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L’imperatore di Atlantide – recensione di Francesco Subiaco

L’imperatore di Atlantide – recensione di Francesco Subiaco

L’imperatore d’Atlantide o il rifiuto della morte

La verità è ciò che rimane quando svanisce tutto quello che vi è attorno. Proprio quando tutte le nebbie degli anni quaranta e della guerra mondiale sono spariti è emersa anche la verità su Terezin. Terezin è una cittadina della repubblica ceca, poco lontana da Praga, cosparsa un tempo da malandate caserme militari, dal gelo e dalla solitudine di una città fortezza in rovina. Essa però è stata anche la città che ha ospitato un
lager terribile ed anomalo durante l’occupazione nazista. Un lager spacciato per residenza turistica per ebrei, per montagna incantata, quando era invece un mattatoio di lusso. Un luogo in cui venivano spediti
artisti, militari in congedo, ex funzionari, ebrei o diversi, rinchiusi in questa fortezza gelida che venia spacciata per rifugio quando era essenzialmente un campo di concentramento. Un campo delle menzogne
in cui a questi detenuti speciali, dopo il lavoro estremo e crudele praticato durante tutta la giornata, le ss concedevano palchi e teatri provvisori e fatiscenti per fare arte e musica, spettacoli e intrattenimento. A metà tra il teatro degli orrori e un orrore teatrale, in cui alla crudezza della morte e della malattia si alternava la dolcezza delle musiche e delle opere dei detenuti del campo. un lager che divenne la cornice terribile per un truman show nazista, quando portati dentro i delegati della croce rossa e della comunità internazionale, esso divenne la grande messa in scena della bontà nazista. Il campo attrezzato come un teatro venne spacciato, tramite una recita perfetta, per una specie di Israele ante litteram, di Kallipolis della
comunità ebraica protetta dalla dura e nascosta repressione del governo nazista. Una repressione che tramite spettacoli e menzogne riuscì a nascondere l’orrore dei lager fino agli ultimi anni della guerra. ultimi
anni in cui i detenuti di questo ghetto anomalo vennero divorati dai gas delle docce naziste. Tra i tanti prigionieri alcuni riuscirono a ribellarsi in una maniera diversa, come racconta Enrico Pastore nelle pagine di
l’imperatore di Atlantide”(MIRAGGI edizioni). Raccontando la storia del musicista Viktor Ullman e Petr Kien, che nella lunga programmazione degli spettacoli, clandestini e non, realizzarono un’opera d’arte tra le più interessanti degli anni quaranta: “L’imperatore d’Atlantide o il rifiuto della morte”. L’opera si apre in un imprecisato regno di Atlantide, allegoria del ghetto sotto il dominio nazista, dove rinchiusi in un sanatorio prigione La morte, vestito come un colonnello asburgico, ed Arlecchino , simbolo della vita oppressa e resa sterile dal campo, decidono di ribellarsi, stanchi e infuriati, alle leggi del kaiser Overall, che grazie alle prodezze della tecnica, sta devastando il mondo con una guerra sanguinosa che porta milioni di morti e toglie le forze vitali ai popoli. La morte vedendo il ribaltamento delle leggi naturali decide di scioperare e rifiutarsi di far morire gli esseri umani. Occasione che viene sfruttata da Overall per utilizzare l’immortalità
dei suoi soldati per conquistare il mondo. I piani dell’imperatore hanno, però, vita breve perché durante lo scontro i soldati privati del timore della morte, iniziano a cessare il fuoco, seguendo le danze macabre di
scheletri fantasmi di Arlecchino che li aiuta a disertare la loro guerra. il kaiser confrontandosi con la morte, che lo visita nel suo castello, viene costretto a morire per primo, sprofondando nelle acque della morte come Atlantide sprofonda in quelle dell’oceano. L’opera si presenta come la grande allegoria della fine del nazismo, che faustianamente, ha permesso agli atlantidei di conquistare il mondo, ribaltando le leggi dell’uomo e della natura, peccando di hybris che porterà l’imperatore(Hitler) e i suoi collaboratori-automi, il tamburo(Goebbels), la propaganda, e l’altoparlante(i gerarchi dei campi), l’oppressioni, a sprofondare nelle
acque della morte. Contrapponendo all’atlantide iperborea e di cartapesta propagandata, quella platonica, irrazionale e feroce, decadente e prigioniera degli abissi del tempo. Un grande mito, che tra le maschere e
le ombre dei tarocchi, racconta la disfatta della superbia umana, della tecnica, del culto della morte annientante asservita ai desideri umani e il grido di speranza o liberazioni di due grandi artisti, rappresentanti un mondo di ieri, cancellato e rinnegato, di dimostrare che i manoscritti non bruciano e la grande arte sconfigge sempre l’inclemenza dei tempi.

QUI l’articolo originale:

casadolcecasa – presentazione presso la Libreria Einaudi di Udine (Laura Fonovich)

casadolcecasa – presentazione presso la Libreria Einaudi di Udine (Laura Fonovich)

Libreria Einaudi di Udine. Due storie che s’incrociano: #inViaggioconMiraggi

La poetessa Antonella Bukovaz incontra il suo editore Fabio Mendolicchio in una delle tappe del suo Giro d’Italia in vespa

Ieri pomeriggio, la Libreria Einaudi di Udine è stata luogo d’incontro di una presentazione eccezionalmente insolita del libro di poesie “Casa dolce casa” di Antonella Bukovaz. Trasformata in una delle tappe di un bizzarro Giro d’Italia è diventata protagonista di un evento artistico performativo, in cui anche i limiti dettati dalle misure anti Covid sono diventati, per la capacità dei personaggi, elementi teatrali.

La porta, confine fisico per chi doveva stare dentro o fuori e metaforico rispetto al contenuto del poema, ha ospitato il dialogo tra lo scrittore udinese Luca Quarin, nel ruolo di moderatore, e l’artista Antonella Bukovaz, entrambi in attesa dell’arrivo dell’editore di Miraggi Fabio Mendolicchio, il quale con un pizzico di geniale follia sta girando l’Italia in sella di una vespa attrezzata con una mini libreria per promuovere il proprio catalogo. Persino l’incessante ta-ta-ta-ta-ta delle ruspe all’opera in Via Vittorio Veneto è riuscito ad integrarsi al ritmo di questo magico incontro. Antonella Bukovaz nata a Topolò-Topolove, un borgo al confine tra Italia e Slovenia, oltre alla sua cospicua produzione poetica, teatrale e performativa collabora da anni alla realizzazione del Festival Stazione di Topolò-Postaja Topolove.

Casa dolce casa” è uscito due settimane fa per Miraggi Edizioni, e la poetessa ha voluto sottolineare che per lei è stata una grande gioia che un editore di Torino si appassionasse al suo poema tanto da pubblicarlo. Un lavoro che mette insieme diversi frammenti della percezione della sua vita familiare, ispirati da una tormentata ricerca di equilibrio di un’identità che oscilla ai limiti di un confine, quello italiano e quello sloveno. Versi che acquisiscono passione e potenza se letti dall’autrice perché composti al ritmo dei suoni quotidiani della casa.

