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SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – intervista di Adriano Pugno su Tropismi

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – intervista di Adriano Pugno su Tropismi

Il calcio è una cosa umana. Intervista ad Angelo Orlando Meloni

Intendiamoci subito: Santi, poeti e commissari tecnici, opera di Angelo Orlando Meloni pubblicata da Miraggi Edizioni, non è una raccolta di racconti a tema calcistico. Non solo, almeno. Perché a fatica troveremmo l’epica sportiva a cui siamo fin troppo abituati, il campione solo contro tutti, la forza del gruppo che riesce nell’impossibile, la redenzione attraverso il sacrificio sportivo.

Potremmo descrivere, con un certo grado di correttezza, Santi, poeti e commissari tecnici come l’affresco di una Sicilia ricca di storia e di storie. Un messaggio d’amore che non risparmia critiche alla presenza ingombrante di piccoli e grandi boss di provincia, tangenti, brutture industriali e architettoniche. Una prosa che rovescia gli stereotipi, che ci costringe a guardare a fondo nelle cose. Nel racconto L’aeroplano, per esempio, l’immagine dei ragazzini che giocano a calcio su strada, considerata ormai un emblema di purezza giovanile, diventa teatro di violenza e soperchierie. In questo teatro, il calcio viene vissuto come valvola di sfogo e denominatore comune.

Lo stile dell’autore diverte e provoca fitte al cuore, ci accompagna attraverso un piccolo mondo di giocatori bolliti, bluff conclamati, campioncini in erba senza possibilità, ci fa ridere per le loro disavventure per poi lasciarci a contemplare qualcosa di amaro, in eterno equilibrio tra incanto e disincanto.

La sensazione precisa era quella di un bluff, però il pensiero magicamente non riguardava nessuno. Lindo Martinez avrebbe segnato a valanga, Tito Recchia avrebbe vinto il Seminatore d’Oro, Siracusa avrebbe inglobato Catania, Palermo, Napoli, Roma, Torino e Milano,sarebbe partita in orbita e dall’alto del cielo stellato i tifosi avrebbero finalmente potuto pisciare sulla testa della gente, senza ritegno per nessuno,eccezion fatta per il papa, Maradona e forse Sofia Loren. “Precisi siamo”, sussurrò Fausto a Lino e a Gimmi, e quelle furono le uniche parole che pronunciò quel pomeriggio di luglio che c’era un caldo bestiale e tutti avevano lo stesso voglia di saltare e di cantare e nessuno di lavorare

Ho intervistato Angelo Orlando Meloni per parlare di sport e di vita, che sperro è quasi la stessa cosa. Lo ringrazio per la disponibilità:

Puoi raccontarci com’è nata questa opera, in che arco di tempo hai scritto i racconti?

La raccolta è nata in due momenti diversi. Uno dei racconti addirittura è il primo che ho scritto, un secolo fa, e tra l’altro era stato già pubblicato, ma la stesura era così ingenua che ci ho sofferto per anni. Così quando ho scritto gli altri testi che compongono il libro mi è sembrato fosse giunto il momento di rimettere a nuovo un paio di altre storie, più vecchie, ma sempre a tema calcistico. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il libro mi sembra molto compatto e… no, non è nato in base a quelli che i poeti laureati all’università dell’autopubblicazione o della bolla social chiamano “urgenza espressiva a lungo repressa”. Il libro è nato perché è nato, cioè per un coacervo di cose che si mescolano fino a che questo stesso groviglio di amore per la lettura, nonché di sogni mostruosamente proibiti, vanità, ambizioni, passioni e idee mi ha portato ancora una volta a scrivere.

Angelo Orlando Meloni

Lo sport vive di un’epica tutta sua, che è quella con cui viene raccontato da cronisti, giornalisti, esperti. Nella tua opera questa epica viene meno: la demistifichi e la svuoti di significato, ci porti in un mondo grottesco che è molto lontano da quello che vediamo su Sky Sport o alla Domenica Sportiva. Potresti riassumere ai nostri lettori che tipo di calcio hai provato a raccontare?

