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Ho scoperto di essere morto – recensione di Anna Cavestri

Ho scoperto di essere morto – recensione di Anna Cavestri

Dopo una lite il protagonista del romanzo riceve una telefonata:”Chiamo dal quinto Distretto di Polizia….” “E?” “E c’è che abbiamo un verbale del 2008 a suo nome…Lei sa di cosa si tratta? “Non ne ho idea “ “ Il verbale che ho qui notifica il suo decesso…qui c’è scritto che lei è morto “ Così viene comunicata la notizia della propria scomparsa. Di più: questa sua dipartita è cosa ormai datata e possiede tutta la veridicità dell’atto certificato. Il fatto, anomalo in sé, richiede una spiegazione che sia plausibile e convincente: anche perché chi scompare, oltre a essere il protagonista del romanzo, porta anche il nome del suo autore: Joao Paulo Cuenca. Per risolvere questo mistero il protagonista si muove attraverso Rio de Janeiro, tra le macerie di quella che la città fu, nuove costruzioni in vista delle Olimpiadi, salotti e feste di giornalisti, scrittori, teatranti, attrici di soap opera, favelas guardiane di ogni orizzonte, arroccate sulle colline, alla ricerca della donna che ha denunciato la sua morte.Procedendo nella narrazione ci si accorge che il mistero diventa sempre più fitto, ci si perde di frequente, insieme all’io narrante, che oltre a quella della sua morte ha pure l’angoscia di non riuscire a finire il suo romanzo, il blocco della pagina bianca. Personaggio fittizio e reale, il J.P. Cuenca accompagna il lettore attraverso i cantieri aperti della metropoli carioca, è un essere vivo, diretto e feroce. Anche verso la storia del proprio Paese dal quale spesso vola via “Questo posto è un cazzo di Poltergeist. Ogni volta che c’è un cantiere qui nel Centro, e ne avete aperti un sacco a causa delle Olimpiadi, si trovano spessissimo cadaveri e ossa spezzate, come nel Cimitero dei Nuovi Neri nella zona del porto.” Questa dichiarata morte, non porta di fatto all’esito più scontato, ossia la scelta di scrivere un thriller o un noir, nonostante l’ambientazione sia nelle atmosfere dense di una Rio de Janeiro in fermento , vivissima di voci e corpi giovani in perenne movimento – che ben si presterebbe alle vicende poliziesche e ne occupa invece giusto le prime pagine. La comunicazione della sua scomparsa gli impone di intraprendere un viaggio in cerca di chiarezza: è solo attraverso la sua” morte” che potrà (ri)costruire la propria identità come uomo e come scrittore. Inizia quindi un suo pellegrinaggio che lo porterà attraverso corridoi di archivi metallici” polverosi antri di enti assortiti di ripetuto squallore, “Tutti quegli archivi, che circondavano tavoli e sedie lasciando poche pareti a vista, contenevano racconti il cui ingrediente comune erano i dissapori tra gli esseri umani della mia città”. Tanto più cha la ricerca del sé dipartito deve tener presente la vita che va avanti, con gli impegni del presente. All’epoca di questa morte presunta lui era in Italia a presentare la traduzione italiana del suo libro “Un giorno Mastroianni”. È un rompicapo che lo perseguita e dal quale tenta di fuggire smodatamente. È c’è pure un romanzo che deve finire. Una scrittura avvincente e molto interessante quella di Cuenca, una storia intrigante che fa tenere l’attenzione fino alla fine.

Immediatamente – recensione di Francesco Subiaco

Immediatamente – recensione di Francesco Subiaco

Irriverente, corrosivo, tra anarchia e aristocrazia. Libero dalle etichette del suo tempo, irregolare, acido e corrosivo. È Domenique De Roux, uno dei più atipici ed iperattivi intellettuali del dopoguerra francese.
Animatore di atmosfere culturali, polemista irrevocabile, voce critica del suo tempo. tagliente e cinico come Kraus, iperattivo e “sott’odio” come Longanesi, di cui è stato l’equivalente nella cultura francese, per l’attività editoriale ed il genio aforistico. Che con il suo Immediatamente (MIRAGGI), ha saputo scioccare la critica ufficiale ed egemone. Raccolta di aforismi, subconscio in frammenti, diario degli orrori, immediatamente è stato tutto questo. Dall’acuto registro degli incontri e delle apparizioni del meglio della cultura del secondo novecento, a valvola di sfogo di una ferocia acuta e profondissima. In cui sono tratteggiati gli incontri con gli amici e i miti di De roux, da Pound a Gombrowicz, da Artaud a Celine. Un libro maledetto che condannò il suo autore all’esilio volontario e necessario in Portogallo, attirandosi gli odi del governo, di Pompidou, dei maggiori intellettuali ed accademici francesi, Barthes sopra a tutti, diventando un autoritratto contro della cultura francese del dopoguerra. Ricco di giudizi taglienti sul languore della religione(“tra poco il cattolicesimo come il protestantesimo servirà solo a seppellire i morti”), sugli intellettuali (che “non hanno mai smesso di attraversare le gerarchie), sul sessantotto, che come nella Cina di Mao confonde la guerra civile con la rivoluzione culturale. Controcorrente, con uno spirito corrosivo e metafisico, quindi “per natura reazionario”, che nonostante l’adesione al gollismo restò sempre un vinto nello spirito e nell’indole. Alternativo ai suoi contemporanei in quanto “la crisi dell’intelligenza deriva dal fatto di definirsi con le parole quando ci si può definire solo con le azioni”. Grande agitatore culturale, diffuse e approfondì l’opera di Pound, nella cui Venezia tutto portava il suo sguardo, i capolavori di
Gombrowicz, gli enigmi e i labirinti di Borges. Scrivendo uno dei più bei saggi su Celine alla vigilia della sua morte, difendendo una idea di cultura e letteratura lontana dall’engagement ufficiale. In continuità con una visione antimoderna, perché “essere moderni vuol dire cedere alle circostanze”, che guardando all’euforia del progresso per lo sbarco sulla luna, pensa che tutto sommato la chiesa più reazionaria non avesse tutti i torti sulle illusioni degli uomini. Notando che l’America, che “sta alla biosfera come il cancro al corpo umano”, è il simbolo non della crisi della civiltà, ma “della crisi della barbarie, che prima mettevano a ferro e fuoco Roma o Bisanzio ed ora sono i malnutriti del mondo moderno”. Che per il suo pensiero irriverente fu accusato di fascismo ingiustamente e decise provocatoriamente di presentarsi come “Domenique de Roux, già impiccato a Norimberga”. Il quale di fronte al lutto per la morte di Celan ha convenuto rispetto all’ipocrisia generale, che Celan si è suicidato nella Senna perché ignorava da sciocco che fosse una “fogna e non un fiume”, ma proprio per questo è tanto autore e poeta, poiché “solo i poeti possono ancora credere che nel mondo ci siano ancora fiumi”. Con uno sguardo magnetico sulle cose e sulla storia, per cui la “rivoluzione francese è stata lo Shakespeare della Storia, ma scritto da Dio”. Un autore irriverente ed unico, stroncato a poco più di quaranta anni da un malattia cardiaca, che ha pagato per quello che ha pensato ed ha pensato per quello che doveva scontare. Che coltivava il piacere “aristocratico di non piacere a tutti” inginocchiandosi solo a se stesso come ci si inginocchia ai santi. Esiliato in Portogallo dove fu l’unico testimone francese della rivoluzione dei garofani, che sognava una cultura alternativa e ribelle, mostrando il fascino crudele della schiettezza e l’acume delicato della profondità. Che molto spesso ha preso congedo, ma non va congedato da un pantheon che molte volte perdona la cattiva scrittura in nome della cattiva politica e che ora non dovrebbe indugiare nel riconoscere immediatamente il genio di un autore samizdat, proibito, imperdonabile.

