I Pellicani – recensione di Maria Laura Labriola su Cronache di Caserta

I Pellicani – recensione di Maria Laura Labriola su Cronache di Caserta

“I Pellicani”: romanzo allucinato e burlone

Chi sono i Pellicani? Sono realmente ciò che appaiono nelle prime pagine? Vi è una specie di burla e di ricerca d’identità all’inizio del romanzo di Sergio La Chiusa, “I Pellicani” edito da Miraggi edizioni. Un racconto che è arrivato finalista al 32° Premio Calvino con la Menzione Speciale Treccani. Alla maniera di Dino Buzzati, un giovane con la valigetta va a trovare un anziano paralitico in un palazzo fatiscente. Sulla carta, lui dovrebbe essere il giovane Pellicani, e l’anziano suo padre. Ma già dalle prime battute il vecchio non viene riconosciuto, se non che per il naso. “Che ci faceva un tale relitto in casa di mio padre? Come si permetteva di occupare il suo posto?“. Si presenta tutto come un equivoco al lettore, il quale non è certo più di nulla. Una storia vaga, priva di collocazione geografica, di limiti spazio-temporali. Non vi sono nomi propri e vi è un dialogo non dialogo, direi “muto” tra figlio e padre. Kafka e Landolfi vengono evocati in ogni dove con una scrittura allucinata e aliena. Un monologo che non finisce e che avvolge il lettore imbrigliandolo in un vortice di supposizioni, ripetizioni, ipotesi e convinzioni.

Un fiume di parole che denuncia un’inerzia dell’uomo moderno che anela a dominare gli esiti della civiltà. La Chiusa crea mondi inesplorati e al contempo riflessi nel presente, forse all’avanguardia rispetto al patrimonio letterale attuale. Abbiamo una certa etica del corpo che appare certamente al centro del romanzo. Non è solo uno, ma due di cui uno è in movimento e l’altro immobile rinchiusi dalle parole in uno spazio ristretto di un appartamento.

“I Pellicani appaiono come eredi di un teatro di Beckett”, ove personaggi sono costituiti di flussi torrenziali di parole e la cui vecchiaia perde il suo colore e la sua identità nell’infanzia e nel nulla. Tutto il romanzo è pervaso inoltre da un torpore, da una stanchezza fisica e mentale che non permette di raggiungere la verità più intima delle cose.

QUI l’articolo originale:

Il bambino intermittente – intervista a Luca Ragagnin di Lorenzo Germano sulla Gazzetta d’Alba

Il bambino intermittente – intervista a Luca Ragagnin di Lorenzo Germano sulla Gazzetta d’Alba

Il bambino di Ragagnin

Nel cortiletto della libreria Milton sono tornate a risuonare le voci dei libri grazie al coraggio di Carlo, Serena e della casa editrice Miraggi. È stato presentato Il bambino intermittente: diretta streaming e firma copie per i lettori di Luca Ragagnin, già candidato allo Strega 2019 con Pontescuro (proposto da Alessandro Barbero). Torinese, dotato di estro poliedrico, dopo aver esordito come poeta negli anni ’90 (vincendo il premio Montale) Ragagnin ha proseguito come autore di romanzi, racconti, testi teatrali e canzoni (anche per Mina, Antonello Venditti e Subsonica). Nella sua ultima opera ha racchiuso le memorie di una vita.

Com’è nato il romanzo?

«Quattro anni fa, mentre stavo scrivendo altre cose, ho sentito l’esigenza di raccontare un periodo abbastanza lungo della mia vita di Berg, personaggio che in qualche modo mi appartiene. Con molto pudore potremmo definirlo un romanzo di formazione: in fondo si segue la crescita di Berg, nome principale del protagonista che nel libro ne assume diversi altri. Una delle sue caratteristiche più importanti, comune a tutti i bambini, è una sorta di esubero di fantasia, per cui vive le sue esperienze e i fatti che gli capitano stravolgendoli. Di solito lo scarto che si crea tra la sua interpretazione e la realtà è buffo e divertente. Manterrà la caratteristica fino all’età adulta, producendo una serie di eventi agrodolci, che sono un po’ la mia cifra stilistica».

Chi è il bambino intermittente?

«L’intermittenza riguarda i pensieri di Berg sul mondo, le persone, i bambini che incontra all’asilo, poi a scuola, all’oratorio, poi anche nella vita adulta, durante il primo scontro-incontro con l’altro sesso, ma anche le problematiche sociali che gli si presentano quando è adolescente, dato che ci troviamo alla fine degli anni ’70. Nel romanzo si attraversano gli anni di piombo, delle droghe, fino ad arrivare alla data simbolica dell’11 settembre 2001, che rappresenta la morte dell’Occidente. Con questo disincanto e intermittenza, Berg vorrebbe agire, fare, collocarsi nel mondo, ma poi finisce spesso per fare l’opposto».