Bella domanda, mi sa che hai centrato il punto. Senza nulla togliere alla professionalità dei giornalisti, dei telecronisti, tutta gente con una preparazione enorme, che sanno quello di cui stanno parlando, c’è però un tono di fondo, epicheggiante, che accomuna e livella quasi tutti i giornalisti e critici e rende ahimè a volte indigeribile il mondo del calcio, almeno per me. Non avete anche voi nostalgia della Gialappa’s band e di Mai dire goal? Il mondo del calcio si prende troppo sul serio, i tifosi già al mattino davanti al caffè si prendono troppo sul serio, gli ultrà poi sono di una serietà talmente seria che fa paura, sono in guerra con l’universo, anche se nessuno è in guerra con loro. È un mondo monolitico che secondo me ha bisogno di un po’ di autoironia. Ed è anche per questo che ho raccontato un calcio grottesco, se vogliamo, di sicuro lontano dall’epos e dalle agiografie a cui siamo abituati.

Non è semplice definire il tono di questa raccolta. Il comico e il tragico, l’incanto e il disincanto, sembrano uniti in uno strano gioco di specchi. Spesso, tra le maschere che conosciamo nella tua raccolta, mi è venuto in mente il concetto di carnevale come lo definiva Bachtin, una sorta di rovesciamento divertito e violento dell’ordine sociale. Lo sport viene spesso raccontato così, con la persona più umile e sfortunata che può diventare un grande campione. Nei tuoi racconti succede sempre o quasi sempre il contrario. Anche il calcio è un gioco di potere?

Il calcio è una cosa umana e quindi è anche un gioco di potere. Avere entrature funziona sempre a tutti i livelli in tutto il mondo in qualsiasi ambito del sapere o dell’agire umano. Non sto dicendo che è giusto, sto dicendo che negarlo equivale a negare la realtà. Circa il tono di questa raccolta, ho sempre in mente un romanzo, Comma 22 di Joseph Heller, libro bellissimo pervaso di umorismo demenziale, che si trasforma pian piano da rappresentazione comico-grottesca della guerra in vera e propria tragedia. Incanto e disincanto, comico e tragico, come dici tu, possono andare di pari passo, forse perché la nostra stessa esistenza in questo pianeta va avanti in questo modo.

Molti ci dicono che lo sport è una metafora della vita. Secondo te è così?

Ovviamente è una formula che è stata ripetuta talmente tante volte da aver perso qualunque significato. Da un altro lato, però, a furia di ripetere che il calcio è una metafora della vita abbiano creato una specie di incantesimo e quindi… sì, il calcio è la metafora della vita, qualunque cosa ciò significhi. Per esempio, se applicata all’Italia questa formula magica ci rende egregiamente l’idea d’una nazione popolata da sessanta milioni di persone, in cui però vince sempre e soltanto e solamente il padrone; e agli altri restano le briciole.

I tuoi sono racconti di finzione. Se dovessi raccontare una storia vera di sport, quale vorresti raccontare? E perché?

Mi piacerebbe prima o poi scrivere di pallacanestro, sport sublime, ma rimanendo in ambito calcistico è fin troppo facile rispondere alla tua domanda con un nome: Zdeněk Zeman. Un genio, un personaggio unico, una spanna al di sopra di tutti gli altri, lui sì mito vivente del calcio.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. “Caro 4-3-3 Nuntereggaepiù” di Daniela Sessa su Vivere

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. “Caro 4-3-3 Nuntereggaepiù” di Daniela Sessa su Vivere

Angelo Orlando Meloni: «Caro 4-3-3 Nuntereggaepiù…»

di Daniela Sessa

Sono ambientati quasi tutti nella sua Siracusa i sei racconti di “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Edizioni), la nuova fatica letteraria del libraio e scrittore aretuseo, metafora del mondo provinciale legato al pallone come racconto di una città-mondo

I racconti di Meloni sono sei luoghi di rappresentazione di un’antropologia ai limiti della plausibilità e che vive tra compassione e compromesso, tra disincanto e rapacità: «In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande»

Angelo Orlando Meloni

Angelo Orlando Meloni

Santi, poeti e commissari tecnici (Miraggi edizioni) è il titolo del nuovo libro di Angelo Orlando Meloni, scrittore e libraio di Siracusa, anzi libraio e scrittore perché tiene a sottolineare «Non mi sento un letterato, sono un libraio che ogni tanto scrive qualcosa». Ogni tanto scrive libri empatici dove l’oggetto rappresentato – in questo caso la bulimica fede degli italiani per il calcio – è la metafora di uno stato d’animo che zooma lo spazio geografico su una città, la sua Siracusa, e nello stesso tempo dà espressione a tutti i tic della nostra mente. Il titolo è indicativo della scrittura di Meloni che usa la cifra della distopia e del surreale e li condensa nel registro umoristico. I racconti sono sei luoghi di rappresentazione di un’antropologia ai limiti della plausibilità e che vive tra compassione e compromesso, tra disincanto e rapacità.

