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UNA STORIA TEDESCA. “CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO” – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

UNA STORIA TEDESCA. “CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO” – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO

Gentili lettori, in quanti modi si può guardare alla Storia? Ci sono eventi chehanno inciso solchi nelle coscienze e impedito, per contro, l’intuizione di un’esistenza minima.
Roger Salloch, scrittore, sceneggiatore e fotografo statunitense sembra avere trovato una chiave di lettura di un periodo cogente del nostro passato che, sublimando il dolore, rappresenta una metafora storica d’incisiva visione filosofica.

«Quando tutto diventa collettivo, il privato diventa compulsione». È una frase contenuta in “Una storia tedesca”, libro che inaugura la collana “tamizdat” dell’editore “Miraggi”.

«Col termine tamizdat si indicavano, nel blocco comunista e in Urss, le opere straniere, per lo più occidentali, fatte circolare clandestinamente». E clandestinamente “Una storia tedesca” si aggira per il mercato editoriale, fatto dai giganti ingordi di spazi e lettori.

Laura Berna traduce con soavità un dispositivo narrativo di grande caratura letteraria e metafisica, fatto di rimandi continui alla pittura, alla filosofia, al cinema, alla musica e ai miti religiosi.

Siamo a Berlino nel 1935 e seguiamo la vita di Reinhardt Korber, maestro d’arte in una scuola frequentata da adolescenti come potrebbero essere quelli attuali. Leggono poco, sono immersi nel contesto politico per via del nazismo. Si odono gli stivali dei soldati in adunata. Si respira il clima del totalitarismo. Tra gli studenti spiccano Rebecca e Lotte, le allieve predilette. Korber

ha un dialogo onesto, emancipato e lungimirante con le ragazze. Rebecca è ebrea e seguirà il suo destino; Lotte è ariana ma nemmeno per lei l’esistenza sarà libera. Ogni pagina è intrisa di splendore e miseria, tanto quanto è possibile vivere dell’uno e dell’altra in tempo di guerra. Korber di tanto in tanto va a trovare la madre, che ha l’ossessione per la storia dei tre Re Magi. Essi, nonostante gli ordini di Erode, fecero ritorno nei loro paesi per un’altra strada per non fornire alcuna informazione circa il luogo in cui si trovava Gesù.
Sembra prendere vita da questo passo biblico la metafora di Salloch sulla storia. Korber, Rebecca e Lotte, seppur travolti dalla vita, manterranno integri gli spazi esistenziali che hanno creato insieme. Quando Korber viene sorpreso durante la sua lezione al bianco, al vuoto di senso, all’interno della Stadt-Galerie, da un delegato dell’esercito che proclama: «Non c’è niente da guardare qui», il maestro d’arte dice che sono lì per quel motivo e Lotte risponde: «Siamo qui per chiudere gli occhi». È la soluzione finale, il male che annichilisce. L’arte ha fatto il suo tempo, è stata svuotata, censurata, proibita. Ci si rivolge al vuoto, al mistero. Salloch interroga quel mistero e lo sostanzia con la Storia per disarcionare ogni certezza. In fondo la vita vera nasce dal buio, ma solo la consapevolezza ci può scuotere e portarci in salvo. Come per Rebecca e la sua piccola casa su una foglia adagiata sull’acqua. Sarà in salvo, lontana dal male.
L’Antiquario vi saluta,

 

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SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI di Angelo Orlando Meloni – recensione di Eleonora Lombardo su Repubblica di Palermo

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI di Angelo Orlando Meloni – recensione di Eleonora Lombardo su Repubblica di Palermo

IL CALCIO DI PERIFERIA È UN RACCONTO BAROCCO

Forse sempre meno, ma in alcune risacche con maggiore devozione, il calcio resta metafora dell’Italia, quel campo da gioco nel quale ancora si prova a essere eroi, a fare squadra, a lottare contro la quotidiana mediocrità, a fare i campioni attirando a sé consenso nazionalpopolare, lottando per non retrocedere, facendo dello scandalo e della corruzione una banalità da espiare come peccato veniale, invocando una religione laica.

È la metafora di una società sfasciata, sull’orlo del fallimento la raccolta di racconti del siracusano Angelo Orlando Meloni Santi, poeti e commissari tecnici, Miraggi edizioni, cinque storie che usano il calcio per raccontare lo sport che è la carta di identità nazionale. Il titolo della raccolta è anche quello del primo racconto, dove si narrano le imprese della Vigor, squadra di Vezze sul mare, che da sempre non ha mai vinto una partita, condannata a un eterno limbo perché gioca in una categoria dalla quale non è possibile retrocedere. E anche la retrocessione a volte è salvezza. Gli altri racconti si intitolano “Ode al perfetto imbecille”, “Aeroplano”, “Perché no” e “Il campionato più brutto del mondo”.

I personaggi sono perdenti predestinati, ma in qualche modo con un grande cuore. C’è l’ex campione che medita vendetta perché ormai dimenticato, ci sono padri ansiosi che vessano gli allenatori pur di far giocare i figli, proteggendo la loro scarsa bravura, anzi portandola a modello, e ragazzini scattanti e gagliardi che pagano le conseguenze di un sistema corrotto.

Meloni ha una scrittura barocca che nel contesto calcistico innalza tutto a epica. Esagera, carambola sulle parole, esaspera i personaggi rendendo tutto comico e drammatico insieme, ma con lucidità e una penna felice che lo contraddistingue sin dai suoi esordi. Sullo sfondo delle storie alcune volte si intravede Siracusa, senza prosopopea, ma anzi rasoterra, con uno sguardo minuzioso e tenero si raccontano alcune ingiustizie sociali, drammi ambientali come se a guardar bene si giocasse tutti in uno sfigato campo di periferia, senza erba e senza porte, ma con l’ebrezza di essere in serie A.

