3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

di Damiano de Tullio

Tre

Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…

Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucinaCanti del caosLa cipollaIl gridoL’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.

Screenshot

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-buon-auspicio

3 panini dal «Mangialibri» a «In tarda estate»

3 panini dal «Mangialibri» a «In tarda estate»

di Giovanna Taffetani

vana è sdraiata sul divano letto in soggiorno con la sua bambola Julija, perché non ha una stanza tutta per sé. La sera la mamma le tira fuori dal vano contenitore le coperte, le lenzuola e le prepara il letto. Poco prima dell’alba però Ivana si infila nel lettone dei genitori, dal lato di sua madre, per cullarsi col suo calore fino a quando non le arriva un sonoro ceffone. Suo padre guida un camion, non è mai in casa e di solito rientra stanco a notte fonda. Julija gliel’ha regalata lui, è una bambola con i capelli che profumano di caramelle alla frutta e grandi occhi azzurri, come quelli di Ivana. A proposito di caramelle dure: la mamma non vuole che le mangi sdraiata a terra, potrebbero andarle di traverso. Raccomandazione inutile, un giorno una le si incastra in gola. La salva il repentino intervento di suo padre, che la prende per i piedi, le dà forti colpi sulla schiena, le mette dita in gola fino a quando non la sputa. Ivana ha sette anni, in autunno andrà a scuola, ha già lo zaino, ne avrà ancora sette da vivere… Si ritrova nello stesso identico posto, la polvere della strada attaccata ai piedi insanguinati. L’aria calda e soffocante provoca vertigini e offusca la vista. Chissà dove sono finite le sue pantofole? Il legno del pavimento scricchiola, non è Ivana a fare rumore, ma scarponi neri allacciati stretti. È la morte che li indossa. La vecchia compagna di giochi Julija è sotto il letto, chiusa al buio dentro una scatola di legno, insieme ad altri giocattoli. Sua madre è appena tornata dall’ospedale, usa ancora le stampelle e a fatica arranca fino alla camera di Ivana in mansarda. Resta ferma davanti al vetro satinato della porta, ricordando cosa c’è dietro: la scrivania con la lampada e una vecchia macchina da scrivere. Entra, c’è polvere sulla moquette verde, messa per coprire il cemento. Zoppicando raggiunge il letto di sua figlia, si sdraia e affonda la testa sul cuscino, cercandone l’odore. Piange accorata fino allo sfinimento e cade in un sonno agitato…

In tarda estate è il romanzo d’esordio di Magdalena Blažević con cui nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar Kočić. Ne è stato tratto anche un radiodramma della Radio croata. In tarda estate è dedicato alla memoria degli abitanti di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. La città era principalmente sotto controllo croato durante la guerra e la zona circostante ha visto vari scontri tra l’esercito bosniaco (ARBiH) e il Consiglio di difesa croato (HVO) nella regione. Nonostante la distanza di tempo l’autrice ha voluto che non si perdesse la memoria di questo massacro, che ha vissuto in prima persona e di cui porta ancora dentro di sé il dolore. Con uno stile poetico, denso di naturale sensibilità verso la natura, il lettore scopre il mondo infantile di Ivana e Dunja, la vita semplice delle loro famiglie e della piccola comunità del villaggio con i suoi originali abitanti. Le pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche, come il fiume Bosnia, il sole che attraversa le foglie e illumina i ricordi, descrivendo una sofferenza. La Blažević fa un omaggio alla vita nella Bosnia rurale, riuscendo a creare l’immagine di un paesaggio che sarà poi abbandonato, dimenticato e devastato dal conflitto. È la giovane Ivana la voce narrante e attraverso di lei l’autrice pur descrivendo la quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue mentre le galline vengono macellate o suini nati morti gettati in una fossa. Suo fratello che porta a spalla un fucile ad aria compressa anticipando quelli reali. In tarda estate è un romanzo contro la guerra, è un mondo fatto di emozioni che l’autrice scolpisce con frasi perfettamente precise e chiare. «Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima». Le sue scarpe da ginnastica resteranno appoggiate al muro, nessuno le indosserà più. Magdalena Blažević è una delle autrici più significative della letteratura balcanica e con questo romanzo tiene in vita la memoria, per non dimenticare, villaggi e persone. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/tarda-estate

3 panini dal «Mangialibro» al «Cimitero delle macchine»

3 panini dal «Mangialibro» al «Cimitero delle macchine»

di Massimiliano De Conca

Il bigliettino compare all’improvviso: “Provi a farsi vedere, è gratis!” con tanto di indicazioni del dottor Guido Klammermann, specialista, internista, immunologo, medico a tutto tondo. In effetti da un po’ di tempo Ulisse Orsini soffre di disturbi vari, soprattutto incubi molesti che gli impediscono di riposare come si dovrebbe. Sono tante e forse sono ovvie le ragioni del suo malessere: vive in un quartiere periferico di Milano, in via Giambellino, ed è disoccupato, diciamo che la vita non gli sorride e che questa sua precarietà gli porta ansia. Necessario dunque un urgente consulto medico. Lo studio del dottor Klammermann si trova in uno dei tanti palazzi in ristrutturazione di un’altra periferia degradata: un palazzone anonimo, senza tanti fronzoli, che non richiama nessuno stile architettonico specifico. Ulisse si incammina nell’androne e comincia a salire le scale, ma può solo ipotizzare che lì ci sia uno studio medico, visto che non ci sono targhette, indicazioni, regna piuttosto la polvere tipica di un edificio in stato di abbandono. Dalle scale fioccano piume: lo scenario è quasi inquietante, ma Ulisse non si lascia andare e prosegue finché non incontra su un pianerottolo una serie di malati che si accalcano fra materassi, sedie a rotelle. I pazienti sono caoticamente in fila, qualcuno seduto, qualcuno in piedi, tutti che si raccontano di un dolorino, un’artrite, una pressione strana sullo sterno. Finalmente appare una segretaria del dottor Klammermann che soccorre lo smarrito Ulisse chiedendogli però di prendere il numerino: anche in quel caos ci vuole un numero, c’è una progressione. Ulisse procede fra i malati finché non incappa in un paziente che ha una crisi: si sbraccia, chiede aiuto, ma viene bloccato dagli altri pazienti che gli urlano contro perché li sta disturbando. E poi Klammermann non è in studio, è un incompetente e non si presenta mai allo studio. Ulisse è in preda al panico, non gli resta che scendere velocemente in strada e dileguarsi nelle rovine della sua città…

