Tommaso ha vent’anni quando arriva a Roma, nell’estate del’70. Viene da una modesta famiglia di impiegati milanesi e il trasferire storie è sempre stato il suo gioco preferito da quando il padre, un mite dattilografo, gli aveva insegnato la magia di trasformare la parola in immagine regalandogli una Olivetti con la quale il piccolo Tommaso si esercitava a scrivere facendosi raccontare storie dagli amici. Storie che impara ad aggiustare, calibrare, osservare, vivere, sentendosene al contempo estraneo e partecipe. Dopo un breve tirocinio al “Corriere della sera” si trasferisce a Roma dove ambirebbe ad una carriera di sceneggiatore a Cinecittà. Il suo primo impatto è col Pigneto, dove alloggia temporaneamente presso conoscenti in un tumulto di umanità variegata che lo travolge. A guidarlo nei meandri del tumulto e della città sarà il nipote della padrona di casa Emanuele che, durante un delirante banchetto a Trastevere lo introduce alla corte di Satchmo, misterioso personaggio che gravita attorno al mondo del cinema costruendo e vendendo gossip dei quali Tommaso diventerà redattore. Entra così in un turbine di stravaganze e miserie popolate da intellettuali, attori famosi, artisti o sedicenti tali, protagonisti e testimoni di fatti veri o presunti, tutti con storie più o meno probabili. Ognuno con una storia da raccontare. E poi c’è Judy, aspirante attrice di vent’anni come lui, entrambi sul limitare tra l’essere spettatori e protagonisti della vita…
Invitante la copertina di Marco Petrella, impegnativo il titolo, immane la voglia di Nicola Manuppelli di mettere nel libro il più possibile. Impresa ardua. Ci riesce con la semplicità apparente con cui Pirlo calcia una punizione o Paco de Lucia ti sorprende con un passaggio musicale. Nell’impossibilità di menzionare tutti i pregi del romanzo basta dire che è un racconto che trasuda il sentire della narrazione con l’evidenza che si è narratori efficaci quando si è a propria volta osservatori, lettori e spettatori partecipi. Negli innumerevoli riferimenti cinematografici nessun nome, anche se citato di sfuggita, è casuale. Il Walter Chiari incontrato da Tommaso ce l’hai davanti ed è quello de “Il giovedì”, capolavoro seminascosto della cinematografia italiana. Il padre di Tommaso è una figura che in molti altri romanzi sarebbe stata relegata a quella di grigio e mediocre piccolo borghese, invece no. Il padre è privo di ambizioni per il semplice fatto di essere un uomo in cui è assente il conflitto e sembra guardato da un Maigret che sa che in fondo “ognuno fa quel che può”. In epigrafe troviamo “Il romanzo è una mescolanza di frottole e realtà, anche la vita”. E qui siamo in un romanzo pieno di storie in cui l’autore manipola i fatti come farebbe un regista, finendo per raccontare molto di sé. Così una storia diventa veramente la storia di chi la racconta. Si potrebbe affermare con ragionevole certezza che in quel Prenestino “ndo ce stanno solo li servaggi” dei primi anni ’70, Manuppelli che è nato nel ’77 ed è milanese, ci sia stato.
L’amore puzza d’odio è un ossimoro solo apparente: dove l’amore stravolge i sensi e la ragione, l’odio verso l’oggetto amato non è che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, un apostrofo nero nel rosa del romanticismo. “L’amore puzza d’odio” racconta dal punto di vista maschile la nascita, la passione, il declino e la fine di una storia d’amore, attraverso la scansione allegorica delle stagioni. E con il passare del tempo, lo stile muta, invecchia e si ripiega su se stesso: da scanzonate e romantiche, le pagine virano al nero, alla tristezza e alla rabbia, senza perdere di vista quella spudorata ruffianeria che spariglia le carte e fa saltare i canoni classici della poesia. Musica, arte, fumetti, romanzi, cultura pop, il retaggio di mille emozioni e immagini conservate in qualche angolo polveroso dell’animo, fanno capolino tra le righe accompagnando il lettore dove nemmeno Charles Bukowski si spinse: a parlare di amore e di stelle.
Quante volte l’amore raggiunge un livello altissimo per poi cadere e rompersi in mille pezzi?
Quali possono essere i sentimenti sinceri, vivi e carichi di disprezzo di un uomo ferito e ormai solo?
“L’amore puzza d’odio“ è la raccolta in versi di un uomo solo, accompagnato dall’inseparabile bottiglia, che si lascia andare ad un racconto discendente di un amore precipitato nel baratro, una raccolta di poesie che si trasforma in confessione, un fiume in piena di parole e sentimenti raccontati senza freni inibitori o linguaggio forzatamente corretto.
È impressionante come, consapevole che questa storia raccontata in versi sia di destinata ad un epilogo negativo, il lettore venga, sin dall’inizio, coinvolto ed ammaliato dalle varie fasi dell’amore, qui narrate e divise in quattro parti, quattro stagioni che seguono nascita, apice, vita e decadimento di una storia d’amore.
Cinquantadue poesie, tante quante le settimane di un anno, frammentate in quattro stagioni, utili a rappresentare, in modo deciso, le fasi di questa storia: Primavera per il primo appuntamento, Estate per il viaggio di nozze, Autunno i sogni infranti e Inverno la fine, il baratro.
Con linguaggio acuto e pungente Massimiliano Boschini dona vita e parola ad un uomo circondato da risentimento e malinconia che lascia libero sfogo alla narrazione di un amore ormai in fase scissoria, quasi di decomposizione.
Come un amico disposto ad ascoltare senza giudicare, il lettore vive questa narrazione mutevole, ricca di fasi differenti da un punto di vista però unico, uno sfogo unidirezionale che permette alla poesia di uscire dei criteri classici.