 

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UNO DI NOI. “Nessuno è innocente” – intervista di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

UNO DI NOI. “Nessuno è innocente” – intervista di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

DANIELE ZITO. “NESSUNO È INNOCENTE”

Il nuovo romanzo di Daniele Zito, Uno di noi (Miraggi Edizioni), scritto con lo stile della tragedia greca incrociato al tema della “disumanizzazione”, è un’analisi precisa e cristallina dei tempi che imperversano. Nato a Siracusa, classe 1980, Daniele Zito ha studiato a Catania, dove attualmente vive e lavora. Ha esordito nel 2013 con La Solitudine di un riporto (Hacca edizioni), cui sono seguiti Robledo (Fazi Editore), pubblicato anche in Francia e Catania non guarda il mare (Laterza).

Chi sarebbe l'”Uno di noi” esplicitato nel titolo?

«Forse quella parte di noi che non riesce ad accettare alcune regole basilari della democrazia. Forse il fascista che ci portiamo dentro, nostro malgrado.»

Com è nata quest’opera?

«Non pensavo fosse pubblicabile, sia per la forma che per i contenuti. Uno di noi, infatti, è un romanzo singolare: al suo interno convivono assieme poesia e pièce teatrale, due generi che non hanno molta fortuna editoriale. Ho finito di scriverlo tra il 2016 e il 2017. Da allora, sono trascorsi quasi tre anni e dora eccolo qui, finalmente in libreria, grazie all’aiuto del mio agente, Patrizio Zurru.»

Lo stile si rifà all’ouverture del precedente Robledo, con inserimento della tragedia greca.

«Mi interessava utilizzare un elemento presente il Eschilo, Euripide e Sofocle: nelle loro opere nessuno è innocente. Tutti sono colpevoli, anche quelli che cataloghiamo come personaggi “positivi”. E la distribuzione generale e generica della consapevolezza, per paradosso, rende tutti innocenti. Se tutti sono colpevoli, nessuno lo è sino in fondo. Un aspetto che secondo me può essere applicato alla realtà italiana di questi anni.»

Quattro uomini per burloneria incendiano un campo rom provocando il coma di una bimba. L’unico che ha una famiglia torna a casa turbato. Qual è il senso?

«Non è la storia di un pentimento, ma – come dici tu – di un turbamento. Il protagonista non si pente per la sua azione scellerata. Molto più prosaicamente ha paura di essere scoperto. Quando scopre che ciò non accade, comincia finalmente a capire la reale portata delle proprie azioni. Non prova mai una vera “solidarietà” con la vittima, bensì pena – questo sì – perché è un padre anche lui. Anche lui ha una figlia, ma nulla di più. È turbato, mai pentito.»

A cosa ti sei ispirato?

«A diversi fatti di cronaca. È triste da dire, ma nel nostro Paese c’è tantissima gente che compie gesti disumani, oltre che xenofobi, forte della consapevolezza di farla franca, ed è palese che lo Stato non si affanna troppo per risalire la catena delle responsabilità. Nel mio libro, quattro uomini, tutti di età compresa tra 40 e 50 anni, bruciano una baraccopoli in maniera quasi spensierata, dopo una partita di calcetto. Perché ciò possa accadere deve esistere un contesto che li legittimi, ecco che racconto proprio quel contesto, ossia l’insieme di dispositivi retorici e meccanismi collettivi di rimozione che rende possibile quel particolare tipo di disumanità.»

Nella narrazione emergono diversi punti di vista.

«Sì, è l’unico modo per descrivere realmente il contesto: utilizzare diversi punti focali. Racconto l’infermiere che soccorre la bimba, le dichiarazioni di un ministro, etc. Come in Robledo, il mio precedente romanzo, per buona parte del libro la storia emerge dalla contrapposizione di questi punti di vista.»

«Ci vogliono le ruspe»: dicono alcuni personaggi del tuo romanzo. Lo dice anche Salvini. Che pensi di lui?

«Salvini è un politico mediocre. La recessione e un diffuso malcontento verso le forme di democrazia rappresentativa hanno aperto uno spazio politico enorme. Lui ha il merito di averlo riempito con parole d’ordine prese di peso dal repertorio dell’estrema destra. Un azzardo politico che ha funzionato per un po’, ma che ora mostra tutti i suoi limiti. Sono convinto che la sua parabola sia ormai discendente. Il problema non è Salvini in quanto tale, ma il sentimento che ha cavalcato, che purtroppo si è innestato nelle nostre comunità. Se prima era impensabile che dei naufraghi potessero morire senza essere aiutati, adesso non lo è più. Salvini ha sdoganato un modo assai antico di essere disumani, spacciandolo per qualcosa di nuovo. Molti lo considerano un fascista, io penso che rappresenti invece una deriva post-fascista tipica di alcune forme di populismo reazionario. Come altri in Europa, ha rielaborato alcuni dei contenuti del fascismo storico a suo uso e consumo, approfittando di un consenso politico che è stato enorme.»

Ciò si rivela anche in altre forme?

«Il post-fascismo, purtroppo, è un’ideologia pervasiva. Ha preso piede, inutile illudersi del contrario. C’è chi, timoroso delle conseguenze dei propri atti, si limita a pubblicare commenti vergognosi su Facebook quando compare la notizia dell’ennesimo naufragio, e chi scende in strada per far da sé. Personalmente ritengo entrambe le categorie estremamente pericolose. Per tutto il libro non faccio che pormi un’unica domanda: Cosa c’è nelle loro teste che legittima tanta disumanità?»

 

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UNO DI NOI di Daniele Zito – recensione di Donna Mancina