Dopo una felice esplorazione del rapporto con il padre (I pellicaniCronaca di un’emancipazione, Miraggi 2019) e di quello con la madre (Madre nel cassetto, Industria & Letteratura, 2023), Sergio La Chiusa si dedica alla ricognizione della figura del figlio, ovvero del giovane. Il cimitero delle macchine è infatti la storia di un’odissea urbana, quella di Ulisse Orsini, appunto, nome che richiama tanto il protagonista del testo omerico, che Leopold Bloom di James Joyce. In effetti è la storia della peregrinazione di un giovane fra le macerie di una Milano periferica e precaria, ovvero fra le proprie ansie, le paure, ma anche le aspirazioni e le illusioni ormai sfumate. Ulisse è un disoccupato, è un emarginato di una società decaduta afflitta dal male di vivere, occupata a trovare Sergio La Chiusa lavora sul confine fra letterario e metaletterario: il suo testo è infarcito di citazioni implicite ed esplicite di modelli dialogici e visivi, come la plastica ripresa del Cristo che entra a Milano ricalcato su quello di James Ensor che entra a Bruxelles. La Chiusa vuole proprio che il suo romanzo sia un macrotesto che richiama altri autori, altre immagini, altri romanzi. Il tutto strizzando l’occhio al lettore, che viene spesso richiamato e rimesso in situazione: la narrazione per questo oscilla dalla terza persona alla prima persona, dal narratore onnisciente al punto di vista di Ulisse. Romanzo visionario e post-moderno, rompe diversi schemi anche se diventa quasi vittima, per converso, di una sorta di manierismo da canone inverso. Il plot narrativo decadente è una evidente metafora di una società a brandelli che si concretizza, in perfetto richiamo simbiotico, a metà via fra lo sguardo di Ulisse e il susseguirsi di situazioni post-apocalittiche.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-cimitero-delle-macchine

Sul «Mangialibri, 3 panini a LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL PROFESSOR TOTI NEL MONDO DEI ĆEVAPČIĆI di Eric Gobetti

Sul «Mangialibri, 3 panini a LE STRAORDINARIE AVVENTURE DEL PROFESSOR TOTI NEL MONDO DEI ĆEVAPČIĆI di Eric Gobetti

Viene quasi naturale invertire le lettere e trasformare il professor Toti nel maresciallo Tito: del resto tutti gli riconoscono una notevole somiglianza fisica con l’ex presidente della ex Jugoslavia, oppositore dei fascio-nazisti, ma anche del PCUS di Stalin. Toti, però, è un attempato ricercatore a contratto dell’Università di Camerino, specializzato nelle ricette sul carciofo e sull’uso delle erbe aromatiche nel Medioevo. Per questo non capisce bene perché la Famosa Conduttrice della trasmissione “Il mondo in cucina” abbia cercato proprio lui per questa missione, piuttosto che non uno dei tanti suoi giovani studenti, certamente più a loro agio quando si parla di ricette e cucina contemporanea, ma soprattutto quando ci si deve esporre sullo schermo televisivo. Fatto sta che accetta di scrivere il soggetto per cinque puntate anche perché assecondano la sua proposta di una puntata sulla cucina balcanica, in particolar modo per la cucina di Sarajevo. Il viaggio di lavoro non è dei più comodi, perché le vie di comunicazione nelle terre dei Balcani, dopo la spaventosa guerra dell’inizio degli anni Novanta del ventesimo secolo, è precaria e tutta da ricostruire, come le vite degli abitanti di quei luoghi. Toti sceglie di fare l’autostop e quindi di approfittare della compagnia di guide affabili disposte ad avvicinarlo alla sua Sarajevo. Ma in realtà Toti ha un’altra missione, anzi ne ha due: trovare un ricettario cinquecentesco probabilmente molto caro al maresciallo Tito e dato per disperso dopo il bombardamento della biblioteca di Sarajevo; ritrovare la sua ex fiamma, sua studentessa di un tempo, Alma. Il tutto scandito da pranzi e cene semplici, cucinati secondo tradizione e conditi da salse e rakija…

