Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.
In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Bras Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale.
Roland Barthes ritiene che lo stile . una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra.
Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”.
Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska.
L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”.
L’astrattismo della vita secondo Blažević. Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e là; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio . completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia.
E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.
“In tarda estate” di Magdalena Blažević, Miraggi Edizioni è un romanzo breve che possiede la densità di una ferita. Non ha bisogno di una struttura complessa o di grandi svolte narrative per lasciare il segno, perché lavora su qualcosa di più radicale: la voce. Ed è proprio questa voce, quella di Ivana, a rendere il libro così potente e difficile da dimenticare.
La scelta narrativa è immediatamente destabilizzante. A parlare è una ragazza di quattordici anni che non appartiene più al mondo dei vivi. La sua è una voce che arriva da dopo, da un altrove che non è mai descritto apertamente, ma che si percepisce in ogni frase. Non c’è compiacimento, non c’è retorica. C’è invece una semplicità disarmante, che rende ancora più violento ciò che viene raccontato.
La vita di Ivana è fatta di elementi minimi, concreti, quotidiani. La campagna, la famiglia, i gesti ripetuti, il legame con l’amica Dunja. Tutto è restituito con uno sguardo limpido, quasi infantile, che però non è mai ingenuo. È uno sguardo che osserva e registra, senza ancora sapere che ciò che vede sta per essere perduto per sempre. Questa tensione tra innocenza e consapevolezza è uno dei punti più forti del romanzo.
Poi arriva la guerra, e non arriva come un evento improvviso e spettacolare. Si insinua lentamente, modifica i rapporti, incrina la normalità, fino a trasformarla in qualcosa di irriconoscibile. La violenza non è mai spettacolarizzata, ma proprio per questo risulta più disturbante. È un male che entra nelle case, nei corpi, nelle relazioni, e che distrugge senza bisogno di essere mostrato in modo esplicito.
La scrittura di Blažević è essenziale, quasi scarnificata. Ogni frase sembra necessaria, ogni parola pesa. Non c’è spazio per l’enfasi, ma solo per una precisione emotiva che colpisce in profondità. Il lirismo di cui si parla non è mai decorativo, ma nasce dalla capacità di dire l’indicibile con pochi tratti, lasciando al lettore il compito di completare il dolore.
“In tarda estate” può essere letto come una favola nera, ma anche come una testimonianza. Non tanto storica, quanto emotiva. Racconta la guerra civile bosniaca non attraverso i grandi eventi, ma attraverso ciò che resta nelle vite delle persone, soprattutto in quelle più fragili. E lo fa scegliendo il punto di vista più vulnerabile possibile, quello di una ragazza che non ha ancora avuto il tempo di diventare adulta.
Magdalena Blažević è una scrittrice bosniaca contemporanea, nata nel 1982, e la sua scrittura si colloca all’interno di una tradizione letteraria che cerca di fare i conti con la memoria della guerra nei Balcani. Il suo lavoro si distingue per un uso molto controllato della lingua e per una forte attenzione alle voci marginali, a chi normalmente non ha spazio nei grandi racconti ufficiali. In questo senso “In tarda estate” è un libro emblematico, perché riesce a unire dimensione intima e storia collettiva senza mai forzare il legame tra le due.
“In tarda estate” è un libro necessario perché non cerca di spiegare la guerra, ma di farla sentire. Non offre risposte, non consola, non chiude. Rimane sospeso, come la voce che lo attraversa. Ed è proprio in questa sospensione che trova la sua verità più profonda.
Stiamo vivendo un periodo molto drammatico. Papa Francesco diceva spesso che stavamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. E adesso, dopo l’attacco all’Iran, è ancora così o siamo a un passo, stiamo camminando ai margini della terza guerra mondiale? Ai margini o ci siamo già dentro? Quello che è certo è che non soffiano venti di pace e quei venti, quando soffiano, sono poco più di un refolo. Del resto, negli anni novanta, ci furono segnali inquietanti che non so quanto sapemmo cogliere nella loro drammaticità e che furono un preludio a quanto sarebbe accaduto dopo. Parlo della guerra in Jugoslavia. Quando scoppiò sottovalutammo il pericolo, non accettammo fino in fondo che una guerra sarebbe divampata nel centro dell’Europa. Eppure sarebbe bastato seguire le trasmissioni sportive di Tele Capodistria, soprattutto le partite di calcio, per comprendere cosa sarebbe accaduto: le tifoserie opposte che si scontravano non erano semplici tifoserie composte di ultras, erano croati contro serbi, bosniaci contro serbi e croati, insomma era un becero nazionalismo che dava mostra di sé negli stadi, quel nazionalismo che avrebbe provocato la guerra fratricida, un nazionalismo che, nel giro di pochi anni, si sarebbe trasformato in sovranismo.
Molti saggi e romanzi sono stati scritti sulla guerra in Jugoslavia. Molti di notevole valore. Del resto la Jugoslavia ha sempre avuto una grande tradizione letteraria. Basti pensare ad autori come Miroslav Krleza, il Premio Nobel Ivo Andric, il grande Danilo Kis. Si innesca in questa tradizione letteraria Magdalena Blazevic, nata in Bosnia nel 1982, con il suo romanzo “In tarda estate”(Miraggi 2025) con la bella e appassionata traduzione di Anita Vuco. Un romanzo di grande valore testimoniale e letterario.
Magdalena Blazevic è laureata in lingua e letteratura croata e inglese. Ha esordito pubblicando racconti che sono stati tradotti in varie lingue e premiati a livello nazionale. “In tarda estate”, uscito nella sua edizione originale nel 2022, è il suo primo romanzo. Nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar-Kocic.
Oggi Magdalena Blazevic è considerata una delle autrici più significative della letteratura balcanica.
Ma di cosa parla il libro?
Prima di addentrarmi nella trama, peraltro difficile da riassumere per la particolare struttura del romanzo, ritengo indispensabile soffermarsi sulla dedica:
Agli abitanti del villaggio di Kiseljak,
in memoria del 16 agosto 1993.
Il libro è dedicato, dunque, agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak che il 16 agosto 1993 furono massacrati dalle forze bosniache.
Fatta questa doverosa premessa mi addentro ora in questo romanzo poetico e evocativo, potente e tragico allo stesso tempo.
