I Pellicani – recensione di lesenedelase sul blog Le sere nere della Sere

I Pellicani – recensione di lesenedelase sul blog Le sere nere della Sere

I Pellicani di Sergio La Chiusa è un romanzo che racconta la storia di ribellione al mondo dei Pellicani, padre e figlio che in risposta all’invadenza delle aspettative della società si ritirano in casa come unici inquilini di un immobile pericolante. 

Avevo l’impressione di essere penetrato in un mondo in cui ero il solo sopravvissuto e ciò mi dava una certa importanza agli occhi degli altri.

Un quarantenne, che si definisce un renitente, è appena stato licenziato dall’azienda in cui lavorava come venditore. Una sera decide di tornare a far visita al padre che non vede da diversi anni e fingersi realizzato facendo sfoggio di un completo grigio topo e una valigetta. In realtà il vestito è sgualcito e la valigetta contiene articoli di cancelleria sottratti all’azienda e una mutanda di ricambio per gli appuntamenti importanti.

La situazione che trova non è quella che si aspetta. Il padre, che ricorda come un uomo sempre in movimento e impegnato in piccoli lavoretti di casa, ora vive in un appartamento in stato di abbandono, è molto invecchiato e sta sempre a letto. Il figlio non è sicuro che si tratti del padre, ma nell’uomo riconosce chiare fattezze di famiglia e di sé, nel dubbio lo definisce a volte paralitico, a volte Pellicani e raramente papà.

Il punto debole di Pellicani era l’immobilità, per cui risultava sempre reperibile.

Lo stato della casa e la situazione di vita di Pellicani creano una curiosità morbosa nel figlio, l’idea iniziale di essere solo di passaggio diventa per uno stabilirsi con l’intento di favorire l’emancipazione dell’anziano signore. Convinto che l’uomo si crogioli troppo nell’accidia, il figlio escogita una serie di stimoli per rendere Pellicani indipendente dalle cure della donna di servizio, dalla televisione e persino dal letto e dal cibo.

L’unica lucidità nel figlio pare essere l’accanirsi nel suo piano assurdo di rianimare l’iniziativa di Pellicani, tutto il resto invece è avvolto da dubbi e sospetti: a volte si sente in una rappresentazione teatrale di un regista occulto, la casa in rovina sembra il labirinto della sua mente confusa e l’anziano signore lo specchio del suo immobilismo. Chiudersi in casa e cercare di prendere le distanze da un alter ego impotente pare l’unica risposta dei Pellicani all’insistenza con cui il mondo esterno continua a proporre in loop il sapersi reinventare e l’essere sempre in movimento.

Io stesso avevo sopravvalutato il movimento. Ridacchiavo da solo, completamente soddisfatto della conclusione dei mei ragionamenti.

I Pellicani è tra i cinque libri finalisti dell’edizione 2021 del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo.

QUI l’articolo originale:

https://lesereneredellasere.myblog.it/i-pellicani-di-sergio-la-chiusa/amp/?__twitter_impression=true

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

L’uomo che rovinava i sabati – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

Jack, Malcom e Palmiro, i tre amici e personaggi principali di questo romanzo, sono tre anime un po’ a disagio in un mondo che non è proprio a loro consono, senza sapere bene il perché.
Il primo è un poeta che rifugge la celebrità e i luoghi anche poco affollati, che rincorre una donna in rosso, finendo per sfinirsi e perdersi nei fumi dell’alcol; il secondo un musicista di un certo tipo di musica, che riesce ad avere “ un parco di donne” sempre disponibili, ma per sopravvivere lavora in una ditta che installa gabinetti, che non disegna l’alcol.

Palmiro un liutaio, “ puro “ , che costruisce i suoi strumenti con i legni e le vernici più nobili :“ Stradivari docet “, una passione di amore ossessivo per i suoi manufatti che protegge con assoluta devozione, tanto che rinuncia a venderli per non farli contaminare da mani che possono sporcarli, graffiarli o anche non in grado di suonarli.
Aggiusta con dovizia non richiesta strumenti ( alcuni non meritano manco di essere aggiustati) e così rinuncia anche ad un bel guadagno. Ogni chitarra con tanto di griffe “Palm “ ha un nome. Un amore finito, o forse no. Nemmeno lui disdice l’alcol ma è più forte il richiamo di certi “ funghetti “ di cui la valle vanta dai tempi dei Camuni per chi li sa trovare, e lui sa.

Tutti e tre della Val Crodino, una montagna che ancora permette un ambiente incondizionato
dalla tecnologia, dove sembra a volte che il tempo si sia fermato. Il loro ambiente naturale, dove trovare anche quel senso di pace, che a volte sta stretto, ma da cui è anche difficile fuggire.
Vivono tutti e tre un po’ alla giornata, come sospesi in questa valle. Ed è alla scoperta di un luogo particolare della valle, dove Palmiro ha letto di uno strano personaggio che in un antro particolare abita, che Palm riesce a convincere gli amici ad avventurarsi.
Ed è l’avventura, dopo la caratterizzazione dei personaggi che completa il romanzo. È una bella storia, tra il serio e il faceto, che nasce dall’amore vero per la montagna in tutte le sue declinazioni, la Val Crodino non manca di nulla, le meraviglie che la natura offre a chi sa apprezzare ed i suoi tesori nascosti.
Tre uomini e una valle che sono riusciti a non rovinarsi il sabato. È un libro molto interessante e molto divertente, la scrittura ironica ma anche ricca di riferimenti tutt’altro che inventati, ne fanno un bel romanzo.
Non c’è niente di scontato, si ride, ma c’è molto da riflettere.

QUI l’articolo originale:

Di sangue e di ferro – intervista a Luca Quarin di Laura Fonovich su Udinenews

Di sangue e di ferro – intervista a Luca Quarin di Laura Fonovich su Udinenews

Autofiction contro Autofiction. “Di sangue e di ferro” di Luca Quarin, vince il Contropremio Carver 2021 per la narrativa

È stato un caso che conoscessi, lunedì 8 febbraio alle 11, nella Libreria Einaudi di Udine, lo scrittore udinese Luca Quarin? Forse lo sarebbe stato se fosse successo dopo un mese ma, non a due giorni dalla sua premiazione per la narrativa al Contropremio Carver 2021, con il libro “di sangue e di ferro”. Luca mi ha raccontato che la parte più emozionante del premio è stato arrivare tra i primi cinque finalisti con un suo grande amico, Massimo Cracco autore di “Senza”.

Ogni opera letteraria, prima di essere realizzata, è già presente in un’altra dimensione in attesa di essere risvegliata dall’immaginifico di uno scrittore. Il romanzo “di sangue e di ferro”, come direbbero i cinesi, iniziò a respirare nel 2014 a Treviso, a un corso di scrittura tenuto da un’amica di Luca, Bruna Graziani (promotrice dell’unico festival letterario italiano dedicato alla scrittura autobiografica, Cartacarbone). Bruna sollecitò i partecipanti a scrivere un testo su di una loro esperienza. Un evento drammatico raccontato da uno dei presenti, lo fece riflettere sul rapporto che esiste tra gli eventi della nostra vita, il modo con cui li raccontiamo agli altri, il modo in cui li trasformiamo nella nostra mente, e come in alcuni di essi rimaniamo intrappolati.

Se avessi licenza letteraria definirei il genere di questo romanzo “ipnotico”, ben lontano da una struttura ed una forma etichettabili. Leggendo, ti senti immerso in una di quelle atmosfere che solo alcuni filoni del realismo magico e della letteratura fantastica latino-americana sono in grado di creare. Culture in cui, tutt’ora, sogno e realtà possono tranquillamente convivere senza l’ansia del confine.

Il lettore, a cui consiglio di leggerlo tutto d’un fiato, deve essere pronto ad accogliere questa non-dimensione, dove spazio, tempo e personaggi sembrano annullarsi nella fitta rete di elementi e narrazioni che si sovrappongono. Si crea così, un’attesa da libro giallo in cui non puoi smettere di leggere per scoprire il colpevole.

