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Immediatamente di Dominique De Roux – recensione a cura di Nicola Vacca

Immediatamente di Dominique De Roux – recensione a cura di Nicola Vacca

immediatamenteMi piace definire Dominique De Roux il Karl Kraus francese. Scrittore e intellettuale fuori dal comune, cavaliere delle lettere in territorio nemico, fa parte degli irregolari e degli impresentabili del  Novecento.
Fu il creatore dei «Cahiers de l’Herne», una collana che riportò al centro della vita culturale scrittori maledetti, liberi e anticonformisti (che molto gli somigliavano) come Céline, Pound, Artaud, Lovercraft.
De Roux riuscì a presentare criticamente al grande pubblico autori del calibro di Borges, Gombrowicz, Solženicyn, Koestler e movimenti come la beat generation.
Siamo davanti a un grande scrittore controverso che decise di essere sempre un uomo libero, di non appartenere a nessuna banda letteraria. La sua penna e la sua intelligenza si schierarono apertamente contro il mondo culturale del suo tempo.
De Roux, come Kraus, nelle sue invettive non risparmiò proprio nessuno.
In Italia non è molto conosciuto e soprattutto è pubblicato poco. Grazie a Francesco Forlani da Miraggi edizioni esce Immediatamente, libro di frammenti e aforismi in cui l’irriverente scrittore francese intinge la sua penna corrosiva di provocatore e di agitatore culturale.
Immediatamente esce in Francia nel 1971 e De Roux è vittima di una violenta reazione del mondo intellettuale francese. Il primo a scagliarsi contro di lui fu Roland Barthes.
Dolo l’uscita del libro «l’impresentabile» De Roux fu costretto a lasciare la Francia.
Dominique De Roux è uno straordinario inattuale che vale la pena conoscere e approfondire. Uno scrittore irregolare che rientra a pieno titolo nella tradizione dei pensatori controcorrente.
Un uomo e un intellettuale che veste da uomo sempre libero i panni del polemista e scrive del proprio tempo sedendosi orgogliosamente dalla parte del torto, in compagnia degli spiriti scomodi e degli infrequentabili.
Immediatamente è un libro di illuminazioni che folgorano. Dominique De Roux è uno scrittore che scrive per disturbare e con i suoi aforismi taglienti ha squarciato, come sanno fare soltanto gli irregolari e gli uomini di pensiero che decidono di rispondere soltanto alla propria coscienza, tutto il marcio di un’epoca che sa solo esprimersi attraverso la rappresentazione ipocrita di se stessa.

«Viviamo il tempo degli istrioni di massa. Coloro che fanno gesti differenti non sono più originari di nessuna parte»; «Al gaullismo succederà la Germania, o peggio ancora i francesi».

Per De Roux scrivere è rinunciare al mondo. Una grande e coraggiosa lezione inattuale.
Quando le epoche si fanno torbide dobbiamo assolutamente leggere gli inattuali. Perché solo loro sanno dirci le cose come stanno.
Leggiamo assolutamente Dominique De Roux che, come Cioran, Kraus, Céline e tutti gli altri infrequentabili, ha diffamato e squartato il suo tempo.

Dominique De Roux (1935-1977) fu un letterato fine e controverso. Il primo romanzo, Mademoiselle Anicet, è del 1960; nel 1963 fonda la rivista «Cahiers de l’Herne», raccolta di numeri monografici dedicati alle figure maledette o misconosciute della letteratura europea (Céline, Gombrowicz e Pound, tra gli altri). Nel 1966 dà alle stampe il saggio La morte di Céline (Lantana), che inaugura il catalogo della casa editrice Christian Bourgois, co-fondata dallo stesso De Roux.
Immediatamente esce nel 1971 e la violenta reazione del mondo intellettuale, con Roland Barthes in prima linea, costringe De Roux ad abbandonare la Francia per diventare corrispondente giornalistico e autore televisivo. Inviato soprattutto in Portogallo, documenta le guerre nelle colonie africane e nel 1974 è l’unico inviato speciale francese a Lisbona durante la rivoluzione dei garofani, che portò alla caduta di Salazar e della dittatura portoghese.
Pubblica l’ultimo romanzo, Le Cinquième Empire, cinque giorni prima di morire improvvisamente per infarto, nel 1977; La Jeune Fille au ballon rouge e Le Livre nègre usciranno postumi.