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I perdenti – recensione di Alessandro Eric Russo su Mangialibri

I perdenti – recensione di Alessandro Eric Russo su Mangialibri

Louis Berenstein è contento che la stanza che ha preso in affitto nel Lower East Side sia buia: almeno questo è quello che ha detto al suo padrone di casa, Zed Palver, quando si sono visti per la consegna delle chiavi. A Zed ha detto anche che sta vagando in cerca una sistemazione fissa per via della crisi del Ventinove, ma a Zed non importa molto, a lui importa solo di piazzare le sue proprietà. Una volta rimasto solo, Louis è libero di guardare la sua stanza in tutta la sua umidità, come di un seminterrato all’ottavo piano, piena di mosche, con l’unico lascito del precedente inquilino che consiste in una scatola di biscotti, quegli stantii Girl Scout Cookies che qualche mese prima erano stati rifilati pure a lui a Philadelphia. Eppure non gli basta quella prima occhiata per far caso all’enorme neon a forma di fenicottero che dal palazzo di fronte manda una luce rosa. Louis dorme, beve, si dimentica di mangiare e conosce Theodore, la trapezista col nome da uomo che sta nell’appartamento a fianco al suo, insieme bevono e si addormentano. Poi c’è Bertha, che aspetta l’ascensore sul pianerottolo per andare a fare la cameriera all’ultimo piano del palazzo di fronte, quello col fenicottero rosa, anche detto Il Paradiso. Louis ci andrà a trovare Bertha a lavoro, ma certo non sarà facile salire all’ultimo piano perché pure lì non mancano le anime in pena che interrompono la salita, e non ne mancano neppure di labirinti e guardiani balordi sulle porte e sugli ascensori, messi lì per ostacolare l’ascesa di Louis, non un uomo probo, forse nemmeno un peccatore, ma certamente un disperso…

“Uno dei più grandi scrittori sconosciuti d’America”, così Hedda Hopper definì Aaron Klopstein in un articolo che Miraggi Edizioni propone come prefazione all’edizione italiana de I perdenti. Sempre leggendo quello che la Hopper scrisse di Klopstein si viene a sapere che fu amico di Hemingway e Fitzgerald, e che con loro passava le nottate nel Lower East Side, a volte raccontando a voce le sue storie, come un bardo che avesse ricevuto il dono della poesia. Poi ci fu il litigio con Hemingway e il rifiuto in blocco degli editori, i tentativi di diventare attore e i racconti sotto pseudonimo scritti per le riviste pulp, che per molto tempo furono l’unica fonte di reddito di Klopstein. E in effetti a leggere questo romanzo, specialmente nelle prime pagine, con le metafore che immettono qualcosa di disgustoso e squallido nella realtà, si ha la sensazione di leggere un romanzo hard-boiled in cui però manca il detective, la vittima, il ricattatore. Nei dialoghi sempre tesissimi c’è un conflitto onnipresente, che non è solo quello tra i personaggi, ma anche quello interiore in cui emerge la sofferenza esistenziale del disperso. Viene quasi da chiedersi come sarebbe la letteratura americana di oggi se al fianco di nomi influenti come quelli di Hemingway e Faulkner, si potesse aggiungere quello di Klopstein, che non poté mai godere della fama che meritava nonostante l’incredibile forza narrativa. Infatti, leggere I perdenti è come fare più esperienze in una: c’è il piacere di abbandonarsi al racconto perfetto; la voglia di scendere in profondità nel testo che solo i grandi classici sanno suscitare; e poi c’è quella sensazione di stare leggendo qualcosa di unico, un romanzo che mentre propone una storia indica anche un nuovo modo di fare letteratura.

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I perdenti – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

I perdenti – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

Nella vita spesso le cose non succedono a caso.
Louis, il protagonista del romanzo, per dare una svolta alla sua vita sofferente si trasferisce a New York nel quartiere di Lower East Side.
Prende in affitto un appuntamento in un condominio, di proprietà del “ boss “ del quartiere, tipo losco.
Louis è un’anima solitaria e in pena, affonda nell’alcol la sua fatica di vivere, motivo per cui è stato lasciato dal suo grande amore.
Man mano che conosce alcuni condomini: la trapezista, che si presenta alla sua porta per conoscerlo, la donna ferma all’ascensore, il pittore. Tutte persone con le quali con grande fatica proverà a fare conoscenza, perché tutti hanno voglia di parlare. Si rende conto che quello è un condominio di anime solitarie, come lui, per i motivi più diversi.

Il palazzo di fronte al suo, chiamato Paradiso, dello stesso proprietario del condominio, è una sorta di centro di divertimento le cui luci riflettono nella sua stanza.
Lì c’è sempre caos ed è pieno di gente, ci lavora come cameriera la signora dell’ascensore.
Louis pur volendo evitarlo ci finisce, si perde in quel labirinto di piani ed anche in questo posto dove tutto brilla, riesce ad incontrare altre anime solitarie e perse, che lavorano alla mercé del boss.

Li attrae tutti Louis pur non volendolo.
E sono incontri di bevute, grandi bevute, durante le quali racconta le storie più incredibili, di cui non ricorderà più nulla.
Sì intratterrà con le due coinquiline per poi pentirsene subito e scappare, non vuole legami, si farà coinvolgere dalle storie dei solitari che incontra ma mai fino in fondo.
Sembra che ognuno che incontri sia lo specchio di se stesso, quello da cui fugge.
Sono i fumi dell’alcol a portarlo via e a farsi cacciare via.

E quando è sobrio fatica a capire se quello che è successo è realtà o sono gli scherzi della mente.
Fino a fargli dire “questo palazzo e quello di fronte, sono un’impalcatura, una finzione, qualcosa di costruito da un romanziere in crisi di identità.”
È con i suoi fantasmi che Louis deve fare i conti , farci pace.

Aaron Klopstein, nato all’inizio del 1900, l’autore del romanzo, potrebbe essere Louis.
È stato uno scrittore di grande talento, pur non avendo mai raggiunto la fama.
Amico di R Chandler, Hemingway, John Houston , Hedda Hopper.
Ed è grazie al ritrovamento del profilo di Klopstein, dell’amica H. Hopper che si hanno notizie più dettagliate dello scrittore.
L’introduzione del libro è proprio quello che ha scritto l’amica che gli rende trasparenza e giustizia, quella che non ha avuto durante la sua vita.

È interessante leggere di questo scrittore che prima di scrivere recitava i suoi romanzi, tanto che litigò con Hemingway perché scrisse un racconto che aveva sentito recitato da lui e fatto suo.
E come Louis, protagonista del I perdenti, Aaron era un grande bevitore, spesso in profanda prostrazione.
Geniale, molto, ma tormentato. Tanto da non riuscire mai a raggiungere la notorietà che gli spettava. Scriveva racconti per mantenersi usando pseudonimi.
I suoi romanzi furono scoperti dal suo amico e grande ammiratore R.Chandler, usciti in poche copie.
Fu completamente dimenticato nel dopoguerra ed i suoi libri diventati cimeli per collezionisti.
Una bella scoperta questo libro pubblicato da Miraggi, è un romanzo molto profondo, molto interessante, dove davvero la fantasia del raccontare scrivendo è di una ricchezza particolare.

È una bella lettura, scorrevole, tra personaggi in cui è facile entrare in empatia, i perdenti, ma i più profondi.

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La pianura degli scherzi – recensione di Cristiana Saporito su Flanerí

La pianura degli scherzi – recensione di Cristiana Saporito su Flanerí

Di lui si è detto molto. E letto molto poco. Quel poco che ha scagliato come bordi di lametta lungo vent’anni di letteratura. Contenuti a stento nell’astuccio dei suoi quarantacinque. Osvaldo Lamborghini, scrittore argentino morto appena adulto nel 1985, ha generato brevi libri di brevi pagine. Che sono stati sufficienti per imbalsamare una leggenda pronta non solo a sopravvivergli, ma a guardarci ancora oggi con occhi saettanti, con quel lampo che sfugge alla caccia e che resta bestiale. La casa editrice Miraggi Edizioni, in un’epica avventura chiamata traduzione, ci ha di recente restituito una raccolta dei suoi testi migliori intitolata La Pianura degli scherzi (2019).

E la nota dei traduttori Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto ha da subito puntualizzato il rischio. Quello di affastellare dizionari, note biografiche, aneddoti e spunti come pietre insofferenti all’incastro. E restare tramortiti da cocci che s’ignorano. È possibile documentarsi, apprendere ciò che asseriva di lui César Aira, che lo ha conosciuto senza mai riuscire a circumnavigarlo, accettando il fatto che esistessero coste aliene e intemerate sepolte sotto le lenzuola dove Osvaldo mangiava, scriveva e stemperava le sue notti.

Sappiamo che si autodefiniva una “donna con il pene”, che verniciava di rossetto la sua etero-bocca con cui ingollava psicofarmaci e alcol per fornire al suo stomaco una trama di altri appetiti. E comunque non basta a tracciarne un contorno. Non rimane che affogarci nell’acquario dei suoi scritti. Sfiorare l’ipossia a poi tornare a prendere aria. E comunque non afferrarlo mai. Ricominciare all’infinito e stordirsi di magia.

Sì, perché Lamborghini è un autore molto poco “incantevole”, ma capace di sortilegi. Le sue frasi sono emissioni proteiformi, immediate e virulente, come reazioni organiche.

Un altro elemento raccontato di lui era che non correggesse mai quello che componeva, che la forma primigenia fosse soltanto la migliore possibile, la sola pensata e rovesciata sulla carta. Tradurlo ha significato avere a che fare con detonazioni continue. Materia piroclastica e non maneggiabile. E leggerlo vuol dire altrettanta fatica. Vuol dire scontrarsi con le schegge della sua lingua classica e infernale, in grado di attingere ad ogni tipo di registro per poi sbrecciarlo e vederlo tremare. Lamborghini erode le forme espressive, le intacca, le consuma, le lascia esplodere e si diverte a giocare con i suoi residui. Imbratta ogni stanza del dire con la mattanza della sua creazione.

Alcune parole vengono invertite, rivoltate, altre coniate, altre segate a metà per rendere autonome entrambe le parti. Per tranciare la coda alla lucertola e sapere che si muoverà ancora. Per questo non è affatto semplice offrire una sinossi dei suoi testi. A bordo dei quali ci si lascia fluttuare, perché non c’è quasi nulla che sia addomesticabile, che rientri nell’involucro di un riassunto lineare.

