3 panini dal «Mangialibri» a «In tarda estate»

3 panini dal «Mangialibri» a «In tarda estate»

di Giovanna Taffetani

vana è sdraiata sul divano letto in soggiorno con la sua bambola Julija, perché non ha una stanza tutta per sé. La sera la mamma le tira fuori dal vano contenitore le coperte, le lenzuola e le prepara il letto. Poco prima dell’alba però Ivana si infila nel lettone dei genitori, dal lato di sua madre, per cullarsi col suo calore fino a quando non le arriva un sonoro ceffone. Suo padre guida un camion, non è mai in casa e di solito rientra stanco a notte fonda. Julija gliel’ha regalata lui, è una bambola con i capelli che profumano di caramelle alla frutta e grandi occhi azzurri, come quelli di Ivana. A proposito di caramelle dure: la mamma non vuole che le mangi sdraiata a terra, potrebbero andarle di traverso. Raccomandazione inutile, un giorno una le si incastra in gola. La salva il repentino intervento di suo padre, che la prende per i piedi, le dà forti colpi sulla schiena, le mette dita in gola fino a quando non la sputa. Ivana ha sette anni, in autunno andrà a scuola, ha già lo zaino, ne avrà ancora sette da vivere… Si ritrova nello stesso identico posto, la polvere della strada attaccata ai piedi insanguinati. L’aria calda e soffocante provoca vertigini e offusca la vista. Chissà dove sono finite le sue pantofole? Il legno del pavimento scricchiola, non è Ivana a fare rumore, ma scarponi neri allacciati stretti. È la morte che li indossa. La vecchia compagna di giochi Julija è sotto il letto, chiusa al buio dentro una scatola di legno, insieme ad altri giocattoli. Sua madre è appena tornata dall’ospedale, usa ancora le stampelle e a fatica arranca fino alla camera di Ivana in mansarda. Resta ferma davanti al vetro satinato della porta, ricordando cosa c’è dietro: la scrivania con la lampada e una vecchia macchina da scrivere. Entra, c’è polvere sulla moquette verde, messa per coprire il cemento. Zoppicando raggiunge il letto di sua figlia, si sdraia e affonda la testa sul cuscino, cercandone l’odore. Piange accorata fino allo sfinimento e cade in un sonno agitato…

In tarda estate è il romanzo d’esordio di Magdalena Blažević con cui nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar Kočić. Ne è stato tratto anche un radiodramma della Radio croata. In tarda estate è dedicato alla memoria degli abitanti di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. La città era principalmente sotto controllo croato durante la guerra e la zona circostante ha visto vari scontri tra l’esercito bosniaco (ARBiH) e il Consiglio di difesa croato (HVO) nella regione. Nonostante la distanza di tempo l’autrice ha voluto che non si perdesse la memoria di questo massacro, che ha vissuto in prima persona e di cui porta ancora dentro di sé il dolore. Con uno stile poetico, denso di naturale sensibilità verso la natura, il lettore scopre il mondo infantile di Ivana e Dunja, la vita semplice delle loro famiglie e della piccola comunità del villaggio con i suoi originali abitanti. Le pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche, come il fiume Bosnia, il sole che attraversa le foglie e illumina i ricordi, descrivendo una sofferenza. La Blažević fa un omaggio alla vita nella Bosnia rurale, riuscendo a creare l’immagine di un paesaggio che sarà poi abbandonato, dimenticato e devastato dal conflitto. È la giovane Ivana la voce narrante e attraverso di lei l’autrice pur descrivendo la quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue mentre le galline vengono macellate o suini nati morti gettati in una fossa. Suo fratello che porta a spalla un fucile ad aria compressa anticipando quelli reali. In tarda estate è un romanzo contro la guerra, è un mondo fatto di emozioni che l’autrice scolpisce con frasi perfettamente precise e chiare. «Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima». Le sue scarpe da ginnastica resteranno appoggiate al muro, nessuno le indosserà più. Magdalena Blažević è una delle autrici più significative della letteratura balcanica e con questo romanzo tiene in vita la memoria, per non dimenticare, villaggi e persone. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/tarda-estate

Recensione di «I dieci passi di Nick Drake» su «Il Posto delle Parole»

Recensione di «I dieci passi di Nick Drake» su «Il Posto delle Parole»

Il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974), autore di soli tre dischi ignorati all’epoca e diventati dei capisaldi del folk-rock britannico, racconta la propria vita con una voce-flusso di coscienza che giunge dall’indistinta terra della post-morte. Da laggiù, Drake ripercorre la sua infanzia, la passione per la musica, l’inadeguatezza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di una canzone, a partire dai sentimenti e dai legami terreni, la difficoltà di integrarsi e accettare le regole commerciali dell’arte.
Questo romanzo delicato e feroce puntella la cronaca della vita di Nick Drake con una voce “ altra ”, che non appartiene a nessuno o forse a tutti i consumatori di opere e che irrompe per dire la sua sulla figura dell’artista assoluto, violento e fragile, e sul ruolo primordiale che ancora gli spetta nella società del futuro. Una voce che procede per rivelazioni oniriche, che prende spunto dall’unico, brevissimo filmato che la posterità ha ricevuto di Drake. Una ripresa muta e sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. Dentro quei dodici secondi si allontana di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. Ma dentro quei dieci passi si raccoglie il futuro a corta scadenza del cantautore e quello di tutti noi che lo ascoltiamo e ringraziamo a distanza di mezzo secolo.