:: Immediatamente di Dominique De Roux (Miraggi Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

La notte in cui il Toro sfiorò la Coppa Uefa: “Torneremo ad Amsterdam” su La Stampa/Torino

La notte in cui il Toro sfiorò la Coppa Uefa: “Torneremo ad Amsterdam” su La Stampa/Torino

Una sedia alzata diventata simbolo di appartenenza. E ora anche un libro che ricorda la notte più coinvolgente della storia recente granata. Il Toro non poteva che fare da sottofondo alla nuova fatica di Fabio Selini, bresciano che si è innamorato del Torino grazie a Pulici e Graziani. “Torneremo ad Amsterdam”, edito da Miraggi e nelle librerie dal prossimo 15 dicembre al prezzo di 12 euro, è stato presentato ieri al Circolo della Stampa-Sporting.

Non è un’opera storiografica però, ma un romanzo che racconta la storia di due amici quarantenni, Ettore e Paolo, che nel loro viaggiare senza una destinazione precisa per l’Europa – apparentemente, perché tutte le tappe coincidono con la cavalcata granata: dall’Islanda fino all’Olanda – si ritrovano come ultima metà nella città dei tulipani, dove 26 anni fa il Torino guidato da Emiliano Mondonico si giocò la finale di ritorno di Coppa Uefa contro l’Ajax mancando il successo a causa di tre pali (dopo il 2-2 dell’andata). «A quella partita, l’unica finale del Toro, penso dalla notte del 13 maggio 1992», le parole di Roberto Cravero, storico capitano granata, al quale è stata affidata la prefazione.

In quella squadra giocava anche Silvano Benedetti, oggi responsabile della Scuola Calcio del club di Cairo. «Fu un’esperienza bellissima, nonostante la delusione – le parole dell’ex difensore, allora però non ci rendemmo pienamente conto dell’occasione di entrare ancora di più nella storia. L’abbiamo capito dopo».

Francesco Manassero

Elisa Occhipinti: “Io, Brigitte, Ulrike e le stelle”

Elisa Occhipinti: “Io, Brigitte, Ulrike e le stelle”

Elisa Occhipinti, da dove è partita per scrivere “E lucevan le stelle”?
Da diversi anni mi sono trasferita in Germania, appena sono arrivata ho subito stretto un rapporto
con Brigitte: era una signora anziana che viveva in una struttura, appena sei mesi dopo il mio
trasferimento lei è venuta a mancare. Io ho iniziato la mia vita tedesca nell’aprile del 2013, a
dicembre dovevo già darle l’ultimo saluto. E’ stata una figura fondamentale per me, anche se ho
iniziato a conoscerla meglio dopo il suo funerale. La sua era stata una vita particolarmente difficile
e non ne aveva mai voluto parlare, ma io ho iniziato a indagare e ho trovato tanti spunti
interessanti.
Chi è l’Ulrike del libro?
E’ proprio Brigitte stessa, perché sono partita da una storia vera e ci ho costruito sopra qualcosa.
Però è molto romanzato, ci sono tanti elementi di fantasia. Tutto, però, inizia appunto dal mio
incontro con Brigitte: la sua vita mi ha suscitato grande interesse e ho deciso di scrivere un libro.
L’ho iniziato nella primavera del 2014, pochi mesi dopo la sua scomparsa.
Germania e Italia sono i suoi luoghi del cuore?
La vicenda si svolge proprio tra questi due paesi, sono legatissima ad entrambe le terre. L’Italia è il
mio paese, sono nata e cresciuta a Torino e tutti i miei parenti mi aspettano sempre a casa, perciò
non potrò mai dimenticare la mia terra d’origine. Dall’altra parte, però, ho sempre sentito mia la
Germania: ho studiato tedesco a scuola, il mio desiderio di trasferirmi in Germania si è realizzato
cinque anni fa e ora sono felice qui.
Da chi si è ispirata per il titolo?
In qualche modo richiama Dante, sono una sua grande ammiratrice, ma in realtà è tratto dalla
Tosca di Giacomo Puccini: sono proprio le stelle e questa romanza a fare da filo conduttore. E sono
anche le due più grandi passioni di Ulrike, che in qualche modo richiamano quelle di Brigitte.