Si inizia con La causa giusta, forse quello con l’impianto narrativo più evidente da poter agganciare. La storia tragicomica, cruenta a paradossale di un povero impiegato condannato dalle sue enormi natiche a subire umiliazioni di ogni tipo. Ma è anche la storia assurda e disturbante di una partita di calcio tra colleghi d’azienda che si converte in disastro e omicidio, tutto a causa di uno scambio dialettico preso alla lettera.

Due dei giocatori si provocano in termini espliciti, promettendosi “scherzosamente” prestazioni sessuali omoerotiche e un terzo di loro, il giapponese Tokuro, non può comprendere che si pronunci un impegno e poi non lo si assolva, perché l’onore di un uomo passa attraverso la lealtà del suo fiato. Bisogna tenere fede a quanto affermato, una volta per tutte, altrimenti Tokuro, campione conclamato di karate, sarà costretto a ucciderli. E così si scatena il grottesco, lo sconcio, l’orrido e il meschino. Ma sotto un mantello di liquame e detriti, oltre il cencio oleoso di un paesaggio molesto, si nasconde un barlume superstite, un fondo d’amore irrisolto che resta protetto fino al sacrificio. Per non permettere che sia sacrificato.

Si prosegue poi con Il fiordonarrazione indigeribile di un’orgia ostetrica. Una partoriente viene violentata dal Signore Padrone Rodriguez mentre gli altri partecipanti sprofondano nei corpi altrui con veemenza da guerriglieri. In questo caso, come anche in altri per Lamborghini, il sesso, ingrediente possente, mostruoso, indagato ed esposto ben oltre il turpe, viene impiegato come allegoria del potere. Ogni attante di questo baccanale (e su questo lemma Lamborghini si sarebbe divertito a inframettere un trattino) rappresenta un protagonista della compagine politica di quei suoi ultimi anni. Da cui è infattibile prescindere. Di cui le immagini s’impregnano come spugne a digiuno.

I riferimenti a Perón (di cui l’autore si professava sostenitore convinto), al sindacalista assassinato Vandor, alla base di militanza delusa che non riesce a godere dalla carne orbitante, diventano la filigrana con cui approcciarsi alla scena e assaggiare il potenziale della sua rivoluzione. La sua strattonata paradossale Argentina, la sua capitale con l’«aria buona» sono sempre lì, a scalciare sugli angoli. Come si evince in ogni passo di questa raccolta. Rimanendo costantemente sul filo tra il fastidio e lo sgomento. Tra l’oltraggio e la delizia.

Il bambino proletario è un’altra perla tagliente di questa collana. Vicenda devastante di un devastato. Un perenne sconfitto dalla sua povertà. Cavia eccellente per i fervori borghesi. Bersaglio da spogliare all’altare, eletto dal mondo alla sottomissione. Tre ragazzi si avventano su di lui, lo stuprano e lo massacrano frementi dell’estasi di chi sa che avrà sempre ragione, che è così che accade il destino.

Si schiude (perché non si apre mai) lo scrigno di Sebregondi retrocedePersonaggio inquietante e luciferino, brutalmente slegato da una logica sequenza dei fatti. Marchese cocainomane e affamato di uomini («pazienza, culo e terrore non mi sono mai mancati, dice»), con un membro «falangineo» e una mano ortopedica, è protagonista di un poema in prosa, altro intrepido atto di traduzione. Fu l’editore di Lamborghini a bandire la sua originaria forma poetica, a imbracarlo in una scatola che la sua lingua anguiforme rifugge e offende. Per quasi tutta la sua produzione si può dire che fiutarlo e assorbirlo come poeta permette non solo di aggirare l’illeggibile, ma di inalarlo come un vapore e assuefarsi alla sua suggestione.

«Questo cane che beve acqua dal mio bicchiere ha sulla faccia uno stupore che assomiglia alla mia faccia. Forse è un lampo del cane della mia faccia, un altro stupore del mio specchio in cui appare l’acqua (bevuta) e il cane cancellato per miracolo». Oppure «Io ero una donna giovane anche se con le tette un po’ mature. I miei capelli neri s’impigliavano nei miei capezzoli. La mia bocca maschile li succhiava. Si nutriva con tepore e lentezza. Anche se con un certo, un certo tocco di disperazione: il balenio rosso delle gengive e certe, certe finte come per conficcare i denti nelle terminazioni, capezzoli dei seni. Io, donna giovane, mi allattavo traboccando di tenerezza: non tanto riferita a me stessa, quanto al sogno che stavo sognando dall’età in cui il sogno mi aveva invaso».

Basterà questa manciata di righe per addentare una delle sue briciole? Basterà la polveriera di autori che lo hanno designato maestro o da cui lui stesso è stato influenzato, come per esempio Rodolfo Fogwill, Adolfo Bioy Casares o Horacio Quiroga?

È già certo, non sarà mai abbastanza. Ma pulseranno ancora queste gemme estreme, insopportabili e sfiancanti. Questo «romanzo che comincia qui o non comincia» mai, questa «musichetta» che scuote le ossa alla sua brevità. Questo lucido sventrare il senso delle cose. Che ci allena all’eccesso e alla sua strage. Per lasciarci sfiniti, sedotti e abusati, con il marchio sprezzante di una folgorazione.

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La pianura degli scherzi – recensione di David Frati su Mangialibri

La pianura degli scherzi – recensione di David Frati su Mangialibri

L’uomo ha un lavoro normale, una vita ordinaria e tranquilla. Vive a Buenos Aires, ha una famiglia che mantiene dignitosamente. Ma la sua normalità non riesce a cancellare la vergogna che prova da sempre per la forma delle sue natiche eccessivamente polpose, quasi femminili. Superando a fatica tale vergogna, l’uomo partecipa ogni tanto alle partite di calcio tra Scapoli e Ammogliati organizzate dai suoi colleghi di lavoro. Gioca come portiere, gioca “per pura consuetudine, per stringere legami, per aumentare il livello d comunicazione”, come suggerisce di fare il vicedirettore delle Relazioni Pubbliche Interne. Anche questa volta (come tutte le sante volte) terminata la partita iniziano le freddure e gli scherzi di cattivo gusto nello spogliatoio. Heredia, volendo fare il simpatico, dice al collega Mancini: “Ti voglio così tanto bene che, te lo giuro su mia madre, ti succhierei il cazzo se fossi frocio” e Mancini, per non essere da meno, risponde al collega Heredia: “E tu sai che io sarei a tua disposizione: la prima cosa che farei la mattina sarebbe ficcartelo in bocca”. Allo scambio di complimenti segue una discussione da ubriachi sulla omosessualità di uno o dell’altro che degenera presto in una specie di rissa che il nostro mite chiappone di cui sopra cerca di sedare, suscitando l’ira funesta di un ingegnere elettronico giapponese presente nello spogliatoio. Costui inizia a demolire tutte le panche di legno a colpi di karate perché “Chi viene meno alla parola viene meno all’onore” e pretende che Heredia adesso succhi l’uccello di Mancini come promesso, o in nome dell’Imperatore lui lo ucciderà. Tutti cercano di farlo ragionare ma finiscono per farlo infuriare ancora di più, soprattutto lui, il culone, reo secondo il fanatico giapponese di eccitare gli animi dei suoi colleghi con le sue forme femminili. Il Direttore Generale Mariano Soria, convocato per dirimere la questione, se la prende anche lui con l’incolpevole portiere e decreta che sia lui a sostituire Heredia nella fellatio, tanto con quel culo che si ritrova deve per forza essere gay. Ma il giapponese non è d’accordo…

