La nebbia di Ragagnin e quella della nostra società – di Darwin Pastorin su Huffington Post

La nebbia di Ragagnin e quella della nostra società – di Darwin Pastorin su Huffington Post

La nebbia manca da tempo, soprattutto qui in Piemonte. Come manca la pioggia. E la neve, in pianura, è quasi un giovanile retaggio. Nei romanzi, invece, la nebbia, come fenomeno metereologico e, nel contempo, esistenziale, è presente: in “Pontescuro“, per esempio, di Luca Ragagnin (candidato al Premio Strega 2019, Miraggi editore, illustrazioni di Enrico Remmert).

Una storia, avvolta nel mistero e nel dolore, che si svolge in un paese della passa padana, Pontescuro, un pugno di anime perse, con un ponte che collega “due nulla”. Siamo nel 1922, l’anno di una marcia che porterà l’Italia nel buio. Dafne, figlia del padrone locale, proprietario di un castello, è una ragazza ribelle, che si concede per rabbia e per sfida, diventando “la sgualdrina”.

YUDHISTIRAMA VIA GETTY IMAGES

Viene strangolata e la colpa ricade su Ciaccio, abbandonato appena nato nel fiume da una ragazza venuta da lontano, “non era stupido, Ciaccio, tutt’altro, soltanto aveva una modalità tutta sua di interpretare lo spazio, simile forse a quella dei volatili di cui era diventato amico”. Ma per tutti è soltanto “lo scemo del villaggio”.

Altre persone, preti, pettegole, fattori, agiscono nell’ombra. A “parlare” sono, soprattutto, le ghiandaie, il ponte, il fiume, la blatta e la stessa nebbia. Sono loro a farci capire il “male”, oscuro e atavico, di un luogo che sembra abbandonato, tra immensi rancori e pochissima pietà.

Per trovare il colpevole, arriverà da Roma l’ispettore Eugenio Romanelli, nato a Romano Canavese, vicino alla pensione, uno che si “concentrava sui margini, sui punti morti” per cercare una soluzione ai casi più difficili. Sarà così anche per questo delitto? Alla resa dei conti, Dafne e Ciaccio risulteranno “le anime più pulite e innocenti”. E, su tutto e tutti, una domanda: “Avete presente la nebbia? Dicono che faccia del male alle persone”.

Ragagnin ha scritto un romanzo originale, forte nella scrittura e nella trama, con Dafne e Ciaccio che continueranno, sempre e per sempre, nel loro segreto girotondo, mano nella mano, sperando di ritrovarsi in un definitivo raggio di sole, in una luce di semplice e pura Bellezza.

La nebbia, già. Quella non manca nella nostra politica. E in questa Italia che non sa più dove andare, confusa e smarrita. Incapace, troppo spesso, di comprendere i valori della tolleranza, del bene verso gli altri, i disperati gli invisibili gli emarginati. Un Paese tristemente “annebbiato”. Troppo. E il futuro è soltanto un’ipotesi.

Il romanzo della Gamberale “gambizza” ogni voglia. Per calarvi all’Inferno, leggete “Mazzarrona” della Tomassini – di Davide Brullo su Linkiesta

Il romanzo della Gamberale “gambizza” ogni voglia. Per calarvi all’Inferno, leggete “Mazzarrona” della Tomassini – di Davide Brullo su Linkiesta

“L’isola dell’abbandono” di Chiara Gamberale vorrebbe raccontare la storia di Arianna e il Minotauro, ma è patetico nello stile e nel contenuto. Veronica Tomassini, invece, nel suo nuovo romanzo si conferma una vera regina degli inferi: se vincesse lo Strega, vorrebbe dire che c’è speranza.

Il bastone. Quando una neomamma intorno ai quaranta ti dice quanto è bello avere un bimbo, quanto le ha cambiato la vita, quanto è dura la meraviglia e che, beh, l’importante è che il figlio non si divori la tua identità “perché se fatica a credere di essere diventata madre, nello stesso tempo fatica a credere di essere rimasta, semplicemente, donna”, di solito, gentilmente, la blocchi, la benedici, le dici che è bellissima, ti metti a disposizione per badarle il bebè quando vorrà riavviare una vita sessuale col suo maschio, poi la scansi non sei così suicidale da ascoltare le stesse cose per l’ennesima volta. Chiara Gamberale, invece, che è da poco diventata mamma, intorno alle solite chiacchiere sulla maternità ha costruito un romanzo di tonante banalità.

La storia è questa. Arianna sta con Stefano, maschio dominante e psicolabile di cui è la crocerossina; durante una vacanza a Naxos (eccola, L’isola dell’abbandono) Stefano s’invola a Londra con una Cora artistoide, abbandonando Arianna, la quale si consola tra le braccia di un surfista, Di, che è effettivamente un dio: è figo, amorevole, passionale. Questo accade nel 2008. Poi succede che Stefano muore, Arianna va in crisi, lascia Di con un pugno di illusioni in mano, si fa ricoverare dal dottore bellone e fedifrago e ben più grande di lei, Damiano, il quale, già che c’è, la mette incinta. Arianna partorisce, siamo nel 2018, è di nuovo in crisi – si sa, i drammi della gravidanza, la femminilità un tempo divampante che ora scema, insomma, non fa più sesso, e poi pare che il vetusto dottore torni a intendersela con la ex moglie. Perciò, Arianna torna da Di – che s’è consolato con un’altra, Christina, gran lavoratrice, da cui ha avuto tre figli – che la accoglie a braccia aperte e membro in resta. Dieci anni dopo i due trombano felici come la prima volta, predisponendoci all’happy end finale, con carnevalesco sfoggio di nuvole di zucchero filato, scroscio di stelle filanti, e bacini sulla fronte del bebè.

