Nel grande romanzo della musica popolare del ‘900, nessun artista emana più fascino letterario di Nick Drake. Forse perché la sua biografia evanescente (per quanto ormai ampiamente documentata), il suo attestarsi contemporaneamente come una presenza e una assenza, le infinite possibili trame di sviluppo di una storia che si è tragicamente interrotta il 25 novembre del 1974, ne fanno un personaggio in cerca d’autore, oltre che un mito romantico (e talvolta morboso).
C’è sempre qualcosa che manca, in Nick Drake. Qualcosa che sfugge dal quadro, e che si presta a essere fissato in parole e trasformato in racconto, se si possiedono la sensibilità e il talento per farlo. È il caso di Luca Ragagnin – scrittore, autore teatrale, paroliere per grandi nomi come Subsonica, Mina, Antonello Venditti – che come già fece Stefano Pistolini tanti anni fa nello splendido Le Provenienze Dell’Amore insegue le orme di un’anima che notoriamente non ne lasciava. Le modalità e l’impostazione narrativa sono diverse, però. Non c’è alcun autobiografismo, e d’altra parte nessuna invenzione: la vicenda terrena di Nick è raccontata in modo preciso e aderente a ciò che sappiamo. Anche perché a farlo è Nick stesso, voce narrante alla quale – e qui sta l’intuizione del libro – si alterna un’altra voce interiore, che allarga il campo a riflessioni tanto filosofiche quanto poetiche su cosa significhi essere artisti (“un fantasma, un cigolio notturno, un parafulmine che cattura i segnali impercettibili diretti verso l’uscita da tutti i mondi precostituiti”), sulla distanza incolmabile dal mondo, sulla solitudine ontologica di chi si sente braccato da un cane dagli occhi scuri. Il risultato è originale e coinvolgente, elegiaco e spietato. I dieci passi del titolo sono quelli che vediamo fare a (forse) Nick Drake nell’unico frammento filmato in cui appare: pochi secondi tra il pubblico di un free festival del 1969 o 1970. Una figura vista di spalle, i suoi capelli, la sua giacca stazzonata, il suo portamento.
Su Nick Drake si è scritto molto, ma l’impresa impossibile è da sempre catturarne la vera essenza, che resta un enigma. Morto suicida a 26 anni (anche in questo è stato unico: si è sottratto a quell’assurda teoria del club dei 27, le rockstar morte tutte alla stessa eta), ha inciso tre album delicati e un po’ oscuri, ispirati al folk e diventati cruciali solo anni dopo la sua morte. Difficilmente esplorabile, è un personaggio che sembra aver vissuto quasi a dispetto di coloro che si sono poi incaricati di ricostruirne un profilo credibile. Luca Ragagnin, scrittore, poeta e paroliere di grandi musicisti (dai Subsonica a Mina e Antonello Venditti) con il libro I dieci passi di Nick Drake ha scelto una strada originale e rischiosa, ma forse l’unica possibile per raccontare una dieci passi di Nick Drake biografia a volte insormontabile. La vita di Drake è vista con gli occhi dello stesso artista, quasi fosse un racconto post mortem, una luce gettata sul mondo dal suo stesso spirito che può rivelare quei segreti cui nessuno è in grado di accedere. Quelle del libro sono rivelazioni oniriche, cronache di infanzia, immagini di una adolescenza paradossalmente quieta, di una normalità familiare che verrebbe quasi da invidiare se non ci fosse un demone sempre vigile, appena dietro la porta, in attesa di riscuotere il suo sospeso. I dieci passi del titolo fanno riferimento all’unico filmato, un soffio di dodici secondi appena, che la Storia ci ha consegnato di Nick Drake.
In quelle immagini tratte da un festival ignoto dei primi anni Settanta si vede il cantautore allontanarsi di spalle: dieci secondi appena prima di uscire dallo schermo. Una metafora perfetta per una vita trascorsa nell’ombra, sempre di spalle a tutto: al successo, alle folle, al divismo. Ha lasciato le sue canzoni e un pugno di immagini. Sogni o incubi, o forse altro ancora. Solo le immagini di un poeta possono provare a raccontarlo.
