«Iveri pericoli a Pontescuro sono sopra, nella ricerca difettosa di pulizia e ordine.
Preferisco il popolo delle radici. Lìalmeno nessuno ammazza nessuno. Nel carnaio di sopravvivenza e nutrimento, dove sto io, nessuno farebbe quello che hanno fatto a Dafne.»
Dafne Casadio, figlia del signorotto di Pontescuro viene ritrovata morta con stretto al collo un nastro rosso: è facile incolpare lo scemo del paese, Ciaccio l’ amico sincero della scandalosa e spudorata ragazza.
Pontescuro di Luca Ragagnin, edito da Miraggi Edizioni,èuna favola noir, dove il male dimora nelle persone, dove la nebbia, il fiume, una blatta e lo stesso cadavere di Dafne danno voce al male.,
«Mi chiamo Dafne Casadio e avròper sempre ventiquattro anni. Sono morta da sette ore.»
Immaginate ora di essere nel lontano 1922 in un piccolo paese di campagna dove il tempo resta sospeso, un paese diviso a metà da un ponte dove la continuitàdi questo luogoèdata dall’interruzione, come le persone che sono nate e cresciute qui, interrotte dai lori segreti o da peccati inconfessabili, ma del resto negli anni Venti tutto taceva sotto una coltre di piccoli e nefandi segretucci di paesi.
Un paese che non risente dei tempi che stanno cambiando, le case restano di paglia e pietra, il cuore di cento anime, poco più, è di paglia e pietra.
Tutti colpevoli, ma solo uno pagherà, l’unico innocente.
Una narrazione, quella di Pontescuro, semplice e diretta, ma che ti stupisce: un coro di voci astanti a dir poco inconsueto, si fanno carico di raccontare la morte e la vita della sfrontata Dafne.
Una ragazza nata con la luce nei capelli, un affronto per quel paese incolore e nebbioso.
Per le donne che chiudevano gli scuri al suo passaggio, per gli uomini che la desideravano, ma a Pontescuro i desideri non sono contemplati.
Pontescuro è una storia di male viscerale, di uomini e di donne, di bigotti che non percepiscono la vera essenza del bene, inneggiando senza scrupoli, puntando il dito, e sentenziando dal pulpito o dal banco di un tribunale di anime nere. Una bellissima storia amara, la spinta della gelosia fa commettere crimini orribili, oscurando il cuore degli uomini, che saziano la loro sete di vendetta, stringendo un nastro rosso, non di seta, non sarebbe stato adatto a sgualdrina. E infine l’amicizia tra Ciacco e Dafne e di una bellezza straordinaria…come straordinarie sono le pagine di Pontescuro che via via si lasciano leggere e amare…ti lasciano sospesi felicemente.
«Visti da lontano assomigliavamo a un quadro, uno di quei dipinti che le gallerie importanti delle grandi cittàrifiutano perchéce ne sono di migliori, nel genere, e nessuno ha bisogno di un paesaggista ubriaco.«Ma non eravamo ubriachi, soltanto sospesi, e nella sospensione, felici.
«Felici di essere una ghiandaia, lo scemo del villaggio e la sgualdrina ribelle. Felici di non avere soldi ma solo corde, stupore e aria, maledetti o compatiti da tutti. Felici di farci scappare il tempo dalle mani e dalle ali senza accorgerci nemmeno del tonfo che fa,
cadendo a terra.«Non piacevano a nessuno, quei due, ma a me sì»
Luca Ragagnin è scrittore e paroliere.
Inizia a scrivere racconti e poesie nei primi anni ’80 e a pubblicare su rivista all’inizio dei ’90. Nel 1992 il testo teatrale “Eclisse del corpo” viene rappresentato a Torino e a Bologna.
È autore di romanzi (“Marmo rosso”, “Arcano 21”, “Agenzia Pertica”, “Pontescuro”), racconti (tra gli altri, “Pulci”, “Un amore supremo”), testi teatrali (“Misfatti unici”, “Cinque sigilli”) e poesie (tra le altre, le raccolte “Biopsie” e “La balbuzie degli oracoli”), tradotte in Francia, Svizzera, Portogallo, Polonia, Romania e Montenegro.
Nelle vesti di paroliere ha scritto testi di canzoni, tra gli altri, per Mina, Antonello Venditti, Garbo, Subsonica, Delta V, Totò Zingaro e Mao e la Rivoluzione.
