1991-2025 è l’intervallo di tempo che è stato necessario
per vedere Close to the knives. A memoir of disintegration di Da-vid Wojnarowicz (1954-1992) tradotto in italiano – magistralmente, da Chiara Correndo – e pubblicato per i tipi di una coraggiosa piccola casa editrice piemontese. Sappiamo che i tempi della ricezione sono accidentati e che in alcuni casi la contingenza gioca un ruolo di necessità. Ep-pure ci sono delle ragioni profon-de legate alla leggibilità di questo libro, che possono spiegare un ta-le ritardo nella ricezione. Il libro è infatti una composizione di te-sti molto eterogenei e di forme di scrittura alcune volte giornali-stico-pamphlettistiche, altre vol-te sovversive delle consuetudini (lunghi brani quasi privi di punteggiatura, ma così poeticamente efficaci); altre volte è puro par-lato nella veste di interviste ad amici registrate e poi sbobinate. Sì, un memoir come annuncia il sottotitolo. E un memoir – am-messo che una autobiografia lo sia – non è mai solo autobiografico, ma racconta una vita in un contesto. È un momento di autoriflessione individuale, intima, però intriso di effetti e di effetti che “fanno mondo” (per usa-re una bella espressione di Liana Borghi).
Siamo nella New York alla fi-ne degli anni settanta del secolo passato e un ragazzo di periferia, uno scappato di casa, scacciato, per l’esattezza, si aggira nei margini. Ha scelto la vita di strada, di passare le proprie not-ti a drogarsi e fare sesso con uomini sconosciuti negli spazi sor-didi dei capannoni del porto, tra rifiuti di ogni tipo, sotto la pioggia scrosciante. Ma ha scelto anche l’arte – “La mia prima macchina fotografica era ruba-ta” – diventando un testimone chiave del suo tempo e dell’emergenza dell’aids: tra terapie a ba-se di tifo per combatterne i sintomi, intrugli di feci, farmaci che ti uccidevano prima che lo facesse la malattia stessa, il libro è colmo di rabbia contro gli Stati Uniti, contro il reaganismo e contro la chiesa cattolica americana, non (?) solo per il modo in cui questi hanno affrontato quella crisi, ma per l’impianto ideologico sotteso a tale atteggiamento.
Leggendo Wojnarowicz com-prendiamo che tale modalità era coessenziale a un patto di lunga data tra neoliberismo economico e oscurantismo sociale. Un programma, un senso comune nuovo, che doveva soppiantare le aspirazioni emancipatorie dei due decenni precedenti, che si andavano perdendo, anche ne-gli Stati Uniti, tra ritiro nel pri-vato e dipendenze. Una visione manichea della società, in cui gli esclusi dalla “grazia” dovevano fare una brutta fine, perché il fallimento è di per sé la condanna di una colpa.
Nulla di nuovo, forse. Un fi-lone importante della letteratura americana, dalla beat generation a William Burroughs, si è a lungo esercitato in una decostruzione dei miti fondativi del-la cultura bianca, eterosessista, capitalista e baciapile america-na. Wojnarowicz lo fa anch’egli con gli strumenti della scrittura (benché all’epoca fosse considerato per lo più un fotografo e uno sceneggiatore), ma lo fa con i modi incarnati di una narrazione ravvicinata, dal di dentro di un processo di disintegrazione e di morte dovuta alla malattia. Ci mostra come le storie che la politica racconta, le maledette “narrazioni”, sono strumenti di regolazione sociale, di distribuzione di privilegi (primo tra tutti il “privilegio” di avere una cura almeno la ricerca di una cura). Dalla lettura emergono altri aspetti della disintegrazione evocata nel sottotitolo. Da un lato, l’idea è connessa con la successi-va ricerca “queer” di un dissolvi-mento delle identità e del soggetto sessuato e di genere. Dall’altro ha una radice mistica, panteistica, fusionale: “Se un tempo mi sentivo intensamente estraneo, ora è più la sensazione di immergermi in una pozza di acqua tiepida e l’acqua che mi circonda è aria, respiro, la vita stessa”. Chiunque abbia ricevuto una diagnosi, come si dice “seria”, sa che questo è un evento, qualcosa che modifica i paradigmi e la scala dei valori. In alcuni casi, accelera, comprime il tempo, fa sì che esso venga vissuto in tutto il suo senso, o almeno al massimo del suo senso. Queste trasformazioni sono indici di ciò che si può definire la “buona” disintegrazione, a cui questo libro può educarci.
