L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione di Andrea Cabassi su Giuditta legge

L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione di Andrea Cabassi su Giuditta legge

di Andrea Cabassi

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SOLO SOPITO È IL FUOCO, NON ESTINTO!

Recensione al libro di Victor Ullmann e Petr Kien

con la cura di Enrico Pastore

L’imperatore di Atlantide (Miraggi)

Jacques Austerlitz, il protagonista del romanzo di Sebald “Austerlitz” (Adelphi. 2002) e uomo alla ricerca delle sue origine parla al suo interlocutore in questo modo del  viaggio che lo ha portato a Theresienstadt (Terezin) e delle sue impressioni:

“La cosa più sorprendente in quel luogo, e di cui a tutt’oggi non riesco a capacitarmi, disse Austerlitz, fu per me sin dall’inizio il suo vuoto. Sapevo da Vera che, ormai da parecchi anni, Terezin era di nuovo un comune a tutti gli effetti, e nondimeno passò quasi un quarto d’ora prima che, giunto dall’altra parte dell’isolato, vedessi finalmente una persona, una figura curva in avanti, la quale procedeva con infinita lentezza appoggiandosi a un bastone, e tuttavia mi bastò distoglierne per un attimo lo sguardo perché svanisse all’istante. Per il resto, nel corso dell’intera mattinata, non incontrai nessuno lungo le strade diritte e deserte di Terezin, tranne uno squilibrato con l’abito lacero, nel quale mi imbattei sotto i tigli nel parco della fontana; in preda a grande agitazione, questi mi raccontò non so che storia in una specie di tedesco farfugliato, prima di sparire anche lui come inghiottito dal terreno, mentre si allontanava a balzelloni con in mano la banconota da cento corone che gli avevo dato” (Pag. 204).

Terezin, una città fantasma e con presenze spettrali. Continua Austerlitz:

“Non riuscivo a immaginare, disse Austerlitz, chi – o se in generale qualcuno – potesse mai vivere in quei desolati edifici, benché, d’altra parte, mi fosse balzato all’occhio, che nei cortili interni c’era un gran numero di bidoni per la cenere, numerati in rosso alla bell’e meglio e disposti lungo un muro, Particolarmente inquietanti mi parvero però le porte e i portoni di Terezin, che sbarravano tutti l’accesso, come credetti di avvertire, a una oscurità non ancora violata, nella quale – così pensai, disse Austerlitz – nulla più si muoveva tranne l’intonaco che si sfalda dalle pareti e i ragni che secernono i loro fili, corrono sulle assi con le loro zampette veloci veloci o restano sospesi alle tele in fiduciosa attesa” (Pag.204-207).

Il testo, come accade sempre nei libri di Sebald, è accompagnato da foto inquietanti e che rendono bene lo spaesamento del protagonista che prosegue nel suo percorso fino ad arrivare al Museo dove trova la custode di età indefinibile che lavora all’uncinetto:

“Alla mia domanda, se quel giorno fossi l’unico visitatore, rispose che il museo era stato aperto di recente e perciò da fuori venivano in pochi, soprattutto in quella stagione e con quel tempo. Quanto agli abitanti di Theresienstadt, non ci vengono comunque, disse, e riprese in mano il fazzoletto bianco che stava orlando con degli occhielli a forma di petalo” (Pag. 213).

Austerlitz, poi, si sofferma  davanti ai vari pannelli:

“… ho fissato le riproduzioni fotografiche, ma non volevo credere ai miei occhi e ripetutamente ho dovuto distogliere lo sguardo e volgerlo, attraverso una delle finestre, al giardino retrostante – per la prima volta messo di fronte alla storia della persecuzione che il mio sistema difensivo aveva così a lungo tenuto lontano da me, storia che ora, in quella casa, mi circondava da ogni parte” (Pag. 213-14).

Ed è qui, in questo luogo, che le storie tragiche delle persone si incontrano con la tragicità della Storia.

La ricerca di Austerlitz non si ferma qui:

“ … l’età media di coloro che erano stati trasferiti nel ghetto dal territorio del Reich superava i settant’anni e, per di più, a queste persone, prima di deportarle, si era fatto credere che sarebbero andate a soggiornare in una piacevole stazione climatica boema di nome Theresienbad, con bei giardini, passeggiate, pensioni  ville, in molti casi, poi, costringendole o convincendole, con l’inganno a firmare contratti per l’acquisto in ricoveri per anziani, di alloggi dal valore nominale di anche ottantamila marchi: a seguito di queste illusioni, subdolamente fatte sorgere in loro, tali persone erano giunte a Theresienstadt con un corredo assolutamente inadeguato, con indosso gli abiti migliori e, come bagaglio, ogni sorta di oggetti e ricordi inutilizzabili nel lager…” (Pag. 255-256).

Austerlitz cita poi, sempre narrando al suo interlocutore, la terribile “Opera di abbellimento” del lager:

“… all’inizio del nuovo anno fu intrapresa in prospettiva della visita di una commissione della Croce rossa, prevista per l’inizio dell’estate del 1944 e considerata dalle alte gerarchie del Reich come un’ottima chance per dissimulare la realtà delle deportazioni – la cosiddetta Opera di abbellimento, nel corso della quale gli abitanti del ghetto dovettero porre mano a un grandioso programma di restauro sotto il comando delle SS: si crearono spazi erbosi, viottoli adatti al passaggio e, nel cimitero, un settore destinato alle urne e un colombario; si collocarono panchine per la sosta, segnavia abbelliti alla maniera tedesca con divertenti intagli e ornati floreali, si piantarono oltre mille rosai, si attrezzarono un asilo nido e una scuola materna dalle gradevoli decorazioni, provvista di spazi  in cui giocare con la sabbia, di una piccola piscina e di giostre; … e adesso c’erano perfino una biblioteca circolante, una palestra, un ufficio postale, una banca in cui la stanza del direttore era dotata di una specie di scrivania da stratega… e – dopo che si era pensato bene di spedire verso est settemilacinquecento persone tra le meno presentabili con lo scopo per così dire di sfrondare le presenze – Theresienstadt si trasformò in un Eldorado di cartapesta, che forse riuscì a persino a incantare qualcuno dei suoi abitanti o addirittura a infondergli qualche speranza”. (Pag. 259-60).

Sostiene Austerlitz che perfino la commissione della Croce Rossa, composta da due danesi e uno svizzero fu ingannata. Fu girato anche un film di cui Austerlitz cerca le tracce. Si tratta del film noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” di  Kurt Gerron le cui bobine sono andate quasi interamente perdute, ne esiste solo qualche stralcio. Kurt Gerron fu  l’artista autore di Karoussel, un’ opera di cabaret scritta mentre era internato a Terezin. Girò “Il Führer regala una città agli ebrei” sperando, forse, di aver salva la vita. Disperato e inutile tentativo perché morì ad Auschwitz il 15 novembre 1944.

“Per mesi, così disse Austerlitz, ho cercato qualche traccia di questo film all’Imperial Museum e anche altrove… “ (Pag.261).

Una volta trovato il film, Austerlitz descrive quello che vede, quello che crede di vedere, quello che immagina di vedere tra cui l’esecuzione di veri e propri concerti sinfonici.

La descrizione di Sebald, uno dei più grandi scrittori europei del secondo novecento, del lager di Terezin è una descrizione emozionata, partecipata, impregnata di una grande tensione etica. Limperatore-di-AtlantideIl riferimento ai concerti sinfonici mi dà lo spunto per introdurre il libro che qui si vuole presentare. Si tratta di un documento di grande importanza e di un libro straordinario: “L’imperatore di Atlantide” edito da Miraggi (Miraggi 2019) che ha già pubblicato autori in lingua ceca e significativi narratori italiani. Nel libro possiamo trovare il libretto dell’opera “L’imperatore di Atlantide” composto a Terezin da un musicista e un poeta di origini ebraiche: Victor Ullmann e Petr Kien. Con testo a fronte e ottimamente tradotto da Isabella Amico di Meane. Possiamo trovare un’ampia e approfondita premessa di Enrico Pastore che ha curato il testo. Enrico Pastore è regista teatrale e direttore della compagnia DAF, fondata nel 1998 ed è stato direttore operativo degli Incontri Cinematografici di Stresa dal 2006 al 2011. Nel libro possiamo trovare, ancora, una guida all’ascolto, in realtà un prezioso saggio, di  Marida Rizzuti, musicologa che ha pubblicato testi sui musical di Kurt Weill, sulla musica nel cinema e nel teatro yiddish e che collabora con l’Università IULM di Milano e l’Università di Torino.

Come è citato da Sebald e come si può ritrovare nella bella premessa di Pastore, le rappresentazioni teatrali, i concerti erano parte integrante dell’Opera di abbellimento a cui avevano posto mano i nazisti ai fini di propaganda.

Ma chi erano Victor Ullmann e Petr Kien? Scrive Enrico Pastore:

“Victor Ullmann fu musicista, compositore, direttore d’orchestra e critico musicale di notevole spessore; Petr Kien pittore, poeta e drammaturgo” (Pag. 37).

Ullmann era nato in Slesia nel 1898, era uno degli allievi prediletti di Arnold Schonberg. Al momento del suo internamento, avvenuto l’8 settembre 1942, con la moglie, era già un compositore di discreta fama internazionale.

Petr Kien era nato a Vansdorf,  in Boemia, nel 1919, aveva studiato all’Accademia delle Belle Arti di Praga, ma aveva dovuto interrompere gli studi a causa delle leggi razziali. Fu internato il 5 dicembre 1942.

Musica e libretto furono composti nel ghetto e la prova generale dell’opera avvenne tra il 12 e il 18 settembre 1944. Ci sono voci discordanti se sia mai stata rappresentata a Terezin. Di sicuro dovette esserci un qualche intervento della censura nazista visto il significato di libertà che trapela ad ogni riga del libretto.

Si tratta di un atto unico, quattro quadri, sette personaggi: il Kaiser, l’Altoparlante, Arlecchino, la Morte, il Soldato, Bubikof, il Tamburo e con un organico che prevedeva, secondo quanto scrive nella sua bella e utilissima guida all’ascolto Marida Rizzuti:

“nei fiati: flauto (anche piccolo), un oboe e un clarinetto in Si bemolle, un sassofono alto in Mi bemolle, una tromba in Do; un banjo tenore, che raddoppia la chitarra, un cembalo che raddoppia il pianoforte; nelle percussioni: triangolo, tamtam, tamburino, i cimbali, un quartetto d’archi e un contrabbasso”(Pag. 122).

