’abisso”, 2020) di Lucie Faulerová. Il romanzo, nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021, nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea. La traduzione è di Laura Angeloni.
“Forse nella realtà non esisto. Forse nella realtà sono soltanto un’imitazione.”
(Max Richter, Infra 5)
Tutum… sh – sh-sh.
Il ritmo di Infra 5 di Max Richter, l’oscillare del vagone di un treno: questa la cornice del romanzo di Faulerová. Un romanzo che si muove nell’interstizio di un dialogo tra la narratrice e protagonista Marie e il suo riflesso mentre siede sul sedile di un treno che percorre la Repubblica Ceca in direzione sconosciuta.
Una trama apparentemente semplice – un viaggio nella memoria – che si instaura nella tradizione del romanzo ferroviario ma che pagina dopo pagina svela la propria complessità e inabissa, o illumina, il lettore in una realtà frammentaria, le cui uniche coordinate sono proprio le deviazioni del treno. È in queste deviazioni che Marie vive da sempre la propria vita: sentendosi altro dalla famiglia, dalla lingua e nel corpo; e così le ripercorre in una serie di fantasie divertenti e analessi che in comune hanno questa costante del suo essere e sentirsi altro.
“Probabilmente non sono mai stata me stessa. Mi sono sempre intrufolata di soppiatto nei mondi degli altri. Trasferendomi in essi come in case estranee. In casa di Madla, in casa del mio primo e poi del mio secondo ragazzo, nella casa di Rochester. Forse nella realtà non esisto. Forse nella realtà sono solo un’imitazione… Non sono me stessa. Devo attaccarmi. Essere parassita. Sono dipendente. Incompleta. Una cornice senza quadro. Una scopa senza paletta. Una semiretta. […] una frase incompiu–ta-tum.” (p. 129)
Marie, appassionata di magia fin da piccola, non fa che cercare attraverso i trucchi che impara il modo di scomparire. Infatti, “è chiaro, no? Se il tuo sogno è diventare un mago che magia vorresti saper fare prima di tutto? Io quella di scomparire” (p. 13). Così, tutta la sua vita scorre alla ricerca di metodi per sparire, alternati a episodi divertenti vissuti con la sorella, e il lungo e doloroso viaggio in treno non è che la metafora stessa della scomparsa, dando alla narrazione una cadenza da trance rituale.
“Il treno è trasparente e nel treno sono trasparente anch’io, rimbomba in un’eco, esistiamo solo a metà, l’altra metà non esiste, siamo solo un’immagine che si è impressa sul lato inferiore del foglio, un negativo sbiadito.” (p. 162)
Un viaggio molto diverso dai tragitti notturni che spingono la protagonista nella Praga sotterranea delle stazioni della metropolitana, nelle piazze colme di gente e nei supermercati; quei non-luoghi di precarietà assoluta in cui alla ricerca di contatto umano trova forse la sua visibilità. Un viaggio che la rende narratrice a volte inattendibile perché “ognuno si ricorda le cose a modo suo” (p. 172) e lei ricorda di sé solo in funzione degli altri, che siano essi la sorella Madla, la madre, il padre o il fratello Adam.
“Ma io chi sono da sola? Chi sono da sola, senza gli altri? Non c’è niente che mi definisca, niente che definisca me in quanto me. Ogni volta che comincio ad avere troppa consapevolezza di me, mi sgretolo come pietra arenaria, ho bisogno degli altri per rimanere integra, devo pensare a quelli che ci sono, a quelli che non ci sono. Devo. Devo attaccarmi. Devo essere parassita. Perché altrimenti non esisto.” (p. 161)
Tutto procede sempre a tentoni nel suo attaccarsi agli altri: dall’abbandono materno, ai momenti passati con Madla e il suo suicidio, ai ritrovi di spiritualità new age nel Sokol di Carogna – il paese in cui vive –, ai percorsi universitari intrapresi e abbandonati e agli atti di autolesionismo. Cosa fare quando gli altri non sembrano o non sono più presenti? Allora non le resta che una risposta: fingere di credere che ci sia ancora qualcosa in cui credere. Infatti, Marie sceglie di esistere nell’assenza, in quel vuoto solcato dalle perdite e nella prospettiva di un perenne inverno. Ed è proprio nell’assenza di un gesto, il suo non aderire al rituale di passaggio dall’inverno alla primavera in cui il fantoccio della dea della morte Morana viene fatto affondare lanciandogli contro dei sassi che anche il titolo del romanzo Smrtholka, letteralmente “Ragazzamorte”, trova spiegazione.