UNO DI NOI di Daniele Zito – recensione di Donna Mancina

Fotografare il presente è un’operazione da attenti osservatori: richiede il giusto distacco dalle cose e dal tempo, richiede tempo e passione per ciò che si sta facendo. È una missione che solo alcuni, tra chi tenta, riesce a fare. “Uno di noi” siamo noi oggi, alcuni di noi oggi. Ogni singolo personaggio di questa amarissima narrazione ha un posto nella storia, tutti meno uno, tutti insieme meno uno, a cui è riservato l’oblio.
Il libro di Daniele è una riflessione e una speranza, è la rivelazione, nero su bianco, della bestialità a cui tutti noi stiamo tendendo assuefacendoci alla violenza, sublimando il dolore. Il coro, a tratti forcaiolo, altre volte capace di una compassione che si ferma alla superficie dell’infamia, è la platea dei talkshow che applaude al tuttologo di turno, sono le finte lacrime di chi in favore di camera racconta la sua triste e sfortunata storia, sono le chiacchiere al bar o alla fermata dell’autobus sui luoghi comuni che tutti abitiamo nella nostra testa. Ma soprattutto sono i commenti a status, a post, sono notifiche di relazioni umane con una fredda e inanimata tastiera che fa da medium tra carne e carne e rende tutto possibile, prima nell’immaginario e poi nella realtà.
La vita degli altri ha meno valore se la posta in gioco è scrivere la storia. Ma la storia guarda solo i vincitori, si diceva. Chi vince? Chi sono i protagonisti? Quale è la posta?
Non tutto è così scontato: l’eroe di un’epoca può essere considerato carnefice in un’altra. Ed è forse questa la speranza: che questa sia un’epoca di transizione e che si ristabilisca presto quel senso di umanità necessario alla coscienza, necessario alla sopravvivenza. Come un cerchio che si chiude, il funerale può essere simbolicamente fine e inizio. È la fine di un percorso in cui è il dolore, l’odio e il terrore ad avere vinto una battaglia; è l’inizio in cui colui che ha scritto quelle pagine è scomparso e al suo posto nascono germogli di umanissima presenza che chiede perdono – Irene ne è la testimonianza – che si assume le proprie responsabilità e insegna al futuro, Viola, ciò che è giusto fare, chi è giusto essere.
La trama lineare di questo racconto è in realtà la parabola di un’epoca che non sa di esserlo, che si crede eterna e vincente, che non si percepisce transitoria ed invece lo è, come tutto in questo mondo.
Cadranno le teste, bruceranno ancora case, cose, tanto dolore e fiamme invaderanno le vite di molti ma il suono di quella musica, la musica che unifica tutti, quella resterà come faro nella notte per ricordarci la nostra caducità e la nostra possibilità di toccare l’eterno, non come singoli ma come comunità umana.
E allora suona bambina, suona. Alcuni già ti sentono, altri ti sentiranno.

Donna Mancina

QUI IL POST-RECENSIONE ORIGINALE:

https://www.facebook.com/ladonna.mancina?__tn__=%2CdlC-R-R&eid=ARBVF-QVNR632LrvE10M8cL8_tVAqldSwMWI9LLZV6foHnVQRZGrHX3Mn7FeD-d1r3B3EKtBCb_QDTi2&hc_ref=ARQWWk2izdMp1m5qE1SLrF2sr_qZHiaFkcaVi6NK1TnNtWJJepP3syA3NqdLvnw6y4g

 

UNO DI NOI. “È un libro geniale e coraggioso, sublime e incatalogabile.” – recensione di Marilia Di Giovanni su La Casa del Libro

UNO DI NOI. “È un libro geniale e coraggioso, sublime e incatalogabile.” – recensione di Marilia Di Giovanni su La Casa del Libro

Un UFO è atterrato tra gli scaffali della Casa del libro: Uno di noi di Daniele Zito, pubblicato da Miraggi Edizioni, è un libro geniale e coraggioso, sublime e incatalogabile. Ballata avanguardista, teatro, romanzo, tragedia grottesca dei nostri tempi che diventa storia universale, tutto questo è Uno di noi, il libro che forse tutti dovremmo leggere in questo momento in cui gli avvelenatori aizzano gli animi.

Riportiamo dalla quarta di copertina:

Quattro amici di vecchia data, alla fine di una partita di calcetto, decidono di dare fuoco a una baraccopoli. Lo fanno così, senza una ragiona precisa, spinti dall’euforia del momento. Purtroppo, il loro gesto si trasformerà in tragedia.
Il drammatico evento lascia su tutti i personaggi coinvolti tracce indelebili, Uno di noi ne è il resoconto, senza escludere nessuno, né le vittime, né i carnefici.
È un libro duro, fatto di rabbia, di odio, di frustrazione. Parla di padri minuscoli, delle loro colpe, del loro inutile pentimento. Parla del ventre molle del Paese, della sua inesorabile deriva forcaiola. Parla dell’impossibilità del perdono.
E poi c’è la scrittura, che divora ogni cosa, trasformandola in letteratura.

Daniele Zito ha trentanove anni, è nato a Siracusa, vive e lavora a Catania. Collabora con L’«Indice dei libri del mese» e «Che fare». Ha esordito nel 2013 con La solitudine di un riporto (Hacca). Il suo secondo romanzo, Robledo (2017, Fazi) è stato pubblicato anche in Francia. Nel 2018 ha pubblicato: Catania non guarda il mare (Laterza Contromano).

 

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Uno di noi

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

NAMI E IL LAGO
Summer lovers #20

Prima di iniziare a leggere Il lago di Bianca Bellová, è utile soffermarsi sulle considerazioni della traduttrice Laura Angeloni, riportate sui risvolti di copertina. Sono parole vibranti, cariche di emozione, capaci di preannunciare gli stessi stati d’animo che vivrà il lettore non appena si addentrerà nelle vicissitudini di Nami, il protagonista del romanzo.

Se Angeloni ricorda i «giorni in cui vai avanti a tradurre fino a notte fonda, perché […] non puoi addormentarti prima di averlo portato in salvo, almeno per ora, almeno per un po’», il lettore si troverà in una situazione del tutto simile. La drammatica progressione di avversità che si abbattono su Nami crea un coinvolgimento emotivo talmente forte da rendere impossibile l’idea di allontanarsene. Non si può far altro che proseguire la lettura, nella speranza che riesca finalmente ad assaporare una felicità piena e inviolabile, o la sicurezza di un legame affettivo duraturo. «Quel bambino, poi adolescente, poi ragazzo, ti viene da prenderlo per mano e non lasciarlo più».

La prima volta che lo si incontra, Nami ha tre anni. È stato portato alla spiaggia del lago che lambisce Boros, il villaggio dove vive insieme ai nonni. Non si tratta di un giorno qualunque: è l’unica volta in cui è presente anche sua madre. Di lei conserva soltanto il nebuloso ricordo dei tre triangoli rossi del bikini, il potere calmante del suo canto e la dolcezza con cui lo ha assistito durante un attacco di vomito conseguente al bagno fatto nel lago.

