SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Siby su Ze Buk

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Siby su Ze Buk

Leggere che sport!

Quando entri in area nemmeno ci pensi che ci sono due compagni a pochi metri da te, tutti soli, pronti a fare un altro gol a porta vuota per merito tuo. É una specie di magia, dentro di te non è cambiato niente, sei sempre lo stesso, ma di fuori è diverso. Nessuno riesce a fermarti e tu adesso hai capito che devi andare fino in fondo.
Il portiere avversario è indeciso, esce dai pali ma esce male. Finti il passaggio al centro e lo fai accartocciare su se stesso e gli pieghi le gambe. Nessuno se lo aspettava che ti sarebbe venuta un’idea leggermente diversa. Non se lo aspettavano nemmeno in tribuna. Ma di questo non ti curi, perché sei tutto dentro i tuoi muscoli. Non sai come sia possibile, ma spari un missile all’incrocio dei pali e segni il primo gol della tua vita.

La recensione di Santi, poeti e commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

Durante il torneo calcistico la squadra famosa per essere la peggiore della provincia, quella che non vede un gol da anni, improvvisamente comincia a vincere.
Inspiegabilmente, senza ragione.
Merito della beata Serafina che predice addirittura il minuto esatto in cui avverrà l’azione decisiva per la vittoria.
C’è poi un ragazzino bravo, Garrincha lo chiama l’allenatore, ma non deve oscurare il figlio della famiglia più importante della città e quindi sta in panchina.
Un calciatore porta a compimento una vendetta che aspettava da anni contro un giocatore che ritiene colpevole della sua rovina e altre storie dove il calcio è sempre il protagonista che tira le fila dei personaggi di questo libro.

La mia opinione su Santi, poeti e commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

Santi, poeti e commissari tecnici è composto da sei racconti e non bisogna essere esperti di calcio per poterli apprezzare.

Il calcio è il simbolo sportivo di questo paese.
Persone che si passano la “fede calcistica” di padre in figlio, domeniche allo stadio, imprescindibili appuntamenti del calendario da non poter nemmeno lontanamente saltare e milioni di gadget con cui vestire i bimbi praticamente appena nati.
Ma il calcio merita tutto questa fede, passione, amore?
Secondo me no ma io non ne sono innamorata.

Lo amano tutti, invece, in questi racconti e l’amore è talmente assoluto che non finisce di fronte a nessuna difficoltà, intrallazzo o partita non giocata.
Il tifoso non vacilla mai, non demorde ma anzi si ammanta di una fede imperitura che lo scherma da qualsiasi bruttura investa il suo idolo.

In questi racconti troviamo tutto quello che riguarda il mondo del calcio, dalle scommesse alle partite truccate, dalle periferie dove si gioca per dare un senso ad una vita disgraziata fino allo stadio, quello vero e famoso, dove giocano gli quadroni.

Se amate il calcio sicuramente questo libro fa per voi ma anche se non lo amate troverete interessanti le strade scelte per raccontare uno sport molto, forse troppo, amato.
Buona lettura.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

Peteano e l’eversione nera

A meno di un mese dalle elezioni che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti e a due settimane dall’omicidio Calabresi, il 31 maggio 1972, a Peteano vicino a Gorizia, una bomba esplode in una Fiat500 sulle rive dell’Isonzo uccidendo tre dei cinque carabinieri intervenuti in seguito a una telefonata anonima. Si brancola nel buio: da principio si sospetta una coppia militante di Lotta Continua che muore in un incidente automobilistico lasciando un figlio di tre anni. Segue un decennio di indagini fumose depistate dagli stessi inquirenti, ed è solo nel 1986 che si fa luce quando il reo confesso Vincenzo Vinciguerra svela i retroscena della strage e rivela le trame oscure della destra eversiva degli anni Settanta. Ripercorre le tappe di questa triste pagina di cronaca italiana, il romanzo “Di sangue e di ferro” che Luca Quarin ha appena pubblicato nella collana Scafiblù per la casa editrice Miraggi, ma racconta anche di Ferro, vittima di un intrigo politico di cui non conosce gli ingranaggi, protagonista di una storia nella Storia che racconta al lettore la genesi stessa del romanzo, facendo luce sulle mille menzogne che raccontiamo a noi stessi per costruire la nostra identità, e quelle che ci raccontano cui vogliamo credere per proteggerci dalla forza travolgente della realtà.

QUI L’ARTICOLO:

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

Il dolore nella propria storia

“Di sangue e di ferro” di Luca Quarin affronta le vicende della destra eversiva degli anni Settanta. «Andrea è costretto a misurarsi con le proprie origini».