Dalle nebbie della memoria e dai bytesgranati di un video, custodito daYoutube («Nick Drake 70’s festival »),emerge questa brevissima sequenza,12 secondi, in un cui un uomo allampanato,giacca scura elegante, lovediamo sempre di spalle, ad ampie
falcate sembra entrare nei tipici spazidi un ritrovo giovanile di un tempo,all’aperto, dove si fa musica, peace andlove. Capello lungo che gli lambisce lespalle. Sono le uniche immagini chesi posseggano di Nick Drake, un mitocontemporaneo della musica. Nick e
suoi dieci passi (contati) per usciredall’inquadratura.Nicholas Rodney Drake, detto Nick,uno dei musicisti più colti e misteriosi
del Novecento, nato in Birmania nel1969, figlio di Rodney, lì trasferitosiper lavorare alla Bombay BurmahTrading Corporation. Poi Nick torneràin Inghilterra, dove si formò all’Universitàdi Cambridge. Ma soprattuttoNick, lo sappiamo dai suoi tre unicidischi di folk-rock pubblicati in vita(«Five Leaves Left», «Bryter Later»,«Pink Moon»), soffriva di depressionee, nel 1974, morì a casa sua per overdosedi antidepressivi. In vita guadagnòpochissimo con la sua musica ma,dalla metà degli anni 80, grazie adautori come Robert Smith, David Sylviane Peter Buck, lafama di Nick Drakesi consolidò, trasformandolonell’artistache, anche inconsciamente,
(quasi) tutticonoscono. In «Cinquesecondi», l’ultimofilm di Paolo Virzì, adesempio, la sequenzafinale è accompagnatadalle morbide notedi «Place to Be».Questa lunga premessaper dire cheè da poco in libreria«I dieci passi di NickDrake» (Miraggi ed., pp. 256, 22euro) dello scrittore torinese LucaRagagnin, un ipnotico dialogo immaginario,racconto-biografia perricordare l’arte e la poesia di un autoreche così a fondo è entrato nellenostre fibre spirituali. Nick, nel librodi Ragagnin, racconta la propria vitacon una voce-flusso di coscienza chegiunge dall’indistinta terra della postmorte.Da laggiù ripercorre la suainfanzia, la passione per la musica,l’inadeguatezza nei confronti di tuttociò che sta al di fuori di una canzone,a partire dai sentimenti e dai legamiterreni, la difficoltà di integrarsie accettare le regole commercialidell’arte. La «voce altra », che nonappartiene a nessuno o forse a tutti i
consumatori di opere e che irrompeper dire la sua sulla figura dell’artistaassoluto, violento e fragile. Una voceche procede per evocazioni oniricheche prende spunto, appunto, dall’unico,brevissimo filmato che abbiamodi Drake.Luca Ragnanin ha iniziato un tour dipresentazioni, nelle librerie, con ospitiillustri. Dopo la data dell’11 febbraioall’Nh Collection di piazza Carlina,il 15 febbraio alle 18 il giro proseguealla libreria Luna’s Torta di Torino(via Belfiore 50), per poi proseguirea Padova, Gorizia, Udine, Rovereto
e tornare a Torino, il 27 febbraioalle 18.30, a L’Ibrida Bottega. Bellepagine evocative, quelle del libro diRagagnin, perché, anche così, nonci si stanca mai di ascoltare la voce diNick che, con la sua chitarra, ci parla,ancora e ancora. E anche se « […]al ragazzo altissimo restano ancoracinque passi (perché, ndr) l’intera suastoria di uomo adulto in movimentosi concluderà tra cinque passi […]», idischi di Drake, con la sua Luna Rosa«Pink Moon», continuano a mostrarciuna via possibile per la nostra (agitata)esistenza contemporanea.
Ci sono artisti che sembrano destinati a essere capiti solo dopo. Nick Drake è uno di quelli. E I dieci passi di Nick Drake, appena uscito per Miraggi Edizioni, prova a fare una cosa difficile ma necessaria: raccontare il mito senza mitizzarlo, restituendo carne, silenzi e crepe a una delle figure più fragili e luminose della musica del Novecento.
Questo libro non è soltanto una biografia musicale. È un viaggio dentro una sensibilità fuori tempo massimo, dentro una vita che sembra costantemente sul punto di sfuggire a se stessa. Nick Drake nasce nel 1948 a Rangoon, cresce nell’idillio solo apparente di Far Leys, una casa immersa nella campagna inglese che diventerà rifugio, prigione e matrice poetica. La musica, in quel contesto familiare, non è un passatempo ma un respiro: la madre Molly scrive canzoni, l’arte è parte della quotidianità, il suono è una forma di linguaggio emotivo prima ancora che professionale.
Il testo segue Drake passo dopo passo, senza scorciatoie romantiche. C’è l’adolescente che non si sente pronto per l’università ma vive di chitarra, i concerti nei locali di Soho, le prime band jazz, l’ossessione per un suono che sia davvero suo. E poi Cambridge, vissuta più come un peso che come un’opportunità, e quella sensazione persistente di essere sempre nel posto sbagliato, giudicato dalle persone sbagliate.
