Un filo fatto di attrazione e compassione sembra legare Francesco Forlani alla metropoli e alle sue dimenticanze, sentimenti che l’autore indaga nel pieno della loro ambivalenza e complessità, attraverso le diverse angolazioni che assume nel suo quotidiano e silenzioso osservare. Se a ogni diversa traiettoria di sguardo corrispondono pari reazioni e sentimenti, Forlani in Penultimisi fa ricettacolo e interprete di un vasto e stratificato sentire.
Penultimi di Francesco Forlani (Miraggi edizioni, acquista) si presenta al lettore come un libello prezioso, una miniatura di grazia estremamente curata nei minimi dettagli. La pubblicazione raccoglie brevi e compiuti momenti narrativi in edizione bilingue: l’originale in francese con striature napoletane a opera dell’autore campano e parigino di adozione, affiancato dalla traduzione in italiano di Christian Abel. I testi di rigorosa brevità – poesie, haiku, pagine di diario strappate, prose poetiche, interstizi – sono intervallati da fotografie in bianco e nero, scatti sbilenchi e accidentali di uno smartphone agli angoli di Parigi. La lingua scelta da Forlani è alta, ricercata ma non per questo meno multiculturale o metropolitana, poiché sa combinare tra loro linguaggi diversi e convogliarli in un andamento lirico coeso, creando così una lingua poetica che trasfigura ed eleva a oggetto poetico anche la materia di cui parla, i Penultimi, al punto da rendere il monte Parnàso, sacro ad Apollo e da cui per tradizione mitica sgorga una fonte sacra alle Muse, il «regno di déi penultimi».
I Penultimi, presenze silenziose che persistono lungo i margini, «tre boccioli di rosa sulla piattaforma, in pieno \ inverno \ di piena neve», sono coloro che appartengono alla dimenticanza, dimenticati dagli altri e dimentichi di sé, «senza memoria alcuna della faccia». Sono coloro che a bordo di un vagone di treno in ritardo mattutino non vengono chiamati dai datori di lavoro, perché nessuno si è accorto della loro presenza «oltre l’assenza». Sono un intatto «specchietto \ da bagno sul marciapiede» destinato allo sgombero, che in silenzio assiste ai nostri ignari passi, sono «due amici sulla strada coricati» o «due amanti sopra un materasso». In relazione ai Penultimi, Forlani si fa cantore del rimosso, essendo insieme spettatore e protagonista, come lo dimostra il repentino passaggio alla prima persona plurale del componimento 25.:«Come penultimi oggi eravamo tanti», per chiudersi «Così ci diamo al mondo anche noi». Allora la runner che corre tra le vie asfaltate è cantata subito dopo i «commessi viaggiatori» e il signore che «a prima vista pare normale» «se non avesse per calze delle buste \ di plastica che dall’orlo sbuffano».
Trovare univocità di messaggio o di sguardo in Penultimi non è possibile né auspicabile: Francesco Forlani in queste brevi opere finite accoglie il lettore al suo fianco e gli mostra quello che lui vede, e soprattutto come lo vede, ogni giorno. Dalla lettura di Penultimi non bisogna aspettarsi una partenza e un approdo, precisi interrogativi e lucide soluzioni, pena la delusione e l’incomprensione; quello che ci richiede il libro è più semplice: un affido viandante e flaneuristico.
Penultimi sfugge dunque all’univocità, come ne sfugge la realtà che è suscettibile allo sguardo, e quello che si vede oggi, non sarà ciò che ritroviamo domani: una questione di prospettive. Ci sono pieghe dei nostri paesaggi quotidiani che rimuoviamo alla vista, svaniscono dalla nostra realtà oggettiva, con l’eventualità che passi una vita intera senza che si riesca, o semplicemente si possa, vedere quello che si accumula ai lati delle nostre orbite. Ed è qui che interviene la letteratura, e in questo particolar caso la lettura di Penultimi, per togliere il velo e indirizzare fasci di luce su dettagli sfocati. Anche al saper guardare serve un certo esercizio, e alla questione di prospettiva si unisce anche una questione di attenzione:
Ho pensato a tutte quelle volte che mi è capitato di percorrere una spiaggia a sera deserta, fuori stagione, un campo di calcio dimesso, un luogo qualunque abitato dalla compresenza di quello che era in un tempo prima nel pieno e di quello che appariva ora nel dopo.
Francesco Forlani dimostra in questi componimenti due o tre grandi doti di narratore, l’attenzione di osservanza e un senso compassionevole, scevro di patetismi, che ci riporta d’un tratto, oltre la geografia e alla temporalità, al sentimento corale che riempie le vie di Conversazione in Sicilia.
«Basta un sorriso, davvero poca cosa, al penultimo \ incrociato o seduto a una fermata o nel clic-clac \ dei portali dei convogli», riflette Forlani nel suo vagabondaggio crepuscolare casa-lavoro. Di fronte al riconoscimento di esistenze penultime, nasce nell’autore un sentimento collettivo, che accosta all’estraneità la compartecipazione ma anche la gratitudine. In particolare quest’ultima si presenta come una predisposizione peculiare e interessante, che riconosce al penultimo la sua funzione precisa e importante in una metropoli alienante che si sta facendo sempre più desertica: «Fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte».
In linea con la materia poetica è la scelta dell’ambientazione che fa da cornice ai componimenti. Ogni frangente è ambientato ai margini del giorno in un perenne paesaggio crepuscolare, dall’«alba buia» che si confonde con la «fine del giorno», immersi in un «istante di luce sospeso» che si tinge di «pastello, in un virato seppia» e toglie il colore della differenze che fa la luce del giorno. I luoghi sono i treni, i vagoni vuoti o affollati della metrò, le strade stanche alla fine della giornata, quando capita di incontrare e prestare maggiore attenzione ai penultimi: «Lei dormiva sottocoperta e lui periscopiava il mare d’asfalto come un naufrago perlustra le distese d’acqua in attesa di aiuto».