Insomma, un romanzo sfrontatamente patetico (senti come la Gamberale racconta l’orda del sesso tra Arianna e il vigoroso surfista, “Di la spinge dolcemente sul letto, lei sente un vago profumo di limone, lui riprende a baciarla, i polsi la fronte il collo, eccolo il mio sogno, le dice, sei tu, ha la pelle ancora incrostata di sale, sa di mare, sa di sabbia, sa di buono”, roba d’archeologia rosa, Ridge di Beautiful al confronto è il Marchese De Sade), che dovrebbe mimare il mito di Arianna, la sorellastra del Minotauro, mollata da Teseo sull’isola di Naxos, appunto, e poi raccolta ed esaltata da Dioniso, ma è, al contrario, trent’anni dopo, la pallida, incestuosa imitazione di Due di due di Andrea De Carlo e di quei libri lì. Irto di psicologia studiata a casaccio su canovacci televisivi (“Abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni”), il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli.

Entrambi i romanzi si svolgono nell’arco di dieci anni, non si confrontano con la Storia, non si scontrano con il mondo (come fa il romanzo americano) né con il mondo delle idee (come ha sempre fatto quello europeo). Sondano le voglie, inseguono le passioni deboli – qui, pensieri non ci sono, neppure deboli – con pallore stilistico. Solo che Missiroli – riminese bigotto – difende le ragioni del matrimonio, mentre la Gamberale – più scafata ma meno viziosa di Missiroli – lotta perché ognuno faccia un po’ come gli pare. “Mentre tu pensi che devi rinunciare a tutti i te che sei stato fino a quel momento, in realtà quei te si stanno dando all’improvviso un appuntamento”, dice Di ad Arianna, quando si ritrovano, entrambi genitori rosi dal desiderio e grigi di noia. Insomma, essere genitori a quarant’anni rende più intriganti, più sexy. Arianna non la pensa così, ma è Di, didascalico, a rincuorarla, “Sì, certo. Fai schifo. Infatti sono eccitato da sei ore e ancora non mi basta”. Basta, però, non dirlo ai rispettivi coniugi o compagni: non potrebbero capire quanto è sublime il tradimento. Che l’amore sia, soprattutto, obbedienza all’altro e non all’ego – altrimenti è vanità, arguzia di nebbia – non sto neanche a dirlo, la Gamberale, scrittrice che gambizza tutte le voglie – il romanzo è costruito, stilisticamente, come una sequenza di intimi e inutili post spiattellati su facebook – non apprezzerebbe.

Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli 2019, pp.218, euro 16,50

Il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli

La carota. Raccontare l’amore dalla scarnificazione, celebrare la Storia dal sottosuolo, dall’alcova dei pregiudizi, dal buio del perbenismo, dal lato oscuro, ingordo, ignorato del tempo – gridare lo sgretolio della civiltà, evocare la periferia e i suoi mostri, soffrire lo scrivere fino a dire lasciami, non mi basta più niente, la parola è troppo armonica per arguire il caos. Incredibilmente – per chi legge libri veri – Marco Missiroli e Chiara Gamberale raccontano le storie fatue di uomini quietamente borghesi, in cui non accade altro che lo smottamento di facili emotività.

Al contrario, la letteratura s’è sempre mossa a narrare gli estremi – che siano storie estreme o personalità radicali – mostrando ciò che nessuno vuol vedere. Non l’abbandono – colmato dal dio surfista – di Arianna, ma la scalpitante innocenza, cannibale, di Minotauro. La dico schietta: Veronica Tomassini, scrittrice sofisticata e strappata, regina degli inferi, Persefone dei perduti (una frase come questa, “I giorni si appressavano a finire, si radunavano ai piedi della disfatta”, oppure questa, “Eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estrano, ossuta distratta”, bastano per annientare le velleità letterarie altrui) è la nostra Janet Frame, autrice dell’urlo e del perdono, del delirio accudito, la santa bianca che si sobbarca gli imperdonati.