Con quale approccio hai ricostruito quel periodo?

«Ho cercato di ricordare il mio passaggio in quegli anni, Berg è un po’ un mio coetaneo (leggermente più giovane), è un bambino e poi un adolescente che ha pochi mezzi conoscitivi, come pochi ce n’erano in quegli anni. Non capisce, chiedi lumi a sua madre che è una professoressa e che ha a che fare anche con ragazzi problematici. In fondo i terroristi che incontra sono appena più grandi di lui, ma sono irraggiungibili per la sua comprensione. Neanche la madre ha delle risposte, cerca solo di approntare delle difese, mettendogli dei divieti minimi per evitare rischi (no treni, no mezzi pubblici, no manifestazioni)».

Il tuo romanzo precedente aveva un aspetto favolistico. Hai mantenuto anche qui quel tipo di narrazione?

«In questo libro lo scopo principale è preservare la memoria, per quanto aberrata dalle caratteristiche del personaggio che l’attraversa. In pandemia a malapena ricordiamo un mondo che è scomparso 15 mesi fa, immagina lo sforzo per ricostruire il mondo degli anni ’70 e ’80, anche nel modo di vivere la gioventù in una città industriale con pochi spazi».

Che rapporto hai con le Langhe e i suoi scrittori?

«Un rapporto stretto. Ci vengo spesso. Considero Milton di Carlo Borgogno una seconda casa. Con Enrico Remmert abbiamo scritto per Laterza L’acino fuggente, una scorribanda nei territori del vino tra cui soprattutto il Roero e la Langa. Gli scrittori come Pavese, Fenoglio, Lajolo li ho amati e li apprezzo molto, ma vorrei citare anche Marco Giacosa, che è originario di qui e ha appena pubblicato lo splendido Langhe inquiete».

QUI l’articolo originale:

Endecascivoli – recensione di Giovanni Follesa su Unione Sarda

Endecascivoli – recensione di Giovanni Follesa su Unione Sarda

“Endecascivoli”, racconti dal sottosuolo

Le memorie di un padre (minatore poi laureato) accendono le narrazioni di Patrizio Zurru

Se al termine della lettura di ciascuno dei 65 racconti arriva l’impulso di cercare il pollicesù per mettere un mi pia­ce, non c’è da preoccuparsi. È solo uno dei sa­ni effetti collaterali di “Endecascivoli” scrit­to da Patrizio Zurru e pubblicato per Mirag­gi edizioni. Storie ritmate e brevi, come den­tro un social network, da leggere con la liber­tà di non seguire l’ordine proposto nel libro.

Vita social

Il nostro tempo, pesante di preoccupazio­ni, con questi racconti sembra prendersi una tregua, e così si fa largo un’oasi di leggerezza e giocosità che offre riparo soprattutto in cia­scuna pagina dispari del libro dove è presen­te un riquadro bianco concepito per racco­gliere pensierini, appunti o disegni. Anzi, sca­rabocchi come succedeva ai tempi del telefo­no grigio a rotella della Sip. L’evoluzione di quei ghirigori diventa la vita social del volume: è stato infatti creato un hashtag, #endecasci­voli, per interagire con l’autore e magari esprimere un giudizio.

Istruzioni per l’uso

In apertura un bugiardino offre qualche spiegazione sul testo e sul senso della narra­zione. «Tutto nasce», spiega l’autore, «dalle storie raccontate da mio padre e dalla suc­cessiva richiesta al sottoscritto di mia madre: mettile in bella, come sai scrivere tu. In par­ticolare gli aneddoti sulla miniera». Non han­no titoli i racconti-post, quindi il riferimen­to è la pagina. Alla 29 si legge: «15 anni di sot­tosuolo a spalare carbone, e a un certo punto ha deciso che poteva esserci un’altra possi­bilità, si è messo a studiare per laurearsi, fa­cendo registrare a mia madre le lezioni su un Geloso, che ascoltava nella strada che da ca­sa ogni notte lo pottava in miniera. Avanti e in­dietro. Play, stop, rewind. Play again, stop, rewind, return home».