Come sottolinea Marida Rizzuti la struttura dell’opera ricorda da una parte la Zeitopera (opera di attualità) e dall’altra il Lehrstuck (dramma didattico) molto caro a Bertolt Brecht e a Kurt Weill, forma teatrale e artistica  molto in voga durante la Repubblica di Weimar.

Significativo il titolo che riprende il mito di Atlantide. Quel mito che si ritrova nei dialoghi di Platone Crizia e Timeo: Atlantide è un’isola oltre le Colonne d’Ercole. La stirpe reale di origine divina che regna si fa corrompere dalla natura umana La brama di possesso avvelena la vita degli atlantidei e la punizione degli dei non tarda ad arrivare: una terribile catastrofe si abbatte sull’isola che viene inghiottita dal mare. Si è voluto vedere nelle popolazioni germaniche una discendenza diretta da Atlantide e questa credenza aveva attecchito e messo radici profonde nel Partito Nazista tanto da diventare uno dei miti fondativi dell’ideologia nazista. Anche un altro autore, lontano dall’estrema destra razzista, si era molto interessato ad Atlantide: Rudolf Steiner, fondatore della Società Antroposofica e di cui furono seguaci sia Schonberg, sia Ullmann. E, forse, Steiner, è una delle fonti di Ullmann. Nel libretto il mito ritorna alle origini platoniche: il Kaiser Overall domina una società prima virtuosa, poi corrotta e la guerra di tutti contro tutti porta alla rovina. Perfino la Morte si ribella e non vuole più essere manipolata dal Kaiser. Scrive Pastore:

“Ullmann e Kien hanno voluto opporre alla visione nazista di un impero millenario generato dai discendenti ariani e atlantidei, una visione più vicina a quella di Platone, di un regno corrotto, snaturato, destinato a cadere e inabissarsi in una notte e un giorno” (Pag. 77).

Perfino la Morte, in questa versione del mito, si ribella e non vuole più essere manipolata dal Kaiser. I duetti tra Arlecchino e la Morte, la loro presenza sulla scena non possono non farci tornare alla mente l’allegoria medievale e quella barocca, quell’allegoria a cui dedicò molte ricerche Walter Benjamin che confluirono nella sua opera “Le origini del dramma barocco tedesco”  (Carocci. 2018).

Esistono due versioni del finale. Scrive Pastore:

“Una prima versione presenta il testo di Petr Kien che inizia con le parole ‘Das Krieg is aus’ (‘la guerra è finita’). Le parole di Kien, benché cantino la fine della guerra, lasciano intendere che il ciclo di distruzione tornerà un giorno. ‘Solo sopito è il fuoco, non estinto!’ dice Overall, prima di abbandonarsi al potere della Morte’.

La seconda versione, datata 13 gennaio 1944, benché sia quasi identica a livello musicale, presenta un testo poetico tratto da Tantalos di Felix Baum ed è titolata Des Kaisers Abschied (L’Addio dell’Imperatore). Il testo fu utilizzato in precedenza da Ullmann in una perduta Symphonischen Phantasie risalente al 1925. I toni sono più sereni e ottimistici rispetto a quelli più cupi e negativi di Kien. Anche la versione  dattiloscritta del libretto presenta questa seconda versione” (Pag. 97).

E poco più avanti:

“I due finali possono segnalare che i due autori avessero concezioni differenti. Ullmann, da antroposofo, tendeva ad avere una visione più ottimistica della vita e del futuro della storia umana rispetto a Kien, che, a quanto dato sapere, non aveva orientamenti religiosi o filosofici predominanti” (Pag.  97-98),

Consiglio di ascoltare l’opera  e di seguire contemporaneamente il libretto. Consiglio di ascoltare l’esecuzione della Gewandhausorchester di Lipsia diretta da Lothar Zagrosek e pubblicata dalla Decca dove si possono ascoltare e apprezzare entrambi i finali, esecuzione reperibile anche su Youtube.

Mentre si ascolta l’opera si pensa immediatamente e costantemente alle condizioni e al luogo in cui essa fu composta. Un’impressione che non ci abbandona fino alla fine.

Se entriamo nel dettaglio affiorano le influenze di altri musicisti. In primis Schonberg di cui Ullmann fu allievo. Sia per i riferimenti alla luna che non possono non farci ricordare il Pierrot Lunaire, sia per le reminiscenze atonali e seriali che compaiono già dalle prime battute. In secondo luogo Mahler con una citazione, come fa giustamente notare Enrico Pastore, dal Das Lied  von der Erde. Su Mahler vorrei soffermarmi un istante. Non si tratta solo di citazioni, ma anche della struttura dell’opera. Mahler si trovò, ad un certo punto della sua vita artistica, in difficoltà con la forma sinfonica della sua epoca. Era come se gli stesse stretta. Per allargarne le maglie inserì marcette, musica popolare, accordi che apriranno la strada alla dodecafonia. Nella stessa epoca Robert Musil fece quasi la stessa cosa in campo letterario, erodendo dall’interno la forma romanzo con “L’uomo senza qualità” che divenne, non a caso un romanzo interminabile.

Ritornando a Ullmann, anche nel “L’ Imperatore di Atlantide” ci sono citazioni, ci sono riprese da motivi popolari, c’è Suk, c’è Dvorak, c’è il canto corale luterano, c’è  il Jazz, c’è tutta quella musica che fu definita dai nazisti “degenerata” perché, come fa notare giustamente Pastore:

“L’Imperatore di Atlantide venne concepito fin dall’inizio come un atto politico di resistenza e tale intento si esplica in ogni fase della creazione a partire dalla scelta delle parti e dei collaboratori provenienti dalle diverse comunità nazionali presenti nel ghetto. Un messaggio di unità nella diversità, un superamento delle divisioni alimentate dalla politica nazista nella gestione del ghetto” (Pag. 109).

Prima di partire per Auschwitz Ullmann lasciò le sue partiture a Emil Utitz, direttore della Biblioteca di Terezin perché le consegnasse al professor Hans Gunther Adler. Sia Utitz sia Adler sopravvissero ai campi di sterminio e così le partiture sono arrivate sino a noi. Ed è stata una grande fortuna perché se, come scrive con angoscia Paul Celan in “Aureola di cenere”,

“Nessuno/Testimonia per il/Testimone” ci troveremmo avvolti dalle nebbie dell’oblio e le tenebre di una Storia inabissata.

Utitz e Adler hanno testimoniato per il testimone. Tocca a noi adesso perché “solo sopito è il fuoco, non estinto!” Monito di cui dobbiamo fare tesoro in un’epoca che tende all’oblio, in un epoca in cui i valori di umanità, solidarietà fratellanza sono messi costantemente a repentaglio e, troppo spesso, negati.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Lo Scaffale di Andrea: L’imperatore di Atlantide

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO – recensione di Alessandro Vergari su Zona di disagio

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO – recensione di Alessandro Vergari su Zona di disagio

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO

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Siamo in uno zoo, a Praga, nel 1938. Un po’ di pazienza, e percepiremo le auguste parole di Kopfrkingl, pronunciate nel dialogo tra lui e Lakmé, sua graziosa consorte, un dialogo che tende a farsi subito monologo. Kopfrkingl, ossequioso, affettato, ampollosamente garbato, ricorda alla bella moglie dai capelli neri le circostanze del loro primo incontro, davanti alla gabbia del leopardo. «Mi sa proprio, Lakmé, che qui in questi diciassette anni non è cambiato niente». Un dettaglio curioso non può sfuggirci e non sfugge nemmeno a Kopfrkingl. Il serpente è là, nel padiglione delle belve feroci, attorcigliato a un albero, proprio come allora. Nulla è cambiato. È mai possibile? Osserviamo il signor Kopfrkingl prodigarsi in frasi leziose e sdolcinate e in promesse di un futuro migliore lastricato di piccole, graduali conquiste.

Il bruciacadaveri, tradotto da Alessandro De Vito per Miraggi Edizioni,è un romanzo di Ladislav Fuks (1923-1994), tra i maggiori scrittori cechi del secolo scorso. La prima pubblicazione in patria risale al 1967, poco prima di quella rivoluzione sognata, tradita, quindi soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. Una rivolta di popolo e di intellettuali insieme, cui, peraltro, Fuks assiste con ambigua indifferenza. Autore defilato dal contesto politico, Fuks si rifugia in silenzi e reticenze riguardo all’occupazione militare-ideologica del suo Paese, tanto da firmare l’Anticharta, in polemica con chi, attraverso il celebre manifesto Charta77, dissente dall’opprimente realismo socialista. In questo, il Fuks cittadino avrebbe potuto essere un personaggio del Fuks scrittore.

Al netto della scomoda biografia, Il bruciacadaveri è un capolavoro del Novecento. L’ottima postfazione di Alessandro Catalano reca, a mo’ di sottotitolo, un commento bruciante che è già un giudizio sull’indirizzo e le intenzioni dell’opera: metafora della patologia collettiva del nazismo. Fuks adotta un punto di vista in partenza autonomo, slegato e indipendente dalle riflessioni monologheggianti di Kopfrkingl. Tuttavia, il flusso di coscienza e di parole del protagonista assorbe via via ogni altra voce e angolatura prospettica, in un crescendo di tensione degno di un thriller à la Michael Haneke. Un processo maestoso e perverso, di totale dissoluzione della realtà nel delirio psicotico di una mente pericolosa.