La tossicità di quelle acque diventa presto evidente. La pelle degli abitanti di Boros viene marchiata con eczemi cronici e cominciano a nascere bambini deformi. I segni di un massiccio inquinamento ambientale permeano l’intera narrazione, con riferimenti puntuali e ricorrenti al disastro dell’Aral; tuttavia, a questi dati di realtà si affianca una dimensione animistica altrettanto pervasiva. Lo Spirito che dimora sul fondo del lago è arrabbiato e sta punendo il villaggio per una colpa che sembra riguardare anche Nami.

Il lago prende la vita di suo nonno durante una tempesta e, in un secondo momento, anche l’esistenza della nonna giunge a termine tra le sue acque. Da questo episodio straziante, in cui si mescolano riti sciamanici e metodi da regime totalitario – si può avvertire l’eco de La fattoria degli animali di George Orwell –, prende avvio il percorso di formazione di Nami, che passa attraverso prove sempre più terribili.

Il presidente del kolchoz si insedia in casa sua, trattandolo alla stregua di un servo. Quando le circostanze peggiorano a tal punto da privarlo di ogni dignità e affetto rimastogli, Nami decide di andarsene da Boros e raggiungere la capitale.

In città, le sue giornate sono scandite dagli insalubri lavori di fatica in cui viene impiegato, mentre nei momenti liberi gira per le strade e i locali pubblici con l’irrealistica speranza di imbattersi in sua madre. Sull’asfalto fresco che deve stendere attorno alla fabbrica di zolfo Nami «disegna di nascosto il suo dolore; le grandi mani della nonna, la curva di un corpo femminile, le galline nel pollaio puzzolente, i tre triangoli».

Non appena lo sfiora un po’ di umanità e tenerezza, arriva una nuova batosta. La Vecchia Vergine inghiotte tutto, lettore incluso. L’impatto della scena è devastante e viene ulteriormente rafforzato dallo stile letterario di Bellová. La sua scrittura scarna, cruda, priva di qualsiasi raffinatezza o eufemismo arriva diretta e lancinante come una coltellata, accordandosi alla perfezione all’andamento narrativo. A questo punto del romanzo, il timore che Nami non sia destinato a trovare pace comincia a profilarsi in modo netto, raggelante.

Quando entra a servizio del losco e facoltoso Johnny, la violenza delle vicende in cui viene coinvolto è talmente estrema da caricarsi di contorni surreali e raggiunge l’apice in quella corsa disperata, zigzagante fino al dorso della collina, dove rotola in cerca di riparo. Bellová, con una maestria letteraria indiscutibile, aveva già mostrato un episodio analogo, quando Nami era ancora a Boros, ma la sua valenza è ora del tutto diversa. Non si tratta più della fuga di un ragazzino impotente e sconfitto dagli eventi; la crescita interiore di Nami è in atto, ormai sta imparando a reagire ai soprusi e a difendersi.

La sua ribellione segna una svolta quasi fiabesca; viene infatti accolto dalla Vecchia dama che, come una fata madrina in piena regola, conosce tutto di lui e lo guida verso una nuova tappa del suo viaggio.

Nello svelamento finale, Bellová riconferma il suo talento: una prefigurazione di quanto sarebbe accaduto era già stata messa davanti agli occhi di Nami, quand’era ancora quel ragazzino di Boros che adesso non esiste più.

La sensazione è che non sia possibile conoscere quale sia davvero la verità. O, forse, una versione non esclude l’altra. Al lettore la scelta. Una cosa è certa: lo Spirito del lago è arrabbiato, e a ragione. Tuttavia, qualcosa può essere ancora recuperato e chissà se non spetterà proprio a Nami un intervento risolutivo.

Chiara Meistro

 

 

Miraggi edizioni sta portando avanti un programma editoriale di pubblicazione e ripubblicazione di autori della Repubblica Ceca, grazie all’interesse e alla cura di Alessandro De Vito.

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Nami e il lago

PONTESCURO “La vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin” – recensione di Margherita Ingoglia su LuciaLibri

PONTESCURO “La vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin” – recensione di Margherita Ingoglia su LuciaLibri

Una vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin

Luca Ragagnin

Come un cantastorie Luca Ragagnin scrive una storia dagli echi deandreiani, che restituisce l’eco di un tempo sospeso e la risata degli Ultimi: una ragazza bellissima e chiacchierata, raccontata dal coro greco delle malelingue, e un destino segnato…

«Mi chiamo Dafne Casadio e avrò per sempre ventiquattro anni. Sono morta da sette ore»

Pontescuro (160 pagine, 16 euro) di Luca Ragagnin, edito da Miraggi, con illustrazioni a cura di Enrico Remmert, (qui abbiamo scritto del suo La guerra dei Murazzi) attraverso voci, sentimenti e caratteri dei personaggi, ricama con filo noir una storia di morte e leggenda. Proprio come un cantastorie, un cantautore o forse un puparo capace di mettere in scena soggetti apparentemente privi di anima e sangue, quella raccontata dallo scrittore torinese (qui abbiamo scritto del suo Agenzia Pertica) è una splendida ballata triste dagli echi deandreiani capace di restituire al lettore l’eco di un tempo sospeso e la risata degli Ultimi.

La figlia scandalosa

A Pontescuro poche vicende, e di rado, sopraggiungono per sconvolgere il naturale fluire del tempo, eppure quando qualcosa accade, banale o eccezionale che sia, diviene per tutti il pretesto per discuterne a lungo, aggiungendo o accorciando la trama a discapito del risvolto desiderato, ciascuno a Dio giurando di non proferirne parola con nessuno.

« (…) gli uomini e le donne di Pontescuro avevano bisogno di vedere la sfortuna, la miseria e la stupidità premere sulle spalle di qualcun altro(…).»

Un giorno però, del 1922, la serenità del piccolo paese viene turbata dalla morte della scandalosa figlia del padrone locale, Cosimo Casadio. La giovane, bellissima e assai chiacchierata Dafne, bionda e dall’aspetto luminoso, decisamente fuori luogo per un borgo inghiottito dalla malsana nebbia e soffocato dalle vesti a lutto delle donne che lo abitano, a causa della sua condotta esuberante e scabrosa, troppo presto rimasta orfana di madre, già all’ età di sedici anni, per il coro dalle malelingue del villaggio, diventa la ninfetta che si concede a tutti, “la sgualdrina”. Lei, la Bocca di rosa .