La dimensione atemporale, provocata da questo continuo entrare ed uscire ad intermittenza dalle varie storie che si intrecciano, fa emergere in modo secco e totalmente reale la violenza del fatto storico attorno a cui gira tutta la narrazione, la strage di Peteano. L’attentato avvenuto il 31 maggio del 1972, uccise tre carabinieri. Evento documentato con stralci di atti provenienti da archivi storici, e vissuto attraverso l’oscuro destino familiare del protagonista Ferro, il cui nebuloso passato è costruito su di una serie di verità non dette.

Ho provato per ben due volte a intervistare Luca Quarin. La seconda gli ho dato appuntamento al Contarena di Udine, luogo in cui il protagonista Ferro si sarebbe dovuto incontrare con un personaggio misterioso, per cercare di non perdere il cammino ma, anche la seconda volta, i ruoli si sono capovolti come in una realtà metonimica, ed è stato lo scrittore ad intervistare il giornalista. Così in una forma inedita d’intervista, in stile autofiction, ho deciso che fosse il suo Libro a fargli le domande:

Libro: …come se il non vedere fosse all’origine delle relazioni tra gli esseri umani, soprattutto tra i maschi e le femmine.

“È una cosa di cui non so dire se credo, forse anche ci credo ma, certamente è una considerazione che deriva dalla mia esperienza. Mi sembra che il fraintendimento, il vedere nell’altro ma, anche altrove, qualcosa di diverso da quello che è, crei quella lontananza che in qualche misura diventa il motore dell’avvicinamento. È quel fraintendimento che si verifica sempre tra gli esseri umani, quello straniamento che mi dà l’impressione essere il  propulsore che ci spinge l’uno verso l’altro. La relazione è la storia del nostro fraintendersi.”

Libro: …come se quello che accadeva lì dentro fosse soltanto la ripetizione di quello che si verificava ogni giorno in quel posto, persone che non sapevano più chi erano che parlavano con persone che sapevano ancora chi erano, o credevano di saperlo, e il loro dialogo era sempre lo stesso, sapere e non sapere, ricordare e non ricordare, integrare in sé o abbandonarsi alla disintegrazione.

“È come se l’Alzheimer fosse metafora della condizione umana. Ci sembra che la condizione normale sia quella della memoria e del dominio del passato, mentre l’Alzheimer quella in cui anche il passato perde i suoi contorni, e smargina in una storia che si dilata che non è più quella che abbiamo vissuto, ma è una storia di fantasmi. Io adesso non so esattamente come sia la percezione di un malato di Alzheimer ma, l’idea che mi sono fatto è che abbia un tratto metaforico che accentua l’esperienza che abbiamo tutti quanti. Quando ti capita di avere degli elementi precisi del passato o perché ti capita in mano una fotografia, o perché leggi una lettera o perché qualcuno ti racconta qualcosa ti rendi conto che quel passato è avvenuto in modo diverso da come tu lo ricordi. È come se tutti vivessimo in una sorta di Alzheimer, sicuramente meno accentuato perché la nostra linea narrativa è più precisa rispetto a quello del malato, però forse non è poi così diversa…forse.”

Libro: “Tu lo sai com’è la letteratura. Un insieme di vincoli narrativi che danno una forma alla mancanza di forma delle cose, il più delle volte una forma diversa da quelle che si aspettava, un conto è fissare le regole e un altro è prevedere i loro esiti”

“I meccanismi narrativi sovraintendono la creazione della realtà. Mi vengono in mente le grandi tragedie del 900’. Il Fascismo, il Nazismo, il Comunismo esperienze che si sono fondate su un insieme di idee e ideologie che poi hanno prodotto qualcosa di probabilmente diverso rispetto a quello che era l’auspicio di chi le scriveva . Quando porti nella realtà le dinamiche della narrazione il risultato che ottieni non è quello della narrazione ma è un risultato diverso. La realtà rompe e frantuma quella struttura narrativa che hai tu portato dentro e che credevi potesse aiutarti a mettere degli argini alla forza della realtà. Probabilmente la realtà travolge sempre quegli argini e determina degli esiti che sono diversi da quelli che tu narrativamente ti aspettavi.”

Libro: “…la storia spesso non sa cosa farsene della verità”.

“Questo assolutamente sì, la storia è una storia. La storia quella con la S maiuscola è una storia. Ho dei dubbi rispetto la monoliticità della storia con la S maiuscola.”

Libro: La strage è un mezzo che il potere utilizza per creare uno stato di allarme nella popolazione, e che gli permette poi di intervenire per assicurarla. È un evento traumatico che interessa solo chi detiene il potere, perché solo chi detiene il potere può gestire gli eventi che ne conseguono. Quindi la strage è un mezzo di prevaricazione del potere sulla popolazione.

“Questo lo dice Vincenzo Vincigurerra in un’intervista che è gli è stata fatta in carcere ad Opera da due giornalisti. Di cui ti consiglio di mettere qui il link di riferimento.”

Libro: “Dunque nella letteratura autofinzionale ”l’io” è “per te”. L’io è il super-prodotto, il prodotto perfetto, si potrebbe dire, l’essenza del prodotto o, ancora meglio, il prodotto di cui si nutre il lettore per nutrire l’autore”.

“Il discorso è legato al cambiamento dell’economia di mercato e alla centralità del soggetto nella storia contemporanea. Se la storia del 900’ è stata la storia di alcune idee forti, dopo l’89’ che ha sancito la fine delle grandi avventure ideologiche è rimasto il soggetto l’elemento centrale, e di conseguenza il soggetto diventa sia il bersaglio del mercato ma anche il prodotto perfetto del mercato. Tutto il filone della narrativa autofinzionale cavalca questo concetto. Non c’è più il romanzo ma c’è lo scrittore, un po’ come nella logica del reality, dove il prodotto non è più lo spettacolo non è più la storia ma è ma un soggetto che si esprime come soggetto. La letteratura autofinzionale cade spesso in questo giochino della morbosità, della curiosità del sapere se è lui o non è lui e se racconta di sé. L’autobiografia del passato aveva la pretesa di essere oggettiva e quindi raccontare le vicende che erano accadute a chi scriveva la sua autobiografia, il quale cercava di essere il più possibile fedele ai fatti. L’autofinzione non ha più quel vincolo di fedeltà, quindi gioca sulla grande ambiguità tra il narrato ed il reale, ed è proprio quell’ambiguità che solletica il lettore a domandarsi continuamente ma sta parlando di sé o sta inventando. L’autofinzione è un giochino che mette nelle mani dello scrittore un meccanismo molto sottile per prendere in giro il lettore. È autofinzionale anche Donald Trump che fa Donald Trump, non è più Donald Trump ma è lui che interpreta Donald Trump, esattamente come l’autore interpreta il personaggio di sé stesso.”

Libro: “Ieri ti dicevo di Ahoron Appelfeld e dell’impossibilità di raccontare la storia senza tradirla. Sia quella con la S maiuscola che quella con la s minuscola”

“Ahoron Appelfeld non racconta mai la sua esperienza, è stato protagonista in prima persona della persecuzione ebraica, però nella sua letteratura non racconta mai quello che gli è accaduto, e io ne ho parlato proprio per questo, perché è il contrario dell’autofinzione.”

”Mi piace guardare le cose che crescono – aveva detto la vecchia, accarezzando una pianta selvatica che spuntava dall’asfalto – le cose che crescono, e sbocciano, e svaniscono, e muoiono, e si trasformano in altre cose”. Poi gli  aveva chiesto che fiore avrebbe voluto essere, se avesse potuto scegliere, e lui le aveva risposto una margherita… “Perché una margherita?” … “Perché sono tutte uguali? – aveva detto lui…” Sai, Andrea – aveva aggiunto – secondo me questa è la causa di molti mali nel mondo. Quando le persone che sono diverse permettono alle altre persone di considerale uguali”.