Dieci anni per Miraggi edizioni. La casa editrice torinese che ha curato nel dettaglio diverse collane e si è imposta all’attenzione mondiale per aver tradotto per la prima volta in Italia personaggi del calibro di Habral, vanta nella sua squadra diversi siciliani, non ultimi, Daniele Zito o Angelo Orlando Meloni. Il genetliaco cade il 15 maggio e i tre fondatori, Fabio Mendolicchio, Alessandro De Vito e Davide Reina, hanno puntato su un countdown per giungere il 15 nel gruppo facebook del del blog siculo “Letto, riletto, recensito”, proponendo una diretta alle h. 18:00. In uscita il 30 marzo era “Di sangue e di ferro”, romanzo che narra di Andrea che un amico editore gli sottopone uno “strano romanzo”, che con il passare dei giorni si intrufola sempre di più nella sua vita. Da lì la discesa di Andrea in un tempo che si è sempre sforzato di dimenticare attraverso alcune vicende essenziali, dove lo stesso autore diventa personaggio.

Lo speciale logo per i 10 anni Miraggi edizioni

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Quali sono le vicende?

«Andrea è costretto a misurarsi con le sue origini, prima che queste scompaiano definitivamente. Le vicende sono quelle della destra eversiva degli anni settanta».

E lo strano romanzo?

«Lo “strano romanzo” e la conversazione con il suo autore lo incalzano sempre di più: tenta ad esempio di fare luce sulla morte dei propri genitori e sulle responsabilità storiche dei suoi nonni».

Da cosa nasce l’idea e perché questo intreccio di temi che convergono all’identità?

«L’idea nasce a Treviso, a un corso di scrittura tenuto dall’amica, Bruna Graziani, che ha sollecitato i partecipanti a scrivere un testo su una loro esperienza. Una ragazza ha raccontato un momento davvero doloroso della sua vita, è stato lì che ho cominciato a riflettere sul rapporto che esiste tra gli eventi della nostra vita e il modo con cui li raccontiamo agli altri. Sull’identità, può capitare che il desiderio di “raccontare una buona storia”, che ciascuno di noi ha provato di fronte alla domanda di qualcun altro, prevalga su una “verità” di cui ci sfuggono i contorni oppure che vogliamo nascondere al nostro interlocutore, per debolezza, per colpa, per il dolore che porta dentro di sé, modificando addirittura i nostri ricordi, visto che, come diceva Freud, rimaniamo estranei anche a noi stessi».

Quali sono in genere i temi da cui attingi per scrivere?

Luca Quarin

Luca Quarin

«Mi interessa soprattutto quello che accade attorno a me. La politica, l’economia, la scienza, la filosofia. Ovviamente moltissimo la letteratura. Mi interessa pochissimo, invece, quello che accade a me stesso e quello che ha a che fare con la mia esperienza personale. Anzi, di solito cerco di evitarlo come la peste. Se mi viene in mente qualcosa che ho vissuto o qualche persona che ho conosciuto, scarto l’idea senza indugiare un attimo. Credo molto nell’invenzione, piuttosto, o se preferisci nella reinvenzione, anche se la polemica mi sembra assolutamente inutile. Inventare tutto o non inventare niente mi pare che non renda giustizia ai meccanismi con cui il linguaggio rigenera tutto quello che ingoia».

E il tema di “Di sangue e di ferro”?

«Da un po’ di tempo ho l’impressione che nel nostro paese stia riemergendo un’idea di destra irrazionale, mistica, metafisica, che ha trovato terreno fertile nell’azione disgregatrice che tecnologie e globalizzazione hanno compiuto sui soggetti e sulle strutture della società e che ricorda molto il fascismo di Gentile e di Croce. La progressiva messa in ombra delle corporazioni (i partiti, i sindacati, et alii), tanto per fare un esempio, ha lasciato spazio a un bisogno indefinito di comunità che adesso, si soddisfa in un pensiero nazionalista e sovranista che travalica i limiti dell’individuo e lo protegge dagli assalti della modernità. Qualcosa di simile alla promessa fatta dallo stato islamico, per intenderci.

Nel suo complesso, però, mi sembra un’operazione abbastanza disperata che cerca di aggrapparsi ad alcuni valori che sono già stati asfaltati dalla storia».

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Dunque qual è la differenza tra realtà e finzione letteraria?

«Dai tempi di Plutarco è noto che “chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare”. Questo discorso, se da un lato riporta al patto tra scrittore e lettore, e quindi a quella “sospensione volontaria dell’incredulità” di cui parlava Coleridge, dall’altro lato rinvia alla consapevolezza del proprio ruolo, che ci sia o meno».