Il 1968 vissuto a Torino: Bruno Boveri racconta “Il gioco della verità”

Il 1968 vissuto a Torino: Bruno Boveri racconta “Il gioco della verità”

Cinquanta anni dal 1968, quando Torino si ritrova al centro del mondo della contestazione nata in università. Tutto prende il via nell’autunno 1967 a Palazzo Campana, all’epoca sede delle facoltà umanistiche. Qui si affaccia la matricola Bruno Boveri e qui incontra Ermanno Gallo, gli autori di Il gioco della verità. Un libro scritto allora e rimasto inedito per mezzo secolo, oggi proposto da Miraggi. Gallo non c’è più, Boveri – dopo quei giorni e la laurea con Gianni Vattimo – ha insegnato, ha fatto il deejay, ha fondato radio libere, ha aperto (e chiuso nel 2007) la libreria Agorà a Torino, è stato dirigente di Slow Food dalla nascita fino a poco tempo fa (“E senza prendere un euro”).

Come nasce Il gioco della verità?
“Sono arrivato in università a novembre 1967, a Palazzo Campana, iscritto a Filosofia. Tre lezioni e, a fine mese, scatta l’occupazione contro lo spostamento della sede della facoltà: si parlava di un trasferimento alla tenuta della Mandria. In quei giorni ho conosciuto una ragazza, che mi ha presentato a Ermanno. Fino a quel momento avevo scritto solo poesie, con un passaggio di gloria personale quando mia mamma le spedì alla trasmissione Rai del professor Cutolo. Si faceva un primo tentativo di divulgazione culturale, venne letta una mio componimento. Ermanno aveva già scritto un romanzo. In quei giorni vivevamo insieme ogni momento e lui mi disse: “Perché non scriviamo qualcosa?”. Il giorno dopo è arrivato con due pagine e abbiamo continuato, sempre insieme ma mai assieme”.

Che cosa significa?
“Che non abbiamo mai scritto a quattro mani. Siamo andati avanti così, un pezzo a testa e raccontando il periodo che va da aprile 1968 all’inizio del 1969. Ancora adesso non so chi abbia composto certe parti”.

Che libro è?
“Un guazzabuglio: parti vere e parti inventate, autobiografia e romanzo. Non c’è una trama. C’è piuttosto un clima, il racconto di quello che capitava. Avevo 19 anni quando è scoppiato il movimento, ho subito aderito. Da lì è nulla è stato come prima, cominciando dal sesso. Si scopava come non mai… Si parla di un cambiamento, a iniziare da quello della persona, per poi raccontare quello della società. Si capiva che non sarebbe più stato possibile innestare la marcia indietro, con tutte le conseguenze del caso”.

Che tipo di conseguenze?
“Soprattutto che si sarebbe finiti nella lotta armata: Ermanno si fece un po’ di galera, io venni inquisito per costituzione di banda armata e poi prosciolto, anche se questo secondo aspetto difficilmente viene riportato oggi su internet. Ero vagamente di sinistra quando arrivai a Torino dalla provincia di Alessandria, mi ritrovai comunista duro e puro: l’attacco ai parrucconi accademici, il Vietnam, l’Internazionale. È stato un punto di rottura, soprattutto la presa di coscienza da parte di quei giovani che non si erano mai schierati fino ad allora. Volevamo tutto e subito, come cantavano i Doors. È andata poi male, ma era giusto farlo anche se lo sbocco del ’68, a livello teorico, era appunto la lotta armata: si partiva per fare la rivoluzione. Qualcuno è finito così; altri, e io tra questi, hanno fatto un passo indietro”.