Quando entra in scena Joe Boyd, e con lui la possibilità concreta di incidere, il libro accelera e si fa quasi cinematografico. Le session di Five Leaves Left, gli arrangiamenti orchestrali, il rapporto decisivo con Robert Kirby, le esitazioni sul titolo, sulla copertina, sull’identità stessa del disco. Tutto è fragile, tutto è in bilico. Le canzoni – da “River Man” a “Way To Blue” – nascono già come confessioni sussurrate, impermeabili a qualsiasi logica di mercato.
Eppure il mondo, fuori, sembra non accorgersene. Le recensioni sono tiepide, le vendite deludenti, la stampa distratta. Nick Drake diventa invisibile mentre sta creando qualcosa che, col senno di poi, risulterà fondamentale. Il libro è molto onesto nel raccontare questo cortocircuito: un talento enorme che non riesce a stare dentro l’industria, concerti vissuti come torture, una timidezza paralizzante, l’incapacità di “stare sul palco” secondo le regole non scritte del rock.
La depressione, qui, non è mai un espediente narrativo. È una presenza costante, invasiva, che si infiltra nella vita quotidiana e nella musica. Ricoveri, rifiuto della psichiatria, isolamento crescente. Bryter Layter nasce già sotto il segno dell’incomprensione, Pink Moon è il punto di non ritorno: registrato in due notti, essenziale, spoglio, quasi un testamento. Un disco che oggi è considerato un capolavoro assoluto, ma che all’epoca passa quasi inosservato.
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di non cercare spiegazioni facili. Non c’è la retorica dell’artista maledetto, né quella del genio incompreso usata come alibi. C’è invece il racconto di un uomo che si sente “un parassita”, che vorrebbe sparire dentro la propria opera, che non riesce a reggere il peso di un talento troppo grande per una struttura emotiva troppo fragile.
Il finale è inevitabile, ma non viene mai spettacolarizzato. La morte di Nick Drake a 26 anni arriva come un silenzio improvviso, non come un colpo di scena. E solo dopo, paradossalmente, arriva tutto il resto: la riscoperta, il culto, l’influenza su generazioni di musicisti, la consacrazione postuma.
I dieci passi di Nick Drake è un libro necessario perché restituisce complessità a una figura spesso ridotta a icona malinconica. E una lettura dolorosa ma lucidissima, che parla di musica, certo, ma soprattutto di identità, di fallimenti, di aspettative, di quanto possa essere difficile restare al mondo quando il mondo non sembra avere spazio per te.
Nick Drake oggi è considerato uno dei più grandi cantautori della sua epoca. Questo libro ci ricorda il prezzo altissimo che ha pagato perché noi potessimo accorgercene.
Drake è la mia ossessione da 30 anni – Gli ho rivelato il suo successo postumo. Il suo unico linguaggio era la musica le persone donne o uomini non lo interessavano.
Una passione coltivata a lungo e un nuovo libro. Esce mercoledì 28 gennaio per Miraggi Edizioni “I dieci passi di Nick Drake”, lavoro che si legge tutto d’un fiato in cui lo scrittore torinese Luca Ragagnin ripercorre la vicenda del cantautore britannico, trascurato all’epoca e poi diventato oggetto di culto dopo il suicidio con barbiturici avvenuto nel 1974 a soli 26 anni. Ragagnin, com’è nata l’idea e come si è documentato? «Drake era per me un’ossessione da almeno trent’anni, in precedenza avevo scritto su di lui un racconto breve per un’antologia. A partire da quello mi sono convinto che fosse il momento di mettere mano a un progetto più ampio. Ho letto o riletto, visto o rivisto, ascoltato o riascoltato, tutto quel esiste su di lui. Finché mi sono imbattuto in un video amatoriale, 13″ rintracciabili su YouTube come “Nick Drake Footage”. C’è lui, inequivocabilmente, che cammina in mezzo alla folla, che entra o esce da un evento, non si capisce. I suoi passi sono dieci, da cui il titolo del libro. È anche l’unico video, per il resto esistono solo foto». Emozionato? «Di più, è stato come per un credente potrebbe essere imbattersi nel video che ritrae un santo ai tempi in cui i video si pensava non esistessero». Perché la scelta di far parlare un cantautore in prima persona nelle pagine? «Farlo parlare da morto mi ha consentito di informarlo di fatti che all’epoca non poteva conoscere, segreti che alcuni produttori non gli rilevarono e, soprattutto, il