Se davvero volessimo provare a guardare il calcio con occhi diversi, imparare a sorriderne e a non prendere troppo sul serio questo sport che assurge molto spesso, nel nostro Paese, a condizione di credo religioso o ad unica ragion di vita, probabilmente a causa di un’allucinazione collettiva, allora i racconti di Angelo Orlando Meloni potrebbero fare al caso nostro.
Santi, poeti e commissari tecnici (Angelo Orlando Meloni, Santi, poeti e commissari tecnici,Miraggi Editore, 2019, pp. 192), infatti, è un’agile, allegra raccolta che con uno sguardo ironico, leggero, ci parla di questo mondo variegato e di tutto l’universo che vi ruota attorno: dall’accesa rivalità tra tifosi che odiano per partito preso a chi vive solo di derby e di calciomercato, ai campioni veri o presunti, alle attese spasmodiche e alle notti insonni di coloro che ogni estate sognano la vittoria del campionato e s’illudono puntualmente di ottenerla, alla commistione di sacro e profano in cui il sacro è sempre a disposizione per proprio uso e consumo, fino ai tristi episodi in cui a far notizia e a finire sulle pagine dei giornali sono i genitori dei piccoli calciatori che si distinguono in “imprese” tutt’altro che esemplari e che, a quanto pare, poco o nulla hanno da insegnare ai propri figli circa i principi dello sport o il rispetto dell’avversario. Ne esce fuori un disegno perfetto, un affresco multiforme e vivo, in cui sono tante le pagine divertenti ma anche quelle che inducono ad una riflessione amara.
A volte Meloni ricorre a un tono parossistico, quasi iperbolico. Può succedere infatti che sia una santa a dispensare i dettagli tattici per vincere il campionato, tra commissari tecnici che non credono ai propri occhi e un prete disposto a tutto pur di fare proseliti (si scomoda addirittura anche il motto in hoc signo vinces per un titolo di giornale), e questo in un paese in cui solo un miracolo potrebbe disperdere i veleni del petrolchimico o spegnere le ciminiere, purificare le falde (Santi, poeti e commissari tecnici). Può accadere anche che sia il capriccio dell’ex moglie di un dirigente a mettere in pericolo il campionato più bello del mondo, dando vita a un esilarante effetto domino in cui presidenti e direttori sportivi si adoperano alacremente, con ricatti, combine e scambi di favore, pur di salvare capre e cavoli, salvo poi decidere di vendere tutto ai cinesi, gli unici che possono rimpinguare un’economia drogata (Il campionato più brutto del mondo). Riusciamo a sorridere persino delle rocambolesche vicissitudini di chi vive solo di espedienti, e che tra furti, calcio scommesse e situazioni fortunate, riesce a fare finalmente la vincita della svolta, quella che permette di volare via per sempre (L’aeroplano).
Meloni non esita a ironizzare anche sulle vicende di “el ratòn“, un non più giovane centravanti, eterna promessa pronta ad esplodere, sulla cui bravura e professionalità ci sarebbe tanto da discutere, ritrovatosi ad essere il nuovo colpo di mercato di una neopromossa in serie B alle prese con un campionato dai risultati altalenanti, un allenatore sempre in bilico e una tifoseria che non perdona (Precisi siamo). Un altro bel racconto (Perché no) è dedicato alla resa dei conti tra una vecchia stella del calcio e un suo marcatore, a cui il primo imputa la fine prematura della propria carriera, ad indicare come certi scontri sul campo non si dimenticano.
È comunque Ode al perfetto imbecille il racconto che ci lascia senza fiato perché combina in modo magistrale un tono intimo, quasi lirico, dedicato al ritratto di una vicenda personale e familiare, quella di un giovane calciatore troppe volte escluso dal campo perché non ha i genitori che contano, con il resoconto umoristico delle grandi e piccole meschinità di una umanità quasi sempre priva di coraggio, di decoro, che preferisce piegarsi ai favori, alle pressioni di un modesto mondo di provincia piuttosto che premiare e favorire i talenti. È, insomma, un racconto emblematico della società servile e ignobile in cui viviamo, che prospera troppe volte sull’ingiustizia e sul nepotismo.
Non si sbaglierebbe allora a voler scorgere nelle pagine di questo libro una grande metafora, forse la più adatta per descrivere un Paese sempre pronto ad accendersi per una partita o una coppa o per l’arrivo di un campione ma che riesce, incredibilmente, anche a fare un vanto della propria disaffezione alle regole comuni e a ritenere un qualcosa di “normale” l’assuefazione agli scandali e al malaffare. Santi, poeti e commissari tecnici, col suo umorismo vivo e pungente, può aiutarci sicuramente a tenere gli occhi aperti e a non prendere mai per vero ciò che spesso è solo fumo negli occhi.