Note biografiche
Luca Quarin è nato e vive a Udine. Si è occupato di ambiente, di design e di architettura. Il suo primo romanzo, “Il battito oscuro del mondo”, edito da Autori Riuniti, ha vinto il Premio Letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura e il Golden Book Awards 2018, come migliore romanzo del 2018. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati da riviste quali Parametro, Carie e Crack e da editori quali Biblioteca del Cenide e Lazy Book. Questo è il suo secondo romanzo.

QUI l’articolo originale:

I Pellicani – recensione di Giuseppe Lupo su L’Indice

I Pellicani – recensione di Giuseppe Lupo su L’Indice

All’indomani del secondo dopoguerra, discutendo intorno ai testi di giovani autori da inserire nella collana dei “Gettoni”, Vittorini e Calvino trovarono nel termine “allucinato” l’etichetta interpretativa che poteva definire la scrittura di Giovanni Pirelli. Per Vittorini si trattava di una risorsa quella maniera di procedere lungo i sentieri di un raccontare poco definito, spesso involuto, torbido, del tutto privo di linearità. Per Calvino invece rappresentava un segno di una vaghezza che poteva diventare manifestazione di una incapacità nel rappresentare la realtà. L’altro elemento – era questo il testo su cui dibattevano entrambi e che poi, con molte insistenze da parte di Vittorini, fu accolto nelle edizioni Einaudi nel 1952 – conteneva i caratteri di una letteratura allucinata, kafkiana nel senso più autentico di indefinito e assurdo. Quella linea, che tanto piaceva a Vittorini, preesiste a Pirelli e gli va oltre, toccando i nomi di certi visionari: Landolfi, Zavattini, Manganelli, fino ai più recenti Celati e Cavazzoni.

Sergio La Chiusa non sta lontano da questa linea. Il suo libro di esordio, che . arrivato nella rosa dei finalisti del Premio Calvino, ha tutte le carte in regola per essere annoverato in questa schiera: è una storia vaga, infatti, priva di collocazione geografica, di precisazione cronologica, perfino di azione. Ci troviamo di fronte al dialogo (muto) tra figlio e padre. Non sappiamo in che tempo siamo. Quel che possiamo dedurre è solo che il figlio fa di mestiere l’agente di commercio ed è in partenza per la Cina, dove dovrebbe concludere un affare importante. Ma questo sta sullo sfondo delle intenzioni. Il romanzo, infatti, non riguarda il lavoro di questo personaggio, ma la visita che egli fa al suo genitore. Il quale vive in un edificio diroccato, in una città di cui non si fa il nome e in uno stato di infermità, vero o presunto è difficile da dire, ma comunque in condizioni pietose.

Sta tutto qui il cuore del libro: in un viaggio che non avviene e in una permanenza che assume una curva di abbagli, di doppi sensi, di realtà capovolta, in cui quasi sempre il lettore avverte la sensazione di trovarsi nello stesso palazzo in cui Kafka aveva ambientato il Processo: una costruzione di stanze, che immettono in altre stanze, le quali poi, a loro volta, conducono ad altre stanze. Il nome di Kafka non viene qui invocato per puro caso. Il suo fantasma aleggia sul racconto di un io che, da una parte, si trova in mezzo a un vero e proprio guado, tra il rischio di scavalcare l’età della giovinezza (non sappiamo quanti anni ha questo figlio) in nome di quell’emancipazione, richiamata nel sottotitolo del romanzo, e il timore di identificarsi con la figura di questo padre, di cui non conosciamo nemmeno il nome, ma che tuttavia incarna il destino speculare di chi parla e (presumiamo) scrive.

Ne vien fuori un esteso monologo, fatto di supposizioni, di ipotesi, di contraddizioni, di convinzioni; un monologo ossessivo e contorto in cui vengono a fronteggiarsi, in maniera certo camuffata da descrizioni al limite del paranoico, i sentimenti di una civiltà che sta sul crinale del falso e del vero, che insegue la stasi ma non sa rinunciare alla frenesia e alla fuga (“il nullafacente era il vero sovversivo dei tempi moderni”), che è incapace di elaborare la nozione di tempo e tuttavia trascorre la vita nel miraggio di dominarne gli esiti.

Con una scrittura rabdomantica ed elicoidale, visionaria quanto basti per spaventare e sedurre, Sergio La Chiusa ci consegna una storia che potrebbe non finire mai, anzi autoriprodursi come certi organismi che vivono in natura e sembrano appartenere a specie estinte oppure, al contrario, a organismi rari e sconosciuti, prossimi a sferrare il loro attacco alla razza umana.

Di seguito l’articolo originale:

Karel Čapek – focus sull’autore ceco del professore Alessandro Catalano su Modus legendi

Karel Čapek – focus sull’autore ceco del professore Alessandro Catalano su Modus legendi

Karel Čapek e la pandemia letteraria del 1937 come sintomo della catastrofe incombente

“In Cina, caro mio, quasi ogni anno spunta fuori qualche nuova malattia interessante” è la battuta, dal tono vagamente premonitore, pronunciata da un cinico personaggio del testo teatrale Bílá nemoc (La malattia bianca), portato sulle scene a Praga nel 1937 da Karel Čapek (1890-1938). Come in tutte le opere dello scrittore ceco che, tra le altre cose, ha creato il personaggio letterario del robot, il fantastico irrompe nella quotidianità con tutta la sua carica di devastazione, come purtroppo avviene in occasione di ogni pandemia imprevista e sconvolgente. Dopo un sofferto dialogo con pesanti toni da tragedia medievale tra tre appestati, il vanitoso consigliere di corte Sigelius, nel corso di una autoreferenziale intervista propagandistica, spiega a un giornalista la natura della pandemia in corso: la malattia infettiva morbus tschengi (dal nome del medico cinese che l’ha descritta per primo), trasmessa “da un agens ancora ignoto”, contagia le persone con più di 45 anni, si manifesta con l’insorgere di macchie bianche sul corpo e ha già portato alla morte “almeno cinque milioni di persone”. Legata alla cupa atmosfera della fine degli anni Trenta, La malattia bianca rappresenta molto più che la dissoluzione di una società, affrontando il complesso problema del legame tra pandemia e svolta autoritaria. Čapek cerca affannosamente un artificio letterario per combattere la vertiginosa ascesa della dittatura militare in un bellicoso paese limitrofo, ricorrendo a un sofisticato rovesciamento del tema della degenerazione della razza, visto che a venire colpiti dal nuovo morbo sono proprio gli uomini dalla pelle bianca.

Il caso dello scrittore ceco non è certo nuovo e, com’è noto, le epidemie hanno offerto ripetutamente, nella storia recente e più remota, lo spunto per raccontare il crollo delle società e la disperazione individuale di fronte all’improvvisa diffusione di un nemico subdolo e invisibile. Spesso portata dall’esterno da inconsapevoli untori, poi liquidati come capri espiatori, la pandemia si è dimostrata uno strumento letterario potente per disegnare mondi distopici attigui al nostro, senza dover inventare complesse società sviluppatesi dallo sfruttamento di mirabolanti scoperte scientifiche o in conseguenza di incredibili viaggi intergalattici. Spesso metafore di derive ideologiche e sociali, le epidemie sono state sfruttate da scrittori molto diversi tra loro, da Daniel Defoe ad Albert Camus, passando per Edgar Allan Poe, Alessandro Manzoni, Jack London e molti altri. Ma, nelle società occidentali, in tempi recenti le pandemie sono tristemente tornate di attualità anche come fenomeni reali, rendendo nuovamente attuali testi e pellicole di molti anni fa.

Non c’è troppo da meravigliarsi che uno scrittore come Karel Čapek, da sempre legato al tema del difficile rapporto tra scienza e potere, abbia sentito, nel 1937, l’esigenza di scrivere un’opera teatrale in cui l’epidemia si fa metafora delle preoccupanti pulsioni totalitarie della vicina Germania. Sintomatiche delle preoccupazioni di molti intellettuali cechi, dopo l’ascesa di Franco in Spagna e la generale militarizzazione europea, sono anche le illustrazioni, opera del fratello dell’autore, il pittore Josef Čapek, tratte dal ciclo Gli stivali del dittatore, anch’esso del 1937. Nella Malattia bianca il tema della contrapposizione tra dittatura e democrazia si fonde in modo originale con quello della diffusione incontrollata della pandemia e della lotta per il dominio del pianeta per sollevare un profondo e sostanziale interrogativo: è lecito sottoporre i potenti del mondo a un “ricatto pacifista”, negando loro la cura di una malattia spaventosa, a meno che non rinuncino alle guerre?