successo postumo cui è andato incontro». Poi ci sono intermezzi, evidenziati con il carattere maiuscolo, in cui prende la parola una voce esterna… «Un’entità non precisata, sognante, che non necessariamente sono io, che punteggia il racconto con riflessioni più generali sulla funzione dell’arte, su cosa sia un vero artista, trasportando così la vicenda nel presente». Quando arrivò il successo postumo di Drake? «Fortunatamente la Island tenne i suoi tre dischi in catalogo, nonostante non vendessero praticamente niente, ma per cambiare il destino ci sarebbe voluta una buona decina d’anni, quando la sua “Pink Moon” fu utilizzata dalla Volkswagen per uno spot diffuso in tutto il mondo. Il resto lo fecero artisti importanti, come i Cure, che dissero di dovere il nome a un suo brano». Resta un mistero la sua sessualità: davvero non c’è notizia di vicende erotico sentimentali nella vita di quel ragazzo? «Qualcuno ha parlato di omosessualità repressa, ma credo che la faccenda fosse un’altra. Il corpo non apparteneva alla sua maniera di comunicare, per lui l’unico mezzo espressivo era la musica, le persone fisiche, donne o uomini che fossero, non gli interessavano». Perché ha dedicato il libro a Max Casacci, di cui oltretutto è “complice di parole” per i testi dei Subsonica? «Perché siamo cresciuti insieme coltivando le stesse passioni musicali e letterarie. La complicità si è rinnovata per il prossimo disco del gruppo, cui ho dato il mio contributo». Qual è oggi la sua Torino? «Sostanzialmente casa mia, sono tornato da una decina d’anni nel quartiere Crocetta, nell’appartamento in cui ero cresciuto. Dalla finestra della cucina, che è una delle mie postazioni di scrittura, vedo l’oratorio dove passavamo le giornate Max e io. Esco poco, ma di sicuro lo farò l’11 febbraio, quando presenterò per la prima volta il libro all’NH di piazza Carlina con Gigi Giancursi e Carlo Bordone».
Luca Ragagnin sta per arrivare in libreria con il nuovo volume dedicato a NickDrake «Può farci riflettere sulla funzione dell’arte odierna in un mondo che va in fretta».
Figura poetica e tragica del folk inglese tra gli anni Sessanta e Settanta, Nick Drake ci ha lasciato tre dischi meravigliosi, di cui i posteri si sono accorti solo molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1974 a 26 anni per un’overdose di antidepressivi. Di lui esiste solo un video di pochi secondi, ripreso di spalle a un festival, in cui si allontana facendo dieci passi. «Non siamo nemmeno sicuri che sia Drake, anche se la figura alta e magra sembra proprio la sua», dice Luca Ragagnin, scrittore torinese e «complice di parole» dei Subsonica, che all’artista britannico ha dedicato un nuovo libro che prende spunto e titolo proprio da quel video, I dieci passi di Nick Drake, in arrivo il 28 gennaio per Miraggi. Una creatura letteraria ibrida, affascinante, né biografia né romanzo, ma entrambe le cose. Con due voci narranti: la prima del cantante e la seconda … di chi è la seconda?
«Si potrebbe pensare che sia la mia, ma non è così. È una voce incorporea che mi serviva per le considerazioni che volevo fare sull’artista puro che si sottrae alla società dello spettacolo. Ma è anche una voce che si muove in una dimensione onirica, seguendo i dieci passi del video, ossessionata da questo cantante che – in un’epoca in cui la musica faceva grandi numeri – decise di rimanere indietro: per la sua mente, la sua indole, ancor prima che per la malattia schizofrenica».
Perché questa storia merita di essere raccontata nel 2026?
«Per l’amore enorme che provo per lui da decenni. E perché credo che la sua esperienza possa offrire un gancio per ragionare su alcuni aspetti della funzione dell’arte odierna, in un mondo ormai privo di attenzione, dove c’è una fretta enorme nella fruizione di tutto».
Un Nick Drake oggi che fine avrebbe fatto?
«I problemi che trovò all’epoca si sarebbero moltiplicati, con la differenza che forse non avrebbe trovato un Joe Boyd, il produttore che lo sostenne, produsse i suoi dischi e ottenne dalla Island la promessa che non sarebbero mai usciti di catalogo, nonostante le poche vendite. Probabilmente non avremmo la sua musica: se hai un motore diesel, oggi nessuno ti aspetta».
La parte biografica è tutta attendibile o ha inserito elementi di fiction?