Libro dalla natura composita, nella forma e nella sostanza, le ultime pagine di Penultimisi allontanano dall’impressione narrativa e si dipanano in una prosa di più ampio respiro, ma che non tralascia l’enigmaticità lirica, in cui trova spazio l’interrogativo – «Quando è cominciato tutto questo?» – e la riflessione ragionata:
Ammettere che la pietra gettata ha scalfito il tratto, ridotto il camminamento, costretto a levare i ponti e ficcato la mente nello specchio d’acqua putrida del fossato che ci separa e unisce a loro dal lembo a lembo delle forze schierate in campo.
Nonostante Forlani ponga lo sguardo diretto sulle atrocità del presente e ne riconosca l’inumanità, «perché inumano non è immaginare la morte ma immaginarsela trascinando con sé altri destini che non ci appartengono», persiste fino in fondo il sentimento di compassione, gratitudine e vitale fiducia nel genere umano che tiene insieme un libro multiforme e irrimediabilmente romantico:
Basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembrano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire: vita, ehi vita mia, urlare: grazie.
Libri, dall’Argentina arriva una sfida avvincente: ‘La pianura degli scherzi’
“Muoveva all’attacco, prendeva fiato; apriva le gambe e la fessura vaginale si dilatava formando un cerchio che lasciava affiorare un uovo piuttosto appuntito, che era la testa del bambino. Dopo ogni spinta sembrava che la testa sarebbe uscita: minacciava, ma non usciva; arretrava come il rinculo di un fucile, il che per la partoriente significava il rinnovo centuplicato di ogni dolore. Allora, il Folle Rodríguez, nudo, con la terribile frusta attorno alla vita – il Folle Rodríguez, padre di quello sgorbio infingardo, precisiamo – piantava i suoi gomiti nel ventre della donna facendo sempre più forza. Eppure, Carla Greta Terón non partoriva. Ed era evidente che ogniqualvolta quello sgorbio attuava la sua agile ritirata, lacerava – in definitiva – le dolci viscere materne, la dolce pancia che lo conteneva, che non riusciva a vomitarlo. Veniva a crearsi una nuova lacerazione nel suo otre“.
Uscito per Miraggi Edizioni nella collana Tamizdat (progetto curato in collaborazione con Francesco Forlani e Francesco Ruggiero, che raccoglie traduzioni di autori di alta qualità letteraria che difficilmente arriverebbero al lettore italiano del mercato editoriale mainstream), La pianura degli scherzi, dell’argentino Osvaldo Lamborghini (a cura di Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto) è un testo (o meglio, una sequenza di testi da capogiro) complesso, a tratti difficile. Una sfida avvincente per un lettore. Un gioco infinito di nomi e parole, un linguaggio che passa dal formale all’informale con una naturalezza spiazzante, un registro gergale e un registro aulico che si ritrovano a battagliare, a lusingarsi l’un l’altro.
Ne La pianura degli scherzi convivono le innumerevoli influenze stilistiche che hanno formato lo stile originale e unico di Lamborghini, uno stile che sembra rifiutare la linearità della prosa tradizionale, e che trasforma la psicoanalisi freudiana, il post-strutturalismo di Lacan e il libertinismo del marchese de Sade in qualcosa di nuovo, gaudente, viscerale. Uno stile che assorbe il lettore. Leggendolo, tre autori mi sono venuti in mente, con le enormi e sostanziali differenze narrative e lessicologiche che li dividono, ma accomunati dallo stesso coraggio di arrogarsi il diritto di essere se stessi: Pedro Lemebel, Severo Sarduy e Louis-Ferdinand Céline.
“Perché il godimento era ormai stato decretato lì, per decreto, in quei pantaloncini sorretti da una sola bretella di un cencio grigio, lercio e sfilacciato. Esteban gliela strappò e restarono all’aria le natiche senza mutande amaramente malnutrite del bambino proletario. Il godimento era lì, ormai decretato, ed Esteban, Esteban con una sola manata strappò la lurida bretella. Ma fu Gustavo a gettarglisi addosso per primo, il primo ad avventarsi sul corpicino di Storpiani! Gustavo, che sarebbe poi stato il nostro leader nell’età matura, in tutti questi anni di fallita, storpia passione: lui per primo conficcò il vetro triangolare lì dove cominciava lo spacco del culo di Storpiani! e ne prolungò il taglio naturale. Schizzi di sangue si sparsero in ogni direzione, illuminati dal sole, e il buco dell’ano si inumidì senza fatica come per facilitare l’atto che preparavamo. E fu Gustavo, Gustavo a trafiggerlo per primo col suo fallo, enorme per la sua età, troppo affilato per l’amore“.
L’opera di Osvaldo Lamborghini non è facilmente raggruppabile in categorie generiche, poiché abbraccia e combina elementi di poesia, prosa e teatro. Figura radicale e a tratti clandestina nell’Argentina peronista e post-peronista, una delle anime delle avanguardie del Paese sudamericano prima che il regime militare devastasse un intero tessuto culturale e sociale e facesse diventare di gran moda i voli di sola andata sul Rio della Plata e sull’Oceano Atlantico, Lamborghini con il suo neobarocco per il volgo, le sue eccentricità linguistiche, le sue divertenti trovate, il ritmo forsennato delle sue parole è senza dubbio uno scrittore da scoprire, e La pianura degli scherzi un’opera che va senz’altro letta.