Gli stivali del dittatore

Va ricordato che Karel Čapek aveva scritto un primo “ciclo” di opere a carattere distopico tra il 1920 e il 1924, in cui scoperte di carattere scientifico-alchemico alteravano l’ordine naturale delle cose, provocando la rovina del mondo. Nella fortunatissima opera teatrale R.U.R. Rossum’s Universal Robots (1920), di recente pubblicata in una nuova traduzione da Marsilio, aveva presagito l’introduzione nel mercato dei robot (in realtà sotto forma di androidi) che avrebbero dovuto affrancare l’uomo dal lavoro, creando un neologismo, in verità coniato dal fratello Josef a partire dalla parola ceca robota (lavoro servile, fatica) destinato a un incredibile successo.Poco dopo i palcoscenici mondiali hanno accolto con favore anche Věc Makropolus(L’affare Makropulos, 1922), messo in scena con grande successo anche in Italia da Luca Ronconi, in cui la scoperta dell’elisir della lunga vita rappresenta in realtà un pretesto per indagare i problemi connessi al desiderio di liberare l’uomo dalla morte. Nello sperimentale romanzo-feulleiton Továrna na absolutno(La fabbrica dell’assoluto, 1922), di cui Voland ha appena proposto una nuova traduzione, protagonisti sono invece degli stupefacenti “carburatori” nucleari che producono come materiale di scarto nientemeno che l’assoluto, la divinità, con il conseguente stravolgimento di ogni valore umano. Questa serie è stata chiusa da Krakatit (Krakatite, 1924), che finalmente Miraggi ha presentato per la prima volta anche ai nostri lettori sanando uno dei maggiori debiti dell’editoria italiana. Quest’ultimo romanzo vede il febbrile protagonista Prokop, scopritore di un devastante esplosivo basato sulla fissione nucleare, alle prese con la concreta opportunità di poter dominare il mondo. Se in tutte queste opere l’unica possibile soluzione al conflitto era la distruzione della scoperta che aveva provocato lo stravolgimento dell’ordine e il conseguente ritorno alla vita “naturale”, molto più cupo sarà il finale del secondo ciclo di opere utopiste della seconda metà degli anni Trenta. Del romanzo 1936 Válka s mloky (La guerra delle salamandre), uno dei testi in assoluto più noti di Čapek, esistono varie edizioni della stessa traduzione italiana, particolarmente preziosa è quella del 1961, arricchita dalle curiose illustrazioni di Tono Zancaro. Il romanzo riprende in una nuova forma sperimentale la formula dei robot, dando vita però all’evoluzione di un nuovo alter ego dell’uomo dalle caratteristiche ridotte e alterate, ideale per essere sfruttato a fini lavorativi e bellici. Il fossile di una grande salamandra estinta, all’inizio erroneamente attribuito da Johann Jacob Scheuchzer, nel 1725, a “un uomo che fu testimone del Diluvio universale” offre a Čapek la straordinaria opportunità di analizzare il totale fallimento dell’uomo nel rapporto con questo essere dalla “natura golemica e diabolica” (G. Giudici), che lo priverà progressivamente di ogni spazio vitale.

La malattia bianca, pubblicata dalla rivista Sipario nel lontano 1966 in un numero speciale dedicato al teatro cecoslovacco e mai più riproposta in italiano, porta invece sul palcoscenico un insolito scontro tra le pulsioni totalitarie della società e il curioso tentativo di imporre l’utopia della pace. Il medico Galén, ennesimo nome “parlante” dell’opera di Čapek, è infatti l’unico in grado di curare la pandemia ma, in cambio del siero, pretende dai potenti del mondo l’impegno a rinunciare alla guerra (“E io non la darò finché… finché non mi prometteranno che non si ucciderà più”). L’irremovibilità del medico, in evidente contrasto con il suo giuramento, incontra comunque il netto rifiuto del dittatore: “Non possiamo mica permettere che un qualsiasi utopista c’imponga le sue condizioni!”.

In un’atmosfera di febbrile militarizzazione e fabbriche a pieno servizio dell’industria bellica, di produzione di gas tossici e proposte di rinchiudere i malati in campi di concentramento, un inquietante Maresciallo vuole realizzare la sua “missione superiore” nell’interesse del suo popolo, e sta per proclamare la guerra contro “quel piccolo, miserabile staterello che aveva creduto di potere impunemente provocare e offendere il nostro grande popolo”. Il contesto non può naturalmente non richiamare la contrapposizione tra la piccola Cecoslovacchia democratica e la Germania nazista, che da lì a poco avrebbe portato alla fallimentare Conferenza di Monaco, che Čapek ha commentato infatti con queste amare parole: “non ci hanno venduti, ci hanno dati in regalo”. Non stupisce dunque che La malattia bianca, in modo alquanto inconsueto rispetto alla produzione dell’autore ceco, si chiuda senza alcuna speranza: quando il Maresciallo malato sembra deciso a proclamare la pace, Galén resta schiacciato nella ressa mentre sta andando a portargli la medicina. Il passo indietro del dittatore è quindi impedito da una folla ottusa che grida “Un traditore di meno. Gloria al Maresciallo!”.

Se Krakatite è un romanzo-mondo, che attira il lettore in un vortice di temi e stili diversi, anche La malattia bianca, diviso in tre atti intitolati “Il Consigliere di Corte”, “Il barone Krüg” e “Il maresciallo”, è un’opera che osserva le vicende da punti di vista divergenti e con cambiamenti di scena repentini. I tre atti possono essere infatti letti come i frustranti incontri/scontri di questo “bambinone”, com’era scherzosamente chiamato Galén da giovane, con la scienza, la grande industria e lo stato militare, in un momento di evidente deformazione del funzionamento delle società moderne. E qui il Maresciallo, il grande imprenditore Krüg (dal tedesco Krieg, la guerra), lo scienziato Sigelius (dal tedesco Siege, la vittoria) e la folla ideologizzata testimoniano il fallimento di un’intera società, chiaramente modellata su quella tedesca, anche se in Čapek non mancano mai i riferimenti al modello originale delle dittature degli anni Trenta, il fascismo italiano. Con grande gusto l’autore ceco si sofferma in particolare sulla malleabilità della scienza di fronte alle pulsioni totalitarie, offrendo una mordace satira del servilismo e sciovinismo di quelle classi intellettuali che, in un articolo, ha definito “prostitute dei regimi contingenti e delle loro ideologie”, vendutesi per “un piatto di lenticchie”. Ciò che sta a cuore all’autore è infatti il confuso legame tra populismo, potere e malattia, che tristemente vediamo all’opera anche nel tempo presente.

A questo piano della “grande storia” si alterna la storia privata di una famiglia normale, grazie alla quale l’autore, attraverso il carrierismo del padre, può rappresentare la pandemia anche come bieca occasione di guadagno economico e sociale. Non a caso alla fine proprio il figlio sarà uno dei capi della folla che provoca la morte di Galén, questa sorta di Don Chisciotte dell’epoca totalitaria. Figura dai tratti di un messia, obiettore di coscienza a qualsiasi costo, quest’ultimo è un cittadino greco naturalizzato, ex assistente universitario, ora medico della mutua per via della sua origine sospetta, non è un grande arringatore di folle, anzi spesso si limita a ripetere frasi semplici («ma davvero non è possibile»), e si comporta come uno straniero che osserva, suo malgrado, una società malata. La sua scoperta del siero permette a Čapek di sviluppare il tema del singolo che tiene in scacco l’intera umanità: nella prefazione ha ricordato che era stato un amico dottore a suggerirgli l’idea di un medico che scopre nuovi raggi potentissimi in grado di distruggere i tumori, cosa che dà presto allo scienziato un potere assoluto. Quello della responsabilità della scienza è del resto un tema che Čapek ha affrontato ripetutamente, in quest’opera rovesciando l’assunto di Krakatite: se lì era stato tratteggiato l’angosciante dilemma interiore di chi potrebbe diventare dittatore assoluto del mondo, qui è invece un medico che cerca di utilizzare il suo potere per il bene dell’umanità intera.