Mazzarrona, così, è macelleria verbale, l’epica dei disadatti, l’epos dei tossici che come spettri s’abbarbicano uno sull’altro, stipati, nel rione dantesco della “Mazzarruna”, ai confini di Siracusa. Una geologia di gente resa bestiale dalla dipendenza e dal dolore, calcificata nell’oblio, nella città che ospitò Eschilo e Platone, cantata da Pindaro, detta duramente da Tucidide. “Dovevo bruciare Mazzarrona, le steppe, il fango, l’infamia di quel deserto morale… Una giovinetta snaturata della sua salvifica vanità. Non mi bucavo. Non ero malata di Aids. Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”. Di fronte alle storie di muto strazio raccontate dalla Tomassini, con una abbacinante indipendenza stilistica (“Sono fatta per superare i graticci, saltarli, oltrepassare i valli. La buona battaglia. Mi dico: è stata la tua buona battaglia. Sì, ma per dove? O perché? Lasciate che io mi chieda: perché? Oggi mi siedo sotto la finestra, non sono una ragazza, e con la mano, come allora, tengo il mento. Guardo lo stesso cielo, violaceo, verso sera, gli storni, e il mio colore di capelli è ancora bruno come allora”), gli abbandoni della Gamberale hanno fragranza comica. Con altra potenza rispetto ai “libertini” di Tondelli, come una santa nel rebus dei lebbrosi, la Tomassini impone la grazia tra i perdenti, perché la catacomba della periferia è prova e martirio. Mazzarrona è tra i libri che sono stati scelti per concorrere al prossimo Premio Strega: se capitasse a questo romanzo, se varcasse lo stigma della cinquina, ne sarei felice, potrei pure dire che c’è speranza, allora, per la letteratura italiana autentica, che dal basso qualcosa di verticale, simile all’alba, sfugga al controllo.

Veronica Tomassini, Mazzarrona, Miraggi Edizioni 2019, pp.174, euro 16,00

Carlo Verdone si riconosce nel romanzo Roma di Nicola Manuppelli

Carlo Verdone si riconosce nel romanzo Roma di Nicola Manuppelli

Ci arriva a sorpresa la recensione sotto forma di pensiero di Carlo Verdone e ci fa immenso piacere, a noi e a Nicola soprattutto!

Roma è sicuramente un ottimo libro. Io che ci sono nato e l’ho vissuta a fondo posso dire che l’ha resa poetica e vera con i tanti aneddoti e personaggi. Deve aver interrogato tante persone per arrivare a Nino Besozzi e Tofano … Quest’ultimo da bambino l’ho conosciuto di persona e mi regalava le caramelle Rossana. Abitava di fronte a me e mia madre lo adorava.

Insomma un bel viaggio in tanti bei ricordi, nomi, emozioni che in parte ho condiviso perché vissuti, spesso in prima persona. Lei deve essere un uomo pieno di passioni e da romano la ringrazio per l’amore enorme che ha dichiarato per la mia città. Che mi sembra sia diventata un pochino anche la sua. Alla fine del libro ho fatto questa riflessione e cioè che coloro che meglio comprendono Roma nella sua poesia, mitomania, miseria e grandezza non sono mai i romani. Ma scrittori che vengono dal Nord o dall’Adriatico: Gadda, Pasolini, Flaiano, Fellini, Amidei. Lei da curioso e innamorato ha fermato nel tempo tanti frammenti che potevano disperdersi. Lo stile è inconsueto e frenetico. Forse, alcune volte, molto denso. Ma il suo amore e la sua passione per Roma nei suoi anni migliori l’ha, ovviamente, rapita.

Le auguro ogni successo per questa fatica che merita belle soddisfazioni anche in terra francese (Carlo Verdone)

 

La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore – Una storia tedesca – letto da Carmine Amedeo

La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore – Una storia tedesca – letto da Carmine Amedeo

Berlino, 1935.
Reinhardt Korber, pittore e maestro d’arte, passeggia per le strade di una città in cui ogni evento viene valutato secondo il medesimo modo di pensare. Nessuno può esprimere un parere che discorda da ció che appare “scientificamente” provato. Il nero della svastica predomina ovunque. Ed é allora che avviene la sua ribellione: attraverso il colore.
“Rivestite i sentimenti di colore. La gioia può essere rossa, il dolore blu. O forse anche verde. Potete dipingere qualunque cose abbiate l’esigenza di dipingere, ma non quello che, e nel modo in cui, qualcun altro vi impone”.
Reinhardt ha due allieve predilette, Rebecca (ebrea) e Lotte (ariana e di famiglia influente). Per entrambe prova sentimenti diversi e contrastanti: un’affinità artistica lo lega alla prima, un interesse più materiale alla seconda. L’intreccio di emozioni diventerà dramma e ciò che rimane è la solitudine esistenziale dei protagonisti, privati della libertà di esprimersi sotto ogni forma. Eccetto, la pittura. La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore. Loro sono i Re Magi, che sfidano il tiranno Erode. Loro sono la Resistenza che si contrappone al sistema. Loro sono l’amore, la spontaneità e la vita.
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Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

 

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Forse loro padre non aveva detto così. Non si riusciva a capire molto. Parlava in continuazione. Oppure muoveva solo la bocca, ed Emil aveva messo insieme in questo modo le parole che era riuscito ad afferrare (…) Emil a tratti guardava dalla finestra, dove il sole calava nel bosco. Emil lo capiva, suo padre era nel miglior posto dove potesse essere, stava andando dal suo primo figlio appena nato.