“In sospeso, il prezzo del pane. In sospeso, la quotazione del miele delle api del Libano, che non libano più. «Riso con latte? Vogliamo tornare a Treblinka!». Ai palestinesi manca qualcosa, è il Dottor Mengele che manca ai palestinesi? È terribile il dolore di (questo) amore. È terribile il fallimento di un’arte amata, per esempio questa. Ma niente di equiparabile all’espulsione dal partito. La porta si chiude, camminare, giungere fino all’angolo. E fino all’angolo si giunge, fino a quest’angolo. Punto: divieto, il semaforo rosso, di un rosso vivo, un fuoco che estrarrebbe nei dal nulla. Ogni neo sarebbe un nuovo principio (solare). In quest’angolo si mozzica il filtro della sigaretta. Una poltrona in un cinema: la guerra. La Germania intera si mobilita. È formidabile. L’Argentina (Argentina, Argentina!) specula sulla caduta dell’impero britannico. La Polonia schiacciata, così è la vita. Silenzio. Silenzio nell’oscurità, oscurità nel silenzio, una mano indifferente (…) I cingoli dei carrarmati e la lampo del pantalone lottano contro ostacoli simili, imprevedibili monticelli, fossi. Ma comunque: comunque. Qui il pene eretto, lì la svastica che sormonta l’Arco di Trionfo (di catrame). Lo stesso grido di ricchioni percorre tutto il pianeta. Stiamo trapiantando organi. Le Malvine nel cuore di Buenos Aires. Nel chilometro Zero. Il debito esterno in un bosco pietrificato“.
“Chiedi a papà”, un bellissimo romanzo sull’enigma di ogni singola esistenza
Un romanzo intenso e coinvolgente “Chiedi a papà” del ceco Jan Balabán, edito da Miraggi 2020 nella bella traduzione di Alessandro De Vito. Pubblicato nel 2011, un anno dopo l’improvvisa morte dell’autore, con una Nota dell’amico e poeta Petr Hruška al quale aveva consegnato il manoscritto nella versione definitiva. Al centro della narrazione la morte dell’anziano medico Jan Nedoma nello stesso ospedale dove aveva lavorato. Con lui i suoi tre figli, Hans, Emil, Katerina, e la moglie Marta, alle prese non solo con l’evento luttuoso, ma anche con le accuse contro di lui di corruzione e di complicità con il regime comunista da parte di uno dei suoi migliori amici. Un’ombra sulla condotta del padre e del marito che mette in moto il flusso dei pensieri dei parenti, ciascuno a vivere la perdita attraverso l’intreccio di ricordi, di dialoghi, di monologhi interiori, di riflessioni, sul tema della vita e della morte, la sua unicità e irrimediabilità. Un’immersione dello scrittore nelle pieghe indecifrate dell’animo umano dinnanzi al mistero della morte, di quella morte. Il venir meno, in quell’istante, della luce, anche quando, come per Jan Nedoma ed altri malati, attaccati ad una macchina per dialisi. Luogo della narrazione la città mineraria di Ostrava, tra veleni di fumi, vodka, divorzi, menzogne, solitudini. Singole esistenze che si trascinano tra lavoro, delazioni, corruzione e privilegi della nomenclatura comunista. Un romanzo che non ha una trama lineare, per il dispiegarsi del tumulto di pensieri e di visioni oniriche dei protagonisti, resi con grande bravura immaginativa da parte dell’autore. L’incipit è dato da un canile affollato di randagi malridotti, il cui grido è sopraffatto dallo stridore acuto di un treno in corsa. Emil è lì con la moglie Jeny in cerca del cane da portare a casa. Ma a prevalere è “la porca memoria”, la stessa di cui un tempo andava orgoglioso. Un rincorrersi e accavallarsi di ricordi, di visioni, che attraversano la mente e agitano i sogni anche degli altri fratelli. Dettagli di vita nel ricordo del padre, tante sequenze di episodi accaduti, di atti mancati. Un racconto che procede per immagini, evocate attraverso poetiche descrizioni sulla luce all’inizio del crepuscolo, di percorsi nei boschi, di gigli nei campi che nessuno vede, di notti buie come l’impotenza della malattia che prelude alla fine. “E così avevo caracollato fino a casa dall’ospedale dove mio padre non poteva più alzarsi, tantomeno riprendere il suo letto”. Un bellissimo romanzo sull’enigma di ogni singola esistenza, nei suoi legami famigliari, sospesa fin dall’inizio nella sua unicità, tra luce e ombra, con la paura del distaccarsi progressivo della vita.
“Langhe inquiete”, prima vera prova di narrativa pura per Marco Giacosa
Lo scrittore Marco Giacosa (foto a destra), che ci piace considerare “un albese in prestito alla città di Torino”, ha appena pubblicato, con Miraggi edizioni, Langhe inquiete (foto sotto), sua prima vera prova di narrativa pura, dopo alcuni racconti usciti nel 2014, che si aggiunge a “L’Italia dei sindaci”, un saggio d’attualità, scritto come fosse un lungo reportage, “Disasterchef” e “Il pranzo di nozze di Renzo e Lucia” che sono libri atipici: il primo è composto da micronarrazioni, racconti brevissimi con i medesimi protagonisti dall’inizio alla fine: i giudici del famoso programma Tv Masterchef e l’io narrante; il secondo è la riscrittura, scena per scena, dei Promessi sposi, con una lingua della strada, contemporanea, «diciamo che al “plot” lì ci ha pensato Alessandro Manzoni», ironizza lo stesso Giacosa. Langhe inquiete è una collezione di racconti autobiografici, dall’infanzia ai giorni nostri o quasi. Episodi minimi o enormi (come la malattia della madre e la morte dei genitori), mai marginali, sempre personali, in cui però, chiunque può trovare un qualcosa di sé. Con la particolarità che, pagina dopo pagina, la scrittura adotta uno stile più articolato, avanzando di pari passo con l’età del protagonista dei brani narrati. «La maggior parte del libro è costituita da parole scritte nel corso di un tempo che ha un inizio e una fine, dal 2010 al 2012», ci spiega l’autore «quando avevo molto da dire, mi esplodevano dentro le cose, e le ho dette con la scrittura di quel tempo, con gli strumenti che avevo allora. Quelle parole sono rimaste lì per qualche anno, poi le ho riprese e le ho riviste (diciamo “risuonate”?) con gli strumenti che ho adesso, però non le ho toccate molto, non ho riscritto niente, per non togliere loro, appunto, l’anima. Diciamo che ho tolto qualche ingenuità». Sul perché dell’inquietudine del titolo, Giacosa precisa: «Diciamo che sono inquiete le Langhe che io proietto nella mia mente: quindi ero forse io, inquieto, ma perché erano loro, le Langhe, che mi inquietavano, nella mia condizione di figlio di quella terra». E il suo essere figlio di questa terra torna anche nei ringraziamenti con cui si chiude il libro: Beppe Fenoglio e Michele Ferrero (di cui si parla più volte nel testo) in cima a tutti. Sull’ordine scelto, lo scrittore chiosa: «Sono andato dal grande al piccolo, che però, essendo mio, è per me più rilevante. Fenoglio è generico, è un’opera; Ferrero è una filosofia, quella filosofia ha fatto molto per le Langhe e per la mia famiglia (parlo di welfare, non di stipendio). Passo poi a persone che nessuno conosce, che per me sono importantissime, fino a mia moglie».