Si parla del ’68 come di un unico movimento studentesco, in realtà non era così.
“C’era una grande frammentazione. Io facevo parte di Avanguardia proletaria maoista, eravamo 120 in tutta Italia, a Torino in 9. Al primo congresso, a Milano, siamo riusciti a spaccarci in due. Si arrivava fino ad assurdità come quelle di altri maoisti, tipo l’Unione marxisti leninisti. In una riunione sull’etica proletaria se ne uscirono con un documento vincolante che teorizzava il sesso simultaneo, ovvero che si dovesse raggiungere l’orgasmo tutti insieme, con vari corollari. Una posizione che sembrava inarrivabile ma che venne superata quando fu bollata come “trotzkista e tardoborghese” da quelli del Partito comunista d’Italia marxista leninista, altri maoisti…”.

A livello personale che cosa ha significato il ’68?
“Per me è stata la svolta della vita, da quel momento non sono stato più lo stesso. Avevo fatto il liceo classico tra Tortona e Voghera, pensavo solo a studiare, a costruirmi una carriera, a mettere su famiglia. È cambiato tutto: al primo posto c’era solo la politica”.

A chi è indirizzato il libro?
“Vorrei che lo prendessero in mano i ragazzi, anche se non è semplice da leggere. Però, se cominci, è un vortice, per capire che cosa era e che cosa siamo. Per capire che bisogna muoversi in prima persona, parlare e fare. E vorrei che gli ex del ’68 potessero ricordare quei giorni”.

Come mai sono passati 50 anni prima di vederlo pubblicato?
“A inizio 1970 io e Ermanno diamo il romanzo a Giorgio Barberi Squarotti, che insegnava Letteratura italiana. Ci dice: “È bello, lo mando a Einaudi”. Lì c’è Guido Davico Bonino, che lo boccia: “Troppo pornografico per Einaudi”. Ne parliamo a Barberi, la sua espressione dice tutto, lui manda il libro a Rizzoli. Due mesi di silenzio, Barberi dice che è positivo, che ci stanno lavorando su. Ci convocano a Milano, incontriamo uno che ci dice: “Ci è piaciuto, ci interessa ma così non è pubblicabile. Bisogna fare un lavoro di editing”. Ci siamo alzati dandogli del fascista, del cretino. Due coglioni”.

“Photomaton & Vox”: la segnalazione di Alessio Moitre su outsidersweb.it

“Photomaton & Vox”: la segnalazione di Alessio Moitre su outsidersweb.it

Herberto Helder – Photomaton & Vox – Miraggi edizioni

Cristiano Ronaldo è giunto in Italia ma la casa editrice Miraggi c’informa che non è l’unico portoghese nato a Madeira (a Funchal per entrambi)ad essere presente a Torino. La bella operazione della casa torinese ha permetto a tutti noi di leggere un autore mancato qualche anno fa e di grandissimo talento, poco conosciuto dai lettori italici (e pochissimo tradotto). Testo da gustarsi davvero. Fu vincitore del Premio Pessoa 1994, comunque rifiutato.

Leggi la segnalazione di Alessio Moitre anche qui
http://outsidersweb.it/2018/08/01/consigli-letterari-agosto/

“Autostop per la notte”: la recensione di Sandro Moiso su carmillaonline.com

“Autostop per la notte”: la recensione di Sandro Moiso su carmillaonline.com

Uno studente universitario borderline, una coppia di truffatori tarantiniani, un malavitoso d’alto bordo e un professore ex-sessantottino sono i protagonisti di una vicenda che si pone a metà strada tra un noir atipico e una commedia nera, in cui la violenza e la morte sono presenti senza mai diventare del tutto esplicite.
Ambientato tra le periferie torinesi e le residenze collinari di una borghesia il cui stile di vita sembra ormai coincidere quasi totalmente con quello della criminalità organizzata, il breve romanzo d’esordio di Massimo Anania può costituire una lettura estiva piacevole e disincantata.