Il viaggio

Lo spunto per ciascun brano è reale, spes­so sono le memorie a dettare il viaggio alla fantasia per spaziare tra nonsense, sarcasmo, realismo liberatorio. Ovunque si ritrova mu­sicalità, che come brezza di parole investe il lettore per poi scivolare via e lasciare sensa­zioni rarefatte che sono già ricordi. Pagina 70: «Mio padre, che si faceva i chilometri a piedi per incontrare mia madre, un amore scavato con scarpe coi chiodi sotto, per non consumarsi, arrivare ad Iglesias per un sor­riso». Difficile scegliere il passo più diverten­te, specie quando la narrazione attinge alla memoria collettiva di chi negli anni Sessan­ta ci è nato. A pagina 25 c’è un viaggio in tre­no per raggiungere Parigi, alla frontiera il controllo dei documenti, delle borse, delle va­ligie… e le Superga di tela o le espradillas usa­te come «potenziale bellico non indifferen­te» per non condividere lo scompartimento con nessuno. E come non citare Eros Ramazzotti suonato all’infinito da un sopravvissu­to jukebox in un pub belga non appena il ge­store, troppo ospitale, capisce che Zurru ar­riva dall’Italia. “Endecascivoli” è questo. È pa­rola che non esiste ma che parla di racconti, scritti perfino durante il tempo di cottura di un minestrone.

Lo scrittore

Nome noto nel panorama editoriale per es­sere stato prima libraio e ora ufficio stam­pa, agente letterario, direttore di collana, Zur­ru è passato per un attimo dall’altra parte, quella degli autori, quasi non per scelta. «Non ho ansie da scrittore», dice a tal proposito, “il libro è un divertissement, niente di più. Deter­minante è stata la spinta forte delle gemelle Ivana e Mariela Peritore, con le quali lavoro per la collana SideKar, altrimenti chissà… ».

QUI l’articolo originale:

Endecascivoli – recensione di Gabriele Ottaviani su Convenzionali

Endecascivoli – recensione di Gabriele Ottaviani su Convenzionali

Aveva permesso che il tempo si annullasse, che quei baci lontani arrivassero prima.

Endecascivoli, Patrizio Zurru, Miraggi. Icastici, brillanti, intelligenti, vividi, schietti, i racconti di Patrizio Zurru sono gemme liriche che indagano senza retorica e con freschezza impareggiabile la condizione umana in tutta la sua gamma di colori, dalle tinte più tenui a quelle più fosche, tra le fragilità più inconfessabili e gli improvvisi e irresistibili slanci di forza, vitalità e resilienza, facendo conoscere, tra realismo e magia, un festoso assembramento di caratteri al lettore, che in loro riconosce e il sé, e non si sente più solo. Un gioiello.

QUI l’articolo originale:

I tedeschi – recensione di Martina Mecco su Andergraundrivista

I tedeschi – recensione di Martina Mecco su Andergraundrivista

La scrittura come ricerca della verità. “I tedeschi” di Jakuba Katalpa

I tedeschi. Una geografia della perdita (Němci, 2012) è il primo romanzo della scrittrice ceca Jakuba Katalpa ad essere pubblicato in Italia. L’opera è tradotta da Alessandro De Vito ed edita lo scorso febbraio da Miraggi Edizioni come dodicesimo volume della collana NováVlna. Nel 2013 il romanzo è stato insignito del prestigioso Cena Josefa Škvoreckého (Premio Josef Škvorecký) e del Cena Česká kniha (Premio Libro Ceco dell’anno). Jakuba Katalpa è lo pseudonimo utilizzato da Tereza Jandová nelle vesti di autrice, dove “Katalpa” (in italiano Catalpa) è il nome di un albero dalle foglie caduche.

Katalpa è già autrice di altre opere, tra cui la raccolta di racconti Povídka beze jména (“Racconti senza nome”, 2003) o i romanzi Hořké moře (“Mare amaro”, 2006) e Doupě (“La tana”, 2017). L’ultima pubblicazione della scrittrice è invece il romanzo Zuzanin dech (“Il respiro di Zuzana”, 2020). Si segnala, inoltre, l’incontro con l’autrice organizzato dal Centro Ceco di Milano, che si può recuperare al seguente link.