«Dopo pochi mesi (…) il paese incominciò a disprezzarmi dritto negli occhi. E forse, se fossero stati almeno un poco intelligenti, tutti avrebbero capito dall’unico sorriso ebete, che ogni giorno cambiava volto ma non caratteristiche, chi era stato l’ultimo a slacciarsi la cinghia».

Un capro espiatorio?

Quando il suo corpo viene trovato senza vita lungo le sponde del torrente, proprio come la Marinella di De Andrè, nessuno prova rimorso nel puntare il dito contro Ciaccio, lo scemo del villaggio («perché al villaggio lo scemo deve essere maschio») che da qualche tempo, con fare sospetto, ha stretto amicizia con la troppo bella per lui, Dafne Casadio. L’accusa trova tutti concordi nel giudicare il taciturno Ciaccio, unico colpevole dell’atroce delitto. Pensano infatti che l’ingenuo si fosse invaghito della giovane e che, insoddisfatto nell’avere da lei forse solo la compassionevole amicizia, avesse preso con forza ciò che naturalmente non avrebbe mai potuto ottenere. Dunque, in un raptus di follia, l’avesse uccisa.

In questo coro di voci greche intente a ricostruire la vicenda intervengono tutti, anche coloro che a quel delitto non hanno preso parte e che quindi possono solo supporre le dinamiche. La verità però, come spesso accade, è affidata a chi non ha autorevolezza per farla emergere: ai pazzi, agli scemi, alla nebbia.

«Felice di essere una ghiandaia, lo scemo del villaggio e la sgualdrina ribelle. Felice di non avere soldi ma solo corde, stupore e aria, maledetti o compatiti da tutti. Felici di farci scappare il tempo dalle mani e dalle ali senza accorgerci nemmeno il tonfo che fa cadendo per terra».

Tragedia e poesia

Pontescuro di Ravagnin è una storia tragica raccontata col garbo della poesia, il rosso dello scandalo, la primitiva innocenza del bosco, intricato e voluttuoso come Dafne (il cui nome è un chiaro riferimento alla leggenda), la libertà delle ghiandaie e il coraggio degli Ultimi che inconsapevolmente osano sfidare la nebbia, varcare i ponti e andare oltre.

Una vita spezzata, come un paese spezzato necessita di strade per riunire ciò che è rimasto nella nebbia, in sospeso così, durante il cammino, mentre si va incontro al sole, affidare al vento la magia di un’ultima risata.

«Tutto ciò che si smarrisce o si vuole dimenticare, le parole scartate, i passi non compiuti, le scelte non fatte, un giorno emergeranno dalla corda dell’orizzonte e prenderanno il posto del sole».

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Una vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin

MAZZARRONA – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

MAZZARRONA – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

MAZZARRONA

AUTORE: Veronica Tomassini

GENERE: Romanzo

EDITORE: Miraggi 2019

ARTICOLO DI: Fabio Dell’Armi

 

“Romina fumava il fumo delle case gialle, che era sempre buono, diceva. Smetteva. Poi riprendeva a fumare. Le promesse non si mantengono. Non a Mazzarrona”. Mazzarrona è un quartiere alla periferia di Siracusa fatto di case popolari, condomini miseri di panni stesi al sole, le case dei Mao Mao e un sentiero irto di cardi, graffi per i polpacci, verso un mare negato che serve solo a fissare un punto lontano. Le baracche con il tetto di eternit dove ci si buca, le fabbriche in lontananza ed una ferrovia che inquieta. Un’Apecar abbandonata, copertoni e una collina di lamiere. Ad attraversarlo c’è una ragazza ed è lei, ormai donna, a raccontare i pomeriggi con Romina, che dell’adulta ha la concretezza e la disillusione amara. E i giorni di scuola persi aspettando Massimo: “Massimo, quando mi amerai?”. Massimo, pallido e gentile che ha un’altra amante che lo divora. La ragazza lo accompagna al Sert o alle case gialle dove si spaccia, oppure alle baracche dove la spada entra in vena e Massimo torna all’abbandono dei suoi sonni apatici. Nei giorni perduti di Mazzarrona la ragazza è in compagnia costante di un senso di inadeguatezza e la disperata rivendicazione di un’assenza indecifrabile. Romina smette di studiare presto per andare a lavorare, lei invece ha il suo liceo, le sue letture adulte e le compagne alla moda dalle quali si tiene in disparte. Ma poi torna sempre a Mazzarrona dove il cielo non è mai azzurro ma solo accecante biancore. È azzurro solo alcune mattine di gennaio, il mese più crudele. “Massimo, quando mi amerai?”…

“Sedevo all’ombra del sicomoro, guardavo il mare. Guardare un punto lontano laggiù verso la fine del mondo sbagliato era la mia giovinezza”. Procedendo con abili manovre cronologiche, alternando marcia avanti e motori indietro, Veronica Tomassini muove l’imponente nave del racconto tra adolescenza e giovinezza come solo un Capitano esperto sa fare. E da Capitano navigato sa benissimo che di parole non ne servono molte: servono solo quelle giuste. E l’autrice le trova tutte, sempre. È per questo che in ogni pagina la narrazione risulta autentica e intensa, arrivando a passi di grande letteratura pervasa di poesia. Senza neanche un fronzolo. Nella lettura riesce a regalarci gli occhi sofferenti della protagonista aiutandoci con le suggestioni di una mente acuta che sa osservare le cose ed un cuore che sa patire. Sapendo, ormai donna, che l’esperienza è quello che rimane quando s’è perso tutto il resto. “Ero ridicola, rivendicavo attenzione, calpestavo gramigna, in un cimitero di eroinomani”. No. La protagonista non è mai ridicola eppure sa trasmetterci quel senso di incertezza e goffaggine che pervade chi ama e rivendica qualcosa che sfugge. Una storia minima come ce ne sono tante in una Mazzarrona come ce ne sono mille diventa un racconto che è difficile non amare profondamente. Bellissimo.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.mangialibri.com/libri/mazzarrona