Arricchito da gradevoli illustrazioni, il libro di Massimiliano Boschini e come un romanzo in versi, una raccolta di poesie capace di raccontare storie sensazioni a 360° senza omissioni alcuna, ma con grande profondità e sentimento, anche risentimento, accompagnando il tutto da sottili citazioni è uno schema scelto che rende ancora più chiara una storia di già limpida composizione.
Massimiliano Boschini nasce a Mantova a metà degli anni Settanta. Inquieto, curioso, pigro, eterno indeciso, è abituato a imbrogliare le carte, i pixel e le parole. Le etichette gli stanno strette: per questo non ama definirsi fotografo né poeta, preferendo di gran lunga il termine di “agitatore”, con il quale si confronta con il resto del mondo. È solito affermare che in un’ipotetica sfida con un “poliedrico artista” si darebbe alla fuga dopo qualche minuto, intimorito da ogni possibile “continua evoluzione”, nonché dalle virgolette.
Tra i tanti libri che mi arrivano in visione da vari editori, spesso di genere, per fare cassetta, più o meno omologati, ogni tanto me ne capita tra le mani qualcuno fuori dagli schemi, bizzarro, spumeggiante, originale. E allora la vita mi torna a sorridere, provo la sensazione di stringere un gioiellino tra le mani e me lo tengo stretto. È il caso di questo romanzo: “Lo Straordinario” di Eva Clesis, pubblicato dalla piccola Las Vegas edizioni. Già il nome della casa editrice rimanda alla memoria un mondo scintillante e fibrillante di colori, gioiosità, brillantezza, dissolutezza anche. E la storia raccontata dalla Clesis è in perfetta sintonia con tutto ciò. Un romanzo fresco, giovanile, esuberante; quasi frenetico direi. Letteratura pura che non guarda agli indirizzi di mercato e se ne frega altamente, con la strafottenza propria di chi sa che, con una penna in mano, è in grado di conquistare il mondo. È incredibile cosa possa inventarsi uno scrittore dalla fantasia straripante, coma riesca a rendere verosimile una storia che nella realtà non potrebbe esistere. Eva Clesis, con leggerezza e delicata ironia, senza mai strabordare, senza mai volgarizzare, gioca con le infinite sfaccettature dell’animo umano per creare una storia che tende al magico realismo di stampo bontempelliano. I dialoghi sono frizzanti, con battute a effetto che inducono al sorriso, la trama solida, personaggi caratterizzati, tutto l’impianto narrativo regge alla perfezione. Un coro di voci in sintonia come un’orchestra, che sprigiona musica creata con le parole. Lea, la protagonista del romanzo, si è lasciata con il suo ragazzo, ha perso il lavoro presso una rivista di moda, sogna una carriera da giornalista d’assalto, ha una sorella gemella di successo e una madre che sembrano perennemente sapere come affrontare la vita, a differenza sua, che si trova in difficoltà ad ogni bivio. Lea è alla ricerca di una casa in affitto. Ne troverà una speciale; anzi “straordinaria”, in un condominio che sembra la proiezione dell’Eden sulla Terra: canone di affitto straordinariamente basso, sveglia al mattino col canto degli uccelli, musiche soavi e profumo di gelsomini, pavimento riscaldato, persino il frigorifero riempito di leccornie da mani misteriose; coinquilini gentilissimi e premurosi di esaudire ogni suo desiderio. È un sogno? O un incubo? Forse le premure sono un po’ troppe! Forse le invadenze sono eccessive! C’è qualcosa di stonato in tanta generosità. Un campanellino d’allarme si fa largo nella mente della ragazza. Lea sembra avvolta da una coperta calda che lentamente la stritola, fino ad asfissiarla. Non si raccapezza più. È andata a finire in una gabbia di matti? È vittima di un complotto? È caduta nelle mani di una setta satanica, decisa a immolarla durante un rito sabbatico? E poi c’è quell’uomo dagli incredibili occhi verdi che contribuisce a farle girare la testa. Come andrà a finire? Bisogna arrivare alla fine del libro per saperlo.
Eva Clesis, non ho letto gli altri tuoi romanzi, ma questo l’ho trovato “straordinario”, di una grande forza. Mi è sembrato di cogliere la volontà di presentare o di deformare la società in cui viviamo attraverso un aspetto grottesco e paradossale. È così?
Direi di presentarla, non di deformarla. La vita per come ho avuto modo di conoscerla io è spesso grottesca. Ci sono momenti di felicità, molti momenti di noia in cui ci impegniamo a costruire qualcosa, e la paura che basti un niente a portarci tutto via, perché forse intuiamo che la giustizia non è di questo mondo e perché esistono il dolore e l’incertezza. E, d’altra parte, siamo aperti al magico anche quando ci sforziamo di essere logici. Forse per questo la storia di Lea intriga. Condividiamo le sue incertezze e in parte abbiamo vissuto le sue sfortune: sappiamo che la fregatura è dietro l’angolo, soprattutto davanti ad atti di gentilezza. Ci è stato insegnato che i regali non esistono, eppure sogniamo che non sia (sempre) così.
Quanto è importante il senso dell’ironia nella scrittura e nella vita?
Direi fondamentale. Mio marito tempo fa mi ha detto che io sono quasi sempre una persona divertente. Non lo faccio per piacere agli altri, sono proprio così di natura. L’ironia è un po’ la mia forza, un po’ la mia corazza, e non a caso sono attratta anche dalle scritture brillanti, o con qualche guizzo di ironia anche se hanno trame piene di conflitti. Sono ironica anche con me stessa, non solo quando scrivo. L’ironia è un controcanto che mi ha permesso e mi permette tuttora di affrontare situazioni spiacevoli, a volte tragiche. Immagino che ci siano altri modi per vivere bene o scrivere meglio. Io, che spesso non trovo un senso nel vivere, tutelo il mio modo.
Esiste una scrittura al femminile? Ed esiste, a tuo parere, un pregiudizio che in qualche modo penalizzi i libri scritti dalle donne?