Un incubo fantozziano che si dipana tra i vapori di uno spogliatoio maschile (La causa giusta, 1983), un’orgia splatter di sesso e sangue che infuria negli ambienti del sindacalismo rivoluzionario argentino (Il fiordo, 1967), una galleria onirica di personaggi incredibili nell’ambiente omosessuale di Buenos Aires (Sebregondi retrocede, 1973) e una ballata appassionata e visionaria che celebra alcune donne le cui esistenze in qualche modo si intrecciano alla storia argentina (Le figlie di Hegel, 1982). Quattro racconti (due editi e due postumi) per celebrare il talento anticonformista di Osvaldo Lamborghini, poeta e scrittore porteño di grande importanza a dir poco trascurato in Italia, dove finora era apparsa solo una raccolta di poesie curata da Massimo Rizzante, Il ritorno di Hartz (Scheiwiller, 2012). Proprio Rizzante nella sua prefazione a quella silloge raccontava: “Lamborghini era ontologicamente incapace di assicurarsi le più elementari condizioni di sopravvivenza. Per questo non riuscì mai a trovare un impiego per più di qualche mese – nel sindacato, in una redazione di giornale, in un’agenzia pubblicitaria. Per questo tutta la sua vita fu un errare di casa in casa – genitori, sorella, amanti, amici – e di hotel in hotel, tra Buenos Aires, Mar de Plata, Pringles e, infine, Barcellona. E odiava star solo. In ragione forse del suo antico e disperso lignaggio, non si capacitava del perché qualcuno non dovesse prendersi cura della sua persona, visto che egli era completamente assorbito dal suo destino di scrittore”. I testi qui raccolti dai curatori Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto – che nella loro introduzione cercano (probabilmente invano) di far capire ai lettori quanto è stato arduo tradurre Lamborghini e la sua scrittura tanto disinteressata al punto di vista del lettore da essere insieme sublime e irritante – travolgono, scandalizzano, commuovono, indignano, disgustano, eccitano, esaltano e disperano a pagine alterne. Ma in nessun momento leggendo La pianura degli scherzi – che ovviamente è l’Argentina, e la definizione è fulminante a ben pensarci – si ha finanche il mero sospetto di una mancanza di talento, di una scrittura di maniera o di mestiere, di una pigrizia, di una fatica. È lo spontaneismo armato del talento, la rivolta del vero anticonformismo, il masochismo della sincerità. Di Lamborghini, scrisse César Aira: “(…) Aveva un che di signore antiquato, con qualche tratto di scaltrezza da gaucho, occultato sotto una severa cortesia. Inoltre, aveva letto tutto, e aveva un’intelligenza meravigliosa, soggiogante. Venerato dagli amici, amato – con una costanza che pare ormai non esistere più – dalle donne, è stato universalmente rispettato come il più grande scrittore argentino. Ha vissuto circondato di ammirazione, affetto, stima e buoni libri – una delle cose che non gli sono mai mancate. Non è stato oggetto di ripudio né di esclusioni: semplicemente si è sempre mantenuto ai margini della cultura ufficiale, e con ciò non ha perso granché”.

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VANILLA ICE DREAM – recensione di Lorena Carella su Exlibris20

VANILLA ICE DREAM – recensione di Lorena Carella su Exlibris20

Scritto da Roger Salloch nel 2019 e pubblicato dalla Miraggi Edizioni, nella collana tamizdat, nel 2020, Vanilla Ice Dream è un romanzo distopico sull’America di un ipotetico 2021.

Uno scenario abbastanza immaginario eppure contrassegnato, al suo interno, da dettagli che fanno presagire le discontinuità di un presente portate allo stremo.

Protagonista della vicenda è Carter Hollmann, uno scrittore di viaggio che rientra in America dopo anni all’estero.

“Non era trascorso nemmeno un mese dal suo rientro a casa e Carter aveva già la sensazione che l’attuale regime avesse trasformato l’America in un guscio…”, un guscio che aveva le sembianze di una terra “antica e sconosciuta” in cui notava di perdere le parole fino a non riconoscersi quasi più.

Il Paese che ritrova, infatti, pare essere stato trasformato dalla presidenza di un uomo bianco “con una messa in piega arancione”; in cui il razzismo, che conosceva anche indirettamente essendo stato sposato con Meredith, una donna di colore, è diventato qualcosa di accuratamente organizzato.

Ciò che sconvolge Carter è la cupa e profonda indifferenza nella quale il Paese è precipitato; un’indifferenza che all’inizio del romanzo notiamo tutta nel racconto della morte di un ragazzo nero investito da un furgone dopo, forse, essere stato sorpreso a rubare in un negozio e cacciato via dal titolare. Un avvenimento tragico che, tuttavia, pare non coinvolgere e sconvolgere nessuno.

“L’autista del furgoncino suonò il clacson. Il suono era quello di un basso cupo in una scala musicale. Ma la sua voce era stanca. Già successo, già fatto, già investito ragazzini neri, le anime oppresse hanno a malapena un corpo all’inizio.”

È proprio la visione di questa scena a inaugurare l’intera vicenda: un’azione quotidiana ma, al contempo, l’esemplificazione, tragica, di una condizione umana ben più ampia.

Le rivolte razziali e la connivenza nei confronti di azioni come questa minano e marcano, altresì, il contesto sociologico col quale Carter Hollmann si confronta.

Spinto da due amiciRachel e Bob, piuttosto indifferenti ai problemi sociali, Carter inizia a lavorare in una scuola di scrittura dove tra gli allievi conosce e stringe amicizia con Julio Orijniak.

Portoricano per metà di nascita e con alle spalle un’infanzia burrascosa, caratterizzata da quello che egli chiama mal de ojo, Julio si guadagna da vivere lavorando per una compagnia di traslochi impegnata ad aiutare le famiglie nere a trasferirsi in insediamenti protetti.

Tutto questo fa anche parte di un progetto sviluppato da Mandy Lemmour, datore di lavoro di Julio, un vecchio uomo benestante costretto a letto.

I fotografi lavorano con Julio scattando immagini di questi insediamenti protetti destinati agli uomini di colore per fornire materiale visivo a un videogioco. Tra di loro c’è anche Meredith, l’ex moglie di Carter, dalla quale lo stesso divorziò dopo un violento litigio che causò all’uomo l’allontanamento dalla figlia.

Il videogioco, basato su quello che viene chiamato l’incidente del Lago Michigan, mette in luce il lato oscuro del Sogno Americano dove capitalismo e razzismo congiurano a un inquietante esperimento di ingegneria sociale. Una nuova dimensione si aggiunge quando alcuni personaggi governativi vengono coinvolti, usando il gioco per iniziare un registro nazionale di famiglie nere.

Domande, riflessioni, visioni, si concatenano così nella mente di Carter, descritto come “il miglior commentatore della realtà in circolazione” che, pertanto, dovrà fare i conti con ciò che vive e con l’amore: da un lato quello naufragato per Meredith, dall’altro quello per Catherine che conosce da sempre.

Un racconto che alterna immagini presenti e passate e che rivive scostante, discontinuo nella descrizione delle stesse, proprio come fossero tutte fotografie, protesi cognitive di quanto giornalmente vediamo o vogliamo vedere.

In tal senso, viene quasi naturale un parallelo tra il personaggio di Carter Hollmann e quello di Thomas, protagonista del film di Michelangelo Antonioni Blow Up.

All’inquietudine di Thomas, caratterizzato dal regista padre del concetto di alienazione sul grande schermo come l’emblema di un personaggio che non si accontenta di riprendere cose straordinarie ma vuole indagare la realtà quotidiana spiandola quasi come da un buco della serratura per poterne così cogliere l’intimità più nascosta, fa da contrappunto il personaggio di Carter, anch’egli assetato di verità. Una verità che cela tutta nella scrittura, vista come lo strumento utile per “portare alla luce l’essenza di ciò che contava” davvero.

Uomini attivi eppur spesso distratti, disfunzionali nelle proprie emozioni e, al contempo, frenetici.

Nel Carter di Roger Salloch si evince tutta l’incapacità di rassegnarsi a un silenzio passivo e compromesso e di rimando, la volontà di osservare, raccontare il tutto da un altro, e nuovo, punto di vista per poter finalmente scoprire cosa “realmente sta succedendo qui”.

Emblematico il tal senso lo scambio di battute con Catherine:

“Catherine strinse la mano di Carter.
Pensi che potrei arrivarci? Le chiese.
Dove?
A essere di nuovo me stesso. Come il cuore di questo Paese. Come la canzone. Nonostante il Presidente. Il nostro mal de ojo. È possibile?”

Con uno stile controllato, asciutto, incisivo e una sintassi paratattica e fulminante quasi come scatti fotografici ripetuti, Vanilla Ice Dream, vuole porre le basi per un atto deliberato di resistenza, necessario a superare le pulsioni razziste di un Paese descritto in tutte le sue ombre e chiaroscuri, quasi a esorcizzare anche quella paura che attanaglia oggi la maggior parte delle persone.

Una paura incontrollata e che assume il volto di ciò che è diverso e ignoto: di un colore, di un credo religioso diverso, di diversi modi di descrivere lo stesso mondo.

A ricorrere più volte nel romanzo è il riferimento al capitolo quarantadue di Moby Dick, assegnato da Carter ai suoi studenti e assunto come spunto di riflessione da adottare nel quotidiano. In queste pagine Melville fa riferimento alla bianchezza della balena simbolo di tutto quello che può considerarsi oscuro e maligno.

“Guardavano alle cose come se fossero state scolpite nella pietra. Voleva che sapessero che c’è sempre un altro modo di percepirle, magati da una prospettiva completamente opposta. Le offese che si possono rivolgere a un uomo nero che si odia sono le stesse per un uomo bianco. Non c’è differenza tra negro bastardo e bastardo muso pallido. In pratica, voleva parlare loro dalla prospettiva opposta, opposta a quella da cui parlavano all’autorità del momento.”

Pienamente inserito nelle recenti rivolte razziali in America, Vanilla Ice Dream, nel suo intento profondo, sembra porsi parallelamente ai cori e agli striscioni del movimento Black Lives Matter, introducendo vicende che, seppur immaginare, sanno cogliere la più intima e spiazzante attualità.

Spiccata è la capacità analitica di un artista poliedrico come Salloch: narratore, sceneggiatore, fotografo e commediografo statunitense che vive e lavora a Parigi, autore già di Una storia tedesca (Miraggi, tamizdat, 2016) capace di fotografare e concatenare con maestria e rigore avvenimenti per creare storie che raccontano contrasti, implosioni, rimandi che parlano al presente ma anche alle nostre speranze e alle nostre più taciute fragilità.