All’interno di uno dei suoi saggi, la studiosa tedesca Aleida Assmann sostiene che il ricordare e il dimenticare risultano strettamente legati perché insieme organizzano i ritmi mutevoli dell’esistenza. Ciò che affiora grazie al ricordo non è altro che la superficie della coscienza, una materia in continuo movimento, tra la riscoperta e il riconoscimento. L’atto del ricordare si materializza quando si dissolve quella distanza temporale che si situa tra il soggetto e l’evento, oppure quando viene superata una condizione priva di consapevolezza. All’interno del romanzo di Jakuba Katalpa il recupero del passato è alimentato da entrambi questi aspetti. Innanzitutto, occorre chiedersi quale sia il passato che viene rievocato, sebbene sia meglio parlare di diverse manifestazioni di quest’ultimo. Infatti, la prosa di Katalpa è rappresentata da un continuo intersecarsi di due dimensioni: quella intima, legata al contesto famigliare, e quella di un passato che si identifica con la Storia stessa.

La narrazione ha inizio con la morte di Konrad, che riporta sua figlia e due dei suoi tre figli a rincontrarsi a Praga. Tutti a parte uno hanno già da tempo lasciato il paese e per la figlia il ritorno nella città d’origine rappresenta un’occasione inaspettata di indagare sulla vera origine della propria famiglia. Il ricordo dei dolciumi che ogni anno giungevano per posta dalla Germania e il ritrovamento delle bretelle sono i due aspetti che mettono in moto questa sua necessità e fanno scattare in lei il dubbio sulle verità che le sono sempre state date per assodate – secondo lo stesso meccanismo che alimenta la verità delle masse. La questione messa in gioco da Katalpa è quella che ruota intorno al problema dell’identità e che si costituisce tanto del presente quanto di un passato di cui, paradossalmente, non si è stati protagonisti diretti e di cui sono rimaste poche tracce effimere. Konrad ha sempre rifiutato ogni contatto con “i tedeschi”, quei parenti che vivono oltreconfine e che per quarant’anni a partire dal ‘47 hanno spedito in dono dei dolciumi.

Con gli anni i pacchetti di nonna Klara sono entrati a far parte delle leggende d’infanzia, e a prova della loro esistenza sono rimasti solo i francobolli tedeschi che i miei fratelli avevano incollato negli album.

La figlia di Konrad, nonostante sia stata educata a non porsi domande su questi “parenti fantasma”, decide di tentare di fare chiarezza su una vicenda che ha un sapore del tutto generazionale. Per riuscire in quella che si rivela essere una vera e propria impresa è necessario per la protagonista, che nel romanzo è curiosamente l’unica ad essere priva di nome nonostante il suo ruolo chiave nella storia, crearsi un percorso fisico all’interno di quello spazio che nel sottotitolo viene definito in termini di “una geografia della perdita”. La chiave di volta di questa riscoperta non solo del passato, ma di una verità raggiungibile solo grazie alla presa in considerazione di più prospettive, è rappresentata proprio dalla nonna Klara, la nonna tedesca che non ha mai conosciuto. Nonostante la figlia di Konrad riesca a ritrovarla, la faccenda viene ulteriormente complicata dal fatto che la donna soffre di Alzheimer, altro emblema che enfatizza il tema della perdita.

La storia procede allora nel tentativo di ripercorrere le tappe della vita di Klara, dall’infanzia passata in una famiglia alto-borghese, al momento del trasferimento a Rzy, il paese che di trova “nel distretto dei Sudeti, quattrocento chilometri a Est di Praga.” Katalpa non sceglie un luogo qualunque per l’ambientazione della vicenda, ma la colloca in un paesino inserito in una zona fondamentale per le questioni che riguardano i rapporti tra cechi e tedeschi nel corso del secolo scorso. Arrivata a Rzy, Klara viene etichettata come “straniera”, oltre a sentirsi lei stessa estraniata osservando quanto accade fuori dalla sua finestra.

Erano tedeschi diversi da quelli che conosceva nel Reich, rapaci e scontenti. La studiavano, valutavano fino a che punto per loro potesse rappresentare un problema, e lei non aveva idea di come convincerti di non essere un pericolo.

Per Klara inizia un vero e proprio processo di integrazione tutt’altro che semplice, in quanto identificata immediatamente come “tedesca del Reich” e automaticamente associata alla figura di Goebbels. Rzy non è solo l’ambientazione del romanzo, ma anche un microcosmo creato dall’autrice stessa, all’interno del quale indagare la questione sociale tout court. Katalpa, infatti, intreccia la storia di Klara con quella degli abitanti del villaggio, analizzandone le inclinazioni psicologiche e, si potrebbe dire, quasi patologiche. La messa a fuoco dei personaggi corrisponde al volerne sottolineare la fragilità, spesso invece celata nella dimensione quotidiana. Attraverso questa messa a nudo vengono proposti temi che si accavallano a complicare una vicenda che, al contrario, è raccontata da Katalpa con una prosa piuttosto tradizionale. Tra questi, il tema della malattia che compare a più riprese nel romanzo e che in Melman si lega alla paura della morte. L’ombra di una fine spinge Melman a liberarsi della sua figura istituzionale e alla necessità di prendere coscienza di sé, mettere in atto un’analisi della propria condizione esistenziale, nonostante tutti i danni che questa potrebbe arrecare. Un altro tema fondamentale è quello della maternità, legato alla dimensione della donna – non a caso, infatti, le figure femminili hanno un ruolo di particolare importanza nel romanzo.