“E il sindaco è in testa al corteo che porta Morana, la tiene alta sopra la testa, un fantoccio coperto di paglia, due assicelle a croce avvolte con dei cenci. […] E poi il sindaco la getta nel fiume, Morana affonda sotto una scarica di sassi. Io, il mio continuo a strofinarmelo tra le dita. Mi guardo intorno e mi sento come se m’ avessero catapultata all’improvviso in un gioco di cui non conosco le regole: gioca con noi, dài gioca! È la prima volta che mi sembra di non riuscire a capire quel rituale, non capisco la loro gioia. […] Vorrei allungare la mano verso quella vecchina di cenci e tirarla a riva.” (pp. 29-30)
Un gesto mancato che rivela la dissonanza di Marie da se stessa e dal mondo e che sancisce il momento in cui sente di essere condannata. “Io sogno Morana. Da anni e anni. / A furia di sognare la tua dea, è lei che comincia a sognare te” (p. 95); perseguitata a tal punto da Morana, Marie si convince della propria colpevolezza e tutta la sua vita – almeno per com’è raccontata – assume le tinte del lutto e della perdita di sé, il non vedersi, da ciò derivante che la porta a compiere atti di automutilazione come accecarsi con una matita.
“… quando qualcuno intende morire di propria mano, il volto si cerca allo specchio… […] … se si dice: dunque questo sono io. Perché sono io? […]Quando mi infilo la matita nell’occhio, il dolore è tanto forte che tutto diventa buio. Riesco a intravedere solo il caos inondato per metà dal colore, non verde, ma rosso, qualcuno grida, qualcuno corre via. Ma forse sorrido persino, mentre cado nell’incoscienza con la matita che sporge dall’occhio[,] forse sorrido persino, perché Morana – Morana non c’è più”. (p. 113)
Una libertà acquisita, la scomparsa di Morana, che esige però un alto prezzo: la privazione, in questo caso parziale, della vista materiale. Una scena di chiara matrice edipica tanto necessaria perché racchiude in sé uno dei motivi strutturali del romanzo, il vedere e il non-vedersi, il dialogo tra la Marie-passeggera del treno e la Marie-visione che sfugge. L’auto-accecamento, dunque, non è soltanto segno dell’impossibilità di Marie di reggere il peso del proprio sopravvivere a Madla ma anche la controparte dialettica della vista sensibile, rappresentata dal fratello Adam: “Adam è l’occhio sano. […] Adam è la parte integra del mio viso che è lì solo e solo e soltanto a rammentare che l’altra metà un tempo era esattamente così” (p. 120), e dai corsi di spiritualità frequentati dalle due sorelle perché “alla fine la questione è sempre la stessa: purificarsi, concentrarsi, armonizzarsi” (p. 27). E se in fondo è la narrazione che si fa a decidere chi si è, non sorprende che il mantra di luce di uno di questi corsi venga rovesciato in “L’abisso è lì. / Vedo l’abisso. / L’abisso vede me. / L’abisso è in me. / Io sono l’abisso” (p. 28), a confermare la percezione che Marie ha di sé.
Tuttavia, sarebbe sbagliato credere che Marie si lasci soltanto andare all’abisso della memoria perché, anche quando non ne ha la forza, non fugge, forse intuendo che il buio del tunnel va attraversato. Così, in questa tragedia bagliori e sprazzi di luce si alternano al dolore, accecando violentemente lei e il suo riflesso e tracciando una scia di chiaroscuri che segue il percorso del treno, deviazioni e soste incluse, perché alla fine “la meta è il viaggio in sé” (p. 43) e quindi non importa se lei stia partendo o tornando ma la sua decisione di sopravvivere e finalmente guardarsi per com’è. Perché in fondo che lei sia senza tre quarti di lingua e con un solo occhio non ha importanza quando “chi ci sta attorno si accorgerà che siamo avvolte dalla luce e per questo verranno a cercarci” (p. 53).