Se nella versione manoscritta dell’opera il medico si chiamava Herzfeld ed era ebreo, a testimonianza della critica espressa nella prefazione (“non più l’uomo, ma la classe sociale, lo stato, la nazione o la razza è ora portatrice di tutti i diritti”), nella versione definitiva il rimando è stato spostato dall’autore verso la cultura greca. Com’era già avvenuto in R.U.R. e Krakatite, la perdita dell’eredità classica segna infatti, nella nostra storia e nella nostra cultura, una cesura di tali proporzioni da spalancare la strada alla barbarie. L’ingenuo tentativo di Galén di sfruttare l’influenza sociale delle élite per ottenere la pace a ogni costo, contrapponendosi al vero dittatore ed ergendosi a medico-dittatore e fanatico della pace, termina però con un completo fallimento. Come purtroppo vediamo anche ai giorni nostri, conoscere i sintomi di una malattia, come a volte la letteratura è in grado di fare con grande anticipo rispetto alla scienza, non significa certo aver trovato una cura. Da questo punto di vista Galén è stato quindi giustamente considerato la «prima vittima della Seconda guerra mondiale».

Come spesso avviene nel caso delle opere letterarie dense e polisemiche, anche La malattia bianca assume oggi una serie di nuovi significati e si colloca in modo originale nella linea di opere letterarie centrate sulle pandemie che abbiamo tratteggiato. L’intera opera di Karel Čapek è infatti a lungo rimasta nell’ombra di una precisa linea evolutiva della distopia che, per semplificare, viene di solito descritta lungo la direttrice Wells-Zamjatin-Huxley-Orwell. Lo sperimentalismo con i generi letterari, il rifiuto del finale distopico e la mancata descrizione della società del futuro, collocano di per sé l’opera di Čapek in una posizione diversa. Anche se naturalmente non sono pochi i punti di contatto con molte importanti distopie della cultura occidentale, merita qui di essere citato almeno il film Vita futura (1936), con sceneggiatura di H.G. Wells, in cui un mondo distopico sconvolto dalla seconda guerra mondiale è attraversato in un lontano futuro da un’epidemia devastante («la piaga errante»).

Va inoltre ricordato che La malattia bianca rappresenta per Karel Čapek un ritorno al teatro dopo una pausa di vari anni, legato evidentemente alla necessità di far tuonare nuovamente la sua voce sul palcoscenico, nella sua concezione dello spazio teatrale come un pulpito da cui ammonire l’umanità. Le prime notizie su una nuova opera teatrale risalgono al dicembre del 1936, e il testo è stato pubblicato e messo in scena per la prima volta, a Praga e a Brno, nel gennaio del 1937. La rappresentazione ha suscitato, anche per l’attualità internazionale del tema, un’eco notevole, seguita poi dal conferimento del premio di stato per la letteratura. Uno dei grandi promotori della letteratura ceca all’estero nel periodo tra le due guerre, Max Brod, ne ha subito predetto il sicuro successo internazionale e Thomas Mann ha poi parlato di “successo trionfale” e di una fusione di elementi fantastici e simboli realizzata “con la maggiore vitalità e plasticità possibili”. Meno entusiasta è stato Karel Čapek rispetto alla messa in scena londinese del 1938 (con il titolo Power and Glory), in cui il regista ha deciso di far recitare i ruoli del dottor Galén e del Maresciallo allo stesso attore. Nella rassegnata riflessione affidata a una lettera inviata al Manchster Guardian, Čapek, pure avvezzo al continuo fraintendimento delle sue intenzioni, si è rammaricato della stravaganza di alcuni registi, paragonando l’intervento sulla propria opera a una rappresentazione in cui Otello e Desdemona venissero impersonati dallo stesso attore.

Senz’altro con maggiore interesse deve avere invece accolto la riuscita trasposizione cinematografica, realizzata in tempi brevissimi con gli stessi attori della messa in scena teatrale, anche se con un’importante modifica del finale: il Maresciallo infatti firma la pace e Galén, prima di morire, lascia a un collega la formula della medicina (il film si può vedere sul canale dei classici cechi: https://www.youtube.com/watch?v=HJMUIBEzYnI). La prima proiezione ha avuto luogo il 21 dicembre del 1937 ed è stata seguita, due giorni dopo, dalla vibrante protesta dell’ambasciata tedesca. Non c’è quindi da meravigliarsi se, dopo la conferenza di Monaco, nel novembre del 1938, il film sia stato immediatamente bandito dalle sale cinematografiche, anche se per fortuna, grazie a una copia portata all’estero, siano state poi prodotte le versioni francese e inglese.

Il tentativo di Karel Čapek di richiamare l’attenzione sui cambiamenti antropologici in atto nelle società occidentali e impedire la caduta della Cecoslovacchia era ovviamente destinato al fallimento, come hanno da lì a poco sancito le lugubri parole di Chamberlain nel suo discorso Peace for our Time, in cui, lasciando mano libera a Hitler, rifiutava la guerra “per una lite in un paese lontano, di cui non si sapeva niente”. La morte di Čapek, che ha assunto nel contesto ceco una chiara valenza simbolica, è apparsa qualche settimana dopo, davvero come la fine di un’epoca, anche se forse ha evitato all’autore una fine ancora peggiore. Qualche mese dopo infatti il fratello Josef, uno dei pittori cechi più significativi della prima metà del XX secolo, sarebbe stato arrestato e trascinato nei campi di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen, per morire poi a Bergen-Belsen poche settimane prima della fine della guerra.

Come dimostra la sensazione di assoluto pessimismo con cui termina La malattia bianca, in Karel Čapek si era indebolita la fiducia nella gente comune e nella reale possibilità di fermare l’avanzare del totalitarismo. Anche se la situazione storica è oggi completamente diversa, si tratta di temi tornati di grande attualità ed è sempre più necessario tornare a interrogarsi su quali siano i rapporti tra potere, populismo, fanatismo e pandemia. Il grande potere della letteratura è in fondo proprio quello di anticipare molti problemi prima della loro esplosione e Čapek, negli anni Venti e Trenta, ha sollevato delle questioni nodali che hanno poi angosciato l’immaginario delle nostre culture per tutto il XX secolo. Nel 1937, agli occhi di un autore ceco sulla soglia di una catastrofe che sta per inghiottire tutto il mondo, la risposta è tristemente univoca: nemmeno una pandemia è in grado di bloccare la deriva militarista della società europea e, una volta linciato Galén, il corteo prosegue urlando i suoi triti slogan, “Viva la guerra! Viva il Maresciallo!”.

Karel Čapek (Malé Svatoňovice 1890 – Praga 1938), giornalista, drammaturgo e narratore, è stato uno dei maggiori scrittori cechi del Novecento ed è stato ripetutamente tradotto in italiano fin dagli anni Venti. Grande sperimentatore di nuove forme e generi letterari, ha affrontato nella sua opera temi di grande attualità: l’intelligenza artificiale, l’energia atomica, la diffusione di epidemie etc. Deve la sua consacrazione internazionale all’opera teatrale R.U.R. Rossum’s Universal Robots (1920), che ha introdotto nella cultura mondiale il termine “robot”. Molto noti sono anche l’opera teatrale L’affare Makropulos (1922), i Racconti da una e dall’altra tasca (1929) e i romanzi La fabbrica dell’assoluto (1922), Krakatite (1924) e La guerra delle salamandre (1936).