Oltre al riferimento spaziale, non bisogna però dimenticare il ruolo che viene giocato dalla dimensione temporale della narrazione, nella quale si staglia questa costellazione di eventi. A questa ricerca delle radici più intime si connette il tentativo di Katalpa di mettere in discussione degli aspetti che hanno a che fare una memoria di stampo collettivo, riallacciandosi ad eventi del secolo scorso che, per certi versi, rappresentano dei nervi ancora scoperti nella grande narrazione della Storia. L’autrice spinge il lettore a porsi delle domande simili a quelle di Klara, che hanno un respiro nettamente più ampio di quello del singolo personaggio. Katalpa stessa, in occasione dell’intervento che si citava inizialmente, sostiene che esista una necessità impellente di  interrogarsi riguardo ad aspetti che rappresentano ancora una sorta di ferita nella memoria collettiva europea. Le domande che la Storia pone all’individuo hanno molto spesso un carattere profondamente morale, illudendo chi ne fa parte attivamente che quest’ultima sia in qualche modo afferrabile, nonostante non lo sia affatto. La questione della verità e quella della colpa vengono evocati col fine di mettere l’accento sulla loro natura profondamente cangiante, un terreno instabile in cui bisogna cercare di fare chiarezza ponendosi delle domande. L’opera si presenta solo nelle vesti come la storia del recupero del passato di una singola famiglia, per aspirare invece a una dimensione universale. La forza della prosa di un’autrice come Katalpa si rivela chiara già in un romanzo come I tedeschi, dove gli eventi frastagliati in uno spazio che sfugge a qualificazioni si rincorrono e concorrono a creare una nuova immagine della verità, che sembra essere afferrata solo dalla pratica della scrittura.

Mi ha colpita un dolore risalente a quasi sessant’anni fa, e stavolta non è solo il dolore di mio padre, tante volte declamato e sofferto con un certa solennità, è qualcosa di ancora diverso a rodermi dentro, un’incertezza e una pena, scoprire che tra verità e menzogna c’è un confine così labile che lo si può rimuovere con un semplice gesto della mano, con un battito di ciglia.

QUI l’articolo originale:

https://www.andergraundrivista.com/2021/04/13/in

Endecascivoli – segnalazione su TUSTYLE

Endecascivoli – segnalazione su TUSTYLE

Libri per la primavera. Racconti tra poesia e prosa

Endecascivoli di Patrizio Zurru, è una raccolta di 65 racconti legati dal ritmo. Con parole che sembrano mosse dal vento dei ricordi, le storie che partono dalla realtà per arrivare sul bagnasciuga come legni modellati dalle maree.

Ogni frammento è una partitura la cui metrica perfetta ricorda orchestrine e ottavini sommersi. La prosa, sospesa tra poesia e malinconia, lascia spazio ad altri finali possibili. Ad altre storie, come in un gioco di scatole cinesi.

In testa a ogni racconto, il lettore troverà un riquadro vuoto. L’autore invita a riempirlo con un pensiero o un disegno da condividere con lui e gli altri lettori con l’hashtag #endecascivoli.

Patrizio Zurru, che lavora nei libri da 30 anni come editor, consulente editoriale e ufficio stampa, regala un gioiellino di attualità, ironia, intrattenimento. Piccoli cammei cesellati nella spuma, talvolta tinti nel surreale dell’inconscio.