La protagonista del romanzo è Ivana che fa parte di una famiglia misera ma unita in cui, ognuno a modo suo, si prende cura degli altri. Quella di Ivana è una voce poetica e lirica; narra degli affetti e dell’amicizia, soprattutto quella con la cugina Dunja; narra dei sapori delle mele tipiche della zona croato/bosniaca; narra della luce delle campagne che, pur nella sua semplicità, sembra avere qualcosa di fiabesco; narra degli animali che quelle campagne popolano; narra delle case che si spopolano e ripopolano secondo l’andamento della guerra; narra degli oggetti che arredano le case e che sono caricati di affettività: L’autrice stessa, in una presentazione alla Libreria Diari di Bordo di Parma a cui ero presente, ha sostenuto che, per lei, gli oggetti delle case di Kiseljak sono stati importanti, che sono stati oggetti che avevano una storia importante e che avevano un’anima per l’investimento affettivo che su di essi era stato fatto. Oggetti apprezzati e che possono portare ad avere per loro un senso di nostalgia.
Tutta questa nostalgia, affetto, poesia per le cose minute termina con l’arrivo dei soldati, con il rumore che fanno i soldati già da una certa distanza, un rumore che porta la morte, la annuncia, annuncia la tragedia incombente. Non è neppure necessario descriverli i soldati. Basta il rumore che fanno i loro stivali, il fruscio mortifero delle loro divise.
In realtà Ivana ha vissuto solo quattordici anni. In realtà Ivana è morta e l’io narrante del romanzo è morto. Questo provoca uno stravolgimento della temporalità, non c’è cronologia, il tempo è un andirivieni di passato presente futuro. Tutto è visto e narrato dallo sguardo da morta, uno sguardo dall’altrove di Ivana, anche lei uccisa, come tanti altri abitanti del villaggio, dai soldati bosniaci.
L’incipit è potente e originale:
“Guardate; queste siamo io e la mia bambola Julija. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia. La sera mia madre tira fuori dal vano contenitore le coperte e le lenzuola. Clic-clac”(Pag. 9).
Ivana continua la sua descrizione e ritorna sulla bambola che le è stata regalata dal padre (guida un camion) in un suo viaggio di ritorno.
In queste pagine Ivana ha sette anni e andrà a scuola in autunno. Mangia una caramella da sdraiata, disobbedendo alla madre. La caramella le rimane incastrata in gola e il padre interviene scuotendola con violenza. Senza risultato. Ma Ivana riflette che questa non può essere la fine:
“Questa non è la fine. Non può esserlo. Ho ancora davanti a me sette anni di vita. Mio padre mi infila un dito in gola e tira fuori la caramella al gusto di ciliegia. Tossisco a lungo, il suo dito mi ha irritato la gola e la schiena mi duole ancora per i colpi ricevuti. Perché mia madre piange? Sono viva!” (Pag. 10).
Poi uno spostamento dell’attenzione su altro di fortemente minaccioso:
“Lo sentite anche voi lo scricchiolio del legno?
Non sotto il peso del mio corpo. No! Sono leggera come un pulcino. Scricchiola sotto uno scarpone nero allacciato ben stretto. Solo la Morte indossa scarponi simili. Oh, che scampanellio produce il suo corpo!” (Pag. 11).
Alla fine del capitolo Ivana si presenta ai lettori:
“Mi chiamo Ivana, Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima” (Pag. 15)
E l’ultima estate narrata è la tarda estate. La tarda estate è del tutto diversa dall’estate incipiente. Nella tarda estate i colori della natura sono forti, difficilmente hanno sfumature delicate. Nella tarda estate si respira un’aria densa, afosa e i frutti hanno qualcosa di marcio come se fossero giunti alla fine di un ciclo. I colori della tarda estate non sono certo quelli della primavera o della prima estate quando la canicola non è ancora esplosa per consumare tutto. Nella tarda estate si consumano anche le vite delle persone e il marcio incombe su tutto l’ambiente. Sono colori – e , forse, il paragone potrà sorprendere – che mi hanno ricordato la descrizione di campagne ad altre latitudini, quelle delle Langhe. Sono descrizioni che mi hanno ricordato quelle di Pavese quando le dipinge con i colori accesi, le emozioni accese ed esacerbate ne “La luna e i falò”, ne i racconti di “Feria d’agosto”. Fermo restando che nel romanzo di Magdalena Blazevic è incancellabile la presenza della guerra ( in verità la guerra e le sue conseguenze è presente anche ne “La luna e i falò”), la presenza della morte che miete le sue vittime senza badare alla loro età.
E, a proposito di questo e di Ivana, ci sono pagine molto toccanti e mai retoriche, con una capacità dell’autrice di mantenere un registro narrativo drammatico senza mai cadere nel melodrammatico.
Si approssimano i funerali di Ivana. Arriva il fotografo per scattare l’ultima foto:
“Il fotografo si avvicina e si asciuga con la manica il miscuglio di sudore e di lacrime. Mi inquadra attraverso l’obiettivo e mette a fuoco l’immagine. Scatta la mia ultima fotografia con un solo clic. A differenza di quella fatta con la Polaroid di mio padre, questa è nitida e si vede ogni dettaglio. Mio fratello e mio padre stanno davanti al garage. Aspettano che il fotografo esca. Non si può parlare con il groppo in gola. I loro occhi si sono prosciugati” (Pag. 129).
Poi una specie di appello che è rivolto al lettore che funge da testimone per tutto quello che accade:
“Per favore non dite niente, qui anche i rumori più lievi risuonano come un’eco. Dalle grandi finestre si vedono il bosco e la strada, il lungo filo per i panni sul prato dietro casa. Il fumo esce ancora dai buchi neri nel bosco, la strada è deserta. Le tende sono ormai diventate stracci anneriti e laceri. Non vanno più bene come velette da sposa” (Pag. 130)
Malgrado la voce continui a narrare dall’oltre si ha la terribile impressione dell’irreversibile perché l’irreversibile è già accaduto, continua ad accadere in ogni istante per tutti coloro che hanno amato Ivana, continua ad accadere perché anche la natura non può fare passi a ritroso. Restano le foto a testimoniare di un’esistenza che è stata recisa troppo presto. Restano le foto, unica consolazione per coloro che sono sopravvissuti. Restano le foto, le ciabatte in un angolo della casa, le scarpe che non saranno più indossate. Restano le foto, gli oggetti, la memoria.
E qui ci troviamo di fronte, ancora una volta, alla morte che la guerra causa, all’assurdità della guerra, un’assurdità che pare non finire mai malgrado lo straziante dolore che provoca:
“Ci ricopre il fazzoletto a lutto della nonna.