Miraggi, covid e i 10 anni di storia…

«… più l’intervista per il più noto quotidiano delle tue parti: felicissimo!».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/smf-per-la-sicilia-il-dolore-nella-propria-storia-intervista-a-luca-quarin/

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

Anche la mafia ha il suo lato oscuro

Liliana Madeogiornalista ardita e scrittrice, dopo 25 anni nella la collana Scafiblu della torinese Miraggi Edizioni, torna con “Donne di mafia”, pubblicato inizialmente per Mondadori. Da qui iniziamo a farci raccontare come è avvenuta questa nuova edizione con Miraggi: «È il mio esordio con Miraggi. La proposta è venuta da loro stessi. Mi è piaciuto proprio che non venisse da una big». Potentina di Genzano di Lucania, sarà inviata del quotidiano La Stampa, per passare dal mondo dello spettacolo alla cronaca tra luci e ombre dell’attualità. Dal ’90 al ’92 è consulente al programma del Tg 2 Mafalda – Dalla parte delle donne. Ha scritto di terrorismo, criminalità organizzata, salute mentale, femminismo, iter legislativi di norme su violenza sessuale, aborto. Con “Donne di mafia” e “Donne cattive –Storie di donne contro” ha aperto una ‘voragine’ sulla evoluzione di quelle donne che trasgredendo hanno contribuito sia al cambiamento dell’identità femminile sia al varo di nuove leggi.


Venticinque anni fa cosa ti spinse a scrivere di questo argomento?
«Falcone fu ucciso. Quella sera stessa mi chiesi come si comportavano a casa gli assassini. Chi fossero le mogli o le amanti, che rapporto avevano con la mala. Non se ne sapeva niente, né se ne parlava mai. “Lo faccia, lo faccia questo libro“ mi disse a Palermo un giorno un alto magistrato. “Noi non sappiamo niente delle donne di mafia” aggiunse. Credo ancora oggi che le inchieste non hanno un destinatario unico, definito: riempiono un vuoto, si rivolgono a chi non sa e magari vuole sapere».

Chi erano e chi sono le Donne di mafia, delle quali dipingesti due profili?
«Certamente, come ho più volte detto, quelle cresciute in famiglie criminali e quelle che vi sono approdate, tramite relazione con un mafioso, quasi per errore».

Scrivere di mafia, con certi approfondimenti, ti ha arrecato danni, minacce, molestie, ritorsioni?
«No e credo perché sono stata rispettosissima dei dati. Le ricerche, le indagini, non ho modificato nessuna verità che non fossero fatti reali»

Eppure, hai raccontato di chi si è opposto alla ‘famiglia’ mafiosa dove accidentalmente, per amore, vi finì dentro…
«Indagini, inchieste, come ti dicevo, su fatti reali. Donne che pagarono a caro prezzo il loro rapporto sentimentale con un membro di ‘famiglie’; donne che si ribellarono per ottenere la libertà, donne delle quali tutto si sapeva e che ho raccontato, come il loro essere pavide in alcune circostanze. Poche le ardite. In breve, non ho avuto paura di dire quello che scoprivo perché corrispondeva alla verità».

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Donne di mafia, sembrano assorbite in uno stato degenerativo, come anguille che scivolano dalle mani del patriarcato mafioso, per orientarsi verso più orizzonti…

«Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro fa nette distinzioni fra loro. Il sottotitolo è chiaro. Il senso e il pregio del lavoro fatto, pubblicato, ripubblicato. Certamente Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato su violenza, sul potere, sull’imposizione al maschile. Attraverso gli atteggiamenti, conniventi o di ribellione, si è potuto capire chi ha abbracciato la “causa” e chi ha pagato a caro prezzo per ottenere la libertà».

La teoria della stratificazione sociale asserisce il cambiamento, ma non cancella l’identità.
«Probabile, ma la sicurezza di alcune donne di mafia ad esempio fu dovuta alla tranquillità economica, velata dalla fedeltà verso il maschio: si attivano nel momento in cui l’uomo cade nella trappola di avversari».

Liliana Madeo

Liliana Madeo

Quali differenze ci sono dalla prima edizione della tua inchiesta/libro ad oggi?

«Non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi e l’ho detto anche in una intervista per il mio editore “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.” (Angela Vecchione, su miraggi.it, n.d.a.)».

Quanto importante è stato il tuo coinvolgimento in prima persona in questa inchiesta ?

«Abbattere il silenzio e i luoghi comuni sulle donne di Sicilia, sulla loro cronica subalternità al maschio e al potere maschile …. ti pare poco? Ti pare un tema relegato nel passato?»

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/5178-2/

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questo libro è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, per Miraggi Edizioni. È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro. Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti, incoraggianti ed accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli ad intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati , alcune si sono suicidate. L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita . È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“.

Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare. In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto. Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce. Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio,due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo. “ Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé……Borsellino era il suo nuovo padre……Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita “Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più“. La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa. Neanche da morta avrà la pietà della madre.

Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto. Giacoma Filippello ( ‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una “pentita“. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici. Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista ……Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della «Stampa» Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici“ e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo. Da ragazzino aveva assistito all’ uccisione dello zio con un’ auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa. Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale .Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso “ Non si usava”. Quando Peppino ha cominciato ad impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito e lei perché stava dalla sua parte. Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato. Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato. Ma Felicia , il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati. Felicia non è più uscita di casa. Hs sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “ cioè donna d’altri “, condannata a non esserlo per sé. “La mafia in casa mia “ un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “ All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”

Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata. Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza. La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla. E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere. E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita. Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “ Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso . Per lungo tempo,non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine “( Cose di Cosa Nostra) L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità. Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio. Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura , una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=82749

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

La forza espressiva della poesia contro la violenza di genere

Un canto di recupero e ricostruzione di sé attraverso la poesia. L’amore malato, il dolore, la violenza e l’abbandono raccontati in versi con un linguaggio originale e potente

Felicia Buonomo nel suo lavoro da giornalista d’inchiesta racconta quotidianamente ciò che accade nel mondo: spesso sono storie dolorose, drammi umani, vere e proprie sciagure. Nella raccolta pubblicata da Miraggi Edizioni‘Cara catastrofe’, sceglie l’arte poetica per affrontare traumi emotivi legati all’Io, a quell’amore che declina in sofferenza, veemenza e distacco. Si entra nella realtà che appartiene a tante donne che vivono relazioni di dipendenza affettiva, amori malati che si concludono, il più delle volte, con un tragico epilogo.

Quando si vive nel tormento, quella situazione diventa familiare a tal punto che ci si culla dentro. Felicia Buonomo con quel dolore, di cui è testimone, dialoga: la “catastrofe” narrata diviene cara e il lettore diventa partecipe. È soltanto affrontandolo, guardandolo in faccia – il dolore –, che si può superare. Negarlo significherebbe smarrirsi in un vortice senza via d’uscita.

All’inizio di ogni legame con l’altro c’è l’incanto, il potere che l’amore produce quando emana la sua energia: “m’innamori/come il gelo sul lungolago di Mantova,/le luci dei lampioni di Milano,/le onde sul porto di Genova”. Qui la bellezza dei luoghi va a coincidere con l’armonia dei sentimenti: ne esce una sorta di geografia emotiva che, nella fluidità dei versi, rende il testo efficace e vibrante.

tormenti assumono le fattezze delle foglie, la sofferenza si poggia come una piuma: “Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera”. Nella simbologia, le foglie richiamano il senso della fragilità dell’esistenza e indicano una ciclicità di morte, pur mantenendo un sottile filo di speranza. In questo caso è il verbo reggere a ricondurre alla resilienza di fronte alla frattura interiore.

Con una scrittura tagliente, incisiva, essenziale e chiara, Felicia Buonomo costruisce un’opera originale in cui la poesia è l’ancòra di salvezza, la luce in fondo al tunnel, la cura al male, che non è un male lontano da sé e dagli altri, ma concreto, plurale, condiviso. Pur toccando tematiche del mondo femminile, chiunque può riconoscersi al di là del genere, perché l’angoscia ha radice profonda e prima o poi tocca tutti.

Fa piuttosto male l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte e non si sente direttamente coinvolto dalle situazioni. È così che le liriche si riempiono di corporalità: lividi; clavicole; braccia molli; occhi rossi; carne debole; pelle tumefatta. Ogni ferita è un colpo inferto all’umanità e la potenza dei versi è tale da diventare grido che vuole scuotere le coscienze.

L’autrice compie un carteggio con la catastrofe intima, si confronta con l’Io e la sua ombra: è un percorso corale, che abbraccia le molteplici voci di un universo femminile, il tormento viene percepito, superato e rielaborato con la forza espressiva. Ci si salva dall’inferno con la bellezza delle parole.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

Kopfrkingl è un uomo buono, mite, dedito alla sua famiglia, affettuoso verso la moglie e i figli. Le sue parole sono auliche, i suoi pensieri sono trascendentali, non sembra che abiti la Terra, eppure, rispetta le leggi, perché queste sono state create per far vivere meglio gli uomini.

Kopfrkingl è dedito al lavoro. Passa le sue giornate vicino a un forno crematorio. Svolge il suo compito in maniera impeccabile, perché grazie alla sua opera i morti diventano cenere in settantacinque minuti, quindi, ognuno di loro potrà raggiungere velocemente il Regno delle Anime, evitando così perdite di tempo. Infatti, un cadavere seppellito nella nuda terra impiega vent’anni per decomporsi.

Kopfrkingl è un appassionato lettore del Libro Tibetano dei Morti, perché la morte apre le porte della vera vita e l’uomo, dopotutto, deve aspirare solo al raggiungimento del Nirvana.

È enigmatico il signor Kopfrkingl, uomo con una goccia di sangue tedesco che si aggira leggiadro per la Praga di fine anni Trenta; per l’esattezza, del 1938, anno in cui i nazisti annettono la Cecoslovacchia al Reich con la scusa di voler proteggere i tedeschi dei Sudeti. Ed è proprio in questo periodo che il buon borghese Kopfrkingl, così pieno di spirito e di necrofilo fervore, si lascia trascinare dall’amico Willi nel vortice della religione hitleriana.