Ci sono state anche altre ragioni della non leggibilità di questo testo – almeno fino a qualche tempo fa e almeno nei contesti Lgbtiq+, per quanto Wojnarowicz sia citato nel seminale volume di Ann Cvetkovich, An archive of feelings tra gli iniziatori delle politiche queer e tra i fondatori di un’etica degli affetti queer attraverso il suo lavoro di fotografo e filmmaker – finora assente dai nostri scaffali. Eppure Wojnarowicz vi stende letteralmente il programma dell’attivismo hiv/queer degli anni ottanta e novanta: sua è l’idea di spargere le ceneri delle vitti-me dell’aids davanti agli edifici delle Istituzioni colpevoli di negligenza, negazione e oppressione delle persone malate; sua è la rivendicazione della “memorabilità” delle vite precarie (qui il de-bito di Judith Butler mi pare evi-dente e mai negato). Insomma, quello che ha fatto Act Up è figlio delle idee dell’autore, ma an-che della sua stessa pratica artisti-ca e performativa. Eppure, solo ora ci è arrivato.
Il successo delle terapie haart (Highly Active AntiRetroviral Therapy) attestato alla fine de-gli anni novanta, pur mantenendo intatto il regime dello stigma, fatto di paura e vergogna, ren-deva le persone affette da hiv e con il privilegio di accedervi, dei sopravvissuti e non più dei con-dannati. Si poteva iniziare a par-lare di “persone che vivono con l’hiv”. Si iniziava a sollevare il fumo della negazione e del diniego. Più di recente, grazie soprattutto alla dimostrazione scienti-fica che “U=U”, ovvero che un virus non rintracciabile rende la persona che lo porta incapace di trasmetterlo, il velo dello stigma si è ridotto e, soprattutto, una memoria (e quindi un memoir di cosa siano stati quelli anni) è oggi più accessibile, perché forse fa meno male. Oggi, abbiamo se non gli strumenti, quantomeno la possibilità di riprenderci quel pezzo di storia dimenticata e far fruttare la sua disintegrazione.
Abstract – “I Burn Paris”. The Revolutionary Manifest of the Polish Avant–garde
This paper discusses Bruno Jasieński’s novel Palę Paryż (“I Burn Paris”, 1928), a revolutionary manifesto of the Polish avant–garde. The story follows Pierre, a worker affected by the economic crisis, who orchestrates a microbial attack on Paris, leading to chaos and division. The novel, which combines elements of post–avant–garde, catastrophism, and a fervent desire for social justice, sparked by Jasieński’s reaction to Paul Morand’s Je brûle Moscou (“I Burn Moscow”, 1925), faced backlash but gained popularity. Jasieński, expelled from France in 1929, later met a tragic end in a Soviet prison in 1938. This paper provides insights into the novel’s impact, its reception, and Jasieński’s complex life, examining the intersection of literature, politics, and personal history.
“Tutto iniziò da un avvenimento di natura strettamente personale, in apparenza del tutto insignificante. In una bella serata di novembre, all’incrocio tra rue Vivienne e boulevard Montmartre, Jeanette comunicò a Pierre di avere un urgente bisogno di scarpe da sera. Camminavano lentamente, sottobraccio, mescolati alla folla casuale che il proiettore scassato dell’Europa riproponeva ogni sera sullo schermo dei viali parigini. Pierre era accigliato e silenzioso. Ne aveva ragioni più che sufficienti.” (Jasieński 2019: 13).
