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CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

La forza espressiva della poesia contro la violenza di genere

Un canto di recupero e ricostruzione di sé attraverso la poesia. L’amore malato, il dolore, la violenza e l’abbandono raccontati in versi con un linguaggio originale e potente

Felicia Buonomo nel suo lavoro da giornalista d’inchiesta racconta quotidianamente ciò che accade nel mondo: spesso sono storie dolorose, drammi umani, vere e proprie sciagure. Nella raccolta pubblicata da Miraggi Edizioni‘Cara catastrofe’, sceglie l’arte poetica per affrontare traumi emotivi legati all’Io, a quell’amore che declina in sofferenza, veemenza e distacco. Si entra nella realtà che appartiene a tante donne che vivono relazioni di dipendenza affettiva, amori malati che si concludono, il più delle volte, con un tragico epilogo.

Quando si vive nel tormento, quella situazione diventa familiare a tal punto che ci si culla dentro. Felicia Buonomo con quel dolore, di cui è testimone, dialoga: la “catastrofe” narrata diviene cara e il lettore diventa partecipe. È soltanto affrontandolo, guardandolo in faccia – il dolore –, che si può superare. Negarlo significherebbe smarrirsi in un vortice senza via d’uscita.

All’inizio di ogni legame con l’altro c’è l’incanto, il potere che l’amore produce quando emana la sua energia: “m’innamori/come il gelo sul lungolago di Mantova,/le luci dei lampioni di Milano,/le onde sul porto di Genova”. Qui la bellezza dei luoghi va a coincidere con l’armonia dei sentimenti: ne esce una sorta di geografia emotiva che, nella fluidità dei versi, rende il testo efficace e vibrante.

tormenti assumono le fattezze delle foglie, la sofferenza si poggia come una piuma: “Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera”. Nella simbologia, le foglie richiamano il senso della fragilità dell’esistenza e indicano una ciclicità di morte, pur mantenendo un sottile filo di speranza. In questo caso è il verbo reggere a ricondurre alla resilienza di fronte alla frattura interiore.

Con una scrittura tagliente, incisiva, essenziale e chiara, Felicia Buonomo costruisce un’opera originale in cui la poesia è l’ancòra di salvezza, la luce in fondo al tunnel, la cura al male, che non è un male lontano da sé e dagli altri, ma concreto, plurale, condiviso. Pur toccando tematiche del mondo femminile, chiunque può riconoscersi al di là del genere, perché l’angoscia ha radice profonda e prima o poi tocca tutti.

Fa piuttosto male l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte e non si sente direttamente coinvolto dalle situazioni. È così che le liriche si riempiono di corporalità: lividi; clavicole; braccia molli; occhi rossi; carne debole; pelle tumefatta. Ogni ferita è un colpo inferto all’umanità e la potenza dei versi è tale da diventare grido che vuole scuotere le coscienze.

L’autrice compie un carteggio con la catastrofe intima, si confronta con l’Io e la sua ombra: è un percorso corale, che abbraccia le molteplici voci di un universo femminile, il tormento viene percepito, superato e rielaborato con la forza espressiva. Ci si salva dall’inferno con la bellezza delle parole.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

CARA CATASTROFE – intervista a Felicia Buonomo di Ivana Margarese su Morel Voci dall’isola

CARA CATASTROFE – intervista a Felicia Buonomo di Ivana Margarese su Morel Voci dall’isola

Comincio col chiederti del titolo Cara catastrofe.

Prima di motivare la scelta, vorrei dire che Cara catastrofe è un titolo preso in prestito da un brano di Vasco Brondi, un musicista che amo molto. Abbiamo scelto questo titolo perché la raccolta narra, in versi, di una catastrofe emotiva, che – come di frequente accade – diventa cara, si abbraccia. Spesso, quando si vive il dolore, ci si culla in esso, ci diventa familiare. Ma non è solo questo: cara, perché è solo – io credo – attraversando la sofferenza che la si può superare. Negare il dolore non ci salverà da esso. Lo si deve guardare in faccia, farci i conti. A tal proposito, mi vengono in mente dei versi di Friedrich Hölderlin: «Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva».