QUI l’articolo originale:

https://www.moduslegendi.it/apparati/viscerale/karel-capek-e-la-pandemia-letteraria-del-1937-come-sintomo-della-catastrofe-incombente/

“I Pellicani” nella cinquina di finalisti per il Premio Bergamo – Corriere della Sera | Rosanna Scardi

“I Pellicani” nella cinquina di finalisti per il Premio Bergamo – Corriere della Sera | Rosanna Scardi

Il nostro Sergio La Chiusa è tra i cinque finalisti del Premio Bergamo con I Pellicani.

«Esordio narrativo per Sergio La Chiusa con Pellicani (Miraggi, 2020) che ha alle spalle testi, poesie, estratti di romanzi, prose di viaggio, usciti su riviste e blog culturali. I Pellicani, che ha ricevuto una menzione speciale Treccani 2019 al Premio Italo Calvino per l’originalità linguistica e la creatività espressiva, è un monologo dove il giovane Pellicani irretisce il lettore con la sua chiacchiera surreale: racconta il ritorno nella casa del padre, a 20 anni di distanza dall’ultima volta. Trova un vecchio bloccato a letto ed è convinto che non sia lui.»

Volevamo salvarci – recensione di Roberto R. Corsi

Volevamo salvarci – recensione di Roberto R. Corsi

Petr Hruška, Volevamo salvarci

Un volume di recentissima uscita per i tipi di Miraggi Edizioni ci propone un ampio percorso antologico nell’opera di Petr Hruška (1964), uno dei più importanti poeti cechi. La traduzione e la cura sono affidate a Elisa Bin, che già nel 2017 aveva tradotto lavori di Hruška, e che qui firma un saggio ampio e pregevole a introduzione di queste poesie (selezionate, apprendiamo, dallo stesso Autore) e prose brevi. L’opera di Hruška è caleidoscopica, piacevolmente complessa, e proprio al contributo di Bin rimando per l’approfondimento dei moltissimi leitmotiv e dettagli. In questa sede non posso che limitare la mia analisi ai punti che ho avvertito come più salienti o miei.

Dovessi intanto individuare un fulcro, lo indicherei proprio in quella “collisione”, citata dalla curatrice, tra dettaglio realista e condizione umana. Se l’attenzione del lettore può soffermarsi sulla robusta motrice oggettuale, Williamsiana (“no ideas but in things”), a volte quasi catalogatrice, nei versi, tuttavia già dalla prosa di apertura lo scrittore punta il binocolo verso quel brulicare di esseri umani in azione, “lo sconosciuto affaccendarsi di ciascuno (…) pur di non restare soli, perdio, almeno un momento” che “non smette di incantarmi” (pp. 23-25). Lo sguardo del poeta è lucido nel denunciare, in rapporto e in risalto con la fredda concretezza delle cose e degli ambienti (due volte da Bin definiti “prosaici”, credo nel senso di “ordinari, quotidiani” usato da Hruška a p. 175), l’insignificanza dell’umana industriosità e come questa, alla radice, sia determinata da una enorme antropologica solitudine e senso del vuoto. Il rimedio, o piuttosto il lenimento, non è visto però nel Pascaliano starsene tranquilli nella propria stanza, ma anzi nell’intensificare questo “sentirsi vicini” (p. 147); a costo – Kafka docet – che esso si riveli non più di un “venirsi incontro senza mai incontrarsi” (p. 157). Meritoriamente, i riflettori di Hruška illuminano spesso gli ultimi o gli anonimi, e ciò rende ancora più chiaro il suo istinto solidale.

Sul piano stilistico, Hruška adotta un verso libero e asciutto, antilirico; con una certa attenzione per anafora o ripetizione del verso/stanza, e un marcato interesse poematico: ci sono microcicli (LuglioE ho visto…), e in questa autoantologia compaiono ampi estratti di una raccolta (Di nessuno) incentrata sulla figura di Adam, un archetipo di giovane uomo “mai coordinato con le dinamiche umane” (Bin).

Non mancano alcune suggestioni lusitane: nella poesia Giardino compare la “pioggia obliqua” Pessoana e la prosa L’identico getta idealmente un ponte verso L’uomo duplicato di Saramago.

Tutt’altro che prive di interesse proprio le prose brevi poste prevalentemente in coda al volume. In esse trovano uno spazio maggiore ironia e sarcasmo, ma soprattutto si palesa più chiaramente un atteggiamento combattivo nei confronti di ogni autocompatimento (Disperazione) o assuefazione alla noia (Le scuole); il libro si conclude con la convinzione gnomica che la qualità della vita sia per gran parte determinata dalla nostra capacità di accordarci con ciò che non conosciamo.

*** 

VEDRAI

Voltati
guarda dove hai dormito ieri
e vedrai la provvisorietà più assoluta
la carcassa sottile della coperta
la stropicciata postazione di lavoro
l’acqua sinistramente vecchia nella tazza
vedrai i tuoi sforzi
di essere
e di sopravvivere
e il sogno che tutt’a un tratto
ti ha strattonato
e il deserto che nel frattempo si è allargato
in tutte le direzioni
dal tuo accampamento
e te stesso che ti sei tirato su
e ti sei posto di nuovo
contro la terribile velocità della luce

*

VERSO SERA

Con decisione improvvisa
la mano di un senzatetto
impressa in nero
sul duro peltro del cielo indica


Tanto che dolgono gli occhi
Dove può ancora esserci
un qualche là

*

AL DI LÀ DI TUTTO

furiose case ai margini della città
un cane beve più che un uomo
una recinzione
scorticata come un eczema
nella discarica un mappamondo sfondato a calci

*

FIGLIA

Spero che mi investa un’auto
mentre vado
a prendere il pane!

hai gridato
verso l’interno di casa

Per tutto il tempo
finché non sei tornata
la vita è stata in me ritta e
austera
in stile dorico

Ora mettiti a tavola
prendi il burro
duro e bianco come un muro
e preparati:

sarà un lungo pasto

*

PASSANTE NOTTURNA

La riconosco dall’andatura,
dalle borse.
Arriva fino alla fine della via notturna
e scoppia a ridere
come sopra all’abisso.
Come se sapesse
che non c’è modo di proseguire oltre
e lei stessa
dovrà creare ora
la prosecuzione intera
di questa città folle,
che nel mattino ha un aspetto così convincente.

QUI l’articolo originale:

Still Life – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

Still Life – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

La vita che ristagna. Su “Still Life” di Adriano Padua

Still life, ancora vita: così il titolo dell’ultima opera di Adriano Padua, uscita per Miraggi nel 2017. Una raccolta articolata in sei sezioni, in cui il verso si confronta con una realtà magmatica, l’ambientazione urbana, il senso del precario, la violenza, e in conclusione con la presa di coscienza di un decadimento uni-versale, cioè incontrovertibile. Il manifesto in favore di una poesia che irrompi nella dimensione non consolante del reale, e acquisti valore proprio in quanto capace di perforarlo, in quanto performativa, è il lascito più importante di questo libro.  

La vita, ovvero la palude

Per cominciare, occorre tenere presente lo scenario evocato dalla poesia di Padua a livello denotativo, sul piano della mimesis. Il motivo è nella relazione che la pratica poetica intesse con lo spettacolo in cui si inserisce: lo “scenario”, di fatto, non è uno scenario, ma un tutt’uno col fare poetico, dal momento che quest’ultimo sorge (e può sorgere solo) all’interno di un contesto umano degradato, e, contemporaneamente, verso quel contesto si dirige, col doppio fine – ma sono due facce della stessa medaglia – di criticarlo e di salvarlo catarticamente («non c’è una medicina ma la cura / del nostro male è la ferita stessa»). Volendo porre una teoria di fondo, si può considerare, a mio parere, che la poesia di Still Life sia eziologicamente e teleologicamente giustificabile attraverso l’idea di “mondo”, insieme sua origine e sua destinazione.