I testi sono scritti sia in italiano, sia in sloveno con un breve frammento in inglese. Il bilinguismo che, nel caso di Antonella è determinato da un limite territoriale, è per lei un forte spunto di riflessione sulle implicazioni a livello psicologico che ciò comporta perché, pur essendo nata parlando la variante dello sloveno delle Valli del Natisone, la lingua della socialità è sempre stata l’italiano. Lo sloveno, nonostante, appartenga alla sfera familiare e sia la sua lingua madre con tutte le problematiche che può portare il concetto di madre, come precisa la poetessa, ha dovuto comunque recuperarlo anche in termini di scrittura. Lo sente come un qualcosa che non si è ancora perfettamente innestato. Un terreno in parte inesplorato che, in questa continua e personale ricerca linguistica e di appartenenza, apre molteplici porte di confronto e sorpresa. Vivere sul confine può annullare la percezione di sé stessi creando sensazioni di attrazione e repulsione contrastanti. È un poemetto che risale ad una decina di anni fa, diviso in 7 stanze, ed inizia con una diafana descrizione della percezione visiva dell’occhio che si abitua ad entrare in uno spazio privato fino ad inoltrarsi all’interno della casa. Una casa che parla, in termini poeticamente sonori, di condizionamenti familiari e di un’esperienza assolutamente personale.

La tappa di Antonella nella Libreria Einaudi di Udine è coincisa con la tappa di un altro incredibile viaggio, quello di Fabio Mendolicchio, patron di Miraggi Edizioni, che con la vespa e la sua piccola ma attrezzata libreria ha iniziato 9 giorni fa a percorrere tutta l’Italia per incontrarsi con proprietari di librerie, gruppi di lettura e lettori e far conoscere il proprio lavoro. Un “viaggio”, che porta in seno l’accezione più amplia del termine. Partito da Torino, sede della Casa Editrice, è sceso fino a Lamezia Terme per poi arrivare ieri a Udine per incontrare Antonella e proseguire nei prossimi giorni in altre tappe italiane.

Un racconto che, per le esperienze vissute da Fabio in questo itinerante esperimento in solitario di promozione, “mai toccato dalla pioggia”, merita per lo meno la menzione del Giro d’Italia della Cultura.

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Penultimi – recensione di Livio Borriello su Zibaldoni e altre meraviglie

Penultimi – recensione di Livio Borriello su Zibaldoni e altre meraviglie

Caro penultimo quest’oggi più forte

era il canto, l’unisono di terra e cielo, 

– ‘sta cosa degli alberi e degli uccelli –

ma in forma di rosa poco più avanti

del tratto di strada fra Station Verlaine

e Tolbiac, in un soffio di vento nella

galleria sulla banchina è apparso

un angelo con la colla e con la carta,

che salendo e poi precipitando dalla scala

– la teneva in braccio come le ali sul dorso –

dispiegava il foglio tirando via gli angoli

e su mezzi quadrati spalmava la colla

come un bambino all’alba fa con la Nutella. 

E apparivano i santi, le madonne, le grazie,

il miracolo del progresso, i numeri magici,

la vie en rose, paradisi per morti di fame,

perfino terre promesse con tanto di account.

Noi come al solito si stava ad un solo passo

dalla linea gialla che separa la terra ferma

dal convoglio, e ci siamo scambiati uno sguardo

solo quando l’Arcangelo, s’è sfilato dal coro

novello Mercurio, che l’aveva stampato in faccia

il pensiero vero, l’oracolo – il affichait un sourire – 

Tutto era oro, tutto era loro, solo e nient’altro. 

Nella luce fra spettrale e esotica dell’alba, un penultimo, un attacchino che si rivela messaggero d’altri mondi, apre un varco spazio-temporale su un muro della realtà, da cui irrompe un flusso inarrestabile e multicolore di immagini edeniche, di sogni digitali con tanto di account, di deità arruolate alla promozione consumistica. È uno degli schemi tipici di Penultimi, quello dell’agnizione, della rivelazione che squarcia la realtà nel veleggiare di una busta di plastica, nella trasfigurazione in oranti dei pendolari assonnati nei convogli, o perfino nell’enigmatico discorso cromatico dei semafori. 

Penultimi è un’epopea del quotidiano, la codificazione di un luogo psichico, di una tonalità dell’esistenza che appartiene a tutti, di cui però non ci eravamo accorti, finché Forlani non lo ha nominato, non lo ha trasposto nella lingua. Un luogo abituale, dove tutti abbiamo sostato, e che proprio l’abitualità ci aveva nascosto. Ma è il luogo in cui le smagliature dell’abituale lasciano tralucere il prodigioso, il luogo-soglia in cui si confondono il notturno e il diuturno, lo spento e il radioso, il meccanico e il numinoso propri dell’umano. 

Il mondo dei penultimi è il mondo incerto dell’alba, il mondo del transito dall’indeterminato al visibile. L’alba di Forlani non è l’alba della chiarezza, il tracciarsi del tratto di Nancy, né l’aurora della speranza nicciana o straussiana. È l’alba carica di particelle di buio, degli aloni e delle permutazioni del sogno. In questo spazio di luce viscosa, torbida, abita un’umanità a sua volta indistinta, indecisa fra il buio e la luce. Sono uomini-non uomini, non sono individuati, ma paradossalmente proprio perciò intensamente uomini, propriamente uomini. Visti da lontano, visti sulla soglia del non essere notturno, gli uomini, le bestie, le cose non sono che un ammasso, una categoria, una muffa sulla superficie del mondo, un brulicare disperato e commovente… non esiste più il loro ego pretenzioso, non esiste Freud e forse nemmeno Marx… È la loro banalità che li rende numinosi, è la loro insignificanza psicologica che fa sfolgorare il loro dimesso mistero ontologico. Sono uomini che ci toccano completamente, perché hanno espulso il vestito e l’esoscheletro di persona, e vagano nella loro nudità inorganica, nella loro purezza di strutture eidetiche. La città produttiva, la città tecnologica li ha decolorati, li ha assimilati, li ha disanimati, ma restano fatti di quella sostanza enigmatica che è la carne, restano palpitanti e iridescenti – come pesci sommersi nella luce subacquea di Parigi. Scopriamo attraverso di loro che l’uomo è cosa molto meno importante di quanto pensavamo – e che però proprio questo merita forse, o comunque suscita, amore, compassione o passione.  È l’umanità del quadro rembrandtiano di Genet, quella sostanza greve eppure scintillante che circola da un corpo all’altro, da una storia all’altra.