La possibilità di tornare è lì: in quel lungo in cui anche chi cerca di scomparire desidera solo tornare.
SALERNO – È Lucie Faulerovà la vincitrice dell’edizione 2025 del Premio Salerno Libro d’Europa, inserito nella 13ª edizione di Salerno Letteratura. Con “Io sono l’abisso” (Miraggi edizioni) Faulerovà si è aggiudicata il primo premio con il riconoscimento della platea dei lettori. Nella terna, selezionata dai comitati direttivi di Salerno Letteratura, Duna di Sale e #fuorifestival, c’erano anche Tom Hofland con “Il cannibale” (CarbonioEditore) e Munir Hachemi con “Cose vive” (La nuova frontiera).
“Io sono l’abisso”, per la traduzione di Laura Angeloni, è stato tradotto in spagnolo, macedone, bulgaro, serbo, ungherese, polacco, croato, lettone, egiziano e sloveno. Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Colpita da una serie di tragedie familiari e abbandoni, la protagonista del romanzo, Marie, si trova a fare i conti col suo passato, nel difficile tentativo di approdare a un futuro. I suoi ricordi, come tasselli di una realtà frantumata che man mano va a ricomporsi, ci presentano il quadro di una famiglia spezzata dall’impeto violento di una malattia. L’amore è il collante su cui i tre membri rimasti si sforzano di ricostruire le fondamenta della loro vita, ma la battaglia più difficile, per la protagonista, è quella con sé stessa, con l’attanagliante senso di colpa che le impedisce di affrontare i propri demoni interiori e di chiedere aiuto. Inizia in treno, questa storia, e in treno finisce, ma nel percorso è condensata una gamma di emozioni infinita. Un vero viaggio nella vita, ma anche nella morte e nel dolore, un dolore che trasuda anche nelle scene che strappano un sorriso e si insinua in ogni piega, perché Marie, la protagonista, non si risparmia e non ci risparmia. Non fugge dalla violenta raffica dei ricordi, forse non ne ha la forza o forse intuisce che il buio del tunnel va attraversato, che indietro non si torna. Ed è proprio nel buio che spiccano maggiormente gli sprazzi di luce, e in queste pagine di sprazzi di luce, pur nella tragedia, ce ne sono tantissimi. I legami di famiglia, l’amore di un cane, un aquilone al vento, un fruscio di foglie, un cielo pieno di stelle, la lieve carezza di un sorriso. Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, il viaggio in treno scandisce il ritmo, tra accelerazioni e rallentamenti, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Lucie Faulerová è nata nel 1989 ed è una della più brillanti giovani autrici ceche. Dopo gli studi di boemistica ha cominciato a lavorare come redattrice editoriale. Il suo romanzo di debutto, Lapači prachu (Gli acchiappapolvere, 2017) è stato nominato ai premi Magnesia Litera e Jiří Orten. Smrtholka, del 2020, il cui titolo letteralmente significa Ragazzamorte, e indica la dea della morte Morana, è stato nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021 e nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea.
“Io sono l’abisso” è la sua prima opera tradotta in italiano.
«La storia di Marie è una storia drammatica, angosciante, di sofferenza, di buio, di abisso appunto, un tunnel dal quale è attratta ma dal quale al tempo stesso vorrebbe disperatamente riemergere. Se da bambina questa attrazione la spingeva con curiosità a scoprire l’universo (“mi sporgo nel vuoto e guardo le stelle”) da adulta si trasforma in una ricerca autolesionista del dolore (“a furia di affilare il coltello, è il coltello che affila te”). Il viaggio che compie è l’occasione per guardare in questo abisso e finalmente, forse, trarne forza»
Lucie Faulerovà, con “Io sono l’abisso”, edito da Miraggi edizioni nella collana di letteratura ceca NováVlna, è la supervincitrice del Premio Salerno Libro d’Europa 2025.