Luca Ragagnin incomincia a scrivere racconti e poesie nei primi anni Ottanta e a pubblicare su rivista all’inizio dei Novanta. Nel 1992 il testo teatrale Eclisse del corpo viene rappresentato a Torino e a Bologna presso il Teatro di Leo de Berardinis. Dal 1994 collabora come paroliere con musicisti di varia estrazione. Nel 1995 vince il Premio Montale per la poesia con una silloge inedita, letta nello stesso anno da Vittorio Gassman nel ciclo televisivo «Cammin leggendo» e pubblicata l’anno successivo dall’editore Scheiwiller. Nel 1996 viene invitato al Festival Internazionale di Poesia di Bar, in Montenegro, e un’antologia di sue poesie viene tradotta in serbocroato. Collabora con quotidiani e riviste di vario genere e, dal 1998 al 2003, tiene una rubrica fissa su «Duel», mensile di cinema e cultura dell’immagine. Nel 2007, insieme a Enrico Remmert, adatta per ii teatro il libro Elogio della sbronza consapevole. Lo spettacolo viene portato in tournée in Italia e in Francia da Assemblea Teatro. Nel 2009, sempre con Enrico Remmert, scrive 2984, testo teatrale ispirato a 1984 di George Orwell. Lo spettacolo debutta al Festival delle Scienze di Genova con la regia di Emanuele Conte e la produzione del Teatro della Tosse. Nel 2011 collabora alla stesura di Operetta in nero, testo teatrale scritto e musicato da Andrea Liberovici e scrive, con Michele Di Mauro, Alla fine di un nuovo giorno, spettacolo commissionato da Torino Spiritualità e portato in scena dallo stesso Di Mauro e dal compositore messicano Murcof. Nel 2012 scrive per Lella Costa Elsa Shocking, monologo basato sull’autobiografia di Elsa Schiaparelli Shocking Life, che va in scena il 20 ottobre al Teatro Carignano di Torino. Nel 2014 scrive per Angela Baraldi lo spettacolo The Wedding Singers, che debutta al Teatro della Tosse di Genova, con la regia di Emanuele Conte. Le sue poesie sono tradotte in Francia, Svizzera, Portogallo, Polonia, Romania e Montenegro.
È autore di romanzi (Marmo rosso, Arcano 21), racconti (tra gli altri, Pulci e Un amore supremo), testi teatrali (Misfatti unici, Cinque sigilli) e poesie (tra le altre, le raccolte Biopsie e La balbuzie degli oracoli) e testi di canzoni (tra gli altri, per Subsonica, Delta V, Serena Abrami e Antonello Venditti). Con Miraggi ha pubblicato il volume di racconti Musica per Orsi e Teiere; il saggio Capitomboli; insieme ai Totò Zingaro, la trilogia musicale Imperdibili perdenti, composta dai dischi «Il fazzoletto di Robert Johnson», «Salgariprivato» e «Fiodor», di cui è autore di tutti i testi; l’excursus musicale-­narrativo Autoritratto in vinile; e ancora i romanzi Agenzia Pertica, Pontescuro, Il bambino intermittente e I dieci passi di Nick Drake. Nel 2024 ripubblica infine tutte le sue le sillogi poetiche con inediti nel volume Un solco senza seme.

Ascolta l’audioarticolo:

La breve vita di Nick Drake in un racconto che cattura – Recensione su «Il Trentino»

La breve vita di Nick Drake in un racconto che cattura – Recensione su «Il Trentino»

di Carlo Martinelli

Ignorato o quasi in vita (i suoi tre dischi vendettero complessivamente meno di cinquemila copie), il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974) ha conosciuto post mortem una fama del tutto meritata. Oggi la sua voce inconfondibile, struggente, accompagna le pubblicità televisive o fa da colonna sonora nei film di registi di culto. Artista appartato e nascosto a dir poco, Nick Drake riceve l’omaggio appassionato di Luca Ragagnin, prolifico autore di romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie nonché paroliere per artisti quali Subsonica, Delta V, Venditti, Mina. 

Attenzione: questo suo «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi edizioni, 236 pagine, € 22) non è una biografia, bensì un romanzo, coraggioso e riuscito a partire dalla scelta di raccontare la vita breve di Nick Drake (con tracce di autodistruzione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, uomo fragile nella vertigine di cambiamenti epocali, e non solo in musica) affidando la voce narrante all’artista stesso, che parla in prima persona. Un romanzo che cattura a partire dal titolo. Già: perché dieci passi? Semplice: è riapparso un brevissimo filmato, lo si vede su YouTube. La ripresa sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In tutto dodici secondi nei quali spunta di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. A partire da quei passi Luca Ragagnin costruisce una doppia ammaliante narrazione, utilizzando due caratteri diversi per distinguerle. Da una parte la cronaca della vita di Nick Drake, affidata alla sua voce. Dall’altra, in maiuscolo, un flusso di coscienza interiore, fatto di sogni e visioni.

«I dieci passi di Nick Drake» – Recensione su «Rock Nation»

«I dieci passi di Nick Drake» – Recensione su «Rock Nation»

di Marco Olivotto

Romanzo (peraltro rigorosamente storico) che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine.