I penultimi sono fantasmi vivi e fraterni. Forse sono in realtà, o sociologicamente, gli ultimi, e sono promossi a penultimi solo per delicatezza, oppure la stessa luce fluttuante e pulsante, come quella di certe vecchie pellicole, impedisce di descriverli con qualche tono definitivo. Sono penultimi, non sono degradati dall’ultimità e ancor meno dalla primarietà, non competono, sono solo-uomini. Certamente facciamo parte anche noi di quella folla, certamente anche noi ogni mattina, senza saperlo, ci sediamo su una panchina del metrò a testa bassa o trangugiamo una colazione affrettata prima di passare l’aspirapolvere in sala d’attesa… certamente anche noi, in quanto antropici, viviamo più sotto il segno del “fra” che posati sul su o giustificati dal perché… siamo il dintorno di un fra, la casuale agglutinazione che circonda un fra (fra’, lo chiamo a volte, e non so se è l’apocope di francesco  o di fratello… ma forse era fra e basta… era la congiunzione…).

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Volevamo salvarci – recensione di Roberto R. Corsi

Volevamo salvarci – recensione di Roberto R. Corsi

Petr Hruška, Volevamo salvarci

Un volume di recentissima uscita per i tipi di Miraggi Edizioni ci propone un ampio percorso antologico nell’opera di Petr Hruška (1964), uno dei più importanti poeti cechi. La traduzione e la cura sono affidate a Elisa Bin, che già nel 2017 aveva tradotto lavori di Hruška, e che qui firma un saggio ampio e pregevole a introduzione di queste poesie (selezionate, apprendiamo, dallo stesso Autore) e prose brevi. L’opera di Hruška è caleidoscopica, piacevolmente complessa, e proprio al contributo di Bin rimando per l’approfondimento dei moltissimi leitmotiv e dettagli. In questa sede non posso che limitare la mia analisi ai punti che ho avvertito come più salienti o miei.

Dovessi intanto individuare un fulcro, lo indicherei proprio in quella “collisione”, citata dalla curatrice, tra dettaglio realista e condizione umana. Se l’attenzione del lettore può soffermarsi sulla robusta motrice oggettuale, Williamsiana (“no ideas but in things”), a volte quasi catalogatrice, nei versi, tuttavia già dalla prosa di apertura lo scrittore punta il binocolo verso quel brulicare di esseri umani in azione, “lo sconosciuto affaccendarsi di ciascuno (…) pur di non restare soli, perdio, almeno un momento” che “non smette di incantarmi” (pp. 23-25). Lo sguardo del poeta è lucido nel denunciare, in rapporto e in risalto con la fredda concretezza delle cose e degli ambienti (due volte da Bin definiti “prosaici”, credo nel senso di “ordinari, quotidiani” usato da Hruška a p. 175), l’insignificanza dell’umana industriosità e come questa, alla radice, sia determinata da una enorme antropologica solitudine e senso del vuoto. Il rimedio, o piuttosto il lenimento, non è visto però nel Pascaliano starsene tranquilli nella propria stanza, ma anzi nell’intensificare questo “sentirsi vicini” (p. 147); a costo – Kafka docet – che esso si riveli non più di un “venirsi incontro senza mai incontrarsi” (p. 157). Meritoriamente, i riflettori di Hruška illuminano spesso gli ultimi o gli anonimi, e ciò rende ancora più chiaro il suo istinto solidale.

Sul piano stilistico, Hruška adotta un verso libero e asciutto, antilirico; con una certa attenzione per anafora o ripetizione del verso/stanza, e un marcato interesse poematico: ci sono microcicli (LuglioE ho visto…), e in questa autoantologia compaiono ampi estratti di una raccolta (Di nessuno) incentrata sulla figura di Adam, un archetipo di giovane uomo “mai coordinato con le dinamiche umane” (Bin).

Non mancano alcune suggestioni lusitane: nella poesia Giardino compare la “pioggia obliqua” Pessoana e la prosa L’identico getta idealmente un ponte verso L’uomo duplicato di Saramago.

Tutt’altro che prive di interesse proprio le prose brevi poste prevalentemente in coda al volume. In esse trovano uno spazio maggiore ironia e sarcasmo, ma soprattutto si palesa più chiaramente un atteggiamento combattivo nei confronti di ogni autocompatimento (Disperazione) o assuefazione alla noia (Le scuole); il libro si conclude con la convinzione gnomica che la qualità della vita sia per gran parte determinata dalla nostra capacità di accordarci con ciò che non conosciamo.

*** 

VEDRAI

Voltati
guarda dove hai dormito ieri
e vedrai la provvisorietà più assoluta
la carcassa sottile della coperta
la stropicciata postazione di lavoro
l’acqua sinistramente vecchia nella tazza
vedrai i tuoi sforzi
di essere
e di sopravvivere
e il sogno che tutt’a un tratto
ti ha strattonato
e il deserto che nel frattempo si è allargato
in tutte le direzioni
dal tuo accampamento
e te stesso che ti sei tirato su
e ti sei posto di nuovo
contro la terribile velocità della luce

*

VERSO SERA

Con decisione improvvisa
la mano di un senzatetto
impressa in nero
sul duro peltro del cielo indica


Tanto che dolgono gli occhi
Dove può ancora esserci
un qualche là

*

AL DI LÀ DI TUTTO

furiose case ai margini della città
un cane beve più che un uomo
una recinzione
scorticata come un eczema
nella discarica un mappamondo sfondato a calci

*

FIGLIA

Spero che mi investa un’auto
mentre vado
a prendere il pane!

hai gridato
verso l’interno di casa

Per tutto il tempo
finché non sei tornata
la vita è stata in me ritta e
austera
in stile dorico

Ora mettiti a tavola
prendi il burro
duro e bianco come un muro
e preparati:

sarà un lungo pasto

*

PASSANTE NOTTURNA

La riconosco dall’andatura,
dalle borse.
Arriva fino alla fine della via notturna
e scoppia a ridere
come sopra all’abisso.
Come se sapesse
che non c’è modo di proseguire oltre
e lei stessa
dovrà creare ora
la prosecuzione intera
di questa città folle,
che nel mattino ha un aspetto così convincente.