Mi è molto piaciuto il riferimento a una geografia emozionale : “m’innamori come il gelo sul lungolago di Mantova, le luci dei lampioni di Milano, le onde sul porto di Genova e la strada oscura dei vicoli di Napoli”.

Come molte persone che fanno – o tentano – l’arte, sono “ossessionata” dalla bellezza. La cerco nelle parole, certo. E nei luoghi, che matericamente la rappresentano. E, mai rinuncio a cercarla nelle persone, che delle parole sono gli autori e dei luoghi gli abitanti. L’immagine utilizzata in questo componimento, tenta di racchiudere il percorso di questa mia ricerca. Metterla in apertura della raccolta, mi sembrava potesse rappresentare una sorta di dichiarazione d’intenti.

In una tua poesia parli dell’inciampare di fronte a chi si ama come se si fosse qualcuno che entra in scena senza avere provato la parte. Questo essere goffi e senza difese mi ha ricordato una poesia di Saffo in cui lei guarda la donna che ama del tutto sopraffatta, la lingua le si spezza, gli occhi non vedono, non sente ed è scossa da tremore.

Tutta la silloge è permeata da questo senso di inadeguatezza dell’io “narrante”.

Tanto nell’inconsapevolezza di ciò che verrà (incarnata nella prima sezione), quando si è scossi dal tremore delle emozioni. Quanto nel momento della presa di coscienza, che con forza cerco di rappresentare nel corpo centrale della raccolta, dove la voce diventa urlata, viscerale. Al centro c’è il tema amoroso, che diventa tuttavia un espediente per raccontare moti interiori, universi emotivi, di fronte a qualcosa che crediamo di non saper governare, che può essere l’amore, ma anche la violenza, o l’esperienza dell’abbandono. Tutte e tre in qualche modo sono esperienze “traumatiche”, capaci di segnare una frattura interiore, che – questo è il mio tentativo – attraverso il linguaggio poetico si tenta di sublimare.

In questa tua raccolta di poesie il legame diventa sottrazione, tormento, punizione, soffocamento. Vorrei un tuo pensiero sul complesso tema della violenza verso le donne.

Con il mio lavoro di giornalista mi sono occupata a più riprese di violenza sulle donne. Quella vissuta dalla “vicina di casa”, che troppo spesso ignoriamo. Ma anche affrontando fenomeni sconosciuti nella nostra cultura, quella occidentale, penso ad esempio alla pratica dei matrimoni forzati. Nella seconda sezione della raccolta, più che altrove, assumo dunque il ruolo di testimone. Raccogliendo alcune testimonianze (in alcuni casi dirette, altre per interposta persona), ho tentato di traslare in versi un certo universo di sofferenza declinata al femminile, per cercare di fare luce su dinamiche di violenza che esistono e che spesso sono macchiate dall’omertà, dal pudore e senso di vergogna della donna stessa, e – spiace dirlo – dai luoghi comuni. Si pensa alla donna che vive dinamiche di violenza domestica come a una donna fragile. La narrazione della violenza sulle donne dovrebbe cambiare: si dovrebbe parlare, invece, della forza di queste donne (e qui cito un’intervista che ho fatto a Lella Palladino, ex presidente della rete D.i.Re – donne in rete contro la violenza) di aver vissuto un tale dolore e della loro capacità di uscirne, di riprendere in mano la propria vita. La terza sezione della mia silloge, infatti, si concentra sull’esperienza dell’abbandono, che è anche un abbandono da qualcosa, per approdare finalmente a se stessi.

Vorrei una tua riflessione sulla parola vittima.