Il romanzo ripercorre la vita di Marie, la ventitreenne protagonista, attraverso rapidi flashback che passano davanti ai suoi occhi. Marie sta viaggiando in treno, dal finestrino vede lo scorrere del paesaggio: il fiume poi il bosco si alternano rapidamente fino a scomparire, lasciandole l’immagine riflessa di sì stessa, quella che lei fatica a vedere. Inizia così il suo viaggio interiore. Si rivede bambina quando desiderava diventare un mago per poter scomparire e scoprire dove si va quando si sparisce, poi inventrice del perpetuum mobile, poi dendrologa. Vorrebbe essere tutto e niente. E poi si rivede con la sua amata sorella Madla a scherzare sedute sul davanzale della finestra o ai corsi di meditazione organizzati dal Comune mentre ironizzano sui santoni che di volta in volta raccontano sempre la stessa storia “purificarsi, armonizzarsi, concentrarsi”. Rivede la madre, che sembrava una zia divertente che una notte se ne è andata, il padre, l’albero frondoso, il fratello Adam, con cui si sta bene in silenzio e si piange anche bene, Mr Rochester, che – finalmente – la illumina come una torcia.
La storia di Marie è una storia drammatica, angosciante, di sofferenza, di buio, di abisso appunto, un tunnel dal quale è attratta ma dal quale al tempo stesso vorrebbe disperatamente riemergere. Se da bambina questa attrazione la spingeva con curiosità a scoprire l’universo (“mi sporgo nel vuoto e guardo le stelle”) da adulta si trasforma in una ricerca autolesionista del dolore (“a furia di affilare il coltello, è il coltello che affila te”). Il viaggio che compie è l’occasione per guardare in questo abisso e finalmente, forse, trarne forza. Marie è consapevole che la sua vita ruoti intorno agli altri, sia nelle assenze, quella materna prima, quella della sorella poi, sia nelle presenze, quelle del padre, del fratello, di Mr Rochester che sembrano ricompensarla di tutto il dolore. C’è un desiderio di contatto che è desiderio materiale di essere visti ma lei, probabilmente, deve innanzitutto imparare a vedersi.
Accanto ad un racconto forte, è la scrittura che colpisce, a tratti poetica, ricca di similitudini e onomatopee, a tratti divertente. Il ritmo del libro è cadenzato dall’incedere incessante del treno (il fantastico Tu-tutum nella traduzione della bravissima Laura Angeloni). È un ritmo sinusale, poi improvvisamente tachicardico. Le uniche pause d’aria, in cui come balene o delfini che decidono che vogliono respirare (“Allora è fantastico, non ti pare?”), sono date dalle digressioni in cui Marie, appassionata di manuali, indica le statistiche dei vari tipi di morte da suicidio nel mondo. Non è però una mera catalogazione, Marie è interessata, interessata soprattutto a quelli per cui l’atto non ha avuto “effetto fatale”.
È la stessa attrazione che prova verso l’ignota ragazza suicida sui binari del treno che, come un’ombra, accompagna Marie dall’inizio alla fine del suo viaggio. “Mi chiedo se ha gli occhi aperti. Mi chiedo se ha paura. Mi chiedo se prova sollievo.” Ho incontrato Lucie Faulerovà emozionatissima. poco prima di sapere di essere la supervincitrice del Premio, a Palazzo Fruscione, quartier generale di Salerno Letteratura Festival, e a lei ho rivolto qualche domanda su questo libro pieno di emozione.
Partiamo dal titolo: in ceco il tuo romanzo si intitola “Smrtholka”, termine intraducibile in italiano, tant’è vero che si è dovuto scegliere un diverso titolo, “Io sono l’abisso”. Cosa significa esattamente questa parola?
Smrtholka è un altro nome per dire Morana, che è la dea della morte e dell’inverno nella cultura ceca. Significa molte cose: è innanzitutto la combinazione di due nomi, morte e ragazza, e la trovavo una parola perfetta per il titolo di questo romanzo sia perché nel libro parlo della tradizione ceca relativa a Morana, sia perché questa parola descrive al tempo stesso Marie, la protagonista, ma anche il suo doppio, la ragazza suicida alla stazione. Tuttavia, mi piace molto anche il titolo italiano, scelto dalla traduttrice Laura Angeloni, anche per chi non si conosce la tradizione ceca, sarebbe complicato a comprendere il significato del titolo.