Di lui si è detto molto. E letto molto poco. Quel poco che ha scagliato come bordi di lametta lungo vent’anni di letteratura. Contenuti a stento nell’astuccio dei suoi quarantacinque. Osvaldo Lamborghini, scrittore argentino morto appena adulto nel 1985, ha generato brevi libri di brevi pagine. Che sono stati sufficienti per imbalsamare una leggenda pronta non solo a sopravvivergli, ma a guardarci ancora oggi con occhi saettanti, con quel lampo che sfugge alla caccia e che resta bestiale. La casa editrice Miraggi Edizioni, in un’epica avventura chiamata traduzione, ci ha di recente restituito una raccolta dei suoi testi migliori intitolata La Pianura degli scherzi (2019).
E la nota dei traduttori Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto ha da subito puntualizzato il rischio. Quello di affastellare dizionari, note biografiche, aneddoti e spunti come pietre insofferenti all’incastro. E restare tramortiti da cocci che s’ignorano. È possibile documentarsi, apprendere ciò che asseriva di lui César Aira, che lo ha conosciuto senza mai riuscire a circumnavigarlo, accettando il fatto che esistessero coste aliene e intemerate sepolte sotto le lenzuola dove Osvaldo mangiava, scriveva e stemperava le sue notti.
Sappiamo che si autodefiniva una “donna con il pene”, che verniciava di rossetto la sua etero-bocca con cui ingollava psicofarmaci e alcol per fornire al suo stomaco una trama di altri appetiti. E comunque non basta a tracciarne un contorno. Non rimane che affogarci nell’acquario dei suoi scritti. Sfiorare l’ipossia a poi tornare a prendere aria. E comunque non afferrarlo mai. Ricominciare all’infinito e stordirsi di magia.
Sì, perché Lamborghini è un autore molto poco “incantevole”, ma capace di sortilegi. Le sue frasi sono emissioni proteiformi, immediate e virulente, come reazioni organiche.
Un altro elemento raccontato di lui era che non correggesse mai quello che componeva, che la forma primigenia fosse soltanto la migliore possibile, la sola pensata e rovesciata sulla carta. Tradurlo ha significato avere a che fare con detonazioni continue. Materia piroclastica e non maneggiabile. E leggerlo vuol dire altrettanta fatica. Vuol dire scontrarsi con le schegge della sua lingua classica e infernale, in grado di attingere ad ogni tipo di registro per poi sbrecciarlo e vederlo tremare. Lamborghini erode le forme espressive, le intacca, le consuma, le lascia esplodere e si diverte a giocare con i suoi residui. Imbratta ogni stanza del dire con la mattanza della sua creazione.
Alcune parole vengono invertite, rivoltate, altre coniate, altre segate a metà per rendere autonome entrambe le parti. Per tranciare la coda alla lucertola e sapere che si muoverà ancora. Per questo non è affatto semplice offrire una sinossi dei suoi testi. A bordo dei quali ci si lascia fluttuare, perché non c’è quasi nulla che sia addomesticabile, che rientri nell’involucro di un riassunto lineare.
Si inizia con La causa giusta, forse quello con l’impianto narrativo più evidente da poter agganciare. La storia tragicomica, cruenta a paradossale di un povero impiegato condannato dalle sue enormi natiche a subire umiliazioni di ogni tipo. Ma è anche la storia assurda e disturbante di una partita di calcio tra colleghi d’azienda che si converte in disastro e omicidio, tutto a causa di uno scambio dialettico preso alla lettera.
Due dei giocatori si provocano in termini espliciti, promettendosi “scherzosamente” prestazioni sessuali omoerotiche e un terzo di loro, il giapponese Tokuro, non può comprendere che si pronunci un impegno e poi non lo si assolva, perché l’onore di un uomo passa attraverso la lealtà del suo fiato. Bisogna tenere fede a quanto affermato, una volta per tutte, altrimenti Tokuro, campione conclamato di karate, sarà costretto a ucciderli. E così si scatena il grottesco, lo sconcio, l’orrido e il meschino. Ma sotto un mantello di liquame e detriti, oltre il cencio oleoso di un paesaggio molesto, si nasconde un barlume superstite, un fondo d’amore irrisolto che resta protetto fino al sacrificio. Per non permettere che sia sacrificato.
Si prosegue poi con Il fiordo, narrazione indigeribile di un’orgia ostetrica. Una partoriente viene violentata dal Signore Padrone Rodriguez mentre gli altri partecipanti sprofondano nei corpi altrui con veemenza da guerriglieri. In questo caso, come anche in altri per Lamborghini, il sesso, ingrediente possente, mostruoso, indagato ed esposto ben oltre il turpe, viene impiegato come allegoria del potere. Ogni attante di questo baccanale (e su questo lemma Lamborghini si sarebbe divertito a inframettere un trattino) rappresenta un protagonista della compagine politica di quei suoi ultimi anni. Da cui è infattibile prescindere. Di cui le immagini s’impregnano come spugne a digiuno.