Esiste ed esisterà una scrittura femminile quando ci metteremo d’accordo su cosa voglia dire “femminile”. Poiché non trovo un significato univoco, non mi piace parlare di scrittura al femminile. Ci sono buoni o cattivi libri. Chi li scrive per me non conta un accidente. Considero inconsistenti i pregiudizi sui libri scritti dalle donne. “Scrivi come un uomo” è una cosa che mi dicono spesso. Mica ho capito cosa vogliono dire, però. E infatti quando lo chiedo mi danno risposte differenti, a parte due particolari. L’idea che la scrittura al femminile sia una scrittura sentimentale, e l’idea che la scrittura al femminile sia lagnosa o ombelicale. Ma io conosco tantissime donne che non sono né sentimentali né lagnose. Non capisco perché con una penna in mano dovrebbero cambiare carattere.
So che di recente è uscito il tuo ultimo romanzo: Amor, pubblicato da Miraggi edizioni. Ce ne vuoi parlare?
Amor è un romanzo per me molto sofferto. Può anche essere il mio ultimo romanzo, e in tal caso ne andrei comunque fiera. Vorrei che fosse letto da più persone possibili, perché dice qualcosa di diverso dagli altri romanzi, e lo dice in una lingua diversa. Infatti è un romanzo che possiamo definire esistenzialista. C’è una donna che si interroga sul senso che una serie di eventi tragici ha avuto sulla sua vita, e nel frattempo deve anche sparire, perché un pazzo la sta cercando. Se prima la sua depressione era una scusa per nascondersi, adesso è costretta a farlo. Ma come fai a identificare il tuo nemico se negli ultimi anni tutto ti ha fatto paura?
Sei mai stata in Sicilia? Se sì, che impressioni ne hai riportato?
Mi piacciono molto i siciliani e la Sicilia, ma la conosco a metà. Mi manca, e vorrei visitare al più presto, la metà che comprende Agrigento, Trapani e Palermo. Insomma, un bel pezzo! Sono stata invece più volte a Messina, Catania, Ragusa e Siracusa. Vivendo a Reggio Calabria da anni, considero Messina una città parallela alla mia città adottiva, la vedo praticamente ogni volta che passeggio sul lungomare, assieme all’Etna. Proprio stamattina ero tentata di fare l’ennesima foto del panorama siciliano al di là del mare. Dalla mia posizione la Sicilia è un’isola non isolata, amica, e con tanta bellezza e passione da offrire. Sono sempre contenta di prendere l’aliscafo e tornarci. Ma negli anni mi ricordo interminabili spostamenti, tra bus, treni e auto, e purtroppo in questo la Sicilia, come anche il mezzogiorno peninsulare, sono penalizzati. I meridionali vanno al nord facilmente, ma dal sud al sud è sempre un’impresa spostarsi.
Una volta ho conosciuto un tizio californiano che aveva dei parenti siciliani da parte del padre, a Noto. Ma essendo orfano pensava di non poterli rintracciare, mentre per me non esisteva cosa più triste di avere origini siciliane e non essere mai stati in Sicilia. Alla fine riuscii a metterlo in contatto con loro. Gli traducevo le loro lettere e ai parenti traducevo le sue, e alla fine decise di andarli a trovare. Nonostante non si capissero, l’ospitalità e il calore di quella famiglia ritrovata lo commosse moltissimo: scoprì l’infanzia di suo padre, la sua storia prima dell’America, i suoi luoghi, i sacrifici dei genitori per farlo studiare. Al ritorno mi scrisse che quel viaggio, restituendogli il passato di suo padre, gli aveva cambiato la vita.
Da ”Tritolo” a ”Sono Dio”, storia di un grande romanziere trentino per anni ignorato in provincia e finalmente riscoperto
Mentre lo strapaese catto-moderato nostrano non cessava di snobbarne la produzione, forse anche a causa del continuo passaggio da un editore medio-piccolo all’altro – la provincia ha sempre un debole per i riflettori altrui, il prestigio sancito, il successo di massa –, Sartori ha continuato a scandagliare le sue e nostre ferite aperte, fra storia collettiva ed esistenza individuale
Dal blog di Il Lanternino– 17 luglio 2019
Mi ha quasi stupito, il 26 giugno scorso, trovare una pagina del meno strapaesano fra i quotidiani cartacei locali dedicata a Giacomo Sartori. Quasi, poiché comunque, rispetto a cinque, dieci o quindici fa, quando in Trentino s’ignoravano volentieri i romanzi di Sartori che, duri e drammatici, del territorio svelavano i lati più oscuri e inconfessati, pare che finalmente anche la sua terra d’origine si sia decisa finalmente a riconoscerne la statura. Pochi giorni dopo quell’intervista a tutta pagina per la rubrica “trentini dal mondo” – Sartori vive da molti anni a Parigi e torna a Trento poche volte l’anno – Rai Radio Uno del Trentino ha inaugurato un ciclo di puntate in cui Mario Cagol legge alcuni Autismi, i racconti comici di Sartori apparsi in volume l’anno scorso per Miraggi edizioni di Torino. Molto bene.
Il fatto è che Sartori uno scrittore degno di nota lo è sempre stato, fin dall’esordio romanzesco di Tritolo nel 1999, e quando nel 2005 apparve per Sironi quel confronto senza sconti con il fascismo di un padre morente che è Anatomia della battaglia, il Seminario Internazionale sul Romanzo che con un paio di colleghi avevamo da poco fondato all’Università di Trento non esitò a invitarlo a parlare della propria poetica. Peccato fosse un pubblico di soli specialisti. Da allora, mentre lo strapaese catto-moderato nostrano non cessava di snobbarne la produzione, forse anche a causa del continuo passaggio da un editore medio-piccolo all’altro – la provincia ha sempre un debole per i riflettori altrui, il prestigio sancito, il successo di massa –, Sartori ha continuato a scandagliare le sue e nostre ferite aperte, fra storia collettiva ed esistenza individuale, saggiando temi e forme e, nel frattempo, maturando.