Pierre lavorava in una fabbrica di automobili, ma dal momento che la crisi economica in Francia aveva paralizzato il mercato delle automobili, i padroni avevano deciso di intraprendere la strada dei licenziamenti. Pochi operai ogni giorno, di reparti diversi, così da evitare sollevazioni. Dal giorno alla notte Pierre si ritrova senza lavoro e come quasi sempre in questi casi in una spirale che lo porta in poco tempo a perdere ogni cosa: la fidanzata che aveva “un urgente bisogno di scarpe da sera”, la casa e in ultimo anche la libertà quando, dopo che ha aggredito un uomo, viene proiettato nel “Mondo delle cose pronte”. Quando poi viene rilasciato nel “Mondo delle cose ostili”, un inaspettato incontro con un vecchio amico che lavora in un laboratorio microbiologico gli permette di rimettersi in piedi: si ripulisce, ottiene un impiego al bacino idrico e spera forse di poter recuperare anche la sua Jeanette, la cui immagine, reale o frutto delle allucinazioni da fame, gli compare in ogni dove in compagnia di ricchi e grassi figuri. In lui però cresce sempre di più il desiderio di vendetta, contro quella città, quel mondo e quel sistema che in così poco gli avevano fatto perdere tutto. Così, alla vigilia del 14 luglio, decide di agire: rubate due provette dal laboratorio microbiologico, le riversa nell’acqua potabile della città, infettandone tutti gli abitanti senza distinzione. È il caos: nella città malata presa dal panico, ogni comunità nazionale e politica dichiara la propria autonomia, si chiude in sé stessa, guarda alle altre con ostilità. Persino il governo del paese si ricostituisce lontano da Parigi, che viene cinta da un cordone sanitario. A emergere come vincitori dopo che la pestilenza ha fatto il suo corso saranno gli operai e i comunardi che, trovandosi isolati nel “Mondo delle cose pronte”, non hanno mai contratto la malattia.
Palę Paryż di Bruno Jasieński, pseudonimo di Wiktor Bruno Zysman (1901–1938) nasce probabilmente in reazione alla novella di Paul Morand Je brûle Moscou(“Brucio Mosca”, 1925). Non sono chiari i motivi per cui Jasieński abbia sentito il bisogno di reagire in modo così acceso a questa novella. Che sia per un errore di traduzione del titolo in polacco, o per la comparsa poco lusinghiera nel via vai di una kommunalka di un poeta in cui aveva identificato il suo idolo Vladimir Majakovskij, tra le pagine del quotidiano comunista “L’Humanité” tra il 14 settembre e il 13 novembre del 1928 all’incendio della capitale del proletariato e del comunismo Jasieński contrappone il suo personale appello all’incendio della capitale del capitalismo e della borghesia: un romanzo in tre parti in cui si combinano post–avanguardia, catastrofismo e un acceso desiderio di rivalsa e giustizia sociale probabilmente frutto anche di personali trascorsi biografici.
Ognuna delle tre parti che compongono l’opera, per il proprio stile e l’intenzione con cui si presenta a chi legge, potrebbe costituire un’opera a sé stante dalla piena dignità artistica. La prima parte, in cui viene delineata la storia di Pierre e i trascorsi solo apparentemente “di natura strettamente personale” che lo spingono ad avvelenare la città è il racconto d’avanguardia, risultato delle ricerche artistiche che nel corso degli anni Venti avevano portato Jasieński prima a fondare e poi ad abbandonare il futurismo polacco. La narrazione abbonda di metafore ed immagini che restituiscono una città dominata dalla merce e dal denaro, in cui tutto e tutti sono in vendita e l’umanità è sacrificata e sacrificabile. Un passaggio in cui è evidente questa subordinazione dell’umano compare verso la fine della prima parte:
“«Se solo facessero del male a un essere umano: l’uomo non mi fa pena! L’uomo si può difendere. Tutta un’altra cosa sono gli oggetti. Chi fa male a un oggetto è un furfante. L’oggetto è indifeso.»
Il sentimento di responsabilità interiore per la vita di centinaia di queste fragili creature superava il peso dei suoi sentimenti umani.
Nei momenti di grandi cataclismi e rivoluzioni, uomini come René sono capaci di gesti di eroismo e dei sacrifici più grandi per salvare una macchina in pericolo e, nello stesso tempo, di guardare con indifferenza al sangue umano sparso sotto i loro occhi.