Ladislav Fuks (Fota da Miraggi.it)

Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks è stato stampato per la prima volta negli anni della Primavera di Praga. A distanza di più di cinquant’anni, la casa editrice Miraggi lo riporta in vita. Un’opera surreale, come surreale è la vita di Kopfrkingl, uomo malato, perturbato, in costante dialogo con la morte, perso in un’estasi grottesca. Fuks non ci descrive i connotati del signor Kopfrkingl, tantomeno quelli di sua moglie e dei suoi figli, ma riusciamo a immaginarli con un costante sorriso stampato sul viso, avvolti in una atmosfera melensa, così nauseante da innervosirci, ma dietro cui appare prepotentemente quella sporcizia delle intenzioni che ha bisogno solo di un piccolissimo pretesto per tramutarsi in azione.

In Kopfrkingl troviamo tutte le contraddizioni del nazismo, tutte le tracce di una follia collettiva che ha saputo sfruttare l’indifferenza delle masse. Indifferenza generata dal tacito consenso. Così, Fuks è stato capace di raccontare attraverso un uomo ligio alle leggi, educato, premuroso e in odore di santità, la storia di una tragedia senza fine dietro cui si cela la folle necessità di unire in un solo simbolo la vita e la morte.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Roberto Mete sul Messaggero Veneto

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Roberto Mete sul Messaggero Veneto

La strage di Peteano e le nebbie della storia. Quando la letteratura fa luce sulle bugie

Ha il sapore della ghost story questo nuovo romanzo dell’udinese Luca Quarin, giunto alla seconda prova narrativa con Di sangue e di ferro(Miraggi edizioni) dopo l’ottimo esordio con “Il battito oscuro del mondo”. Gli ingredienti ci sono tutti, i ricordi sepolti tra le pieghe della storia, una casa antica nel centro di Udine, una vecchia signora in punto di morte, i segreti di una famiglia ben nascosti nei vicoli scuri delle trame giudiziarie, tra i misteri delle pagine più nebulose della cronaca italiana del secolo scorso.

Andrea Ferro, il protagonista, si trova costretto a violare la banalità di un’esistenza piuttosto insignificante, per raggiungere la nonna morente nella città che un tempo era sua, con tutto il pesante bagaglio di ricordi generati dall’enigmatica scomparsa dei genitori quando era ancora un bambino.Chi era sua nonna, ma, soprattutto, chi era suo nonno? Fu davvero un incidente stradale a causare la morte di suo padre e sua madre? Che ruolo ha avuto la sua famiglia nella strage di Peteano, l’attentato dalla dirompente forza simbolica, divenuto, per causa dei numerosi depistaggi a sfondo eversivo, la raffigurazione più dolorosa delle inestricabili ombre politiche del dopoguerra?

Tra richiami del passato, spunti di cronaca giudiziaria e approfondimenti giornalistici, Ferro si trova a fare i conti con l’immagine sbiadita del tempo e persino con lo stesso autore, Luca Quarin, che attraverso un brillante espediente narrativo riesce ad entrare nella storia, confrontandosi con il protagonista sul significato più profondo della creazione letteraria e sulla forza distruttiva della realtà, che nessun romanzo riuscirà mai ad eguagliare. Anche se alla fine sarà lo stesso Quarin a scrivere ad Andrea Ferro che “le storie sono l’unico luogo dove ci è permesso vivere, l’unica esperienza che riesce ad interrompere il sonno da cui cerchiamo continuamente di svegliarci”.

Il romanzo si allontana dalle suggestioni che avevano ispirato il suo primo romanzo: si percepisce la tensione della ricerca e il desiderio di affrontare l’evento storico .

«Ho sentito il bisogno di sfidarmi su alcuni temi che non avevo avuto la forza di affrontare in precedenza, e cioè i luoghi in cui sono vissuto, la Storia che ho attraversato e le mie esperienze personali. L’ho fatto portando avanti due discorsi, un ragionamento sull’identità e un ragionamento sulla Storia, con un protagonista alter ego che mi ha permesso di collegare questi temi».

Quando è nata l’urgenza di immergersi in quegli anni?

«Faccio parte di una generazione che è nata con la politica nel sangue, con una grande sensibilità per le vicende collettive e grande interesse per tutto quello che accadeva nel nostro paese in quegli anni. Una generazione che è vissuta all’interno delle grandi narrazioni del Novecento, aderendo a una o all’altra, e che a un certo punto ha sentito il bisogno di capire che cosa era successo in quel periodo, rendendosi conto dell’inadeguatezza del racconto storico e dell’impossibilità di ricostruire i fatti».

Nel romanzo compare anche il suo autore, che si confronta con il protagonista su argomenti che accarezzano il fine ultimo della letteratura: come è nata l’idea di questo originale espediente narrativo?