Era da tanto tempo che leggendo un libro non mi ritrovavo a sentire nitidamente dei rumori. Luca Ragagnin è riuscito a restituirmi questa bellissima sensazione. In Pontesuro tutto parla, direttamente, o come nel mio caso, lasciandoti una sensazione. Così la nebbia, gli uccelli, il ponte il fiume, gli insetti mi restituiscono un mondo, un tempo, rumori e colori che incoraggiano la fantasia e mi guidano nel loro universo. Ne riemergo commosso e scosso.
Un gran bel corollario è costituito anche dai disegni di Enrico Remmert. Semplici, divertenti ed efficaci!
Pontescuro è una favola nera, indaga la malvagità dell’animo umano senza sconti; la scrittura di Luca è precisa e potente, colta e avvolgente. Come i suoi personaggi ti accompagna senza ergersi a protagonista e, lasciandoti cullare, ti ritrovi a piangere e ridere, ad amare e a odiare.
Si potrebbe pensare ad un mondo senza luogo e senza tempo, ma un luogo ed un tempo ci sono eccome, seppur non invadenti, ad ammonirci col ricordo di tempi scuri.
Un’ultima cosa: non avessi saputo l’identità dell’autore avrei attribuito questo romanzo a Leskov o a Gogol, e per me beh…
Vi lascio con un consiglio: Pontescuro a differenza di tanti libri si può leggere anche la sera, prima di addormentarsi, perchè accende sogni pieni di gioie e di lacrime che fanno bene al cuore.
La nebbia manca da tempo, soprattutto qui in Piemonte. Come manca la pioggia. E la neve, in pianura, è quasi un giovanile retaggio. Nei romanzi, invece, la nebbia, come fenomeno metereologico e, nel contempo, esistenziale, è presente: in “Pontescuro“, per esempio, di Luca Ragagnin (candidato al Premio Strega 2019, Miraggi editore, illustrazioni di Enrico Remmert).
Una storia, avvolta nel mistero e nel dolore, che si svolge in un paese della passa padana, Pontescuro, un pugno di anime perse, con un ponte che collega “due nulla”. Siamo nel 1922, l’anno di una marcia che porterà l’Italia nel buio. Dafne, figlia del padrone locale, proprietario di un castello, è una ragazza ribelle, che si concede per rabbia e per sfida, diventando “la sgualdrina”.
YUDHISTIRAMA VIA GETTY IMAGES
Viene strangolata e la colpa ricade su Ciaccio, abbandonato appena nato nel fiume da una ragazza venuta da lontano, “non era stupido, Ciaccio, tutt’altro, soltanto aveva una modalità tutta sua di interpretare lo spazio, simile forse a quella dei volatili di cui era diventato amico”. Ma per tutti è soltanto “lo scemo del villaggio”.
Altre persone, preti, pettegole, fattori, agiscono nell’ombra. A “parlare” sono, soprattutto, le ghiandaie, il ponte, il fiume, la blatta e la stessa nebbia. Sono loro a farci capire il “male”, oscuro e atavico, di un luogo che sembra abbandonato, tra immensi rancori e pochissima pietà.
Per trovare il colpevole, arriverà da Roma l’ispettore Eugenio Romanelli, nato a Romano Canavese, vicino alla pensione, uno che si “concentrava sui margini, sui punti morti” per cercare una soluzione ai casi più difficili. Sarà così anche per questo delitto? Alla resa dei conti, Dafne e Ciaccio risulteranno “le anime più pulite e innocenti”. E, su tutto e tutti, una domanda: “Avete presente la nebbia? Dicono che faccia del male alle persone”.
Ragagnin ha scritto un romanzo originale, forte nella scrittura e nella trama, con Dafne e Ciaccio che continueranno, sempre e per sempre, nel loro segreto girotondo, mano nella mano, sperando di ritrovarsi in un definitivo raggio di sole, in una luce di semplice e pura Bellezza.
La nebbia, già. Quella non manca nella nostra politica. E in questa Italia che non sa più dove andare, confusa e smarrita. Incapace, troppo spesso, di comprendere i valori della tolleranza, del bene verso gli altri, i disperati gli invisibili gli emarginati. Un Paese tristemente “annebbiato”. Troppo. E il futuro è soltanto un’ipotesi.