Tale consapevolezza di una responsabilità costante per la vita di quel mondo in miniatura, di cui si sentiva protettore e signore, d’altro canto colmava René di profondo orgoglio e del sentimento del proprio valore, che pure veniva minimizzato dalle persone circostanti. Nella gerarchia fittizia degli amministratori di quel mondo, René era la persona che stava più in basso.” (Jasieński 2019: 58)
La seconda parte del romanzo, costruita come un intreccio di novelle, introduce nuovi personaggi e delinea il ritratto della città balcanizzata dalla pestilenza. Il mito della Parigi cosmopolita si frantuma e rivela le radici centrifughe, individualiste, conflittuali e profondamente xenofobe della società capitalista. Comunisti cinesi, comunardi francesi, rabbini, miliardari anglo–americani, nostalgici della monarchia, nobili russi fuoriusciti a seguito della Rivoluzione d’ottobre ritagliano ognuno per sé un pezzo di città. Qualcuno tenta di ricercare una cura, qualcuno lotta contro le altre microcomunità. Questo microcosmo di pulsioni centrifughe è restituito brillantemente dal genio dell’autore, che utilizza strategie diverse nella caratterizzazione dei personaggi e delle loro back–stories. Un lungo racconto simil–romanzo di formazione presenta la crescita del rivoluzionario comunista cinese P’an, dalla sua infanzia alla sua presa di coscienza; Boris Solomin, capitano della Repubblica dei Russi bianchi, invece, ripercorre la sua vita con un flashback che ha le sembianze di una sceneggiatura cinematografica:
“Solomin sprofondò nella soffice beatitudine di un silenzio morbido come un tappeto. Da poco aveva iniziato ad approfittare dell’atmosfera benefica del comfort e ogni volta che ci si immergeva dentro, si scioglieva come una pasticca di saccarina dentro un forte tè russo dell’anteguerra.
Dall’alto della chaise–longue che sprofondava nei tappeti, sotto la luna candida della plafoniera di cristallo, quei lunghi anni di vita disagiata gli parevano un brutto film tedesco, visto in un cinema di terza categoria pieno di fumo. La storia di questo genere di film era semplice, banale e, nella sua banalità, pungente come il trinciato di scarsa qualità. Film così, proiettati a decine nei cinema di periferia, strappavano le lacrime dagli occhi delle sartine sentimentali.
Figlio di un Ufficiale di Stato Maggiore. Dalla madre, una tenuta presso Mosca. L’infanzia (di solito lo si racconta nel prologo): giocattoli costosi, governanti e precettori. La fanciullezza: il ginnasio, libri e francobolli. D’estate in campagna a caccia di anatre. I primi piaceri amorosi, perlopiù ragazze allevate sotto la direzione di un esperto economo. E tutto il resto come si deve.
L’università. ‘Mosca di notte’. Il recupero delle lacune nell’educazione erotica. E all’improvviso, nel momento, si può dire, più piccante: la mobilitazione.” (Jasieński 2019: 180)
La terza parte coincide con l’epilogo. Quando sembra che ormai nessuna persona sia rimasta viva nei territori delle dieci “repubbliche” e la distruzione della città sembra giunta al finale, una comune proletaria organizzata dai prigionieri salvatisi dal contagio prende il controllo della città e stabilisce un sistema funzionante e autosufficiente. Nel momento in cui l’esperimento viene scoperto, la borghesia occidentale prova inevitabilmente a distruggerlo, ma i rivoluzionari riescono a portare dalla loro parte anche i lavoratori degli altri paesi.
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz. Cfr. Apparato iconografico
Come prevedibile, una grande parte di pubblico francese dell’epoca, soprattutto la frangia della destra nazionalista più radicale, non apprezza che uno straniero offenda in quel modo la sacralità dell’amata capitale e della nazione. Si crea dunque intorno all’autore e al suo libro un grande scandalo che porta molte persone a manifestare sotto la redazione del giornale e alla sottoscrizione di petizioni che chiedono che venga tolto il visto “a quel polacco (oppure, ancora meglio, a quell’ebreo) sfacciato”. Queste dimostrazioni, tuttavia, non fanno che accrescere a dismisura la popolarità del libro e del suo autore. Un editore acquista i diritti dell’opera e la fa pubblicare integralmente e tradurre in varie lingue, tra cui il russo. In Polonia Palę Paryż arriva appena nel 1931, in un’edizione profondamente censurata. Nel 1929 Jasieński viene comunque espulso dalla Francia e dopo diverse peregrinazioni arriva finalmente in Unione Sovietica, con una folla in festa che lo accoglie a Leningrado. Qui vive un’iniziale fase di successi anche politici, soprattutto all’ombra del commissario dell’NKVD Genrich Grigor’evič Jagoda, che ammira, ma quando quest’ultimo viene epurato durante la fase più accesa delle grandi purghe staliniane gli viene a mancare il sostegno politico. Per un brutale scherzo del destino, Bruno Jasieński, che aveva dedicato la vita e la produzione letteraria alla causa comunista, proprio per mano di quel regime che ne rappresenta la realizzazione pratica troverà la morte nel carcere della Butyrka a Mosca il 17 settembre del 1938. Verrà riabilitato in Unione Sovietica nel 1955, mentre la Francia riconoscerà il valore delle sue opere soltanto nel 2003. Palę Paryż è disponibile in lingua italiana nella traduzione di Alessandro Ajres pubblicata da Miraggi edizioni nel 2019.