Santi, poeti e cammissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

Santi, poeti e commissari tecnici può dirsi una raccolta di sei racconti sulla metafora del calcio di provincia come racconto di una città-mondo?
«Sì, i miei sono racconti con una valenza universale, che possono essere letti ovunque, anche se la maggior parte delle storie è ambientata a Siracusa».

I santi e i commissari tecnici in Italia sono un binomio. Ma i poeti?
«In Italia non siamo cattolici, il cristianesimo è un’abitudine e quasi nessuno legge la Bibbia. La vera religione è il calcio, con i calciatori al posto dei santini. I poeti? La nostra è una nazione di mancati lettori che si sono autoproclamati scrittori e che pubblicano a pagamento libri brutti».

Il racconto Ode al perfetto imbecille a dispetto del titolo racconta una storia piena di pietà, nel senso più nobile del termine. Cosa rappresenta questo racconto nel progetto del libro?
«È il momento spartiacque in cui divento tragico: una storia di ordinaria ingiustizia e classismo che probabilmente molti avranno subito o cui avranno assistito, perché la nostra è una società ingiusta. È una storia dal ritmo rock: i pezzi rock possono essere commoventi e parlare dell’amore tra padre e figlio, di tutto quel carico di silenzi e di parole mancate che quell’amore lì a volte si porta appresso».

La costruzione del personaggio nel libro è centrale. C’è davvero tanta “mostruosità” nell’uomo? Quanto si arrabbieranno i siracusani a vedersi rappresentati così?
«Questa ondata di odiatori seriali, razzismi camuffati, collassi cognitivi, nazionalismo (che per me è il male nel mondo) ci costringono a concludere che l’umanità faccia schifo. I miei personaggi, invece, sono dei perdenti con un cuore grande, più umani degli umani incazzati sul web. Circa i miei concittadini siracusani, li descrivo con pregi e difetti, come dovrebbe fare qualsiasi scrittore onesto».

Sostieni che non c’è una letteratura ma tante letterature. In quale metteresti questo libro?
«Dovremmo venire a patti con l’idea che ci sono tanti canoni letterari, che ognuno di noi forma durante un percorso di lettura lungo una vita. Il mio libro è uno spaghetti-fantasy: realismo magico con la granita siciliana al posto degli spaghetti».

L’ultimo racconto è Il campionato più brutto del mondo e ha una conclusione quasi apocalittica. Un’apocalisse per liberarci dalla dittatura del senso comune?
«Senza dubbio. Dedico il mio libro a tutti quelli che non ne possono più di 4-3-3 di Juve, Inter e Milan, di retorica patriottarda d’accattonaggio fatta di inni, gagliardetti, coreografie, striscioni. Come cantava Rino Gaetano, anche io Nuntereggaepiù…».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.viveregiovani.it/news/libri/261174/angelo-orlando-meloni-caro-4-3-3-nuntereggaepiu.html?fbclid=IwAR3qr4Evgo3cKx6bcrrhFgsiriE_IidoB4aQntbPVcgwA63OhYuCS1NcSfw

MAZZARRONA – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi Libri e non solo

MAZZARRONA – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi Libri e non solo

I cardi ostili di Mazzarrona di Veronica Tomassini

Titolo: Mazzarrona

Autrice: Veronica Tomassini

Edizione: Miraggi

Pubblicazione: 2019

Pagg: 180

Recensione di Loredana Cilento

 

 

“Non volevo tornare a casa. La nostra solitudine morale era il terrore che dominava all’infinito ogni risveglio. Massimo era come me. La differenza era che esauriva il suo terrore con l’eroina. Io non avevo dove estinguerlo. Non avevo pace. Forse quei libri maledetti mi avevano rovinato

la vita, guastato i pensieri. Tenevo con me un paio di romanzi, li portavo in borsa, li leggevo ai compagni. Ma la vita era un’altra cosa. Oggi quando ripenso a noi, i compagni della valle, mi vengono i brividi. Non conoscevamo l’abbandono e la preghiera. Eravamo l’aspidistra di Orwell, duri al freddo e al caldo. Non ci siamo mai detti le nostre vite, confidati senza prima mentire. Avrei dovuto urlarvi sul muso: siete pazzi, morirete! siete pazzi.”