Eric Gobetti è un riconosciuto e stimato storico, specializzato in Novecento ed in particolar modo sulle vicende della penisola balcanica: alla sua penna si devono pagine chiare e documentate sulle foibe, sulla fine della Jugoslavia, ma anche sui partigiani e la seconda guerra mondiale. Nel suo primo romanzo sceglie una formula ben riuscita di narrazione e saggio e ci porta a spasso per una parte dei Balcani, in quelle terre senza confine fra il Montenegro, la Bosnia Erzegovina e la Croazia per spiegare coi fatti, cioè con usanze e soprattutto piatti culinari, il senso di equilibrio multiculturale di un mondo che molti vogliono dividere, ma che in realtà convive benissimo al di là di ogni etichetta e mutazione linguistica. Non c’è niente di più identitario per definire un popolo della sua cucina: scopriamo che a distanza di centinaia di chilometri cambia qualche nome, cambia qualche lettera, ma non l’essenza dei piatti di carne e pesce, verdure e rakija, vero collante di uomini e donne che sono divisi dalla fede, però uniti dall’amore per la loro terra. L’esperienza on the road è un modo per riflettere sui temi della libertà e dell’identità, sui confini e sull’insensatezza delle guerre, sulla distruzione e sulla dignità della ricostruzione. Un libretto ben riuscito, narrativamente parlando anche banale, ma di quella “banalità del bene” che aiuta a capire quanto dobbiamo ancora capire dell’essere umano in un mondo a volte subumano.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/le-straordinarie-avventure-del-professor-toti-nel-mondo-dei-cevapcici

3 panini dal Mangialibri a «Dov’è passato l’angelo » di Jan Balaban

3 panini dal Mangialibri a «Dov’è passato l’angelo » di Jan Balaban

di Mauro Corso

Tornare a casa, prendere tre bottiglie di birra rossa forte, trovare il modo per imbottigliare un passato che non vuole saperne di essere dimenticato. Svegliarsi di soprassalto per la rottura della vetrina di un negozio di computer. Ladri che fuggono. Insonnia. Scendere, andare in un bar aperto tutta la notte. Ancora birra. La sigaretta come un catalizzatore che riavvolge il cinema della memoria. Martin è di nuovo nell’acciaieria dal nome poco originale di Nová Hut’, la fatica, i turni inumani, il calore estremo, il nero e il giallo della “Nová svoboda”, quella “Nuova libertà” dell’impero sovietico che sa molto di prigionia. Gli aguzzini sono quei russi senza volto che eppure sembrano essere dappertutto, capillarmente, in ogni aspetto della vita ceca. Tuttavia nella vita di Martin c’è Eva, più simile a una visione che a una realtà, una boccata d’ossigeno nell’atmosfera soffocante di coke e carbone. Allora fuggire da quel mondo “giallonero” diventa un’esigenza vitale, una questione di sopravvivenza e la fuga nel privato domestico non è più sufficiente a garantire quel minimo spazio vitale che permette di non crepare nella solitudine. Quello che restano sono i piccoli, inutili gesti di ribellione, come chiamare il ristorante Stalingrad “U Hitlera” (“Da Hitler), nonostante i professori di storia cerchino di soffocare ogni parallelismo tra i due tiranni…

Il romanzo di Jan Balabán è avvolto fin dall’inizio da un senso di spaesamento che arriva al lettore in modo concreto fin dalle prime pagine. Aprendo il libro a pagina 5 ci si trova infatti davanti al titolo “Diciannovesimo”. Chi legge cercherà invano errori di impaginazione o di allestimento: il diciannovesimo è davvero il primo capitolo, segno di un inizio in medias res che è come un salto per tuffarsi nel passato lontano. La vita di Martina è sospesa su un filo, da una parte il comunismo, con il suo conformismo, con le sue vite standardizzate da un’industrializzazione violenta e soffocante e con le sue ribellioni di gioventù, dall’altra una società post sovietica incerta nelle sue fumose promesse. Nei ricordi di Martin affiorano luoghi, fatti e personaggi, come il compagno di scuola Tonda Gona, che da bambino soffrì ogni forma di umiliazione da parte della sua docente. Insegnante Piskalová che gode dell’impunità dell’oblio perché “Gli insegnanti cattivi hanno la fortuna che i bambini rimuovono la crudeltà dei momenti di umiliazione nelle stanze oscure della loro anima”. Tonda Gona diventa così un personaggio tragico, al punto da diventare Tonda Antigone, in un lungo monologo che rivela come tutte le promesse del regime siano in realtà un terrificante tradimento. Martin si spinge oltre e denuncia come illusori tutti i regimi, siano essi capitalisti, comunisti, russi, tedeschi, austriaci o ebrei (sic). Il libro di Balabán è un gioco al massacro in cui la posta in gioco è la vita di un’intera generazione, passata in attesa del “passaggio dell’angelo”, quell’unico momento di riscatto che si può perdere o cogliere al volo. La prosa è densa, ricca di riferimenti alla storia e alla letteratura ceca, ma fortunatamente un apparato di note non invasivo aiuta a non perdere la bussola. Un romanzo dolceamaro per chi voglia capire qualcosa di più dei paesi che sono stati all’ombra opprimente dell’Unione sovietica.