Bibliografia:
Ariko Kato, “In Search of a Universal Language: Bruno Jasieński’s Concept of New Language in His Polish Futurist Manifests and Novel I Burn Paris”, in Russian and East European Studies, No. 47, 2018, pp. 35 – 53.
Bruno Jasieński, Brucio Parigi, Torino, Miraggi edizioni, 2019. Traduzione di Alessandro Ajres.
Francesca Fornari, “La letteratura tra le due guerre”, Luigi Marinelli et. al. (eds.)., Storia della letteratura polacca, Torino, Einaudi, 2004, pp. 361– 408.
Giovanna Tomassucci, “Anatol Stern e Bruno Jasieński.”, in Pl.it, No. 7, 2016, pp. 141 – 154.
Iwona Boruszkowska, “Paradoksy awangardowego zaangażowania. Ideologia (artystycznej) zmiany w powieści PalęParyż Brunona Jasieńskiego”, in Zagadnienia rodzajów literackich, No. 62, 2019, pp. 49 – 65.
Marzenna Cyzman, “A Communist Propaganda Leaflet or Something Else? On Bruno Jasienski’s Pale Paryż”, in Pamiętnik literacki, No. 110, 2019, pp. 15 – 32.
Michał Nikodem, “Jasieński na lewo: Myśl marksistowska w twórczości Brunona Jasieńskiego” in Nowa krytyka, No. 34, 2015, pp. 227 – 246.
Nina Kolesnikoff, “Polish Futurism: Its Origin and the Aesthetic Program”, in Canadian Slavonic papers, Vol. 3, No. 18, 1976, pp. 301 – 311.
Nina Kolesnikoff, “I Burn Paris – A Utopian Novel”, in Idem, Bruno Jasieński. His Evolution from Futurism to Socialist Realism, Waterloo, Wilfried Laurier University Press, 1982, pp.74 – 85.
Salvatore Greco, “Brucio Parigi – manifesto rivoluzionario di un futurista polacco”, in Polincult, 02/01/2020. https://polonicult.com/brucio-parigi-futurismo/ (ultima consultazione: 11/01/2024)
Pasha Malla, “I Burn Paris and the Temptation of Newly Topical Fiction”, in The New Yorker. https://www.newyorker.com/books/second-read/i-burn-paris-and-the-temptation-of-newly-topical-fiction (ultima consultazione 11/01/2024)
Giorgio Olmoti e Alessandro Ajres – “Brucio Parigi” di Bruno Jasienski. www.youtube.com/watch?v=t4am1BTJ9W4 (ultima consultazione 11/1/2024)
Apparato iconografico:
Ritratto di Bruno Jasieński a opera di Stanisław Ignacy Witkiewicz, in arte Witkacy (1885–1939). Witkacy e Jasieński, oltre a condividere il ruolo di maestri delle avanguardie polacche tra le due guerre, hanno avuto anche in comune una data, il 17 settembre, e un paese, l’Unione Sovietica. Jasieński morì per un’ironia del destino a causa delle purghe del regime staliniano il 17 settembre del 1938; un anno più tardi, a seguito dell’invasione sovietica della Polonia avvenuta proprio il 17 settembre del 1939, forse perché in qualche modo aveva visto realizzarsi lo scenario che aveva costruito nel suo romanzo “Insaziabilità”, Witkacy decise di togliersi la vita.