“Agenzia Pertica” dello scrittore torinese è un libro irriverente nei confronti del lettore, un falso thriller che – digressione dopo digressione – si rivela un esercizio di consapevolezze metaletterarie, un viaggio un po’ onirico, un po’ alcolico e un po’ spericolato nel mondo della narrazione
Agenzia Pertica (176 pagine, 16 euro) è il nuovo lavoro di Luca Ragagnin edito dalla torinese Miraggi. Non a caso, questo romanzo-non-romanzo inaugura una nuova collana che la casa editrice ha deciso di chiamare Scafiblù: così infatti a Napoli erano chiamate le imbarcazioni utilizzate per il contrabbando di sigarette. A ispirare Scafiblù è dunque un’idea di clandestinità applicata a quegli autori italiani che hanno il coraggio di portare sulla pagina messaggi scomodi, disobbedienti, perché no anarchici, in un anticonformismo che può esser di stile, oppure di contenuti. Un contrabbando che diventa un obiettivo nei confronti del confine implicito che distingue ciò che si è soliti trovare in libreria dai libri che invece, probabilmente, non ci finiranno mai.
E a ben vedere – anzi, a ben leggere – il libro di Ragagnin approda in libreria carico del suo contenuto di contrabbando, fuori da ogni schema, insofferente alle regole della narrazione e irriverente nei confronti del lettore, fedele alleato al quale dovrebbe, con buona probabilità, affiancarsi agevolando quell’esercizio così naturale e spontaneo da apparire forse scontato: la lettura.
Scrittore o investigatore privato?
Ma di scontato in questo romanzo non c’è niente: nemmeno il fatto che si possa parlare di un romanzo. Domizio Pertica è il protagonista di questa strampalata storia, è un autore fallito, al cui attivo ci sono ventisei romanzi diversissimi per temi, struttura e genere, per soluzioni editoriali e per editori, via via cambiati fino all’auto-pubblicazione. Una sola cosa accomuna tutte le sue opere: l’insuccesso di pubblico. Ragione per cui, dopo tanto lavoro inutile, Domizio ha pensato di lasciar perdere la scrittura e di dedicarsi a un’altra attività, un’agenzia investigativa privata, che si chiamerà Domizio Pertica Divinazioni & Sbugiardamenti & Alibi. Collaboratori dell’impresa, Venus Diomede, praghese bionda e in abiti succinti conosciuta in un bar di dubbia fama e diventata la compagna con cui condividere la triste mansarda torinese e una merla indiana alcolista di nome Zappa. Niente è scontato, nemmeno il fatto che, in quanto animale, Zappa non parli. Infatti la merla è più che loquace, e sul cedro del Libano davanti casa, dove ama svolazzare, fa amicizia con altri esseri tra cui Pepe la gazza e Trambusto il gatto poeta che si esprime in rima.
Obiettivo tutto particolare dell’agenzia, sarebbe quello di fornire alibi ai delinquenti, casi risolti a cui il romanzo dovrebbe dare spazio, raccontandoli. “Sei qui per leggere un thriller”, scrive Pertica, attivando un’attesa incessante e la suspense tipica del genere. Ma poi apre, divaga, non torna, non spiega, non chiude, nella disattesa totale è lui stesso a fornire gli alibi, sbugiardandosi e smontando la sua stessa scrittura, in una rivelazione un po’ alcolica, un po’ onirica e forse un po’ disperata a cui la lettura, interruzione dopo digressione, finisce per assomigliare.
Un non-romanzo tortuoso e irriverente C’è un inizio della storia, anzi no, è un falso inizio, come rassicura la voce narrante. Da quel momento, cioè da subito, appare chiaro come la storia non inizi, ma si avvii invece un tortuoso percorso tra le voci di Domizio, del narratore, di qualcun altro che fa le sue veci e irrompe nel testo. Il lettore cerca, attende, immagina e passeggia nei boschi narrativi colto di sorpresa a ogni capitolo. Perché naturalmente, in questo romanzo tutto speciale, anche gli elementi paratestuali contravvengono alle regole, e dunque i titoli dei capitoli parlano, scherzano e giocano. Il disinvolto appello al Prezioso Lettore diventa una delle cifre distintive del testo di Ragagnin, disinibito e al contempo sagace, inaugura un capitolo zero che scivola dalla libreria sotto casa a Céline e a Mallarmè, con strizzate d’occhio ironiche di tanto in tanto, spruzzi di realtà che inserita sulla pagina bianca diventa elastica, si adatta. E poi sberleffi al mondo dell’editoria, che Domizio ben conosce. “Scemo mi ci sento”, ammette, salvo poi correggere il tiro e interrogarsi sul fatto che forse scemi erano tutti gli altri, i lettori che non lo capivano e ancora di più gli editori. Un modello da cui allontanarsi, magari sperimentandone altri, e ancora altri, in un pastiche-metaromanzo come questo, che mescola tutto, e in continuazione mette in dubbio, disattende le aspettative del lettore portandolo fuori dai cliché interpretativi, e chiedendogli complicità.