Kopfrkingl è impiegato al crematorio. È un maestro di cerimonie, fedele ai gesti della professione, meccanici e precisi. È diligente e compie il dovuto senza sbavature. A casa, vicino alla finestra, ha appeso ad un cordino nero una tabella, copia di un’altra tabella esposta alle anemiche pareti del luogo di lavoro. Suddivisi in dieci turni, mattutini e pomeridiani, vi sono indicati, con chiarezza inappellabile, i turni della cremazione. Avviciniamoci a lui mentre parla a un operaio fresco di assunzione: «Non si spaventi della tabella, signor Dvořák, è una sorta di nostro orario, un orario di viaggio della morte. In fondo è davvero il più sublime orario di viaggio che esista al mondo». Molti personaggi de Il bruciacadaveri hanno nomi di compositori, altri di animali. I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

Velocità, decoro, adesione incondizionata alla tecnica, efficienza nel servizio, restituzione al prossimo di ciò che gli spetta dalla nascita, ovvero la serenità, o meglio ancora il sollievo da ogni sorta di sofferenza: questi sono gli imperativi etici, deontologici, forse religiosi, di Kopfrkingl. Il culmine è il riscatto ‘estatico’ dall’arbitrio capriccioso della Volontà, la quiete totale. «La temperatura deve essere superiore ai 950gradi. La manteniamo sui 1000 gradi, la si controlla bene. Il massimo ammissibile è di1020 gradi. Se si superasse questo limite le ossa si tramuterebbero in una materia vetrosa nerastra, e addio cenere. Sarebbe una grande disdetta, signor Dvořák, dato che lo scopo di tutto questo meccanismo è che l’uomo si tramuti in cenere». Meccanismo-funzione-meccanismo-funzione. L’uomo perfettamente realizzato, per Kopfrkingl, è l’uomo annichilito. Ogni piega della realtà, palpito, desiderio o ambizione aspira ad un nulla che il bruciacadaveri assiste e propizia.

È una lezione drammatica e attuale. Gli idioti, è noto, disertano, con esplicito diletto, le cime della cultura. Chiusi in una irrimediabile piccineria, invidiano il genio altrui. Meschini, si nutrono di frustrazioni, di lamentele, di dettagli malevoli, di idiozie domestiche, di pregiudizi agitati per difendersi dal mondo “grande e terribile”. Cova, nei mediocri, il desiderio di incatenare il prossimo ad una normalità livellatrice. Il pensiero non si eleva oltre l’asticella della moderazione politica ed estetica, riassunta in “perbenismo”. Questa è, in estrema sintesi, l’analisi genetica di ogni insorgente fascismo. Kopfrkingl è destinato a vestire i panni di feroce nazista ‘piccolo piccolo’.

Osserviamo Kopfrkingl impegnato, in un pranzo di affari, con il signor Strauss. «Che ne direbbe di proporre a quelle care persone, oltre ai prodotti della sua ditta di dolci, anche qualcos’altro? Non si tratterebbe di merce, ma di loro stesse, di quelle garbate, amabili, brave persone… ma non abbia paura… nessuna assicurazione, nessuna polizza, qualcosa di completamente diverso. Dovrebbe, quando propone loro i suoi dolci, mettere di nuovo la mano nella borsa ed estrarne il modulo d’iscrizione per la cremazione. Cinque corone di provvigione per ogni sottoscrizione». Il ristorante si chiama ‘Al cofanetto d’argento’, ma Kopfrkingl lo ribattezza, per tutti, ‘Al pitone’. «Se lo si chiama Al pitone, è subito chiaro. E tutti sanno già prima che cosa aspettarsi da un pitone, lo dice il nome stesso, per quanto sia un pitone addomesticato e addestrato. Ho letto non da molto sul giornale di un pitone ammaestrato, capace di contare, divideva per tre. Ma un cofanetto d’argento, quello è un mistero». I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

I misteri non sono inquadrabili nel perimetro di una soluzione. I misteri sono oltre l’orizzonte del pensiero del bruciacadaveri. Lakmé, la bella moglie, all’anagrafe è Maria. Lakmé è la tragica protagonista di un’opera di Léo Delibes. Kopfrkingl, che ascolta alla radio le arie di Verdi e di Donizetti, adotta atomi di erudizione, elevandoli ad ancore di salvezza, a verità ultime e definitive. Kopfrkingl, prototipo antropologico del piccolo borghese, abolisce ogni dissonanza, intollerabile per la ristretta portata della sua mente, tra nome e cosa. I nomi significano tutto. I nomi non significano nulla. Il crematorio diventa il ‘Tempio della Morte’. Il presidente del Nicaragua, ritratto in un quadro acquistato presso un rigattiere, diviene, nella sua fantasia alterata, un ministro delle pensioni francese, Louis Marin… Presto, l’intero suo linguaggio, muta. Kopfrkingl è mistificante e mistificato. Subentrano rapidamente termini e riferimenti di una lingua nuova, il tedesco. Siamo all’alba della seconda guerra mondiale e i nazisti sono pronti a marciare sui Sudeti.

Kopfrkingl ha due figli, Zina e Mili, di sedici e quattordici anni. È un padre-segugio, un padre sensibile alle sofferenze altrui. Accompagniamolo ora nel panopticum, una sorta di museo delle cere a tema, dove sono rappresentate le vicende della morte nera che sconvolse Praga nel 1680. «Nel medioevo seppellivano i morti nelle fosse pubbliche, intendevano le fosse comuni, e li cospargevano di calce per non far diffondere il contagio. Quanto sarebbe stato più saggio se li avessero bruciati. Il contagio sarebbe stato evitato e i corpi straziati si sarebbero tramutati in cenere molto prima… Come sono felice, cara, di potervi offrire almeno un’abitazione migliore di quelle che avevano allora, almeno l’ingresso, il soggiorno con il pianoforte, la sala da pranzo con la radio, il bagno se non altro, ecco, forse anche il resto ora cambierà un pochino con quel buon signor Strauss. Con un pretesto gli darò la metà della provvigione». Ah, la morte, che business, che liberazione

Un padre, Kopfrkingl, che desidera dare di più. Le sue parole smascherano un sentimento di inadeguatezza nei confronti della moglie dai capelli neri. Qualcuno ha già l’automobile, come il pregevole dottor Rubinstein del piano di sopra, e loro, al piano di sotto, no. Kopfrkingl si reca dal medico per farsi visitare, con sospetta frequenza. È timoroso di un contagio. L’impiegatuccio ostenta, nelle pubbliche conversazioni, la sua refrattarietà al vizio. «Sono astemio, non bevo, non fumo, e se dovessi far del male a mia moglie in questo modo, mi sparerei». (In questo modo…) E allora, cosa teme il bruciacadaveri, che tutto riduce in cenere? Cosa pensa delle donne? Cela forse una segreta inclinazione per l’adulterio? Perché costringe un’inserviente del ‘Tempio’ a rassegnare le dimissioni? Chi è, per lui, Maličká di U Malvaze, definita una prostituta delle peggiori? E i suoi commenti sulle belle ragazze venute a mancare per qualche orrenda disgrazia, che giustificazione hanno? Perché Kopfrkingl sembra già conoscerle?

Intanto, il mondo è assediato da ombre cupe. Un orrore crescente invade le strade, nelle forme di un fascino discreto: una seduzione mortale. Strauss e Rubinstein sono ebrei. Brave persone, è il giudizio di Kopfrkingl. Ebrei… E intorno la debolezza sociale dilaga. Fenek, accucciato in guardiola, è morfinomane. Il signor Prachař, del terzo piano, eccede con la bottiglia. Povera moglie, povero figlio di Prachař, dice spesso a sé e agli altri, il nostro buon Kopfrkingl. Sarà mai possibile sanare tali incresciose situazioni? Kopfrkingl, guarda tuo figlio. Mili è uso vagabondare per i campi ove si intrattiene… non sappiamo con chi. Questo figlio che secondo alcuni è effeminato, diverrà mai un uomo? Vi sono però, in compenso, personalità forti, e vicine, tanto che non te lo aspetti.

Willi, amico di vecchia data, si è iscritto al Partito tedesco dei Sudeti. Willi sa che i tedeschi si devono rialzare. Com’è sicuro nei suoi discorsi e quanti viaggi con destinazione Berlino può fare! E chissà che bella vita conduce nel Casino tedesco, quanto lusso, e forse, lussuria si sprigiona tra quelle mura… Willi, figura inseparabile dal suo emblematico cappello tirolese, intraprende una brillante carriera politica filohitleriana, e poi, ad occupazione avvenuta, si associa organicamente al Nazismo. Willi si insinua dialetticamente nella vita del bruciacadaveri, inducendo in lui una metamorfosi che, a ben vedere, era già presente in potenza. La prima missione per Kopfrkingl è simile a un rito di iniziazione: spionaggio presso la sinagoga, travestito da pezzente…

Un anziano ometto grasso col colletto bianco inamidato e il farfallino rosso. Una donna con un cappello con la piuma e al collo una collana di corallo. Un uomo, accanto a quest’ultima, basso e grasso, che tiene tra le gambe un bastone. Una giovane ragazza dalle guance rosse col vestito nero. Kopfrkingl incontra sempre le stesse persone, in contesti differenti. Connotate sempre dal medesimo abbigliamento. Caricature. Modelli. Spettri? Forse sono le uniche persone, nella moltitudine, sulle quali riesce ad ancorare l’attenzione, alla spasmodica ricerca di punti di riferimento nella complessità del reale. Non è forse connaturato ad una certa condotta esistenziale miserrima, da plebei del pensiero, il bisogno di ricorrere alle semplificazioni estreme? In un parossimo da autentico feticista, Kopfrkingl apparecchia la casa con corbellerie da rigattiere e ammenicoli insulsi, colleziona croste e memorabilia di scarso valore, esaltandone il risvolto pedagogico. Nel kitsch avvertiamo la ricerca del decoro, l’aura farlocca degli oggetti senz’anima, il culto della piccola borghesia di ogni tempo e luogo per la bruttezza elevata a standard.

La biblioteca personale di Kopfrkingl è ricca, eppure ricorda le librerie artefatte, finte, in cartongesso. Due soli, d’altronde, sono i volumi che gli sono cari, sfogliati con assiduità maniacale, «il delizioso, affascinante libro sul Tibet, sui monasteri tibetani, sul Dalai Lama e le sue reincarnazioni», e la legge sulla cremazione del 7 dicembre 1921 (e del decreto esecutivo del 9 ottobre 1923…). Entrambi, fatti rilegare con cura. L’idea della trascendenza perseguita il bruciacadaveri. Depurare, espellere, sollevare, alleviare, disintegrare: è un nirvana privato che desertifica la pluralità del vivente. Non si può ardere senza metodo! E nessuno è metodico come l’impiegato modello del ‘Tempio’. Willi, cultore della lingua tedesca, penetra senza sforzi tra gli abissi di un cervello già corrotto dall’ebetudine del conformismo. Nel linguaggio declassato a slogan matura, appunto, il tracollo di Kopfrkingl.