“Preparatevi, il tempo sta per scadere. Il silenzio e la lentezza dureranno ancora per poco”. L’eclissi del periodo estivo coincide con l’esordio dell’orrore, mentre “il cielo si dissolve nelle prime scintille e nell’odore della polvere da sparo”. In tarda estate è il potente esordio romanzesco di Magdalena Blažević, critica letteraria che già nel panorama narrativo si era imposta con alcuni racconti di rilievo. Le sue pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche. La memoria tiene insieme la fragile trama narrativa. I ricordi balenano intensi, come dettagli illuminati per un istante dal sole attraverso le foglie e poi di nuovo celati. Giochi di fanciulli dalla durata effimera, bambole rinchiuse in una scatola per non vedere più la luce.
La quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue e del fango impregna l’aria mentre le galline vengono macellate. Suini nati morti vengono gettati in una fossa, mentre sciami di corvi e di mosconi infestano l’aria. Il fratello di Ivana, la protagonista, porta a spalla un fucile ad aria compressa che anticipa quelli reali e ben più perigliosi che a breve sconvolgeranno quelle terre. Gazze mettono in scena “uno spettacolo nero”, mentre “l’aria rimbomba e il bosco si oscura”. Come nelle fiabe, la foresta è buia e minacciosa, albergo di inconsci timori. La paura percorre gli animi come un vento furioso. Nella casa giace abbandonata una fisarmonica, che nessuno è in grado di suonare. Paesaggi impregnati di gelo e di morte, nei quali il più lieve rumore echeggia furente. Le finestre delle case in rovina appaiono come orribili occhi cavati.
Blažević, come Virginia Woolf in time passes, riesce a rendere il trascorrere del tempo, le piazze un tempo vive e ora deserte, i tetti piagati dalla pioggia e dalla neve, sotto i quali non vi è più riparo, le stanze vuote percorse da topi e da insetti, le mura aggredite da muschi e umidità. Il libro è dedicato agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. Un episodio poco noto dalle nostre parti, come altri che vengono posti all’attenzione solo ora, a così grande distanza di tempo, a dimostrazione di come ogni conflitto porti con sé strascichi infiniti e devastazioni morali enormi. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”. Gli odori e i sapori di un tempo si estinguono, inevitabilmente. Fotografie sbiadite simboleggiano la necessità di ricordare, prima che l’oblio renda tutto illeggibile. “Come fa il mondo a essere ancora lo stesso?”, si domanda l’autrice. Dopo tanto orrore il normale corso dell’esistenza appare sfigurato, per sempre. Le scarpe da ginnastica di Ivana restano appoggiate al muro; nessuno le indosserà più. Un telefono squilla invano nel vuoto popolato solo dalla morte.
Da un saggio che analizza la nuova creator economy al memoir dell’artista statunitense David Wojnarowicz, tra fotografia e AIDS, passando per riflessioni sull’accostamento della fisica quantistica alle filosofie orientali, su come indagare la vita sottomarina ci aiuti a capire cosa significhi “vivere” e sull’Italia oltre l’immagine dell’overtourism, ecco cosa abbiamo letto a settembre 2025.
Sul filo della Lama di David Wojnarowicz (Miraggi edizioni)
“Vivere ai margini dei margini”. È così che David Wojnarowicz, artista, scrittore, fotografo e attivista statunitense morto nel 1992 a 37 anni, avrebbe descritto la sua vita. Ed è proprio in quei margini che si muove Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, il suo memoir finalmente tradotto anche in Italia. Un testo che non è un libro ordinario, né per forma né per contenuto: è una testimonianza carnale, rabbiosa, spesso lirica, della vita ai margini, della solitudine, dell’identità queer vissuta in un contesto ostile, della crisi dell’AIDS negli anni Ottanta e dell’arte come strumento di sopravvivenza e resistenza. Wojnarowicz scrive alternando frammenti autobiografici, riflessioni politiche, visioni oniriche, sogni e incubi urbani in una struttura spezzata, non lineare, che rifiuta le forme canoniche del memoir. La disintegrazione del titolo è non solo fisica – legata alla malattia, alla perdita, all’emarginazione – ma anche narrativa: ogni tentativo di comporre una linearità viene distrutto dall’urgenza di dire, di denunciare, di ricordare. Anche la sua arte è così. Lavora con ogni mezzo: pittura, fotografia, collage, video, scrittura. Il suo immaginario è fatto di simboli ricorrenti – il volto di Rimbaud usato come maschera, uomini con la testa di toro, cartine geografiche, animali, simboli religiosi, corpi spezzati, immagini pornografiche – sempre intrecciati con riflessioni feroci su sessualità, identità, religione, capitalismo, morte.