Questo mondo, come dicevo, compare in vesti lacerate. La città è l’ambiente in cui sono più facilmente osservabili le sue ferite, gli spazi in cui più chiaramente emergono la precarietà dell’umano, la sua caduta («buio deserto di città teatrale», «la città che è un teatro tranquillo di guerra», «una tempesta di persone perse / tra processioni ferme di cemento»), mentre la notte è la stagione più disposta a svelare la nudità di queste contraddizioni, proprio ottundendo le certezze vendute dal giorno. Alla notte è infatti dedicata l’intera sottosezione Intorno, notte, e il buio, proprio agendo come «sipario calato sul mondo», di quello indica le smagliature e la frammentarietà irriducibile, agendo come «madre non norma», cioè come origine oltre-sociale che «disvela […] delle case l’anomala quiete».

La verità dell’essere che coincide col proprio nascondimento – influsso probabilmente heideggeriano – è alla base, o tra le basi, di un’idea di poesia che scaturisce dalla necessità della nominazione, ma ciclicamente si dimostra incapace di eseguirla correttamente («lasciando cose come innominate», «dalla voce che grida strozzata il suo linguaggio distrutto», «è dovere di dire le cose / non compiuto»). Tornerò nel finale alla ragion poetica del libro; per ora basti questa considerazione: che il mondo è palude nel senso di luogo indefinito, bucherellato, e perciò pantano in cui è difficile muoversi; ma anche nel senso di «acqua senza genere» che costantemente si infiltra e riappare nelle zone che sfuggono alla faticosa attività di nominazione operata dalla poesia. Still Life vuol dire questo: che la vita è una pozza che ristagna e la poesia non riesce a bonificarla del tutto; che alla base del libro c’è una scissione insanabile tra linguaggio e materia.

La misura orale

Vista in questo modo, la poesia di Padua non può che caratterizzarsi per una forte tendenza all’oralità. Il dato più significativo in questo senso è che l’autore affianca all’attività di poeta quella di performer: le stesse poesie di Still Life hanno una trasposizione live in cui i versi, pronunciati con ritmo lento e scandito, ma anche tagliente, si innestano su arrangiamenti in chiave post-rock (quasi immediatamente il pensiero va, ad esempio, ai Massimo Volume). E del resto anche all’interno del libro i riferimenti alla musica abbondano: nei numerosi eserghi che accompagnano le aperture delle sezioni e sottosezioni dell’opera, accanto a poeti e prosatori (“classici” o contemporanei), troviamo riferimenti alla musica pop/alternativa (Le luci della centrale elettrica) o rap (Kaos One, DJ Gruff).

Ecco, l’influsso del rap è a mio avviso davvero decisivo, in questo libro, tanto per la denuncia e la condizione di marginalità sociale che sono, come si sa, alla sua origine, quanto per il tipo di verso adottato da Padua, spesso disteso (del resto le pagine sono stampate in orizzontale, generano un impatto visivo che ricorda – almeno a me – il Pagliarani de La ballata di Rudi) e con schemi ritmico-rimici incalzanti grossomodo regolari. La scrittura di Padua è predisposta alla recitazione, alla voce, si intesse su cadenze di accenti calcolate con precisione (spesso supportate anche dalla struttura dell’endecasillabo), sulla frequenza assidua di omoteleuti, paronomasie, rime, assonanze e consonanze (ad esempio, già nel primo testo, a intervalli omogenei, troviamo: «sorta», «sepolta», «vedute», «luce», «contraddice», «descritte», «scaturisce», «contratto», «scatto»…).

La poesia, ovvero l’arma

Quello di Padua è perciò una sorta di toasting poetico, da cogliere però non solo nella “forma” della sua fattualità estetica ma – congiuntamente con quella – soprattutto nella sua natura situazionale. Voglio dire: mi sembra che Still Life sia performativo nel senso più denso del termine, voglia far incarnare la poesia in un reale posto nel mondo, e rintracci nella misura orale la pista migliore per riuscirci.

Riprendendo lo schema posto a monte, per cui il poetico si origina dallo squilibrio del mondo e verso quello si dirige con l’obiettivo – fallito – di nominarlo, e così di ricongiungersi con esso, quella di Padua potremmo definirla poetomachia: la poesia si configura come colluttazione, come arma sfoderata contro una realtà che pare impossibile da richiamare dentro il linguaggio («qualcosa che colpisca dentro gli occhi», «martirio», «mani insanguinate», «le parole coltelli tra i denti»); una poetomachia giustificata sul piano metafisico dalla non coincidenza tra essere e linguaggio, ma anche, sul piano storico, dalla necessità avvertita di protestare contro una certa idea di poesia, che banalizza la portata eversiva della poesia stessa («scrivere […] non è mettere il cuore / in pace»).

È in questa chiave, dunque, che si può osservare l’andamento della scrittura di Padua come un andamento parabolico, dove la poesia è il vertice, il punto più lontano dal mondo, che però proprio verso il mondo si sforza di andare. Denunciando gli spasimi del linguaggio e ricercando la voce come presenza, Still Life pone il poetico nei termini di un tramite sciamanico (che rimane, comunque, una Preghiera (senza Dio)) teso al recupero dell’origine, per via di uno scontro con la (e l’attraversamento della) realtà materiale e sociale.

QUI l’articolo originale:

https://www.rivistagradozero.com/2020/12/18/la-vita-che-ristagna-su-still-life-di-adriano-padua/

Pagina bianca – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

Pagina bianca – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

Campi magneto-semantici. Su “Pagina bianca” di Gianluca Garrapa

Per leggere Pagina bianca di Gianluca Garrapa (Miraggi Edizioni, 2020) è necessario mettere da parte l’intero orizzonte d’attesa codificato per la poesia (per lo meno quella comunemente intesa). Concetti – e pratiche – come quello di versificazione o di struttura strofica vengono meno di fronte a un approccio con la testualità (prima che con la lingua) tutto fondato sul sabotaggio – della struttura linguistica, del significato, dell’ordine tipografico.

Perciò voglio qui proporre un metodo di lettura diverso, rispetto a quello “tradizionale”; più adeguato al testo di Garrapa, che lo affronti trasversalmente invece che linearmente, nello stesso modo in cui l’autore espone la massa semantica a flussi di energia che la orientano, spezzano, organizzano in forme sempre diverse. Individuerò, dunque, le principali caratteristiche di quelli che potremmo chiamare i campi magneto-semantici su cui l’autore fonda di volta in volta un nuovo sistema di senso poetico.

Rifrazione

La prima proprietà dei campi magneto-semantici di Pagina bianca è la rifrazione, ovvero una rottura lieve, una sfasatura che rende non esattamente corrispondenti, fuori fuoco gli elementi che compongono un testo. In forme diverse, questa sfasatura, o glitch, è tipica delle prime quattro sezioni che compongono il libro.

In sabato – che nella forma tipografica anticipa, insieme a paese, anche i “circuiti” di cui parlerò più avanti – la sfasatura rende inutilizzabili le categorie narratologiche di fabula e intreccio: siamo infatti di fronte a un certo scenario e una certa “storia” (le vicende legate a una giornata di sabato, tra cena, dopocena e incontri), ma il flusso narrativo e la stessa possibilità per il lettore di costruire in maniera univoca il soggetto del racconto sono del tutto sabotati da pervasivi scardinamenti del linguaggio, come giustapposizioni nominali, congiunzioni svincolate, distorsioni delle coniugazioni verbali, agglutinazioni di parole e così via fino alla (quasi) totale abolizione della punteggiatura e delle maiuscole. La successiva paese applica le medesime deformazioni alla dimensione nazionale, ripercorrendo – con, sempre, una linearità interrotta dalle sfasature – la storia d’Italia.

Se in sabato e paese assistiamo, però, a quel paroliberismo spazio-grafico che sarà tipico anche delle ultime sezioni, in due e tre la rifrazione si amalgama invece su forme di testo più strutturate. In due potremmo rintracciare una costruzione a episodi, micro-racconti, o perlomeno un ambiente che potremmo definire prosa. La langue sfasata persiste, ma notiamo qui subito una reintroduzione della punteggiatura (prima sporadica e quasi del tutto ridotta al punto interrogativo), che sembra tuttavia aver perso la propria funzione di organizzatore sintattico ed essersi ritirata tutta nel proprio valore ritmico (al punto da comparire dove non dovrebbe, separando ad esempio preposizioni o sintagmi strettamente connessi fra loro). Per contro, in tre il testo sembra assumere una forma simile a quella poetica (controprova una certa, seppur lieve, apertura intimistica, come in alieni), con dei versi riconoscibili e il rientro all’interno di uno schema (sempre libero, comunque) della spazialità sregolata dei testi precedenti.