L’autore di “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Edizioni, Collana Golem,2019, pp. 192, euro 16) è Angelo Orlando Meloni che, nato a Catania, ambienta la sua raccolta di sei racconti nella sua Sicilia.
Con una scrittura molto divertente e dissacrante racconta la fine del mito tutto italiano del “campionato più bello del mondo”. Il primo racconto è quello che dà il nome all’intera raccolta e al centro della storia troviamo la Vigor, squadra di Vezze Sul Mare, che fin dalla fondazione non ha mai vinto una partita e neanche è mai stata retrocessa, pur arrivando sempre ultima. L’allenatore inizia a essere contattato dal parroco del paese che gli dà dei consigli sulla formazione che gli arrivano dalla beata Serafina. Quando arriva il momento di giocare contro l’A. S. Marina, la squadra del comune gemello, Marina di Vezze, succederà di tutto e di più. Nel secondo racconto (“Precisi siamo”) un centravanti alcolizzato “el raton” e un’intera comunità si illudono di meritare “il calcio che conta”. Nel terzo racconto (“Ode al perfetto imbecille”) un ragazzino che, pur essendo bravissimo a giocare, non viene mai messo in campo perché figlio di un tizio stravagante, e a lui viene preferito un altro che l’allenatore e il presidente sono obbligati a far giocare perché “quando si arrabbia l’avvocato Cesari per noi sono cazzi amari”. Nel quarto racconto (“L’aeroplano”) un arbitro incorruttibile, durante l’ultima partita della sua vita, deve fare i conti con il suo passato e con i desideri di un ragazzo perduto. Nel quinto racconto (“Perché no”) una stella della serie A, ex divo del pallone, ordisce la sua vendetta contro chi, anni prima, l’ha fatto scendere dal piedistallo e cadere nel dimenticatoio. Nell’ultimo racconto (“Il campionato più brutto del mondo”) la Serie A rischia la catastrofe a causa dell’ex moglie di un dirigente invischiato con il calcio minore, che pretende gli alimenti arretrati dal marito.
Il libro di Angelo Orlando Meloni ha un sapore tragicomico, dove l’umorismo non è fine a se stesso ma denuncia un mondo di ingiustizie e compromessi. Per l’autore “In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande”. “Santi, poeti e commissari tecnici” si legge tutto di un fiato, è divertente e fa riflettere su un mondo che si è lasciato trascinare spesso in scandali e illegalità e che gli hanno tolto quel fascino irresistibile che aveva un tempo.
A volte, quando le donne diventano protagoniste assolute di un racconto, si produce un senso di vertigine che apre alla conoscenza.
Succede anche questo nel romanzo di Cetta De LucaLa leggenda del Re Eremita (Miraggi Edizioni), una storia dura, ma anche un thriller, ma anche una cronaca di donne, ma anche un dono alla Calabria, terra terribile e luminosa, radice profonda dell’autrice.
Tre donne, tre amiche d’infanzia sono al centro di questa narrazione: ognuna è e non è quello che sembra; come ciascuna di noi, ognuna è tante sfaccettature, tante emozioni, tanti segreti, tanta purezza, tanta rabbia, tanta ingiustizia, tanta ricerca.
Ognuna di loro conosce la leggenda del Re Eremita, antica quanto le terre della Magna Grecia che l’hanno originata; ognuna ha sperato di poterla vivere, ciascuna, infine, l’ha provata sulla sua pelle restandone segnata. Perché il Re Eremita, o meglio, colui che, invisibile e sconosciuto, oggi lo incarna fra le campagne e le spiagge del paese senza speranza dove si svolge la storia, non è quello della leggenda, né quello che vorrebbe sembrare.
È la metafora di quel sistema patriarcale-criminale che è la malavita organizzata calabrese, è la violenza sulle donne, vittime designate, è il potere che si fa strumento di meschinità. È l’orrore puro che non si può cancellare, è la sozzura dell’anima che si riversa sulle sopravvissute e le rende vuote.
Cetta De Luca ha una scrittura diretta e, al contempo magica. Non descrive, apre porte. Guida fra pertugi e spazi nascosti dell’esistenza femminile, detiene le chiavi di questo mondo all’apparenza contemporaneo, ma dai sentimenti arcaici e potenti come quelli delle Grandi Madri.
E Grandi Madri sono le sue protagoniste. Ognuna a suo modo ha affrontato l’orrore, la paura, la vergogna, con la fuga, con la scrittura, con la negazione. E quando, infine, si ritrovano davvero, diventano le artefici violente e sfolgoranti della giustizia e della loro liberazione. Anche a costo della vita.
Senza falso pudore, senza quella distorta correttezza che imporrebbe di consegnarci ad un finale onesto o equilibrato, Cetta De Luca sfida la sua stessa narrazione e capovolge il destino forte dell’appoggio della letteratura tragica e della tradizione del sud. Ci sorprende, ci spiazza, ci costringe a tenere gli occhi aperti e a chiedere di poterne leggere ancora. Troppo breve è stata l’esperienza così avvolgente.