Wojnarowicz racconta l’infanzia segnata da abusi in famiglia, la vita da sex worker adolescente, le prime esperienze sessuali vissute in un’America che criminalizza il desiderio omosessuale, le morti degli amici, la presenza costante dell’AIDS come spettro e come condanna. Non cerca né pietà né espiazione: scrivere per lui è un atto di militanza e insieme di disperata affermazione di sé. Eppure dentro questa ferita che è esistere pulsa una forma di amore profondo, per la vita, per la bellezza, per chi non ha voce. Dopo aver scoperto di essere sieropositivo, trasforma il corpo malato in uno strumento di denuncia. Attacca frontalmente l’omofobia istituzionalizzata, il silenzio del governo Reagan, la complicità della Chiesa e delle case farmaceutiche. Usa l’arte come forma di lotta, con performance e opere che gridano indignazione, pietà, furia. Il suo diario personale, infatti, si fa eco di urgenze ed esigenze collettive, in cui l’arte, soprattutto, non è solo denuncia ma anche cura, alleanza, gesto di connessione, tentativo disperato ma tenace di spezzare l’isolamento del singolo. “Trasformare il privato in qualcosa di pubblico è un’azione che ha ripercussioni enormi nel mondo preconfezionato”, diceva. E aveva ragione, lo è ancora oggi.
Credo che per molti la fotografia abbia un significato sotterraneo, potremmo dire inconscio: cercarsi sapendo già di non potersi trovare da nessuna parte. In altri termini, attraverso la fotografia riconoscere quella parte di sé che sappiamo essere intoccabile, diciamo anche inavvicinabile. Attrezzarsi con la propria macchina fotografica, innestare l’obiettivo, è anche rendersi conto di tutto quanto la legge dell’ottica, per quanto sofisticata, non riuscirà mai a raggiungere: e lì forse saperci.
Ogni obiettivo fotografico, come l’occhio umano, oltre un certo limite non può vedere, né mettere bene a fuoco. Per quanto aiuti ad arrivare dove la vista non può, a ingrandire quel che vedremmo troppo piccolo e indistinto, nel troppo vicino o nel tanto lontano, esistono ostacoli strutturali coi quali dover fare i conti. Per questo motivo è bene prendere coscienza fin dal principio di ciò che sappiamo già essere l’impossibile fotografico, ovvero guardarci davvero.
L’artista David Wojnarowicz scriveva nel suo libro-testamento “Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione” (edito recentemente da Miraggi Edizioni nella traduzione di Chiara Correndo) pressappoco che l’immagine che si forma nel centimetro tra il nostro pollice e l’indice guardando l’orizzonte (il lontanissimo) ha la stessa intensità di quella che vediamo di fronte a noi; il gioco delle distanze nella vista si annulla o comunque ci si può giocare, e questo la fotografia lo sa da sempre. Quando scegliamo la distanza da cui inquadrare, l’ottica attraverso cui guardare il mondo, e le porzioni che ci basterà che ci mostri per poter formulare il nostro messaggio, sappiamo che non potrà essere detto tutto, mostrato tutto e quindi noi saremo solo in parte rappresentati da quello che emergerà nell’immagine. Proprio perché la fotografia si misura nella distanza che crea tra l’occhio e il soggetto, ci dice anche il proprio opposto, tutto ciò a cui non potrà mai giungere.