«Un’idea nata qualche anno fa parlando di scrittura autobiografica al Festival Cartacarbone, dedicato all’autobiografia, manifestando le mie perplessità riguardo la “rigidità” dello scrivere di sé e il pericolo che questa rappresentazione possa diventare una gabbia della personalità. Mi è parso naturale affrontare il tema dell’identità narrativa, che è il tema centrale del romanzo, mettendomi in gioco come personaggio e come autore, per provare a smascherare le ambiguità che tutti vivono, io per primo, riguardo l’idea di sé stessi».

Ha incontrato da qualche parte il suo Andrea Ferro?

«Diciamo che è un incontro che temo di fare e che per questo l’ho simulato nelle pagine del romanzo, facendolo incontrare con un Luca Quarin che mi sono divertito a maltrattare e che mi somiglia in parte».

La narrativa è in grado di dipanare la nebbia della storia?

«Ho l’impressione che la nebbia della Storia sia proprio legata alla dimensione narrativa con cui si interpretano i fatti che la determinano, l’unico modo che abbiamo per sottrarre gli eventi della vita umana alla mancanza di senso in cui si svolgono. La Storia mi sembra un palcoscenico buio, dove gli attori commentano lo spettacolo appena concluso, che nessuno di noi è riuscito a vedere e che anche loro hanno visto solo per la propria parte, chiedendosi che cosa ne avrà pensato il pubblico».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2020/05/16/news/la-strage-di-peteano-e-le-nebbie-della-storia-quando-la-letteratura-fa-luce-sulle-bugie-1.38851028

CARA CATASTROFE – intervista a Felicia Buonomo di Ivana Margarese su Morel Voci dall’isola

CARA CATASTROFE – intervista a Felicia Buonomo di Ivana Margarese su Morel Voci dall’isola

Comincio col chiederti del titolo Cara catastrofe.

Prima di motivare la scelta, vorrei dire che Cara catastrofe è un titolo preso in prestito da un brano di Vasco Brondi, un musicista che amo molto. Abbiamo scelto questo titolo perché la raccolta narra, in versi, di una catastrofe emotiva, che – come di frequente accade – diventa cara, si abbraccia. Spesso, quando si vive il dolore, ci si culla in esso, ci diventa familiare. Ma non è solo questo: cara, perché è solo – io credo – attraversando la sofferenza che la si può superare. Negare il dolore non ci salverà da esso. Lo si deve guardare in faccia, farci i conti. A tal proposito, mi vengono in mente dei versi di Friedrich Hölderlin: «Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva».

Mi è molto piaciuto il riferimento a una geografia emozionale : “m’innamori come il gelo sul lungolago di Mantova, le luci dei lampioni di Milano, le onde sul porto di Genova e la strada oscura dei vicoli di Napoli”.

Come molte persone che fanno – o tentano – l’arte, sono “ossessionata” dalla bellezza. La cerco nelle parole, certo. E nei luoghi, che matericamente la rappresentano. E, mai rinuncio a cercarla nelle persone, che delle parole sono gli autori e dei luoghi gli abitanti. L’immagine utilizzata in questo componimento, tenta di racchiudere il percorso di questa mia ricerca. Metterla in apertura della raccolta, mi sembrava potesse rappresentare una sorta di dichiarazione d’intenti.

In una tua poesia parli dell’inciampare di fronte a chi si ama come se si fosse qualcuno che entra in scena senza avere provato la parte. Questo essere goffi e senza difese mi ha ricordato una poesia di Saffo in cui lei guarda la donna che ama del tutto sopraffatta, la lingua le si spezza, gli occhi non vedono, non sente ed è scossa da tremore.

Tutta la silloge è permeata da questo senso di inadeguatezza dell’io “narrante”.

Tanto nell’inconsapevolezza di ciò che verrà (incarnata nella prima sezione), quando si è scossi dal tremore delle emozioni. Quanto nel momento della presa di coscienza, che con forza cerco di rappresentare nel corpo centrale della raccolta, dove la voce diventa urlata, viscerale. Al centro c’è il tema amoroso, che diventa tuttavia un espediente per raccontare moti interiori, universi emotivi, di fronte a qualcosa che crediamo di non saper governare, che può essere l’amore, ma anche la violenza, o l’esperienza dell’abbandono. Tutte e tre in qualche modo sono esperienze “traumatiche”, capaci di segnare una frattura interiore, che – questo è il mio tentativo – attraverso il linguaggio poetico si tenta di sublimare.

In questa tua raccolta di poesie il legame diventa sottrazione, tormento, punizione, soffocamento. Vorrei un tuo pensiero sul complesso tema della violenza verso le donne.