Prezioso lettore dice la voce narrante di volta in volta diversa, mutante e velata di quella finzione che, altrove, in un romanzo classico, sparirebbe dopo la prima riga. È uno spericolato gioco a zig zag, su e giù per le scale dei congegni narrativi, in barba al pubblico, e soprattutto a quelle regole editoriali (ma, ancora prima, narrative) che ben poco tra le righe sono criticate per la propria rigidità, il proprio essere inespugnabili e inattaccabili. Del resto, Pertica le ha provate proprio tutte, anche pubblicare un libro bianco, ma non c’è stato niente da fare, il successo di scrittore non lo ha incoronato mai. Epilogo inevitabile, l’appendice, che raduna stralci dei ventisei romanzi di Pertica che hanno segnato il fallimento della sua carriera, ognuno con relativo esergo e commento di improbabili e divertenti recensori
Un funambolico esercizio narrativo È un florilegio di generi, stili, forme e soluzioni narrative che, tutte insieme, scompaginano la narrazione, destrutturando l’attesa del lettore e costruendo invece un mirabolante esempio di romanzo il cui cuore è proprio il suo stesso essere un non-romanzo. Magie della scrittura, punti di forza di una metanarrazione che, seppure anch’essa parte di quel mondo da bistrattare, è la chiave di apertura del congegno di Ragagnin per il lettore. Tra dialoghi assurdi, voci e narratori, il lettore è lanciato in mezzo al campo pluristratificato di una metanarrazione che racconta di sé, del suo farsi ma anche del non riuscire a farsi, delle abilità da scrittore affatto improvvisato, dei giochi tra enunciatori ed enunciatari di quella riprovevole letteratura da scribacchini furbi, che agganciano il lettore e lo portano con sé fino in fondo, decretando il successo. Invece qui non c’è aggancio ma costante sgancio, inciampo, non-narrazione costruita con arguzia dentro una cornice narrativa, dove anche gli elementi paratestuali concorrono al tempo stesso ad abbozzare una cornice di insieme e a smontarla, rivelandone con ironia e un po’ di amarezza la consistenza nulla.
Ma chi è poi, davvero, Pertica? Basta una manciata di pagine e già ci è chiaro che la voce che ci si rivolge in presa diretta è un prodigio della scrittura, mutevole, scrittore fallito, coscienza alta, trasformista, dialoghista, filosofo e persino fine poeta e rimatore. Domizio Pertica, un po’ autore, un po’ maschera, un po’ narratore, un po’ essenza pura della fantasia di uno scrittore a cui crediamo di avvicinarci sempre più, scoperchiando matrioske, smontando falsi inizi, incipit e attese fomentate e mai raggiunte.
“Avete mai visto un romanzo thriller incominciare con una digressione una divagazione di carattere squisitamente letterario” si domanda il nostro Domizio Pertica, o chi ne fa le veci. La vicenda thriller, misteri e colpi di pistola, tarda ad arrivare. Il dubbio, alla fine, è che davvero si possa parlare di vicenda e non, invece, di viaggio un po’ onirico, un po’ alcolico e un po’ spericolato nel mondo della narrazione. E se è vero che talvolta, per essere capiti, i romanzi giunti alla fine devono essere ripresi dall’incipit, tornando all’inizio palesemente finto e ingannevole, sembra chiaro come questo primo esperimento inaugurale di Scafiblù sia un funambolico esercizio di consapevolezze metaletterarie, registri, voci e apparati narrativi piegati all’ironia un po’ pessimista e un po’ divertita di un autore, che dipinge in modo cubista il ritratto di sé scrittore come cliché: uno, nessuno e forse centomila Domizio Pertica.
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