 

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Daniele Zito – Uno di noi – Miraggi

Le emozioni in LIBRIrtà
Le novità
A cura di Salvatore Massimo Fazio
 
 
Quando Fabio (che è il signor Miraggi Edizioni) mi telefonò per dirmi che “Uno delle tue parti, ma lo conoscerai già”, aveva scritto qualcosa di potente, durissimo, proprio ad hoc “per la tua penna spietata quando recensisci”, risposi subito se potevo averlo in anteprima.
«Te l’ho appena inviato in e-book». Dico lui di darmi qualche minuto che sto sistemando dei piani terapeutici, però prima di riattaccare incalzo chiedendo il nome:
«Zito, Daniele Zito.»
«Minchia!»
«Che c’è?»
«Una storia breve ma intensa, ho un divieto di tag e lo rispetto, insomma parla col suo agente, sa tutto, prima ancora che gli dicessi la mia. Va bene Mendo, a dopo. Ciao»
«Ciao».
 
Otto i piani terapeutici che dovevo sistemare, possono aspettare, la consegna è per fine settimana. Apro la mail, scarico l’e-book. Inizio. Mi trovo davanti lo stile della tragedia, doppia: greca e contemporanea. Questa non è una recensione in LIBRIrtà, rubrica di questo blog del giovedì. È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro.
Due ore, per mandare al diavolo i precedenti dello stesso autore, che, attenzione a me son piaciuti e pure tanto. Cosa fare o non fare. Chiamo Patrizio, esordisco cosi:«Zito». Mi chiede se lo voglio leggere, «L’ho appena finito, sono sotto shock», è forte mi dice, lo so, replico. 129 pagg. di ciò che accade, costantemente.  Lo saluto, mi saluta.
Parole, stupide e ignoranti quelle della derattizzazione annunciata da uno dei protagonisti di una tragedia (una su tante, non nel libro, ma nel reale, in Italia, come altrove). L’autore è chiaro e diretto, riprende usi e modus dicendi che non possono passare inosservati, che sono spinta all’esame di coscienza, a ricordare che le parole sono importanti. Le azioni ancora di più. Si spalancano porticati a emozioni, cariche di rabbia.  Si leggono fittizi perbenismi, costanti, ogni giorno, a non poterne più, sempre la stessa cosa.
Come l’uomo, maturo si direbbe, con i figli a casa, la moglie pure, la famiglia modello può dopo aver giocato a calcetto con un gruppo di amici e per concludere in bellezza dimentica quanto indegno è l’odio, la stupidità. Che ti trovi in un casino, che hai edificato, distruggendo, ambienti, uomini, bimbi… bimba.
Certo chi non ha paura in una città a camminare vicino le stazioni, luoghi per persone che non hanno nulla e cercano riparo per riposarsi. Dormono a terra, impauriti. Le stazioni, anche luoghi di spaccio. Spaccio? Lo spaccio è anche accanto la porta di casa, altro che minchiate! E l’indomani, la notizia, un campo rom incendiato, una bimba è in coma.
“Certo che dispiacere, se non sono stati loro stessi, ma chi? ma come chi? I rom, gli immigrati. Le loro guerriglie interne. La loro disperazione. Meglio così, respirano la nostra aria, calpestato le nostre strade. Ci hanno tolto il lavoro, ci hanno tolto il lavoro, lavorano loro ovunque. Ci hanno tolto il lavoro!”
Certo magari un pò sfruttati, ma fa bene il governo/stato [lo scrivo in minuscolo che rende merito nella merda in cui siamo almeno da 40 anni], prima veniamo noi, senza lavoro, perché ce lo hanno tolto. Ci hanno tolto il lavoro.
No, non è così, è lo stato (sempre minuscolo), toglie tutto. Un commerciante apre una attività e il 47% lo deve versare allo stato (ter minuscolo), e un’altra percentuale la deve versare ai tronfi della spocchiosità malavitosa, il pizzo signori, il pizzo! Non possono, ne riescono a mantenere lavoratori, non rimane nulla a loro. Allora andiamo sugli immigrati.
Non tutti però sono così, c’è chi li mette in regola, gli fa realizzare il sogno di un, leibnizianamente, mondo migliore. C’è il ristoratore, che lo assume come lavapiatti, frattanto l’immigrato apprende guardando lo chef, poi lo chef va via, e il ristoratore scommette su di lui, e gli aumenta la paga, quella dello chef, per lui, che italiano non è, che è educato, che apprende la lingua, che sorride. Ma non va bene. Perché?
Ma cazzo chissà che ci fa mangiare sto tunisino. Poi mangi, rimani sorpreso e felice, «Voglio conoscere lo chef», glielo presentano, chi rimane fermo e recita un tipico “complimenti”, chi si alza dalla sedia, abbraccia lo chef e il ristoratore. Clienti che vanno, clienti che torneranno sempre.
La paura, e il senso di colpa, una bambina è in coma, il campo bruciato. La moglie al rientro del marito gli chiede perché è pensieroso, «avete perso, perdete sempre». Hanno perso un’altra occasione per farsi fuori loro. Canaglie.
Ancora se ne parla, quella bambina è in coma, poveretta, ti rendi conto cosa fanno questi? Vengono qui e litigano fra loro e si uccidono fra loro. Sarebbe bene usare le ruspe, così vanno a casa loro, e queste cose le fanno a casa loro. Gliele racconteranno ai propri figli e ai figli di chi ha incendiato il campo roma: i roma stessi. La loro mente è obnubilata.
Il mistero della pagina 67 di Uno di noi  di Daniele Zito, pubblicato per Miraggi Edizioni, è la pagina seguente, pagina 68. Tutto sta li e non hai più voglia di scrivere, recensire, attenerti a forme del linguaggio, non vuoi far nulla. La riporti, come dato di angoscia quotidianamente.
La riporto.
Una bambina è una creatura lieve, corpuscolare
dalla consistenza impalpabile
il dolore
porto le sue uova in corpo
le nutro col mio calore
 
in una sola covata
sono riuscita ad alimentare
anche sei o sette dolori differenti
li ho portati tutti alla schiusa
come una madre renitente
 
col tempo però i dolori sono morti
me ne è rimasto soltanto uno
il più forte
quello più tenace
 