Chiedi a papà, di Jan Balabán (traduzione di Alessandro De Vito), terzo volume uscito per la collana NováVlna di Miraggi edizioni), è l’ultimo manoscritto su cui ha lavorato l’autore ceco prima di morire, prematuramente, nel 2010. Si tratta di un testo impeccabile, semplice e profondo sul destino umano: una storia familiare, raccontata attraverso monologhi, riflessioni interiori e dialoghi veloci, secchi (significativa la scelta di eliminare le virgolette nel discorso diretto).

Il medico Jan Nedoma muore e i figli e la madre devono far fronte, inaspettatamente, a scheletri che escono dall’armadio del padre, ad accuse di complicità con il vecchio apparato comunista e di corruzione. Nell’evolversi del lutto e del dolore l’intreccio traccia un percorso, fatto anche di nebulosi – o al contrario vividi – ricordi, senza mai diventare un nostalgico atto d’accusa al passato collettivo della nazione. Quello che interessa a Jan Balabán è sviscerare, dai suoi personaggi, le tecniche per catturare i pochi istanti d’amore di un’esistenza, per reclamare qualche gesto di dignità umana in un mondo penoso: Da un lato volevano fotterti, dall’altro ti odiavano perché li fottevi (…) Non facevano che mentirsi e sorvegliarsi a vicenda, finendo per sfogare lo stress in grandi bevute.

Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda

Un altro giorno di ferie. Aveva cominciato a bere già il secondo o il terzo giorno. Be’, forse non del tutto. Del secondo giorno parleremo dopo. Iniziamo col primo. Kowalski non sapeva che i cani morissero con gli occhi aperti. Krenz in seguito gli disse che era impossibile che morissero con gli occhi aperti, ma Kowalski lo aveva visto: Babsi aveva gli occhi aperti.

Il mago, di Magdalena Parys (traduzione di Alessandro Amenta; Mimesis Edizioni), libro vincitore del Premio Letterario dell’Unione europea, è un noir ruvido, ipnotico e completo, amalgamato con la storia recente di un vasto territorio: l’Europa divisa dalla cortina di ferro. L’autrice, nata a Danzicanel 1971 e cresciuta a Berlino Ovest, tesse un mosaico di colpi di scena, innescati dal ritrovamento, in un palazzo abbandonato a Berlino, del corpo di un impiegato agli Archivi della Stasi, e della scomparsa di un fotoreporter tedesco a Sofia. Il disilluso, stanco ma efficace, commissario Kowalski indaga per conto proprio e scopre segreti che collegano l’epoca del Muro ai giorni nostri.

Il mago è un romanzo dallo stile veloce, metropolitano, dalle tinte grigie, con una narrazione strutturata utilizzando un totale punto di vista ottico. L’emotività dei personaggi e le inaspettate sorprese che costellano l’intreccio sono fotografate, come istantanee; e il linguaggio, cinico e realista, non regala sconti: La guerra migliore è sempre quella più vecchia. La prima guerra, la precedente, quasi fosse meno crudele. Bella questa utopia, questa vendita all’asta militare. Forse la seconda guerra mondiale, che per lei e per suo padre era stata più crudele, le si era cancellata dalla memoria (…) e aveva pensato che a volte in questo mondo di merda anche le malattie valevano qualcosa.

“Viviamo di poesia e non ce ne accorgiamo”: intervista a Valerio Di Benedetto – di Federica Santoni su Artwave

“Viviamo di poesia e non ce ne accorgiamo”: intervista a Valerio Di Benedetto – di Federica Santoni su Artwave

“L’arte è fondamentale per uscire da alcune visioni, per riprendersi la sacralità della vita”. Valerio Di Benedetto racconta su Artwave la sua esperienza poetica e artistica.

Quando la scrittura poetica incontra il talento artistico possono succedere grandi cose. Ce lo dimostra Valerio di Benedetto, in arte Umanamente inbilico: attore teatrale e cinematografico, Valerio ha saputo trasformare le sue poesie in vere e proprie opere d’arte urbana, decorando le serrande di più di una città con la vivacità dei colori e la bellezza dei versi.

“Amore a tiratura limitata” è la tua raccolta di versi edita da Miraggi Edizioni. Come è nata questa esperienza poetica?

Non pensavo assolutamente di iniziare a scrivere delle poesie, le circostanze della vita mi ci hanno portato: mi sono ritrovato a scrivere per canalizzare delle sensazioni che avevo dentro. Recitativamente parlando, non avevo la possibilità tutti i giorni o tutti i minuti di poter sfruttare quella sofferenza buttandola in un personaggio, quindi la cosa più rapida è stata scrivere. Ho iniziato a comporre poesie in maniera totalmente disinteressata rispetto alla pubblicazione di un libro, ma a un certo punto mi sono reso conto che scrivere era diventata una catarsi: ero riuscito a trasformare quella sofferenza in qualcosa di artistico, in questo caso di poetico. Ho pensato che sarebbe stato uno spunto di incoraggiamento per quelli come me, avrei potuto incoraggiarli: le poesie sono state come una corda grazie alla quale risalire per poter raggiungere la luce. Ho trovato così una casa editrice, Miraggi, alla quale mandare i miei scritti: la risposta mi è arrivata dopo quasi un anno. Mentre aspettavo ho sentito l’esigenza di pubblicare e di condividere le mie poesie in qualche modo, e ho trovato un’alternativa nelle serrande, che sono state per me pagine bianche: le città nelle quali poi ho portato le mie poesie (oltre a Roma anche Milano e Parigi, dove ho scritto una poesia in francese) hanno rappresentato per me dei veri e propri libri a cielo aperto.