Credo ci siano due terreni di esplorazione teorica (e anche pratica) intorno alla terminologia che ruota interno alla parola “vittima”. Ci si può considerare vittima, e lo si può essere. In una dinamica di amore disfunzionale o violento, spesso la proporzione poggia su una parte che incolpa e nell’altra che si sente immotivatamente responsabile. Nel corpo centrale della raccolta, ho tentato di fare un lungo lavoro sul concetto di colpa. L’occasione per lavorare su questo concetto l’ho avuta ascoltando la storia di Celestine, una ragazza africana, vittima di matrimonio forzato. Ero in Benin per girare un video-reportage, Celestine è una delle tante donne vittime di questa pratica. Quando mi ha raccontato la parte più intima della sua storia, ovvero di aver concepito i suoi tre bambini con la forza, spesso combattendo per opporsi, stringeva tra le mani il crocifisso che aveva al collo; e senza remore mi ha confessato di sentirsi in colpa. Sentiva la colpa di essere vittima del suo carnefice. Ho capito che quando si raggiunge lo zenit della sofferenza si sente la necessità di trovare un colpevole e quanto sia facile trovarlo in se stessi. Ed è qui la disfunzione, la dismorfia dell’amore malato o imposto.

Hai una tua personale definizione di felicità?

La felicità è poter scegliere. Un’esistenza infelice è quella nella quale si è soggiogati; quando l’altro da sé diventa condizione di sé. Si può essere felici solo quando questa condizione di assoggettamento all’estraneo scompare. E lo dico in senso lato. Ho raccontato di pratiche di sfruttamento e schiavitù, qui è evidente incappare in questa sproporzione esistenziale. Ma capita anche in quella che viene definita una regolare vita comune. È frequente rinchiudersi nelle non scelte, credendo di non avere alternative e, ahimè, spesso non avendone.

Le tue poesie offrono uno scavo a tratti lacerante, fisico. Quando hai iniziato a scrivere poesie?

La lacerazione delle mie poesie rappresentano quella voce che spesso si preferisce chetare o è più saggio, per proteggersi, tacere. Volevo che fosse così, volevo che la voce fosse viscerale. È quello che cerco anche nella poesia che leggo e ho letto, penso a voci come quelle della Marina Cvetaeva, Nina Cassian, Alejandra Pizarnik. Ho iniziato a scrivere poesie in età adulta, intorno ai 25 anni. Sentivo la poesia il mio modo di espressione migliore, essendo principalmente, o quasi esclusivamente, lettrice di poesia. Perché mi consente di dire senza “spiegare”, lasciando il lettore libero di posizionarsi negli anfratti emotivi che reputa più confortevoli.

Volevo chiederti come stai vivendo in questo periodo di pandemia.

Vivo questa pandemia, dal punto di vista pratico, in maniera frenetica. Facendo la giornalista e vivendo in Lombardia, la regione più colpita dalla diffusione del Covid-19, ogni giorno testimonio l’emergenza sanitaria. Dal punto di vista emotivo in modo un po’ confuso. Forse per la prima volta da 15 anni a questa parte, da quando ho iniziato a fare la giornalista, non riesco ad avere uno sguardo di prospettiva, ho una capacità di interpretazione e critica della realtà sociale che definirei monca. Come tutti, probabilmente, navigo a vista. Rispetto le indicazioni e attendo che passi.

In conclusione ti domando, anche se come tutti noi al momento stai navigando a vista, a cosa stai lavorando e quali sono i tuoi progetti futuri.

Sto già lavorando alla mia nuova raccolta poetica, sono ancora in fase embrionale, ma la mia idea è quella di parlare di universi emotivi dando a questi una qualificazione soggettiva, inserendo nei versi “personaggi” che qualifichino il moto interiore che voglio esprimere. Ma è troppo presto per parlare della strutturazione del testo. Intanto scrivo e soprattutto leggo, perché come scriveva Borges: “io sono orgoglio delle pagine che ho letto”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

Cara Catastrofe,
guardarti è come entrare in scena,
senza aver mai provato la parte.

Cara Catastrofe, la silloge poetica della giornalista Felicia Buonomo, Miraggi Edizioni 2020, si muove in una dimensione ricca di immagini e di assonanze. Sono soprattutto versi ispirati all’universo femminile, all’amore che sempre troppo spesso ne assume un altro volto, quello della violenza e degli abusi, dove la vita delle protagoniste procede per sottrazioni , dove l’amore  viene portato via dall’amore.

Cara-catastrofe-cover
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Felicia sottolinea che molti spunti sono reali, “sottratti”se così vogliamo dire, alla vita, alle storie che ha vissuto come testimone trasferendo i fatti in versi.

Felicia ha tessuto con un grande afflato, armonizzando i vari fili delle storie incontrate e rendendo il lettore partecipe del dolore, della violenza e dei segni che un amore neutralizza l’amore.

E così si incartano le tristezze ordinate alfabeticamente…piegando le inquietudini.

Un amore che si insinua dentro per diventare figlia della paura.

Sono storie dolorose dove anche l’indifferenza ha la sua colpa, donne che vivono il supplizio all’interno delle pareti domestiche e dove le grida si soffocano nel dubbio della colpa, ci si domanda sempre se tutto questo male, la sua fonte mortale risieda dentro quei corpi martoriati dall’amore.

Ogni corpo ferito è il simbolo di un passato violento, di un presente agonizzante e di un futuro incerto.

Nel bene e nel male.
Finché morte – mia,
per mano tua – non ci separi.

I Versi di Felicia mi sono rimasti attaccati dentro, si sono insinuati sottopelle, hanno percorso ogni singolo tratto del mio corpo per arrivare nella parte più recondita della mia anima e sono implosi in un abbraccio catartico.

Valerio Di Benedetto nella sua postfazione a Cara catastrofe scrive:

“Lo amerete questo libro e a Felicia vorrete un bene smisurato, ne sono certo, perché lei è quell’eroe romantico che abbiamo sempre sognato di essere da bambini, una Lancillotto moderna che non ha paura di rompere gli equilibri, i silenzi, di gridare la verità.”

Ed è così…vi garantisco!

La poesia di Felicia è turbamento, è ossessione, è silenzio, è dolore, ma è soprattutto una voce, un grido sussurrato di speranza che purifica il tormento e il dolore.

Felicia Buonomo Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”, con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Successivamente pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore). Del 2020 è il libro “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni), diario di un reportage giornalistico sullo sfruttamento del lavoro minorile.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

“La dolcezza violenta di alcuni passaggi ti stordisce come un gancio di Muhammad Ali e tu vai a terra sfiancato senza capire se sei stato appena investito da un tir, o ti hanno solo confessato il più vero di tutti i segreti.”

Cara Catastrofe di Felicia Buonomo
Cara Catastrofe di Felicia Buonomo

Così nella postfazione al libro Valerio Di Benedetto accoglie “l’arduo compito di saper ascoltare, osservare ed essere grati“, e lascia che la silloge di Felicia Buonomo voli “nel firmamento senza l’aiuto di Pegaso” perché lo spirito nei suoi versi “la fa arrivare fino al sole, dove si scotta, si brucia, arde, ma non cade mai, perché non c’è cera a tenere insieme le sue piume, ma versi, immagini, coltellate a tradimento, speranza, umanità, in una sola parola: poesia.”

Rovina: è il sinonimo che mi viene in mente, parola allo specchio riflesso che si fa uguale e contraria all’amore ideale e, giocando ancora a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eromaSe la catastrofe della poetessa è l’amica interiore alla quale rivolgersi come in un diario, i relitti della storia sono narrazione, frammenti di una relazione. Ed ecco che il risultato è ‘uno fratto’ il bacio tra le macerie, arcano numero VI dei Tarocchi tra pietre ed edera, la coppia archetipica in nigredo nel dipinto di Burne-Jones “Love among the ruins”.

Storia di una co-dipendenza con ritorno a sé” potrebbe essere il sottotesto tesoro nascosto, ed è un racconto che apre i diari segreti di tanti esseri umani, trovando nessi e risonanze nel passato o nel presente degli affetti negati, sviliti, frustati a sangue. Chi non si è innamorata almeno una volta di un narcisista?

La storia di qualsiasi privata Catastrofe si fa universale quando l’annosa questione della sofferenza amorosa non può risolversi mutando aspetto e abito, attraversando il Romanticismo e il Decadentismo, ma trova nella psicoanalisi un salvagente tra le onde per poi lottare e urlare i diritti delle donne e giunge quasi indenne nel ‘qui e ora’ tra violenza domestica e femminicidio e si tuffa nel testo poetico a dire di avere ancora – nonostante tutto – un po’ paura. Nonostante tutto, si va avanti per tentativi ed errori. Verso ipotesi di comprensione e cambiamento.

Catastrofe, cara, dico io, accendi romantiche assonanze. Dona ai lettori risoluzioni drammaturgica (possibile!), il capovolgimento dal rosso al nero, parole vive che mi svelino come l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) sia impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI). Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che la poetessa mi porge sopra il piatto d’argento del suo libro.

La poetessa e la sua anima gemella Catastrofe – ormai fattasi Persona sul palco della vita – procedono in carteggio univoco, traccia unidirezionale o ricamo monologo, coinvolte nello stesso sguardo omopsichico.

È incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto.

La prosa poetica che abita “La casa dell’incesto” emerge nel ricordo con passo d’acciaio e leggerezza di piume.

È il femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo, basato su altre storie in altri Diari.

È una pennellata, forse, un tocco leggero di quella stessa casa animica che mi fa annodare il filo al femminile di tutte le epoche, che mi porta a ricongiungere i pezzi sparsi, a rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità.

È un’opera alchemica, indubbiamente. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poetessa e la sua Musa, coinquiline della stessa ispirazione.

“Cara Catastrofe,/ guardarti è come entrare in scena,/ senza aver mai provato la parte./ Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo./ E di nuovo inciampo./ Nei tuoi occhi, il mio sold out./ Non c’è spazio per replicare./ E io continuo a improvvisare.”

Felicia Buonomo
Felicia Buonomo

Per soccombere alla propria strada senza lasciarci la vita, l’unica reazione possibile sembra essere quella della poesia. ‘Fare anima’ – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. La Catastrofe, a scavare nella terra nera della psiche, si rivela proiezione sull’Altro. Ed è un Altro-da-sé che si rivela adesso declinato al maschile: “spazio nella linea del mio sguardo,/ uno sguardo/ che aderisce al tuo passo spavaldo.”

L’amato ha le armi idonee per spalancare la porta della Catastrofe, è lui il portatore sano di rovina, è il Trickster, giocatore esperto del giogo che stringe la donna, macchina perfetta creata, sembrerebbe, per donare il male.

“[…] Strano meccanismo attiva il cuore:/ brilla negli occhi senza distinguere/ tra l’amore e il male./ Accorcia il tempo,/ come la fune che mi hai stretto al collo./ Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore./ Ora so che sarà per soffocamento.”

Catastrofe dunque è il segreto mercurio che lega i due nel rapporto stretto, nel laccio del Diavolo dei Tarocchi? Gli amanti tenuti saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

“La mia vita” – scrive ancora la poetessa – “procede per sottrazione./ Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.”

E ancora…

“Dormiamo insieme ogni notte/ ma è nella crepa che dovrai recuperarmi./ Fai piano, che anche la luce è dolore,/ dopo la culla di un buio così violento.”

La Catastrofe conduce il lettore al centro, là dove sta l’amore come dismorfia ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandi perfetto per annullare L’Io. Si procede dal nero all’albedo immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione, oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani tra Eros e Thanatos.

Come ho già scritto altrove: “La poetessa canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.”[1]

Sempre che sia il calvario a condurre alla resurrezione.

“Mi ricordi che anche il figlio di Dio/ è fatto di carne che sanguina e muore./ E che nessuno aspetterà, per me,/ il terzo giorno.”

E poi? Ancora. Oltre.

“Jessica dice che mi aiuterà/ e che non sono sola./ Quando vado a farle visita/ non la guardo mai negli occhi./ Ogni visita la concludo così:/ «Jessica, è colpa mia?».”

La poetica della cura, forse, ci potrà donare la risposta. Nel frattempo, Psiche procede sola, si riconosce individuo tra le proprie ferite, alla ricerca del Dio che si è allontanato.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/04/27/cara-catastrofe-di-felicia-buonomo-lapocatastasi-dellanimo-versi-come-tessitura/

CARA CATASTROFE – segnalazione di Antonio Spagnuolo su Poetrydream

CARA CATASTROFE – segnalazione di Antonio Spagnuolo su Poetrydream

“Esatta come il dolore dei pezzi
che perdo, sicura come le lacrime
che non comprendi. Non ho paura
di morire, lasciare questo corpo
soffrendo è il mio rifiuto. Se quel Dio
in cui credete fa la misericordia
che dite, anticipo i miei saluti.”
In chiusura di questa corposa raccolta ecco come la poetessa conclude il suo semplice sussurro. Un saluto delicato e nello stesso tempo dubbioso, per quella illusione che ogni essere umano traduce al redde rationem, possibilmente lontano dalla sofferenza ed illuminato da un tenue raggio che sfiora.
Allo stesso modo ella apre la silloge con parole dal tremore controllato, nell’incanto di suggestive variazioni tra il molo di Genova, il lungolago di Mantova, i lampioni di Milano, i vicoli di Napoli, posando il piede nelle ombre che circondano.
Ogni poesia ha il sapore della denuncia, per la “catastrofe” che continuamente aleggia tra i versi e sospinge a pensieri e ripensamenti variegati. Dall’attendere la burrasca nel tumulto del cielo, all’abbraccio “nella mia stanza di spine e petali rossi di te”, dal muro dove “inchiodare una farfalla”, alla evasione dal labirinto degli occhi, tutti passi che staccano l’armonia del dettato per affondare nelle incertezze che la realtà forgia a dispetto.
Lo “strano meccanismo che attiva il cuore” sarebbe allora il suggello che l’amore riesce a imprimere nella nostra palpitazione, e che accorcia i tempi come una corda che stringe intorno al collo, senza per altro soffocare, ma capace di avviare desideri.
Il brindisi ha tutte le angolature pungenti nella disperazione che annienta:
“Alza il bicchiere in brindisi anche per me.
Tu che sei così esperto nella pratica
dello stordimento da sostanza alcolica.
Brinda al Dio che tutto ti perdona.
Anche lo scempio a cui mi costringi,
mentre mi rinchiudi in questa stanza
sudicia, maleodorante, dove si consuma
lo stillicidio dei tuoi insulti.
Brinda al Dio tuo complice.
Che per tutto mi punisce.”

La “catastrofe” per la poetessa si annida in ogni angolo, il più remoto che sia, per avvinghiare e stordire senza pietà, dando una certa continuità alla diacronica vicenda della insofferenza umana, per ondulazione e duttilità degli stati emotivi.
Scrittura duttile, generosa, a tratti di polisemica significanza, educata ad un sussurro attivo, meditativo, liquido nelle espressioni e nelle figurazioni, che rivela un occhio attento a quel policromatico concerto di visioni ed emozioni che diventano schegge proiettate nella varietà degli imput.

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE – recensione di Valeria Bianchi Mian su Poesie aeree

CARA CATASTROFE | Felicia Buonomo (d’amore e rovina)

Che cos’è mai questa Cara catastrofe?

O meglio: dove trova luogo una tanto potente amica di penna?

Rovina è il suo sinonimo –  allo specchio riflesso si fa uguale e contraria all’amore e, giocando a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eroma. Se la catastrofe è amica interiore, i relitti sono dentro la relazione, ed ecco che allora, matematicamente, il risultato è ‘uno fratto’ quell’abbracciarsi forte tra le macerie della coppia archetipica nel dipinto di Burne-Jones Love among the ruins.

Catastrofe, cara – accende romantiche assonanze ed è risoluzione drammaturgica (possibile), capovolgimento dal rosso al nero, parola viva che mi lascia immaginare l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI).
Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che l’anima della catastrofe mi porta a fantasticare.
Sorella simbolica di penna, un ‘caro diario’ evocativo, l’Altra-in-sé di Felicia Buonomo è cara alla poeta, mai scontata né a buon prezzo – è compagna di viaggio. Echi di una privataapocalisse con relativa potenziale apocatastasi aleggiano nell’etere, insieme a Vasco Brondi che apre la silloge e canta… “a inchiodare le stelle a dichiarare guerre a scrivere sui muri che mi pensi raramente…” (Vasco Brondi – Cara catastrofe).

Cara Catastrofe

m’innamori 
come il gelo sul lungolago di Mantova, 
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova 
e la strada oscura dei vicoli di Napoli. 
Trova nuovi colori e tratti che m’incantino. 
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

La poeta e la sua Catastrofe – ormai fattasi Persona – procedono in carteggio univoco, come traccia unidirezionale o ricamo monologico, coinvolte nel medesimo sguardo che, sempre giocando a immaginare io definirei – riconoscimento omopsichico. E ancora dico gemellaggio interiore, incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto. La prosa poetica che abita La casa dell’incesto emerge nel ricordo di un passo d’acciaio e della leggerezza delle piume di un femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo. Una pennellata, forse, soltanto un tocco leggero mi fa riprendere il filo nella lettura dell’impresa più difficile per le donne (ma anche per gli uomini) di tutte le epoche: ricongiungere i pezzi sparsi, rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poeta e la Musa, coinquiline nella stessa ispirazione.

Elementi in luce si intrecciano alle voci in nuce, ai tratti ancora oscuri, messi a nudo fino alla scarnificazione. La pelle e la carne, da un lato. Il dolore dall’altro. La ferita in mezzo. Mentre leggo ho i brividi nelle ossa.

Cara Catastrofe

guardarti è come entrare in scena, 
senza aver mai provato la parte. 
Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo. 
E di nuovo inciampo. 
Nei tuoi occhi, il mio sold out. 
Non c’è spazio per replicare. 
E io continuo a improvvisare.

C’è solo un modo per soccombere senza soccombere: l’unica reazione possibile sembra essere quella del fare poesia.

Fare anima – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. L’Altro, allora, si declina al maschile, una catastrofeche veste gli abiti dell’amato e prende, scrive l’autrice,

spazio nella linea del mio sguardo,

uno sguardo

che aderisce al tuo passo spavaldo.

L’amato ha le armi per aprire la porta alla stessa Catastrofein quanto portatore sano di rovinagiocatore esperto di ungiogo che stringe la donna, ed è un meccanismo perfetto per donare il male.

(…)
Strano meccanismo attiva il cuore: 
brilla negli occhi senza distinguere 
tra l’amore e il male. 
Accorcia il tempo, 
come la fune che mi hai stretto al collo. 
Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore. 
Ora so che sarà per soffocamento.

Lui ha in mano la Catastrofe adesso, forse l’ha tenuta saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

La mia vita

scrive ancora la poeta

procede per sottrazione.

Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.

Dormiamo insieme ogni notte
ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. 
Fai piano, che anche la luce è dolore, 
dopo la culla di un buio così violento.

La Catastrofe non è fine a se stessa, se nel procedere serrato nel dolore Felicia – nomen omen, per l’uno fratto la Catastrofe stessa –  ci conduce al centro, là dove sta l’amore come

dismorfia

ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandiche annulla L’Io.
È importante, mi sono chiesta, sapere a chi sono dedicate le invocazioni, le frustate emotive, gli schiaffi nell’anima, le parole che arrivano dritte al brivido del lettore?

No.

La mia impressione è che si tratti in ogni caso di un procedere immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione e oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani fragili e forti e innamorati del male, presi al laccio nel non sapere come uscirne, senza potersi muovere da quel legame di Eros e Thanatos – amore mortale. La poeta canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.

In un’ottica analitica potremmo vedere la faccenda da almeno due punti di osservazione: ciò che avviene dentro risuona fuori e richiama il mondo in una danza di viceversa – è un calvario narrato per versi che condurrà alla resurrezione?

Mi ricordi che anche il figlio di Dio 
è fatto di carne che sanguina e muore. 
E che nessuno aspetterà, per me, 
il terzo giorno.

Forse, le voci altre del mondo potranno aprire la breccia, il varco nelle macerie per estrarre, prima o poi, l’anima dal terremoto.

Jessica dice che mi aiuterà 
e che non sono sola. 
Quando vado a farle visita 
non la guardo mai negli occhi. 
Ogni visita la concludo così: 
«Jessica, è colpa mia?».

Ogni staffilata poetica di questa toccante silloge è una dose di dolorosa consapevolezza. Fuori dall’inferno, l’inizio è denso grigio, è vuoto pregno che l’arte può coltivare, punti di sutura, poetica della cura.

[Valeria Bianchi Mian]

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://poesieaeree.wordpress.com/2020/03/26/cara-catastrofe-felicia-buonomo-damore-e-rovina/