L’onesto contribuente si azzarda a pensare che magari fa un favore a loro stessi, le ruspe, cosi se ne vanno e non succedono più tragedie come queste.
Nella mia mente, l’immagine del funerale, i dolore, dentro. Uno di noi, è quello che ognuno di noi ha, l’odio, hai voglia di psicoterapia per togliere quanto inutile è la creatura di Dio, eppur ci credo. L’ignoranza genera. L’odio lo erediti. Ti vuoi vendicare, perché vuoi il mondo migliore, o quello che ti aspettavi.
Alla scuola rimane il compito di far capire che non possono esistere posizioni politiche che migliorino il mondo, alla scuola, di far capire quale posizione politica può migliorarlo, alla scuola il compito di spiegare che aria, sangue, cellule e atomi, possono diversificarsi per condizioni ambientali, ma che hanno tutti una matrice.
Nella forma della tragedia greca Daniele Zito ha scritto questo libro, nei cori amplifica il tormento che almeno io ho provato. E ho sfanculato dai pensieri la domanda, che spesso mi son fatto, su quella breve ma intensa sofferenza di quel non capire cosa accadde tra me e Daniele Zito, me lo ha detto, non lo dirò. Ma oggi sono sereno.
La prima nazionale di “Uno di noi” si terrà all’interno di  “Etnabook -Festival internazionale del libro e della cultura”, giovedì 19 settembre alle ore 19:30 presso la Legatoria Prampolini, in Via Vittorio Emanuele II, 333, Catania.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

L’ETNA BOOK, L’ANTIFASCISMO E IL NUOVO DANIELE ZITO. Si svolgerà dal 19 al 21 settembre a Catania il Primo Festival Internazionale del Libro e della Cultura.

La tematica scelta è quella dell’antifascismo, che non poche polemiche ha destato. Il direttivo spiega che la posizione è quella di confrontarsi non contro una o un’altra ideologia, quanto ciò che vive nella contemporaneità il Paese, dove retaggi politico culturali di epoche trascorse vengono posti in essere a uso e consumo da un partito che sino a qualche anno fa desiderava la scissione dal Bel Paese, umiliando così vittime di tutti i regimi despoti e dittatoriali.

In merito cadrà a fagiolo l’incontro con l’ospite che già da più parti è definito d’onore, infatti a ridosso del festival esce con la sua quarta opera edita da Miraggi Edizioni, scritto nella forma della tragedia greca, il nuovo libro di Daniele Zito. Dopo i successi, nel breve periodo di 5 anni circa, con editori del calibro di Hacca, Fazi e La Terza, lo troveremo negli scaffali con il pamphlet “Uno di noi”, schiacciante e crudo riflesso della contemporaneità, dove l’autore va ben oltre ciò che è morto nel 1945, raccontando una storia che quasi ogni giorno di simili ne sentiamo, ma dopo qualche ora dimentichiamo.

La premiére nazionale di “Uno di noi” si terrà proprio all’interno di Etna Book, presso la resuscitata Legatoria Libreria Prampolini delle sorelle Sciacca.

Manuppelli: «Roma è il mio omaggio al genio di Fellini»

Manuppelli: «Roma è il mio omaggio al genio di Fellini»

Nicola Manuppelli, come è nata l’idea di Roma e perché ambientarlo in quel periodo storico?
«L’idea è nata da un pettegolezzo su una coppia di amanti emiliani che avevano dimenticato un dildo dentro un cespuglio. Il dildo era stato ritrovato dall’anziana vicina di casa della coppia. La donna, non sapendo di cosa si trattasse, aveva chiamato gli artificieri. Qualche giorno dopo, ero in un ristorante vicino a Cinecittà con Pasquale Panella, il paroliere dell’ultimo Battisti, che mi raccontava di quando da ragazzo scavalcava il muretto per andare a vedere gli studi cinematografici. Da questi due episodi è nata la scintilla. Anche se già da un po’ di tempo avevo deciso che avrei scritto un  libro su Roma».

La scelta di Fellini era nei tuoi pensieri fin dall’inizio o si è fatta strada durante la scrittura della storia? Fellini è un autore che ami? Quali suoi film preferisci e perché?
«Adoro Fellini. Adoro I vitelloni, Amarcord, La dolce vita, Le notti di Cabiria e potrei andare avanti a elencare tutti i suoi titoli, disegni, copioni. Fellini è un autore a cui sono arrivato col tempo. Come mi è successo con Fitzgerald. Nella mia testa, li vedo come due autori molto simili, seppur con una diversa tonalità di voce, ma la sensibilità è quella. Anni fa, a Rimini, ho avuto per la prima volta l’impressione di essere davvero entrato in contatto con la sua opera. Più tardi, ospite a casa dello scrittore americano Chuck Kinder a Pittsburgh, buttai giù un romanzo mai pubblicato che fu il mio primo approccio con un modo di narrare “felliniano”. Sia in Gatsby che in La dolce vita il protagonista/voce narrante è dentro e fuori dalla storia. Questo era lo stesso tipo di approccio che cercavo. Così prima ho pensato a Roma, poi ho pensato che Roma potesse essere una sorta di nostra los Angeles, così come Milano poteva essere una nostra New York. Il protagonista si sposta da Milano a Roma. E a quel punto, ho pensato che il libro dovesse essere una grande festa, con un tocco di malinconia come le feste di Fellini e Fitzgerald – chiamiamoli le due F, i miei numi tutelari – dove ci si perdeva e dove far girare la mia giostra di personaggi. Fellini mi lascia continuamente meravigliato. Pensare a lui in corso della lavorazione del libro è stato inevitabile. Volevo che fosse un personaggio del libro, la luce verde del protagonista. E ho rivisto tutti i suoi film mentre lavoravo a Roma. La Dolce Vita, visto forse per la decima volta, mi ha lasciato ancora a bocca aperta. Non è solo un capolavoro di immagini, ma di moda, dialoghi, struttura narrativa. Un film immenso».