https://www.mangialibri.com/dove-e-passato-langeloQUI l’articolo originale

Tre «panini» di Mangialibri a Silvye Richterová

Tre «panini» di Mangialibri a Silvye Richterová

di Valeria Pasquali

Roma, anni ‘70-‘90. Marie divide un appartamento di quattro stanze, una comune, con alcuni compagni “rivoluzionari”: Pietro, Tommaso e Anna. Lei è una giovane ceca, giunta a Roma con la famiglia in fuga da Praga, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, poiché il padre era un chimico e intellettuale dissidente. Dopo qualche anno, però, il padre di Marie sparisce nel nulla, lasciandola con la madre e la sorella. Nonostante le ricerche, non vi è alcuna traccia dell’uomo: si alimentano così le congetture sulla sua fine, tanto che la ragazza si convince possa essere stato rapito da una qualche polizia segreta. Al tempo della comune Marie insegna matematica in una scuola professionale di periferia, a stretto contatto con le classi sociali che dovrebbero beneficiare di quella rivoluzione di cui i suoi amici parlano tanto, ma che a lei in realtà sembra solo risolversi in gesti gratuitamente violenti. La ragazza inoltre intrattiene una corrispondenza con Pavel, uno storico ceco, amico del padre, con cui ha una relazione profonda, ma platonica. Pavel le ha chiesto di raccogliere il suo lavoro scientifico contenuto nelle diverse lettere che periodicamente le spedisce: la preoccupazione è che nel suo paese tali scritti, testimoni delle sue ricerche, verrebbero sequestrati dalla polizia. Marie allora funge da “cassetta delle lettere” per contenere e preservare il lavoro intellettuale di Pavel, con cui però vorrebbe avere una vera relazione sentimentale, fatta di parole e gesti concreti. Forse proprio per questo bisogno d’amore insoddisfatto, Marie ha una relazione con il giovane rivoluzionario Mels. Tutti gli uomini legati alla ragazza sono però destinati a rimanere lontano: Pavel a Praga, prigioniero di un regime totalitario, Mels alla ricerca della sua “rivoluzione” senza mai riuscire a fermarsi in un luogo, il padre in un passato che continua a essere presente…

Sylvie Richterová (Brno, 1945) è una scrittrice e studiosa ceca, trasferitasi a Roma dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei russi. Compiuti gli studi filosofici e letterari all’Università Carolina di Praga e a La Sapienza di Roma, ha assunto diversi incarichi universitari a partire dagli anni ’70. È autrice di saggi, di romanzi e di poesie. Si sottolinea il suo impegno politico durante gli anni del regime comunista che l’ha vista collaborare con numerosi intellettuali in esilio e dissidenti cechi. Le opere narrative della Richterová sono ritenute sperimentali per le particolari soluzioni narrative, dal momento che l’autrice sovverte le tradizionali coordinate spazio-temporali e moltiplica i narratori, togliendo al lettore certezze e stimolando contemporaneamente la ricerca di più significati. Nel romanzo Il secondo addio le questioni affrontate sono importanti: l’esilio con il conseguente peregrinare di chi è costretto a lasciare il proprio paese a causa di un regime totalitario; la ricerca del senso della Storia, ma anche dell’esistenza; la scrittura come espressione di autenticità e come unica eredità possibile. È in particolare la scrittura a essere il tema privilegiato: Marie, Pavel, Jan (il compagno della protagonista nel corso della storia), Tommaso scrivono e lasciano le loro parole a dei custodi che sappiano decifrarle, affinché il senso segreto della loro esistenza possa alla fine essere compreso. Forse il senso della vita è proprio la scrittura stessa e tutti i personaggi vivono in funzione di essa, poiché “le loro parole sono le tracce della loro esistenza errante”. Tale convinzione è evidente nell’articolazione a più voci del romanzo, dal momento che la narrazione non è univoca, ma si distende attraverso vari soggetti narranti che si alternano senza un ordine e una “gerarchia” di racconto. A parlare talvolta è Pavel attraverso le sue lettere, ma non solo; altre volte è Mels, alla ricerca esasperata di fissare le parole che sente fluire dentro di sé sulle pagine del libro che lui avverte urgentemente di dover scrivere. I personaggi, poi, così come le voci, aumentano o si sdoppiano, rendendo faticoso capire chi realmente stia parlando e da quale prospettiva (è un vero narratore? O qualcuno sta riportando le sue parole?). Alla fine, si deve far pace con l’idea di non poter per forza comprendere a chi appartengano le parole, accettando di seguire solamente le riflessioni universali che l’autrice vuole stimolare. In conclusione, anche il “secondo addio” del titolo è soggetto a più interpretazioni: può riferirsi al saluto definitivo alla città, Praga, lasciata e ritrovata dopo la fine del comunismo come una patria ormai impossibile, ma anche quello nei confronti delle ideologie, delle certezze, delle epoche vissute e private ormai di significato, rappresentate dalla “frontiera”, un tempo temuto luogo di morte, ora linea di semplice passaggio, priva di interesse.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-secondo-addio

Tre “panini” di Mangialibri a Valeria Carletti

Tre “panini” di Mangialibri a Valeria Carletti

Articolo di Andrea Micalone

Valeria Carletti è innanzitutto una stalker di professione e una groupie accanitissima. Cerca sempre di infilarsi nei backstage dei concerti e, perché no, se possibile anche nei camerini, così da scambiare quattro chiacchiere con i suoi artisti preferiti. C’è però un piccolo dettaglio da aggiungere: Valeria è in carrozzella, ma sogna comunque di fare uno stage diving. Ma non importa se ciò (per ora) è irrealizzabile, perché la musica la fa sentire viva, e molti cantanti ormai la conoscono bene e sono diventati veri e propri amici (Zen Circus, Dario Brunori, Samuele Bersani, Max Gazzé, eccetera eccetera). Poi con il suo cane Luna… Anzi, diciamolo bene: la sua cana… Ecco, con la sua cana Luna, si aggira sempre per le vie di Torino con le cuffie nelle orecchie. Ogni canzone le spalanca mondi ed emozioni fortissime, che la fanno vibrare di quella vita che a volte sembra sfuggirle. Perché sì, la sua non è soltanto una storia di entusiasmi e di “andràtuttobene”! Tutte cazzate, quelle. Ci sono anche i momenti bui, in continuazione. Alcuni amici le dicono che lei ascolta troppe canzoni tristi, ma non importa: si sa che le canzoni tristi sono anche la cosa più bella del mondo. E poi Valeria ha già organizzato in un’occasione un festival (naturalmente incentrato sulla musica) avente l’obiettivo di discutere, e se possibile abbattere, le barriere architettoniche: l’Oltranza Festival. Ora sta già pensando a una seconda edizione. E per via di tutto questo attivismo, di conseguenza, non riesce proprio a sopportare gli odierni governanti, del tutto indifferenti alle fatiche degli ultimi ma con la bocca sempre impastata di cristianesimo. Valeria, in effetti, talvolta pensa: “Chissà come si vergognerà quel crocifisso che tengono in mano”…