Un romanzo importante e necessario.

Perché è arrivato il momento di non avere più paura.

Qui l’articolo originale:

VANILLA ICE DREAM – recensione di Teresa Capello su Minima&Moralia

VANILLA ICE DREAM – recensione di Teresa Capello su Minima&Moralia

Stati Uniti immaginari (ma non troppo): Vanilla Ice Dream di Roger Salloch

Blow up, il momento il cui un obiettivo mette a fuoco un dettaglio, avvicinandolo allo sguardo, come a volte si fa, sbattendo le palpebre. Al racconto “Las babas del diablo”, Michelangelo Antonioni si ispirò, nel 1966, per realizzare il film Blow up; Cortázar vi raccontavala vicenda di Roberto Michel – traduttore e fotografo, che indagava su un dettaglio, presente in una fotografia. Qualcosa di affine, in un contesto molto diverso, si ritrova nel romanzo Vanilla Ice Dream di Roger Salloch, edito nella collana tamizdat, di Miraggi, 2020.

Salloch, artista statunitense che vive a Parigi, poliedrico autore di narrativa, cinema, teatro nonché fotografo, e che con il suo precedente Una storia tedesca aveva inaugurato la stessa collana – racconta, con stile controllato ed asciutto – tanto scarno quanto netto ed incisivo – una storia complessa, fatta di contrasti: d’amore, di forzature, implosioni affettive, partenze e ritorni, sempre alimentati o condizionati, sullo sfondo, ma in evidenza, da un radicato odio razziale che arriva a minare, ed a volte del tutto corrodere, anche gli interstizi della vita privata del protagonista. D’altra parte, risulta essere proprio questa l’intenzione editoriale: i “tamizdat”, in Urss e nel blocco comunista, erano le opere straniere clandestine, vietate perché provenienti da «tam», là.

Con il ritmo di una sintassi martellante, paratattica e nervosa, a tratti discontinua – esattamente come uno scatto fotografico, meditato a lungo, oppure dominato da un impulso improvviso – il protagonista, Carter Hollmann, comprende, a mano a mano, e parallelamente vive, la distopia, inizialmente sfuocata, poi nitida, in crescendo – dura,e tragica – che ritrova, in un ipotetico 2021, al suo ritorno negli U.S.A, dopo molti viaggi in tutto il mondo,dei quali conserva molti ricordi, condivisi con il lettore. Travolto da una crisi profonda, dopo un momento di violento scontro con la donna che amava, il protagonista era infatti diventato uno “scrittore di viaggio, un osservatore”.

Gli United States che Salloch racconta sono uno Stato sufficientemente immaginario, ma i moltissimi dettagli riferiti ad aspetti del presente, da ricercare nella lettura – a volte disseminati con una certa ironia, ma sempre portati alle loro estreme conseguenze – fanno comprendere anche il risvolto sociale o addirittura sociologico, di un discorso su temi molto attuali, senza sconti (con riferimenti ad un uomo bianco “con una messa in piega arancione”)…

…Carter era seduto in una bettola chiamata The American Breakfast. Non aveva importanza. Erano le cinque del pomeriggio. Allineati nel bar vecchi sgabelli foderati di pelle porpora. La pelle rubata anni prima dalle selle di qualche rodeo. Quello sì che importava. Vecchi poster raffiguranti la Statua della Libertà e John Kennedy. E Robert Kennedy, con jeans slavati e guance colorite. E poster della prima marcia di protesta delle donne a Washington. Anche quello era importante.

Scene del passato e del presente si alternano nei clic della memoria, e tutto si confonde, ma mai senza lucidità dello sguardo, con le fotografie scattate da Meredith, la donna amata da Carter, mentre l’uomo non riesce mai a definire, del tutto, la natura della relazione, psicologicamente tortuosa, che lo attanaglia.

In un punto del romanzo, un esplicito riferimento a Hemingway dà un’ulteriore possibile chiave di lettura della storia. Un giorno l’attenzione dello scrittore viene attratta da una fotografia, appesa alla parete, in casa di Meredith. La foto in bianco e nero ritrae un bambino, gioiosamente impegnato a mangiare un gelato alla vaniglia.

Fotografie in bianco e nero merlettavano la parete. Alcune scolpite nella miseria. Tutte crudamente contrastate, famiglie nere radunate sui gradini di casa, sul davanzale di una roulotte, madri nere che tenevano bambini neri per i piedi per fermare quello che Meredith chiamava il rigurgito nero. Le dita di una bambina che seguivano le crepe di un muro, cercando una via d’uscita. Di rado c’erano uomini neri. Sul caminetto, un’immagine che lo colpì particolarmente: un bambino nero che leccava un bianchissimo gelato alla vaniglia. La lingua fuori. Il gelato che si stava sciogliendo in fretta. Le sue speranze sulla lingua. Qualcuno, probabilmente Meredith, aveva tracciato un titolo sul bianco opaco che la circondava: Vanilla Ice Dream.

La scena nella foto, però, come molte altre scattate dalla sua ex compagna – nuovamente inseguita, come un incubo ricorrente – è colma di disperazione che amplifica, nell’uomo, il desiderio di capire perché e per conto di chi sta lavorando Meredith, come fotografa. Il rimbalzo delle notazioni coloristiche, nel romanzo, è potente e fortemente visivo, costruendo un discorso nel discorso, con una citazione più volte ripetuta – oltre ad altri numerosi rimandi letterari – la pagina quarantadue di Moby Dick di Melville, che ossessiona il protagonista:

Pensava ad Achab, a Pip e al Pequod, ma soprattutto al capitolo 42, dove si scopre che il bianco, e non il nero, è il colore dell’orrore. Sebbene in molti oggetti naturali la bianchezza accresca raffinatamente la bellezza, quasi le impartisse una sua speciale virtù […] pure, malgrado tutte queste accumulate associazioni, con tutto ciò che è dolce e venerabile e sublime, sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue.

Quindi, mentre l’America è sinistramente dominata dal motto “Make America white again” e la Casa Bianca è chiamata l’Albergo Bianco, in una specie di Stato che controlla i propri cittadini attraverso ogni mezzo possibile – dividendo e selezionando nettamente le persone non solo in base al loro colore della pelle o etnia, ma soprattutto in base alla loro ricchezza – l’osservatore Carter Hollmann, non riuscendo a cancellare il ricordo di quella donna enigmatica (che lo stesso narratore, inizialmente, descrive in un modo asettico e straniato: “In realtà, lei non era nemmeno nera, diciamo più ebano con sfumature di rosa, come quelle sbavature di tramonto che ti avvolgono alla fine di una bella giornata”) intreccerà una relazione con un’altra donna, che conosce da tempo, Catherine, cercando di uscire da una coazione a ripetere che lo spinge a compiere sempre lo stesso errore.

Su suggerimento di due amici, Rachel e Bob, caratterizzati come borghesi piuttosto indifferenti ai problemi sociali – benché li riconoscano e siano consci della distopia che stanno vivendo – lo scrittore inizia a lavorare in una scuola di scrittura dove le pareti sono controllate con un circuito elettrificato; mentre contemporaneamente, in una zona denominata Perimetro, avviene un atroce gioco di ruolo,una lotta, forse simulata, forse sanguinosamente vera, tra Rossi e Blu. Alla tessitura narrativa, ad un certo punto, si aggiunge l’amicizia che lo scrittore di viaggio intreccia con un alunno, Julio, bizzarro e solitario, il cui vero nome è già una storia, di per sé (“Mi chiamo Julio Orijnak. In realtà, Juliano Orijnak. E mia madre ha voluto che fosse Julio Cristobal Crazy Horse Prijnak. Ma di questo ve ne parlerò più avanti”) che, suo malgrado, porterà Hollmann a capire che cosa si nasconde dietro i viaggi in furgone del giovane amico e soprattutto a cosa si riferiscono le foto di Meredith.

Vanilla Ice Dream occupava il pannello centrale all’ingresso. La testa del ragazzino era girata di tre quarti come se potesse già sentire l’approssimarsi della folla nella fotografia successiva, dietro l’angolo, quattro poliziotti con pistole e manganelli che sembravano rosso fuoco sotto la loro placcatura d’argento. Si poteva quasi percepireil gelato che gocciolava sulle sue dita. E poi, un minuto dopo, il gusto dei suoi polpastrelli mentre cercava di leccarlo via. I sogni non mentivano, e nemmeno le fotografie di Meredith. Davano voce ai gradini sul retro, ai giardini, alle roulotte piene dell’immondizia del giorno prima, davano voce all’America, la nostra bella America, My country, ’tis of thee, of thee I sing. Nera l’architettura, bianco lo spazio. Così mangiavano i neri, così pisciavano i neri.