«Affermi che tutti siamo sorti dalla stessa polvere e in quella ritorneremo, che tra le ceneri umane non vi sono differenze, di questo sei un esperto… E dovresti diventare direttore. Il senso della tua vita sta forse nel regolare in eterno il cammino delle bare nel forno crematorio e nel misurare la temperatura? A noi quindi non interessa l’origine, bensì il risultato. E il risultato è che gli ebrei sono contro il Führer, contro di noi, contro il Grande Reich Tedesco. Ostacolano la nostra felicità, minacciano l’ordine europeo del Führer, la nostra missione, il fatto che noi tutti siamo degli eletti, compreso te». Il bruciacadaveri pone la pace e la giustizia in cima ai valori da sostenere e perseguire. E ora, l’umanità intera reclama di essere purgata, pulita, messa al riparo da debolezze e fragilità, mondata da zecche e parassiti. Everything in its right place…

Nemici interni, nemici subdoli che dall’interno scarnificano i corpi e le coscienze. La moglie è per metà ebrea. Il figlio, un sanguemisto di secondo grado. Eh si, proprio Mili, incapace di reggere lo sguardo davanti a un incontro di boxe, e poi, per giunta, quasi una rivalsa beffarda!, scoperto nel suo essere troppo amico di un pugile a sua volta troppo ostile al popolo tedesco. Tutto il romanzo è un susseguirsi di miniature dense di allegorie, di messaggi cifrati, di rimandi metaforici, di “criptomutazioni” e richiami “metamorfici”, di geroglifici affioranti sulla superficie di una psiche stravolta, di presagi minacciosi che attendono di sbocciare in verità oscena. Il concetto si determina nella concretezza delle azioni, e il nazismo si esprime in ciò che essenzialmente è: un crimine aberrante. Le parole… le parole innescano una escalation di violenza banale e inenarrabile. Le parole… «A Sparta», sibila il serpente Willi, «signori e signore uccidevano i bambini malati. Ad alcune persone sensibili potrebbe sembrare crudele. Ma in realtà era un beneficio per gli stessi bambini, come avrebbero sofferto nella vita… e poi era salutare per il popolo. Ha contribuito molto a rendere migliore Sparta e a condurla al suo posto nella storia…». In fondo, non è per la SALUTE dei migranti, se qualcuno, oggi, consiglia di non farli partire dalle coste libiche?

I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

Alessandro Vergari

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Il bruciacadaveri, storia di un nazista piccolo piccolo

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Milena Privitera su SoloLibri.net

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Milena Privitera su SoloLibri.net

“Santi, poeti e commissari tecnici” di Angelo Orlando Meloni

Cos’è il calcio, il fantacalcio, la Federcalcio, il campionato di calcio per gli italiani? Cos’è il calciatore, il portiere, l’attaccante, l’arbitro per gli italiani? Beh, Angelo Orlando Meloni in “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Editore, 2019) ce ne parla in maniera ironica e anche dissacrante. Siamo una nazione dove il calcio ha avuto un ruolo essenziale, riempito le pagine dei rotocalchi, presenziato in molte trasmissioni televisive e radiofoniche. È stato motivo di divorzi all’italiana e discussioni violente tra amici e parenti. Avevamo proprio bisogno che qualcuno ne raccontasse il lato comico o ne dissacrasse certe storture.

Il romanzo inizia con il racconto che dà il titolo al libro, una storia sul miracolo della statua votiva della beata Serafina, che all’improvviso suggerisce al parroco del paese la strategia per stravincere il campionato. E finisce con “Il campionato più brutto del mondo” che addirittura porterà alla chiusura della serie A. In mezzo ci sono le storie vere e fantasiose di un calciatore alcolizzato e di un’intera comunità illusa di avere il calciatore più forte del mondo e di un arbitro tutto d’un pezzo durante l’ultima partita della sua vita e del poveraccio che su quella partita ha fatto una scommessa folle, che gli farà rischiare la vita; la storia, infine, di una stella della serie A e della sua vendetta contro lo scarpone che gli ha stroncato la carriera.
Tante poi le storie dei tifosi che sognano, s’illudono, sperano, vivono e respirano di calcio. L’autore con la vena narrativa e descrittiva che lo contrassegna ha creato una serie di personaggi a volte caricaturali e macchiette di sé stessi ma certamente tipologie di italiani reali. E così Marina di Vezze diventa metafora e simbolo di tutti i paesini italiani che giocano in campionato e lottano insieme a tutta la comunità per superare la promozione, non rimanere in eccellenza e attraversare velocemente la serie C, B e giungere infine alla A.

Il mondo del calcio viene in questo esilarante romanzo descritto anche nelle sue storture e le tristezze di un mondo che si è lasciato trascinare spesso, troppo spesso, in scandali e illegalità che gli hanno tolto il fascino di un tempo. E Fausto, Ignazio, Maurizio, Santo, Ninni, Padre Ruggero e Romualdo -non quello ma un altro- sono tipi o stereotipi di personaggi di fantasia la cui personalità, il cui linguaggio e i cui comportamenti si basano su tipologie culturali, stereotipi o cliché facilmente individuabili tra i nostri amici e parenti. Questi personaggi sono istantaneamente riconducibili ad un dato ambito culturale “il pallone” e tutto quello che ruota intorno a esso. Ci siamo molto divertite a leggere “Santi, poeti e commissari tecnici”, ma soprattutto, come accade spesso nelle migliori commedie di costume o nei romanzi di parodia, abbiamo molto riflettuto su questo nostro Bel Paese.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.sololibri.net/Santi-poeti-e-commissari-tecnici-Meloni.html?fbclid=IwAR0YfYMVhu8IOk0fB7RrG9neR64ZSM7bPV1TY-Qg-PcDtkHOIRY8Uhbo97A

 

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Angelo Orlando Meloni – Santi, poeti e commissari tecnici
Estate, mare, sole cocente, spiagge, tatuaggi ritraenti la lupa capitolina o il suo gladiatore Francesco Totti. È così l’estate in Italia, è calcio, bidonate, balle e calciomercato.
Nella lontana estate del 1983, nel decennio che ancora una volta vedeva dominare nel campionato più brutto del mondo, l’altra squadra di Torino, quella che nel 2006 fu spedita dal procuratore Palazzi in serie C2 con meno 30 punti di penalizzazione, che però patteggiò e allora finì in serie B, si ricorda l’approdo a Udine di un fenomeno brasiliano: Zico. Miracolo? No!
Dieci anni dopo, nel 1993, alla Reggiana approda il fuoriclasse Paolo Futre. Altro miracolo? No! Semplicemente il sudore di chi adotta una squadra di una città che per una volta nella propria storia può vantare di aver avuto un fuoriclasse, così come invece nell’impero dei potenti sono cose all’ordine del giorno… e del broglio!
Si ricorda sempre di quella stagione calcistica 1982-83, che l’altra squadra di Torino, dopo una serie di furti nelle stagioni precedenti, ma anche nelle successive, ai danni di Roma e Fiorentina, Torino e Inter, nonostante dominasse, lo scudetto lo perse a favore di una spettacolare Roma, messa in piedi dall’ing. Dino Viola, toscano di Terrarossa, in provincia di Massa-Carrara, ma innamorato di Roma e della Roma, fino a comperarla, nonostante non poteva competere con i giganti del nord, portarla alla vittoria del secondo titolo nazionale, e nella stagione successiva quando si qualificava per giocare la Coppa dei Campioni la sola compagine che vinceva il campionato del proprio paese, addirittura portarla – nuovamente – in finale, contro il Liverpool del pagliaccio Grobbelaar.
E ancora. Della stagione 2006-2007, invece, si ricordano la sconfitta dell’altra squadra ti Torino, contro lo Spezia (in casa), il pareggio contro l’Albinoleffe (in casa), due sconfitte a Mantova, contro il Mantova e in campo neutro contro il Brescia, e altre straordinarie partite che hanno reso onore a quella che fu la stagione del campionato di calcio di serie B più bella del mondo. Si ricorda anche la sconcertante scelta della lega di mettere un trofeo per chi vincesse il campionato di Serie B, e altra sconcertante scelta del mito delle figurine Panini, che per la prima volta nella loro storia curarono le pagine della cadetteia come quelle della serie A, cioè con la icone adesive dei giuocatori nel formato che li riprendeva individualmente per foto e non a coppia, come sempre era stato e come tornò ad essere dalla stagione 2007-2008.
Ho deciso di aprire con il cappello, forse un pò troppo lungo, appena letto, per raccontarvi un libro che avevo nel cassetto da un mese e che per vicende personalissime non ho potuto leggere prima. L’autore è nato a Catania come me, ma sin da subito trapiantato a Siracusa. Di professione libraio e scrittore e ha un nome per 2/3 che ricorda il proletario della vittoria della COPPA U.E.F.A. dell’Inter, nella stagione 1993/94: ecco che chi salì sul tetto d’Europa con la compagine meneghina si chiamava, e chiama ancora, Angelo Orlando (Marco Civoli diceva sempre la provenienza quasi fosse tutto unito: AngeloOrlandoDiSanCataldo: “il gregario proletario”), mentre l’autore del libro ha un terzo in più dato che si chiama Angelo Orlando Meloni e per la torinese Miraggi edizioni, ha pubblicato nel maggio scorso “Santi, poeti e commissari tecnici”.
 