I capelli di mia madre si disperdono in fitti sciami di enormi mosconi.
Si nutrono delle nostre ferite aperte.
Sa l’estate tutto questo?
Manderà al loro posto almeno una farfalla?
Qualcuno ha detto all’estate che sono morta?” (Pag. 108).
Incontriamo Magdalena Blažević a Firenze, durante Testo 2026. Appuntamento allo stand del suo editore Miraggi, poi si va alla caccia di un angolino tranquillo per chiacchierare. Tante le persone che girano per la Leopolda ed è una gioia vedere tanta partecipazione. Anche Magdalena si guarda in giro curiosa, nel pomeriggio avrà l’incontro con il pubblico e i book club, ma Mangialibri è arrivato prima. Troviamo asilo nell’accogliente stand della Regione Toscana e iniziamo l’intervista.
La scelta di far narrare la storia del tuo In tarda estate a Ivana, una ragazzina, è stata una tua necessità? Che cosa hai in comune con lei? Questa storia mi perseguita da trent’anni. Nel 1994 ero una bambina ed ho scritto il primo racconto breve, una specie di diario. Volevo salvare e conservare la storia, la guerra era ancora in corso, temevo che saremmo morti tutti e che nessuno avrebbe saputo cosa ci sarebbe successo. Era così importante per me che ho deciso di raccontarla la guerra, e di farlo dal punto di vista di una bambina. La letteratura est-europea, nei primi dieci anni dopo la guerra, era esclusivamente maschile. Solo dopo qualche anno sono arrivate alcune scrittrici che hanno iniziato a raccontare dal punto di vista femminile la nostra esperienza di donne, che è importante tanto quanto quella degli uomini. L’ho capito subito che sarebbe stata Ivana a narrare, era naturale che fosse lei perché è la vittima più giovane, vede sia i morti che i vivi, guarda i soldati sia come esseri umani che come vittime. È proprio questo l’aspetto più importante da sottolineare.
Il tuo linguaggio è poetico e sognante nel descrivere la natura, come cambia e prende possesso delle cose degli uomini. Come nasce questo stile? Il linguaggio è qualcosa che lo scrittore ha già dentro di sé. Tutto influenza il linguaggio: il luogo in cui sei nato e cresciuto, le cose che hai toccato, i libri che hai letto, i film che hai visto. Tutto è esperienza e diventa parte del linguaggio. Il mio è quello dei boschi, delle piante, dei fiumi. Non posso scegliere di scrivere in modo diverso, ho il mio linguaggio e devo usarlo, senza imitare nessuno. Ci sono molte immagini poetiche nel romanzo e ogni interpretazione dipende dal lettore. A volte pur leggendo lo stesso libro si traggono impressioni totalmente diverse e questo è fantastico.
Colpisce la forza e il carattere di Ilonka nel proteggere suo figlio Karlo, come hai creato questo personaggio? In questo romanzo ho usato quasi sempre elementi autobiografici, come ad esempio le persone che vivevano intorno a me quando ero piccola. Ilonka è reale, viveva a qualche metro da casa mia e fin da bambina la vedevo con suo figlio. Non aveva un marito e il padre del bambino, che era del villaggio, non lo aveva riconosciuto come suo. Era molto protettiva con Karlo, lo teneva sotto una campana di vetro, un atteggiamento che ovviamente non è positivo. Allora ero circondata da persone eccentriche e particolari e alcune di loro mi sono sembrate perfette per la letteratura e le ho usate. Forse non avrei dovuto, ma non ho resistito.
Nonne, zie, mamme con il loro lavoro quotidiano, tenace e silenzioso, si prendono cura della famiglia. È una sorta di matriarcato? No, non lo è. Perché c’era la guerra. Gli uomini erano a combattere da qualche parte e le donne stavano con i bambini ventiquattro ore al giorno. Era strano e anche molto noioso. Non c’era elettricità, non c’era né la TV né la radio, nessun divertimento. Avevamo solo i libri e grazie ad essi scoprivamo il mondo. Come amici gli animali domestici, ma i libri erano la nostra vera evasione. In quel periodo ho letto un libro intitolato Due prigionieri di Lajos Zilahy, un famoso scrittore ungherese, una storia d’amore, di sesso e di guerra. Ricordo che la leggevo ad alta voce agli altri bambini solo per poter provare qualcosa, per scoprire un mondo che ci era sconosciuto. Ogni giorno, nel villaggio, arrivava una macchina della polizia per annunciare chi era stato ucciso e noi avevamo paura. Sentivamo una donna urlare da qualche parte e dicevamo: “Ci dispiace, ma almeno non è toccato a noi”. Nel romanzo c’è tutto questo, c’è quest’atmosfera fatta di dicotomie e contrasti. Il lettore entra nella storia, sta lì e non va da nessun’altra parte, nonostante si soffra.
La vita che conducono le famiglie è spartana e con poche comodità, può essere uno spunto di riflessione per ritrovare una nuova essenzialità? Dopo quello che ho vissuto durante la guerra, posso dire che il male esiste, l’ho visto. C’è del buono nel mondo, ma la cattiveria è sempre presente, anche nelle persone che pensavi fossero buone. È in questi momenti che si vede la vera natura dell’essere umano e ci si rende conto di quanto sia spaventosa.
Ivana però ha il lusso delle Polaroid. È un tuo ricordo di bambina? Al padre di Ivana piaceva la fotografia e, anche se non era un professionista, aveva due o tre macchine fotografiche, tra cui una Polaroid e all’epoca erano un vero lusso. Quando vivevamo dall’altra parte del fiume, il padre di Ivana voleva fotografarla mentre era seduta sulla loro macchina rossa con un gatto in braccio. Non sono sicura che il gatto fosse lì, perché a volte non so cosa sia immaginazione e cosa sia realtà, ma la foto la ricordo. Ivana indossava un cappellino in testa, ma lo scatto non era venuto bene. La qualità era pessima, ma è proprio quella l’ultima foto di lei in vita. Sua madre l’ha conservata e noi bambini la guardavamo, cercando di trovarci ogni volta qualcosa di nuovo, come se emergesse un nuovo dettaglio. L’ultima foto di Ivana, in realtà, le è stata scattata all’obitorio ed è stata anche pubblicata sui giornali. Quando l’ho vista, è stato spaventoso. Ce l’ho ancora impressa nella mente e quando ho scritto il romanzo sapevo già che avrei voluto mostrare ogni cosa, perché il crimine è stato commesso alla luce del giorno e tutti dovevano sapere com’era andata.