Colei che ha ricevuto il male più oscuro e profondo, è la predestinata a proseguire la storia. Ma vorrà cambiare quel mondo?
Stanchi di Sanremo? Avete voglia di una bella lettura per questo fine settimana? Nessun problema, ho il libro giusto per voi. Oggi infatti parliamo di “Santi, poeti e commissari tecnici” dello scrittore Angelo Orlando Meloni, edito da Miraggi.TRAMASanti, poeti e commissari tecnici è una raccolta che racconta con ironia e tenerezza e una scrittura scoppiettante il senso di una fine: il crollo del mito tutto italiano del “campionato più bello del mondo”, una bufala identitaria a cui abbiamo voluto credere per anni, una vera e propria religione di stato la cui dissacrazione ci renderà – si spera – un po’ più leggeri e meno tronfi, un po’ più umani, sopportabili e meno sfegatati.Santi, poeti e commissari tecnici è uno spaghetti-fantasy calcistico dai toni agrodolci che parla dritto al nostro cuore, al cuore di una nazione che sul calcio ha strepitato troppo e troppo a lungo perché, versata una lacrima, non fosse giunto il momento di riderci su.
Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi, dice un famoso proverbio. Angelo Orlando Meloni però ha osato di più, ha infatti deciso di andare a toccare uno degli argomenti più “sacri” per il popolo italiano e non solo: il calcio.
“Santi, poeti e commissari tecnici” è infatti una raccolta di sei racconti tutti incentrati sul mondo del calcio ma, e qui si trova la novità, un mondo che viene raccontato con ironia, descrivendone gli aspetti peggiori, strizzando continuamente l’occhio al lettore che ride per tutto il tempo, ma non solo!
Meloni infatti costruisce dei racconti che, se da una parte fanno passare al lettore delle ore spensierate a ridacchiare sotto i baffi, dall’altra però lo spingono anche alla riflessione. Sì, perché questi sei racconti sono agrodolci, non c’è solo l’aspetto comico a farli da padrone.
Penso che emblematico sia il racconto “Ode al perfetto imbecille” che, ammetto, è anche il mio preferito.
Un ragazzo, che non viene mai chiamato per nome, ma solo con un generico “tu”, bravissimo a calcio ma allontanato da tutti per via del padre e dei suoi tic e un ragazzo, Delfino, invece che è una schiappa ma che DEVE giocare, proprio per suo padre (o meglio per sua madre) e la sua “importanza”. Non voglio svelarvi altro, posso solo dirvi che alla fine avevo gli occhi lucidi, perché Meloni è proprio bravo con le parole, anche quando descrive la miseria umana, e in questi racconti ne troviamo tanta, non scade mai nel ridicolo o nello scontato, il suo stile è leggero ma non per questo banale.
“Santi, poeti e commissari tecnici” è un libro che si legge con piacere, fa ridere e al tempo stesso riflettere e se siete appassionati di calcio non potete proprio perdervelo.
1922. Nel piccolo borgo piemontese di Pontescuro, agglomeratosi attorno ad un ponte – appunto – sul fiume Po, abitano “cento anime (…) mal contate, cinquanta qui a sud, e altrettante sull’altra riva”, che vivono in case di pietra e paglia. Su di loro, dall’unica collina alta della zona, incombe il castello del signor Cosimo Casadio, il proprietario di tutte le terre dei paraggi e delle barche che solcano il fiume passando “così lente sotto il pontescuro”. Casadio è vedovo e ha tre figli: Giacomo, il primogenito, è una camicia nera di Mussolini ed è “uno dei trentamila puntini neri che stanno marciando su Roma”; Giovanni, il secondogenito, è sulle barricate sul fronte opposto, contro i fascisti; Gabriele, il terzogenito, è un sognatore che ancora non ha trovato né moglie né lavoro e ama disegnare fiori e insetti; Dafne, ultimogenita e unica femmina, da quando ha sedici anni scende in paese e si concede a tutti gli uomini del circondario, per noia, per amarezza, per rappresaglia nei confronti del padre e dei fratelli. Il vecchio parroco di Pontescuro, don Andreino, è stato pizzicato in atteggiamenti poco sacri e assai profani con la domestica Nella e quindi da Roma – preoccupati per le anime del paesino piemontese – hanno mandato un giovane prete padovano, don Antonio, per affrontare l’emergenza Dafne Casadio, “per redimere una sgualdrina, per toglierle i poteri, ché tutti laggiù vociferavano che quella era una strega e aveva rubato il senno ai mariti”…
Il prolificissimo poeta e scrittore torinese Luca Ragagnin (più di trenta libri pubblicati, qui tutti minuziosamente elencati in appendice) ci regala un piccolo gioiello, peraltro proposto al Premio Strega 2019 da Alessandro Barbero. Una fola contadina che ricorda il Pupi Avati più felice, con un tocco di realismo magico e un certo non so che di medievale nonostante sia ambientata nel 1922, l’anno della marcia su Roma e in un contesto ambientale che potrebbe addirittura richiamare Novecento di Bernardo Bertolucci. Sarà che la ragazza assassinata che è al centro della vicenda, la tormentata figlia del latifondista Casadio (nomen omen?) che ha deciso di mettere a ferro e fuoco il paesino di Pontescuro armata solo della sua sessualità rapace, è in un certo senso una “strega”, sarà che il ponte di pietra che dà il nome alla località è legato a leggende inquietanti, ma comunque l’atmosfera è più da Italian Gothic che da neorealismo o peggio ancora noir. Gli stilizzati, sghembi disegni dello scrittore Enrico Remmert, concittadino di Ragagnin, suo vecchio amico e spesso coautore, aumentano il senso di straniamento del lettore e contribuiscono a donare alla lettura un fascino arcano e potente. Il linguaggio è raffinato, immaginifico ma asciutto, fa ricorso sovente a onomatopee o a simbolismi. Non a caso Ragagnin è anche paroliere musicale, e non a caso dal romanzo il gruppo Totò Zingaro ha realizzato un suggestivo albumintitolato 1922 che merita un ascolto attento.