I riferimenti a Perón (di cui l’autore si professava sostenitore convinto), al sindacalista assassinato Vandor, alla base di militanza delusa che non riesce a godere dalla carne orbitante, diventano la filigrana con cui approcciarsi alla scena e assaggiare il potenziale della sua rivoluzione. La sua strattonata paradossale Argentina, la sua capitale con l’«aria buona» sono sempre lì, a scalciare sugli angoli. Come si evince in ogni passo di questa raccolta. Rimanendo costantemente sul filo tra il fastidio e lo sgomento. Tra l’oltraggio e la delizia.
Il bambino proletario è un’altra perla tagliente di questa collana. Vicenda devastante di un devastato. Un perenne sconfitto dalla sua povertà. Cavia eccellente per i fervori borghesi. Bersaglio da spogliare all’altare, eletto dal mondo alla sottomissione. Tre ragazzi si avventano su di lui, lo stuprano e lo massacrano frementi dell’estasi di chi sa che avrà sempre ragione, che è così che accade il destino.
Si schiude (perché non si apre mai) lo scrigno di Sebregondi retrocede. Personaggio inquietante e luciferino, brutalmente slegato da una logica sequenza dei fatti. Marchese cocainomane e affamato di uomini («pazienza, culo e terrore non mi sono mai mancati, dice»), con un membro «falangineo» e una mano ortopedica, è protagonista di un poema in prosa, altro intrepido atto di traduzione. Fu l’editore di Lamborghini a bandire la sua originaria forma poetica, a imbracarlo in una scatola che la sua lingua anguiforme rifugge e offende. Per quasi tutta la sua produzione si può dire che fiutarlo e assorbirlo come poeta permette non solo di aggirare l’illeggibile, ma di inalarlo come un vapore e assuefarsi alla sua suggestione.
«Questo cane che beve acqua dal mio bicchiere ha sulla faccia uno stupore che assomiglia alla mia faccia. Forse è un lampo del cane della mia faccia, un altro stupore del mio specchio in cui appare l’acqua (bevuta) e il cane cancellato per miracolo». Oppure «Io ero una donna giovane anche se con le tette un po’ mature. I miei capelli neri s’impigliavano nei miei capezzoli. La mia bocca maschile li succhiava. Si nutriva con tepore e lentezza. Anche se con un certo, un certo tocco di disperazione: il balenio rosso delle gengive e certe, certe finte come per conficcare i denti nelle terminazioni, capezzoli dei seni. Io, donna giovane, mi allattavo traboccando di tenerezza: non tanto riferita a me stessa, quanto al sogno che stavo sognando dall’età in cui il sogno mi aveva invaso».
Basterà questa manciata di righe per addentare una delle sue briciole? Basterà la polveriera di autori che lo hanno designato maestro o da cui lui stesso è stato influenzato, come per esempio Rodolfo Fogwill, Adolfo Bioy Casares o Horacio Quiroga?
È già certo, non sarà mai abbastanza. Ma pulseranno ancora queste gemme estreme, insopportabili e sfiancanti. Questo «romanzo che comincia qui o non comincia» mai, questa «musichetta» che scuote le ossa alla sua brevità. Questo lucido sventrare il senso delle cose. Che ci allena all’eccesso e alla sua strage. Per lasciarci sfiniti, sedotti e abusati, con il marchio sprezzante di una folgorazione.
La luna viola, la fiaba filosofica di Andrea Serra
Storie ammalianti imperniate di saggezza e magia si mescolano, in modo inaspettato, con il racconto di esperienze di vita vissuta per originare una fiaba filosofica che non necessariamente offre una morale preconfezionata, ma in fin dei conti mette a disposizione tutti gli strumenti per far sì che ognuno trovi quella gli appartiene. Tutto questo è “La Luna Viola” (Miraggi Edizioni), il nuovo libro di Andrea Serra che, dopo “Frigorifero mon amour”, compie un salto di qualità mettendo a frutto le sue conoscenze filosofiche per trasportare nel prodigioso mondo della Luna Viola, il femminile originario che col suo colore tra l’umano e il divino riunisce due nature e ricongiunge gli opposto del maschile e del femminile. Detto così può sembrare una cosa complicatissima; in realtà, come spiega l’autore, “quando si incontra la Luna Viola si può rinascere. La Luna Viola è inaspettata e improvvisa, stravolge e rigenera. È l’incontro che ci fa abbandonare i vestiti vecchi, le abitudini obsolete, gli sguardi stanchi. È la parte originaria di noi stessi, quella che vuole sempre giocare, sperimentare, scoprire, vedere”. Andrea Serra dunque ci prende per mano e ci accompagna a conoscere alcuni tra i più grandi filosofi della storia, ciascuno coi propri insegnamenti (Socrate, Platone, Leopardi, Nietzsche, Jung, Kafka, Novalis, Giordano Bruno…), ritratti in modo molto inusuale grazie ad una prosa brillante e a dialoghi decisamente impensabili.
Muovendosi con leggerezza e poesia, fra autoironia e profondità, l’autore racconta la sua vita di marito e padre del XX secolo, alle prese con la moglie “Croccola” (chi segue Andrea Serra sui social ha imparato a conoscerla in qualità di Generale romano) e le due figlie che, per ovvie ragioni, si chiamano proprio Viola e L’una. Nella dedica al libro l’autore mi augura buon viaggio “nella landa desolata e temibile della Luna Viola”. Ebbene la landa è tutt’altro che desolata, è anzi popolata di personaggi incredibili che hanno tanto da dire (anche in disaccordo tra loro). Forse però è davvero temibile, se pensiamo che un libro come questo sprona a guardarsi dentro e invita a cambiare punto di vista, variare la prospettiva. Perché alla fine, il più delle volte, “quello che cerchiamo non è così lontano. Forse basta prestare attenzione alle tasche laterali, al fondo dei cassetti, al sorriso di chi è accanto, al silenzio delle persone che non sono più con noi. Forse si nasconde tutto lì, nelle illusioni, negli anfratti, nelle ombre…”. Chiude il libro il Dizionario lunatico dei nomi e degli incantesimi dedicato a tutti gli apprendisti filosofi della Luna Viola, cui è richiesta una conditio sine qua non per poter accedere all’esame finale: portarsi dietro il cuore. Un po’ quello che serve per buttarsi nella lettura di questa fiaba speciale, la cui fine altro che non è che l’inizio.