Marie, la protagonista, ci conduce, nel suo viaggio in treno, attraverso una storia per immagini che porta il lettore in un abisso sempre più profondo. Marie ha una attrazione per l’ignoto: vuole fare la maga per poter scomparire e scoprire dove si va quando si scompare, poi vuole scoprire il perpetuum mobile, poi si sporge nel vuoto a guardare le stelle ed è affascinata dalla vastità sconosciuta dell’universo. La sua è più una curiosità verso la vita, visto che da queste esperienze estreme lei vuole tornare, o è una angoscia di morte?
L’atteggiamento di Marie – penso – è dovuto al fatto che lei ha avuto una infanzia non standard, segnata dalla scomparsa della madre prima e dalla malattia della sorella poi che finisce con la scomparsa anche della sorella. Questi sono certamente eventi che influenzano la personalità e la crescita di una persona. Malgrado non si tratti di un testo autobiografico, c’è dentro qualcosa che mi riguarda. Anche io sono stata una bambina strana: anche io volevo essere una maga e inventare il perpetuum mobile. Accanto a questo, il mio processo creativo ad un certo punto va da sé e dunque neanche io so spiegare ogni dettaglio che c’è nella storia.
A proposito di processo creativo: hai pensato prima alla storia da raccontare o prima ai temi dei quali volevi parlare?
Io penso prima alla storia perché è mentre scrivo che mi si chiarisce di cosa sto parlando e di cosa voglio parlare. Certo, inizialmente avevo la visione di questa ragazza che vuole autodanneggiarsi ma non sapevo esattamente perché no volessi parlare, così ho iniziato a raccontare la sua vita. Contemporaneamente ho sentito la storia della ragazza alla stazione metro e ho pensato di inserirla nel testo.
L’attrazione di Marie per l’ignoto mi ha ricordato un passo de L’insostenibile leggerezza dell’essere in cui Kundera afferma: “La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura”. C’è questa suggestione?
No, a dire il vero, non avevo pensato a questa influenza, in realtà, mi ha ispirato Nietsche secondo cui: “se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”
Oltre il tema dell’ignoto, ci sono altri temi nel tuo romanzo: la ricerca dell’identità, il doppio, il bisogno dell’altro per conoscersi.
Madla e la ragazza del binario sono entrambe dei doppi di Marie. Questo del doppio, dell’altro è un tema fondamentale: io penso che in generale le persone sono specchi per noi stessi. Se io sono affascinata da qualcuno, se ci sono in sintonia, cerco di creare dei legami e mi riconosco attraverso quella persona.
Tra gli atti di autolesionismo più impressionanti che Maria compie verso se stessa, c’è il momento in cui si acceca con la punta della matita provando un dolore atroce. Mi è parsa una scena metaforicamente molto potente anche pensando a tutti i grandi classici a partire da Omero o Tiresia in cui la mancanza fisica della vista era simbolo di altro. Qual è il senso di questo gesto di Marie?
Ci sono molti significati in questo gesto. Principalmente io pensavo alla mia generazione, io vengo da un Paese democratico, in pace, in cui ci sono infinite possibilità di scelta, molta libertà. A volte però paradossalmente questa libertà estrema paralizza perché ci sono troppe opzioni. Marie subisce questa paralisi così decide volontariamente di togliersi delle possibilità, autolesionandosi, così che possa dire: “io non potrò essere mai una attrice, una cantante, una ballerina, perché non mi è possibile”. Si costruisce così un alibi per essere libera in un modo diverso, limitato.
Nel libro sembra che i personaggi maschili siano generalmente positivi rispetto a quelli femminili. È un caso?
Assolutamente sì è un caso e i personaggi non sono distinti bianco-nero, positivo-negativo. Anche il personaggio di Madla non è completamente negativo, d’altra parte i personaggi maschili sono residuali rispetto alla protagonista, Marie, che io volevo rendere assolutamente preminente. La vita di Marie era talmente tragica che ho pensato fosse utile alla storia inserire dei personaggi positivi, portatori di luce. Il messaggio ultimo del libro che volevo dare è mostrare che noi possiamo vivere una vita bella anche avendo perso i nostri affetti, avendo sofferto tanto, sforzandoci di aprire gli occhi e vedere le persone intorno che ci amano e che si prendono cura di noi.
Lucie Faulerovà è la vincitrice dell’edizione 2025 del Premio Salerno Libro d’Europa, che si è tenuto ieri nell’atrio del Duomo nell’ambito della tredicesima edizione di Salerno Letteratura. “Io sono l’abisso” (Miraggi edizioni) ha conquistato la platea dei lettori che l’hanno scelta ed applaudita per il suo lavoro. Nella terna, selezionata dai comitati direttivi di Salerno Letteratura, Duna di Sale e #fuorifestival, c’erano anche Tom Hofland con “Il cannibale” (CarbonioEditore) e Munir Hachemi con “Cose vive” (La nuova frontiera). Il premio è sostenuto da Bper banca.
“Io sono l’abisso”, per la traduzione di Laura Angeloni, è stato tradotto in spagnolo, macedone, bulgaro, serbo, ungherese, polacco, croato, lettone, egiziano e sloveno. Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.
Il viaggio ferroviario, potente metafora dell’esistenza che potrebbe richiamare alla mente Moska-Petuškì di Venedikt Erofeev, o ancora La freccia gialla di Pelevin, fornisce il ritmo narrativo a Io sono l’abisso, prima opera di Lucie Faulerová a essere tradotta in Italia. Una scrittura onnivora, densa, carnale e affabulatrice non immemore della peculiare esperienza poetica di Hrabal; una sorta di monologo joyciano nel quale la parola scandaglia il reale con implacabile lucidità. Pensieri e ricordi si susseguono, trovano corrispondenze analogiche in un flusso travolgente e ininterrotto. Una confessione di estrema crudezza, ma anche percorsa da un afflato profondamente umano e mitigata da un umorismo tipicamente ceco.
Il titolo italiano proviene da un brano estratto dall’interno del testo, ed evoca inquietudini mitteleuropee. Se, come scrive Thomas Bernhard, “i nostri interlocutori cercano sempre di spingerci contemporaneamente in tutti i possibili abissi”, Faulerová espone al nostro sguardo le prospettive più vertiginose della propria anima. Il titolo originale, che letteralmente significa Ragazzamorte, ci introduce in una realtà costantemente sull’orlo del baratro. Tirando fuori dall’acqua un fantoccio che rappresenta Morana, la dea della morte nella mitologia slava, la protagonista Marie compie un gesto di sfida, una ribellione nei confronti dell’incomprensibile. Le continue allusioni alle differenti modalità del suicidio pongono l’accento sugli aspetti pratici e crudi del gesto. Residui del mondo infantile balenano nella narrazione.
La protagonista vorrebbe imparare a scomparire, come un mago, per scoprire il segreto dell’esistenza. Svegliarsi a volte è piacevole, perché si resta per un istante sulla soglia del nulla. La visita al planetario pone interrogativi impossibili sull’universo. “Il serbatoio di domande e misteri era inesauribile”, scrive Faulerová. “Dio misericordioso, quanti misteri ci sono al mondo”, scrive dal canto suo Erofeev. Anche l’individualità, sempre sul punto di sgretolarsi, appare un enigma. “Ma io chi sono da sola?”, si chiede Marie cercando di collocarsi in prospettiva con gli altri. Il suo cercare un contatto fisico nella folla anonima è un gesto per affermare la propria esistenza. Il nulla è una minaccia costante. La paura è quella di svanire, come la ripresa illeggibile di una telecamera di sorveglianza. “Forse nella realtà non esisto. Forse nella realtà sono soltanto un’imitazione”, si chiede angosciata la protagonista.
Il viaggio si rivela faticoso, fantasmagorico, irto di immagini speculari e prospettive illusorie che confondono i sensi. Le facili teorie, che presumono di avere una spiegazione per tutto, vengono demolite con corrosiva ironia. Il senso di colpa per non aver saputo impedire il suicidio della sorella e le tragiche vicende familiari sono l’occasione per una narrazione totalizzante sul senso dell’esistenza. Decidere se cercare di sopravvivere, a qualunque costo, o punirsi lentamente, o farla finita per sempre è un dilemma che lacera la coscienza. “Ed è come se avessero tirato via la tovaglia dentro di me, e tutti i piatti cadessero a terra frantumandosi in milioni di minuscoli cocci”, una immagine magnifica che ben definisce la peculiare voce di Faulerová, la sua capacità di far presentire la fragilità, il carattere effimero della nostra esistenza.
Usiamo cookie per garantirti un servizio migliore.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.