Cinquanta canzoni. Cinquanta canzoni che, se si ha tempo e voglia (trovateli), si possono anche ascoltare su internet grazie a QR Code presenti all’inizio di ogni capitoletto. Cinquanta canzoni che ci introducono alla vita, alle esperienze e agli innumerevoli concerti a cui Valeria Carletti ha preso parte. E va specificato: cinquanta canzoni di artisti per lo più indipendenti, tanto si sa: ormai (concordo con Valeria) la buona musica si trova soprattutto da quelle parti. Questo è dunque un diario, ma un diario di un genere molto sghembo e simpatico. Stracolmo appunto di musica (sono felicissimo di aver dovuto recensire io questo libro, dato che con gli Zen e Brunori ci sono cresciuto, e quindi…) e stracolmo di emozioni. Non tutte positive, sia chiaro, ma non stiamo qui a trattare Valeria come una poverina, né al contrario come una donna di forza eccezionale o altre scemenze del genere. Valeria è una donna, punto. Anzi no: devo aggiungere una cosa (del resto sarei qui proprio per questo). Valeria è una scrittrice. Questo infatti è un libro magnificamente scritto, struggente in molti punti, e capace di trasmettere un dolore intenso come solo certi libri sanno fare. Ci pone insomma dinanzi alle difficoltà della vita (di lei, ma anche nostra) con grande sincerità. In conclusione, davvero, qui c’è bellezza.

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Malapace – recensione di Alfredo Sgroi su Mangialibri

Malapace – recensione di Alfredo Sgroi su Mangialibri

Il clima è cupo, nella Francia appena liberata dalle forze alleate. Perché sono brucianti le scorie, non solo materiali, del conflitto ancora in corso. Il momento di fare i conti con quello che è accaduto è, infatti, arrivato. E tanti francesi non hanno la coscienza limpida. Così, in un campo di prigionia controllato dagli Alleati, esattamente nel 1944, si raduna un’umanità eterogenea di diseredati, relitti, prigionieri politici. Costretti ad una coesistenza forzata, in cui il caso può fare incrociare destini inconciliabili. Accade così che si incontrano due vecchi compagni d’infanzia, approdati per vie traverse alla medesima scelta politica. Il primo, François, ex comunista poi diventato collaborazionista dei nazisti al tempo della repubblica di Vichy; il secondo, Antoine, vecchio vicino di casa e fascista convinto. L’incontro innesca nel primo un flusso inarrestabile di ricordi, partendo proprio dall’infanzia, vissuta in un piccolo borgo francese. Qui matura le prime esperienze, passa dal cattolicesimo al comunismo, vive la lacerante condizione di orfano di guerra. E poi arriva Vichy…

Francesca Veltri dipana la trama del racconto lungo un arco spazio-temporale ampio. Lo fa concedendo lo spazio maggiore alla rievocazione memorialistica, condotta in prima persona dal protagonista-narratore. Lo sfondo è quello degli anni tumultuosi che vanno dal primo conflitto mondiale, vissuto in Francia in un’atmosfera di acceso patriottismo, fino all’occupazione nazista e all’arrivo degli alleati. Ciò che più conta è che il protagonista vive il suo processo di formazione in maniera intensa, facendo comunque delle scelte controcorrente. Così è quando abbraccia il verbo pacifista negli anni della Grande Guerra, e così è quando diventa comunista, prima, filonazista dopo. E perciò si stacca, talvolta in modo sinistro, dalla massa grigia degli ignavi, che preferiscono defilarsi. Rinunciare, cioè, a partecipare ai grandi rivolgimenti storici, restando così nell’ombra. Una scelta, questa, di viltà, che il protagonista rifiuta recisamente. La sua fisionomia caratteriale risulta quindi minutamente analizzata, ma sempre inerendola nel flusso degli eventi del suo tempo.

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Nell’armadio – recensione di Valeria Pasquali su Mangialibri

Nell’armadio – recensione di Valeria Pasquali su Mangialibri

Hana è rientrata da poco a Praga, dopo aver vissuto alcuni anni in Germania. Alla madre e alla sorella ha detto di aver trovato un lavoro in banca e una casa che sta finendo di sistemare, per questo è ancora ospite dall’amica Jana. In realtà Hana ha mentito a tutti: non ha un posto dove andare, non ha un lavoro, è sola e non ha più nemmeno il denaro per mantenersi. La sorella, ignara di tutto, distrattamente le dice di doversi disfare di un armadio: Hana si offre di farlo portare da Jana. Trasportato l’armadio in strada insieme al cognato Standa, Hana rimane sul marciapiede con quel mobile ingombrante, non sapendo bene cosa farne. Ad un certo punto, con l’aiuto di un passante, porta l’armadio in un cortile all’interno di un condominio vicino a quello della sorella. Non avendo un alloggio e non volendo pesare ulteriormente sulla sorella e sull’amica, la ragazza prende una decisione assolutamente stravagante: decide di passare le notti dentro l’armadio, mentre trascorre il giorno girovagando. Comincia per lei una vita quasi da clochard, sfruttando l’aiuto di qualche negoziante e riducendo al minimo il rapporto con i familiari: nel suo passeggiare senza meta, Hana è immersa nei suoi pensieri, rivivendo frammenti di vita che l’hanno portata a sentirsi sempre più isolata dal mondo e incapace di chiedere aiuto a chi la ama. Tra questi ricordi piano piano si svela un trauma, l’evento misterioso che l’ha spinta dopo tanto tempo a tornare a casa…