Con il mio lavoro di giornalista mi sono occupata a più riprese di violenza sulle donne. Quella vissuta dalla “vicina di casa”, che troppo spesso ignoriamo. Ma anche affrontando fenomeni sconosciuti nella nostra cultura, quella occidentale, penso ad esempio alla pratica dei matrimoni forzati. Nella seconda sezione della raccolta, più che altrove, assumo dunque il ruolo di testimone. Raccogliendo alcune testimonianze (in alcuni casi dirette, altre per interposta persona), ho tentato di traslare in versi un certo universo di sofferenza declinata al femminile, per cercare di fare luce su dinamiche di violenza che esistono e che spesso sono macchiate dall’omertà, dal pudore e senso di vergogna della donna stessa, e – spiace dirlo – dai luoghi comuni. Si pensa alla donna che vive dinamiche di violenza domestica come a una donna fragile. La narrazione della violenza sulle donne dovrebbe cambiare: si dovrebbe parlare, invece, della forza di queste donne (e qui cito un’intervista che ho fatto a Lella Palladino, ex presidente della rete D.i.Re – donne in rete contro la violenza) di aver vissuto un tale dolore e della loro capacità di uscirne, di riprendere in mano la propria vita. La terza sezione della mia silloge, infatti, si concentra sull’esperienza dell’abbandono, che è anche un abbandono da qualcosa, per approdare finalmente a se stessi.

Vorrei una tua riflessione sulla parola vittima.

Credo ci siano due terreni di esplorazione teorica (e anche pratica) intorno alla terminologia che ruota interno alla parola “vittima”. Ci si può considerare vittima, e lo si può essere. In una dinamica di amore disfunzionale o violento, spesso la proporzione poggia su una parte che incolpa e nell’altra che si sente immotivatamente responsabile. Nel corpo centrale della raccolta, ho tentato di fare un lungo lavoro sul concetto di colpa. L’occasione per lavorare su questo concetto l’ho avuta ascoltando la storia di Celestine, una ragazza africana, vittima di matrimonio forzato. Ero in Benin per girare un video-reportage, Celestine è una delle tante donne vittime di questa pratica. Quando mi ha raccontato la parte più intima della sua storia, ovvero di aver concepito i suoi tre bambini con la forza, spesso combattendo per opporsi, stringeva tra le mani il crocifisso che aveva al collo; e senza remore mi ha confessato di sentirsi in colpa. Sentiva la colpa di essere vittima del suo carnefice. Ho capito che quando si raggiunge lo zenit della sofferenza si sente la necessità di trovare un colpevole e quanto sia facile trovarlo in se stessi. Ed è qui la disfunzione, la dismorfia dell’amore malato o imposto.

Hai una tua personale definizione di felicità?

La felicità è poter scegliere. Un’esistenza infelice è quella nella quale si è soggiogati; quando l’altro da sé diventa condizione di sé. Si può essere felici solo quando questa condizione di assoggettamento all’estraneo scompare. E lo dico in senso lato. Ho raccontato di pratiche di sfruttamento e schiavitù, qui è evidente incappare in questa sproporzione esistenziale. Ma capita anche in quella che viene definita una regolare vita comune. È frequente rinchiudersi nelle non scelte, credendo di non avere alternative e, ahimè, spesso non avendone.

Le tue poesie offrono uno scavo a tratti lacerante, fisico. Quando hai iniziato a scrivere poesie?

La lacerazione delle mie poesie rappresentano quella voce che spesso si preferisce chetare o è più saggio, per proteggersi, tacere. Volevo che fosse così, volevo che la voce fosse viscerale. È quello che cerco anche nella poesia che leggo e ho letto, penso a voci come quelle della Marina Cvetaeva, Nina Cassian, Alejandra Pizarnik. Ho iniziato a scrivere poesie in età adulta, intorno ai 25 anni. Sentivo la poesia il mio modo di espressione migliore, essendo principalmente, o quasi esclusivamente, lettrice di poesia. Perché mi consente di dire senza “spiegare”, lasciando il lettore libero di posizionarsi negli anfratti emotivi che reputa più confortevoli.

Volevo chiederti come stai vivendo in questo periodo di pandemia.

Vivo questa pandemia, dal punto di vista pratico, in maniera frenetica. Facendo la giornalista e vivendo in Lombardia, la regione più colpita dalla diffusione del Covid-19, ogni giorno testimonio l’emergenza sanitaria. Dal punto di vista emotivo in modo un po’ confuso. Forse per la prima volta da 15 anni a questa parte, da quando ho iniziato a fare la giornalista, non riesco ad avere uno sguardo di prospettiva, ho una capacità di interpretazione e critica della realtà sociale che definirei monca. Come tutti, probabilmente, navigo a vista. Rispetto le indicazioni e attendo che passi.

In conclusione ti domando, anche se come tutti noi al momento stai navigando a vista, a cosa stai lavorando e quali sono i tuoi progetti futuri.

Sto già lavorando alla mia nuova raccolta poetica, sono ancora in fase embrionale, ma la mia idea è quella di parlare di universi emotivi dando a questi una qualificazione soggettiva, inserendo nei versi “personaggi” che qualifichino il moto interiore che voglio esprimere. Ma è troppo presto per parlare della strutturazione del testo. Intanto scrivo e soprattutto leggo, perché come scriveva Borges: “io sono orgoglio delle pagine che ho letto”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

Una baraccopoli in fiamme.