La guerra sta arrivando, Ivana e Dunja hanno comunque i loro sogni di ragazze: musica, libertà, un appartamento in città, anche per te è stato così? Io sono un modello per il personaggio di Dunja, perché i nostri padri sono fratelli e vivevamo insieme nello stesso cortile. Quel giorno ero lì, ho visto tutto, altre cose me le hanno raccontate. Davanti a casa di nostra nonna c’era un melo e lì sotto le donne si riunivano per bere caffè e chiacchierare; noi bambine ci sedevamo sulla panchina e iniziavamo a fantasticare. A volte immaginavamo di essere su un autobus, altre in un treno, ci piaceva viaggiare in Italia, in Slovenia, in altri posti dove non eravamo mai state. È ironico pensare che il tizio che ha ucciso tutte quelle persone fosse in piedi proprio davanti a quel melo. Era un luogo simbolico. Il nostro luogo di riposo, di divertimento, che in seguito si è trasformato in qualcosa di molto oscuro.
vana è sdraiata sul divano letto in soggiorno con la sua bambola Julija, perché non ha una stanza tutta per sé. La sera la mamma le tira fuori dal vano contenitore le coperte, le lenzuola e le prepara il letto. Poco prima dell’alba però Ivana si infila nel lettone dei genitori, dal lato di sua madre, per cullarsi col suo calore fino a quando non le arriva un sonoro ceffone. Suo padre guida un camion, non è mai in casa e di solito rientra stanco a notte fonda. Julija gliel’ha regalata lui, è una bambola con i capelli che profumano di caramelle alla frutta e grandi occhi azzurri, come quelli di Ivana. A proposito di caramelle dure: la mamma non vuole che le mangi sdraiata a terra, potrebbero andarle di traverso. Raccomandazione inutile, un giorno una le si incastra in gola. La salva il repentino intervento di suo padre, che la prende per i piedi, le dà forti colpi sulla schiena, le mette dita in gola fino a quando non la sputa. Ivana ha sette anni, in autunno andrà a scuola, ha già lo zaino, ne avrà ancora sette da vivere… Si ritrova nello stesso identico posto, la polvere della strada attaccata ai piedi insanguinati. L’aria calda e soffocante provoca vertigini e offusca la vista. Chissà dove sono finite le sue pantofole? Il legno del pavimento scricchiola, non è Ivana a fare rumore, ma scarponi neri allacciati stretti. È la morte che li indossa. La vecchia compagna di giochi Julija è sotto il letto, chiusa al buio dentro una scatola di legno, insieme ad altri giocattoli. Sua madre è appena tornata dall’ospedale, usa ancora le stampelle e a fatica arranca fino alla camera di Ivana in mansarda. Resta ferma davanti al vetro satinato della porta, ricordando cosa c’è dietro: la scrivania con la lampada e una vecchia macchina da scrivere. Entra, c’è polvere sulla moquette verde, messa per coprire il cemento. Zoppicando raggiunge il letto di sua figlia, si sdraia e affonda la testa sul cuscino, cercandone l’odore. Piange accorata fino allo sfinimento e cade in un sonno agitato…
In tarda estate è il romanzo d’esordio di Magdalena Blažević con cui nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar Kočić. Ne è stato tratto anche un radiodramma della Radio croata. In tarda estate è dedicato alla memoria degli abitanti di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. La città era principalmente sotto controllo croato durante la guerra e la zona circostante ha visto vari scontri tra l’esercito bosniaco (ARBiH) e il Consiglio di difesa croato (HVO) nella regione. Nonostante la distanza di tempo l’autrice ha voluto che non si perdesse la memoria di questo massacro, che ha vissuto in prima persona e di cui porta ancora dentro di sé il dolore. Con uno stile poetico, denso di naturale sensibilità verso la natura, il lettore scopre il mondo infantile di Ivana e Dunja, la vita semplice delle loro famiglie e della piccola comunità del villaggio con i suoi originali abitanti. Le pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche, come il fiume Bosnia, il sole che attraversa le foglie e illumina i ricordi, descrivendo una sofferenza. La Blažević fa un omaggio alla vita nella Bosnia rurale, riuscendo a creare l’immagine di un paesaggio che sarà poi abbandonato, dimenticato e devastato dal conflitto. È la giovane Ivana la voce narrante e attraverso di lei l’autrice pur descrivendo la quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue mentre le galline vengono macellate o suini nati morti gettati in una fossa. Suo fratello che porta a spalla un fucile ad aria compressa anticipando quelli reali. In tarda estate è un romanzo contro la guerra, è un mondo fatto di emozioni che l’autrice scolpisce con frasi perfettamente precise e chiare. «Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima». Le sue scarpe da ginnastica resteranno appoggiate al muro, nessuno le indosserà più. Magdalena Blažević è una delle autrici più significative della letteratura balcanica e con questo romanzo tiene in vita la memoria, per non dimenticare, villaggi e persone. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”.
1991-2025 è l’intervallo di tempo che è stato necessario
per vedere Close to the knives. A memoir of disintegration di Da-vid Wojnarowicz (1954-1992) tradotto in italiano – magistralmente, da Chiara Correndo – e pubblicato per i tipi di una coraggiosa piccola casa editrice piemontese. Sappiamo che i tempi della ricezione sono accidentati e che in alcuni casi la contingenza gioca un ruolo di necessità. Ep-pure ci sono delle ragioni profon-de legate alla leggibilità di questo libro, che possono spiegare un ta-le ritardo nella ricezione. Il libro è infatti una composizione di te-sti molto eterogenei e di forme di scrittura alcune volte giornali-stico-pamphlettistiche, altre vol-te sovversive delle consuetudini (lunghi brani quasi privi di punteggiatura, ma così poeticamente efficaci); altre volte è puro par-lato nella veste di interviste ad amici registrate e poi sbobinate. Sì, un memoir come annuncia il sottotitolo. E un memoir – am-messo che una autobiografia lo sia – non è mai solo autobiografico, ma racconta una vita in un contesto. È un momento di autoriflessione individuale, intima, però intriso di effetti e di effetti che “fanno mondo” (per usa-re una bella espressione di Liana Borghi).