Tereza Semotamová (1983) ha studiato a Praga e a Brno, conseguendo la laurea in sceneggiatura, drammaturgia e germanistica. È traduttrice dal tedesco, giornalista e autrice di radiogrammi e trasmissioni letterarie. Nell’armadio è il suo primo libro tradotto in italiano. Un romanzo non particolarmente ricco di eventi, perché in realtà ciò che viene raccontato è il percorso interiore vissuto dalla protagonista, alla ricerca sì di un luogo fisico, ma soprattutto di un posto psicologico-esistenziale in cui trovare rifugio. È la stessa Hana che ci svela il senso della sua vicenda quando afferma che “tutti dovremmo avere il diritto di chiuderci dentro un armadio, ogni tanto”. La strana storia della ragazza nell’armadio diventa pertanto la metafora di un profondo sentimento di inadeguatezza: Hana si sente assolutamente estranea al mondo che la circonda, anche se abitato da persone che la amano, come la madre, la sorella e l’amica che continuano a interessarsi a lei. Hana si isola sempre di più perché non trova uno “spazio” dove la sua esistenza abbia un senso e questa ricerca continua e logorante la fa chiudere sempre più in sé stessa, come un oggetto in un armadio, fino a quando il dolore profondo che la accompagna la convince ad accettare l’aiuto di cui ha bisogno. L’originalità dello spunto iniziale, il rifugio rappresentato dall’armadio, richiama da lontano la genialità di alcune situazioni dei racconti di Kafka, anch’egli ceco. Il romanzo poi è intessuto di molteplici riferimenti colti, ben resi in traduzione, anche se difficili da apprezzare nella loro valenza culturale, essendo legati alla lingua e alla letteratura ceche.

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RUR – recensione di Gianfranco Franchi su Mangialibri

RUR – recensione di Gianfranco Franchi su Mangialibri

Futuro prossimo. Fabbrica Rossum’s Universal Robots. È giorno di presentazioni, si annunciano nuove invenzioni rivoluzionarie. Il direttore Domin domanda e si domanda: “Qual è, secondo voi, l’operaio migliore? Quello affidabile? Onesto? Niente affatto. Il più economico. Quello con minori bisogni. Il robot”. E cosa sono questi nuovi “robot”? Sono uomini senz’anima: uomini artificiali, meccanicamente perfetti. L’uomo è un “prodotto imperfetto”, forse perché Dio non era tecnologicamente così evoluto; i robot, invece, hanno un altro equilibrio. Sono parecchio più performanti. Stacco. Cocktail post presentazione. Ordini già in arrivo da mezza Europa. Helena Glory si presenta al direttore, con un biglietto di suo padre, il presidente Glory. Vorrebbe tanto poter vedere (in via eccezionale, si capisce) le segrete stanze della fabbrica. È figlia di un presidente: può entrare. Il direttore Domin promette che le mostrerà tutto: ecco le vasche (ciascuna contiene materiale per mille robot), ecco la storia della scoperta. Nel 1920, diverso tempo prima, il vecchio Rossum era sbarcato su quest’isola per studiare la fauna marina; voleva riprodurre, tramite sintesi chimica, la materia vivente detta protoplasma, finché non aveva scoperto un’altra sostanza che si comportava proprio come la materia vivente ma aveva una diversa composizione chimica. Ciò succedeva circa 12 anni più tardi, nel 1932. Quella scoperta era, concretamente e tecnicamente, un grumo di gelatina apparentemente senza senso. Rossum poteva, a quel punto, dare vita a qualunque genere di creatura, con quel grumo: aveva invece deciso di ricreare l’uomo. “Ma voi li fate davvero gli uomini?”, domanda lady Glory. “Più o meno”. Il vecchio Rossum era ateo, era materialista: pensava di poter spodestare Dio e ricreare ex novo un uomo, fino all’ultima ghiandola. Poi era arrivato suo nipote e gli aveva detto che era ridicolo impiegare addirittura dieci anni per replicare un uomo, serviva essere più veloci di madre natura. Quel giovane rappresentava la nuova epoca, davvero! Aveva capito che un bravo ingegnere poteva migliorare l’essere umano, perfezionandolo qua e là; cavando via qualche ghiandola, l’appendice, le tonsille, tutta una serie di cose inutili. Tipo i sentimenti, per capirci. “L’uomo ha bisogno di fare tante cose inutili”, spiega il direttore. “Fare passeggiate, suonare il violino, provare gioia. Sono cose inutili quando c’è da fare calcoli, tessere stoffe, lavorare…Vede, a un motore non servono ornamenti. E produrre robot è come produrre motori”. E così, il giovane Rossum aveva buttato via l’uomo per creare un uomo nuovo, chiamato robot: un operaio prodigioso dalla memoria eccezionale. Oppure una cameriera, una commessa, una dattilografa. Indifferente che fosse maschio o femmina. Il robot non aveva comunque passione e non aveva sentimento. “I robot sono più perfetti della natura ma non possono inventare niente di nuovo. Potrebbero benissimo insegnare all’Università”. Ogni giorno vengono prodotti quindicimila nuovi robot. I più longevi durano anche vent’anni. Poi si deteriorano e vanno rottamati come si deve. Non serve farsi scrupolo: non sono attaccati alla vita, non ne hanno motivo. Non provano più emozioni. Non vengono dotati di anima perché non è nell’interesse della fabbrica. Costerebbe troppo a livello di produzione…