Il libro, articolato in sette racconti a leggerlo è esilarante e molto scorrevole, specie l’ouverture col primo racconto che s’intitola così come il libro, per procedere verso gli altri, in una lettura sempre scorrevole, ma che pian piano spinge ad una acuta riflessione: ma questo calcio, questo sport che in Italia è una religione, perché non riesce a fermare conflitti mondiali, o semplici campanilismi come quello tra le squadre delle città siciliane? E addirittura li alimenta questi conflitti?
Si dia il caso di una Santa di una cittadina, più un paese, diviso in due frazioni, montagna e mare, che ha due squadre di calcio: Vezze sul mare che ha sempre partecipato all’ultima categoria del calcio italiano, dove non si può provare nemmeno l’emozione deludente della retrocessione, dato che ha sempre perso tutte le partite dal giorno della sua fondazione pertanto ha sempre chiuso il campionato in ultima posizione e l’altra, Vezze Marina, che invece ha conquistato anche palcoscenici di livello, vincendo campionati a ridosso del professionismo vero e proprio.
Se del calcio nostrano siamo abituati sistematicamente ogni estate a sapere di brogli, con relative penalizzazioni che se i brogli, anche nolontariamente li ha fatti ad esempio  il Calcio Catania, nel 1993 fu cancellato dal calcio che conta, la serie C, perché il Presidente Massimino, pagò con due giorni di ritardo l’iscrizione al campionato successivo (in verità, le banche di sabato non lavoravano e non si risolse mai il mistero di come accadde che quei soldi bonificati giunsero il lunedì successivo la scadenza); mentre se i brogli li fa una qualunque altra squadra di calcio, ma brogli veri e premeditatamente, si risolve tutto con piccole penalizzazioni (ricordo ad esempio il Milan in quel 2006, quando l’altra squadra di Torino fu graziata con la retrocessione in serie B, che fece brogli gravi, ma gli diedero 30 punti di penalizzazione e rimase in serie A)… dunque, non siamo abituati invece a miracoli veri e propri, se non per chi li acquista questi miracoli.
Ciò per porre in auge con quanta ironia, l’autore, forse in preda ad una luciferina illuminazione, decide di sovvertire la storia di quel centro, Vezze, a favore degli sfigati di una vita: come fa? Con il broglio meno inquisitorio che possa esistere, nonché quello ai quali molti credono e altrettanti sono diffidenti: il miracolo. Ci sono preti di mezzo, presidenti/allenatori/magazzinieri/tuttofare insomma, che non capiscono perché il parrocchiano di Vezze sul Mare, dà le indicazioni il giorno prima delle partite al tetra-mister, sicché giornata dopo giornata, Vezze sul Mare, si ritrova a lottare per vincere il campionato. Come? Vi dico qui per grazia della intercessione della Santa votiva, ma vi invito a leggere il racconto (Miraggi lo ha fatto anche in e-pub pertanto comodamente acquistabile da casa, subito, ora, adesso!), per capir meglio e interrogarsi: il miracolo può essere un broglio? Dilemma al quale non ho saputo rispondere.
Ma non è solo questo “Santi, poeti e commissari tecnici”. Vi sono due racconti che mi hanno lacerato profondamente, forse per deformazione professionale, forse perché vivo la gioia, per gli altri, dell’esistere come una punizione dalla quale non riesco a sfuggire.
 
“Ode al perfetto imbecille” e “Perché no?” sono due racconti, strazianti, che solo la penna illuminata di Angelo Orlando Meloni da Catania e residente a Siracusa, di professione genio,  che mettono in luce ciò che quotidianamente combatto, lo scrivevo prima sotto mentite spoglie, e per – nuovamente – deformazione professionale e per impulso di democraticità.
Ode al perfetto imbecille
Un uomo che ha tanti tic, viene etichettato come “l’uomo dei tic”, ha un figliolo che è un fenomeno calcistico, che per quelle sconcerie che esistono nel calcio, miscelate a sconcerie da malfattori che nel calcio investono e ci sono, non gioca sempre, perché a giocare deve essere il pur bravo, ma sempre, figlio dell’avvocato che cura gli interessi del presidente. È anche vero che l’avvocato padre del bravo calciatore, figlio della borghesia, è un uomo mite, dominato da una moglie carica di pregiudizi.
 L’autore non inventa balle, ma dice ciò che accade realmente e frattanto che leggi, ti pieghi in due dalle risate, e ti rialzi col pianto della commozione e del dolore: perché se un ragazzino ha il papà che è brutto e tanti tic deve essere emarginato e considerato un malato con disagi psichici? Perché è così che va il mondo, e basta. Nasci con etichette e se commetti un errore, magari getti la carta del finestrino dell’auto una sola volta in tutta la tua vita, sarai sempre il malato figlio dell’impiegato al comune, di cui tutti si prendevano gioco e allora vieni messo alla gogna; se invece stupri, picchi, insomma sei un bastardo di animo e lo sei in abbondanza della, ad es., Catania bene (fatti realmente accaduti n.d.r), in certo qual modo ci si impegna a ricordare che sono magari errori di ragazzi, trascinati dalle cattive compagnie.
Perché no?
Quanto siamo bravi a saper essere sportivi in un rettangolo di gioco? Forse rimangono fuori da questa domanda, Astutillo Malgioglio, Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco, una specie di frati missionari che hanno vestito, manco a farlo, tutti e tre la tonaca giallorossa della Roma; il resto dal contemporaneo Bonucci, all’addomesticato in casa dell’altra squadra di Torino, Pasquale Bruno (un serial killer), anche se poi capì, indossando le casacche di Fiorentina o Torino (in quest’ultima ancora qualche danno lo fece, come le 8 giornate di squalifica che si beccò, perché voleva picchiare un arbitro), al camerata dichiaratamente fascista (tra saluti e tatuggi) Paolo Di Canio, anche se è vero ricordare più di un gesto sportivo: quando militava con il West Ham fermò il gioco, nel momento in cui poteva andare a rete con tranquillità perché un avversario era a terra. E vi ho rifilato questa piccola papella per dirvi del racconto dal titolo Perché no?. Beh, c’entra la città di Catania, c’entra una vendetta che un uomo/calciatore per bene covò negli anni, fino a cercare il suo avversario che gli interruppe la carriera per poi… e lì sta il bello, signori che magia questo autore. Certo non sto qui a raccontarvelo.
Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna. Il sorriso, e anche le risate sono garantite, gli spunti di riflessioni… ancora di più: pagina dopo pagina, dove incontrerete storie di illustri sconosciuti che approdano ad allenare il Siracusa in serie B (per un attimo ho pensato ad Adriano Cadregari),  e contro il parere della piazza, manda al diavolo un brocco e che fa? Finale shock… perché aveva ricevuto una notizia che lo shokkò! Da leggere in vacanza o a farne uno studio approfondito in qualunque periodo dell’anno. Bravo a questo autore, bravo davvero.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
IL BRUCIACADAVERI di Ladislav Fuks – recensione di Donatella Sasso su East Journal

IL BRUCIACADAVERI di Ladislav Fuks – recensione di Donatella Sasso su East Journal

CULTURA: “Il bruciacadaveri” di Ladislav Fuks

Ladislav Fuks
Il bruciacadaveri
traduzione dal ceco di Alessandro De Vito
postfazione di Alessandro Catalano
Miraggi edizioni, Torino 2018
Ed. orig. 1967
pp. 219, euro 18.00

Il signor Kopfrkingl è un borghese apparentemente soddisfatto di sé, della sua famiglia e della condizione sociale in cui si trova a vivere. Nulla lo rende più felice della moglie Marie, ribattezzata Lakmé, la sua “celeste”, dei figli Zina e Mili, della sua casa sovraccarica di ogni comfort e di oggetti di pregio. Ha un buon lavoro al crematorio cittadino, una legge molto avanzata permette la cremazione nel suo paese, e il mestiere di “bruciacadaveri”non solo gode di buona reputazione, ma ha anche un’aura di missione etica. Kopfrkingl crede nella reincarnazione, è assiduo lettore di un prezioso quanto misterioso libro sul Tibet e sul Dalai Lama ed è convinto che la riduzione in cenere dei cadaveri acceleri pietisticamente la trasmigrazione delle anime. Non soddisfatto delle sue entrate, coinvolge il signor Strauss, forse ebreo, sicuramente molto sfortunato, in un’attività parallela di diffusione e promozione della cremazione.

Il signor Kopfrkingl ha, però, una debolezza insanabile: teme di non fare abbastanza per la propria famiglia, che manipola come un amorevole burattinaio. È sempre lui a parlare, consigliare, affascinare, ai suoi congiunti consente qualche monosillabo, un sorriso o uno sguardo accondiscendente. Come le statue di cera del panopticum di Madame Tussaud, tutti coloro che gli stanno intorno sono materiale malleabile nelle sue mani, in nome del loro bene. Ma cosa sia il bene è qualcosa di sempre più fumoso e reversibile, perché il signor Kopfrkingl vive a Praga nel 1938, nei Sudeti furoreggia il partito filonazista di Henlein e a fine settembre i territori cecoslovacchi a maggioranza tedesca sono inglobati dal Reich hitleriano, con la silente condiscendenza di Francia e Gran Bretagna.

Ed è in questo contesto che il suadente corteggiamento di Willi Reinke, un nazista convinto, fa breccia nell’animo fragile di Kopfrkingl. La goccia di sangue germanico che scorre nelle vene del borghese di Praga si erge per la prima volta a giudice contro i nemici del bene comune: gli ebrei, verso cui Kopfrkingl ha sempre provato un’ipocrita benevolenza, gli oppositori del progetto di Hitler, i deboli e gli ingenui. Nulla lo fermerà nel sacrificio di costoro in nome di un modo futuro dall’infinito benessere e poco importa se dovrà sopprimere anche i suoi cari.

Metafora plurisimbolica dell’ascesa del nazismo e della sua fascinazione su uomini mediocri, futuri burocrati dell’industria dello sterminio, il Bruciacadaveri fu pubblicato da Ladislav Fuks nel 1967 e, l’anno successivo, il regista Juraj Herz ne trasse una trasposizione cinematografica dal grandissimo successo. Dopo l’invasione sovietica libro e film furono ritirati dalla distribuzione; Ela Hlochová Ripellino lo tradusse in italiano per Einaudi nel 1972. Fuori commercio da tempo, la nuova edizione con la traduzione di Alessandro De Vito e la ricca postfazione di Alessandro Catalano, viene a colmare un vuoto che troppo a lungo ha circondato la figura dello scrittore Ladislav Fuks. Giovane testimone dell’invasione nazista e della Shoah, pur non essendo ebreo, si è spesso identificato con i suoi compagni e amici perseguitati, fino a istituire, in molte sue opere, un rapporto simbiotico fra sé e loro, fra i cechi e gli ebrei di fronte al flagello dell’odio nazista.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

CULTURA: “Il bruciacadaveri” di Ladislav Fuks

ROMA di Nicola Manuppelli – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

ROMA di Nicola Manuppelli – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

Roma

 