Siamo nella New York alla fi-ne degli anni settanta del secolo passato e un ragazzo di periferia, uno scappato di casa, scacciato, per l’esattezza, si aggira nei margini. Ha scelto la vita di strada, di passare le proprie not-ti a drogarsi e fare sesso con uomini sconosciuti negli spazi sor-didi dei capannoni del porto, tra rifiuti di ogni tipo, sotto la pioggia scrosciante. Ma ha scelto anche l’arte – “La mia prima macchina fotografica era ruba-ta” – diventando un testimone chiave del suo tempo e dell’emergenza dell’aids: tra terapie a ba-se di tifo per combatterne i sintomi, intrugli di feci, farmaci che ti uccidevano prima che lo facesse la malattia stessa, il libro è colmo di rabbia contro gli Stati Uniti, contro il reaganismo e contro la chiesa cattolica americana, non (?) solo per il modo in cui questi hanno affrontato quella crisi, ma per l’impianto ideologico sotteso a tale atteggiamento.
Leggendo Wojnarowicz com-prendiamo che tale modalità era coessenziale a un patto di lunga data tra neoliberismo economico e oscurantismo sociale. Un programma, un senso comune nuovo, che doveva soppiantare le aspirazioni emancipatorie dei due decenni precedenti, che si andavano perdendo, anche ne-gli Stati Uniti, tra ritiro nel pri-vato e dipendenze. Una visione manichea della società, in cui gli esclusi dalla “grazia” dovevano fare una brutta fine, perché il fallimento è di per sé la condanna di una colpa.
Nulla di nuovo, forse. Un fi-lone importante della letteratura americana, dalla beat generation a William Burroughs, si è a lungo esercitato in una decostruzione dei miti fondativi del-la cultura bianca, eterosessista, capitalista e baciapile america-na. Wojnarowicz lo fa anch’egli con gli strumenti della scrittura (benché all’epoca fosse considerato per lo più un fotografo e uno sceneggiatore), ma lo fa con i modi incarnati di una narrazione ravvicinata, dal di dentro di un processo di disintegrazione e di morte dovuta alla malattia. Ci mostra come le storie che la politica racconta, le maledette “narrazioni”, sono strumenti di regolazione sociale, di distribuzione di privilegi (primo tra tutti il “privilegio” di avere una cura almeno la ricerca di una cura). Dalla lettura emergono altri aspetti della disintegrazione evocata nel sottotitolo. Da un lato, l’idea è connessa con la successi-va ricerca “queer” di un dissolvi-mento delle identità e del soggetto sessuato e di genere. Dall’altro ha una radice mistica, panteistica, fusionale: “Se un tempo mi sentivo intensamente estraneo, ora è più la sensazione di immergermi in una pozza di acqua tiepida e l’acqua che mi circonda è aria, respiro, la vita stessa”. Chiunque abbia ricevuto una diagnosi, come si dice “seria”, sa che questo è un evento, qualcosa che modifica i paradigmi e la scala dei valori. In alcuni casi, accelera, comprime il tempo, fa sì che esso venga vissuto in tutto il suo senso, o almeno al massimo del suo senso. Queste trasformazioni sono indici di ciò che si può definire la “buona” disintegrazione, a cui questo libro può educarci.
Ci sono state anche altre ragioni della non leggibilità di questo testo – almeno fino a qualche tempo fa e almeno nei contesti Lgbtiq+, per quanto Wojnarowicz sia citato nel seminale volume di Ann Cvetkovich, An archive of feelings tra gli iniziatori delle politiche queer e tra i fondatori di un’etica degli affetti queer attraverso il suo lavoro di fotografo e filmmaker – finora assente dai nostri scaffali. Eppure Wojnarowicz vi stende letteralmente il programma dell’attivismo hiv/queer degli anni ottanta e novanta: sua è l’idea di spargere le ceneri delle vitti-me dell’aids davanti agli edifici delle Istituzioni colpevoli di negligenza, negazione e oppressione delle persone malate; sua è la rivendicazione della “memorabilità” delle vite precarie (qui il de-bito di Judith Butler mi pare evi-dente e mai negato). Insomma, quello che ha fatto Act Up è figlio delle idee dell’autore, ma an-che della sua stessa pratica artisti-ca e performativa. Eppure, solo ora ci è arrivato.
Il successo delle terapie haart (Highly Active AntiRetroviral Therapy) attestato alla fine de-gli anni novanta, pur mantenendo intatto il regime dello stigma, fatto di paura e vergogna, ren-deva le persone affette da hiv e con il privilegio di accedervi, dei sopravvissuti e non più dei con-dannati. Si poteva iniziare a par-lare di “persone che vivono con l’hiv”. Si iniziava a sollevare il fumo della negazione e del diniego. Più di recente, grazie soprattutto alla dimostrazione scienti-fica che “U=U”, ovvero che un virus non rintracciabile rende la persona che lo porta incapace di trasmetterlo, il velo dello stigma si è ridotto e, soprattutto, una memoria (e quindi un memoir di cosa siano stati quelli anni) è oggi più accessibile, perché forse fa meno male. Oggi, abbiamo se non gli strumenti, quantomeno la possibilità di riprenderci quel pezzo di storia dimenticata e far fruttare la sua disintegrazione.
Abstract – “I Burn Paris”. The Revolutionary Manifest of the Polish Avant–garde
This paper discusses Bruno Jasieński’s novel Palę Paryż (“I Burn Paris”, 1928), a revolutionary manifesto of the Polish avant–garde. The story follows Pierre, a worker affected by the economic crisis, who orchestrates a microbial attack on Paris, leading to chaos and division. The novel, which combines elements of post–avant–garde, catastrophism, and a fervent desire for social justice, sparked by Jasieński’s reaction to Paul Morand’s Je brûle Moscou (“I Burn Moscow”, 1925), faced backlash but gained popularity. Jasieński, expelled from France in 1929, later met a tragic end in a Soviet prison in 1938. This paper provides insights into the novel’s impact, its reception, and Jasieński’s complex life, examining the intersection of literature, politics, and personal history.
“Tutto iniziò da un avvenimento di natura strettamente personale, in apparenza del tutto insignificante. In una bella serata di novembre, all’incrocio tra rue Vivienne e boulevard Montmartre, Jeanette comunicò a Pierre di avere un urgente bisogno di scarpe da sera. Camminavano lentamente, sottobraccio, mescolati alla folla casuale che il proiettore scassato dell’Europa riproponeva ogni sera sullo schermo dei viali parigini. Pierre era accigliato e silenzioso. Ne aveva ragioni più che sufficienti.” (Jasieński 2019: 13).