 

Leggere Mazzarrona di Veronica Tomassini (Miraggi Edizioni) è lacerante, doloroso, spietato, amaro, crudo: i colori sono sfumature compassionevoli di degrado urbano, una periferia fumosa, grigia, dai cardi, irti, ostili come occhi di drago. Lì si consumano le storie dei giovani degli anni ottanta, dalle poche parole slabbrate e impastate di eroina; è lei l’eroina non quelle delle favole che salva, bensì quella che ti lega un braccio e la vita. Sono storie di ragazzi emarginati, forse scontenti della vita o semplicemente rifuggono il presente per abbandonarsi e farsi cullare tra le spire della droga. Una liceale innamorata di un tossicodipendente… in attesa di un bacio che faccia boom

 

Mi avvicinai, il nostro bacio. Fu un boato in testa. Boom.

Oh, l’amavo. Non avevo ancora provato niente del genere.

Era fragile, bianco, però quando stavamo insieme, alle baracche,

succedeva qualcosa. E io dopo guardavo verso il

mare, lo immaginavo oltre la finestrella che sbatteva noiosamente.

 

Ma è un bacio che sa di metallo, un bacio all’eroina. Sono personaggi fragili il cui equilibrio è labile e si deforma in un contesto ostile, quella della periferia siciliana dove si intravedono pochi scorci di mare, l’azzurro del cielo è ottenebrato dalle ciminiere l’orizzonte offuscato dalle petroliere. Un profumo nell’aria che mette tristezza, come i giovani strafatti che giacciono ai piedi di un albero. Sono giovani deboli che si nascondono dietro falsi miti, in un paesaggio che li avvolge come un manto spettrale e il cemento arrogante.

 

Veronica Tomassini dipinge senza fronzoli, senza peli sulla lingua, con uno stile vero, sincero, crudo se vogliamo, ma sorprendentemente ammaliante; una narrazione impastata di realismo, non si fa scudo di una cultura letteraria incentrata sulle belle parole, ma scrive e scrive fiumi di parole che sanno di vita, di anime perse con cauta umanità.

 

Era la fine dei tempi.

Con delusione, capii che si poteva dimenticare. Ricordare,

dimenticando gli altri, il peggio, la vergogna. Il volto

bianco di Massimo. I suoi capelli bruni. Lui che mi chiede

al centro della pista: balli?

Io gli ho detto: sì

 

Veronica Tomassini vive in Sicilia ma è di origini umbre e abruzzesi. Scrittrice e giornalista, collabora con Il Fatto Quotidiano. Ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati, chi sta fuori dal sentire borghese. Parla di antieroi e profeti delle panchine, di tutti coloro che rimangono sul bordo delle ciglia e che chiunque fa finta di non vedere.

Questo è il suo ultimo romanzo…e io aggiungo bellissimo!

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

I cardi ostili di Mazzarrona- Veronica Tomassini- Recensione

Pontescuro. “Di questo romanzo di Luca Ragagnin ho amato tutto…” – recensione di Enrica Bardetti su Off Topic Magazine

Pontescuro. “Di questo romanzo di Luca Ragagnin ho amato tutto…” – recensione di Enrica Bardetti su Off Topic Magazine

Articolo di Enrica Bardetti

«C’era il paese e altri che vivevano nel paese, non molti, qualche bambino, un po’ di vecchie, gli animali. Il paese si chiamava Pontescuro».
«Si chiamavano Gené, che non sapeva cosa sono i pensieri, e si chiamavano Emilio, detto il Zuntura, l’aggiustatutto, che tutto sapeva aggiustare tranne il suo cuore. Si chiamavano Làinfondo, perché il nome non gliel’avevano mai dato e allora indicava dove viveva, e si chiamavano Ciaccio, come il verso degli uccelli, don Andreino e don Antonio perché erano dei preti, e c’era Furàza, la vongola, una cosa che non si può aprire senza il prezzo di ucciderla».
Siamo nella bassa padana, anno 1922. Gli avvenimenti storici che hanno interessato l’Italia in questo e negli anni a venire, fatti di camicie nere di tentativi di resistenza e di passi che marciano sulla capitale, sono solo echi che non oltrepassano la cortina di nebbia che qui delinea il contorno delle cose e delle persone.