Quanto all’epoca storica, volevo che fosse il tramonto di un’epoca di Cinecittà, e c’era anche l’idea di un doppio piano per cui i protagonisti del libro si trovavano all’interno di una Roma ricostruita sul set di Roma di Fellini, che venne girato fra il ’70 e il ’71. 
«L’uso di più personaggi, poi, con tutte le loro storie, mi permetteva di spaziare anche in altre epoche di Roma, facendo del romanzo una sorta di piccola cronaca di Roma».

A leggerlo si ha la sensazione che sia un’opera in qualche modo “destinata” a trasformarsi in un film. L’hai pensata con questo obiettivo o è casuale?
«Sì, è una delle cose che voglio fare in futuro scrivere per il cinema. E mi piacerebbe molto che Roma potesse diventare un film. Per la prima volta, in un romanzo, ho lavorato in questo modo; visitando i set, visionando gli attori che volevo ne facessero parte – per esempio, mi sono divertito a riprodurre la parlata di Walter Chiari o quella di Fellini -, suddividendo il tutto in scene, parlando con gente che sapeva informazioni che cercavo. Nella mia ottica, mi sono aperto alla collaborazione. Ho fatto come un regista che lavora con dei collaboratori, mentre nei libri precedenti mi chiudevo da qualche parte a scrivere, qui sono uscito e ho ascoltato e ho lasciato che io e tutto il resto fossimo al servizio della storia, o delle storie».

Quanto ti ha impegnato il lavoro di documentazione?
«Sei mesi. Oltre a tutto ciò che avevo accumulato ogni volta che ero stato a Roma e ogni volta che l’avevo vista rappresentata in un libro o un film, da Petronio a Belli fino a Scola e Monicelli. E poi mi è stato  molto utile l’appoggio di amici romani, che mi hanno aiutato per esempio col dialetto. Su tutti, un magnifico libraio che si chiama Emanuele Spinelli e suo padre Franco che è una sorta di Omero romano».

Quanto ha influito la tua esperienza come traduttore di importanti scrittori americani?
«Come ogni altra esperienza biografica influisce sull’opera di uno scrittore. Non amo molto essere visto come “traduttore”. Tradurre fa parte del mestiere dello scrivere. E scrivere rientra nella categoria più grossa del raccontare storie. Vorrei essere in primo luogo uno che racconta storie, quindi per derivazione uno scrittore e infine un traduttore».

Il riferimento a Il giorno della locusta di Nathanael West è esplicito…
«È uno dei miei libri preferiti e ho avuto anche il piacere di tradurre. Non ho invece mai visto il film. In Roma c’è anche un omaggio all’autore, un produttore che di cognome fa Locusta. Invece il libro è in memoria di William Styron, autore un po’ dimenticato ma che con La scelta di Sophie ha scritto uno dei romanzi più belli del secolo scorso».

“Boris Vian, il Principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés”: Monti racconta Vian

“Boris Vian, il Principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés”: Monti racconta Vian

Giangilberto Monti è uno dei massimi conoscitori di Boris Vian. Con il suo nuovo lavoro – Boris Vian, il Principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés – ha scelto la via del docu-romanzo per raccontare un artista unico (scrittore, poeta, autore di canzoni, musicista: ma soprattutto un genio di un’epoca irripetibile) che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per molti.

Monti, perché oggi Vian è ancora così importante?
«Per la contaminazione tra le arti, la capacità di anticipare la realtà, la lucidità intellettuale. E la grande sperimentazione linguistica».

Qual è stato il tuo primo incontro con Vian?
«Erano i primi anni Novanta. Mi trovavo a casa di Riccardo Pifferi – autore e regista – con il quale stavo scrivendo uno spettacolo. A un certo punto mi ha consigliato di leggere Textes et chansons, un tascabile antologico di Vian. Da lì ho iniziato a interessarmi ai suoi lavori e mi sono reso conto di quanto la mia carriera fosse affine alla sua».

A quali conclusioni sei giunto?
«Intanto che lui è molto più bravo di me… (risata). Diciamo che è diventato una sorta di alter ego intellettuale. Le sue idee sulla musica, sulla politica, sull’arte in genere, sono quelle che ho sempre avuto io. Una specie di specchio. Ma molto più bravo di me…».

Se dovessi indicare a chi non lo conosce come accostarsi a Vian, cosa suggeriresti?
«I romanzi La schiuma dei giorni e Sputerò sulle vostre tombe. E poi ascoltare del jazz. E non avere preconcetti, essere politicamente scorretti. Come diceva Jobs, essere molto affamati».

Vian era affetto da una cardiopatia congenita: sapeva che la sua vita era a tempo. Pensi che questo abbia inciso nel suo inesauribile attivismo?
«Quando hai la percezione della malattia e che il tuo tempo è molto importante, cerchi di riempirlo in tutti i modi possibili perché ogni minuto è prezioso».

Artista ma anche dirigente del reparto discografico jazzistico della Philips: come vivono queste due anime in Vian?
«Un artista vero delega molto difficilmente. Michelangelo trattava personalmente col Papa la propria paga quando gli chiedeva di finire il Giudizio universale. Ma credo sia normale, perché si vuole avere il controllo totale: un artista desidera che appaia esattamente quello che lui ha pensato di far arrivare».

Boris Vian è anche al centro di un tuo spettacolo…
«Sì, riprendo canzoni che ho tradotto e registrato e racconto la sua vita in uno spettacolo di narrazione musicale».

Operazione che stai portando avanti anche con le canzoni di Dario Fo: un libro, pubblicato l’anno scorso, e un disco, che uscirà a marzo.
«E’ la mia cifra stilistica. Sul Dizionario della canzone italiana diretto da Renzo Arbore e edito dalla Curcio, alla voce Monti Giangilberto si legge: Non è mai diventato famoso per la sua scelta di sperimentare continuamente generi e stili musicali e in questo rispecchia la sua generazione, quella cresciuta artisticamente negli anni Settanta. La mia è una concezione totalizzante dello spettacolo: la performance è un evento unico, che mescola tutto. Una sorta di comunicazione incrociata: contaminata, come si usa dire adesso. Ma noi lo facevamo già quarant’anni fa…».