È difficile riassumere in poche righe la produzione letteraria di Luca Ragagnin: per la sua estensione e perché attraversa i confini di generi diversi. Ha pubblicato romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie. A questo va aggiunta la sua attività di paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao, e molti altri. Il suo ultimo libro “I dieci passi di Nick Drake” è uscito per Miraggi Edizioni il 28 gennaio nella collana Scafiblù.

È lecito chiedersi se un’altra biografia di Nick Drake possa avere senso, perché la sensazione è che tutto ciò che andava scritto su quello che è uno dei più grandi cantautori inglesi degli anni Settanta sia già stato scritto. Dal fondamentale libro di Nick Humpries (1997) a quello più recente di Richard Morton Jack (2023), passando per l’archivio creato da Gabrielle Drake, sorella di Nick, e da Cally Callomon (2014), l’opera pareva conclusa. Non solo in Albione, ma anche in Italia, dove va ricordato il saggio di Ennio Speranza “Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione” (2020). La domanda è lecita anche perché, se una biografia viene scritta con cura e aderenza alla verità storica, non rimane molto da aggiungere.

Ebbene, Luca Ragagnin dimostra l’esatto contrario. La sua ultima fatica non è tanto una biografia, quanto un romanzo (peraltro rigorosamente storico), che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine: la prima persona. Il libro, materialmente scritto dall’autore, ha la voce dello stesso Nick, grazie a un processo di immedesimazione che trova pochi precedenti nelle mie letture. Lo straniamento che ciò provoca al lettore nelle prime pagine si trasforma presto in un’attrazione magnetica che non dà tregua: mi sono trovato più volte a leggere il libro “at that time of the night”, per citare i Marillion, incapace di smettere. La sensazione è talvolta quella di avere tra le mani un libro scritto con la tavola ouija, utilizzata dagli spiritisti per comunicare con i defunti nelle sessioni medianiche.

Bisogna partire da due punti fondamentali. Il primo ha a che fare con un fatto misterioso e quasi incredibile: come è noto, non esiste alcun filmato che ritragga Nick Drake adulto, tranne uno. Lo si può reperire su YouTube, e dura appena dodici secondi. Mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina, in quello che pare essere un festival musicale, peraltro sconosciuto. Non c’è neppure la certezza che si tratti di lui, anche se la probabilità è altissima. Ragagnin parte da quel filmato, in cui Nick compie dieci passi, e tutta la storia ruota attorno a quei passi, analizzati uno per uno, che diventano la metafora di una vita malata e troppo breve, sulla quale il 25 novembre 1974 scenderà il buio per sempre. Il secondo si riferisce alla scelta di incastrare due narrazioni alternate, utilizzando due font diversi per distinguerle. Il testo normale, per così dire, è più vicino a una cronaca dei fatti, pur narrata in prima persona; quello in maiuscoletto dà voce all’inconscio, in un flusso di coscienza interiore che emerge da sogni e visioni.

È soprattutto la parte inconscia a trascinare il lettore dentro il caleidoscopio delle immagini spesso confuse che solcano la mente del protagonista. Con una particolarità: il linguaggio, mano a mano che si procede, si corrode sempre di più. Verso la fine, il tessuto connettivo dei pensieri si sfalda del tutto, a simboleggiare il procedere della malattia che finirà per portarsi via Nick a soli ventisei anni, per overdose di medicinali. I vortici del linguaggio hanno una funzione precisa: non solo testimoniano l’immedesimarsi dello scrittore con il personaggio, ma conducono il lettore stesso a sentirsi Nick Drake. È impressionante la minuta cura dei dettagli, segno palese di uno studio approfondito delle biografie esistenti. Soprattutto, sorprende la perfetta aderenza tra le due voci che attraversano il romanzo: Luca Ragagnin diventa, letteralmente, Nick Drake, ed è molto difficile comprendere quanto la narrazione riguardi l’artista e quanto invece il vissuto personale dell’autore, perlomeno a livello di identificazione psicologica. Il fatto, poi, che le immagini della storia siano assai vivide e allo stesso tempo provengano inevitabilmente da un Altrove che si trova oltre la vita, è il vero colpo di grazia dell’opera. In senso stretto, perché la sensazione è che l’autore abbia scritto in uno stato di grazia raro, utilizzando al contempo tutto l’estro e la competenza letteraria di cui è dotato.

Per necessità, “I dieci passi di Nick Drake” è un libro privo di futuro: è una visione a tunnel che può solo volgersi all’indietro. Tuttavia, pur nel compiersi di una tragedia annunciata, non è un libro negativo. Il distacco di Nick dalle cose del mondo, dalla fama (pure in parte desiderata), l’abbandono di tutto per dedicarsi esclusivamente alla musica, che in ultima istanza sarà la carrozza che lo accompagnerà alla sua fine, non ha il colore degli occhi di un cane nero. Una leggerezza seminascosta attraversa il romanzo, quasi ad aprire uno spiraglio su una dimensione parallela in cui le cose-del-mondo non arrivano perché non hanno alcun senso. Il sottotesto, inteso come rapporto tra il protagonista e il suo dilemma, è ricchissimo e ramificato: punta al conflitto tra la creazione artistica e la sua proposta al mondo; apre domande sull’amore e la sua natura (qual era la vera natura dei sentimenti di Nick verso Françoise Hardy?); descrive alla perfezione la sindrome dell’impostore, quel senso di perenne inadeguatezza che era uno dei pilastri del carattere di Drake e che affligge troppe persone di valore. La lista potrebbe continuare a lungo.