«La nebbia da queste parti è sempre stata molto importante, una di quelle cose impalpabili che però determina, per il solo fatto di osservarla da un punto o da un altro, o di starci dentro, chi sei, perché porti il tuo nome e com’è fatta la casa nella quale dormi, e su quale letto dormi, se è un letto».
Pontescuro è un paese che prende il nome dal ponte che fu costruito per unire due sponde del fiume Po fino a quel momento disabitate.
«Perché volete collegare due nulla” chiedevano le donne di quei costruttori». Loro rispondevano che se avessero edificato solo su una sponda, l’altra sarebbe rimasta disabitata; il paese si sviluppò così in forma circolare intorno al ponte.
La nebbia e il ponte sono solo alcuni degli esseri “non umani”, tanto determinanti nel racconto, da divenire voci di questo romanzo corale che con linguaggio poetico ci immerge nella meschinità dei non detto di un piccolo borgo di provincia dove molti degli abitanti non hanno occhi capaci di vedere la bellezza, perché «la bellezza non è nel nostro destino» e «Noi lavoriamo la terra da generazioni e la terra non è pulita, anzi sotto fa schifo, e non è pulito il padrone».
Sono rozzi contadini gli abitanti di Pontescuro sfruttati dal signorotto del paese dal quale dipendono, che non conoscono il significato delle parole possibilità, evasione e amore, parole capaci solo di dare inutili illusioni. Per questo «quelli incantati da tutte le bellezze che non ci appartengono, che siano di proprietà dell’uomo o della natura stessa, noi li rendiamo innocui, li neutralizziamo, li spingiamo ai margini della nostra terra, che siano un ubriacone muto o un declamatore di libertà, un poeta ignorante, un sognatore».
Ecco allora che quando la figlia del padrone locale, una ragazza ribelle che si concede per rabbia e per sfida diventando “la sgualdrina”, viene assassinata, i paesani, riuniti in chiesa sotto la guida del parroco reticente, non fanno altro che puntare il dito contro l’unico colpevole possibile: lo scemo del villaggio, quel giovane trovatello che si erano sforzati di accettare, ma sempre guardato con sospetto perché “fuori dagli schemi” del loro squallido vivere.
Di questo romanzo di Luca Ragagnin – Miraggi edizioni – ho amato tutto: la scrittura evocativa che ti fa “sentire” i suoni e i colori della terra in cui è ambientata, i personaggi così ben costruiti che te li porti dietro anche a lettura finita e le illustrazioni in bianco e nero di Enrico Remmert, semplici ed efficaci nel farti calare ancor più nella storia.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Pontescuro di Luca Ragagnin (Miraggi edizioni, 2019)

Pontescuro di Luca Ragagnin è un libro che ho divorato! – Recensione di La lettrice controcorrente.

Pontescuro di Luca Ragagnin è un libro che ho divorato! – Recensione di La lettrice controcorrente.

RECENSIONE: Pontescuro (Luca Ragagnin)

RECENSIONE: Pontescuro (Luca Ragagnin)Valutazione: four-stars

Pontescuro di Luca Ragagnin
Illustratore: Enrico Remmert
Pubblicato da: Miraggi Edizioni il 15 febbraio 2019
Genere: Fiction, General, Narrativa italiana, Narrativa contemporanea
Pagine: 160
ISBN: 9788833860411
ASIN: B07NQ4BT76

La trama

C’era una volta, nella bassa padana, un pontescuro costruito con pietre, sangue e nebbia, in mezzo al vuoto dei campi. Intorno al ponte, sulle due rive che annoda, sono sorti poi un castello, dove abitano da sempre i padroni, e un villaggio

– Poesia – 

Presentazione Pontescuro di Luca Ragagnin - Miraggi edizioniPontescuro di Luca Ragagnin (Miraggi edizioni) è un libro che ho divorato. Durante la presentazione a Una Marina di libri sono rimasta molto colpita da Pontescuro. L’autore, presentato da Angelo Di Liberto, ha letto dei passi del romanzo e la natura, le foglie e gli uccelli, hanno accompagnato la lettura. Un momento che non scorderò.

Quando ho cominciato il libro, terminato in un solo giorno perché nulla poteva distogliermi dalla storia, da quelle voci che non potevo ignorare, me lo aspettavo proprio così: intenso, dalla prima all’ultima riga.