L’autore, nato in una nebbiosa Torino nel gennaio del 1975, vive attualmente in Veneto, dove oltre a lavorare in una grande impresa si occupa di arte e letteratura, e sembra trasfondere alcune sue caratteristiche comportamentali nel personaggio principale, lo studente tiratardi che sembra obbligarsi ogni notte ad attendere l’alba sperando che questa sia sempre più lontana. Notte che non sempre, come nella migliore tradizione del noir oppure della letteratura fantastica, porta con sé consiglio.

Notte che, anzi, può nascondere inganni e incontri con demoni meschini, destinati a trascinare i nottambuli non troppo scaltri in catene di eventi da cui risulta poi difficile uscire senza conseguenze. Notte buia, ma non tempestosa, e piuttosto confusa: soprattutto quando un poco sapiente cocktail di cocaina e whisky può far perdere il poco ingegno che si ha a disposizione.

Una storia assai poco politically correct in cui l’attrazione sessuale gioca un ruolo non secondario. Un’attrazione sensuale e ambigua, destinata ad ingannare più che a soddisfare nel momento del suo fisico realizzarsi.
Un’avventura notturna le cui conseguenze saranno ri-governate da una ragione malavitosa che, in un mondo dominato e colonizzato dal feticcio denaro, non è in fin dei conti peggiore di quella contenuta nel conformismo dominante. All’interno di vicende che, nonostante alcune smagliature nella trama, spesso sono narrate con un linguaggio cinico e, a tratti, visionario.

Sandro Moiso

Leggi la recensione di Sandro Moiso anche qui
https://www.carmillaonline.com/2018/08/09/tutto-in-una-notte-o-quasi/

Claudio Marinaccio: l’intervista di Guido Barosio su Torino Magazine

Claudio Marinaccio: l’intervista di Guido Barosio su Torino Magazine

Il suo terzo libro – ‘La folle storia del kamikaze che non voleva morire’ (Miraggi Edizioni) – promette di essere uno dei casi più interessanti di questa estate letteraria. Di lui Darwin Pastorin ha detto: “è uno scrittore maradoniano”. Claudio Marinaccio, classe 1982, un autore che esplora volentieri anche le rotte del giornalismo, dopo aver scritto per GQ, Donna Moderna e Il Mucchio Selvaggio collabora con Wired, Io Donna del Corriere della Sera e La Stampa. Da qualche tempo è tra le firme scelte dal quotidiano di Maurizio Molinari, insieme a Mattia Feltri e Giuseppe Culicchia, per raccogliere l’eredità del ‘Buongiorno’ di Massimo Gramellini. Il suo personale ‘Buongiorno Torino’ è dedicato alla provincia che sui affaccia sulla grande città, tra realtà ironica e un pizzico di surreale. Se i due libri precedenti – ‘Come un pugno’ (Aliberti) e ‘Non disturbare’ (Miraggi Edizioni) – hanno raccolto un buon successo è col terzo che le ottime recensioni confermano l’originalità di un percorso personale, originalissimo, fatto di storie taglienti, spiazzanti, dove il lettore affronta vicende terribili ma sempre piene di ironia. «Il libro è composto da undici racconti – ci spiega – dove i protagonisti vanno incontro ad un destino che non lascia scampo, ma loro si ribellano, vanno avanti nonostante tutto anche quando sono beffati, Nei miei personaggi c’è quella voglia di sopravvivere che ogni essere umano scopre di fronte all’inaccettabile. Ma non sempre basta, e io lo racconto».

Storie torinesi?
«No, universali. Gotiche e amare. Molti luoghi sono legati ai miei viaggi, da Parigi all’Abruzzo, dal sud della Francia al Cile, per arrivare agli Stati Uniti dei miei panorami letterari o cinematografici».