La conclusione è paradossale: scrivendo un libro su uno degli artisti che più ha incarnato il desiderio di sparizione, Ragagnin ha donato al mondo un libro che rischia seriamente di sopravvivere al tempo, ed è quasi una pietra miliare su diversi fronti – non ultimo quello della narrazione autobiografica per interposta persona. Un’operazione difficile ma sublime, che in questo caso è riuscita alla perfezione. “I dieci passi di Nick Drake” è un libro da leggere assolutamente, anche se non si ha idea di chi fosse Nicholas Rodney Drake, 1948-1974. Il motivo è che in “Fly”, uno dei suoi brani più splendidi, Nick non chiedeva solo “un secondo viso”, ma soprattutto “una seconda grazia”. Oserei affermare che Luca Ragagnin gliela abbia donata, e a questo punto forse il cerchio si può considerare chiuso in via definitiva.

QUI l’articolo originale: https://www.rocknation.it/books/luca-ragagnin-i-dieci-passi-di-nick-drake/?fbclid=IwdGRjcAP_7U1jbGNrA__tRGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHkA8xZjjNdUmPkyY3sKv0rf9n51Gj6431Oog63ANwHcax9HfCFMkI6qM_B1P_aem_Yo_wqHtlVc0iikrbupcK9Q

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «ExtraMusic Magazine»

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «ExtraMusic Magazine»

di Massimiliano Nuzzolo

La voce del cantautore inglese torna dall’oltrevita per raccontare Il paradosso di un’esistenza che ha trovato la fama attraverso l’assenza.

Ci sono dodici secondi di pellicola sbiadita, un frammento muto catturato in un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In quei fotogrammi, una sagoma alta e dai capelli lunghi si allontana di spalle dalla cinepresa, mescolandosi alla folla. Quella sagoma è Nick Drake e, in quel video, compie esattamente dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. 

In questo volume, Luca Ragagnin ci offre l’apice della sua capacità di sintesi lirica, rendendo omaggio a un artista che, come lui, ha sempre lavorato sulla sottrazione e sul peso specifico delle parole. Luca infatti è autore per i Subsonica, Mina e Venditti, sempre attento al ritmo e parte proprio da quei dieci passi per costruire un’opera che sfida i canoni della biografia tradizionale.

Pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, “I dieci passi di Nick Drake” è un romanzo che non si limita a ripercorrere la cronaca di una breve esistenza (Drake nacque nel 1948 e morì a causa di un’overdose di amitriptilina nel 1974), ma dà voce all’artista stesso, facendolo parlare da un’indistinta “terra di post-morte”. 

È da questa prospettiva malinconica che il cantautore ripercorre l’infanzia a Far Leys, l’inadeguatezza vissuta a Cambridge e quell’incapacità, divenuta poi cronica, di integrarsi nelle regole commerciali di un’industria discografica che, all’epoca, ignorò i suoi tre capolavori: “Five Leaves Left”, “Bryter Layter” e il definitivo “Pink Moon”.

Il cuore dell’opera di Ragagnin si trova proprio nel concetto di cancellazione. L’autore cuce addosso a Drake una riflessione profonda sul ruolo dell’artista assoluto: l’arte non come mestiere o ricerca di consenso, ma come “malinteso sociale” e strumento per scomparire. 

“Serviva a cancellarmi”, leggiamo tra le pagine, quasi a giustificare quel ritiro silenzioso che portò Nick a morire nel suo letto, tra il salto di un solco dei Concerti brandeburghesi di Bach e l’ultima dose di Triptizol. La morte, in questa narrazione, non è una fine, ma una “giostra di stili”, un revival che finalmente permette alla musica dell’artista di prosperare, lontano dal terreno malato della fama immediata.

Ad arricchire la trama interviene una voce altra, un controcanto onirico che rappresenta il punto di vista di noi lettori e ascoltatori, testimoni di un’eredità che a distanza di mezzo secolo non smette di vibrare. Ragagnin, con la sua esperienza di narratore, poeta e drammaturgo, riesce a trasformare la materia biografica in un flusso di coscienza che sembra ricalcare la struttura circolare e ipnotica delle accordature aperte di Drake, creando un testo che esplora la risonanza del silenzio e la dignità di chi ha scelto di non urlare per essere ascoltato.

QUI l’articolo originale: http://www.xtm.it/DettaglioLibriDvd.aspx?ID=24970#sthash.bNAEDJZ0.SxkO3RlD.dpbs

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DA MIRAGGI “PABITELE”: I RACCONTI DI BOHUMIL HRABAL. Recensione su «Alibi Online»

DA MIRAGGI “PABITELE”: I RACCONTI DI BOHUMIL HRABAL. Recensione su «Alibi Online»

di Michele Lupo

Deve essere uno spasso poter leggere Hrabal in originale – certo, vale per tutti i grandi scrittori, eppure ve ne sono che nell’eccentricità della lingua già dicono quella del mondo che raccontano.

Nel caso di Pabitele, ultima uscita italiana (editore Miraggi, lodevole marchio che sforna titoli belli che meriterebbero maggiore visibilità) è la stessa traduttrice, Barbara Zane, a ricordarci la complessità del lavoro. Il termine non ha un equivalente netto nella nostra lingua e indica qualcosa come sbruffoni. Gente che chiacchiera, insomma, che con la parola esagitata, concitata, irriflessa spesso copre le disavventure del vivere.

Quella di Hrabal è notoriamente scrittura erratica e iperbolica come i protagonisti dei racconti (l’edizione precedente era di Guanda, Vuol vedere Praga d’oro?), marginali, funambolici a modo loro che si muovono nella città magica ma privilegiando il registro comico alle preziosità barocche e misteriche di certa tradizione – nel celebre libro di culto dedicato alla città e ai suoi scrittori, il coté magico per l’appunto non consentì a Ripellino di soffermarsi più di tanto sul Nostro. Ma lo stesso slavista ne curò alcune edizioni, sottolineando gli aspetti stilistici legati al parlato – lì ne coglieva la cifra peculiare.

Del resto, la narrazione di Hrabal, qui e altrove, è fatta di personaggi che venderebbero le loro madri pur di non smettere di ciarlare, a vanvera se serve, a raccontare fole, testardi, ossessivi, uomini o donne che siano, verbigeranti avrebbe detto il Celati d’antan.

Così che per chiudere il cerchio con l’incipit, ce li godiamo lo stesso in traduzione, storie che sono soprattutto di personaggi, così invischiati nella carne e nel riso da avergli fatto guadagnare d’oltralpe l’appellativo di rablesiani.

Lettura ad avviso di chi scrive complicata dalla malinconia serpeggiante fra le storie. Milan Kundera, infatti, scrittore suo amico ma assai diverso, metteva in guardia: “Hrabal è il nostro Dostoevskij. La sua opera ha un’energia straordinaria, come un fiume che scorre. In ogni sua pagina c’è un’epica del quotidiano”. Come a rimarcare che a) il comico non è inferiore al tragico (anzi) b) che spesso lo sottende c) il nome del russo come garanzia di grandezza.

Questi pábitelé, smargiassi e grotteschi, timidi e beffardi vivono esistenze umoristiche, non prive di disperazione, capaci però di riscattare il quotidiano dalla sua insignificanza. Birra, fisse, sesso (non proprio felice, anzi tanto vaneggiato, immaginato in grande, quanto fallimentare negli esiti), sogni o idee strampalati, segnano queste vite.

Il macellaio divorato dalla gelosia, ad esempio, sembra pensare alla propria donna con la stessa insistenza con cui seziona la carne: il desiderio e la violenza si sfiorano senza mai esplodere davvero, restano lì, compressi, ridicolizzati dalla loro testardaggine.

Si ride, ma è una risata che resta un po’ in gola, perché quell’uomo non è un mostro, è uno che pensa troppo e male. C’è poi la storia claustrofobica del mercante di pelli che decide di dipingere tutto ciò che lo circonda: pareti, mobili, oggetti. Non lo fa per bellezza, né per arte, ma come se il colore fosse una toppa messa sopra una crepa che continua ad allargarsi. La casa diventa un organismo strano, saturo, quasi appiccicoso. Il gesto è assurdo, ma si intuisce anche una stanchezza profonda, il bisogno di coprire il mondo prima che il mondo divori lui.

In fondo l’eccentrico in Hrabal sembra essere il cuore del vero, non uno spostamento dalla norma – la prossimità a esistenze balorde diventa la chiave per avvicinare l’anima delle cose. Quello che i personaggi inseguono, per esempio i vecchi pensionati seduti accanto a un cementificio che urlano fra loro a chi farebbe meglio il lavoro dopo una vita passata lì dentro. Chiacchierano per non smarrire il senso, per afferrarlo, o anche per difendersene, per evitare di turbarsi con pensieri tremebondi come il vecchio notaio la cui dattilografa racconta dei suoi bagni nudi all’aperto.

Ancora, feste e balli sbilenchi, occasioni che deragliano, situazioni che finiscono in chiacchiere, dispute e ubriacature consolatorie – un’umanità che esorcizza la morte con la parola.

Strologare, variante lessicale mutuata dall’astrologia, ovvero del dire lo scarto da ciò che è e ciò che potrebbe, si vorrebbe essere, è il destino dei pábitelé che abitano meno la Praga magica barocca e esoterica e più le zone liminari di fabbriche e fonderie che ne condividono le fumisterie di una città letteraria come poche. E Hrabal ne è stato uno dei cantori per eccellenza.

QUI l’articolo originale: https://www.alibionline.it/recensione-pabitele-bohumil-hrabal/

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Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «Rumore»

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «Rumore»

di Carlo Bordone

Nel grande romanzo della musica popolare del ‘900, nessun artista emana più fascino letterario di Nick Drake. Forse perché la sua biografia evanescente (per quanto ormai ampiamente documentata), il suo attestarsi contemporaneamente come una presenza e una assenza, le infinite possibili trame di sviluppo di una storia che si è tragicamente interrotta il 25 novembre del 1974, ne fanno un personaggio in cerca d’autore, oltre che un mito romantico (e talvolta morboso).

C’è sempre qualcosa che manca, in Nick Drake. Qualcosa che sfugge dal quadro, e che si presta a essere fissato in parole e trasformato in racconto, se si possiedono la sensibilità e il talento per farlo. È il caso di Luca Ragagnin – scrittore, autore teatrale, paroliere per grandi nomi come Subsonica, Mina, Antonello Venditti – che come già fece Stefano Pistolini tanti anni fa nello splendido Le Provenienze Dell’Amore insegue le orme di un’anima che notoriamente non ne lasciava. Le modalità e l’impostazione narrativa sono diverse, però. Non c’è alcun autobiografismo, e d’altra parte nessuna invenzione: la vicenda terrena di Nick è raccontata in modo preciso e aderente a ciò che sappiamo. Anche perché a farlo è Nick stesso, voce narrante alla quale – e qui sta l’intuizione del libro – si alterna un’altra voce interiore, che allarga il campo a riflessioni tanto filosofiche quanto poetiche su cosa significhi essere artisti (“un fantasma, un cigolio notturno, un parafulmine che cattura i segnali impercettibili diretti verso l’uscita da tutti i mondi precostituiti”), sulla distanza incolmabile dal mondo, sulla solitudine ontologica di chi si sente braccato da un cane dagli occhi scuri. Il risultato è originale e coinvolgente, elegiaco e spietato. I dieci passi del titolo sono quelli che vediamo fare a (forse) Nick Drake nell’unico frammento filmato in cui appare: pochi secondi tra il pubblico di un free festival del 1969 o 1970. Una figura vista di spalle, i suoi capelli, la sua giacca stazzonata, il suo portamento.

Un’ombra che si allontana, e scompare dal quadro.

Immaginare Nick Drake e la sua vita vissuta di spalle – Recensione su «il Venerdì» di «Repubblica»

Immaginare Nick Drake e la sua vita vissuta di spalle – Recensione su «il Venerdì» di «Repubblica»

di Andrea Silenzi

Su Nick Drake si è scritto molto, ma l’impresa impossibile è da sempre catturarne la vera essenza, che resta un enigma. Morto suicida a 26 anni (anche in questo è stato unico: si è sottratto a quell’assurda teoria del club dei 27, le rockstar morte tutte alla stessa eta), ha inciso tre album delicati e un po’ oscuri, ispirati al folk e diventati cruciali solo anni dopo la sua morte. Difficilmente esplorabile, è un personaggio che sembra aver vissuto quasi a dispetto di coloro che si sono poi incaricati di ricostruirne un profilo credibile. Luca Ragagnin, scrittore, poeta e paroliere di grandi musicisti (dai Subsonica a Mina e Antonello Venditti) con il libro I dieci passi di Nick Drake ha scelto una strada originale e rischiosa, ma forse l’unica possibile per raccontare una dieci passi di Nick Drake biografia a volte insormontabile. La vita di Drake è vista con gli occhi dello stesso artista, quasi fosse un racconto post mortem, una luce gettata sul mondo dal suo stesso spirito che può rivelare quei segreti cui nessuno è in grado di accedere. Quelle del libro sono rivelazioni oniriche, cronache di infanzia, immagini di una adolescenza paradossalmente quieta, di una normalità familiare che verrebbe quasi da invidiare se non ci fosse un demone sempre vigile, appena dietro la porta, in attesa di riscuotere il suo sospeso. I dieci passi del titolo fanno riferimento all’unico filmato, un soffio di dodici secondi appena, che la Storia ci ha consegnato di Nick Drake.

In quelle immagini tratte da un festival ignoto dei primi anni Settanta si vede il cantautore allontanarsi di spalle: dieci secondi appena prima di uscire dallo schermo. Una metafora perfetta per una vita trascorsa nell’ombra, sempre di spalle a tutto: al successo, alle folle, al divismo. Ha lasciato le sue canzoni e un pugno di immagini. Sogni o incubi, o forse altro ancora. Solo le immagini di un poeta possono provare a raccontarlo.

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «La voce e il Tempo»

Recensione a «I dieci passi di Nick Drake» su «La voce e il Tempo»

di Pietro Cascavo

Dalle nebbie della memoria e dai byte sgranati di un video, custodito da Youtube («Nick Drake 70’s festival »), emerge questa brevissima sequenza, 12 secondi, in un cui un uomo allampanato, giacca scura elegante, lo vediamo sempre di spalle, ad ampie

falcate sembra entrare nei tipici spazi di un ritrovo giovanile di un tempo, all’aperto, dove si fa musica, peace and love. Capello lungo che gli lambisce le spalle. Sono le uniche immagini che si posseggano di Nick Drake, un mito contemporaneo della musica. Nick e

suoi dieci passi (contati) per uscire dall’inquadratura. Nicholas Rodney Drake, detto Nick, uno dei musicisti più colti e misteriosi

del Novecento, nato in Birmania nel 1969, figlio di Rodney, lì trasferitosi per lavorare alla Bombay Burmah Trading Corporation. Poi Nick tornerà in Inghilterra, dove si formò all’Università di Cambridge. Ma soprattutto Nick, lo sappiamo dai suoi tre unici dischi di folk-rock pubblicati in vita («Five Leaves Left», «Bryter Later», «Pink Moon»), soffriva di depressione e, nel 1974, morì a casa sua per overdose di antidepressivi. In vita guadagnò pochissimo con la sua musica ma, dalla metà degli anni 80, grazie ad autori come Robert Smith, David Sylvian e Peter Buck, la fama di Nick Drake si consolidò, trasformandolo nell’artista che, anche inconsciamente,

(quasi) tutti conoscono. In «Cinque secondi», l’ultimo film di Paolo Virzì, ad esempio, la sequenza finale è accompagnata dalle morbide note di «Place to Be». Questa lunga premessa per dire che è da poco in libreria «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi ed., pp. 256, 22 euro) dello scrittore torinese Luca Ragagnin, un ipnotico dialogo immaginario, racconto-biografia per ricordare l’arte e la poesia di un autore che così a fondo è entrato nelle nostre fibre spirituali. Nick, nel libro di Ragagnin, racconta la propria vita con una voce-flusso di coscienza che giunge dall’indistinta terra della postmorte. Da laggiù ripercorre la sua infanzia, la passione per la musica, l’inadeguatezza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di una canzone, a partire dai sentimenti e dai legami terreni, la difficoltà di integrarsi e accettare le regole commerciali dell’arte. La «voce altra », che non appartiene a nessuno o forse a tutti i

consumatori di opere e che irrompe per dire la sua sulla figura dell’artista assoluto, violento e fragile. Una voce che procede per evocazioni oniriche che prende spunto, appunto, dall’unico, brevissimo filmato che abbiamo di Drake. Luca Ragnanin ha iniziato un tour di presentazioni, nelle librerie, con ospiti illustri. Dopo la data dell’11 febbraio all’Nh Collection di piazza Carlina, il 15 febbraio alle 18 il giro prosegue alla libreria Luna’s Torta di Torino (via Belfiore 50), per poi proseguire a Padova, Gorizia, Udine, Rovereto

e tornare a Torino, il 27 febbraio alle 18.30, a L’Ibrida Bottega. Belle pagine evocative, quelle del libro di Ragagnin, perché, anche così, non ci si stanca mai di ascoltare la voce di Nick che, con la sua chitarra, ci parla, ancora e ancora. E anche se « […] al ragazzo altissimo restano ancora cinque passi (perché, ndr) l’intera sua storia di uomo adulto in movimento si concluderà tra cinque passi […]», i dischi di Drake, con la sua Luna Rosa «Pink Moon», continuano a mostrarci una via possibile per la nostra (agitata) esistenza contemporanea.

“Pabitele” di Bohumil Hrabal: le iperboliche narrazioni dei cantastorie popolari

“Pabitele” di Bohumil Hrabal: le iperboliche narrazioni dei cantastorie popolari

di Michela Bilotta

Se amate i racconti di trama e le storie lineari, questa raccolta non fa per voi. Perché in questi celebri racconti pubblicati per la prima volta nel 1964, Bohumil Hrabal sperimenta, testa, usa la lingua come un elastico che si espande fino al limite e poi si contrae all’improvviso, lasciando il lettore confuso, stranito e ammirato.

Come ricorda la traduttrice, Barbara Zane, il termine pabitele è stato tradotto in italiano in diversi modi: sbruffoni, acchiappanuvole, cianfruglioni. Habral li definisce “persone capaci di esagerazioni, quello che fanno lo fanno con troppo amore, cosicché si muovono sul confine del ridicolo”.  Questi cantastorie popolari intrattengono con le loro iperboliche narrazioni e, con rare capacità affabulatorie, ci conducono in una sorta di terra di mezzo, dove il reale si fonde al surreale, attraverso una forza espressiva che straripa dalla pagina e assume le forme cangiati e violente di una realtà popolare fatta di odori e grida, dolori e illusioni.

Uno scrittore “allievo alla cattedra d’euforia”

Impossibile resistere alla malia di questo carosello di personaggi bizzarri e talvolta grotteschi che animano racconti di vita intinti nell’eccesso e che si fanno giullari di un quotidiano distorto, amplificato, alterato e fagocitante.

Lo scrittore ceco, che si è definito non a caso “allievo alla cattedra di euforia”, si conferma saltimbanco della parola e lascia il palcoscenico al popolo, agli avventori delle birrerie praghesi, alle persone che spesso vivono la marginalità e l’esclusione e che raccontano storie dalle dimensioni oniriche, intrecciando la realtà più spietata con un’involontaria e beffarda ironia.

La lingua si fa movimento sinuoso

Bellissime le metafore, sinestetiche, carnali, vivide, tridimensionali. Ogni accostamento è una pennellata di inusitata bravura, che stende davanti agli occhi del lettore una tela scintillante. I sinuosi movimenti della prosa trasportano chi legge in un universo di istrionici personaggi facendolo salire su una giostra, mentre intorno girano a gran velocità ragazzine cieche, zingare astute, orfani pieni di speranze, notai disillusi: tutti parlano incessantemente, raccontano senza sosta, trasfigurando la realtà in storie leggendarie.

E noi non possiamo far altro che chiedere a questi instancabili cantastorie un altro, straordinario, giro di giostra.

IL VINO

Lettura da abbinare a un tipico vino boemo, il Rulandské modré: questo vino fresco e bevibile è intriso, come i racconti di Habral, dei profumi e delle note speziate del territorio, configurandosi come uno dei prodotti enologici più rappresentativi della regione.

Pabitele, Bohumil HrabalMiraggi Edizioni, a cura di Sopra le righe.

LE CITAZIONI

“E poi mi sono lasciata scivolare nell’acqua e nuotavo in quell’acqua d’ottone, mi dava piacere nuotare nel riflesso della luna, smuovere con la mano quel colore metallico, e se alzavo la mano ce l’avevo d’ottone, insomma, signor notaio, stare in quell’acqua era una delizia…!

“È questo il fatto. Uno ci deve avere un rapporto personale con le cifre. Farseli amici, quei numeri, per una qualche fatalità, trovarci quasi un legame amoroso. E poi funzionerà. Per esempio quella Spartak 45 lì…Quella per me è una roba qualsiasi, ma se magari mi venisse addosso, solo un pochino, così, tanto per portarmi fortuna, allora invece la sua targa per me significherebbe qualcosa. Invece così?”

QUI l’articolo originale: https://thebookadvisor.it/recensioni/sopra-le-righe/pabitele-bohumil-hrabal-le-iperboliche-narrazioni-dei-cantastorie-popolari/

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Bohumil Hrabal / Il tragico e il ridicolo

Bohumil Hrabal / Il tragico e il ridicolo

di Riccardo Cenci

“Gioiosa è stata la mia giovinezza, è durata poco, purtroppo…”, scrive Bohumil Hrabal in Pabitele, ammantando di struggente nostalgia e di toccante umanità i protagonisti di questa silloge. Sbruffoni, secondo l’intraducibile espressione che è stata mantenuta nel titolo di questa nuova edizione dei racconti che primi diedero fama allo scrittore ceco, troppo a lungo occultato dal manto oscuro della censura socialista. Pábitel, ovvero chi agisce con esagerazione, rischiando a ogni passo di inciampare nel ridicolo. Di esseri tali la raccolta è piena. Il signor Hyrman ha paura di svegliarsi nella tomba, come in un racconto terrifico di Poe, e allora qualcuno gli suggerisce l’adozione di un ingegnoso meccanismo, collegato alle mani all’interno della bara per azionare un improbabile sistema di allarme.

Un caleidoscopio di volti e di caratteri ci passa di fronte, come in una giostra fantastica che ruota nell’ombra azzurra della notte. Immagini che, rifratte nell’acqua di un fiume, si raddoppiano svelando il gioco narrativo impostato da Hrabal. In ogni cosa alberga una doppiezza indecifrabile, il bene e il male, il riso e la smorfia di dolore. Per questo i suoi personaggi appaiono così umani. “Mi piacciono le notti come questa. È una bella sensazione, amico mio, quella di esserci, di essere al mondo…”, parole semplici che, certamente, ognuno di noi ha pensato, ma che Hrabal riesce a far balenare come un fuoco d’artificio a illuminare l’oscurità della nostra esistenza. Un gruppo di imbroglioni se ne va in giro truffando gli artigiani, promettendo pensioni che non arriveranno mai; eppure non riusciamo a condannare il loro comportamento. La loro fragilità li pone al di là della morale consueta. Ognuno ha l’anima macchiata da qualche stigma indelebile, che neppure la scolorina marca Arcobaleno evocata nel testo riuscirà a mandare via.

Un libro vivo, a tratti esilarante, in altri luoghi commovente, come quando Jarmilka resta incinta di un uomo che non ne vuole sapere di lei, rischiando di impazzire. Nelle sue pagine l’osteria, ambiente prediletto dallo scrittore, assume risonanze fiabesche. Anche gli ubriaconi che le abitano non suscitano ribrezzo, ma pietà o divertimento. L’incantesimo, purtroppo, dura poco. Si esce dalle sue stanze come da un sogno. Silhouette di uomini in frac, fra le mani un aperitivo, balenano attraverso le finestrelle opache di una sala da ballo di periferia. Ombre che simboleggiano la fugacità della nostra vita. Un maestro di ballo ha un giramento di testa vedendo i “ballerini sgualciti” e, invece che verso il pianoforte, fa “per entrare nello specchio”. Il confine fra realtà e apparenza non è mai stato tanto labile. Gli avventori si mostrano come in un gioco di ombre cinesi, fragili figurine sempre sul punto di svanire. In un altro racconto la mestizia di un suicidio e la chiassosa allegria di un matrimonio si incrociano, con naturalezza, perché vita e morte sono in fondo la medesima cosa. Il vento si porta via il cappello della sposa lì su, nel cielo nero, come un presagio funesto.

L’immediatezza della lingua usata dallo scrittore, insieme alla sua capacità di associare elementi apparentemente eterogenei, donano al testo una vivacità febbrile. Non a caso in Vuol vedere Praga d’oro, novella che dava il titolo alla raccolta in passate edizioni, balena la follia del surrealismo. Valore aggiunto alla presente pubblicazione il racconto Vigilia di Natale, presente nella terza edizione ceca del 1969 e tradotto in lingua italiana per la prima volta. Sembra di vederlo Hrabal, mentre elabora le sue storie nel buio di una osteria. La penna, sismografo emotivo, registra pulsazioni nervose, raggiunge il tragico per poi stemperarlo nel comico. C’è la vita in queste pagine, che sempre ci sfugge per quanto tentiamo affannosamente di afferrarla, e c’è la morte, l’inevitabile conclusione di ogni esistenza terrena.

QUI l’articolo originale: https://www.pulplibri.it/bohumil-hrabal-il-tragico-e-il-ridicolo/

Nick Drake, la bellezza arriva sempre troppo tardi. Recensione su «Sconcerto»

Nick Drake, la bellezza arriva sempre troppo tardi. Recensione su «Sconcerto»

QUI l’articolo originale: https://sconcerto.it/nick-drake-la-bellezza-che-arriva-sempre-troppo-tardi/

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