Tommaso ha vent’anni quando arriva a Roma, nell’estate del’70. Viene da una modesta famiglia di impiegati milanesi e il trasferire storie è sempre stato il suo gioco preferito da quando il padre, un mite dattilografo, gli aveva insegnato la magia di trasformare la parola in immagine regalandogli una Olivetti con la quale il piccolo Tommaso si esercitava a scrivere facendosi raccontare storie dagli amici. Storie che impara ad aggiustare, calibrare, osservare, vivere, sentendosene al contempo estraneo e partecipe. Dopo un breve tirocinio al “Corriere della sera” si trasferisce a Roma dove ambirebbe ad una carriera di sceneggiatore a Cinecittà. Il suo primo impatto è col Pigneto, dove alloggia temporaneamente presso conoscenti in un tumulto di umanità variegata che lo travolge. A guidarlo nei meandri del tumulto e della città sarà il nipote della padrona di casa Emanuele che, durante un delirante banchetto a Trastevere lo introduce alla corte di Satchmo, misterioso personaggio che gravita attorno al mondo del cinema costruendo e vendendo gossip dei quali Tommaso diventerà redattore. Entra così in un turbine di stravaganze e miserie popolate da intellettuali, attori famosi, artisti o sedicenti tali, protagonisti e testimoni di fatti veri o presunti, tutti con storie più o meno probabili. Ognuno con una storia da raccontare. E poi c’è Judy, aspirante attrice di vent’anni come lui, entrambi sul limitare tra l’essere spettatori e protagonisti della vita…

 

 

Invitante la copertina di Marco Petrella, impegnativo il titolo, immane la voglia di Nicola Manuppelli di mettere nel libro il più possibile. Impresa ardua. Ci riesce con la semplicità apparente con cui Pirlo calcia una punizione o Paco de Lucia ti sorprende con un passaggio musicale. Nell’impossibilità di menzionare tutti i pregi del romanzo basta dire che è un racconto che trasuda il sentire della narrazione con l’evidenza che si è narratori efficaci quando si è a propria volta osservatori, lettori e spettatori partecipi. Negli innumerevoli riferimenti cinematografici nessun nome, anche se citato di sfuggita, è casuale. Il Walter Chiari incontrato da Tommaso ce l’hai davanti ed è quello de “Il giovedì”, capolavoro seminascosto della cinematografia italiana. Il padre di Tommaso è una figura che in molti altri romanzi sarebbe stata relegata a quella di grigio e mediocre piccolo borghese, invece no. Il padre è privo di ambizioni per il semplice fatto di essere un uomo in cui è assente il conflitto e sembra guardato da un Maigret che sa che in fondo “ognuno fa quel che può”. In epigrafe troviamo “Il romanzo è una mescolanza di frottole e realtà, anche la vita”. E qui siamo in un romanzo pieno di storie in cui l’autore manipola i fatti come farebbe un regista, finendo per raccontare molto di sé. Così una storia diventa veramente la storia di chi la racconta. Si potrebbe affermare con ragionevole certezza che in quel Prenestino “ndo ce stanno solo li servaggi” dei primi anni ’70, Manuppelli che è nato nel ’77 ed è milanese, ci sia stato.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.mangialibri.com/libri/roma-2?fbclid=IwAR04agrgN0ulqARNXs9WKzT8-asgLCNC_r_vlPCcEjEuXvElMoAQhxUKvmo

L’AMORE PUZZA D’ODIO – un romanzo in versi, una raccolta di poesie capace di raccontare storie e sensazioni a 360° senza omissioni alcuna, ma con grande profondità e sentimento – recensione su Libriamoci Blog

L’AMORE PUZZA D’ODIO – un romanzo in versi, una raccolta di poesie capace di raccontare storie e sensazioni a 360° senza omissioni alcuna, ma con grande profondità e sentimento – recensione su Libriamoci Blog

Recensione “L’amore puzza d’odio” di Massimiliano Boschini

L’amore puzza d’odio

– Massimiliano Boschini –

 

Formato: Copertina flessibile

Genere:  Poesia
Pagine: 89


L’amore puzza d’odio è un ossimoro solo apparente: dove l’amore stravolge i sensi e la ragione, l’odio verso l’oggetto amato non è che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, un apostrofo nero nel rosa del romanticismo. “L’amore puzza d’odio” racconta dal punto di vista maschile la nascita, la passione, il declino e la fine di una storia d’amore, attraverso la scansione allegorica delle stagioni. E con il passare del tempo, lo stile muta, invecchia e si ripiega su se stesso: da scanzonate e romantiche, le pagine virano al nero, alla tristezza e alla rabbia, senza perdere di vista quella spudorata ruffianeria che spariglia le carte e fa saltare i canoni classici della poesia. Musica, arte, fumetti, romanzi, cultura pop, il retaggio di mille emozioni e immagini conservate in qualche angolo polveroso dell’animo, fanno capolino tra le righe accompagnando il lettore dove nemmeno Charles Bukowski si spinse: a parlare di amore e di stelle.

Quante volte l’amore raggiunge un livello altissimo per poi cadere e rompersi in mille pezzi?
Quali possono essere i sentimenti sinceri, vivi e carichi di disprezzo di un uomo ferito e ormai solo?
“L’amore puzza d’odio“ è la raccolta in versi di un uomo solo, accompagnato dall’inseparabile bottiglia, che si lascia andare ad un racconto discendente di un amore precipitato nel baratro, una raccolta di poesie che si trasforma in confessione, un fiume in piena di parole e sentimenti raccontati senza freni inibitori o linguaggio forzatamente corretto.

È impressionante come, consapevole che questa storia raccontata in versi sia di destinata ad un epilogo negativo, il lettore venga, sin dall’inizio, coinvolto ed ammaliato dalle varie fasi dell’amore, qui narrate e divise in quattro parti, quattro stagioni che seguono nascita, apice, vita e decadimento di una storia d’amore.
Cinquantadue poesie, tante quante le settimane di un anno, frammentate in quattro stagioni, utili a rappresentare, in modo deciso, le fasi di questa storia: Primavera per il primo appuntamento, Estate per il viaggio di nozze, Autunno i sogni infranti e Inverno la fine, il baratro.

Con linguaggio acuto e pungente Massimiliano Boschini dona vita e parola ad un uomo circondato da risentimento e malinconia che lascia libero sfogo alla narrazione di un amore ormai in fase scissoria, quasi di decomposizione.
Come un amico disposto ad ascoltare senza giudicare, il lettore vive questa narrazione mutevole, ricca di fasi differenti da un punto di vista però unico, uno sfogo unidirezionale che permette alla poesia di uscire dei criteri classici.

Arricchito da gradevoli illustrazioni, il libro di Massimiliano Boschini e come un romanzo in versi, una raccolta di poesie capace di raccontare storie sensazioni a 360° senza omissioni alcuna, ma con grande profondità e sentimento, anche risentimento, accompagnando il tutto da sottili citazioni è uno schema scelto che rende ancora più chiara una storia di già limpida composizione.


Massimiliano Boschini nasce a Mantova a metà degli anni Settanta. Inquieto, curioso, pigro, eterno indeciso, è abituato a imbrogliare le carte, i pixel e le parole. Le etichette gli stanno strette: per questo non ama definirsi fotografo né poeta, preferendo di gran lunga il termine di “agitatore”, con il quale si confronta con il resto del mondo. È solito affermare che in un’ipotetica sfida con un “poliedrico artista” si darebbe alla fuga dopo qualche minuto, intimorito da ogni possibile “continua evoluzione”, nonché dalle virgolette.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Recensione “L’amore puzza d’odio” di Massimiliano Boschini

Eva Clesis (autrice di “Amor”) si racconta nell’intervista di Salvo Zappulla su La Voce dell’Isola

Eva Clesis (autrice di “Amor”) si racconta nell’intervista di Salvo Zappulla su La Voce dell’Isola

“Lo Straordinario” di Eva Clesis

 

Tra i tanti libri che mi arrivano in visione da vari editori, spesso di genere, per fare cassetta, più o meno omologati, ogni tanto me ne capita tra le mani qualcuno fuori dagli schemi, bizzarro, spumeggiante, originale. E allora la vita mi torna a sorridere, provo la sensazione di stringere un gioiellino tra le mani e me lo tengo stretto. È il caso di questo romanzo: “Lo Straordinario” di Eva Clesis, pubblicato dalla piccola Las Vegas edizioni. Già il nome della casa editrice rimanda alla memoria un mondo scintillante e fibrillante di colori, gioiosità, brillantezza, dissolutezza anche. E la storia raccontata dalla Clesis è in perfetta sintonia con tutto ciò. Un romanzo fresco, giovanile, esuberante; quasi frenetico direi. Letteratura pura che non guarda agli indirizzi di mercato e se ne frega altamente, con la strafottenza propria di chi sa che, con una penna in mano, è in grado di conquistare il mondo.  È incredibile cosa possa inventarsi uno scrittore dalla fantasia straripante, coma riesca a rendere verosimile una storia che nella realtà non potrebbe esistere. Eva Clesis, con leggerezza e delicata ironia, senza mai strabordare, senza mai volgarizzare, gioca con le infinite sfaccettature dell’animo umano per creare una storia che tende al magico realismo di stampo bontempelliano. I dialoghi sono frizzanti, con battute a effetto che inducono al sorriso, la trama solida, personaggi caratterizzati, tutto l’impianto narrativo regge alla perfezione. Un coro di voci in sintonia come un’orchestra, che sprigiona musica creata con le parole. Lea, la protagonista del romanzo, si è lasciata con il suo ragazzo, ha perso il lavoro presso una rivista di moda, sogna una carriera da giornalista d’assalto, ha una sorella gemella di successo e una madre che sembrano perennemente sapere come affrontare la vita, a differenza sua, che si trova in difficoltà ad ogni bivio. Lea è alla ricerca di una casa in affitto. Ne troverà una speciale; anzi “straordinaria”, in un condominio che sembra la proiezione dell’Eden sulla Terra: canone di affitto straordinariamente basso, sveglia al mattino col canto degli uccelli, musiche soavi e profumo di gelsomini, pavimento riscaldato, persino il frigorifero riempito di leccornie da mani misteriose; coinquilini gentilissimi e premurosi di esaudire ogni suo desiderio. È un sogno? O un incubo?  Forse le premure sono un po’ troppe! Forse le invadenze sono eccessive! C’è qualcosa di stonato in tanta generosità. Un campanellino d’allarme si fa largo nella mente della ragazza.  Lea sembra avvolta da una coperta calda che lentamente la stritola, fino ad asfissiarla. Non si raccapezza più. È andata a finire in una gabbia di matti? È vittima di un complotto? È caduta nelle mani di una setta satanica, decisa a immolarla durante un rito sabbatico?  E poi c’è quell’uomo dagli incredibili occhi verdi che contribuisce a farle girare la testa. Come andrà a finire?  Bisogna arrivare alla fine del libro per saperlo.