QUI l’articolo originale:

La teoria della stranezza – recensione su Alias

La teoria della stranezza – recensione su Alias

I suoi sogni si trasformano in brevetti

Praga, giorni nostri, Istituto di Antropologia Interdisciplinare. Ada, ricercatrice, lavora destreggiandosi tra colleghi che si arrovellano intorno ad annose teorie e direttori afflitti da disturbi psicosomatici. Unica, vera amica lì dentro è Valeria, tormentata dalla misteriosa scomparsa del figlio alcuni anni prima. Nella vita privata e nel suo piccolo appartamento, Ada legge, ascolta musica, accetta disimpegnate avventure amorose, ospita il fratello un po’ scapestrato, si prende cura di sé in bagno, dove ha appeso il poster con la fondamentale Scala di Bristol. Saltuariamente va a dormire dall’ex fidanzato, ma a puro scopo di lucro. I sogni di Ada, infatti, sono forieri di idee che possono trasformarsi in marchingegni da brevettare. La decisione di far luce sul mistero del figlio di Valeria coincide con la comparsa di alcuni eventi, tra loro collegati da quella che sembra una legge universale. Ada inizia allora a elaborare la sua «Teoria della Stranezza». Horáková fa della sua protagonista una giovane donna capace di ironia e autoironia, di riflettere in profondità su sé stessa e la città che la circonda, di accettare la resa finale come esempio dei suoi e dei nostri umani limiti. Quattrocento pagine che meritano di essere lette, 24 euro.

L’articolo originale:

Il bambino intermittente – segnalazione su Il Venerdì

Il bambino intermittente – segnalazione su Il Venerdì

La storia di un uomo dall’infanzia all’età adulta: una linea retta che spesso ha fatto da architrave a romanzi e film. Infrange completamente le regole di questa geometria Luca Ragagnin, che in Il bambino intermittente propone una biografia sminuzzata in piccolissimi tasselli e li rimescola in un libro componibile à la Cortázar, esperibile nell’ordine scelto dal lettore. Il gioco letterario non è gratuito: se la biografia di ogni uomo è una ricostruzione parziale elaborata a posteriori, perché non assecondarne la natura segreta, ludicamente ipotetica? (g.s.)

L’articolo originale:

Endecascivoli – Salvatore Massimo Fazio intervista Patrizio Zurru su La Sicilia

Endecascivoli – Salvatore Massimo Fazio intervista Patrizio Zurru su La Sicilia

Storie alla ricerca della memoria

Patrizio Zurru in libreria con una raccolta di 65 scritti, dal titolo “Endecascivoli”, sospesi tra ricordi di famiglia e fatti quotidiani, talvolta surreali. «In endecasillabi, più o meno»

Ventinove anni esatti dalla precedente opera, per assaporare la maturità dello scrittore Patrizio Zurru. Nel 1992, con “13 racconti”, pubblicato dalla 3B+Z, il natio di Iglesias si districava con emozioni in parola scritta, che ebbero un ottimo riscontro. Prima d’approdare al “libro”, organizzava concerti jazz fino a che: «Sono passati oltre 30 anni (da quell’approdo, n.d.c.) e non ho ancora trovato come uscirne». Ci preme ricordare e lo facciamo senza alcuna piaggeria, che non stiamo parlando soltanto con lo scrittore, bensì con un talent scout tra i maggiori che l’Italia può annoverare: «Ho lavorato come libraio (riconoscimento miglior libraio d’Italia nel 2012, n.d.c.), editore, scrittore, ufficio stampa, curatore di collana, consulente editoriale e agente letterario».

Stakanovismo?

«È la passione, che chiami stakanovismo, per le cose che si fanno, l’idea di raggiungere un obiettivo o di crearne di nuovi. Poi il valore lo stabiliscono gli altri». La poliedricità non è dunque casuale, così come casuali non sono i 65 racconti dell’antologia “Endecascivoli”, edito da Miraggi Edizioni, in libreria da ieri, 23 marzo, tant’è che Patrizio Zurru, che ad oggi cura anche la collana “SideKar” di Arkadia Editore di Cagliari, insieme alle gemelle palermitane Ivana e Mariela Peritore «una collana di isole gemelle» come ama ricordare, pubblica per le edizioni torinesi perché «doveroso ricordare che siamo amici dall’anno della loro fondazione. Ho seguito tutto il loro percorso, così, quando mi hanno chiesto di pubblicare le mie storie con loro mi è sembrata la cosa più naturale, oltre che più bella». Sincero nelle emozioni come i contenuti della nuova opera, gli chiediamo se c’è un filo conduttore tra il dato reale e quello della potenziale fiction: «Sicuramente la liaison è la ricerca della memoria, soprattutto passata, ma anche presente e futura. Si va dalla parte che più mi appartiene, le storie di miniera di mio padre, a quelle che coinvolgono una famiglia numerosa per cuginanza, sparsa per l’Europa, a semplici fatti quotidiani; non mancano i racconti surreali, a intervallare il vero con un po’ di verosimile. Il tutto in endecasillabi, più o meno».

Cosa l’ha ispirata?