Una battuta, a mio parere, racchiude il cuore intimo di questo romanzo, esplicitando, sul piano emotivo, l’incapacità caparbia, poi consapevole e ricercata con determinazione, del protagonista: così come Carter Hollmann non ha mai imparato ad allacciarsi in modo consueto ed abituale i lacci delle scarpe, egli risulta altrettanto incapace di accettare di vivere, in un silenzio passivo e compresso, in un luogo dove, quando un ragazzo nero viene investito da un furgone – sorpreso forse a rubare in un negozio e malamente spinto fuori dal titolare – nessuno si ferma a preoccuparsene, al di fuori del protagonista stesso e di un’altra persona: e forse è anche per questo che è diventato scrittore di viaggio ed osservatore, quasi cercando, inizialmente, un’ulteriore possibile risposta alla propria inquietudine. Insomma, sentendosi infine più Ismaele che Achab, l’uomo non riesce a stare senza far nulla, senza almeno provarci a cambiare quel mondo, pur sapendo che non è un’impresa facile.

La frase a cui mi riferisco si legge quando Julio, l’allievo/amico che sta imparando ad esprimere, con esercizi di scrittura creativa, le proprie emozioni, inizialmente raggrumate nel silenzio, inizia, quasi in una specie di febbricitante trance, a recuperare la storia di migrazioni della propria famiglia, osservando il dolore che aveva nascosto a sé stessoe dice a Carter: “Mi stai ascoltando? Io mi sto ascoltando”.

Approssimandosi al finale, si svela una speranza, concreta ed interiore, che guarda ad un 2021 senza condizionamenti da strabismo distopico:

A parte questo, avrebbe potuto non esserci alcuna speranza nella nostalgia, ma per ragioni che solo gli dei conoscono, c’era ancora speranza nei pancake.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/vanilla-ice-dream-roger-salloch/

LA PIANURA DEGLI SCHERZI – recensione su 2000battute

LA PIANURA DEGLI SCHERZI – recensione su 2000battute

Prendo un respiro profondo e stropiccio gli occhi con le nocche dei pollici. Si dice ‘prendere un respiro’? ‘Nocche dei pollici’ è giusto? È buio sono le 11, di notte o di sera, non so come contiate voi le ore della sera e della notte, per me le 11 non sono né sera né notte, stanno in mezzo, un preludio e un prologo a seconda dei casi e dei gusti. Ho un pensiero: non scrivere dell’epidemia, neanche citarla. Ecco che l’ho già fatto invece. Ho un secondo pensiero: parlare per dire di non parlarne è parlarne, non parlarne è parlarne ugualmente, la parola è parola, il silenzio è anch’esso parola. Quindi cos’è silenzio? Il silenzio è solo l’assenza. Non di parola. Di corpo che emette parola o dita che scrivono parole o mani che gesticolano parole o sguardi che lanciano parole. Sono rimasto in silenzio. Se a qualcuno interessa sapere il motivo, non me lo chieda perché non c’è. Sono rimasto in silenzio perché mi sono assentato. Un certo giorno mi sono assentato, ma era già da un po’ che cuoceva l’assenza. Anche adesso in realtà sono in gran parte assente.

Ho letto questo Osvaldo Lamborghini che da un po’ stava in attesa, insieme a molti altri libri. Anche a voi capita di osservare dei libri che aspettano di essere letti e sentire come se fossero persone che aspettano di parlarvi e voi non date loro retta? Con sguardi lunari vi osservano e vi criticano per quel modo di fare scostante. Stiamo aspettando! Si muova! Ci ascolti! Talvolta mi fanno l’impressione di seccatori, di rompipalle pronti a tediarmi con le loro lagne e allora li guardo con astio, quella fila di libri disordinata che si ingrossa, mi viene da scagliarli in terra, dalla finestra, bruciarli. Bruciarli tutti. Mi viene sempre più spesso, ma forse è solo un’impressione o una bugia che mi venga sempre più spesso.

Osvaldo Lamborghini non si lascia leggere facilmente. Si lascia guardare, però, come una cantante da spettacolino di bettola scalcinata e sdrucita, una bagascia rinsecchita e puzzolente, ma pur sempre prima donna sulla quale ogni sguardo si vuole che cada. Se volete leggerlo andrete incontro a problemi. Se uno lo dicesse a me, ‘andrai incontro a problemi’, io mi ci tuffo subito con balzo bovino, ma magari non tutti hanno queste sciocche pulsioni. Per cui vi avverto, vi schiantate contro un platano.

Mentre lo leggevo mi domandavo: avresti voluto essere Osvaldo Lamborghini? Mi immaginavo scrivere come lui.

Carla Greta Teròn liberava la sua angoscia colpendosi con un grosso vibratore. La mia terza evacuazione fu pazzesca: schizzai fino al soffitto, che rimase come calpestato da zampe ferine, nonostante fosse solo merda. Allora il Folle non vide alternativa; venne verso di me, mi trascinò per i capelli nella mia stessa porcheria, e alzò, intento al castigo, la temibile-splendida FRUSTA.

e poi anche:

Cambiando discorso. per la verità mai nessuna morte è riuscita a turbarmi. Coloro che ho detto di amare e che sono morti, ammesso che l’abbia mai detto, amici inclusi, mi hanno regalato andandosene un sincero sentimento di liberazione. Era uno spazio vuoto quello che si apriva al mio scricchiolio.
Era uno spazio vuoto.
Era uno spazio vuoto.
Era uno spazio vuoto.
Ma arriverà anche per me. La mia morte sarà un altro parto solitario del quale non so nemmeno se serbo memoria.
Dalla torre fredda e di vetro. Da dove ho osservato poi il lavoro degli operai a giornata che mettevano in posa i binari della nuova ferrovia. Dalla torre eretta come se io potessi mai stare eretto. I corpi pazientemente si appiattiscono sui lavori appaltati. La morte piana, spianata, che mi lasciava vuoto e contratto. Io sono quello che soltanto ieri diceva e questo è quello che dico. La disperazione non mi ha mai abbandonato e il mio stile lo conferma alla lettera. Da quest’angolo di agonia la morte di un bambino proletario è un fatto perfettamente logico e naturale. È un fatto perfetto.

La veste grafica dei libri di Miraggi mi provoca un filo di inquietudine, una nausea ansiosa. Penso sempre che l’immagine di copertina potrebbe muoversi da un momento all’altro e cambiare di posto in quel grigiore del cartonato. È un grigio nebbia, nebbia fitta, nebbia brutta, nebbia di pianura, nebbia che nasconde fatti orrendi, volti sfigurati da smorfie di nausea. C’è scritto ‘Progetto grafico Miraggi’, l’hanno pensato proprio loro, Gente fenomenale, che conosce bene la nebbia.

Torno a Osvaldo Lamborghini. E così vuoi leggerlo anche tu? Sono passato alla prima persona singolare. È l’impazienza. Perché scrive in quel modo? Quelle cose? Quelle volgarità? Quelle mostruosità? Il culo sfondato della prostituta bambina. Il bambino proletario sventrato e sfondato? Il giapponese che sfonda culi. Osvaldo il frocio. Lamborghini la checca sfondata. Perché scrive in quel modo? Sei sicura di volerlo leggere? Ora prima persona singolare di genere femminile. Poi non scrive più, affianca parole. Suoni forse? Non so, non credo. Immagini? Distorsioni sensoriali? Ecco, forse qualcosa del genere. Distorsioni sensoriali. Alla fine sono distorsioni sensoriali quelle di Osvaldo Lamborghini. Avevo promesso di non parlarne, ma diavolo perché sono arrivato alle distorsioni sensoriali? È una notte come sono le notti di questa apatia agonizzante ed ecco che escono le distorsioni sensoriali. L’ha fatto apposta, non è Osvaldo Lamborghini, sono io che produco distorsioni sensoriali e le faccio saltare fuori dopo un lungo giro di parole che alla fine precipita proprio in quel punto: sulle distorsioni sensoriali. Che dite, era premeditato? Seconda persona plurale. Tu che mi sorridevi imbarazzata sei scomparsa, la nebbia paludosa di Miraggi è rientrata.