Raccontaci della tua idea di scrivere poesie sulle serrande.

Nell’attesa della pubblicazione ho pensato che avrei scritto su pagine diverse da quelle consuete, pagine di metallo: trovo che sia molto poetico anche questo. Nel momento in cui “muore” un’attività perché è sera, la serranda viene abbassata e continua a vivere con una mia poesia scritta lì sopra. La leggono, la fotografano, la postano. Qualche volta mi diverto, su Instagram, a cercare l’hashtag #umanamenteinbilico, la mia firma, per vedere cosa esce fuori: all’inizio vedevo che molte persone postavano le fotografie delle mie serrande, magari senza il mio tag, e leggevo descrizioni sotto alle loro foto che mi gratificavano molto, del tipo: “dopo una giornata pesante parcheggio la macchina e mi trovo davanti questa cosa, che presa a bene”. In questo mondo social estremamente egoriferito, fatto di selfies e stories, si dimentica spesso cosa significhi empatizzare con l’altro, con la sua sofferenza, con il suo bisogno. In qualche modo anche la politica ce lo sta dicendo, stiamo vivendo una chiusura, non un’apertura.

 

In che modo credi di aver contribuito al cambiamento della fruizione della poesia, rendendo le tue parole leggibili sulle serrande di negozi o sui tuoi “quadri” così particolari?

Non so bene in che modo ho contribuito al cambiamento della fruizione della poesia. So soltanto che mi hanno chiesto se non sia un po’ anacronistico pubblicare poesie, in un libro o su una serranda, ai nostri giorni. Secondo me questa è una cosa fondamentale. Viviamo di poesia e non ce ne accorgiamo. La poesia è ovunque. Bisognerebbe solo avere più sensibilità nel riconoscerla. Effettivamente quella delle serrande (e, in generale, la poesia di strada in sé) rende l’esperienza poetica piùaccessibile: non perché la poesia sia qualcosa di elitario, ma perché tra le pagine dei libri riposti negli scaffali viene più facilmente dimenticata. Il concetto di arte di strada nasce con l’idea di essere davanti agli occhi di tutti, ogni giorno. Ho scritto una poesia su Spiderman su una serranda del negozio di un mio amico, che ha una fumetteria a San Paolo, in Via Gaspare Gozzi. La cosa interessante e divertente che mi racconta una mia carissima amica è che, quando va a lavorare presto la mattina, nella metro da San Paolo verso l’Eur riesce a vedere questa mia poesia. Io immagino che dalle sei alle dieci tutte le persone che passano di lì possano vederla. Magari la prima volta buttano l’occhio, vedono i colori. Il secondo giorno fanno più attenzione, la leggono, la vanno a vedere. Questa cosa in qualche modo ti fa arrivare a più persone, ed è bello saperlo.

 

 

 

 

Ho desiderato poi fare anche qualcosa che fosse accessibile a tutti: invece dei classici quadri, pannelli di legno o tela, per essere coerente con il mio progetto artistico ho preso dei pezzi di serranda della misura dei quadri e poi ho riproposto lo stesso layout. Mi sono basato sin da subito sulla palette della pop-art, ispirandomi agli accostamenti di Warhol, Keith Haring, Basquiat. Sono nate così queste serrande dalle diverse misure che ho esposto recentemente in una mostra a Via Margutta, e devo dire che mi piacciono tantissimo.

di Federica Santoni

Leggi l’intervista anche qui https://www.artwave.it/cultura/interviste/viviamo-di-poesia-e-non-ce-ne-accorgiamo-intervista-a-valerio-di-benedetto/

L’amore al tempo dei social network, “Facebook Blues” il romanzo di Laura Bettanin – di Enza Petruzziello

L’amore al tempo dei social network, “Facebook Blues” il romanzo di Laura Bettanin – di Enza Petruzziello

A volte tornano. Più spesso sui social network. È il potere del web, ma anche l’arma a doppio taglio dei social. A raccontarci le dinamiche dell’amore 2.0 con quello spirito ironico e sarcastico che da sempre la contraddistingue è Laura Bettanin, nel suo romanzo dal titolo “Facebook blues” edito da Miraggi Edizioni. Un tenero e divertente racconto sulla vita e sulla passione al tempo dei social network.

Un romanzo che fa un’analisi spietata e umoristica del magico mondo dei vari Facebook, Instagram, Twitter e delle sue nevrosi che possono dare dipendenza e che ci parla di ciò che è proprio dell’uomo.

Il bisogno di comunicare, di colmare le distanze, l’amicizia e la confidenza, le incomprensioni che possono essere superate, i figli che si abbracciano anche se sono diversi da come ti aspetti, e l’amore, che quando si incontra, non si deve lasciar andare.