Ho vissuto sensazioni molto diverse. Da una parte sono stata cullata da una prosa che è poesia, e dall’altra mi sentivo costantemente turbata.  Proverò a raccontarvi Pontescuro  anche se non sarà facile.

Avete presente la nebbia? Dicono che faccia del male alle persone. Sono quelle dicerie che nascono un giorno, non si sa come, e poi quel giorno si perde nel tempo. Nella notte del tempo, anzi, nella nebbia del tempo. E così le origini di un’affermazione così forte, così perentoria, svaniscono, come dire, nel tempo.

Pontescuro - Luca Ragagnin - Miraggi edizioniPontescuro è un luogo in cui ogni elemento ha la sua voce. A chi piace pensare che le cose che abbiamo toccato, vissuto,  conservino tracce di noi?  A me sicuramente. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore e che mi fa tornare in mente Pavese e la sua famosa citazione sui paesi che restano ad aspettarti perché hanno qualcosa di tuo, persino l’erba si ricorda di te. E a Pontescuro è così: i ponti, gli alberi, gli uccelli e persino gli scarafaggi hanno una storia da raccontare. Ed è proprio la natura a descriverci l’atmosfera che si respira in quel paese  di campagna nel 1922. Ed è sempre l’ambiente circostante a dare una lezione agli abitanti e a noi…

Dafne è troppo diversa dagli abitanti di Pontescuro che sono grigi, ignavi, schiavi della mediocrità. Prigionieri di loro stessi non comprenderanno mai che la bella Dafne si concede a tutti per disprezzo. E’ un concetto che non li sfiora nemmeno lontanamente. Perché? Perché sono incapaci di immedesimarsi, l’empatia non esiste.  (Vi ricorda qualcosa?)

«Mi chiamo Dafne Casadio e avrò per sempre ventiquattro anni.
«Sono morta da sette ore.
«No, non quel sentiero, prendete a destra. Sì,  questo. Fate attenzione, si scivola. No, non è ancora acqua, gli argini del fiume tengono bene. E anche se mi piacerebbe, se farebbe di me ciò che in vita non sono riuscita ad essere, non sono nemmeno le mie lacrime. È la nebbia che se ne va, sbavando. Tra poco sarà chiaro e qualcuno mi troverà. Con il mio nastro rosso stretto intorno al collo. È così che sono morta: con un nastro rosso  stretto intorno al collo. Strangolata, diranno. E non è nemmeno di seta, diranno. D’altronde la seta non le sia addiceva. Quella sgualdrina.»

Dafne però non è sola. E’ vero, quando ci racconta la sua storia è già morta, ma non ci sono solo elementi negativi. E’ amica di Ciaccio: lo scemo del villaggio. A Ciaccio voglio bene subito. E’ stato abbandonato da neonato sulla riva del fiume e il suo nome glielo dà il verso degli uccelli (galeotto fu il passo letto a Palermo che mi ha fatto innamorare) . E’ ritardato ma ha il cuore buono e Dafne se ne accorge. La loro amicizia viene descritta con  purezza e incanto. La stessa che adopera Ciaccio per addobbare gli alberi:

Visti da lontano assomigliavamo a un quadro, che per qualche diavoleria si fosse improvvisamente animato. Uno di quei quadri esposti nelle gallerie importanti delle grandi città.

Incuranti delle etichette, felici di abbellire gli alberi con i pezzi di stoffa, Ciaccio e Dafne colorano e stravolgono Pontescuro. Incantano la nebbia, il fiume e tutto ciò che toccano.

Finché… finché Dafne non viene trovata morta. Ovviamente è stato Ciaccio, poteva essere soltanto lo scemo del villaggio. Lo sanno i preti, le pettegole, persino l’investigatore inviato da Roma. Perché farsi ulteriori domande?

Caso chiuso, anche per noi lettori. D’altra parte il punto non è trovare o non trovare l’assassino, far andare d’accordo la realtà dei fatti con quella degli abitanti. L’intento di Ragagnin è un altro. E’ il racconto delle azioni incompiute, delle strade non intraprese,  delle possibilità dimenticate. Ragagnin ci ha descritto l’incompiuto, l’immobilità dell’essere umano.  E alla fine scopriamo che il colpevole lo conoscevamo già dalle prime righe: l’invidia  (sociale, sessuale, sentimentale) accompagnata dalla pigrizia.