Ad oggi il punto d’arrivo e di equilibrio di questo percorso è il romanzo Sono Dio (apparso nel 2016 per NN, ne ho scritto ampiamente qui), uscito da qualche mese in traduzione inglese, recensito con approvazione dalla critica statunitense e di prossima pubblicazione anche in Germania: va da sé che, giunti a questo punto, continuare a ignorarlo sarebbe stata una miopia preoccupante. La penna di Sartori, tuttavia, non si è fermata lì e, mentre i lettori più fedeli stanno già aspettando la prossima opera narrativa, questa primavera è uscito per Arcipelago Itaca di Ancona, con postfazione dell’amica e sodale Helena Janeczek con cui Sartori condivide da anni l’esperienza on line di Nazione indiana, un piccolo gioiello in versi: s’intitola Mater amena e non è una raccolta di poesie, ma di “proesie”, come l’autore le ha battezzate.
Non è una boutade: Sartori sullo stile ha sempre lavorato di sottrazione e, confrontandosi con la forma lirica, deve aver capito fin da subito che la sua strada non era quella musicale e preziosista della tradizione, optando così per un dettato prosaico e quotidiano che pure riesce a trarre dalla versificazione, dalle sue pause e dai parallelismi, un’espressività compiuta. Ebbene, se in Anatomia della battaglia è con il fascismo del padre che Sartori faceva i conti, e con le sue ricadute sulla deriva ideologica del figlio progressista, questo è invece il ritratto dolente, in cui l’autore in parte e suo malgrado si rispecchia, di una madre non meno segnata da quei tratti temperamentali – anaffettività, autodisciplina, vitalismo – che già in precedenza si presentavano come i risvolti esistenziali, radicati nella personalità e nella condotta quotidiana, di un’educazione autoritaria. Bastano due distici: “aborrivi i contatti / tra i corpi” o, con le parole basiche della stessa madre: “sono così vecchia / come faccio”.
È brava Helena Janeczek a cogliere nella postfazione il colpo da maestro attuato da Sartori in questo libro: “L’intuizione formidabile e lancinante di Sartori sta nel far rimare ‘narcisismo’ e ‘fascismo’. […] Non la contestazione studentesca, ma la premessa nell’epoca [il ventennio, nda] che ha forgiato persino la madre nel disprezzo dell’empatia e della debolezza, ha consegnato il figlio a una mancanza originaria”. Sartori ci offre insomma, attraverso una vicenda personale, lo specchio di ciò che tutti ancora ci portiamo dentro, in latenza, tara e impulso ad un tempo: il rischio, a ogni gesto e parola, di abdicare al nostro meglio, a quella dotazione naturale dell’umano che fa bene a noi stessi e a chi amiamo.
Lucia si definisce “una delle persone più sole sulla faccia della Terra”. Lavora come traduttrice per diverse case editrici ma un brutto incidente d’auto le ha lasciato una antipatica zoppia e quella strana sensazione di bastare a sé e di non volersi far coinvolgere dal mondo. Ancor più da quando suo marito è andato via, sostituendola con un’altra donna. Carlo è stato ‒ per una parentesi di tre anni ‒ l’uomo della sua vita, la sua famiglia, il suo grande amore. Ora davvero non le rimane più nulla. La monotonia delle sue giornate è interrotta da numerose telefonate di sconosciuti che a causa del suo numero di telefono chiamano lei erroneamente. L’ultima telefonata è di un tale Francesco, ex carabiniere appassionato di caccia, ossessivo e geloso tanto da confessare di aver ammazzato la sua compagna. Fingendosi Marta, ex dello sconosciuto, Lucia rimprovera a lui tutto quello che avrebbe voluto rimproverare al suo Carlo. Ma la curiosità, si sa, è femmina e il desiderio di saperne di più porta Lucia ad avviare una ricerca ai limiti del pericolo su questo misterioso interlocutore. Sarà davvero un assassino? Riuscirà a trovarlo o sarà lui a trovare inaspettatamente lei? E intanto, ha tra le mani i documenti da firmare per il divorzio. Chiudere un capitolo della propria vita non è affatto semplice ma può voler dire ripartire e ricominciare, a dispetto di tutto e di tutti…
Lucia non sopporta le cose fuori posto, la mancanza di pulizia e di ordine, le cose lasciate a metà. Eppure Amor è un sussurro interrotto, è la cesura a ciò che sarebbe stato e non potrà più essere, è l’ultima speranza tranciata di netto: Lucia interrompe Carlo proprio quando sta per chiamarla “amore”, per chiudere definitivamente con il passato. Ma passato e presente, in questo caleidoscopico romanzo di Eva Clesis, pseudonimo di una quarantenne scrittrice barese, sembrano mescolarsi, rincorrersi, in un gioco di specchi che tiene alta la tensione, soprattutto emotiva. Il flusso di pensieri della protagonista è interrotto da eventi che Lucia sembra subire, fino a che si risveglierà dal suo torpore esistenziale per riprendere le redini della sua vita. Con uno stile frizzante e fluido, il lungo monologo della protagonista tiene legati alle pagine, fino all’ultima parola. Eppure al lettore resta un dubbio: il mondo della protagonista, ciò che racconta, è reale o è solo frutto della sua mente? Un mondo interiore raccontato come se fosse vero, tanto da far pensare a tratti autobiografici perché, come la stessa Lucia ammette “Chi scrive deve sempre partire da qualcosa che sa per arrivare a descrivere quel che non sa”. E che non sa dove porterà.