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Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Questo è un libro probabilmente concepito in due lingue, anche se il traduttore (Christian Abel) ha dovuto lavorarci un bel po’, c’è da credere, proprio perché Forlani vive e si esprime appunto a cavallo “tra le lingue”. Ancora: l’alternanza di versi e prosa non ne fa un prosimetro, né una raccolta con qualche poetica prosa. Piuttosto, diresti, un taccuino odeporico, per un viaggio circolare e iterativo, quello dei “penultimi”, mattinieri, SDF (senza fissa dimora), lavoratori vari costretti a prendere i primi metrò all’alba, quando appena “Paris s’éveille”, “I pendolari sui binari / I macellari cogli acciari” ecc. Oggetto integrato con foto dell’autore, a seconda delle sue quotidiane peregrinazioni di prof-pendolare domiciliato a Parigi tra due viali filosofici: “Bd Voltaire e Bd Diderot, a fondare la nazione”. Abbonato quindi alla 6 della metropolitana, direzione Montparnasse e quanto segue. I Penultimi / Pénultièmes, dunque, se qua e là usano del linguaggio misto-transnazionale in cui il poeta saltimbanco Forlani dà il meglio di sé, come nel precedente Parigi, senza passare dal via (Laterza 2013), puntano più spesso su una varietà stilistica fatta di lessico tribale (haute couture, courage, trafic ralenti, c’est l’heure c’est l’heure!…) o familiare o allusivo colto (come, a p. 65, i colori delle vocali), e della semplice malia dei nomi: Montparnasse (e il Parnaso), Ville Lumière, Louise Michel, São Tomé, la stazione Verlaine, la Normandia… in lingua originale nel testo ovviamente. Come, mettiamo: “Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare / da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto, / sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa / e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola”. Un’osservazione di passata: né biciclette, né monopattini in questo canto di solitudine che si rifiuta a essere degli “ultimi”, o Letzten di rilkiana memoria, anzi come avrebbe detto Derrida dei «sopravvissuti» che forse noi siamo già, qui e ora. Lo sguardo è concentrato, attento a ciò che fa sul serio – e durevolmente – la condizione della “vera gente” di cui l’io poetico non si distingue mai. Senza distinzione, egli porge una sua pietas discreta, pudica, partecipe alle parole, ai “cenni”, ai “sorrisi” dei suoi simili ed è quell’attenzione che lo rende, “pezzo di questo mondo”, presente da un capo all’altro, ancorché non appaia sotto forma grammaticale, che più avanti e sempre con grande parsimonia. Una volta superate tutte le sfumature dell’alterità, che torna identica alfine. I gesti medesimi, a volte, “somigliano ad altro”, in un impersonale assoluto che mescola testi (a rose is still a rose), anonimo “penultimo” qualsiasi, tu proiettato altrove dove non c’è “nessuno di fronte”, salvo l’indifferente natura e un io comunque sia: “tranne me che gli passo accanto”. Si potrebbe invocare qui un mix dei generi, oppure la dissimulazione di un lirismo ben attivo sotto un narrare oggettivo che dà la sua unità all’opera. O infine alogica schiarita, sragionevole beltà fino all’haiku della coperta d’emergenza (di oro colato), viaggio verso una storia alquanto più lunga, fino alle vittime anonime del dramma pompeiano – regione d’origine di Francesco – per esempio: “Così mentre scendo le scale / appena illuminate dalla scritta gialla / mi chiedo quando è stato / che il vulcano ha incendiato i corpi / e ricoperto di cenere ogni grazia”. Si sarà capito ormai, le corde dello scrittore sono multiple e a volte stridenti, se non variegate, in ogni caso plurime entro un insieme coerente e regolato purché il lettore accetti di stare al gioco, in fondo dialogico e intriso di dolcezza. Come nel libro successivo Par delà la forêt. E come si vede dal foglio manoscritto riprodotto a p. 107, se lo si legge con buoni occhiali in corrispondenza del primo testo del libro (numero 5 p. 11 come incipit); mentre il testo n. 1, letto a p. 91, finiva l’opera nella prima stesura. È questa una maniera elegante di ripiegare la fine sul cominciamento, per non finire forse, secondo un’ampia figura di epanadiplosi di cui altri scrittori hanno giocato (T. S. Eliot: «La fine è là onde partiamo»), che potrebbe essere una forma di consolamento, se si vorrà fare lo sforzo di una lettura vera anche delle cose tralasciate: “Così appoggiando l’orecchio a quelle dimenticanze, / quasi ne senti le voci ed il mare”.

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

C’è nei foulard delle donne in questa alba buia,
nella cura dei nodi la timida traccia di un presente
senza memoria alcuna della faccia e senza oblio
qualcosa di simile al tenue profumo degli alberi
all’uscita di casa, ai più nitidi canti degli uccelli.

Istantanee come questa compongono la silloge Penultimi/Pénultièmes di Francesco Forlani, pubblicata in edizione bilingue, con traduzione di Christian Abel, per i tipi di Miraggi (2019). Alle fotografie in versi e in prosa si alternano scatti veri e propri, inframezzati ai testi in modo da creare un contrappunto, quasi una breve eco visiva.

Chi sono i penultimi? Sono «donne delle pulizie», «manovali», «professori», ogni sorta di lavoratore costretto per lavoro a un faticoso pendolarismo; sono clochards e senza tetto, sagome che sfilano nei corridoi delle metropolitane appena aperte, silhouettes sedute o in piedi che l’io lirico scorge accanto a sé e osserva attentamente: è il suo sguardo ad animarle agli occhi del lettore, a renderle tridimensionali.

Negli allers/retours descritti, apparentemente sempre così uguali, esiste una dimensione particolare, intensamente poetica, fatta di albe e folle silenziose, di viaggi con i corpi ancora intorpiditi, in cui l’io si ritrova nitidamente, fatalmente solo con se stesso, riflesso nei volti di chi come lui fa i conti con la vita e con il giorno che incomincia.

Tale dimensione si sviluppa su un doppio binario linguistico. L’autore è infatti docente di italiano in scuole fuori Parigi: il percorso che lo conduce al lavoro è la rappresentazione concreta della perenne oscillazione in cui vive ogni expat, diviso fra lingua madre e lingua d’adozione. Diviso, ma anche arricchito: questa edizione bilingue ne è la prova tangibile e una particolare forma di pendolarismo si offre anche al lettore, che può scegliere se procedere in direzione dell’italiano o del francese, o addirittura sperimentare una fruizione sincopata, spostando lo sguardo da destra a sinistra e leggendo un verso in una lingua e uno nell’altra:

Oggi ai penultimi parevano più nitidi i canti degli uccelli
avec ces variations de lumière et le changement des saisons
così ad aspettare il convoglio v’erano più dei tanti
en tête ou en queue selon leur destin.

Possibilità che di certo non saranno sfuggite all’autore, ipercreativo per natura, plurilingue per vocazione: basti guardare l’«entracte» finale, che mescola anche spagnolo e napoletano, o l’ultimo romanzo Par-delà la forêt : Mon éducation nationale, scritto in francese e apparso a giugno scorso per le edizioni Léo Scheer, in cui Forlani racconta la sua esperienza nel sistema educativo francese.

La traduzione è in sé un esercizio prossemico, una misurazione della distanza che intercorre fra sé e l’altro: qui l’alternanza fra le due lingue diventa forma e senso del pendolarismo, di questo spostamento fisico che si trasforma in un espatrio reiterato quotidianamente. Ed è il ritorno verso l’italiano, insegnato in scuole oltre i confini della regione parigina, a farsi per l’autore strumento di conoscenza dell’altrove.

In che modo il binario francese – posto graficamente a sinistra, laddove nelle edizioni bilingui sta normalmente il testo di partenza e non quello d’arrivo – potenzia le possibilità di lettura? Perfezionando occasionali rime più semplici da creare in francese che in italiano, ad esempio; inserendo in un incipit epistolare il segmento «il faut que je vous dise», che a molti richiamerà il testo di Le déserteur di Boris Vian; o trasformando un vento imprecisato in bise, fredda corrente nordorientale dalle sonorità già rimbaldiane e verlainiane:

Mes chers pénultièmes, il faut que je vous dise
comment à certains endroits de la rue
en cette heure il semble que la bise
susurre les secrets qui sortent des portails :
La Ville Lumière expose des tableaux vivants
à la morsure du froid entre les grilles
d’où s’échappent des bouffées de nuages blancs.

Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa del freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.

La sagoma di Rimbaud fa capolino a più riprese in questa raccolta, come l’angelo «in mano a un barbiere» dell’Orazione della sera, certo più provocatoria, ma non lontanissima dall’«orazione/alle stelle ormai scappate via» dei matti raccontati da Forlani; difatti ecco apparire, nel componimento immediatamente successivo, le celebri voyelles, sparpagliate su un muro di Parigi.

I matti vanno a infoltire le schiere dei penultimi, coloro che, come chiarisce Biagio Cepollaro nella nota critica, «possono ancora concepire la speranza del cambiamento». È a loro che il volume è esplicitamente dedicato nell’ultimo “interstizio”, «perché fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte», scrive l’autore. In questa riflessione ampia, stratificata, in cui il discorso di casta più che di classe riveste certo un ruolo fondamentale – sottolinea ancora Cepollaro -, si fanno strada in modo sotterraneo venature squisitamente autobiografiche, considerazioni maturate nel riflesso di un finestrino, come in uno dei più bei frammenti in prosa del volume:

Nelle storie d’amore ho a volte come l’impressione che tutta la propria storia, le proprie storie d’amore, non siano altro che il tentativo di forgiare le armi che in quella prima grande storia avrebbero potuto salvarci dalla disfatta. E accade che anno dopo anno tanto più l’esperienza accresce la consapevolezza della propria invincibilità quanto più si sa con estrema lucidità che non ci sarà mai più nessun nemico ad affrontarci in campo aperto.

Molteplici possibili letture si offrono a chi si accosta ai Penultimi, figure-chiave del contemporaneo, esseri angelicati atti a provocare quel risveglio necessario auspicato dall’autore in chiusura di volume.

Accade talvolta ai penultimi nel dormiveglia
di intravedere cose, smettere di ragionare
e lasciarsi portare dalle cose stesse
per strade impraticate e smesse.
Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare
da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto,
sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa
e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola,
assistere come me discreto, al florilegio di luci
verdi e rosse, e gialle intermittenti a tratti sull’asfalto
del crocevia e impartivano ordini come marescialli d’antan
a un’armata di disertori, a soldatesche assenti.
Nei comandi di luce dei semafori
piegati ad arco sulle strade vuote
risuonavano i principi e la carta dei diritti
umani urlati a una città deserta.

QUI l’articolo originale:

Penultimi – recensione di Camilla Longo Giordani su Frammenti

Penultimi – recensione di Camilla Longo Giordani su Frammenti

Chi sono i «Penultimi» di Francesco Forlani?

Un filo fatto di attrazione e compassione sembra legare Francesco Forlani alla metropoli e alle sue dimenticanze, sentimenti che l’autore indaga nel pieno della loro ambivalenza e complessità, attraverso le diverse angolazioni che assume nel suo quotidiano e silenzioso osservare. Se a ogni diversa traiettoria di sguardo corrispondono pari reazioni e sentimenti, Forlani in Penultimi si fa ricettacolo e interprete di un vasto e stratificato sentire.

Penultimi di Francesco Forlani (Miraggi edizioni, acquista) si presenta al lettore come un libello prezioso, una miniatura di grazia estremamente curata nei minimi dettagli. La pubblicazione raccoglie brevi e compiuti momenti narrativi in edizione bilingue: l’originale in francese con striature napoletane a opera dell’autore campano e parigino di adozione, affiancato dalla traduzione in italiano di Christian Abel. I testi di rigorosa brevità – poesie, haiku, pagine di diario strappate, prose poetiche, interstizi – sono intervallati da fotografie in bianco e nero, scatti sbilenchi e accidentali di uno smartphone agli angoli di Parigi. La lingua scelta da Forlani è alta, ricercata ma non per questo meno multiculturale o metropolitana, poiché sa combinare tra loro linguaggi diversi e convogliarli in un andamento lirico coeso, creando così una lingua poetica che trasfigura ed eleva a oggetto poetico anche la materia di cui parla, i Penultimi, al punto da rendere il monte Parnàso, sacro ad Apollo e da cui per tradizione mitica sgorga una fonte sacra alle Muse, il «regno di déi penultimi».

Penultimi, presenze silenziose che persistono lungo i margini, «tre boccioli di rosa sulla piattaforma, in pieno \ inverno \ di piena neve», sono coloro che appartengono alla dimenticanza, dimenticati dagli altri e dimentichi di sé, «senza memoria alcuna della faccia». Sono coloro che a bordo di un vagone di treno in ritardo mattutino non vengono chiamati dai datori di lavoro, perché nessuno si è accorto della loro presenza «oltre l’assenza». Sono un intatto «specchietto \ da bagno sul marciapiede» destinato allo sgombero, che in silenzio assiste ai nostri ignari passi, sono «due amici sulla strada coricati» o «due amanti sopra un materasso». In relazione ai Penultimi, Forlani si fa cantore del rimosso, essendo insieme spettatore e protagonista, come lo dimostra il repentino passaggio alla prima persona plurale del componimento 25.:«Come penultimi oggi eravamo tanti», per chiudersi «Così ci diamo al mondo anche noi». Allora la runner che corre tra le vie asfaltate è cantata subito dopo i «commessi viaggiatori» e il signore che «a prima vista pare normale» «se non avesse per calze delle buste \ di plastica che dall’orlo sbuffano».

Trovare univocità di messaggio o di sguardo in Penultimi non è possibile né auspicabile: Francesco Forlani in queste brevi opere finite accoglie il lettore al suo fianco e gli mostra quello che lui vede, e soprattutto come lo vede, ogni giorno. Dalla lettura di Penultimi non bisogna aspettarsi una partenza e un approdo, precisi interrogativi e lucide soluzioni, pena la delusione e l’incomprensione; quello che ci richiede il libro è più semplice: un affido viandante e flaneuristico.

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Penultimi sfugge dunque all’univocità, come ne sfugge la realtà che è suscettibile allo sguardo, e quello che si vede oggi, non sarà ciò che ritroviamo domani: una questione di prospettive. Ci sono pieghe dei nostri paesaggi quotidiani che rimuoviamo alla vista, svaniscono dalla nostra realtà oggettiva, con l’eventualità che passi una vita intera senza che si riesca, o semplicemente si possa, vedere quello che si accumula ai lati delle nostre orbite. Ed è qui che interviene la letteratura, e in questo particolar caso la lettura di Penultimi, per togliere il velo e indirizzare fasci di luce su dettagli sfocati. Anche al saper guardare serve un certo esercizio, e alla questione di prospettiva si unisce anche una questione di attenzione:

Ho pensato a tutte quelle volte che mi è capitato di percorrere una spiaggia a sera deserta, fuori stagione, un campo di calcio dimesso, un luogo qualunque abitato dalla compresenza di quello che era in un tempo prima nel pieno e di quello che appariva ora nel dopo.


Francesco Forlani dimostra in questi componimenti due o tre grandi doti di narratore, l’attenzione di osservanza e un senso compassionevole, scevro di patetismi, che ci riporta d’un tratto, oltre la geografia e alla temporalità, al sentimento corale che riempie le vie di Conversazione in Sicilia.

«Basta un sorriso, davvero poca cosa, al penultimo \ incrociato o seduto a una fermata o nel clic-clac \ dei portali dei convogli», riflette Forlani nel suo vagabondaggio crepuscolare casa-lavoro. Di fronte al riconoscimento di esistenze penultime, nasce nell’autore un sentimento collettivo, che accosta all’estraneità la compartecipazione ma anche la gratitudine. In particolare quest’ultima si presenta come una predisposizione peculiare e interessante, che riconosce al penultimo la sua funzione precisa e importante in una metropoli alienante che si sta facendo sempre più desertica: «Fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte».

In linea con la materia poetica è la scelta dell’ambientazione che fa da cornice ai componimenti. Ogni frangente è ambientato ai margini del giorno in un perenne paesaggio crepuscolare, dall’«alba buia» che si confonde con la «fine del giorno», immersi in un «istante di luce sospeso» che si tinge di «pastello, in un virato seppia» e toglie il colore della differenze che fa la luce del giorno. I luoghi sono i treni, i vagoni vuoti o affollati della metrò, le strade stanche alla fine della giornata, quando capita di incontrare e prestare maggiore attenzione ai penultimi: «Lei dormiva sottocoperta e lui periscopiava il mare d’asfalto come un naufrago perlustra le distese d’acqua in attesa di aiuto».

Libro dalla natura composita, nella forma e nella sostanza, le ultime pagine di Penultimi si allontanano dall’impressione narrativa e si dipanano in una prosa di più ampio respiro, ma che non tralascia l’enigmaticità lirica, in cui trova spazio l’interrogativo – «Quando è cominciato tutto questo?» – e la riflessione ragionata:

Ammettere che la pietra gettata ha scalfito il tratto, ridotto il camminamento, costretto a levare i ponti e ficcato la mente nello specchio d’acqua putrida del fossato che ci separa e unisce a loro dal lembo a lembo delle forze schierate in campo.

Nonostante Forlani ponga lo sguardo diretto sulle atrocità del presente e ne riconosca l’inumanità, «perché inumano non è immaginare la morte ma immaginarsela trascinando con sé altri destini che non ci appartengono», persiste fino in fondo il sentimento di compassione, gratitudine e vitale fiducia nel genere umano che tiene insieme un libro multiforme e irrimediabilmente romantico:

Basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembrano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire: vita, ehi vita mia, urlare: grazie.

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PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel ‘900, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. Con un contributo di Biagio Cepollaro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

PENULTIMI – recensione di Jean-Charles Vegliante su Sitaudis.fr

PENULTIMI – recensione di Jean-Charles Vegliante su Sitaudis.fr

Les pénultièmes ne sont pas les derniers
(B. Cepollaro, Introduction)

Ce livre, alternant vers et prose, n’est cependant ni un prosimètre ni un recueil incluant quelques petits poèmes en prose. Plutôt une sorte de carnet de voyage – un voyage circulaire et répétitif, celui des “avant-derniers”, justement, lève-tôt, SDF, travailleurs divers, obligés de prendre les premiers métros à l’aube, lorsque tout juste « Paris s’éveille », que « Les banlieusards sont dans les gares / À la Villette on tranche le lard » etc. (J. Dutronc – A. Ségalen – J. Lanzmann). Un livre abondamment corrélé aussi de photos prises par l’auteur, au hasard de ses pérégrinations quotidiennes de turbo-prof d’italien en région (mais habitant Paris, près des « deux boulevards philosophiques : le Boulevard Voltaire et le Boulevard Diderot, comme pour fonder la nation », p. 72). Abonné donc à la ligne 6 du métro parisien, direction Gare Montparnasse et la suite. 

Parce que, tant qu’il y aura des pénultièmes, ça voudra dire qu’il y a encore un peu de marge pour l’humanité, que nous ne sommes pas encore arrivés à la fin du voyage, au bout de la nuit. 

(p. 94)  

J’ai sur ma table, en même temps que ce dernier livre de Francesco Forlani, la plaquette d’un autre exilé à Paris, Filippo Bruschi (Maniere, Massa, Transeuropa), le recueil d’une Brésilienne d’Italie, Vera Lúcia de Oliveira (Ero in un caldo paese, Rimini, Fara), le dernier livre de Paolo Febbraro (La danza della pioggia, Rome, elliot) et une micro-anthologie de L’infinito léopardien – poème dont c’est le bicentenaire – en plusieurs langues (Venise, Damocle), tous sortis en 2019[1]. Et ne puis m’empêcher de penser, avec une pointe d’envie, que l’Italie en crise a quand même la chance de voir publiés tous ces ouvrages, dont aucun n’espère devenir un best-seller, alors que nous ne parvenons pas à convaincre les grands éditeurs du prospère Hexagone à prendre le risque – minime – de lancer ici un illustre inconnu tel que Pascoli (1855-1912) ou de procurer une nouvelle édition (en vers) des Chants de Leopardi, ou encore de faire connaître ce chef-d’œuvre, dialogue poétique en forme de Mystère, qu’est la Représentation de la croix d’un autre quasi-inconnu en France, Giovanni Raboni. Il est vrai que d’excellents sites suppléent à leur manière cette pusillanimité criante. Fermez la parenthèse.  

Les Penultimi / Pénultièmes, donc, s’ils utilisent çà et là le langage mixte-transnational où excelle le poète saltimbanque Forlani, remarquablement illustré dans son précédent Parigi, senza passare dal via (Laterza 2013)[2], pointent plus souvent sur une variété stylistique mêlant les mots des tribus (haute couturecouragetrafic ralentic’est l’heure c’est l’heure !…) aux allusions textuelles, comme à la fin du bref extrait prosaïque cité plus haut (ou encore, p. 65, les couleurs des voyelles), et bien sûr à la magie des simples noms : Montparnasse (et le Parnasse), Ville Lumière, Louise Michel, São Tomé, la station Verlaine, la Normandie… en langue originale dans le texte évidemment. Comme :

                    Là un sac en plastique à la dérive voletait
                    d’un trottoir à l’autre de l’avenue Daumesnil,
                    soulevé par le vent, en suspens dans la lumière
                    rose, on aurait dit une méduse, toute seule, parmi les gens égarés 

[mais l’italien “perduta gente” est là un syntagme dantesque – Enfer iii – et relève du pluristylisme évoqué plus haut] (p. 80).     

Remarque, en passant : point de vélos, nul bicycle (chers aux antépénultièmes peut-être) dans ce chant qui se refuse à être des “derniers”, ou des Letzten de rilkienne mémoire, voire comme aurait dit Derrida des « survivants » que nous sommes peut-être déjà ici et maintenant. Le regard est concentré, attentif à ce qui fait plus sérieusement – et durablement – la condition des « vrais gens » dont le je poétique ne se distingue jamais. Sans « distinction », il applique une pietas discrète, pudique, participante aux mots, aux « gestes » et « sourires » de ses semblables (p. 11), et c’est cette attention même qui le rend de bout en bout présent, encore qu’il n’apparaisse, sous sa forme grammaticale, que plus loin et toujours avec parcimonie. Les gestes eux aussi, parfois, « paraissent autres », dans un impersonnel absolu qui va mêler textes (a rose is still a rose), anonymat d’un quelconque on « pénultième », tu projeté ailleurs où n’est « personne d’autre que lui », sauf la nature indifférente et je quand même : « excepté moi qui lui passe à côté » (p. 24). On pourrait appeler cela mélange des genres, ou encore dissimulation d’un lyrisme bien présent, sous une narration objective qui donne son unité à l’ouvrage[3]. Ou enfin alogique trouée, déraisonnable beauté jusqu’à cet haïku de la couverture de survie (en or pur), voyage dans une bien plus longue histoire, jusqu’aux victimes anonymes du drame de Pompéi – la région d’origine de Francesco Forlani – par exemple :

                    Alors, tandis que je descends les escaliers
                    dans la lumière jaunâtre des néons
                    je me demande à quel moment il est arrivé
                    que le volcan laisse les corps calcinés
                    ensevelissant toute grâce sous la cendre

                                                                   (p. 46)  

On l’aura compris, les cordes dont joue l’écrivain sont multiples et parfois discordantes, sinon variées, en tout cas pluristylistiques au sein d’un ensemble cohérent et suivi pourvu que le lecteur en accepte le jeu, au fond dialogique et empreint de douceur. Comme l’est, pour finir, le feuillet manuscrit donné à voir p. 107, dont on comprend en chaussant ses lunettes qu’il correspond au premier texte (numéroté 5, p. 11, en incipit) ; alors que le texte n° 1, que l’on a lu p. 91, clôturait primitivement l’ouvrage, ainsi qu’une rapide enquête parmi les archives numériques de cette aventure (sous forme de pdf) peut le confirmer aux plus curieux des lecteurs. Quoi qu’il en soit, une élégante façon de replier la fin sur son début, pour ne pas finir peut-être, en une vaste figure d’épanadiplose dont bien d’autres écrivains ont joué (T. S. Eliot : « La fin, c’est l’endroit dont nous partons »), et qui pourrait être une forme de consolation, si l’on veut bien faire l’effort de lecture :

                      Et ainsi, en approchant l’oreille de ces choses abandonnées
                      on peut presque entendre leurs voix et la mer.

                                                                              (p. 104).

–––––––––––––––––––––––

[1] Dans la suite d’autres publications translinguistiques (voir  https://www.recoursaupoeme.fr/avec-une-autre-poesie-italienne-trois-poetes-italophones/ ) .  

[2] Voir par exemple :  http://circe.univ-paris3.fr/Intro_Rencontre_CIRCE_Paris2016.pdf .   

[3] Je reprends ici les notes de mon intervention à la Librairie italienne de Paris Tour de Babel, le 30 janvier 2020, en compagnie de Christian Abel, Fortunato Tramuta, Andrea Inglese et l’auteur (accompagné de deux musiciens).    

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.sitaudis.fr/Parutions/penultimi-penultiemes-de-francesco-forlani-1580545073.php

PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

Come un viaggio che ricorda Canto alla durata di Peter Handke, così Francesco Forlani ci porta tra i penultimi, ossia, coloro che ancora conservano qualcosa del nostro vecchio Occidente.

Le sue parole vanno al di là della tradizione, della nostalgia; non c’è aria di polemica nei suoi versi, ma riecheggia la domanda delle domande: qual è il senso di ogni cosa? Ma come sappiamo la risposta da dare sarebbe tanto ovvia quanto impossibile.

Non è un caso che questi versi siano stati composti in Francia, nella patria di Camus, di Sartre, di Céline, che per primi hanno dato vita alla critica della modernità che non è solo dissenso o negazione ma, soprattutto, riflessione e interpretazione del capitalismo, della scienza, del progresso.

Pertanto, i penultimi di Forlani non sono altro che uomini e donne che lavorano per sopravvivere, che vivono per rincorrere qualcosa, che non si interrogano perché forse già hanno la risposta, che si inseguono a vicenda lungo le strade del mondo perché così fan tutti, eppure, davanti a un momento di silenzio, di noia, di smarrimento, di discernimento, loro si riappropriano di una coscienza antica e si affidano a quella poetica della resistenza che smuove l’anima.

Forlani è testimone di queste masse che invadono ogni mattina il metrò, le strade, i negozi, e avverte lo smarrimento di ogni individuo, la voglia di non farsi risucchiare, la necessità di esserci. Anche lui fa parte di questa folla, dei penultimi che ancora non vogliono abbandonare la lotta, ed è proprio per questo motivo che il verso diventa più di un rigo d’inchiostro, ma qualcosa che va inciso perché deve durare, altrimenti non sarebbe testimonianza.

L’autore parte da ciò che è negativo, brutto e sgraziato. Non si può fare altro. Eppure, il gioco dell’arte sta proprio in questo, rendere fruibile e positivo tutto ciò che andrebbe disintegrato, proprio perché ciò che resta possa essere da monito per il futuro; affinché nulla sia più la penultima scelta prima del giudizio finale.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.gliamantideilibri.it/penultimi-francesco-forlani/

FRANCESCO FORLANI su Libération (articolo di Claire Devarrieux)

FRANCESCO FORLANI su Libération (articolo di Claire Devarrieux)

FRANCESCO FORLANI, UN POÈTE EN CLASSE TOUS RISQUES

Le «communiste dandy» dévoile son quotidien de prof d’italien dans des collèges d’Eure-et-Loir

Francesco Forlani à Rome, le 11 mars 2012.
Francesco Forlani à Rome, le 11 mars 2012. Photo Marcello Mencarini. Leemage  

Francesco Forlani est un poète italien qui vit en France. Il a fondé une somptueuse revue internationale, SUD, et participe à l’Atelier du roman. Il écrit dans les deux langues. Il est aussi traducteur. Il est vraiment ce qu’on appelle, d’un terme un peu dévalué tant il a été utilisé, un passeur. Entre un passeur, ou un éclaireur, et un pédagogue, il n’y a pas trop de différence, parfois. Par-delà la forêt met en scène Forlani dans le rôle de professeur d’italien qui est le sien depuis trois ans. Le récit, composé de 24 chapitres comme autant de nouvelles, parcourt le petit monde scolaire, de la cour à la classe en passant par la salle des profs, avec un amour du langage qui est poétique, bien sûr, mais, profondément, qui est une forme d’altruisme, d’amour de son prochain. Sans excès, sans démagogie. On ne va pas se plaindre, on va plutôt plaisanter, et jouer le plus sérieusement du monde, pour mieux se faire comprendre.

Après avoir enseigné la philosophie en terminale au lycée français de Turin, Forlani découvre les collèges. «Mon appareillage théorique et didactique avait subi la même révolution qu’un char d’assaut russe transformé en foodtruck après la chute du Mur», écrit-il, sans être pour autant en train de dévaluer la tâche qui se présente. Il s’agit d’un poste réparti sur deux établissements d’Eure-et-Loir, à Dreux et à Anet. Comme il lui manque le permis de conduire qui lui permettrait d’utiliser la voiture qu’il n’a pas, rejoindre les deux endroits où il a été nommé est compliqué. Des collègues secourables – bêtise et inélégance n’ont pas droit de cité dans cette histoire, pas plus que la fatigue ou le découragement – un usage efficace de l’autostop également, pallient l’absence de transports en commun.

Photocopieuse.L’auteur habitant à Paris, les journées de cours commencent avec le premier métro. Les travailleurs de l’aube comme lui, et les exclus qui restent à quai, peuple de la nuit, sont évoqués dans Penultimiles Pénultièmes, un recueil bilingue (1) publié en 2019. «Sur le chemin de la maison j’ai croisé deux pénultièmes. Il y en avait une qui dormait dans la soute, tandis que l’autre scrutait la mer d’asphalte comme un naufragé fouille l’étendue d’eau du regard dans l’attente d’éventuels secours.» Dans Par-delà la forêt, pas le temps de rêver, il faut ruser avec le début et la fin de la sonnerie, parier que la photocopieuse va marcher si on s’en sert au dernier moment. Et, plutôt que s’attarder à contempler ses contemporains, il convient d’abord de maîtriser sa classe, cette forêt de jeunes adolescents.

Forlani a recours à un interlocuteur qu’il tutoie : «Tu sais que je ne te juge pas, et pourtant je sais que tu me juges. Beaucoup de choses ont changé depuis le temps où j’avais ton âge.» Naguère, l’élève craignait de se faire mal voir. Aujourd’hui c’est le contraire. «Car chacun de nous sait très bien que si l’un de vous l’a catalogué comme antipathique, il est fort probable que l’année à venir ne sera pas une promenade de santé, et cela, indépendamment de la matière enseignée.» Autre terrain miné : les parents. «Du jour au lendemain, les parents d’élèves se sont transformés en ennemis du corps enseignant.» Un chapitre attristé est consacré à la tendance à «l’inquisition».

Acronymes irrésistibles. Par-delà la forêt, qui tient son titre des trois mille hectares de bois qui séparent les deux collèges, est sous-titré «Mon éducation nationale». Il peut arriver à Francesco Forlani de philosopher à partir des arbres, mais il ne généralise jamais. A Dreux, il enseigne dans un REP + (Réseau d’éducation prioritaire, les acronymes sont irrésistibles pour le poète), et à Anet dans un collège normal, où les élèves sont majoritairement blancs. Sans se faire d’illusion sur sa mission, il préfère, c’est évident, la mixité du premier.

Un atelier pâte à pizza, un marathon de lecture du Petit Prince dans toutes les langues enseignées dans l’établissement, l’étude comparée de «ta gueule» et «vaffanculo» en passant par «mal di gola», mal à la gorge, qui permet à chacun d’envoyer son voisin se faire foutre en se touchant simplement le cou ou en toussant : le professeur d’italien est apprécié. Il a obtenu de l’inspection le droit de faire cours en chapeau. Il porte un costume clair et une cravate rouge. Il a 50 ans quand le plus vieux des enseignants en a 30. Il se présente volontiers comme un «communiste dandy». Dans la «police familiale» que représente la vie scolaire, il est «l’oncle fantasque venu d’un pays exotique», explique le collègue d’histoire.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://next.liberation.fr/livres/2020/06/19/un-poete-en-classe-tous-risques_1791800

PENULTIMI – recensione di Maria Anna Patti su Repubblica

PENULTIMI – recensione di Maria Anna Patti su Repubblica

Le poesie di Francesco Forlani, per Miraggi edizioni, parlano di un universo di abitanti silenziosi, tra strade deserte e lo sferragliare dei tram

La strada non è per persone sole, il cammino è sempre e comunque di tutti”.

Penultimi di Francesco Forlani, pubblicato da Miraggi in edizione bilingue, francese e italiano, è lo sguardo attento di un universo sommerso, abitante silenzioso e senza diritti.

“Basta davvero poca cosa, ma preziosa, al penultimo
Per sentirsi seppur minima parte, un pezzo di questo mondo
Così i tre boccioli di rosa, sulla piattaforma, in pieno inverno”.

Il verso è una brezza leggera, ritmata, incessante. Fa intravedere analogie per poi tornare al quotidiano scandito dallo sferragliare dei tram, da “ascensori non verticali ma obliqui”, da strade deserte. Le forme degli oggetti assumono contorni vaghi nel tentativo di esplorare il disagio sociale. Le panchine offrono riparo sostituendo gesti amorevoli che non arriveranno.

Francesco Forlani passa dalla poesia alla prosa mantenendo rigore narrativo. Non deraglia cercando l’aneddoto. La sua scrittura è affollata da volti e voci che dispendono i loro respiri in una nenia dolorosa. Figure che “a schiena dritta” provano a correre continuando ad immaginare un futuro. Esistenze rappresentate da coperte invecchiate, da sacchetti di plastica semi vuoti. Conoscono “la poetica della distanza”, ne sperimentano l’aspra dissonanza che arriva da case illuminate dove la luna ha lo sguardo benevolo.

Le immagini, in bianco e nero, si aprono lasciando spazio ad altre storie immaginate. I tratti decisi mostrano la notte dell’umanità, quella notte che non conoscerà l’alba se non sentiremo “rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della forza”. Ritrovare le parole per urlare insieme: “vita, ehi vita mia, grazie”.

“Fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.repubblica.it/robinson/2020/05/15/news/la_scelta_di_casalettori_penultimi-256647645/?fbclid=IwAR0K3HyHDwJ1shR4ruVydEBhTMJ02-BC5aCXo2h0Ep3bFOm02K2gfDO34yg