Pierre lavorava in una fabbrica di automobili, ma dal momento che la crisi economica in Francia aveva paralizzato il mercato delle automobili, i padroni avevano deciso di intraprendere la strada dei licenziamenti. Pochi operai ogni giorno, di reparti diversi, così da evitare sollevazioni. Dal giorno alla notte Pierre si ritrova senza lavoro e come quasi sempre in questi casi in una spirale che lo porta in poco tempo a perdere ogni cosa: la fidanzata che aveva “un urgente bisogno di scarpe da sera”, la casa e in ultimo anche la libertà quando, dopo che ha aggredito un uomo, viene proiettato nel “Mondo delle cose pronte”. Quando poi viene rilasciato nel “Mondo delle cose ostili”, un inaspettato incontro con un vecchio amico che lavora in un laboratorio microbiologico gli permette di rimettersi in piedi: si ripulisce, ottiene un impiego al bacino idrico e spera forse di poter recuperare anche la sua Jeanette, la cui immagine, reale o frutto delle allucinazioni da fame, gli compare in ogni dove in compagnia di ricchi e grassi figuri. In lui però cresce sempre di più il desiderio di vendetta, contro quella città, quel mondo e quel sistema che in così poco gli avevano fatto perdere tutto. Così, alla vigilia del 14 luglio, decide di agire: rubate due provette dal laboratorio microbiologico, le riversa nell’acqua potabile della città, infettandone tutti gli abitanti senza distinzione. È il caos: nella città malata presa dal panico, ogni comunità nazionale e politica dichiara la propria autonomia, si chiude in sé stessa, guarda alle altre con ostilità. Persino il governo del paese si ricostituisce lontano da Parigi, che viene cinta da un cordone sanitario. A emergere come vincitori dopo che la pestilenza ha fatto il suo corso saranno gli operai e i comunardi che, trovandosi isolati nel “Mondo delle cose pronte”, non hanno mai contratto la malattia.
Palę Paryż di Bruno Jasieński, pseudonimo di Wiktor Bruno Zysman (1901–1938) nasce probabilmente in reazione alla novella di Paul Morand Je brûle Moscou(“Brucio Mosca”, 1925). Non sono chiari i motivi per cui Jasieński abbia sentito il bisogno di reagire in modo così acceso a questa novella. Che sia per un errore di traduzione del titolo in polacco, o per la comparsa poco lusinghiera nel via vai di una kommunalka di un poeta in cui aveva identificato il suo idolo Vladimir Majakovskij, tra le pagine del quotidiano comunista “L’Humanité” tra il 14 settembre e il 13 novembre del 1928 all’incendio della capitale del proletariato e del comunismo Jasieński contrappone il suo personale appello all’incendio della capitale del capitalismo e della borghesia: un romanzo in tre parti in cui si combinano post–avanguardia, catastrofismo e un acceso desiderio di rivalsa e giustizia sociale probabilmente frutto anche di personali trascorsi biografici.
Ognuna delle tre parti che compongono l’opera, per il proprio stile e l’intenzione con cui si presenta a chi legge, potrebbe costituire un’opera a sé stante dalla piena dignità artistica. La prima parte, in cui viene delineata la storia di Pierre e i trascorsi solo apparentemente “di natura strettamente personale” che lo spingono ad avvelenare la città è il racconto d’avanguardia, risultato delle ricerche artistiche che nel corso degli anni Venti avevano portato Jasieński prima a fondare e poi ad abbandonare il futurismo polacco. La narrazione abbonda di metafore ed immagini che restituiscono una città dominata dalla merce e dal denaro, in cui tutto e tutti sono in vendita e l’umanità è sacrificata e sacrificabile. Un passaggio in cui è evidente questa subordinazione dell’umano compare verso la fine della prima parte:
“«Se solo facessero del male a un essere umano: l’uomo non mi fa pena! L’uomo si può difendere. Tutta un’altra cosa sono gli oggetti. Chi fa male a un oggetto è un furfante. L’oggetto è indifeso.»
Il sentimento di responsabilità interiore per la vita di centinaia di queste fragili creature superava il peso dei suoi sentimenti umani.
Nei momenti di grandi cataclismi e rivoluzioni, uomini come René sono capaci di gesti di eroismo e dei sacrifici più grandi per salvare una macchina in pericolo e, nello stesso tempo, di guardare con indifferenza al sangue umano sparso sotto i loro occhi.
Tale consapevolezza di una responsabilità costante per la vita di quel mondo in miniatura, di cui si sentiva protettore e signore, d’altro canto colmava René di profondo orgoglio e del sentimento del proprio valore, che pure veniva minimizzato dalle persone circostanti. Nella gerarchia fittizia degli amministratori di quel mondo, René era la persona che stava più in basso.” (Jasieński 2019: 58)
La seconda parte del romanzo, costruita come un intreccio di novelle, introduce nuovi personaggi e delinea il ritratto della città balcanizzata dalla pestilenza. Il mito della Parigi cosmopolita si frantuma e rivela le radici centrifughe, individualiste, conflittuali e profondamente xenofobe della società capitalista. Comunisti cinesi, comunardi francesi, rabbini, miliardari anglo–americani, nostalgici della monarchia, nobili russi fuoriusciti a seguito della Rivoluzione d’ottobre ritagliano ognuno per sé un pezzo di città. Qualcuno tenta di ricercare una cura, qualcuno lotta contro le altre microcomunità. Questo microcosmo di pulsioni centrifughe è restituito brillantemente dal genio dell’autore, che utilizza strategie diverse nella caratterizzazione dei personaggi e delle loro back–stories. Un lungo racconto simil–romanzo di formazione presenta la crescita del rivoluzionario comunista cinese P’an, dalla sua infanzia alla sua presa di coscienza; Boris Solomin, capitano della Repubblica dei Russi bianchi, invece, ripercorre la sua vita con un flashback che ha le sembianze di una sceneggiatura cinematografica:
“Solomin sprofondò nella soffice beatitudine di un silenzio morbido come un tappeto. Da poco aveva iniziato ad approfittare dell’atmosfera benefica del comfort e ogni volta che ci si immergeva dentro, si scioglieva come una pasticca di saccarina dentro un forte tè russo dell’anteguerra.