Permeabilità

La seconda proprietà è invece la permeabilità, ovvero l’attitudine di un dato elemento a magnetizzarsi – dunque, semanticamente, a caricarsi al punto da acquisire una polarità di senso. È questo un impianto interpretativo con cui può leggersi la sezione Egli, sorta di cerniera tra una prima parte (incentrata soprattutto sulla “rifrazione”) e una seconda (composta da testi che chiamerò “circuiti”).

Egli conserva infatti alcune caratteristiche dei testi precedenti, e in particolare della sezione due, di cui riprende la punteggiatura libera e la struttura in prosa, nonché la divisione in “episodi” – segnalati tutti da un titoletto che contiene il pronome “egli”. Già dai titoletti, tuttavia, si nota come proprio la natura di “egli” – la natura di pronome – venga messa a dura prova da uno stress referenziale che lo destabilizza e in fin dei conti priva della sua funzione essenziale. Accanto a titoletti prodotti all’interno dell’orizzonte previsto dalla lingua (ad esempio, Egli pranza), ne compaiono altri paradossali e di assoluta discordanza verbale (Egli pioveegli la ClericiEgli non ha senso scrivere oggi che è domenicaEgli è domenica).

Le prose introdotte dai titoletti, allora, non fanno altro che estendere, situare in uno spazio-tempo e in un flusso (anti-)narrativo i paradossi su cui i titoletti si fondano. In quelli – come nei calembours e nelle freddure molto frequenti in Garrapa – si verifica quella permeabilità di senso, sia anche assurdo, cui l’autore sottopone il linguaggio. Egli si manifesta come contenitore vuoto, pro-reale più che pro-nominale, dunque magneticamente attratto da ogni altra categoria o oggetto linguistico; e proprio questa accessibilità lo eleva a segno universale, comporta una ironica e insieme incontrovertibile pronominalizzazione del cosmo e, infine, il suo svuotamento.

Circuiti

Sulla forza delle proprietà magneto-semantiche individuate, le restanti sezioni (la pagina biancadate), congiuntamente con le prime due, generano una serie di testi che seguono la vena fondamentale del libro; ovvero quella che fa dialogare le parole con lo spazio della pagina e dunque anche col bianco tipografico. Questa spazialità verbo-visiva configura tali testi come dei circuiti, in cui la forza magneto-semantica è organizzata secondo uno schema preciso dettata da polarità e direzioni di senso degli elementi, dagli effetti delle loro attrazioni.

Interpretandole così, queste parole sparse sul foglio appaiono effettivamente uguali ai disegni di campi semantici, appunto, stesi sulla lavagna di una scuola. Anche se nei campi di Garrapa, al contrario di quelli della lavagna, non è possibile rintracciare un effettivo nucleo semantico da cui scaturiscono gli altri termini (ma ci si avvicina a questo, ad esempio, nella pagina in cui al centro compare «ragazzi&ragazze») e le relazioni tra i vocaboli risultano spesso oscure, dettate più da una matrice inconscia o estetica che dalle strutture linguistiche, questi circuiti rompono egualmente l’ordine, la linearità, la logica in favore del caotico, della radialità, dell’aleatorio.

A questa dimensione, Garrapa aggiunge la significazione dello spazio bianco, che determina un certo orientamento del senso e dell’espressione proprio a livello topo-grafico: l’effetto di rapidità, ad esempio, è costruito (come nel testo che comincia con «luce») non dalla sintassi o dal significato, ma dall’avvicinamento tipografico dei termini; la parola si carica di densità semantica, e simbolica, quando è visivamente isolata, e non quando è rafforzata da una sintassi o da una punteggiatura.

Pagina bianca – che significativamente non riporta i numeri delle pagine (allargando così la significazione del bianco anche al paratesto: e infatti l’indice ha la forma di uno dei “circuiti”) – è dunque composto da campioni di magma, da testi fondati su relazioni che non si limitano al sema, ma chiamano in causa anche i legami “magnetici”, post-linguistici e fisici, che li costruiscono. Il bianco che chiude il libro (segnalato a destra così: «: pagina bianca») ne è la saturazione definitiva; il vuoto significato che permea l’intero mondo-libro.

Bolaño selvaggio – recensione di Massimiliano De Conca su Mangialibri

Bolaño selvaggio – recensione di Massimiliano De Conca su Mangialibri

Del compianto Roberto Bolaño, lo scrittore Rodrigo Fresán ricorda la frenesia della scrittura sempre ai margini dell’abisso, sempre lanciata dall’ultima frontiera: quella voglia di raccontare l’utopia che solo nella letteratura può diventare reale. Alan Pauls ne decanta la poetica dell’assenza: riuscire a raccontare e fare poesia parlando di presunti poeti particolarmente impegnati, politicamente impegnati, umanamente impegnati (I detective selvaggi) senza che di loro esista nemmeno un’opera. Si tratta di un’overdose prima ancora di un’intossicazione. Bolaño riesce attraverso i suoi racconti a creare una vera etnografia di personaggi inesistenti, di quadri e di possibili vite, nelle quali si è frammentato e suddiviso. L’amico e scrittore Enrique Vila-Matas, azzardando paragoni con Franz Kafka, Marguerite Duras e George Perec, ricorda l’attività fervida e ricca del Bolaño narratore che riesce a servirci le sue storie come un piatto forte della Cina distrutta, cioè con la stessa voracità che abbiamo di solito quando consumiamo un piatto originale, forte, serio e senza mezze tinte: bisogna conoscere e raccontare la tristezza della vita, ma saperla apprezzare ed amare anche con quella intensità così forte da farci dire che abbiamo davvero vissuto…

Roberto Bolaño è stato uno degli scrittori cileni, sudamericani, latini e mondiali più importanti della fine del XX secolo: nato in Cile, vissuto in Messico, esploso in Spagna, ha racchiuso nella sua scrittura la frenesia di chi ha fatto della letteratura un campo di sopravvivenza oltre ogni limite umano e fisico: “La letteratura somiglia molto alla lotta dei samurai, ma un samurai non combatte contro un altro samurai: combatte contro un mostro. Generalmente, poi, sa che sarà sconfitto. Avere il coraggio, sapendo fin da prima che sarai sconfitto, e uscire a combattere: questo è la letteratura”. Nella sua scrittura l’impossibile prende corpo e con lui tutte le nostre paure, i pregiudizi, le imperfezioni, le passioni ed i desideri che nel mondo cosiddetto normale non siamo in grado di concepire. Il volume, corposo, composto da quasi 500 pagine, raccoglie più di 25 contributi, un’amplia bibliografia sulle opere dello scrittore cileno e di tutte le opere citate. Dopo la presentazione di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, i contributi sono divisi in quattro sezioni: la percezione del mondo, la sua politica, la poetica e le sue altre genealogie. Difficile, se non impossibile da catalogare, Roberto Bolaño sfugge ad ogni tentativo di critica positivistica: come dimostra eloquentemente nel Discorso di Caracas (introduzione al volume come sezione Le sue parole, I) e nell’intervista inedita che chiude l’intera raccolta (sezione Le sue parole, II), l’artista cileno non ha interesse a trovare una collocazione nella storia della letteratura, non ha interesse ad essere misurato con modelli, antecedenti o correnti letterarie, ha come obiettivo esprimere ed esprimersi nel modo più diretto possibile, nel tentativo di realizzare una narrazione che parli intanto a se stesso, quindi ai suoi lettori. L’iniziativa edita da Miraggi è importante e meritoria, perché permette all’apprendista lettore di avere sottomano tutti gli strumenti utili per sapersi orientare nella “galassia Roberto Bolaño”, ma anche al lettore di culto di potersi confrontare con interpretazioni delle più svariate su quell’arte di raccontare che oggi tanto manca a molti.

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