La scrittrice originaria di Venezia, su Facebook è conosciuta con il nome di Janis Joyce e vanta numerosi fan che la seguono proprio per il suo spirito caustico e pungente.

Lo stesso che è possibile ritrovare nelle pagine della sua ultima fatica letteraria. Al centro della storia ci sono due amiche: Renata, divorziata e fanatica di Facebook, Marta infelicemente sposata con un marito ormai anziano, che detesta ma non ha il cuore di lasciare.

“Facebook Blues” il romanzo di Laura Bettanin

Proprio a lei però accade qualcosa.

Il grande amore della sua vita, Jeremy, un americano conosciuto durante il viaggio di nozze e con cui aveva avuto una storia clandestina molto intensa, ricompare in rete dopo vent’anni, durante i quali lei aveva creduto di averlo perso per sempre. In mezzo suo figlio Eligio e suo marito Franco.

Una storia romantica che in fondo potrebbe essere la storia di tutte noi. I social network sono diventati parte della nostra vita e come tali diventano il palcoscenico di quegli amori che spesso “fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

Cambia il modo di approcciarsi, ci si scambiano messaggi o like, ma l’amore e la passione restano gli stessi. Laura Bettanin racconta con uno stile gradevole e un guizzo di ironia di questo mondo fatto di incontri e scontri che molto spesso vengono dati in pasto alla pubblica bacheca. “Facebook Blues” è un libro che si legge tutto d’un fiato, in cui è facile immedesimarsi in Marta e nella spasmodica ossessione di rimanere connessa per leggere quel messaggio e non perdersi nulla di ciò che accade (e troppo spesso intrappola) in rete.

Che cosa farà Marta? Seguirà il suo primo grande amore o deciderà di rimanere con la sua famiglia? Per scoprirlo non vi resta che leggere “Facebook Blues”.

di Enza Petruzziello

Potete leggere l’articolo anche qui https://www.voglioviverecosi.com/facebook-blues-il-romanzo-di-laura-bettanin.html

 

Altre ossessioni – La Realtà Pura di Riccardo De Gennaro- di Luisa Grion per La Repubblica

Altre ossessioni – La Realtà Pura di Riccardo De Gennaro- di Luisa Grion per La Repubblica

Carlo Gozzini, l’io narrante, è un professore di economia innamorato di Blandine, attrice di vent’anni più giovane che non lo ama e non perde occasione per umiliarlo. La sua ossessione diventa paranoia quando Blandine viene ricoverata in un manicomio e quando Carlo scopre di essere spiato da una organizzazione criminale e da un uomo misterioso. Sono loro, non la donna, a condizionare la sua vita. Ed è questo, non l’amore, il tema centrale del romanzo. Quali sono le forze che trattengono i nostri desideri facendo sì che non si realizzino e trasformandoci in persone diverse da quello che siamo? “Sentivo che due sono le cose fondamentali: non giudicare la vita e non compiere atti che siano irreversibili”.

di Luisa Grion


Dominique de Roux e Riccardo De Gennaro, miraggi agli antipodi della narrativa – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

Dominique de Roux e Riccardo De Gennaro, miraggi agli antipodi della narrativa – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

“Il mestiere del giudice è abominevole, perché condannare significa arrivare troppo tardi”. Immediatamente, di Dominique de Roux(traduzione di Francesco Forlani; Miraggi edizioni), è uno scomodo, riuscito e originale volume di frammenti che racchiudono la poetica e la visione del mondo di una delle figure più singolari del Novecento francese, e non solo.

Figlio nobile di una famiglia monarchica, errante tra Germania, Spagna e Inghilterra sul finire degli anni Cinquanta, polemico, traduttore, visionario, internazionalista gollista, vagabondo nei primi anni Settanta in Svizzera e Portogallo, si rifugia a Lisbona e si dedica al giornalismo, diventando corrispondente nelle colonie lusitane e intimo amico del discutibile Jonas Savimbi. Nell’aprile del 1974, al tempo della Rivoluzione dei Garofani, è l’unico giornalista francese presente a Lisbona.

Immediatamente, racconta questo lungo errare. Tracce di New York, Haiti, Amburgo, Ginevra, Parigi, Lisbona, di almeno quattro continenti e un numero cospicuo di nazioni. Sono presenti le interpretazioni filosofiche e politiche dell’autore sui fatti epocali che vanno dal Dopoguerra agli anni Settanta. Riflessioni sagaci, a volte destabilizzanti: “Il crollo delle ideologie a beneficio degli estremismi nazionali. Il razzismo nazista non è stato nient’altro che un’estetica dell’assassinio. Rinascimento estetico = assenza totale di carità (…) Appena terminata la biografia del maréchal de Richelieu, un cazzone con dietro un maréchal (…) Chi si prende la briga di parlare del Mein Kampf? Un giorno rimarrà di Hitler soltanto questo libro che non opera nella storia ma nell’inattuale. È un’antologia totale del totalitarismo”.

La bellezza – e anche la forza – di Immediatamente è data dal senso di incompiutezza che pervade tutto il volume. Frammenti che devono essere interpretati, parole che richiamano a un’infinità di parole non scritte, attacchi al moralismo in cerca di una libertà nuova, profondamente soggettiva, che Dominique de Roux nei suoi libri e nei suoi articoli ha ricercato per tutta la vita.