Pensi. Osvaldo Lamborghini. Ma guarda un po’ che nome. La prima volta che l’ho sentito pensavo fosse una marca di salami. Invece era uno scrittore, argentino per giunta. Lo scrittore delle distorsioni sensoriali. Dal salame alle distorsioni sensoriali. Non chiedermi Ma ti è piaciuto?, è fuori luogo, comportati adeguatamente, segui il codice di condotta, il lessico canonico, il protocollo. Non fare domande che rivelano la tua gentilezza. Osvaldo Lamborghini non piace. Pensa. Lo pensi. Una domanda migliore sarebbe Ma lo hai pensato? – Moltissimo! E ancora non smetto. Ecco bene, ora vediamo, che altra domanda potresti fare? Scordati di dire sciocchezze come lo hai accarezzato, annusato, sentito e fesserie del genere. Quelle le vai a fare con altri, non con Osvaldo Lamborghini. Lo hai digerito sciogliendolo nei succhi gastrici? No, riprova. Lo hai odiato? No, non l’ho odiato. Amato nemmeno. Non ho provato nulla. Ti fa pena Osvaldo Lamborghini, non è così? Lo guardi e gli occhi ti si riempiono di nebbia, vero? È questo il silenzio di cui parlavi prima, a Osvaldo Lamborghini stavi pensando, all’assenza che realizza con quelle frasi volgari, con gli sfondamenti, con la cacofonia, è l’assenza, è quell’assenza a cui ti riferivi, vero? L’ho capito, è il tuo modo di mantenere le distanze quello di distorcere le percezioni sensoriali, di confondere tutto, anche la nebbia paludosa, la nebbia di pianura, era tutto quanto Osvaldo Lamborghini e la pena che hai provato quel discorso senza capo né coda, ti immagino scrivere quelle parole e provare pena, per Osvaldo Lamborghini e per te stesso che ti immedesimi in Osvaldo Lamborghini. Ora capisco, sai?, cosa vuoi dire, cosa non vuoi dire. Vincenzo Barca è un bravissimo traduttore, e già lo sapevo. Qui c’è anche Carlo Alberto Montalto, che non conosco, ma del quale non posso che dire che è anche lui un bravissimo traduttore.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

BRUCIO PARIGI – recensione di Cornelio Nipote su 2000battute

BRUCIO PARIGI – recensione di Cornelio Nipote su 2000battute

Mie adorate signore ecogattopardate che anelate il solstizio d’estate e glutei pressostampati,     

ho ululato di giubilo alla luna sprofondante nel rovente bacino, ho ballato sotto la pioggia acida che scarnifica il mio inaccessibile terrazzo, ho bevuto punch al mandarino fino ad accartocciarmi come una lattina di alluminio schiacciata e tutto, tutto quanto, tutta questa gioia incontenibile, dirompente, scavallante, purificante come una brezza che discende le pendici del monte Fuji, tutto quanto per avere scoperto questo libro pirotecnico come uno spettacolo al Rione Sanità, spumeggiante come una gazzosa agitata e soprattutto selvaggio, selvatico, maleducato, prepotente, schiaffeggiante come ben pochi altri io abbia incontrato.

Vi dico come è avvenuto. Sono entrato, ho percorso la fila di libri una volta, l’ho percorsa una seconda volta a ritroso, poi l’ho percorsa una terza volta e ho fermato il passo verso la fine, quasi alla svolta a destra della fila di libri. Era lì, di grigio travestito, quel titolo inconcepibile, un alieno tra la folla, un pazzo seduto tra i mediopensanti, uno nudo in fila tra gente vestita da capo a piedi. È successo proprio così.

Brucio Parigi. Ah che titolo! Trovatemene uno più insolente se siete capaci. È pura insolenza questo libro, meravigliosa insolenza. Talmente insolente che il povero Bruno Jasieński, una volta scritto e pubblicato, per altro in condizioni a dir poco ridicole, e dopo aver radunato folle ululanti di gioia per codesta opera, venne espulso dalla Francia dai mangiarane parrucconi franzosi impermalositi e si ritirò in Unione Sovietica dove, come ci si poteva immaginare, finì tragicamente. Era il 1929 e Brucio Parigi è, signorone e signorine palpitanti e palpebranti, un inno futurista, comunista, nemmeno troppo velatamente antisemita, come d’altronde era l’epoca, intimamente anarchico e, io aggiungerei per dare una ventata di post-moderno demodé, un manifesto punk di purissima fattura. Brucio Parigi è un libro carnalmente punk. Ciò lo rende grande. Il punk forse è morto per qualcuno, ma di certo è nato anche con Brucio Parigi.

Qualcuna di voi si incuriosirà, certo certo, un calore, una vampata di proibito, un eccesso che scuote membra infiacchite dagli allenamenti, come l’idea di raparvi a zero, lo so che vi viene, di tanto in tanto, il gesto di rottura, rinchiuso nello sgabuzzino del cervello, perché non leggere un libro così allora, selvaggio e insolente? Ma certo perché non farlo, ma siate avvertite che non è per tutti, domandatevi, sono un lettore o sono un personaggio? Domanda curiosa, domanda impertinente, quasi maleducata, come osa? non si permetta! Io personaggio? Personaggio a me non lo dice nessuno! E poi, personaggio di che, di cosa, di chi? Attenzione mie dilette, cautela, prudenza, sfoderate le armi borghesi, lisciate l’agio della modernità e titubate prima di intraprendere il sentiero oscuro delle pazzia futurista. Il sentiero dei pazzi si addice ai pazzi e in questo caso chi può dire di esserlo o di non esserlo?

Brucio Parigi, Brucio Parigi, Brucio Parigi… ti entra in testa e non ne esce. Ti deturpa, come un herpes. Come un brufolo sulla punta del naso. Inizia con un velo di oscurità fitta e pesante, una maglia spessa calata sulla faccia. Per un po’ non si comprende. Poi tutto inizia a girare, a vorticare, come a stare in un barile che rotola giù da una collina. Tutto vortica sempre più velocemente, si perde il senso del sotto e del sopra, della luce e del buio, cos’è luce? cos’è buio? la pestilenza è luce o buio? gli ebrei, i comunisti, i francesi, gli americani, i capitalisti, gli operai, gli scienziati, tutti questi, sono sopra o sono sotto? Da che parte stanno? E tu, gattopardata, da che parte stai? Che ne sai di immaginare il mondo in modo selvaggio? Che cosa vuol dire per te selvaggio? Non rispondere, è pericoloso. Parlare è insalubre in certe situazioni.

Nelle oscure profondità dell’oceano, dove non arrivano più le correnti, i vortici e lo sciacquio delle onde, in un’immobile acqua verdastra morta come l’acqua di un acquario, tra foreste di alghe gigantesche e di sigillarie e liane antidiluviane, vive la passera di mare.
[…] Sul fondo vive la passera di mare. Qualcuno la prese, la tagliò a metà lungo il dorso e mise una metà sulla sabbia. La passera di mare ha soltanto un lato, il destro. Il suo lato sinistro è il fondo marino.
Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Tutti gli organi della passera di mare del lato sinistro, inesistente, si sono spostati sul lato destro e dal lato destro, l’uno accanto all’altro, un paio di occhi piccolini indifferenti guardano sempre verso l’alto.
Gli occhi guardano sempre in su, tutti e due dalla stessa parte, mostruoso, orribili, bizzarri; mentre il lato sinistro non esiste.
Nell’enorme città di Parigi, in una rossa casa lentigginosa in rue Pavè, abita il rabbi Eleasar ben Tsvi.
[…] Il rabbi Eleasar ben Tsvi ha due occhi l’uno vicino all’altro e questi occhi guardano sempre in su, inespressivi, piccoli, molto somiglianti, rivolti al cielo dove credono di poter vedere alcune cose percepite solo da loro. Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Il rabbi Eleasar ben Tsvi vede tante cose inaccessibili allo sguardo umano, però non vede quelle più semplici; conosce soltanto un lato, quello rivolto al cielo, mentre quello rivolto al suolo non esiste.

Pazzi, folli, squinternati, gattopardi derelitti, borghesi infracicati, prostrati dalla privazione da sonno, fustigati dall’instabilità emotiva, sessuofobi e sessuomani, psicolabili camuffati, bruciate Parigi finalmente, bruciate la città meravigliosa, il faro d’Europa, la luce della civiltà, lasciate che le fiamme ardano per mesi, per anni, inestinguibili, ballate e ululate sulle braci ancora roventi, date questa soddisfazione ai signori borghesi, normali parrucconi, gradassi benpensanti che non desiderano altro, niente li renderebbe più soddisfatti e pacificati di vedere voi, massa brulicante e fetente di neri scimmioni alzare grida di vittoria dalle macerie e dal carbone di Parigi.

Lunga vita al punk. Lunga vita a Brucio Parigi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

BRUCIO PARIGI. “Manifesto rivoluzionario di un futurista polacco” – recensione di Salvatore Greco su PoloniCult

BRUCIO PARIGI. “Manifesto rivoluzionario di un futurista polacco” – recensione di Salvatore Greco su PoloniCult

BRUCIO PARIGI – MANIFESTO RIVOLUZIONARIO DI UN FUTURISTA POLACCO

A novant’anni dalla sua prima uscita, arriva finalmente in Italia un romanzo polacco che ha scandalizzato la Francia

E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!

Chissà cosa devono aver pensato i borghesi parigini la mattina del 20 febbraio 1909 sfogliando la copia appena acquistata di Le Monde. Perché proprio quel giorno, lo storico quotidiano francese ospitò questa e altre affermazioni incendiarie, provocatorie e violente firmate da un poeta italiano ancora poco noto e sotto un titolo che annunciava un movimento nuovo sulla scena letteraria: Manifesto del futurismo.

Sappiamo bene invece cosa pensarono quegli stessi borghesi parigini quasi vent’anni dopo, nel 1928, quando sulla rivista L’Humanité apparve a puntate un romanzo ispirato da quei concetti di futurismo e che parlava della distruzione della città venerata per definizione, la loro Parigi. Sdegno, raccapriccio, e la volontà di cacciare l’autore di quell’opera così dissacrante. Il libro in questione si intitolava Palę Paryż, era firmato da un polacco che si faceva chiamare Bruno Jasieński e oggi finalmente possiamo leggerlo in italiano, nella traduzione di Alessandro Ajres uscita per i tipi di Miraggi edizioni, con il titolo di Brucio Parigi.