«Niente! Scrivo mentre cucino, impiego il tempo di cottura, quando il piatto è pronto il racconto si chiude. Quanto alla pubblicazione, già ti ho detto come avvenuta».

I racconti sono narrati in prima persona: parla di se stesso o presta la sua penna ad altri personaggi?

«In quasi tutti, cerco di riportare storie che ho sentito dai miei, arricchendoli con dettagli inventati».

Cosa pensa dei premi letterari, noti e meno noti? Ambisce a parteciparvi? E se si: per vincere, concorrere o per diffondere il suo libro?

«I premi servono, ancora, a dare un brivido a chi partecipa, come scrittore o lavorante nell’editoria. Per me non so, non credo di averne diritto».

L’endecascivolo cos’è?

«Un piccolo racconto che dopo aver salito gli scalini si butta in discesa liberamente».

Non è un caso allora che proprio col suo libro Miraggi battezza la nuova veste grafica nella collana Garamond: sorpreso, emozionato o cos’altro?

«Sorpreso all’inizio, emozionato sicuramente e incuriosito, felice di partecipare e, a mio modo, collaborare a questo nuovo progetto».

Per chi e perché lo ha scritto, Zurru lo ha detto minimamente in parte e sorridendo di gusto, così si è congedato dalla simpaticissima chiacchierata: «Lo dico nell’ultimo racconto, il 65°. Non vi resta che comprare il libro».

Articolo originale:

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su Rai Cultura – Letteratura

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su Rai Cultura – Letteratura

Jack, Malcom e Palmiro, i tre amici e personaggi principali di questo romanzo, sono tre anime un po’ a disagio in un mondo che non è proprio a loro consono, senza sapere bene il perché. Il primo è un poeta che rifugge la celebrità e i luoghi anche poco affollati, che rincorre una donna in rosso, finendo per sfinirsi e perdersi nei fumi dell’alcol, il secondo un musicista di un certo tipo di musica, che riesce ad avere “un parco di donne” sempre disponibili, ma per sopravvivere lavora in una ditta che installa gabinetti, che non disegna l’alcol.Palmiro un liutaio, “ puro “ , che costruisce i suoi strumenti con i legni e le vernici più nobili “Stradivari docet”, una passione di amore ossessivo per i suoi manufatti che protegge con assoluta devozione tanto che rinuncia a venderli per non farli contaminare da mani che possono sporcarli, graffiarli o anche non in grado di suonarli. Aggiusta con dovizia non richiesta strumenti ( alcuni non meritano manco di essere aggiustati) e così rinuncia anche ad un bel guadagno. Ogni chitarra con tanto di griffe “Palm “ ha un nome. Un amore finito, o forse no. Nemmeno lui disdice l’alcol ma è più forte il richiamo di certi “ funghetti “ di cui la valle vanta dai tempi dei Camuni per chi li sa trovare, e lui sa. Tutti e tre della Val Crodino, una montagna che ancora permette un ambiente incondizionatodalla tecnologia, dove sembra a volte che il tempo si sia fermato .Il loro ambiente naturale, dove trovare anche quel senso di pace, che a volte sta stretto, ma da cui è anche difficile fuggire.Vivono tutti e tre un po’ alla giornata, come sospesi in questa valle. Ed è alla scoperta di un luogo particolare della valle, dove Palmiro ha letto di uno strano personaggio che in un antro particolare abita, che Palm riesce a convincere gli amici ad avventurarsi. Ed è l’avventura, dopo la caratterizzazione dei personaggi che completa il romanzo. È una bella storia, tra il serio e il faceto, che nasce dall’amore vero per la montagna in tutte le sue declinazioni, la Val Crodino non manca di nulla, le meraviglie che la natura offre a chi sa apprezzare ed i suoi tesori nascosti. Tre uomini e una valle che sono riusciti a non rovinarsi il sabato.È un libro molto interessante e molto divertente, la scrittura ironica ma anche ricca di riferimenti tutt’altro che inventati, ne fanno un bel romanzo. Non c’è niente di scontato , si ride, ma c’è molto da riflettere. Consiglio di leggerlo.

QUI l’articolo originale

https://www.facebook.com/groups/RaiCulturaLetteratura/permalink/1570963519774731/

Endecascivoli – segnalazione di Salvatore Massimo Fazio su SicilyMag

Endecascivoli – segnalazione di Salvatore Massimo Fazio su SicilyMag

Libro copertina della settimana è quello di Patrizio Zurru, Endecascivoli, Miraggi.

Endecascivoli è una serie di racconti legati dal ritmo, con le parole smosse dal vento dei ricordi e di storie che partono dalle realtà per arrivare sul bagnasciuga come legni trasportati e trasformati dalle maree. Sono piccoli camei che in parte raccontano ricordi, in parte hanno il fascino surreale dell’inconscio. Ogni frammento è una partitura la cui metrica perfetta ricorda orchestrina e ottavini sommersi. La prosa è poetica, malinconica e lascia sempre spazio a finali possibili, ad altre storie come in un gioco di scatole cinesi.
La particolarità. Con Endecascivoli di Patrizio Zurru, Miraggi edizioni inaugura la nuova veste grafica della collana “Golem Narrativa”
L’autore
Patrizio Zurru, classe ’65, come i racconti contenuti nel suo libro d’esordio, ha dedicato la sua vita per il libro. Nel 2012 fu votato come miglior libraio d’Italia, ha attraversato tutta la filiera, iniziando come editore nella 3B+Z edizioni, dove nel 1993 pubblica 13 racconti, poi come libraio per 26 anni, ufficio eventi e consulente per case editrici, agente letterario, attualmente svolge il ruolo di Ufficio Stampa, Comunicazione ed eventi in Arkadia Editore, dove cura la collana SideKar insieme a Mariela e Ivana Peritore.

QUI l’articolo originale:

Uno di noi – recensione di Gianluigi Bodi su Senzaudio

Uno di noi – recensione di Gianluigi Bodi su Senzaudio

“Uno di noi” di Daniele Zito finisce di diritto nella shortlist dei libri migliori letti nel 2021 (il libro è stato pubblicato nel 2019). Non c’è nulla che possa farmi cambiare idea. Anzi, dirò di più, Zito mi sembra una di quelle persone capaci di dare il meglio di sé in più di un campo. Ho avuto modo di leggerlo anche nel suo romanzo d’esordio “La solitudine di un riporto” edito da Hacca edizioni e anche in quel momento ricordo di essermi lasciato andare alla lettura con enorme soddisfazione.

“Uno di noi” è uscito per Miraggi Editore, una casa editrice di Torino che ormai lavora su più fronti. Pubblica romanzi, racconti, fumetti, poesia; pubblica italiani esordienti e affermati e inoltre pubblica anche letteratura straniera, con un occhio di riguardo all’est europeo. Le loro edizioni sono elegantissime e fanno sempre una gran figura.

“Uno di noi” però è un libro che non posso far rientrare in un’unica categoria tra quelle menzionate poco sopra. La storia che racconta è quella di una serata andata male. Un gruppo di amici, dopo aver perso l’ennesima partita di calcetto, decidono di dare alle fiamme una baraccopoli. Purtroppo per loro, come se non fosse già grave questo gesto violento e ignorante, il loro operato non si limita a bruciare vecchi materassi e spazzatura, ha un impatto potente anche sugli abitanti della baraccopoli, ma non entro nei particolari altrimenti vi rovino la lettura.

Cos’ha dunque di speciale questo libro? Zito utilizza, come forma espressiva, il verso. Si tratta, a mio modo di vedere, di una costruzione molto simile alla tragedia greca, con un coro che fa da controcanto alla voce dei protagonisti; un coro che si insinua in tutti gli anfratti della storia e la esplora riempiendola di sé. La forma di “Uno di noi” è questa dunque, una forma classica, che potremmo anche definire antica, che però riesce a dare l’abito perfetto per la storia che viene raccontata. L’effetto che provoca è straniante, da un lato la forma guida l’occhio, ma a conti fatti a volte si ha l’impressione di avere davanti un racconto, una novella.

Il tasso emotivo di questo libro è molto alto. La voce dei protagonisti che provano ad analizzare ciò che hanno fatto è straziante, inoltre, nei commenti di chi definisce “bravata” ciò che a tutti gli effetti è una tragedia, mi sembra di notare l’essenza putrida e nauseante di molte della chiacchiere che sento anche io al bar o in treno.

Non c’è molto altro che possa dire di quest’opera di Daniele Zito, se non che vi consiglio di leggerla vivamente.

Daniele Zito è nato a Siracusa, vive e lavora a Catania. Collabora con L’«Indice dei libri del mese» e «Che fare». Ha esordito nel 2013 con La solitudine di un riporto (Hacca). Il suo secondo romanzo, Robledo (2017, Fazi) è stato pubblicato anche in Francia. Nel 2018 ha pubblicato: Catania non guarda il mare (Laterza Contromano).

QUI l’articolo originale:

Daniele Zito – Uno di noi