Eva Clesis, non ho letto gli altri tuoi romanzi, ma questo l’ho trovato “straordinario”, di una grande forza. Mi è sembrato di cogliere la volontà di presentare o di deformare la società in cui viviamo attraverso un aspetto grottesco e paradossale. È così?

Direi di presentarla, non di deformarla. La vita per come ho avuto modo di conoscerla io è spesso grottesca. Ci sono momenti di felicità, molti momenti di noia in cui ci impegniamo a costruire qualcosa, e la paura che basti un niente a portarci tutto via, perché forse intuiamo che la giustizia non è di questo mondo e perché esistono il dolore e l’incertezza. E, d’altra parte, siamo aperti al magico anche quando ci sforziamo di essere logici. Forse per questo la storia di Lea intriga. Condividiamo le sue incertezze e in parte abbiamo vissuto le sue sfortune: sappiamo che la fregatura è dietro l’angolo, soprattutto davanti ad atti di gentilezza. Ci è stato insegnato che i regali non esistono, eppure sogniamo che non sia (sempre) così.

Quanto è importante il senso dell’ironia nella scrittura e nella vita?

Direi fondamentale. Mio marito tempo fa mi ha detto che io sono quasi sempre una persona divertente. Non lo faccio per piacere agli altri, sono proprio così di natura. L’ironia è un po’ la mia forza, un po’ la mia corazza, e non a caso sono attratta anche dalle scritture brillanti, o con qualche guizzo di ironia anche se hanno trame piene di conflitti. Sono ironica anche con me stessa, non solo quando scrivo. L’ironia è un controcanto che mi ha permesso e mi permette tuttora di affrontare situazioni spiacevoli, a volte tragiche. Immagino che ci siano altri modi per vivere bene o scrivere meglio. Io, che spesso non trovo un senso nel vivere, tutelo il mio modo.

Esiste una scrittura al femminile? Ed esiste, a tuo parere, un pregiudizio che in qualche modo penalizzi i libri scritti dalle donne?

Esiste ed esisterà una scrittura femminile quando ci metteremo d’accordo su cosa voglia dire “femminile”. Poiché non trovo un significato univoco, non mi piace parlare di scrittura al femminile. Ci sono buoni o cattivi libri. Chi li scrive per me non conta un accidente. Considero inconsistenti i pregiudizi sui libri scritti dalle donne. “Scrivi come un uomo” è una cosa che mi dicono spesso. Mica ho capito cosa vogliono dire, però. E infatti quando lo chiedo mi danno risposte differenti, a parte due particolari. L’idea che la scrittura al femminile sia una scrittura sentimentale, e l’idea che la scrittura al femminile sia lagnosa o ombelicale. Ma io conosco tantissime donne che non sono né sentimentali né lagnose. Non capisco perché con una penna in mano dovrebbero cambiare carattere.

So che di recente è uscito il tuo ultimo romanzo: Amor, pubblicato da Miraggi edizioni. Ce ne vuoi parlare?

Amor è un romanzo per me molto sofferto. Può anche essere il mio ultimo romanzo, e in tal caso ne andrei comunque fiera. Vorrei che fosse letto da più persone possibili, perché dice qualcosa di diverso dagli altri romanzi, e lo dice in una lingua diversa. Infatti è un romanzo che possiamo definire esistenzialista. C’è una donna che si interroga sul senso che una serie di eventi tragici ha avuto sulla sua vita, e nel frattempo deve anche sparire, perché un pazzo la sta cercando. Se prima la sua depressione era una scusa per nascondersi, adesso è costretta a farlo. Ma come fai a identificare il tuo nemico se negli ultimi anni tutto ti ha fatto paura?

Sei mai stata in Sicilia?  Se sì, che impressioni ne hai riportato?

Mi piacciono molto i siciliani e la Sicilia, ma la conosco a metà. Mi manca, e vorrei visitare al più presto, la metà che comprende Agrigento, Trapani e Palermo. Insomma, un bel pezzo! Sono stata invece più volte a Messina, Catania, Ragusa e Siracusa. Vivendo a Reggio Calabria da anni, considero Messina una città parallela alla mia città adottiva, la vedo praticamente ogni volta che passeggio sul lungomare, assieme all’Etna. Proprio stamattina ero tentata di fare l’ennesima foto del panorama siciliano al di là del mare. Dalla mia posizione la Sicilia è un’isola non isolata, amica, e con tanta bellezza e passione da offrire. Sono sempre contenta di prendere l’aliscafo e tornarci. Ma negli anni mi ricordo interminabili spostamenti, tra bus, treni e auto, e purtroppo in questo la Sicilia, come anche il mezzogiorno peninsulare, sono penalizzati. I meridionali vanno al nord facilmente, ma dal sud al sud è sempre un’impresa spostarsi.
Una volta ho conosciuto un tizio californiano che aveva dei parenti siciliani da parte del padre, a Noto. Ma essendo orfano pensava di non poterli rintracciare, mentre per me non esisteva cosa più triste di avere origini siciliane e non essere mai stati in Sicilia. Alla fine riuscii a metterlo in contatto con loro. Gli traducevo le loro lettere e ai parenti traducevo le sue, e alla fine decise di andarli a trovare. Nonostante non si capissero, l’ospitalità e il calore di quella famiglia ritrovata lo commosse moltissimo: scoprì l’infanzia di suo padre, la sua storia prima dell’America, i suoi luoghi, i sacrifici dei genitori per farlo studiare. Al ritorno mi scrisse che quel viaggio, restituendogli il passato di suo padre, gli aveva cambiato la vita.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

“Lo Straordinario” di Eva Clesis

AUTISMI di Giacomo Sartori citato su Il Dolomiti

AUTISMI di Giacomo Sartori citato su Il Dolomiti

Da ”Tritolo” a ”Sono Dio”, storia di un grande romanziere trentino per anni ignorato in provincia e finalmente riscoperto

Mentre lo strapaese catto-moderato nostrano non cessava di snobbarne la produzione, forse anche a causa del continuo passaggio da un editore medio-piccolo all’altro – la provincia ha sempre un debole per i riflettori altrui, il prestigio sancito, il successo di massa –, Sartori ha continuato a scandagliare le sue e nostre ferite aperte, fra storia collettiva ed esistenza individuale

Dal blog di Il Lanternino – 17 luglio 2019

 

Mi ha quasi stupito, il 26 giugno scorso, trovare una pagina del meno strapaesano fra i quotidiani cartacei locali dedicata a Giacomo Sartori. Quasi, poiché comunque, rispetto a cinque, dieci o quindici fa, quando in Trentino s’ignoravano volentieri i romanzi di Sartori che, duri e drammatici, del territorio svelavano i lati più oscuri e inconfessati, pare che finalmente anche la sua terra d’origine si sia decisa finalmente a riconoscerne la statura. Pochi giorni dopo quell’intervista a tutta pagina per la rubrica “trentini dal mondo” – Sartori vive da molti anni a Parigi e torna a Trento poche volte l’anno – Rai Radio Uno del Trentino ha inaugurato un ciclo di puntate in cui Mario Cagol legge alcuni Autismi, i racconti comici di Sartori apparsi in volume l’anno scorso per Miraggi edizioni di Torino. Molto bene.

 

 

Il fatto è che Sartori uno scrittore degno di nota lo è sempre stato, fin dall’esordio romanzesco di Tritolo nel 1999, e quando nel 2005 apparve per Sironi quel confronto senza sconti con il fascismo di un padre morente che è Anatomia della battaglia, il Seminario Internazionale sul Romanzo che con un paio di colleghi avevamo da poco fondato all’Università di Trento non esitò a invitarlo a parlare della propria poetica. Peccato fosse un pubblico di soli specialisti. Da allora, mentre lo strapaese catto-moderato nostrano non cessava di snobbarne la produzione, forse anche a causa del continuo passaggio da un editore medio-piccolo all’altro – la provincia ha sempre un debole per i riflettori altrui, il prestigio sancito, il successo di massa –, Sartori ha continuato a scandagliare le sue e nostre ferite aperte, fra storia collettiva ed esistenza individuale, saggiando temi e forme e, nel frattempo, maturando.

 

Ad oggi il punto d’arrivo e di equilibrio di questo percorso è il romanzo Sono Dio (apparso nel 2016 per NN, ne ho scritto ampiamente qui), uscito da qualche mese in traduzione inglese, recensito con approvazione dalla critica statunitense e di prossima pubblicazione anche in Germania: va da sé che, giunti a questo punto, continuare a ignorarlo sarebbe stata una miopia preoccupante. La penna di Sartori, tuttavia, non si è fermata lì e, mentre i lettori più fedeli stanno già aspettando la prossima opera narrativa, questa primavera è uscito per Arcipelago Itaca di Ancona, con postfazione dell’amica e sodale Helena Janeczek con cui Sartori condivide da anni l’esperienza on line di Nazione indiana, un piccolo gioiello in versi: s’intitola Mater amena e non è una raccolta di poesie, ma di “proesie”, come l’autore le ha battezzate.

 

Non è una boutade: Sartori sullo stile ha sempre lavorato di sottrazione e, confrontandosi con la forma lirica, deve aver capito fin da subito che la sua strada non era quella musicale e preziosista della tradizione, optando così per un dettato prosaico e quotidiano che pure riesce a trarre dalla versificazione, dalle sue pause e dai parallelismi, un’espressività compiuta. Ebbene, se in Anatomia della battaglia è con il fascismo del padre che Sartori faceva i conti, e con le sue ricadute sulla deriva ideologica del figlio progressista, questo è invece il ritratto dolente, in cui l’autore in parte e suo malgrado si rispecchia, di una madre non meno segnata da quei tratti temperamentali – anaffettività, autodisciplina, vitalismo – che già in precedenza si presentavano come i risvolti esistenziali, radicati nella personalità e nella condotta quotidiana, di un’educazione autoritaria. Bastano due distici: “aborrivi i contatti / tra i corpi” o, con le parole basiche della stessa madre: “sono così vecchia / come faccio”.