L’uomo ha un lavoro normale, una vita ordinaria e tranquilla. Vive a Buenos Aires, ha una famiglia che mantiene dignitosamente. Ma la sua normalità non riesce a cancellare la vergogna che prova da sempre per la forma delle sue natiche eccessivamente polpose, quasi femminili. Superando a fatica tale vergogna, l’uomo partecipa ogni tanto alle partite di calcio tra Scapoli e Ammogliati organizzate dai suoi colleghi di lavoro. Gioca come portiere, gioca “per pura consuetudine, per stringere legami, per aumentare il livello d comunicazione”, come suggerisce di fare il vicedirettore delle Relazioni Pubbliche Interne. Anche questa volta (come tutte le sante volte) terminata la partita iniziano le freddure e gli scherzi di cattivo gusto nello spogliatoio. Heredia, volendo fare il simpatico, dice al collega Mancini: “Ti voglio così tanto bene che, te lo giuro su mia madre, ti succhierei il cazzo se fossi frocio” e Mancini, per non essere da meno, risponde al collega Heredia: “E tu sai che io sarei a tua disposizione: la prima cosa che farei la mattina sarebbe ficcartelo in bocca”. Allo scambio di complimenti segue una discussione da ubriachi sulla omosessualità di uno o dell’altro che degenera presto in una specie di rissa che il nostro mite chiappone di cui sopra cerca di sedare, suscitando l’ira funesta di un ingegnere elettronico giapponese presente nello spogliatoio. Costui inizia a demolire tutte le panche di legno a colpi di karate perché “Chi viene meno alla parola viene meno all’onore” e pretende che Heredia adesso succhi l’uccello di Mancini come promesso, o in nome dell’Imperatore lui lo ucciderà. Tutti cercano di farlo ragionare ma finiscono per farlo infuriare ancora di più, soprattutto lui, il culone, reo secondo il fanatico giapponese di eccitare gli animi dei suoi colleghi con le sue forme femminili. Il Direttore Generale Mariano Soria, convocato per dirimere la questione, se la prende anche lui con l’incolpevole portiere e decreta che sia lui a sostituire Heredia nella fellatio, tanto con quel culo che si ritrova deve per forza essere gay. Ma il giapponese non è d’accordo…
Un incubo fantozziano che si dipana tra i vapori di uno spogliatoio maschile (La causa giusta, 1983), un’orgia splatter di sesso e sangue che infuria negli ambienti del sindacalismo rivoluzionario argentino (Il fiordo, 1967), una galleria onirica di personaggi incredibili nell’ambiente omosessuale di Buenos Aires (Sebregondi retrocede, 1973) e una ballata appassionata e visionaria che celebra alcune donne le cui esistenze in qualche modo si intrecciano alla storia argentina (Le figlie di Hegel, 1982). Quattro racconti (due editi e due postumi) per celebrare il talento anticonformista di Osvaldo Lamborghini, poeta e scrittore porteño di grande importanza a dir poco trascurato in Italia, dove finora era apparsa solo una raccolta di poesie curata da Massimo Rizzante, Il ritorno di Hartz (Scheiwiller, 2012). Proprio Rizzante nella sua prefazione a quella silloge raccontava: “Lamborghini era ontologicamente incapace di assicurarsi le più elementari condizioni di sopravvivenza. Per questo non riuscì mai a trovare un impiego per più di qualche mese – nel sindacato, in una redazione di giornale, in un’agenzia pubblicitaria. Per questo tutta la sua vita fu un errare di casa in casa – genitori, sorella, amanti, amici – e di hotel in hotel, tra Buenos Aires, Mar de Plata, Pringles e, infine, Barcellona. E odiava star solo. In ragione forse del suo antico e disperso lignaggio, non si capacitava del perché qualcuno non dovesse prendersi cura della sua persona, visto che egli era completamente assorbito dal suo destino di scrittore”. I testi qui raccolti dai curatori Vincenzo Barca e Carlo Alberto Montalto – che nella loro introduzione cercano (probabilmente invano) di far capire ai lettori quanto è stato arduo tradurre Lamborghini e la sua scrittura tanto disinteressata al punto di vista del lettore da essere insieme sublime e irritante – travolgono, scandalizzano, commuovono, indignano, disgustano, eccitano, esaltano e disperano a pagine alterne. Ma in nessun momento leggendo La pianura degli scherzi – che ovviamente è l’Argentina, e la definizione è fulminante a ben pensarci – si ha finanche il mero sospetto di una mancanza di talento, di una scrittura di maniera o di mestiere, di una pigrizia, di una fatica. È lo spontaneismo armato del talento, la rivolta del vero anticonformismo, il masochismo della sincerità. Di Lamborghini, scrisse César Aira: “(…) Aveva un che di signore antiquato, con qualche tratto di scaltrezza da gaucho, occultato sotto una severa cortesia. Inoltre, aveva letto tutto, e aveva un’intelligenza meravigliosa, soggiogante. Venerato dagli amici, amato – con una costanza che pare ormai non esistere più – dalle donne, è stato universalmente rispettato come il più grande scrittore argentino. Ha vissuto circondato di ammirazione, affetto, stima e buoni libri – una delle cose che non gli sono mai mancate. Non è stato oggetto di ripudio né di esclusioni: semplicemente si è sempre mantenuto ai margini della cultura ufficiale, e con ciò non ha perso granché”.
Un uomo penetra in un palazzo fatiscente della periferia urbana perché spera di trovarvi ospitalità per la notte. Non si tratta di una scelta a caso perché nel palazzo dovrebbe abitare ancora il padre, con il quale si è lasciato vent’anni prima ( vent’anni il tempo canonico di ogni ritorno a casa) in modo piuttosto burrascoso per via di un suo prelievo forzoso dal comodino in cui il genitore era solito tenere il denaro contante. Vent’anni sono tanti, ma il nome sulla targhetta dell’appartamento, Pellicani, corrisponde. La sorpresa è che l’abitante, un vecchio paralitico, non pare assomigliare in nulla al padre, salvo nel naso.
Il giovane Pellicani non si perde d’animo, sebbene incerto se si tratti del caro parente o di un abusivo, decide di trattenersi più del previsto e intraprendere una drastica azione rieducativa in armonia con i valori individualistici della nostra società per far recuperare all’anziano disabile la propria indipendenza, o forse sarebbe più corretto dire per permettergli di conseguire la propria emancipazione.
Così prende avvio il romanzo I Pellicani di Sergio La Chiusa, finalista del premio Calvino 2019 e insignito della menzione speciale Treccani per la lingua, a proposito del quale va innanzi tutto notato che siamo di fronte a un’opera già matura, nonostante segni l’esordio dell’autore nel campo della narrativa. Romanzo picaresco sur place, per così dire, sembra voler rappresentare l’assurdità esistenziale di certe derive sociali ed etiche del nostro tempo in una situazione claustrofobica di un appartamento di un abitante solo, dotato di badante a mezzo servizio e di un figliol prodigo che si considera trattenuto lì dalla sua alta missione educativa. Se il protagonista e io narrante Pellicani junior appare erede dei picari nella sua disperata arte di arrangiarsi, nella sua tendenza autoaffabulatoria, e autoassolutoria, ha chiaramente dietro di sé i barboni beckettiani, specie quelli della trilogia o delle novelle. Del resto l’abbigliamento, un completo grigio topo e una valigetta 24 ore, che il protagonista sciorina con un certo compiacimento pare essere l’equivalente impiegatizio, nonostante le pretese manageriali, e più moderno della bombetta e del bastone da passeggio di un grande erede novecentesco dei picari ossia Charlot. In quest’ultimo, tuttavia, l’abbigliamento è funzionale a un’attitudine malinconica e dolce da clown bianco, qui l’ormai fatiscente vestiario rimanda a un Augusto che ha interiorizzato l’aggressività e la cialtroneria della società.
Così il programma didattico del giovane Pellicani, che al lettore potrà apparire una feroce forma di taglieggiamento del povero vecchio, è giustificato con una critica di ogni forma di assistenzialismo che tenderebbe, come spiegano gli specialisti del settore, a sviluppare pigrizia e inerzia nel soggetto. Ecco infatti come viene presentata dallo stesso interessato la sua missione in un passaggio che è un buon campione dell’intero testo: “Avevo capito che l’immobilità di Pellicani era un problema che non andava sottovalutato. Per sottrarsi seriamente all’assistenza era necessario mettersi in piedi, muoversi per proprio conto. La teoria e la provocazione intellettuale però da sole non potevano nulla, senza la prassi e l’esempio anche la dottrina più nobile diventa lettera morta, vanità per intellettuali rancorosi. Basta parole al vento! Basta vane dichiarazioni d’intenti! Prassi! Azione! Fu allora che escogitai esperimenti per mobilitare il paralitico. Decisi di agire in modo sottile, procedere per piccoli passi, introdurre minimi cambiamenti nelle abitudine quotidiane del vecchio. La donna di servizio, per esempio, lasciava un biberon pieno d’acqua sul comodino, a portata di mano. Lo notava sempre con un certo disappunto. Troppe comodità” ( pp. 84-85). Ineffetti il giovane Pellicani per stimolare all’azione il vecchio decide di svuotare il contenuto del biberon per costringerlo a muoversi fino alla cucina. E’ importante notare che sul linguaggio riposa il significato recondito dell’azione: qui viene adoperata una lingua infarcita di slogan e stereotipi mediatici main stream e del linguaggio politico e ideologico attuale, queste parole, come quelle successive in cui lo svuotamento del biberon viene ulteriormente giustificato con motivazioni umanitarie relative ai rischi per la salute derivanti dall’immobilità naturalmente evidenziano l’intima ipocrisia del personaggio e sul piano retorico si segnalano come una forma di eufemismo. Ora l’eufemismo è la principale strategia utilizzata nel discorso pubblico per presentare misure impopolari e ingiuste, dunque l’ipocrisia sociale è introdotta linguisticamente nel rapporto tra i due personaggi tramite il fatto che il protagonista mutua nel suo linguaggio le convenzioni e i modelli argomentativi del discorso ufficiale. Il discorso neoliberista, come ricordava Sloterdijk in un suo celebre libro, esorta a cambiare la propria vita ossia a migliorare le prestazioni ed ecco che Pellicani junior fa propri gli obiettivi della società, sentendosi autorizzato dal suo abbigliamento, suppongo, a imporre picarescamente l’onere del cambiamento della propria vita a un vecchio indifeso, i cui beni casualmente sono appetibili per lui. Per la verità la necessità di giustificare i vari passaggi del suo progetto educativo gli fanno talvolta anche riprendere un linguaggio più critico dei valori sociali dominanti, ma sempre con una costruzione linguistica che ha al centro l’eufemismo.
Non deve sorprendere che sia così perché la vitalità del personaggio risiede proprio nella sua natura picaresca di autore di espedienti per procacciarsi da vivere e che ha pertanto iscritto nel proprio DNA, e nella propria disperata cialtroneria, il ‘Franza o Spagna purché se magna’ adatto a quest’epoca. Proprio da ciò però risulta evocata potentemente la povertà morale e umana, di cui quella economica è nel contempo causa e conseguenza, della società attuale. L’appartamento dei Pellicani si trova in un palazzo fatiscente situato in un quartiere in cui la “ modernità era arrivata (…) con la sua smania di rinnovamento, e invece del noioso complesso residenziale costruito il secolo scorso c’era ora un’aperta area sterrata che lasciava molte più opportunità all’immaginazione e allo spirito imprenditoriale: mucchi di macerie, tubi, lamiere, piloni in calcestruzzo da cui spuntavano tondini di ferro..” ( p.6), così queste macerie rappresentante entusiasticamente dall’io narrante costituiscono un correlativo concreto del paesaggio morale e umano che si incontra nel libro. L’appartamento non è serrato ermeticamente nei confronti della realtà esterna, ma come una sorta di Minitalia o di Minioccidente la riproduce e il senso di claustrofobia che ne deriva è uno spiffero che viene da fuori.