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Gentili lettori,

Se scrivere significa spezzare il legame tra la parola e chi la imprime su carta, il libro di cui vi parlerò quest’oggi rappresenta un ottimo esempio di sacrificio, di sparizione, di solitudine, di messa al bando dell’autore. Una forma di liberazione che implica il passaggio dal soggetto alla moltitudine. Per l’autrice de “Il Lago”, Bianca Bellová, deve valere quell’assunto per il quale lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla, incomunicabile, indicibile, che non rivela nulla se non l’interminabile cammino degli uomini, del mondo e la sua impossibilità a conoscersi del tutto.
Se la storia della letteratura è un racconto di anime, ve ne sono di stropicciate, sbrindellate, traviate, corrotte e miserabili nelle vicende delineate dalla scrittrice.
La voce italiana di Bianca Bellová è di Laura Angeloni, traduttrice di fiuto alchemico e di raffinata maestria interpretativa. Non stento a credere che il libro conti traduzioni in quindici lingue e che sia stato premiato nel 2017 con il “Premio Unione Europea per la Letteratura” e col “Magnesia Litera”.
L’editore, che per l’occasione inanella il secondo successo dopo “Volevo uccidere J.-L. Godard”, inserisce “Il lago” nella collana “NováVlna”, letteralmente “Nouvelle Vague”, che racchiude e solidifica quel rapporto costante tra innovazione e esistenzialismo degli anni della Primavera di Praga.
Protagonista della storia è la ricerca delle origini come punto di partenza del passaggio sulla Terra di Nami, un bambino senza genitori, che vive coi nonni, che ha un passato oscuro, inviso alla popolazione di Boros, un paese che confina con un lago, principio cardine della vita della comunità, presenza inquietante e sfigurata.
Il lago alberga nell’immaginario della collettività come origine della vita e caduta nella morte. Ma è anche luogo di perdizione ed emblema dello sfregio della natura. Ogni anno le sue acque si assottigliano sino a restituire corpi, oggetti, forme, fantasmi.
La nonna di Nami accarezza i capelli del nipote, dopo averlo fatto adagiare sulla sua pancia morbida, e gli racconta dello Spirito del lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, di quanto dormano da secoli sulla rupe di Kolos, aspettando un potente guerriero che li svegli.
Nami non ha nessun ricordo del padre, e della madre rammenta tre macchie rosse, il suo bikini di quando andavano insieme in riva al lago. Perché Nami ha dimenticato il volto di sua madre?
Se apparentemente penserete di avere già sentito storie del genere, resterete di stucco per la lingua usata dalla scrittrice, perché è essa stessa strumento conoscitivo e intuitivo della storia, coi suoi furori sintattici e le sue staffette strutturali, scarni crudeli, rarefatti, necessari.
Si parte dal primo capitolo dal titolo “Uovo” e si procede con “Larva”, “Crisalide” e in ultimo, “Imago”.
E non sarà un caso se l’imago per Jung era un’immagine ancestrale, amata nell’infanzia, che corrispondeva di solito a un genitore, e che rimane, esercitando un’influenza nella psiche dell’adulto.
Nami cerca sua madre, la cercherà sino a quando non lo lasceremo, all’età di diciotto anni, e saremo passati insieme a lui attraverso la fame, la persecuzione, l’amore, la violenza, l’amicizia, la dittatura e il tradimento.
Nonostante non si faccia mai riferimento a un lago che abbia un suo corrispettivo nella vita reale, è indubbia l’affinità con l’Aral, il cui prosciugamento è uno dei più biechi disastri ambientali del novecento.
Il suo destino procede parallelo a quello del nostro protagonista. Nami custodisce memorie e lutti, ingloba l’amore sino a rappresentarlo come perdizione, allarga i suoi confini ma viene depredato di ogni sicurezza, così come succede al lago della storia e a quello della vita reale, a causa delle piantagioni di cotone. Non ultimo, nel libro compare il fantasma della dittatura russa, con le sue violenze, come quella compiuta da due soldati ai danni della fidanzata di Nami, Zaza, sotto i suoi occhi impotenti e pietrificati.
Bianca Bellová raschia via tutte le nostre convinzioni crivellando di colpi la scrittura, rivoltando il paradosso della perdita in una ritrovata comunione con l’elemento primordiale: quell’acqua di cui si avverte “il puzzo del fango fradicio” ma che è ricongiungimento nell’abbraccio finale.
L’Antiquario vi saluta.

Angelo Di Liberto

Autostop per la notte – Intervista a Massimo Anania di Chiara Stival su Italian-directory.it

Autostop per la notte – Intervista a Massimo Anania di Chiara Stival su Italian-directory.it

Autostop per la notte, libro d’esordio di Massimo Anania recentemente pubblicato da Miraggi Edizioni, si legge tutto d’un fiato: il ritmo della scrittura rispecchia le vicissitudini raccontate, è sostenuto, incalzante fino a giungere a quell’estremo che vede come unica soluzione la necessità di un tuffo in un’altra dimensione. Questo stacco prende la forma del flusso di coscienza che interrompe il vorticoso incedere della narrazione con pause di disorganizzata riflessione, momenti di sospensione utili nella musicalità di questo immaginario pentagramma.