 

È brava Helena Janeczek a cogliere nella postfazione il colpo da maestro attuato da Sartori in questo libro: “L’intuizione formidabile e lancinante di Sartori sta nel far rimare ‘narcisismo’ e ‘fascismo’. […] Non la contestazione studentesca, ma la premessa nell’epoca [il ventennio, nda] che ha forgiato persino la madre nel disprezzo dell’empatia e della debolezza, ha consegnato il figlio a una mancanza originaria”. Sartori ci offre insomma, attraverso una vicenda personale, lo specchio di ciò che tutti ancora ci portiamo dentro, in latenza, tara e impulso ad un tempo: il rischio, a ogni gesto e parola, di abdicare al nostro meglio, a quella dotazione naturale dell’umano che fa bene a noi stessi e a chi amiamo.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.ildolomiti.it/blog/il-lanternino/da-tritolo-a-sono-dio-storia-di-un-grande-romanziere-trentino-per-anni-ignorato-in-provincia-e-finalmente-riscoperto

“Amor” il nuovo romanzo caleidoscopico di Eva Clesis – di Mariangela Taccogna su mangialibri.com

“Amor” il nuovo romanzo caleidoscopico di Eva Clesis – di Mariangela Taccogna su mangialibri.com

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Lucia si definisce “una delle persone più sole sulla faccia della Terra”. Lavora come traduttrice per diverse case editrici ma un brutto incidente d’auto le ha lasciato una antipatica zoppia e quella strana sensazione di bastare a sé e di non volersi far coinvolgere dal mondo. Ancor più da quando suo marito è andato via, sostituendola con un’altra donna. Carlo è stato ‒ per una parentesi di tre anni ‒ l’uomo della sua vita, la sua famiglia, il suo grande amore. Ora davvero non le rimane più nulla. La monotonia delle sue giornate è interrotta da numerose telefonate di sconosciuti che a causa del suo numero di telefono chiamano lei erroneamente. L’ultima telefonata è di un tale Francesco, ex carabiniere appassionato di caccia, ossessivo e geloso tanto da confessare di aver ammazzato la sua compagna. Fingendosi Marta, ex dello sconosciuto, Lucia rimprovera a lui tutto quello che avrebbe voluto rimproverare al suo Carlo. Ma la curiosità, si sa, è femmina e il desiderio di saperne di più porta Lucia ad avviare una ricerca ai limiti del pericolo su questo misterioso interlocutore. Sarà davvero un assassino? Riuscirà a trovarlo o sarà lui a trovare inaspettatamente lei? E intanto, ha tra le mani i documenti da firmare per il divorzio. Chiudere un capitolo della propria vita non è affatto semplice ma può voler dire ripartire e ricominciare, a dispetto di tutto e di tutti…

Lucia non sopporta le cose fuori posto, la mancanza di pulizia e di ordine, le cose lasciate a metà. Eppure Amor è un sussurro interrotto, è la cesura a ciò che sarebbe stato e non potrà più essere, è l’ultima speranza tranciata di netto: Lucia interrompe Carlo proprio quando sta per chiamarla “amore”, per chiudere definitivamente con il passato. Ma passato e presente, in questo caleidoscopico romanzo di Eva Clesis, pseudonimo di una quarantenne scrittrice barese, sembrano mescolarsi, rincorrersi, in un gioco di specchi che tiene alta la tensione, soprattutto emotiva. Il flusso di pensieri della protagonista è interrotto da eventi che Lucia sembra subire, fino a che si risveglierà dal suo torpore esistenziale per riprendere le redini della sua vita. Con uno stile frizzante e fluido, il lungo monologo della protagonista tiene legati alle pagine, fino all’ultima parola. Eppure al lettore resta un dubbio: il mondo della protagonista, ciò che racconta, è reale o è solo frutto della sua mente? Un mondo interiore raccontato come se fosse vero, tanto da far pensare a tratti autobiografici perché, come la stessa Lucia ammette “Chi scrive deve sempre partire da qualcosa che sa per arrivare a descrivere quel che non sa”. E che non sa dove porterà.

Qui l’articolo originale: http://www.mangialibri.com/libri/amor

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Saper di riuscire, di essere nel firmamento, quello più platinato, perché in quello dorato ci si è approdati subito. La determinazione, la stilistica, la gentilezza, la caparbietà. Tutto questo non è vanto, ma purezza, comprensione di se stessi, rimandi ai momenti delle proprie ere, mandare al diavolo passaggi, vissuti storici, non per esorcizzarli alla maniera della scomparsa, ma per metabolizzarli in quella che Veronica Tomassini, ha definito «il mio romanzo, in toto, più siciliano». La madre di tutti i riposi indotti e itineranti, ma non letali (per molti si, però), dove quel culmine della disperazione di cioraniana memoria, svetta sull’abilità dell’accettare la vita, sino a rivoltarla, riconoscendo, senza vanità, né vanto, la propria capacità di esser-ci, proprio quello della gettatezza: il desain di Heidegger. E la crudezza, nel narrare senza finzione letteraria, un romanzo storico, sempre vivo e attuale. Questo è Mazzarrona: il ritorno, coi botti, negli scaffali libreschi di Veronica Tomassini, pubblicato per Miraggi Edizioni.

La prova d’autrice l’aveva dimostrata all’esordio, un decennio fa, con Sangue Cane, ma i riconoscimenti arrivavano solo dai lettori più attenti, non necessariamente di nicchia. Un premio, poi un altro e ancora altri: niente! Poi ancora, la Sicilia come sfondo, in quasi tutti i romanzi a seguire, ma non assoluta. Certezza dicevamo: «So di averlo il talento, potrei farcela. Una meta posso raggiungerla». A Febbraio esce ufficialmente Mazzarrona. Due giorni i media nazionali e di genere danno la notizia: “Veronica Tomassini è candidata al Premio Strega 2019”.

Il riconoscere nella propria ‘penna’, che non rimane l’oggetto che usiamo per firmare ma che è la liaison del ripercorrere l’esistenza intera di una esplosione di pensieri a decorrere dalla propria vita, dalle proprie esperienze, dall’eroina rammentata e raccontata con occhi e voce esterni da una adolescente, in uno spaccato di un quartiere, che seppur bonificato, non perde la sua essenza, per i brontosauri che «tengono affamata la bestia», perché è così che conviene… ecco che quel riconoscere a se stessi il rischio di farsi male o finire male, è meritevole di lodi, anche quando Veronica ha dichiarato di essere «forse arrabbiata, perché ho talento e so di esserci».

La ‘penna’ è tutto: è schiettezza, è il non mandarle a dire, è altre certezze: «Solo chi mi vuole davvero bene: non sbaglia a chiamarmi per cognome, Tomassini e non Tommasini», che è quell’atteggiamento nella retorica della forma linguistica, un intercalare errato che rende chiaro il concetto di disimpegno, dove tutto deve essere facile o scandalosamente equipollente, tanto hai capito a chi mi riferiscoè la classica e inutile spiegazione.

Ma cerchiamo di saperne ancora di più, un pozzo senza fine di novità e sorprese questo libro subito candidato allo Strega, che sia la rivelazione? Lo sapremo. Presto.

Mazzarrona (quartiere), i tuoi 7 anni, che male ti ha fatto?
«Nessun male intenzionale (è un luogo destinato a evocazioni grevi, pesanti), ma fu un castigo, un passaggio della mia vita che mi ha stancato moltissimo, tolto tutte le forze, eppure oggi ogni crimine, ogni distrazione, ogni volgarità è diventata nobiltà, scrittura. A diciassette anni mi sembrava di essere già vecchia, di aver visto tutto, di aver compiuto il viaggio, averlo finito tra i tossici, in un deserto siciliano. Erano assurdamente germogli, e gli adolescenti, quella vita, la campagna e l’insulto che sottace la periferia, concepita come un’istigazione preconcetta al suicidio, traducevano piuttosto la metafora dei fiori carnosi, fiori che non muoiono mai, o erano simbolicamente l’aspidistra di Orwell, capace di sopravvivere a tutto, bene male, caldo freddo».


I
l tuo Mazzarrona (libro), ti ha restituito benessere grazie a quel “so di esserci, so di avere talento, so che posso farcela” che mi dichiarasti, attraverso la candidatura allo Strega?
«Sì, c’è questo riscatto, oggi, dopo tanti anni, imprevedibilmente, me lo auguro perlomeno. Il talento non è un mio merito, è un regalo di Dio, ne devo fare un uso giusto, onesto».

Tutte anteprime scaraventatasi con forza e adrenalinica violenza che scuote perché Mazzarrona che il 17 marzo finalmente sarà presentato a Catania presso la Libreria Prampolini in Via Vittorio Emanule 333, con la presentaizone dell’italianista Antonio Di Grado, doveva essere la prima anteprima nazionale, ma questioni di calamità naturale il 24 febbraio hanno costretto a rinviare il tutto) «esce ufficialmente in questi giorni di marzo, ci siamo già».


Patrizio Zurru, Fabio Mendolicchio e tutti quanti hanno lavorato e lavorano per questo libro, sono ‘energie’ che rinforzano il tuo talento?
«Se non avessi avuto un agente come Patrizio Zurru non sarei andata da nessuna parte, vale lo stesso per Fabio e il gruppo di Miraggi edizioni. Deve essere un lavoro di squadra, lo è stato difatti».

Lo continuerà ad essere per questa filantropica autrice che nella crudezza del suo romanzo, ha dato incipit per riprendersi ciò che si perde, o ciò che mai abbiamo pensato potessimo avere nostro.

Vivere II-III 14_03_19

“SONO STATA FEDELE A UNA MILITANZA FUNESTA”: FINO A STRAPPARSI LE OSSA VERBALI, CON VERONICA TOMASSINI – su Pangea.news

“SONO STATA FEDELE A UNA MILITANZA FUNESTA”: FINO A STRAPPARSI LE OSSA VERBALI, CON VERONICA TOMASSINI – su Pangea.news

Posted On Marzo 13, 2019, 7:31 Am

I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare Il processo di Kafka un legal thriller e Moby Dick un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’Ulisse di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. Con Mazzarrona (Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo Sangue di cane e L’altro addio – va al di là del gergo linguistico di Altri libertini, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida – del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro – in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. Veronica significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)

Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?

La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre. Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza. È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.

Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.

Racconto solo la mia vita. Tranche de vie. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de Le onde del destino. Ho letto Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (In exitu, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.

Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. È così? Contestami.

Sì, amo dal culmine dell’abbandono. L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.

C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?

No, non c’è una denuncia sociale, mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.

“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?

Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare. Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.

Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?

Oggi leggo solo testi sacri o classici dello spirito. Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).

Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?

Uno che mi porti via da tutto, bruciando i ponti.

Qui l’articolo originale: http://www.pangea.news/sono-stata-fedele-a-una-militanza-funesta-fino-a-strapparsi-le-ossa-verbali-con-veronica-tomassini