Pontescuro di Luca Ragagnin è…

Pontescuro - Luca Ragagnin - Miraggi edizioniPoesia, racconto, riflessione. Ragagnin ci stupisce mescolando elementi diversi: ci sono frasi simili a versi, rumori che rimandano a canzoni… tenerezze e descrizioni che mi hanno fatto pensare ai racconti per bambini ( tra l’altro la storia è accompagnata dalle illustrazioni di Enrico Remmert) e riflessioni dal sapore del saggio. Primo libro che leggo di Ragagnin e di Miraggi, credo che non potessi aspettarmi di meglio.

In Pontescuro ci sono tantissimi temi, è vero la storia è ambientata nel 1922 ma guardando più a fondo si nota che Pontescuro è il luogo oscuro di ognuno di noi. E’ il rovescio della medaglia dei social, è la vita nei paesi ristretti e bigotti, è la malignità che si affaccia ogni tanto dentro di noi. Siamo fatti di azioni incompiute, spesso di ignavia, e  meno male che ogni tanto la natura riesce a riportarci sulla retta via.

Consigliato per chi ha voglia di immergersi in un mondo solo all’apparenza lontanissimo. Per chi ha voglia di tuffarsi in una storia senza pregiudizi. Pronti a lasciarvi togliere la maschera da Ragagnin?

 

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Luca RagagninLuca Ragagnin (Torino, 1965) è uno scrittore e paroliere italiano.
Incomincia a scrivere racconti e poesie nei primi anni ’80 e a pubblicare su rivista all’inizio dei ’90. Nel 1992 il testo teatrale “Eclisse del corpo” viene rappresentato a Torino e a Bologna presso il Teatro di Leo de Berardinis. Dal 1994 collabora come paroliere con musicisti di varia estrazione. Nel 1995 vince il Premio Montale per la poesia con una silloge inedita, letta nello stesso anno da Vittorio Gassman nel ciclo televisivo “Cammin leggendo” e pubblicata l’anno successivo dall’editore Scheiwiller. Nel 1996 viene invitato al Festival Internazionale di Poesia di Bar, in Montenegro, e un’antologia di sue poesie viene tradotta in serbocroato. Collabora con quotidiani e riviste di vario genere e, dal 1998 al 2003, ha tenuto una rubrica fissa su “Duel”, mensile di cinema e cultura dell’immagine. Nel 2007, insieme a Enrico Remmert, adatta per ii teatro il libro Elogio della sbronza consapevole”. Lo spettacolo viene portato in tournée in Italia e in Francia da Assemblea Teatro. Nel 2009, sempre con Enrico Remmert, scrive “2984”, testo teatrale ispirato a “1984” di George Orwell. Lo spettacolo debutta al Festival delle Scienze di Genova con la regia di Emanuele Conte e la produzione del Teatro della Tosse. Nel 2011 collabora alla stesura di “Operetta in nero”, testo teatrale scritto e musicato da Andrea Liberovici e scrive, con Michele Di Mauro, “Alla fine di un nuovo giorno”, spettacolo commissionato da Torino Spiritualità e portato in scena dallo stesso Di Mauro e dal compositore messicano Murcof. Nel 2012 scrive per Lella Costa “Elsa Shocking”, monologo basato sull’autobiografia di Elsa Schiaparelli Shocking Life, che va in scena il 20 ottobre al Teatro Carignano di Torino. Nel 2014 scrive per Angela Baraldi lo spettacolo “The Wedding Singers”, che debutta al Teatro della Tosse di Genova, con la regia di Emanuele Conte. Le sue poesie sono tradotte in Francia, Svizzera, Portogallo, Polonia, Romania e Montenegro.
È autore di romanzi (Marmo rosso, Arcano 21), racconti (tra gli altri, Pulci e Un amore supremo), testi teatrali (Misfatti unici, Cinque sigilli) e poesie (tra le altre, le raccolte Biopsie e La balbuzie degli oracoli) e testi di canzoni (tra gli altri, per Subsonica, Delta V, Serena Abrami e Antonello Venditti). Con Miraggi ha pubblicato il volume di racconti Musica per Orsi e Teiere, il saggio Capitomboli e, insieme ai Totò Zingaro, la trilogia musicale Imperdibili perdenti, composta dai dischi «Il fazzoletto di Robert Johnson», «Salgariprivato» e «Fiodor», di cui è autore di tutti i testi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.lalettricecontrocorrente.it/recensioni/recensione-pontescuro-luca-ragagnin/