Saper di riuscire, di essere nel firmamento, quello più platinato, perché in quello dorato ci si è approdati subito. La determinazione, la stilistica, la gentilezza, la caparbietà. Tutto questo non è vanto, ma purezza, comprensione di se stessi, rimandi ai momenti delle proprie ere, mandare al diavolo passaggi, vissuti storici, non per esorcizzarli alla maniera della scomparsa, ma per metabolizzarli in quella che Veronica Tomassini, ha definito «il mio romanzo, in toto, più siciliano». La madre di tutti i riposi indotti e itineranti, ma non letali (per molti si, però), dove quel culmine della disperazione di cioraniana memoria, svetta sull’abilità dell’accettare la vita, sino a rivoltarla, riconoscendo, senza vanità, né vanto, la propria capacità di esser-ci, proprio quello della gettatezza: il desain di Heidegger. E la crudezza, nel narrare senza finzione letteraria, un romanzo storico, sempre vivo e attuale. Questo è Mazzarrona: il ritorno, coi botti, negli scaffali libreschi di Veronica Tomassini, pubblicato per Miraggi Edizioni.
La prova d’autrice l’aveva dimostrata all’esordio, un decennio fa, con Sangue Cane, ma i riconoscimenti arrivavano solo dai lettori più attenti, non necessariamente di nicchia. Un premio, poi un altro e ancora altri: niente! Poi ancora, la Sicilia come sfondo, in quasi tutti i romanzi a seguire, ma non assoluta. Certezza dicevamo: «So di averlo il talento, potrei farcela. Una meta posso raggiungerla». A Febbraio esce ufficialmente Mazzarrona. Due giorni i media nazionali e di genere danno la notizia: “Veronica Tomassini è candidata al Premio Strega 2019”.
Il riconoscere nella propria ‘penna’, che non rimane l’oggetto che usiamo per firmare ma che è la liaison del ripercorrere l’esistenza intera di una esplosione di pensieri a decorrere dalla propria vita, dalle proprie esperienze, dall’eroina rammentata e raccontata con occhi e voce esterni da una adolescente, in uno spaccato di un quartiere, che seppur bonificato, non perde la sua essenza, per i brontosauri che «tengono affamata la bestia», perché è così che conviene… ecco che quel riconoscere a se stessi il rischio di farsi male o finire male, è meritevole di lodi, anche quando Veronica ha dichiarato di essere «forse arrabbiata, perché ho talento e so di esserci».
La ‘penna’ è tutto: è schiettezza, è il non mandarle a dire, è altre certezze: «Solo chi mi vuole davvero bene: non sbaglia a chiamarmi per cognome, Tomassini e non Tommasini», che è quell’atteggiamento nella retorica della forma linguistica, un intercalare errato che rende chiaro il concetto di disimpegno, dove tutto deve essere facile o scandalosamente equipollente, tanto hai capito a chi mi riferiscoè la classica e inutile spiegazione.
Ma cerchiamo di saperne ancora di più, un pozzo senza fine di novità e sorprese questo libro subito candidato allo Strega, che sia la rivelazione? Lo sapremo. Presto.
Mazzarrona (quartiere), i tuoi 7 anni, che male ti ha fatto?
«Nessun male intenzionale (è un luogo destinato a evocazioni grevi, pesanti), ma fu un castigo, un passaggio della mia vita che mi ha stancato moltissimo, tolto tutte le forze, eppure oggi ogni crimine, ogni distrazione, ogni volgarità è diventata nobiltà, scrittura. A diciassette anni mi sembrava di essere già vecchia, di aver visto tutto, di aver compiuto il viaggio, averlo finito tra i tossici, in un deserto siciliano. Erano assurdamente germogli, e gli adolescenti, quella vita, la campagna e l’insulto che sottace la periferia, concepita come un’istigazione preconcetta al suicidio, traducevano piuttosto la metafora dei fiori carnosi, fiori che non muoiono mai, o erano simbolicamente l’aspidistra di Orwell, capace di sopravvivere a tutto, bene male, caldo freddo».
Il tuo Mazzarrona (libro), ti ha restituito benessere grazie a quel “so di esserci, so di avere talento, so che posso farcela” che mi dichiarasti, attraverso la candidatura allo Strega?
«Sì, c’è questo riscatto, oggi, dopo tanti anni, imprevedibilmente, me lo auguro perlomeno. Il talento non è un mio merito, è un regalo di Dio, ne devo fare un uso giusto, onesto».
Tutte anteprime scaraventatasi con forza e adrenalinica violenza che scuote perché Mazzarrona che il 17 marzo finalmente sarà presentato a Catania presso la Libreria Prampolini in Via Vittorio Emanule 333, con la presentaizone dell’italianista Antonio Di Grado, doveva essere la prima anteprima nazionale, ma questioni di calamità naturale il 24 febbraio hanno costretto a rinviare il tutto) «esce ufficialmente in questi giorni di marzo, ci siamo già».
Patrizio Zurru, Fabio Mendolicchio e tutti quanti hanno lavorato e lavorano per questo libro, sono ‘energie’ che rinforzano il tuo talento?
«Se non avessi avuto un agente come Patrizio Zurru non sarei andata da nessuna parte, vale lo stesso per Fabio e il gruppo di Miraggi edizioni. Deve essere un lavoro di squadra, lo è stato difatti».
Lo continuerà ad essere per questa filantropica autrice che nella crudezza del suo romanzo, ha dato incipit per riprendersi ciò che si perde, o ciò che mai abbiamo pensato potessimo avere nostro.
I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare Il processo di Kafka un legal thriller e Moby Dick un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’Ulisse di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. Con Mazzarrona (Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo Sangue di cane e L’altro addio – va al di là del gergo linguistico di Altri libertini, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida – del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro – in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. Veronica significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)
Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?
La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre. Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza. È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.
Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.
Racconto solo la mia vita. Tranche de vie. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de Le onde del destino. Ho letto Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (In exitu, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.
Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. È così? Contestami.
Sì, amo dal culmine dell’abbandono. L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.
C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?
No, non c’è una denuncia sociale, mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.
“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?
Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare. Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.
Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?
Oggi leggo solo testi sacri o classici dello spirito. Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).
Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?