Che rapporto hai con Torino?
«Amo Torino, ma la vedo in prospettiva, perché vivo in provincia, a Villarbasse. Vado in città ogni giorno, con la mia moto ci metto pochissimo, ma alla sera mi piace tornare in un posto dove ci sono gli alberi e le case sparse, dove si sentono le voci distinte e i cani abbaiare. A Torino, come in ogni città, c’è sempre un rumore di fondo, ed è una sensazione profondamente diversa. Vivendo questi due ambienti nella medesima giornata si colgono meglio le differenze, e ci si sente a proprio agio in entrambi. Sono un provinciale metropolitano e questo penso sia un privilegio. Per uno scrittore è un doppio punto di vista, fonte di spunti e di ispirazione».

Cosa ti piace della provincia?
«La provincia è un territorio intimo e concreto, fatto di cose tangibili e visibili. E’ un luogo che profuma di antico, dove si gode di una realtà minimalista estremamente interessante. In provincia contano gli individui, li vedi uno per uno mentre fanno le loro cose, li incontri al bar dove ogni giorno si commentano i fatti, anche quelli grandi, ma sempre con le medesime persone. E poi quella di Torino è una provincia grande, la più grande d’Italia, circondata da montagne che vedi sempre, che identificano il paesaggio e forse anche il carattere della gente».

E invece Torino?
«Torino ha una identità molto forte e una doppia anima: elegante e underground, ci sono i palazzi della storia, ma anche le tante vivacità di una cultura urbana che ha offerto e offre molto nella musica, nel cibo e nell’arte. Torino non è come le altre città italiane, è molto più europea, anche geograficamente».

Hai vissuto un anno in America Latina, cosa ricordi di quell’esperienza?
«Quando ho conosciuto mia moglie, Javiera, nel 2006, ci siamo trasferiti un anno in Cile. E’ stata una bella esperienza, ma poi abbiamo deciso di tornare. Ho scoperto di amare l’Italia ancora più di prima proprio restando lontano da casa. Sono convinto che in nessun paese del mondo si ami la vita come da noi. Al rientro ho deciso che avrei fatto lo scrittore a tempo pieno. Una decisione che ho preso anche per mio figlio Carlos, io scrivo per lasciare qualcosa a lui».

Cos’è per te la scrittura?
«Mi piace la lucida follia che trovo in certi scrittori. Come per molti autori latinoamericani e statunitensi amo partire dalla quotidianità per arrivare al misterioso e al surreale. E poi c’è un altro aspetto fondamentale: la scrittura è allegria, piacere, diffido degli autori tristi. Quando vado nelle scuole insegno ai ragazzi che questo è il lavoro più bello del mondo e gli dico che per scrivere serve leggere, leggere tanto. Il mio primo libro vero è stato ‘Il bar sotto il mare’ di Stefano Benni. L’ho preso tra le mani a 13 anni e ho scoperto che ci si può divertire molto leggendo».

Granata o bianconero?
«Juventino, ma la responsabilità è stata di mio padre. Nel 1992, dopo aver visto Mondonico sollevare la sedia ad Amsterdam, gli dissi detto che volevo tifare Toro. Lui mi ha risposto che non dovevo più chiamarlo papà e che avrei potuto rimanere in casa, ma senza mangiare a tavola con loro. Così ho cambiato idea».

Ti piacciono altri sport?
«Ho praticato il pugilato e alla boxe ho dedicato il mio primo libro. In quello sport si legge tutto il dramma della vita e si conduco allenamenti devastanti, una vera lezione. Tanti ti chiedono: ma come fai a prendere a pugni gli avversari? E tu gli spieghi che, salendo sul ring, il primo problema è un altro: quei pugni, innanzitutto, non devi subirli. Poi amo molto il basket e sono una grande tifoso dell’Auxilium. Nell’ultimo anno ho stretto amicizia con Sasha Vujacic, un personaggio straordinario. Lui, che ha vissuto a Los Angeles e Istanbul, trova Torino molto bella, una città a misura d’uomo».