L’odio perde la consistenza oleosa di un pensiero e diventa azione.

Distruggere, annientare perchè

“nostre le strade

nostri i confini

nostri i cieli

sopra gli aquiloni.”

La cronaca diventa poesia e sfuma il nostro senso di impotenza di fronte ad una dilagante paura della diversità.

L’altro, il nemico anche se ha le sembianze di una bambina.

Giovanissima innocente su un letto di ospedale mentre i gemiti si alzano in cielo come preghiere.

“Uno di noi”, pubblicato da Miraggi Editore, fa percepire il pregiudizio, lo esaspera, lo scompone in frasi fatte.

Descrive il nostro tempo feroce dove nessuno si salva.

Daniele Zito ci invita ad ascoltare i colpevoli, gli indifferenti, le vittime.

“Giustizia sociale, Identità, Orgoglio nazionale” tornano come un ritornello stonato, mostrando il volto turpe di una società che non conosce più la compassione.

Il ritmo sincopato crea dei vuoti necessari, bisogna fermarsi, riflettere, accostarsi al testo senza perdere nemmeno una parola.

Il coro costruisce l’attesa, invoca la speranza di un cambiamento.

Il pentimento riuscirà a scavare le radici profonde di tanto insensato patriottismo?

Il rimorso sarà cammino verso la redenzione?

Si spengono le luci, resta un corpo che finalmente può osservare le stelle e un padre che di fronte alla morte si ostina a cercare le ragioni di tanto rancore.

“Con voce roca e fiato corto

Il tempo del sacro si fa strada

Lungo i nostri rosari

Seme dopo seme

Salmo dopo salmo

Espiazione dopo espiazione.”

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

Nami vive in un piccolo paese fatto di case che si affacciano su un’unica via chiamata Via dei pescatori. Boros è il nome del paese affacciato su un lago attorno a cui gira tutta la vita, reale e leggendaria. Un allevamento di storioni e una piccola fabbrica in cui si lavora il pesce. In lontananza le ombre scure di pozzi petroliferi che sembrano fare da contrasto all’unico chioschetto del paese in cui si vendono aringhe e semi di girasole. Nella piazza la statua dello Statista.

In questo scenario defilato cresce Nami, insieme ai nonni. Del padre non si sa nulla e della madre, il ragazzino, conserva l’indelebile ricordo di un’ombra rivestita da un costume da bagno e una voce che, in riva al lago, lo consola dal suo dolore allo stomaco. È un ricordo vago ma che prende, nell’animo del ragazzo, il posto del vuoto lasciato, mentre si addormenta sul ventre della nonna che gli racconta le storie dello Spirito del Lago e dell’Orda d’Oro i cui guerrieri aspettano di essere risvegliati da un altro guerriero. E mentre il lago si prende anche i nonni Nami comprende la durezza della vita, le ferite e le cicatrici di troppi strappi. Cresce lui mentre il lago si svuota sempre più. E in questo speculare procedere, lui parte alla ricerca di sua madre, tra incontri, dolori, fatiche e la “colpa” dell’essere chiamato figlio di puttana. Fono a un epilogo tanto bello quanto doloroso.

Il lago, di Bianca Bellova, tradotto in quindici lingue e vincitore di due importanti premi come il Premio Unione Europea per la Letteratura e il Premio Magnesia Litera, nella bellissima traduzione di Laura Angeloni, ci si presenta quasi come un libro a più livelli in cui, a quello della ricerca della verità da parte di Nami, si affianca quello simbolico ma anche quello di denuncia verso un sistema che sfrutta e uccide il lago il cui spirito sembra essere ridotto a fango e inquinamento e denuncia verso un potere politico assoluto e violento.

Bianca Bellova (Foto da miraggiedizioni.it)

Ma è anche un libro in cui, alla conclusione, si inserisce l’accettazione delle vite altrui, la sospensione del giudizio, da parte di Nami, non tanto su chi fossero i suoi genitori ma sul perché abbiano fatto ciò che hanno fatto. Nami, nei momenti davvero importanti per il suo percorso, non è solo. E questo, credo, è uno dei motivi su cui mi sembra insistere la Bellova: la vecchia Dama che gli dirà che sua madre è viva e l’anziano genitore del ragazzo accusato, diciotto anni prima, di avere violentato sua madre, sono lì a dirci che un punto di domanda (da cui parte necessariamente una ricerca) può, girandosi a gambe all’aria, diventare un gancio.

Attorno a tutto questo un lago, il lago (con un articolo determinativo non casuale) che è un immaginario collettivo attorno a cui c’è la vita ma anche la morte, soprattutto quando inferta per placare uno spirito che sembra quasi una enorme nemesi, e dentro il quale ci sono fantasmi ma anche oggetti e corpi pronti ad essere restituiti. Tutto sorretto da una scrittura dentro la quale l’autrice sparisce per lasciare posto e attenzione alla storia, alle voci e ai sussurri dei protagonisti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: