L’amore supera tutto

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

L’isola si era difesa a lungo dall’epidemia di peste che imperversava sulla terraferma.

Non c’era ragione di dubitare di quanto insidioso fosse il contagio. Dai racconti, tutti sapevano quanto fosse spietata la pestilenza. Dalle tante chiese della terraferma, attraverso lo stretto, giungeva incessante il rintocco delle campane a morto. Il vento trasportava fin lì la melodia del Dies Irae.

Dies irae, dies illa

solvet saeclum in favilla,

teste David cum Sybilla.

Le guardie che vigilavano sul rispetto della quarantena sparavano dal molo sfere di fuoco, ignis volatilis, a tutte le navi che tentavano di avvicinarsi e attraccare. Una delle navi fu colpita e affondata; le guardie impiegarono poi vari giorni ad allontanare dalla riva i marinai affogati. Avevano il corpo pieno di tatuaggi di galline e maiali, perché erano convinti che Dio, in caso di affogamento, vedendo quelle bestie che non sanno nuotare, nella sua grazia li avrebbe presiin palmo di manoe avrebbe soffiato su di lorodepositandoli sulla riva. Altri si erano tatuati un’ancora, perché trattenesse il marinaio caduto in mare nei pressi dell’imbarcazione. La rosa dei venti doveva invece servire a riportare in salvo nelle loro case i marinai smarriti. Adesso i loro corpi gonfi erano in balia della corrente, e i pesci e gli uccelli predatori li prendevano a morsi.

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Grazie al massimo dispiegamento di forze, l’isolaperdurava risolutamente nella sua splendid isolation. Gli uomini adulti si alternavano nel pattugliare le sponde frastagliate dell’isola, perché nemmeno un topo riuscisse a giungere fin lì dalla terraferma.

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.

Berenice scosse il capo e i capelli riflessi sul vetro della finestra intercettarono un raggio di sole pomeridiano. Le prudeva la testa, pregò tutti i santi del paradiso di non aver preso i pidocchi. Poggiò la spazzola di avorio sul grembo e si premette le mani sulla pancia. Chiuse gli occhi sognante.

“Che fai, guardi le mosche che volano? Se pensi ancora a quel cascamorto…” la mamma fece un respiro profondo e si mise la mano destra sul petto. Sospirò.

“Stia tranquilla, mamma. Penso alle ore di latino che ho perso.”

La mamma sospirò ancora. “Eh già, anche questo. Vedrai che quando le piaghe d’Egitto saranno passate tornerà tutto alla normalità, bambina mia. Devi recitare spesso il breviario e mantenere intatta la tua fede, come noi tutti.”

“Sì, mamma.”

“Sei una figlia ubbidiente e devota, grazie a Dio. Ma non devi perdere tutto quel tempo davanti allo specchio.”

“Sì, mamma.”

“Fra poco cominciano i vespri. Preparati.”

“Sì, mamma.”

Bereniceavvistò sulla superficie dello stretto una vela biancorossa, che le strappò un gemito involontario dai polmoni. Ma era stato solo un sussulto della retina, un’illusione ottica generata nella sua mente dall’inquieta attesa.

Tuba mirum spargens sonum

per sepulchra regionum,

coget omnes ante thronum.

Berenice sentì la madre in cucina che discuteva col garzone, l’aveva mandato a fare provviste nei villaggi più lontani, visto che gli insediamenti più vicini erano già stati svuotati. Da quando il flusso di merci provenienti via nave dalla terraferma si era arrestato, sull’isola erano iniziati tempi magri. Era un’isola prevalentemente rocciosa, su cui crescevano solo more e mele selvatiche. Per il resto non c’era altro, a parte i minuscoli pesciolini argentei e la carne delle capre che scorrazzavano tra le rocce. Berenice si alzò e lanciò uno sguardo in cucina. Vide sua madre che in silenzio prendeva a pugni la spalla del garzone, che aveva portato solo tre uova di tartaruga e una testa di capra. Il garzone stava lì a testa bassa e si lasciava percuotere dalla donna, una spanna più bassa di lui.

“Mamma.”

La madre si girò e fece un sospiro. “Dovremo tirare la cinghia, bambina mia.”

“Sì, mamma.”

“Il Signore ci proteggerà, come sempre.”

A Berenice non importava. Si era ormai abituata alla fame. Ogni volta che recitava il rosario chiudeva gli occhi e senza il minimo sforzotornava a sentire sulla sua pancia le mani ardenti dell’innamorato. Poi dalla terraferma risuonò ancora il rintocco delle campane a morto. Succedeva tanto spesso ormai che nessuno ci badava più, era normale quanto l’urlo dei gabbiani. Era parte del ritmo quotidiano, come i pescatori che all’alba uscivano in mare, o la porta della città che si chiudeva all’ora dell’Angelus. 

Mors stupebit et natura,

cum resurget creatura,

judicanti responsura.

Durante le preghiere Berenice chiedeva solo e soltanto di rivedere il suo amato, e che il buon Dio lo mantenesse in salute. Ora chiudeva spesso la finestra, perché varie volte al giorno passava lì sotto una schiera sempre più folta di flagellanti, che con le tonache bianche intrise di sangue fresco, invocavano l’espiazione davanti al Giudizio Universale. Erano convinti che chi avesse resistito a trentatré giorni di flagellazione, sarebbe stato redento da tutti i peccati. Berenice non sopportava quei penitenti urlanti e puzzolenti.

Oro supplex et acclinis,

cor contritum quasi cinis,

gere curam mei finis.

Due settimane dopo, Berenice aveva appena finito la sua scorta di sapone di bile, le campane dall’altra parte dello stretto smisero di rintoccare a morto.Calò un insolito silenzio. Berenice tirò un sospiro di sollievo, come se qualcuno le avesse tolto di dosso una pietra tombale. 

Huic ergo parce, Deus.

Pie Jesu Domine,

dona eis requiem! 

Poi in una caletta appartata approdò una barca. Un messaggero recapitò una lettera che iniziava così:

“Mia amata Berenice, luce dei miei occhi, ho sete di te…”

Una settimana dopo sull’isola non era rimasto nessuno a seppellire i morti.

Bianca Bellová, Praha, 21.3.2020