La nebbia manca da tempo, soprattutto qui in Piemonte. Come manca la pioggia. E la neve, in pianura, è quasi un giovanile retaggio. Nei romanzi, invece, la nebbia, come fenomeno metereologico e, nel contempo, esistenziale, è presente: in “Pontescuro“, per esempio, di Luca Ragagnin (candidato al Premio Strega 2019, Miraggi editore, illustrazioni di Enrico Remmert).
Una storia, avvolta nel mistero e nel dolore, che si svolge in un paese della passa padana, Pontescuro, un pugno di anime perse, con un ponte che collega “due nulla”. Siamo nel 1922, l’anno di una marcia che porterà l’Italia nel buio. Dafne, figlia del padrone locale, proprietario di un castello, è una ragazza ribelle, che si concede per rabbia e per sfida, diventando “la sgualdrina”.
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Viene strangolata e la colpa ricade su Ciaccio, abbandonato appena nato nel fiume da una ragazza venuta da lontano, “non era stupido, Ciaccio, tutt’altro, soltanto aveva una modalità tutta sua di interpretare lo spazio, simile forse a quella dei volatili di cui era diventato amico”. Ma per tutti è soltanto “lo scemo del villaggio”.
Altre persone, preti, pettegole, fattori, agiscono nell’ombra. A “parlare” sono, soprattutto, le ghiandaie, il ponte, il fiume, la blatta e la stessa nebbia. Sono loro a farci capire il “male”, oscuro e atavico, di un luogo che sembra abbandonato, tra immensi rancori e pochissima pietà.
Per trovare il colpevole, arriverà da Roma l’ispettore Eugenio Romanelli, nato a Romano Canavese, vicino alla pensione, uno che si “concentrava sui margini, sui punti morti” per cercare una soluzione ai casi più difficili. Sarà così anche per questo delitto? Alla resa dei conti, Dafne e Ciaccio risulteranno “le anime più pulite e innocenti”. E, su tutto e tutti, una domanda: “Avete presente la nebbia? Dicono che faccia del male alle persone”.
Ragagnin ha scritto un romanzo originale, forte nella scrittura e nella trama, con Dafne e Ciaccio che continueranno, sempre e per sempre, nel loro segreto girotondo, mano nella mano, sperando di ritrovarsi in un definitivo raggio di sole, in una luce di semplice e pura Bellezza.
La nebbia, già. Quella non manca nella nostra politica. E in questa Italia che non sa più dove andare, confusa e smarrita. Incapace, troppo spesso, di comprendere i valori della tolleranza, del bene verso gli altri, i disperati gli invisibili gli emarginati. Un Paese tristemente “annebbiato”. Troppo. E il futuro è soltanto un’ipotesi.
“L’isola dell’abbandono” di Chiara Gamberale vorrebbe raccontare la storia di Arianna e il Minotauro, ma è patetico nello stile e nel contenuto. Veronica Tomassini, invece, nel suo nuovo romanzo si conferma una vera regina degli inferi: se vincesse lo Strega, vorrebbe dire che c’è speranza.
Il bastone. Quando una neomamma intorno ai quaranta ti dice quanto è bello avere un bimbo, quanto le ha cambiato la vita, quanto è dura la meraviglia e che, beh, l’importante è che il figlio non si divori la tua identità “perché se fatica a credere di essere diventata madre, nello stesso tempo fatica a credere di essere rimasta, semplicemente, donna”, di solito, gentilmente, la blocchi, la benedici, le dici che è bellissima, ti metti a disposizione per badarle il bebè quando vorrà riavviare una vita sessuale col suo maschio, poi la scansi non sei così suicidale da ascoltare le stesse cose per l’ennesima volta. Chiara Gamberale, invece, che è da poco diventata mamma, intorno alle solite chiacchiere sulla maternità ha costruito un romanzo di tonante banalità.
La storia è questa. Arianna sta con Stefano, maschio dominante e psicolabile di cui è la crocerossina; durante una vacanza a Naxos (eccola, L’isola dell’abbandono) Stefano s’invola a Londra con una Cora artistoide, abbandonando Arianna, la quale si consola tra le braccia di un surfista, Di, che è effettivamente un dio: è figo, amorevole, passionale. Questo accade nel 2008. Poi succede che Stefano muore, Arianna va in crisi, lascia Di con un pugno di illusioni in mano, si fa ricoverare dal dottore bellone e fedifrago e ben più grande di lei, Damiano, il quale, già che c’è, la mette incinta. Arianna partorisce, siamo nel 2018, è di nuovo in crisi – si sa, i drammi della gravidanza, la femminilità un tempo divampante che ora scema, insomma, non fa più sesso, e poi pare che il vetusto dottore torni a intendersela con la ex moglie. Perciò, Arianna torna da Di – che s’è consolato con un’altra, Christina, gran lavoratrice, da cui ha avuto tre figli – che la accoglie a braccia aperte e membro in resta. Dieci anni dopo i due trombano felici come la prima volta, predisponendoci all’happy end finale, con carnevalesco sfoggio di nuvole di zucchero filato, scroscio di stelle filanti, e bacini sulla fronte del bebè.
Insomma, un romanzo sfrontatamente patetico (senti come la Gamberale racconta l’orda del sesso tra Arianna e il vigoroso surfista, “Di la spinge dolcemente sul letto, lei sente un vago profumo di limone, lui riprende a baciarla, i polsi la fronte il collo, eccolo il mio sogno, le dice, sei tu, ha la pelle ancora incrostata di sale, sa di mare, sa di sabbia, sa di buono”, roba d’archeologia rosa, Ridge di Beautiful al confronto è il Marchese De Sade), che dovrebbe mimare il mito di Arianna, la sorellastra del Minotauro, mollata da Teseo sull’isola di Naxos, appunto, e poi raccolta ed esaltata da Dioniso, ma è, al contrario, trent’anni dopo, la pallida, incestuosa imitazione di Due di due di Andrea De Carlo e di quei libri lì. Irto di psicologia studiata a casaccio su canovacci televisivi (“Abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni”), il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli.