Sinossi. Santi, poeti e commissari tecnici è uno spaghetti-fantasy calcistico dai toni agrodolci che parla dritto al nostro cuore, al cuore di una nazione che sul calcio ha strepitato troppo e troppo a lungo perché, versata una lacrima, non fosse giunto il momento di riderci su. Un libro comico, commovente e liberatorio. Il libro comincia con il lungo racconto che dà il titolo al libro, una storia sul miracolo della statua votiva della beata Serafina, che all’improvviso suggerisce al parroco del paese la strategia per stravincere il campionato. E finisce con Il campionato più brutto del mondo, l’ultimo racconto, sull’effetto domino che porterà alla chiusura della serie A non appena l’ex moglie di un dirigente invischiato con il calcio minore avrà preteso gli alimenti arretrati. In mezzo, un centravanti alcolizzato e un’intera comunità si illudono di meritare “il calcio che conta”; il giovane calciatore più forte del mondo (o del suo quartiere) scopre quanto sia spiacevole scontentare i genitori VIP degli altri ragazzi; un arbitro incorruttibile durante l’ultima partita della sua vita deve fare i conti con il suo passato e con i desideri di un ragazzo perduto; una stella della serie A ordisce la sua vendetta contro il destino. Storie di calcio e storie d’amore, d’amori mancati e sogni infranti. I sogni dei tifosi, insomma.
Recensione
Molto carino questo libro.
Una serie di racconti che hanno come tema centrale, raccontando il bello e il brutto, dello sport più amato e meraviglioso del mondo: il calcio.
Tra miracoli e suicidi, vittorie che non si capisce bene come, furti, tuffi al mare, ubriachi e storie d’amore e di convenienza, l’autore ha descritto il mondo del calcio alla maniera italiana.
Il primo racconto apre il libro con ironia, e mentre, non puoi fare a meno di farti quattro risate, non puoi, allo stesso tempo, pensare ai limiti leciti e no, che qualcuno può trovarsi a superare per una vittoria.
Prerogativa, di tutto il libro, dal sapore dolce amaro, carino e divertente è quella di farti sorriderebuttando un occhio alla triste realtà che traspare.
La vita moltiplicata, Simone Ghelli, Miraggi. Oboe d’amore, Vera, Piano inclinato, La somma dei secondi e dei sogni, L’ultima vetrina, Compito di realtà, La grande divoratrice, La scatola nera, La sentinella di ferro, L’ineluttabile: dieci racconti uno più bello dell’altro, come del resto splendida è la copertina, per il tramite dei quali Simone Ghelli, con maestria, profondità, eleganza, raffinatezza, cura e delicata tenerezza per le fragilità delle anime che arrivano alla soglia della sua coscienza, presentandosi fra parole e righe, per raccontargli la propria vicenda, indaga, semplicemente, ma nessun sentiero è più impervio di quello che in apparenza appare senza ostacoli, l’esistenza, in tutte le sue forme. Eccellente.
La vita moltiplicata di Simone Ghelli è una raccolta di dieci racconti declinati fra realtà e sogno, racconti che si svolgono in un tempo che è fatto di tre tempi.
Trovo di grande interesse ciò che fa Simone Ghelli, una resistenza letteraria allo spirito del tempo attuale, una resistenza al raccontare i fatti col piattume del presente, una resistenza che ci regala la complessità del nostro vivere, così umiliato da tanti romanzi scialbi e da tanta pubblicità ignobile.
Con Simone riflettiamo: “ Due persone si conoscono, ma si conoscevano già e non si conoscevano ancora” così nel L’Ineluttabile, il racconto di un incontro che ho imparato a memoria.
Giorgio, il protagonista, si trova a Siena, deve partecipare ad una “Procedura di valutazione comparativa per la copertura di un posto di ruolo di ricercatore universitario L-Art/06” dopo aver preso la laurea, sempre a Siena anni prima, dieci anni prima.
Incontra al Civico 90 di via Pantaneto un uomo sui cinquanta anni o più e tramite il libro, un libro, quel libro, e su una sciarpa regalata, in un locale che non è più il Pozzo, si svolge il dialogo sul cinema e sulla vita.
La nostra vita.
Tutto ciò che va dove non deve andare, tutto ciò che avviene senza il nostro volere, tutto ciò che noi siamo senza saperlo.
L’immagine- movimento di Gilles Deleuze è il libro che Giorgio ha in mano, un libro sul cinema, su “l’eterno ritorno come resurrezione, nuovo dono del nuovo, del possibile” di Bunuel e poi andiamo indietro nel 1996 l’anno in cui Giorgio inizia a seguire storia e critica del cinema.
Si era poi laureato nel 1999.
Negli anni la città è cambiata, Siena è cambiata ed anche l’ex Ospedale Psichiatrico è stato trasformato in una sede universitaria. Mi immergo nel racconto, vedo gli occhi verde smeraldo dell’altro uomo, lo sento dire con me, con Artaud, che si scrive per uscire dall’inferno.
Chi è l’interlocutore di Giorgio? Un professore universitario?
Così parrebbe visto che conosce bene il professore di filosofia politica di Giorgio.
Giorgio non lo saprà mai e terrà in regalo quella sciarpa. Non lo incontrerà più malgrado lui ritorni, speranzoso, più volte in quel locale.
Nemmeno noi lo sappiamo ma io lo conosco, lui è diventato una mia presenza in casa, perché esiste “un tempo interno all’avvenimento, che è fatto della simultaneità di tre presenti“: < Secondo la formula di Sant’Agostino, esiste un presente del futuro, un presente del presente, un presente del passato, tutti implicati nell’avvenimento, simultanei> ed è per questo che nulla è come sembra.
La realtà poi è implacabile.
Ci prova, in un’altro racconto, il professore Iuri Bettalli a far scrivere ai suoi alunni cosa sia la realtà e la realtà sarà terribile, contro di lui nemica. Compito di realtà.
Leggiamo i racconti di Simone Ghelli, con l’emozione di aver a che fare con uno scrittore vero, con un autore che rispetta la straordinaria storia che è la vita, un autore che ci regala con Lucrezio, la forza vivida dell’animo.
Leggiamolo e conserveremo ancora con noi la bellezza della letteratura.
Se l’opera precedente di Simone Ghelli (Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017) ci aveva proposto delle piccole e grandi vicende del quotidiano narrate con un alto grado di realtà, in cui spesso i protagonisti, con le loro insicurezze e fragilità, stentavano a trovare una relazione empatica, motivo esemplificato dalle loro “chiamate mai risposte”, questa nuova raccolta di racconti dal titolo La vita moltiplicata (Miraggi edizioni, 2019, pp. 128) sembra costituirne allora il giusto complemento, il degno contraltare, poiché esibisce al suo interno, con la perizia ormai consueta all’autore, dieci titoli nei quali la potenza dell’onirico e dello psichico è declinata ed esaltata al massimo grado.
Se c’è infatti un tema ricorrente che accomuna la maggior parte dei personaggi del libro, a fronte di un vita che li nega o che non corrisponde alle loro attese, è proprio il moltiplicarsi delle immagini, dei quadri e delle scene della loro vita interiore, che si succedono, si sovrappongono, scorrono come davanti allo schermo di un cinematografo, restituendoci in modo chiaro il bisogno che questi sentono di rifugiarsi nel sogno ad occhi aperti o in mondi più pensati che vissuti, quasi sempre nel tentativo di salvarsi da coloro che li circondano e che non li comprendono, da una realtà misera e triste che non amano, con cui non sono in sintonia, e che pertanto li delude, li nausea (come ne L’ultima vetrina o in Compito di realtà), realtà che nel corso delle pagine può incarnarsi esemplarmente nella città de La grande divoratrice, in cui si dissolve ogni possibile segno di umanità, di gioia, col suo livellare gli uomini a pure macchine la cui vita è regolata dalla fretta e dall’alienazione (“Tutto intorno la città gorgogliava, era un intricato apparato digerente all’interno del quale si stava estinguendo un’altra infinitesima parte della loro vita.“) o che assurge addirittura a mostro orrifico in La sentinella di ferro, probabilmente il più bel racconto dalla raccolta (assieme a Oboe d’amore), in cui apprendiamo del povero Ermete che ha passato diciannove lunghi anni “fra gli ingranaggi della grande macchina, che inghiottiva carbon fossile e sputava ghisa, e lanciava fiamme e sbuffava fumo e si mangiava anche le persone, non solo i loro corpi, ma anche le loro vite.“
Protagonista di Oboe d’amore, per esempio, è un giovane perso dietro le proprie fantasie (le sue tre muse, le chiama lui), che rincorre affannosamente, con slanci eroici più pensati che fattivi, a cui si oppone una madre poco comprensiva che vorrebbe riportarlo coi piedi per terra. Più che l’elemento diegetico, che lascerebbe credere inizialmente in un piccolo racconto di formazione (quanto pure al resoconto di una dolce alterità dal sapore schizoide), qui (come altrove, nella raccolta) l’aspetto che più colpisce è il ritmo, vero cardine che regge il tutto (il tema del racconto del resto è la musica), frutto di un lavoro egregio condotto sulla lingua e sulla sintassi, sulla musicalità della frase, sull’alto valore timbrico della parola che ne viene così esaltata mediante una modulazione non comune affinché riverberi come uno strumento.
Ma è in Vera che afferriamo ancor meglio la valenza dei versi di Lucrezio posti in epigrafe (tratti dal primo elogio di Epicuro, l’eroe “incivilitore” che per primo si oppose a un mondo chiuso dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, di cui apprendiamo il viaggio oltre i confini del mondo per portare la verità agli uomini), quando l’evasione dai limiti tangibili e razionali del quotidiano è tradotta da una prosa plastica e ardita, che straborda dall’ordinario, che si presta a soluzioni inusuali, nella quale il confine tra lo psichico e l’onirico è molto labile, e che esibisce a tal motivo un’aura che sfiora il poetico.
Sempre il sogno pare essere l’ultima via d’uscita che può salvare il Marcello de L’ultima vetrina dall’incomprensione generale, da una delusione profonda che pare avere ereditato dal padre, con il quale condivide anche la necessità di sprofondare nelle vite inventate dei libri, che contengono più verità delle vite vere (“entrambi avevano passato la vita a pretendere troppo, ad aspettarsi che gli altri sentissero quella stessa necessità di sprofondare nelle vite inventate, che capissero quanta più verità contenessero quelle che non le vite vere da cui prendevano spunto“), situazione molto simile a quella proposta in La somma dei secondi e dei sogni, in cui il protagonista evapora totalmente dietro ai manoscritti che giungono alla casa editrice per la quale lavora, fermamente convinto che la realtà dell’arte sia più vera del reale, e a quella di Piano inclinato, in cui solo col sogno ad occhi aperti Ascanio Ascarelli riesce a sottrarsi ad una vita monotona e ripetitiva.
Anche Compito di realtà, in una sorta di continuità ideale, ci propone un contesto ostile nel quale il protagonista stenta a trovare il proprio posto, ancor più quando si tratta di scendere a patti con l’ipocrisia generale, cosa che in fondo potrebbe anche giovargli, situazione che spinge il lettore, alla fine, a chiedersi se non siano proprio gli adulti, gli insegnanti, a sbagliare quando vorrebbero sentirsi dire dagli alunni solo quello che essi stessi pensano, rinunciando ad indagare il vero.
In questa molteplicità di fughe o di ribellioni tentate, fa eccezione però il Giovanni de La scatola nera che, di fronte al futuro funesto che sembra attendere la nostra specie (“Per me è tutto un caos indistinguibile. Ho disimparato persino a vedere, figuriamoci ad ascoltare.“), va in giro a far campionamenti, registrando suoni e rumori per poi rimodularli a piacimento, con grande estro artistico, per farne sinfonie, un modus vivendi in cui si potrebbe leggere la volontà di riscattare la realtà stessa.
Si rimane pertanto, a lettura conclusa, con la sensazione di avere tra le mani un libro ben pensato, che si propone come un’idea compiuta, con un’identità di stile, in cui Ghelli esibisce senza dubbio una valida padronanza dei mezzi e un’alta consapevolezza di quello che sta facendo (a dispetto di tante scritture banali odierne, tutte uguali) e in cui, come nella cronofotografia di Muybridge evocata ne L’ineluttabile, attraverso la scrittura e l’ampio spazio dato alla vita interiore dei suoi personaggi, mette assieme più momenti, più immagini delle storie di ognuno per cogliere la vita umana nel suo movimento, nel suo farsi, cercando con questo di aiutarci a trovare un senso, una direzione, quanto meno ad arrivare ad una presa di coscienza.
GRANDANGOLO: “NON SERVE NASCONDERSI” DI MARCO PROIETTI MANCINI
Marco Proietti Mancini chiarisce tutto sin da subito. Non usa mezze misure nè sotterfugi per farci capire che cosa ci aspetterà non appena ci addentreremo tra le sue parole. Il titolo è il primo passo per mettere in chiaro il suo intendimento. “Non serve nascondersi” è fin troppo chiaro come incipit. E se non bastasse la sua dedica che apre la sua raccolta di racconti ribadisce il concetto. “Ai miei figli, che sono le mie nuvole più belle, anche quando portano le lacrime della pioggia.” Il libro è dedicato a loro, ai ragazzi di domani che oggi cresciamo in un mondo in cui non ci riconosciamo più. È per loro che le parole di Proietti Mancini assumono un’importanza fondamentale. Deve essere infatti il nostro insegnamento a dare loro un esempio per potergli permettere di affrontare il domani senza i nostri errori di oggi. Non ultimo appunto quelo di “nasconderci”, mascherando quelle che sono le nostre reali esistenze, emozioni e paure.
Non è più tempo di fingere, soprattutto con noi stessi. Accettiamoci per quello che siamo e il mondo saprà fare altrettanto. Non ha senso modellare le nostre vite su standard comportamentali o etici imposti dalla società. Il tempo prima o poi ci porterà il conto. Basta solo aspettare e il giorno del giudizio arriva. Per tutti.
È un libro che ci mette in chiaro un concetto che troppo spesso dimentichiamo, dandolo per scontato. La diversità è un valore e non un limite discriminante. È nella diversità che troviamo il modo per crescere. Concetto semplice e vecchio come il mondo, ma a quanto pare, visto ciò che succede ancora non del tutto chiaro. Rivolgendoci agli “uomini” di domani come fa Proietti Mancini in questo suo ultimo volume non possiamo che riporre in loro la speranza di cambiamento. Quel cambiamento, per tornare al titolo del libro, che deve partire dall’accettazione di noi stessi in primis per poi passare a quella degli altri.
Sono quattordici i racconti che la Miraggi Edizioni ha selezionato insieme all’autore. Quattordici episodi che scorrono velocemente raccontandoci momenti di vita quotidiana in cui non possiamo non ritrovarci. Quattordici istantanee che parlano di malattia, emarginazione, speranza, diversità più o meno manifeste. Ma anche di intolleranza, di dolore, solitudine e morte. Non ci sono vincitori o vinti. Non c’è competizione o ricerca di un finale che possa conciliare con la speranza. C’è solo la descrizione di un attimo e tutte le conseguenze che si ripercuotono nel nostro io più profondo alle prese con la presa di coscienza che stiamo inziando un percorso che ci porterà a poterci guardare senza dover abbassare lo sguardo.
Sono storie che sembrano incanalarsi perfettamente nelle cicatrici che solcano la nostra pelle sempre meno resistente agli acciacchi della vita. Storie che potremmo recitare a memoria ogni volta che passando davanti ad uno specchio ci fermiamo per un istante a controllare che sia tutto in ordine, tutto come deve essere, tutto come ci viene imposto da questa società che vorremmo cambiare ma che non abbiamo il coraggio di scalfire. È per questo che ci limitiamo a capire ed accettare i nostri errori in modo da preservare i nostri figli da quegli sbagli che continuiamo a ripetere.
SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI DI ANGELO ORLANDO MELONI
Il brasiliano Paulo Roberto de Freitas, conosciuto semplicemente come Bebeto, ex-allenatore delle nazionali di pallavolo brasiliana e italiana, in una famosa conferenza stampa stupì i giornalisti di tutto il mondo affermando che lo sport più popolare del proprio paese fosse proprio il volley. Alla domanda degli sbigottiti addetti stampa di come si ponesse il calcio in relazione alla categorica asserzione, che al momento sembrava una farneticazione dovuta all’esaltazione post-partita, il tecnico rispose pacatamente che il calcio non è uno sport, ma una religione.
Il calcio non è uno sport, ma una religione, ecco, sono convinto che questo assunto sia possibile traslarlo anche in Italia (e non solo), dove quello che è considerato il gioco più bello del mondo ha da tempo dismesso i connotati di una salutare attività sportiva per calzare quelli di una confessione con tanto di riti, funzioni, estremismi, miracoli, santi e profeti.
Ed è proprio da un miracolo, propiziato da una santa, che prende il via il racconto di Angelo Orlando Meloni Santi, poeti e commissari tecnici, storia che dà il titolo all’omonima raccolta dell’autore pubblicata quest’anno da Miraggi Edizioni e avente come filo conduttore il calcio. Titolo quantomeno azzeccato, in considerazione del fatto che in Italia tutti, ma proprio tutti gli appassionati/devoti si considerano anche ministri e sacerdoti di questa sorta di culto laico. Quindi, quello italiano non è più solo un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori, come diceva Mussolini in un suo discorso nel 1935, ma anche di commissari tecnici!
Voi a questo punto direte, che cosa c’entra il calcio con l’universo fantastico di Cose da Altri mondi?
Intanto, come accennato sopra, si parla di un miracolo. Non solo del classico miracolo sportivo, come usa scrivere la stampa quando qualcuno compie un’imprevista impresa, ma di un miracolo vero e proprio, con tanto di santo e intercessore.
Siamo in Sicilia, a Vezze sul Mare in provincia di Siracusa, paesino costruito su una rocca che regalava panorami mozzafiato a tutti gli amanti della fantascienza apocalittica, vista la devastazione ambientale provocata da uno stabilimento petrolchimico. La locale squadra di calcio, la Vigor, è come quella celeberrima di baseball dei fumetti con Charlie Brown, cioè che non vince mai una partita. Infatti, chiude i campionati sempre all’ultimo posto e non retrocede mai solo perché milita in una categoria talmente infima che da essa non è possibile scendere più in basso.
Dopo cinque stagioni a bocca asciutta, ecco che improvvisamente inizia a vincere, oltretutto nei modi più stravaganti e improbabili. Il segreto di questo cambio di rotta risiede in una statua votiva della beata Serafina, patrona del paese, che comincia a suggerire al parroco, in un modo a dir poco bizzarro e che non vi anticipo, le strategie che porteranno la Vigor a giocarsi la vittoria del campionato. L’ultimo ostacolo all’impresa è però la A.S. Marina, la squadra del comune gemello di Vezze sul Mare, Marina di Vezze, che invece ha una tradizione calcistica decisamente più importante e che ha calcato anche i campi di campionati semiprofessionistici. L’incontro sembra dal risultato incerto, in considerazione del fatto che anche dietro le vittorie dell’A.S. Marina c’è l’intercessione di un intervento dall’alto. Che mistica partita sta giocando la beata Serafina e quali sono i suoi reali scopi?
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Divertente racconto doppiamente dissacrante (e per chi come me conosce alcune realtà di questa splendida regione, anche con risvolti amarognoli) che mescola sacro e profano, misticismo, fantastico, calcio e animali parlanti, il tutto condito con uno stile frizzante e ironico, forse parodistico ma che nello stesso tempo offre uno spaccato disincantato di un certo mondo a margine della grande ribalta calcistica.
Il resto della raccolta continua su questo tono. Nonostante i racconti abbiano un impianto più realistico, l’autore trova comunque il modo di disseminare qua e là citazioni fantascientifiche. Il penultimo, il breve Perché no?, ci porta addirittura in territori orrorifici. Altri, pur non mancando d’amara ironia, hanno risvolti tristissimi, come il bellissimo Ode al perfetto imbecille. In Il campionato più brutto del mondo, infine, una sorta di racconto distopico, abbiamo shuttle spaziali che, parafrasando l’autore, sono pronte a solcare gli spazi infiniti alla conquista degli stadi delle più importanti galassie. Tutte storie che, partendo dal mondo del calcio, portano a riflessioni sulla società in generale. Ambedue non ne escono bene…
L’autore Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa. Oltre alla raccolta Santi, poeti e commissari tecnici (Miraggi edizioni, disponibile qui), ha pubblicato i romanzi Io non ci volevo venire qui (Del Vecchio Editore), Cosa vuoi fare da grande (Del Vecchio editore) e La fiera verrà distrutta all’alba (Intermezzi editore). Un suo racconto, La sconfitta degli ultracorpi, è presente nella raccolta di racconti horror 24 a mezzanotte (Officina Milena).
VITA, MISERIE E DISSOLUTEZZE DI CHI PRENDE A CALCI UN PALLONE
Sembrano storie inventate. Anzi, lo sono. Ma, come si sa, spesso la realtà va ben oltre l’immaginazione. E il mondo del pallone ci ha abituato a sentirne di cotte e di crude. Angelo Orlando Meloni, in un libro ormai non più nuovissimo di pubblicazione (maggio 2019) ma di un’attualità sconcertante, mette insieme una lunga serie di episodi legati a quel mondo dominato da Nostra Signora del Pallone. Anzi, in questo caso, dalla Beata Serafina, visto che proprio lei è la protagonista del primo episodio.
Ci sono, a seguire, un centravanti alcolizzato, un arbitro incorruttibile, o quasi, un calciatore “più forte del mondo” costretto a scontrarsi con il suo di mondo. Analogie con il passato ed il presente di un emisfero dove Angelo Orlando Meloni ambienta il suo “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi edizioni). E lo fa come sa fare lui, con una sottile vena ironica che fa comunque trapelare malinconie e contraddizioni, dove Nino, per dirla con il “principe” Francesco De Gregori, non ha paura di tirare un calcio di rigore ma, se lo sbaglia, non sai mai se lo ha fatto apposta o è davvero uno sfigato che sogna il calcio in grande e si ritrova con un pallone sgonfio di desideri inespressi.
Il libro di Meloni è l’occasione, un’altra ancora, per parlare di calcio, per smontarne determinate trame e trascorrere, magari, una domenica con tra le mani un buon libro. Con buona pace dei nostalgici di “Tutto il calcio minuto per minuto”.
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