Dall’alto della chaise–longue che sprofondava nei tappeti, sotto la luna candida della plafoniera di cristallo, quei lunghi anni di vita disagiata gli parevano un brutto film tedesco, visto in un cinema di terza categoria pieno di fumo. La storia di questo genere di film era semplice, banale e, nella sua banalità, pungente come il trinciato di scarsa qualità. Film così, proiettati a decine nei cinema di periferia, strappavano le lacrime dagli occhi delle sartine sentimentali.
Figlio di un Ufficiale di Stato Maggiore. Dalla madre, una tenuta presso Mosca. L’infanzia (di solito lo si racconta nel prologo): giocattoli costosi, governanti e precettori. La fanciullezza: il ginnasio, libri e francobolli. D’estate in campagna a caccia di anatre. I primi piaceri amorosi, perlopiù ragazze allevate sotto la direzione di un esperto economo. E tutto il resto come si deve.
L’università. ‘Mosca di notte’. Il recupero delle lacune nell’educazione erotica. E all’improvviso, nel momento, si può dire, più piccante: la mobilitazione.” (Jasieński 2019: 180)
La terza parte coincide con l’epilogo. Quando sembra che ormai nessuna persona sia rimasta viva nei territori delle dieci “repubbliche” e la distruzione della città sembra giunta al finale, una comune proletaria organizzata dai prigionieri salvatisi dal contagio prende il controllo della città e stabilisce un sistema funzionante e autosufficiente. Nel momento in cui l’esperimento viene scoperto, la borghesia occidentale prova inevitabilmente a distruggerlo, ma i rivoluzionari riescono a portare dalla loro parte anche i lavoratori degli altri paesi.
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz. Cfr. Apparato iconografico
Come prevedibile, una grande parte di pubblico francese dell’epoca, soprattutto la frangia della destra nazionalista più radicale, non apprezza che uno straniero offenda in quel modo la sacralità dell’amata capitale e della nazione. Si crea dunque intorno all’autore e al suo libro un grande scandalo che porta molte persone a manifestare sotto la redazione del giornale e alla sottoscrizione di petizioni che chiedono che venga tolto il visto “a quel polacco (oppure, ancora meglio, a quell’ebreo) sfacciato”. Queste dimostrazioni, tuttavia, non fanno che accrescere a dismisura la popolarità del libro e del suo autore. Un editore acquista i diritti dell’opera e la fa pubblicare integralmente e tradurre in varie lingue, tra cui il russo. In Polonia Palę Paryż arriva appena nel 1931, in un’edizione profondamente censurata. Nel 1929 Jasieński viene comunque espulso dalla Francia e dopo diverse peregrinazioni arriva finalmente in Unione Sovietica, con una folla in festa che lo accoglie a Leningrado. Qui vive un’iniziale fase di successi anche politici, soprattutto all’ombra del commissario dell’NKVD Genrich Grigor’evič Jagoda, che ammira, ma quando quest’ultimo viene epurato durante la fase più accesa delle grandi purghe staliniane gli viene a mancare il sostegno politico. Per un brutale scherzo del destino, Bruno Jasieński, che aveva dedicato la vita e la produzione letteraria alla causa comunista, proprio per mano di quel regime che ne rappresenta la realizzazione pratica troverà la morte nel carcere della Butyrka a Mosca il 17 settembre del 1938. Verrà riabilitato in Unione Sovietica nel 1955, mentre la Francia riconoscerà il valore delle sue opere soltanto nel 2003. Palę Paryż è disponibile in lingua italiana nella traduzione di Alessandro Ajres pubblicata da Miraggi edizioni nel 2019.
Bibliografia:
Ariko Kato, “In Search of a Universal Language: Bruno Jasieński’s Concept of New Language in His Polish Futurist Manifests and Novel I Burn Paris”, in Russian and East European Studies, No. 47, 2018, pp. 35 – 53.
Bruno Jasieński, Brucio Parigi, Torino, Miraggi edizioni, 2019. Traduzione di Alessandro Ajres.
Francesca Fornari, “La letteratura tra le due guerre”, Luigi Marinelli et. al. (eds.)., Storia della letteratura polacca, Torino, Einaudi, 2004, pp. 361– 408.
Giovanna Tomassucci, “Anatol Stern e Bruno Jasieński.”, in Pl.it, No. 7, 2016, pp. 141 – 154.
Iwona Boruszkowska, “Paradoksy awangardowego zaangażowania. Ideologia (artystycznej) zmiany w powieści PalęParyż Brunona Jasieńskiego”, in Zagadnienia rodzajów literackich, No. 62, 2019, pp. 49 – 65.
Marzenna Cyzman, “A Communist Propaganda Leaflet or Something Else? On Bruno Jasienski’s Pale Paryż”, in Pamiętnik literacki, No. 110, 2019, pp. 15 – 32.
Michał Nikodem, “Jasieński na lewo: Myśl marksistowska w twórczości Brunona Jasieńskiego” in Nowa krytyka, No. 34, 2015, pp. 227 – 246.
Nina Kolesnikoff, “Polish Futurism: Its Origin and the Aesthetic Program”, in Canadian Slavonic papers, Vol. 3, No. 18, 1976, pp. 301 – 311.
Nina Kolesnikoff, “I Burn Paris – A Utopian Novel”, in Idem, Bruno Jasieński. His Evolution from Futurism to Socialist Realism, Waterloo, Wilfried Laurier University Press, 1982, pp.74 – 85.
Salvatore Greco, “Brucio Parigi – manifesto rivoluzionario di un futurista polacco”, in Polincult, 02/01/2020. https://polonicult.com/brucio-parigi-futurismo/ (ultima consultazione: 11/01/2024)
Pasha Malla, “I Burn Paris and the Temptation of Newly Topical Fiction”, in The New Yorker. https://www.newyorker.com/books/second-read/i-burn-paris-and-the-temptation-of-newly-topical-fiction (ultima consultazione 11/01/2024)
Giorgio Olmoti e Alessandro Ajres – “Brucio Parigi” di Bruno Jasienski. www.youtube.com/watch?v=t4am1BTJ9W4 (ultima consultazione 11/1/2024)
Apparato iconografico:
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz, in arte Witkacy (1885–1939). Witkacy e Jasieński, oltre a condividere il ruolo di maestri delle avanguardie polacche tra le due guerre, hanno avuto anche in comune una data, il 17 settembre, e un paese, l’Unione Sovietica. Jasieński morì per un’ironia del destino a causa delle purghe del regime staliniano il 17 settembre del 1938; un anno più tardi, a seguito dell’invasione sovietica della Polonia avvenuta proprio il 17 settembre del 1939, forse perché in qualche modo aveva visto realizzarsi lo scenario che aveva costruito nel suo romanzo “Insaziabilità”, Witkacy decise di togliersi la vita.