Entrambi i romanzi si svolgono nell’arco di dieci anni, non si confrontano con la Storia, non si scontrano con il mondo (come fa il romanzo americano) né con il mondo delle idee (come ha sempre fatto quello europeo). Sondano le voglie, inseguono le passioni deboli – qui, pensieri non ci sono, neppure deboli – con pallore stilistico. Solo che Missiroli – riminese bigotto – difende le ragioni del matrimonio, mentre la Gamberale – più scafata ma meno viziosa di Missiroli – lotta perché ognuno faccia un po’ come gli pare. “Mentre tu pensi che devi rinunciare a tutti i te che sei stato fino a quel momento, in realtà quei te si stanno dando all’improvviso un appuntamento”, dice Di ad Arianna, quando si ritrovano, entrambi genitori rosi dal desiderio e grigi di noia. Insomma, essere genitori a quarant’anni rende più intriganti, più sexy. Arianna non la pensa così, ma è Di, didascalico, a rincuorarla, “Sì, certo. Fai schifo. Infatti sono eccitato da sei ore e ancora non mi basta”. Basta, però, non dirlo ai rispettivi coniugi o compagni: non potrebbero capire quanto è sublime il tradimento. Che l’amore sia, soprattutto, obbedienza all’altro e non all’ego – altrimenti è vanità, arguzia di nebbia – non sto neanche a dirlo, la Gamberale, scrittrice che gambizza tutte le voglie – il romanzo è costruito, stilisticamente, come una sequenza di intimi e inutili post spiattellati su facebook – non apprezzerebbe.
Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli 2019, pp.218, euro 16,50
Il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli
La carota. Raccontare l’amore dalla scarnificazione, celebrare la Storia dal sottosuolo, dall’alcova dei pregiudizi, dal buio del perbenismo, dal lato oscuro, ingordo, ignorato del tempo – gridare lo sgretolio della civiltà, evocare la periferia e i suoi mostri, soffrire lo scrivere fino a dire lasciami, non mi basta più niente, la parola è troppo armonica per arguire il caos. Incredibilmente – per chi legge libri veri – Marco Missiroli e Chiara Gamberale raccontano le storie fatue di uomini quietamente borghesi, in cui non accade altro che lo smottamento di facili emotività.
Al contrario, la letteratura s’è sempre mossa a narrare gli estremi – che siano storie estreme o personalità radicali – mostrando ciò che nessuno vuol vedere. Non l’abbandono – colmato dal dio surfista – di Arianna, ma la scalpitante innocenza, cannibale, di Minotauro. La dico schietta: Veronica Tomassini, scrittrice sofisticata e strappata, regina degli inferi, Persefone dei perduti (una frase come questa, “I giorni si appressavano a finire, si radunavano ai piedi della disfatta”, oppure questa, “Eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estrano, ossuta distratta”, bastano per annientare le velleità letterarie altrui) è la nostra Janet Frame, autrice dell’urlo e del perdono, del delirio accudito, la santa bianca che si sobbarca gli imperdonati.
Mazzarrona, così, è macelleria verbale, l’epica dei disadatti, l’epos dei tossici che come spettri s’abbarbicano uno sull’altro, stipati, nel rione dantesco della “Mazzarruna”, ai confini di Siracusa. Una geologia di gente resa bestiale dalla dipendenza e dal dolore, calcificata nell’oblio, nella città che ospitò Eschilo e Platone, cantata da Pindaro, detta duramente da Tucidide. “Dovevo bruciare Mazzarrona, le steppe, il fango, l’infamia di quel deserto morale… Una giovinetta snaturata della sua salvifica vanità. Non mi bucavo. Non ero malata di Aids. Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”. Di fronte alle storie di muto strazio raccontate dalla Tomassini, con una abbacinante indipendenza stilistica (“Sono fatta per superare i graticci, saltarli, oltrepassare i valli. La buona battaglia. Mi dico: è stata la tua buona battaglia. Sì, ma per dove? O perché? Lasciate che io mi chieda: perché? Oggi mi siedo sotto la finestra, non sono una ragazza, e con la mano, come allora, tengo il mento. Guardo lo stesso cielo, violaceo, verso sera, gli storni, e il mio colore di capelli è ancora bruno come allora”), gli abbandoni della Gamberale hanno fragranza comica. Con altra potenza rispetto ai “libertini” di Tondelli, come una santa nel rebus dei lebbrosi, la Tomassini impone la grazia tra i perdenti, perché la catacomba della periferia è prova e martirio. Mazzarrona è tra i libri che sono stati scelti per concorrere al prossimo Premio Strega: se capitasse a questo romanzo, se varcasse lo stigma della cinquina, ne sarei felice, potrei pure dire che c’è speranza, allora, per la letteratura italiana autentica, che dal basso qualcosa di verticale, simile all’alba, sfugga al controllo.
Veronica Tomassini, Mazzarrona, Miraggi Edizioni 2019, pp.174, euro 16,00
Ci arriva a sorpresa la recensione sotto forma di pensiero di Carlo Verdone e ci fa immenso piacere, a noi e a Nicola soprattutto!
Roma è sicuramente un ottimo libro. Io che ci sono nato e l’ho vissuta a fondo posso dire che l’ha resa poetica e vera con i tanti aneddoti e personaggi. Deve aver interrogato tante persone per arrivare a Nino Besozzi e Tofano … Quest’ultimo da bambino l’ho conosciuto di persona e mi regalava le caramelle Rossana. Abitava di fronte a me e mia madre lo adorava.