1920. Nella distopia R.U.R. Rossum’s Universal Robots, opera di Karel Čapek, viene coniato il termine “robot”: viene dalla parola ceca “robota”, diventerà qualcosa di estremamente comune. L’invenzione della parola “robot” si deve al fratello di Čapek, Josef, pittore; Karel aveva pensato a un più didascalico “labor”. Questa la vulgata. 2020. Cento anni più tardi, Kateřina Čupová pubblica questa graphic novel, per la Argo di Praga. Secondo Luca Castelli del «Corriere della Sera», “di luce e colori abbondano le tavole della Čupová, che con l’autore dell’opera condivide la nazionalità, le iniziali e l’età in fase di creazione (è nata a Ostrava trent’anni fa). Il suo tratto elegante, gentile, quasi giocoso, discendente dalla tradizione dei cartoni animati dell’Est Europa, aiuta ad alleggerire una trama che spesso lambisce scenari cupi alla Metropolis di Fritz Lang (film che risentì parecchio dell’influenza di R.U.R.)”. A dar retta a Maurizio Di Fazio de «la Repubblica», si tratta di una “rivisitazione assolutamente originale ma rispettosa della pietra miliare. Il suo stile e la sua matita, rimandanti all’universo del cartone animato, affondano le radici in decenni di premiata animazione ceca”. Nella postfazione, il professor Alessandro Catalano puntualmente osserva che durante questi cento anni, a partire dall’invenzione di Čapek, “il robot, multiforme alter ego dell’uomo, sua copia infedele, spesso aggressiva, ha subito mutamenti sostanziali”: tanto che, paradossalmente, oggi è più famosa la parola “robot” che l’opera sua matrice, R.U.R. Rossum’s Universal Robots. “I robot hanno infatti da subito iniziato a vivere di vita propria, fino alla definitiva identificazione con l’essere artificiale antropomorfo di tipo meccanico, dominante a partire dalla fine degli anni Venti e infine istituzionalizzata da Isaac Asimov e dalle grandi saghe cinematografiche”. In R.U.R. Invece il robot è un essere umano “dalle ridotte esigenze e dalla maggiore efficienza lavorativa”. Cosa che, politicamente e simbolicamente, in genere, ha ben diverso peso e ben diversa consistenza. Direi che la distopia del notevole Karel Čapek (Malé Svatoňovice, 1890 – Praga, 1938) aveva parecchi elementi di visionaria critica ai totalitarismi figli del socialismo: i suoi “roboti” sembrano quei cittadini-sudditi cinesi della nostra epoca, estranei a qualunque forma di protesta e di ribellione, vuoti e obbedienti e quando serve aggressivi e famelici, come formichine. I robot di Čapek conosceranno una sorte differente da quella che avevano previsto i loro progettisti, in fabbrica: speriamo che sia così per gli “inconsapevoli automi” derivati e originati dai dispotismi asiatici e dai totalitarismi di nuova generazione. L’opera è stata pubblicata dalla Miraggi di Alessandro De Vito & c. nella nuova e promettentissima collana MiraggInk, con il contributo del Ministero della Repubblica Ceca. Siamo dalle parti di quei fumetti che scintilleranno di grazia e di intelligenza per diverse generazioni, nelle vostre biblioteche. Compratelo e fatelo leggere ai vostri bambini e ai vostri ragazzi, spiegate loro che i totalitarismi non sono un gioco e che l’anima e i sentimenti sono tutto quel che abbiamo. Chiudiamo con qualche cenno biobibliografico. Karel Čapek, giornalista, drammaturgo e narratore, è stato uno dei maggiori scrittori cechi del Novecento. Nelle sue opere antesignane e visionarie ha trattato temi delicati e oggi decisivi come l’intelligenza artificiale, le epidemie, l’energia atomica. Kateřina Čupová da Ostrava, Cechia, classe 1992, animatrice e fumettista, si è laureata presso il prestigioso Dipartimento di Animazione all’Università Tomáš Baťa di Zlín. A dar retta agli amici della Miraggi, “il suo stile accattivante e simile a un cartone animato è fermamente radicato in decenni di apprezzata animazione ceca”. Vediamo di apprezzarla a dovere anche quaggiù in Italia!

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Romanzo senti/mentale – recensione di Mina Patrizia Paciello su Mangialibri

Romanzo senti/mentale – recensione di Mina Patrizia Paciello su Mangialibri

Eda è ad una festa di cinquecento persone quando d’un tratto si sente chiamare. Un uomo è caduto giù dalle scale ed è morto. Da uno squarcio invisibile del suo corpo sta sgorgando del sangue che si sparge sul parquet. Alcuni invitati non si sono accorti di nulla e continuano a ballare il valzer ma, all’arrivo del medico, si accalcano tutti intorno all’uomo. Era un venditore che proveniva dalla Moravia del Nord e aveva alzato un po’ troppo il gomito. Bisognerà avvisare la moglie prima che la notizia faccia il giro dei giornali e la responsabile della comunicazione decide che sarà proprio Eda ad andare a comunicarglielo. Lui prova a immaginare come reagirà la donna alla notizia e gli torna in mente l’altra volta che ha dovuto portare la notizia della morte di Eliska a sua madre… Nina è tornata nella sua casa d’infanzia per il funerale della mamma. Il signor Antos del piano di sopra suona ancora come quindici anni prima il suo clarinetto. Nina pensa che qualcuno dovrebbe dirglielo che non ha fatto progressi e che la solita routine (tre composizioni, rimozione dell’ancia, pulizia del clarinetto, tossetta e cena) è sempre più insopportabile. Gli armadi sono stracolmi di vestiti che come i copriletti, le lenzuola e le tende sono coperti di larve di tarma. Fa un gran freddo, c’è odore di chiuso e di piscio di gatto e prima di buttare via ogni cosa lei si fa prendere dai ricordi in quella casa con i genitori e la sorella Eliska, con la quale è sempre stata in competizione. In mezzo a loro tante figure ma due di loro, Eliska e il padre di Eda, decisamente disturbanti…