Quando pensiamo al futurismo, noi italiani pensiamo subito a Marinetti e a un movimento artistico bruciato di un ardore intenso e consumatosi in fretta, stinto poi mestamente in un entusiasmo demenziale per la parabola mussoliniana. Dimentichiamo l’esistenza del futurismo russo che ha regalato alla letteratura mondiale l’estro dinamitardo di Majakovskij o le visioni siderali di Chlebnikov. Ancora di più dimentichiamo l’esistenza di altri futurismi, come quello polacco di cui proprio Jasieński è stato uno degli ideatori.

Gli anni Venti e Trenta del ventesimo secolo sono stati in Polonia un periodo di fervore letterario e della grande esplosione delle avanguardie. Il motivo è semplice: dopo l’ottenimento dell’indipendenza del 1918, gli intellettuali polacchi si erano finalmente liberati del ruolo di cantori patriottici che il romanticismo gli aveva lasciato in eredità, e poterono finalmente dedicarsi alla sperimentazione, alla provocazione, all’edonismo e anche alla militanza politica.

Jasieński era uno di questi. Da figlio di un ebreo assimilato e studente spiantato all’università di Cracovia, l’avvicinamento alla nascente ideologia comunista fu quasi automatica per lui. E arrivarono le tappe obbligate di un poeta futurista e giovane rivoluzionario di quegli anni: il teatro, i recital di poesie, le provocazioni, gli arresti. Jasieński era un comunista convinto, ammaliato dal fascino della rivoluzione, cresciuto leggendo Majakovskij, e lo sarebbe rimasto fino alla fine (ci arriveremo).

Nel 1929, non ancora trentenne, Jasieński si sposa, lascia Cracovia e va a vivere a Parigi. In Francia organizza circoli teatrali per i locali operai polacchi e fa da corrispondente per alcuni giornali. Non guadagna quasi niente, sopravvive a stento, matura per Parigi un sentimento oscuro che, unito alla sua missione politica, è alla base di Brucio Parigi.

La trama del romanzo è semplice e diabolica: un giovane operaio di nome Pierre viene licenziato dalla fabbrica dove lavora, viene sfrattato da casa e abbandonato dalla fidanzata Jeanette. Passa qualche giorno da senzatetto e poi viene arrestato per aver partecipato a dei tafferugli, fino a che alla fine non trova un nuovo lavoro come custode dell’acquedotto cittadino. Ed è da questa nuova posizione che Pierre matura il suo diabolico sogno di vendetta: dal laboratorio chimico dove lavora un amico, ruba una fialetta piena di batteri letali e la versa nell’acquedotto, iniziando un’epidemia che si diffonderà per tutta Parigi.

Nel giro di poche settimane, la capitale francese è presa dal caos. Agli abitanti è fatto divieto abbandonare la città per evitare di propagare ulteriormente la malattia e la città si trasforma in un enorme lazzaretto dove i gruppi sociali si trasformano in vere e proprie comunità combattenti. Un gruppo di comunisti cinesi, uno di ebrei guidati da un rabbino, gli emigrati russi e persino i francesi stessi, divisi tra repubblicani orfani della Comune e nostalgici della monarchia, prendono le armi gli uni contro gli altri occupando i rispettivi quartieri come piccoli fronti di guerra. Parigi così si consuma e muore lentamente, bloccata dentro i suoi confini e destinata a mostrare al mondo le ipocrisie imperialistiche del mondo capitalista. Gli unici rimasti immuni, per caso, al contagio sono i detenuti di un carcere riservato ai prigionieri politici. Sono perlopiù comunisti incarcerati che si ritrovano improvvisamente liberi dopo che le guardie muoiono una dopo l’altra e si aprono a una Parigi irriconoscibile. Quando capiscono cosa sta succedendo, rifondano la Comune prendendo facilmente il controllo della città dilaniata, trasformando Parigi in un Soviet ma tenendolo segreto al mondo esterno fino al giorno fatale in cui annunciano al resto della Francia quello che è successo e si preparano a espandere la rivoluzione e il verbo dei Soviet.

Agli occhi di un lettore contemporaneo, Brucio Parigi ha degli elementi che non si possono che definire ingenui, specie alla luce del destino delle rivoluzioni tentate a più riprese in Occidente e a quella dei fallimenti del socialismo reale in Urss e nei Paesi satelliti. Di certo non aveva lo stesso sapore in bocca ai parigini di allora che lessero terrorizzati questo romanzo e costrinsero Jasieński a lasciare la città e la Francia. Se filtrato nella sua prospettiva storica e ideologica, e se concediamo all’autore alcuni risvolti narrativi un po’ ingenui e dovuti a una stesura durata soli tre mesi, leggiamo in Brucio Parigi un romanzo dissacrante nei contenuti e straordinariamente interessante nella forma.

Quello che colpisce maggiormente sono delle fiammate di prosa geniale, tracce di una formazione da poeta futurista, con le quali Jasieński racconta Parigi e che ad Ajres va dato merito di avere tradotto con soluzioni molto efficaci. Concentrate soprattutto nella prima e nella terza parte di Brucio Parigi, alcune descrizioni di Parigi restituiscono un ritratto della città ben diverso da quello che tradizionalmente si fa della capitale francese. La Parigi di Jasieński è cupa, avvolgente, geometrica, alienante e ostile alla vita.

E la città che misuriamo ogni giorno si trasforma in perline di immagini distaccate, che fissano il nostro sguardo sulla pellicola della memoria. Esse si fondono in noi in un’idea uniforme della città dopo essere state infilate sul filo invisibile dei nostri passi sparsi, e formano la nostra mappa sfuggente di Parigi, molto differente dalle Parigi degli altri, che percorrono come noi le medesime strade (p. 25)

Strade lunghe e flessibili si moltiplicavano, si allungavano nell’infinità come una fune di gomma legata a una gamba; fuggivano da sotto i piedi come lucertole nei riflessi delle luci sfuggenti; ammiccavano consapevolmente dal buio con gli occhi di migliaia di alberghetti a ore (p. 29)

Il muro scricchiolava e oscillava. Il fiume innalzato dai corpi, da banconote, azioni, bottiglie, sforzi, lampade, chioschi, gambe, con un’onda rigonfia passava sopra i tetti con boati e tumulti. Dalle fauci spalancate degli alberghi, come cassetti degli armadi con le porte aperte, si spandevano materassi secolari, stantii, insonni, che crescevano e s’innalzavano come una gigantesca Babele di cento piani, dai gradini che parevano molle (p. 42)

L’estetica di Jasieński in questa prima parte sembra più simbolista che futurista, nel suo approccio scettico alla città e nel timore che essa evoca. È dovuto senz’altro alla visione che Jasieński aveva di quella Parigi capitalista vicina al collasso e alienante agli occhi di un operaio. Più genuinamente futurista, nella sua furia di distruzione, è il racconto, e l’idea stessa, di Parigi decimata e distrutta, baccello di una grande rivoluzione:

Nel silenzio mortale della città estinta, lungo il viale muto si spostava quello strano corteo, una manifestazione di gente deperita, dalle teste rasate, nelle grigie casacche della prigione, senza striscioni, con la bandiera rossa con il sole levata in alto sopra le teste; mentre negli anfratti vuoti delle viuzze quella canzone di vendetta risuonava stranamente minacciosa. La canzone dell’ultimo assalto colpiva con il proprio ritornello come il calcio di una pistola contro finestre chiuse e vuote. (p. 312)

Alla vista che si presentava davanti ai propri occhi la folla rabbrividì, come se una zampa fredda di terrore avesse toccato il suo cuore scoperto.
Nelle verande dei bistrot, sulle sedie intrecciate, sui marciapiedi e per la strada, in pose deformi e indecifrabili, così come li aveva trovati la morte, giacevano cadaveri umani che iniziavano a puzzare. (p. 313)

Ai lettori che troveranno Brucio Parigi in libreria dico di pensarci poco, svegliarlo in fretta e portarlo a casa. Non ci troveranno una trama travolgente da romanzo catastrofico scritto da sceneggiatori di Netflix per arrotondare né riflessioni fataliste nello stile di Jonathan Franzen quando la mattina si sveglia particolarmente male. Mi permetto di dire: per fortuna. Ci troveranno in compenso una Parigi che non hanno mai visto in nessun altro libro, l’attenzione alla bellezza della prosa che solo certi poeti sanno dare e che i nostri tempi di romanzieri professionisti hanno perduto, la genuinità di una brama rivoluzionaria che negli anni Trenta era sincera, mirata e che è stata tradita nel modo più tragico quando Jasieński nel 1938, da nuovo cittadino sovietico, ha pagato il prezzo di credere più al comunismo che a Stalin ed è finito fucilato a Mosca, vittima delle purghe e della rivoluzione tradita a cui aveva dedicato la sua intera vita.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Brucio Parigi – manifesto rivoluzionario di un futurista polacco