Insomma un bel viaggio in tanti bei ricordi, nomi, emozioni che in parte ho condiviso perché vissuti, spesso in prima persona. Lei deve essere un uomo pieno di passioni e da romano la ringrazio per l’amore enorme che ha dichiarato per la mia città. Che mi sembra sia diventata un pochino anche la sua. Alla fine del libro ho fatto questa riflessione e cioè che coloro che meglio comprendono Roma nella sua poesia, mitomania, miseria e grandezza non sono mai i romani. Ma scrittori che vengono dal Nord o dall’Adriatico: Gadda, Pasolini, Flaiano, Fellini, Amidei. Lei da curioso e innamorato ha fermato nel tempo tanti frammenti che potevano disperdersi. Lo stile è inconsueto e frenetico. Forse, alcune volte, molto denso. Ma il suo amore e la sua passione per Roma nei suoi anni migliori l’ha, ovviamente, rapita.
Le auguro ogni successo per questa fatica che merita belle soddisfazioni anche in terra francese (Carlo Verdone)
Berlino, 1935.
Reinhardt Korber, pittore e maestro d’arte, passeggia per le strade di una città in cui ogni evento viene valutato secondo il medesimo modo di pensare. Nessuno può esprimere un parere che discorda da ció che appare “scientificamente” provato. Il nero della svastica predomina ovunque. Ed é allora che avviene la sua ribellione: attraverso il colore.
“Rivestite i sentimenti di colore. La gioia può essere rossa, il dolore blu. O forse anche verde. Potete dipingere qualunque cose abbiate l’esigenza di dipingere, ma non quello che, e nel modo in cui, qualcun altro vi impone”.
Reinhardt ha due allieve predilette, Rebecca (ebrea) e Lotte (ariana e di famiglia influente). Per entrambe prova sentimenti diversi e contrastanti: un’affinità artistica lo lega alla prima, un interesse più materiale alla seconda. L’intreccio di emozioni diventerà dramma e ciò che rimane è la solitudine esistenziale dei protagonisti, privati della libertà di esprimersi sotto ogni forma. Eccetto, la pittura. La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore. Loro sono i Re Magi, che sfidano il tiranno Erode. Loro sono la Resistenza che si contrappone al sistema. Loro sono l’amore, la spontaneità e la vita. #romanzi#librichepassione#libridaleggere#narrativa#rogersalloch#miraggiedizioni#history#germany#berlin#painting#love#plpl18#rebel#resistenzaMiraggi Edizioni
Forse loro padre non aveva detto così. Non si riusciva a capire molto. Parlava in continuazione. Oppure muoveva solo la bocca, ed Emil aveva messo insieme in questo modo le parole che era riuscito ad afferrare (…) Emil a tratti guardava dalla finestra, dove il sole calava nel bosco. Emil lo capiva, suo padre era nel miglior posto dove potesse essere, stava andando dal suo primo figlio appena nato.
Chiedi a papà, di Jan Balabán (traduzione di Alessandro De Vito), terzo volume uscito per la collana NováVlna di Miraggi edizioni), è l’ultimo manoscritto su cui ha lavorato l’autore ceco prima di morire, prematuramente, nel 2010. Si tratta di un testo impeccabile, semplice e profondo sul destino umano: una storia familiare, raccontata attraverso monologhi, riflessioni interiori e dialoghi veloci, secchi (significativa la scelta di eliminare le virgolette nel discorso diretto).
Il medico Jan Nedoma muore e i figli e la madre devono far fronte, inaspettatamente, a scheletri che escono dall’armadio del padre, ad accuse di complicità con il vecchio apparato comunista e di corruzione. Nell’evolversi del lutto e del dolore l’intreccio traccia un percorso, fatto anche di nebulosi – o al contrario vividi – ricordi, senza mai diventare un nostalgico atto d’accusa al passato collettivo della nazione. Quello che interessa a Jan Balabán è sviscerare, dai suoi personaggi, le tecniche per catturare i pochi istanti d’amore di un’esistenza, per reclamare qualche gesto di dignità umana in un mondo penoso: Da un lato volevano fotterti, dall’altro ti odiavano perché li fottevi (…) Non facevano che mentirsi e sorvegliarsi a vicenda, finendo per sfogare lo stress in grandi bevute.
Un altro giorno di ferie. Aveva cominciato a bere già il secondo o il terzo giorno. Be’, forse non del tutto. Del secondo giorno parleremo dopo. Iniziamo col primo. Kowalski non sapeva che i cani morissero con gli occhi aperti. Krenz in seguito gli disse che era impossibile che morissero con gli occhi aperti, ma Kowalski lo aveva visto: Babsi aveva gli occhi aperti.
Il mago, di Magdalena Parys (traduzione di Alessandro Amenta; Mimesis Edizioni), libro vincitore del Premio Letterario dell’Unione europea, è un noir ruvido, ipnotico e completo, amalgamato con la storia recente di un vasto territorio: l’Europa divisa dalla cortina di ferro. L’autrice, nata a Danzicanel 1971 e cresciuta a Berlino Ovest, tesse un mosaico di colpi di scena, innescati dal ritrovamento, in un palazzo abbandonato a Berlino, del corpo di un impiegato agli Archivi della Stasi, e della scomparsa di un fotoreporter tedesco a Sofia. Il disilluso, stanco ma efficace, commissario Kowalski indaga per conto proprio e scopre segreti che collegano l’epoca del Muro ai giorni nostri.
Il mago è un romanzo dallo stile veloce, metropolitano, dalle tinte grigie, con una narrazione strutturata utilizzando un totale punto di vista ottico. L’emotività dei personaggi e le inaspettate sorprese che costellano l’intreccio sono fotografate, come istantanee; e il linguaggio, cinico e realista, non regala sconti: La guerra migliore è sempre quella più vecchia. La prima guerra, la precedente, quasi fosse meno crudele. Bella questa utopia, questa vendita all’asta militare. Forse la seconda guerra mondiale, che per lei e per suo padre era stata più crudele, le si era cancellata dalla memoria (…) e aveva pensato che a volte in questo mondo di merda anche le malattie valevano qualcosa.
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