In definitiva ci troviamo di fronte a un romanzo che riconcilia il lettore con il piacere della lettura perché racconta i casi degli uomini e il mondo che sta attorno a loro con grande libertà dai cliché editoriali e mediatici dominanti e con modi che sono specifici del linguaggio letterario.
Il possibile cataclisma planetario tra immaginazione e realtà
Si deve a Miraggi Edizioni, una pregevole casa editrice nata nel 2010 a Torino, se i lettori possono conoscere opere di sicuro valore letterario, come “Mona” della ceca Bianca Bellová il romanzo “Krakatite” di Karel Čapek, mai tradotto prima in italiano e ora pubblicato con la traduzione di Angela Alessandri. Apparso nel 1924, conserva il fascino dell’immaginazione della scrittura e l’inventiva dello sguardo letterario quando anticipa inquietudini che saranno del genere umano.
Impreziosito da una colta postfazione di Alessandro Catalano, il romanzo di Čapek ha come protagonista un geniale chimico di nome Prokop, inventore di una miscela esplosiva capace di distruggere interi paesi. Una bomba atomica ante litteram di cui si iniziava a temere a cavallo della prima guerra mondiale. È infatti del 1914 l’espressione “bombe atomiche” apparsa nel romanzo The World Set Free del britannico H.G. Wells, iniziatore del genere letterario “scientific romance”. Un filone lettera- rio che si fa carico, tra immaginazione e realtà, delle ricerche scientifiche – fissione nucleare, particelle, robot, gas – e del possibile cataclisma planetario. Testi letterari di grande respiro che si interrogano “sul lato oscuro del potere acquisito dall’uomo attraverso la scienza e sul destino dell’umanità” p. 397.
Ed è su questo lato scuro che scorre “Krakatite”, le cui vicende narrate convergono nella presa di coscienza del protagonista dei pericoli impliciti nella formula della sua scoperta. Convinto della forza esplosiva nascosta nella materia, la realtà è per Prokop instabile e incontrollabile. Complice il fascino delle donne la cui seduttività il protagonista vive e insegue nel suo immaturo immaginario erotico. Donne diverse – Anči, la principessa Wille, Ludmila – spesso sovrapposte nella sua mente, rimanendo prevalente l’immagine della ragazza con il velo che gli consegna un pacchetto da recuperare all’amico e compagno di scuola, l’ingegnere Tomeš. “E quando lei, un po’ esitante, entrò sfiorandolo, lo raggiunse un profumo lieve e delizioso, che lo fece sospirare di piacere”. Un romanzo attraversato da febbrili visioni, non prive di simbolismi e di rimandi culturali a testi biblici, miti classici e a certi personaggi descritti da Dostoevskij. Con un finale fortemente simbolico allorché dice ad un vecchio-Dio incontrato sulla sua strada di non sapere più come si fa la Krakatite.
Chi è il vecchio che ho davanti? Un’iniziazione in stile Beckett
Pellicani è uno strano personaggio e narratore, ha con sé solo una valigetta, quella con cui dovrebbe ripartire per i suoi traffici di import-export in Cina, quando trovandosi nella vicinanze di casa del padre decide di andarlo a trovare. Certo, fin dall’inizio ha un tono dubbioso tutto suo – «Ho detto mio padre? Lo ammetto, a volte mi lascio trascinare dall’entusiasmo» – che è l’anima dell’esordio di Sergio La Chiusa, I Pellicani. Cronaca di un’emancipazione (Miraggi Edizioni), finalista al Premio Calvino nel 2019, menzionato speciale Treccani.
Pellicani figlio, ammesso che lo sia, entra in un appartamento e vi trova un vecchio non autosufficiente, una «viziata ameba» curata da una specie di badante, e decide di fermarsi. Per 15 capitoli, nell’ambiente claustrofobico, il protagonista cerca di capire e immaginare chi ha vicino: «Nel rovello della mente si erano aperte sin dall’inizio tre possibilità e non riuscivo a decidermi: A) un renitente, B) un rimbambito, C) un impostore».
Sono sono alcune delle tante maschere ipotetiche che Pellicani, oltre a quella di «papà», fa indossare all’altro anziano muto, dal ribelle all’attore, riflettendo tra sé e parlandogli, invano, ad alta voce. Sembra di essere capitati in un loquace spin-off italiano di un romanzo di Samuel Beckett: raro e affascinante per un’opera prima.
È una grande tradizione letteraria, quella ceca. Al centro, ora, di una collana – intitolata NováVlna – lanciata dalle edizioni Miraggi. E tra i classici recuperati spicca La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal (1914-1997), debutto di uno dei massimi scrittori novecenteschi del Paese. Pubblicata originariamente nel 1963, è una raccolta di racconti centrata su una galleria di figure apparentemente minori, spesso perdenti. Ma che come quasi tutti noi custodiscono, nell’intimo, un piccolo tesoro, una bellezza nascosta: una perlina sul fondo, appunto.
Dodici storie per dodici personaggi: ci sono tra gli altri il giovane lavoratore in acciaieria, il traslocatore, la fornaia, il cacciatore di frodo… Un repertorio umano che illumina il mondo dell’autore, noto per romanzi come Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto il film omonimo di Jiří Menzel che vinse l’Oscar per il film straniero nel 1996.
Ecco l’articolo originale uscito sabato 14 novembre 2020
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