La vicenda si svolge nell’arco di 24 ore. Due persone – Eda e Nina – alternano la loro voce ad ogni paragrafo. Lui è messaggero di brutte notizie, lei deve mettere ordine in un’eredità. Sono uniti nel passato da memorie di esperienze condivise che però ognuno interpreta a modo suo. Un racconto che diventa il mezzo per scendere nel loro personale inferno, l’inferno dei segreti di famiglia che porta con sé la perdita dell’innocenza, nella vita di chi è cresciuto alla fine del regime cecoslovacco. Un’intersezione di voci su una struttura narrativa che si regge in equilibro perfetto. Libro d’esordio di Bianca Bellová, ma sua terza opera uscita in Italia, Romanzo senti/mentale rivela già l’impronta di una delle voci più interessanti del panorama letterario ceco. Nel romanzo si scoprono i temi cari alla scrittrice: infanzia perduta, condizione femminile, legami familiari, solo per citarne alcuni che sono tenuti insieme dalla sua scrittura con una maestria ben riconoscibile. Una voce potente in un gran bel racconto.

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Krakatite – recensione di David Frati su Mangialibri

Krakatite – recensione di David Frati su Mangialibri

Praga, anni Venti. Il giovane ingegnere Prokop barcolla sul marciapiede della strada che costeggia il fiume Moldava. Ha i brividi e la schiena inzuppata di sudore, gli gira la testa, vorrebbe sedersi su una panchina ma ha paura di attirare l’attenzione di qualche poliziotto e quindi raccoglie le poche forze che ha e tira dritto. Si sente svenire, si accorge che un passante lo fissa con insistenza allora cerca di accelerare il passo ma vacilla, quasi cade a terra, è costretto a poggiarsi ad un albero e a chiudere gli occhi ansimando. Il passante lo raggiunge, a quanto pare lo conosce, dice di essere Jirka Tomeš, un suo collega del Politecnico. Si sente male? Può aiutarlo? Prokop accetta, è ferito: farfuglia qualcosa riguardo a un esplosivo sperimentale che ha battezzato “krakatite” in onore del vulcano Krakatoa, soltanto una piccolissima quantità di polvere ha distrutto la stanza dove si trovava Prokop, lo ha scaraventato a terra come un fuscello. Poi Prokop sviene. Tomeš lo raccoglie, lo fa salire su un calesse e lo porta a casa sua, dove gli dà un’aspirina, lo sveste e lo mette a letto. Prokop dorme e sogna. Sogna di incontrare Plinio in una fabbrica e di spiegare a lui il meccanismo d’azione della letale krakatite, poi di cadere, di fuggire, di rivelare la formula del nuovo esplosivo ai suoi colleghi accademici. Quando si sveglia, nota che Tomeš accanto a lui ha preso appunti: vuole rubargli la scoperta dunque? Dopo tanto lavoro, tanta sofferenza sarebbe un vero disastro… Crolla di nuovo in un sonno stavolta senza sogni. Si sveglia che si è fatto giorno, sono passate molte ore: si sente confuso, debole, ha un mal di testa lancinante. È solo in casa, Tomeš a quanto pare è uscito. Suonano alla porta, è una ragazza con il viso coperto da un velo. Prokop la fa entrare in casa, inebriato dal suo intenso profumo…

Finalmente pubblicato in italiano a quasi un secolo dall’uscita a puntate sul quotidiano “Lidové Noviny” nel 1923 (modalità narrativa che peraltro si rintraccia nella struttura un po’ frammentaria del romanzo), Krakatite è uno dei due grandi romanzi “pessimisti” di Karel Čapek assieme a La fabbrica dell’assoluto. In uno l’energia che tiene unita la materia viene sfruttata per causare esplosioni di potenza catastrofica, nell’altro per creare una divinità. In entrambi i casi però le conseguenze sono apocalittiche. Del resto Čapek, profondamente segnato dall’esperienza della Prima guerra mondiale – definita dagli storici il primo vero conflitto “tecnologico” della storia – era sinceramente preoccupato per le sorti del genere umano di fronte all’incalzare di una scienza solo raramente utilizzata per scopi pacifici (“A me la forza non piace, né quella bellica, né quella elettrica”, scrisse). Così, dopo il successo strepitoso delle pièces teatrali R.U.R. (nella quale viene coniato il termine “robot”) e L’affare Makropulos decise di regalare ai suoi lettori un inquietante, minaccioso apologo sulle armi di distruzione di massa che anticipa quasi profeticamente il tema dell’escalation nucleare. Ma non c’è solo questo in Krakatite. Come la quarta di copertina della bellissima edizione Miraggi vuole suggerire con la citazione riportata, c’è anche una metafora sociale nel romanzo, non solo un plot fantascientifico geniale: al mondo per Čapek “tutto è esplosione”, “tutto sfrigola come una compressa effervescente”, anche i pensieri e le emozioni, persino l’erotismo. Il rombo delle esplosioni è il suono della modernità, della frenetica cultura urbana che prende il posto di quella tradizionale contadina e travolge la vecchia morale. Nel 1948 il regista cecoslovacco Otakar Vávra girò una pellicola tratta dal romanzo che è passato alla storia per essere il primo film al mondo in cui è descritto un olocausto atomico.

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