Forse è qui che va individuato lo specifico della fotografia: non tanto nella sua resa formale, ma nelle possibilità del suo vedere; se ogni altra arte ci chiede ciò che possiamo vedere da soli, la fotografia ci chiede cosa ancora non vediamo in tutto ciò che l’ottica ci offre e ci rende d’un colpo vicino e raggiungibile nei suoi minimi dettagli. Yves Bonnefoy, in “Poesia e fotografia” (Obarrao Edizioni, 2014) si rivolgeva al concetto del caso, dicendo che la fotografia ci mostra la casualità con cui gli elementi del reale si dispongono (le forme dei ciottoli, le pieghe dei tessuti), senza che si possa attuare alcun controllo volontario o cosciente sulla forma che assumono; in effetti la mano del pittore è possibile che sia tentata di aggiustare o dire la propria su come le cose si presentano. Ma la fotografia ha a che fare con la visione ed è lì che va cercato il suo minimo comune multiplo, ovvero nella frustrazione che ci fa attrezzati scrutatori di fenomeni che non possono toccarci, tantomeno rivelarci a noi stessi. Forse.
Ancora Bonnefoy vedeva nella fotografia l’affaccio su un infinito fuori, e proprio in questo suo tenderci costantemente all’esterno, sull’infinito esterno visibile, raggiungibile coi sensi e con l’ottica, la fotografia (nonché il fotografo) consuma il proprio nodo irrisolvibile: quello che la vuole cacciatrice ma spesso senza vera preda; osservatrice distratta di mondi che se anche ci somigliano raramente ci corrispondono. Quando molti ritrattisti (o fotografi in generale) dichiarano di vedere sé stessi nei volti che immortalano, è bene pensare invece quanto resti fuori, lontanissimo; ben più nascosto di quanto possa essere racchiuso tra l’indice e il pollice.
Pubblicata da Miraggi Edizioni è arrivata per la prima volta in Italia Close to the Knives: A Memoir of Disintegration (Sul filo della lama: Memorie della disintegrazione), l’incendiaria raccolta di scritti autobiografici dell’artista e attivista statunitense David Wojnarowicz (1954-1992) tradotta da Chiara Correndo e con una postfazione di Jonathan Bazzi.
David Wojnarowicz si dedicò alla lotta per i diritti delle persone malate di Aids spaziando tra più mezzi di espressione, dalla prosa sperimentale alla pittura, dal video alla fotografia. Morì trentasettenne a causa del virus, dopo aver perso negli anni molti dei propri amici per lo stesso motivo. Sopravvissuto a un padre violento e alla vita di strada come sex worker, divenne conosciuto nella scena artistica newyorkese downtown.
Ho voluto incontrare Chiara Correndo, traduttrice del libro, ricercatrice e portavoce dell’opera di David Wojnarowicz in Italia, per farle alcune domande su David e il suo modo di rapportarsi all’immagine, tema su cui torna a più riprese lungo tutto il corso della sua scrittura.
Come ti sei imbattuta in David Wojnarowicz, innanzitutto?
Per caso. Cinque anni fa, al Torino Film Festival, ero andata a vedere la proiezione di un regista argentino. A un certo punto, nel film, il protagonista prende un libro da uno scaffale e ne legge una citazione così bella che ho voluto subito cercare di chi fosse. Era David Wojnarowicz. Avevo visto che non esisteva una traduzione in italiano di questo libro e così mi sono attivata.
Nell’episodio del 21 luglio 2025, la redazione di Fahrenheit ha invitato la traduttrice Chiara Correndo a parlare di sul filo della lamadi David Wojnarowicz.
[dal min. 58’30”]
La fame degli affamati
Alle 15.00 Università telematica: cosa c’è oltre le schermo. Ne parliamo con Paolo Maria Ferri, insegna Tecnologie della Formazione all’università Bicocca di Milano | Alle 15.30 La fame degli affamati. Con Youssef Hassan Holgado, giornalista di Il Domani, si occupa di Medio Oriente e questioni sociali, e con Andrea Segrè, insegna Politica agraria internazionale all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, fondatore di Last Minute Market | Alle 16.00 in studio a Torino: David Wojnarowicz, Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, Miraggi Edizioni; con Chiara Correndo, traduttrice del libro, e con lo scrittore Jonathan Bazzi |Alle 16.30 Fahre Pace: All’università La Sapienza di Roma il Dottorato di interesse nazionale in “Peace Studies”, coordinato da Alessandro Saggioro, insegna Storia delle religioni alla Sapienza. Album del pomeriggio: Daughter “Music from Before the Storm”, 2017
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