“Preparatevi, il tempo sta per scadere. Il silenzio e la lentezza dureranno ancora per poco”. L’eclissi del periodo estivo coincide con l’esordio dell’orrore, mentre “il cielo si dissolve nelle prime scintille e nell’odore della polvere da sparo”. In tarda estate è il potente esordio romanzesco di Magdalena Blažević, critica letteraria che già nel panorama narrativo si era imposta con alcuni racconti di rilievo. Le sue pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche. La memoria tiene insieme la fragile trama narrativa. I ricordi balenano intensi, come dettagli illuminati per un istante dal sole attraverso le foglie e poi di nuovo celati. Giochi di fanciulli dalla durata effimera, bambole rinchiuse in una scatola per non vedere più la luce.
La quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue e del fango impregna l’aria mentre le galline vengono macellate. Suini nati morti vengono gettati in una fossa, mentre sciami di corvi e di mosconi infestano l’aria. Il fratello di Ivana, la protagonista, porta a spalla un fucile ad aria compressa che anticipa quelli reali e ben più perigliosi che a breve sconvolgeranno quelle terre. Gazze mettono in scena “uno spettacolo nero”, mentre “l’aria rimbomba e il bosco si oscura”. Come nelle fiabe, la foresta è buia e minacciosa, albergo di inconsci timori. La paura percorre gli animi come un vento furioso. Nella casa giace abbandonata una fisarmonica, che nessuno è in grado di suonare. Paesaggi impregnati di gelo e di morte, nei quali il più lieve rumore echeggia furente. Le finestre delle case in rovina appaiono come orribili occhi cavati.
Blažević, come Virginia Woolf in time passes, riesce a rendere il trascorrere del tempo, le piazze un tempo vive e ora deserte, i tetti piagati dalla pioggia e dalla neve, sotto i quali non vi è più riparo, le stanze vuote percorse da topi e da insetti, le mura aggredite da muschi e umidità. Il libro è dedicato agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. Un episodio poco noto dalle nostre parti, come altri che vengono posti all’attenzione solo ora, a così grande distanza di tempo, a dimostrazione di come ogni conflitto porti con sé strascichi infiniti e devastazioni morali enormi. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”. Gli odori e i sapori di un tempo si estinguono, inevitabilmente. Fotografie sbiadite simboleggiano la necessità di ricordare, prima che l’oblio renda tutto illeggibile. “Come fa il mondo a essere ancora lo stesso?”, si domanda l’autrice. Dopo tanto orrore il normale corso dell’esistenza appare sfigurato, per sempre. Le scarpe da ginnastica di Ivana restano appoggiate al muro; nessuno le indosserà più. Un telefono squilla invano nel vuoto popolato solo dalla morte.
Da un saggio che analizza la nuova creator economy al memoir dell’artista statunitense David Wojnarowicz, tra fotografia e AIDS, passando per riflessioni sull’accostamento della fisica quantistica alle filosofie orientali, su come indagare la vita sottomarina ci aiuti a capire cosa significhi “vivere” e sull’Italia oltre l’immagine dell’overtourism, ecco cosa abbiamo letto a settembre 2025.
Sul filo della Lama di David Wojnarowicz (Miraggi edizioni)
“Vivere ai margini dei margini”. È così che David Wojnarowicz, artista, scrittore, fotografo e attivista statunitense morto nel 1992 a 37 anni, avrebbe descritto la sua vita. Ed è proprio in quei margini che si muove Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, il suo memoir finalmente tradotto anche in Italia. Un testo che non è un libro ordinario, né per forma né per contenuto: è una testimonianza carnale, rabbiosa, spesso lirica, della vita ai margini, della solitudine, dell’identità queer vissuta in un contesto ostile, della crisi dell’AIDS negli anni Ottanta e dell’arte come strumento di sopravvivenza e resistenza. Wojnarowicz scrive alternando frammenti autobiografici, riflessioni politiche, visioni oniriche, sogni e incubi urbani in una struttura spezzata, non lineare, che rifiuta le forme canoniche del memoir. La disintegrazione del titolo è non solo fisica – legata alla malattia, alla perdita, all’emarginazione – ma anche narrativa: ogni tentativo di comporre una linearità viene distrutto dall’urgenza di dire, di denunciare, di ricordare. Anche la sua arte è così. Lavora con ogni mezzo: pittura, fotografia, collage, video, scrittura. Il suo immaginario è fatto di simboli ricorrenti – il volto di Rimbaud usato come maschera, uomini con la testa di toro, cartine geografiche, animali, simboli religiosi, corpi spezzati, immagini pornografiche – sempre intrecciati con riflessioni feroci su sessualità, identità, religione, capitalismo, morte.
Wojnarowicz racconta l’infanzia segnata da abusi in famiglia, la vita da sex worker adolescente, le prime esperienze sessuali vissute in un’America che criminalizza il desiderio omosessuale, le morti degli amici, la presenza costante dell’AIDS come spettro e come condanna. Non cerca né pietà né espiazione: scrivere per lui è un atto di militanza e insieme di disperata affermazione di sé. Eppure dentro questa ferita che è esistere pulsa una forma di amore profondo, per la vita, per la bellezza, per chi non ha voce. Dopo aver scoperto di essere sieropositivo, trasforma il corpo malato in uno strumento di denuncia. Attacca frontalmente l’omofobia istituzionalizzata, il silenzio del governo Reagan, la complicità della Chiesa e delle case farmaceutiche. Usa l’arte come forma di lotta, con performance e opere che gridano indignazione, pietà, furia. Il suo diario personale, infatti, si fa eco di urgenze ed esigenze collettive, in cui l’arte, soprattutto, non è solo denuncia ma anche cura, alleanza, gesto di connessione, tentativo disperato ma tenace di spezzare l’isolamento del singolo. “Trasformare il privato in qualcosa di pubblico è un’azione che ha ripercussioni enormi nel mondo preconfezionato”, diceva. E aveva ragione, lo è ancora oggi.
Usiamo cookie per garantirti un servizio migliore.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.