L’alternanza tra i fatti reali che accadono a Maurizio, il protagonista, e le sue incontrollate riflessioni mantengono la cadenza sincopata per l’intero romanzo, un continuo movimento tra mondo reale e un mondo che si fa onirico per l’intero romanzo.

Autostop per la notte è ambientato a Torino, scelta che evidenzia maggiormente il contrasto tra possibile e impossibile, tra chiaro e scuro; il capoluogo noto per essere catalizzatore di magia bianca e magia nera, si mostra come una Torino signorile e aristocratica e al contempo segreta, chiusa in palazzi inaccessibili e governata da personaggi potenti, perché ricchi e privi di scrupoli.

In questo sfondo notturno e labirintico, un gesto abituale per Maurizio, quello di fare autostop, lo proietta in un susseguirsi di accadimenti che sfuggono al suo controllo e a qualsiasi sensata previsione, che si intrecciano anche quando sembra si siano finalmente districati.

L’apparente casualità, che innesta un’avventura durata tre giorni, assume diverse sembianze, inizia con quella del gentile automobilista che gli concede un passaggio, poi prende forma di donna e infine quella di un professore; il fluire degli eventi trasportano protagonista e lettori in una breve quanto incessante discesa agli inferi urbani.

Intervista

Come definisci Autostop per la notte: romanzo breve o racconto lungo?

Il confine tra romanzo breve e racconto lungo è difficile da stabilire, personalmente lo vedo come un romanzo breve ma non credo sia errato definirlo racconto lungo.

La seconda persona singolare per la narrazione è una scelta audace: perché la usi?

Mi trovo a mio agio in fase di prima stesura, anche se non è semplice da utilizzare mi permette di tenere il ritmo della narrazione elevato. E ho scoperto che mi piace parecchio.

In gabbia © disegno di Luca Ferrari

Perché hai scelto Torino per ambientare la tua storia?

È una scelta d’istinto, ho vissuto a Torino per 26 anni e adesso che vivo lontano l’apprezzo di più e ne sento la mancanza. Tutto quello che scrivo è ambientato a Torino, non potrei scegliere un’altra città. L’unica eccezione potrebbe essere inventarsi un mondo nuovo, ma credo che in un modo o nell’altro somiglierebbe al capoluogo piemontese.

L’autostop è una pratica in disuso ma è il fatto che mette in moto tutte le altre connessioni del racconto: come ti è venuto in mente?

Per me l’autostop è stato il mezzo più usato per gli spostamenti dai sedici ai diciannove anni. A Torino non era difficile trovare qualcuno che si fermasse e questo mi permetteva di risparmiare i soldi dell’autobus e soprattutto di sottostare agli orari imposti dal servizio pubblico. All’occorrenza mi fermo a bordo strada con il pollice rivolto all’insù anche adesso.

Autostop per la notte © disegno di Farbod Ahmadvand

La tua passione per l’arte si unisce in questa “avventura” in diverse forme. Partiamo dalla prima: chi sono gli illustratori delle immagini che compaiono nel libro?

Gli scorsi anni ho organizzato diverse mostre di pittura alle quali hanno partecipato numerosi artisti. Mi piaceva l’idea di aggiungere qualche illustrazione nel romanzo e ho chiesto a qualcuno di loro di realizzare un disegno. Tra gli illustratori ho selezionato artisti che per tecnica potessero darmi un qualcosa in più. Farbod Ahmadwand dipinge fondendo gli insegnamenti della scuola europea con quella persiana. Luca Ferrari è il batterista dei Verdena che tra un tour e l’altro si diletta con la pittura e i collage. Sharon colli ha un modo unico di interpretare il disegno attraverso il quale riesce ad esprimere in modo deciso concetti anche semplici. Fabrizio Berti, Michela Roffarè e Sonia Luzzatto sono artisti che hanno esposto in diverse gallerie sul territorio nazionale e in diverse manifestazioni culturali non solo in Italia ma anche all’estero. Poi c’è un disegno di mio figlio di otto anni: un giorno gli ho chiesto di disegnarmi una macchinina e ha fatto un lavoro così bello che non potevo fare altro che includere.

Il passaggio © disegno di Samuele Anania

C’è anche un video che promuove il libro: da dove nasce questa idea?

L’idea è del regista Eric Lot che ha anche realizzato le foto di copertina. Riprese, montaggio e musica sono opera sua, e credo che riesca a guardare il mondo da un punto di vista inusuale e in futuro potrà togliersi grandi soddisfazioni.

Spesso accompagni le tue presentazioni con la musica: perché questa scelta?

Perché mi piace mettere insieme arti diverse e per dare libertà di espressione al maggior numero di artisti possibile. L’interazione tra musica, colori e parole è in grado di elevare il livello dei singoli artisti, pur esprimendo sentimenti e idee diverse.Consiglio: se sei un lettore interessato ai romanzi brevi, consigliamo Il blues delle zucche.