Essere scrittore o fare il giornalista, cosa preferisci?
«Non ho dubbi: io sono uno scrittore. Se vuoi, prestato al giornalismo. In assoluto mi piace raccontare storie, anche nei miei articoli, o sui social, faccio questo e in questo mi riconosco».

Oltre alla lettura come vivi il tuo privato?
«Il mio tempo migliore lo dedico alla scrittura, alla lettura e alla televisione, dove seguo con passione le serie stand up americane, politicamente scorrette e, proprio per questo, irresistibili. I momenti più preziosi però sono quelli dedicati alla famiglia, la mia band. L’educazione di Carlos è un costante punto di domanda. Mi chiedo spesso se, almeno qualche volta, occorre renderlo infelice per farlo crescere».

Il prossimo progetto?
«Sta prendendo corpo e si intitola ‘Non disturbare’. E’ una lettura ironica del nostro quotidiano, fatto di disturbatori incalliti, che bussano alla nostra porta dai call center, dai social, dalle chat di whatsapp, sotto forma di Testimoni di Geova. Per sopravvivere occorre arginarli e l’ironia può essere l’antidoto più efficace».

intervista di Guido Barosio pubblicata su Torino Magazine

L’uomo tagliato a pezzi, ovvero “Storia e memoria in Corte d’Assise”: la recensione di Mario Talli per il-galileo.eu

L’uomo tagliato a pezzi, ovvero “Storia e memoria in Corte d’Assise”: la recensione di Mario Talli per il-galileo.eu

Storia e memoria in Corte d’Assise

Il pretesto è la ripubblicazione, anche come rimembranza di un periodo di storia sociale, politica e del costume ormai tramontato, di alcuni casi giudiziari maturati nella Torino dei “favolosi” anni ’60, di cui l’autore del libro che li raccoglie fu testimone e resocontista attento nella sua qualità di cronista di Corte d’Assise. Sebbene il titolo del libro – L’uomo tagliato a pezzi – intenda chiaramente sollecitare l’attenzione del lettore su uno qualunque di quei “casi”, probabilmente il più efferato, Antonio De Vito (foto a destra), essendo uomo esuberante e appassionato, si propone in realtà qualcosa di più ambizioso, precisamente una rilettura, con lo sguardo di oggi, di eventi che hanno le loro radici addirittura negli anni Quaranta e Cinquanta, quando egli era un bambino e poi un fanciullo a Torremaggiore nella Puglia ove nacque e dove vide spuntare i primi soldati “mericani” sbarcati da poco che risalivano lo Stivale diretti verso il Nord, un itinerario che una ventina di anni dopo avrebbe intrapreso anche lui sul treno “Lecce-Torino carico di migranti pugliesi poveri e disperati con destinazione Malàno o Turìno…”.

A differenza però di quei suoi conterranei “poveri e disperati”, De Vito aveva frequentato le scuole, aveva studiato legge ed era diventato avvocato e poi, per una coincidenza fortuita, giornalista, professione che avrebbe esercitato fino alla pensione non limitandosi a scrivere articoli ma anche assumendo incarichi dirigenziali negli organismi di categoria. Che la scrittura fosse la sua vera vocazione non possono esserci dubbi di sorta. Basta scorrere questo e gli altri libri che ha scritto per convincersene. La sua prosa è come un torrente in piena: quando esonda, l’acqua produce una serie di ruscelli che si diramano in varie direzioni, a volte convergenti, altre volte no. In questo suo ultimo libro i casi giudiziari si mescolano con alcune esperienze di inviato all’estero per i due giornali in cui ha lavorato: la redazione torinese dell’Unità e La Stampa e con tutta una serie di notazioni e riflessioni pertinenti e stimolanti su aspetti, vicende e protagonisti della vita nazionale, fino a formare un amalgama variamente sfaccettato ma al tempo stesso miracolosamente compatto e unitario.

Mario Talli

http://bit.ly/luomotagliatoapezzi