«Le linee della vita sono quelle reali, compresi aneddoti curiosi come l’incontro in Africa con i Rolling Stones e il loro caravanserraglio. A essere inventati sono i dialoghi. Lì mi sono concesso le licenze maggiori, per esempio immaginando un incontro tra Nick Drake e Anthony Phillips dei primi Genesis, che aveva paura del palco e suonava seduto. Drake aprì davvero un loro concerto e ho pensato a un dialogo tra questi due artisti timidi».
Il libro è dedicato a Max Casacci, «mio fratello che sai la musica».
«Ci siamo conosciuti poco più che bambini all’oratorio della Crocetta. A 15 anni ascoltavo già tanta musica, ad alto volume, con le finestre aperte. Max e gli altri amici mi venivano a trovare. E visto che stavo al pianterreno, entravano direttamente dalla finestra. Poi ne abbiamo passate tante assieme, attraversando la stagione del prog e della new wave, condividendo sempre dischi e libri, senza mai perderci».
Finendo anche a collaborare nei Subsonica. Qual è il suo ruolo?
«Mi è piaciuta la formula che abbiamo usato per il primo disco e abbiamo tenuto empre quella: complice di parole. Una via di mezzo tra il lavoro di editing e la scrittura assoluta».
C’è qualche canzone in cui è stato più complice di altre?
«Con i Subsonica si passa attraverso un numero tale di stesure e re-impasti che alla fine è difficile – e non ha nemmeno senso – dire chi abbia scritto cosa. Tra l’altro, avviene quasi sempre a sei mani, con Max e Samuel. Se devo indicare un brano scelgo Come se, in cui ci fu un gran lavoro di scrittura con Samuel. Un titolo simbolico, visto che è la prima traccia del primo disco».
Da insider, cosa ci può dire dell’imminente festa per il trentennale della band?
«Nulla più di quello che è già stato detto. Sarà bella ricca, con la mostra, i concerti alle Ogr e appuntamenti sparsi per la città in cui sarò coinvolto anch’io».
E del nuovo album che uscirà in primavera?
«Che è ottimo. Sono già uscite due tracce, ma i singoli sono sempre un discorso a parte: parecchi altri brani dentro l’album sorprenderanno i fan».
Invece quali sono tre canzoni di Nick Drake che tutti dovrebbero conoscere e perché?
«Solo tre? Di sicuro River Man, con la sua orchestrazione fantastica; Black Eyed Dog, una sorta di mantra blues dove si parla di un “cane nero” che per me è un riferimento alla malattia; e poi Pink Moon» title-track dell’omonimo album finale, incisa di notte, da solo con la chitarra».
Con “I dieci passi di Nick Drake”, Luca Ragagnin firma un romanzo biografico atipico, poetico e radicale, che restituisce la figura di Nick Drake evitando ogni tentazione celebrativa o cronachistica. Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione della vita del musicista inglese, ma a un racconto che sceglie una prospettiva audace: quella di una voce che parla da un altrove indefinito, da una zona di confine tra memoria, sogno e post-morte.
Nick Drake, autore di soli tre dischi ignorati in vita e diventati nel tempo capisaldi del folk-rock britannico, ripercorre la propria esistenza come un flusso di coscienza frammentato e lirico. Emergono l’infanzia, la scoperta della musica, l’inadeguatezza nei confronti delle regole del mercato discografico, la difficoltà di abitare il mondo al di fuori della canzone. Ragagnin costruisce un testo delicato e feroce insieme, in cui la figura dell’artista assoluto appare fragile, isolata, irriducibile a qualsiasi etichetta.
Il romanzo si muove per immagini oniriche e rivelazioni improvvise, prendendo spunto da un dettaglio reale e quasi leggendario: l’unico brevissimo filmato esistente di Nick Drake, dodici secondi sbiaditi in cui il cantautore si allontana di spalle tra la folla di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. Sono proprio quei “dieci passi” prima di uscire dall’inquadratura a diventare la metafora centrale del libro: uno spazio minimo in cui si concentra un’intera visione del futuro, non solo di Drake, ma anche di chi continua ad ascoltarlo e a riconoscersi nella sua voce a mezzo secolo di distanza.
Nella letteratura ceca del Novecento si possono riscontrare, a partire da inizio secolo, un ingente numero di voci femminili. Nonostante questa presenza massiccia e riconosciuta di intellettuali donne, l’editoria italiana sembra non darvi spazio in traduzione, tranne in riferimento a pochissimi casi. Il primo riguarda Božena Němcová, un simbolo della letteratura ceca ottocentesca, le cui opere tradotte sono ormai oggi introvabili sul mercato editoriale, sia le raccolte di fiabe sia il romanzo Babička (“La nonna”, 1855 – tradotto nel 1925 e nel 1951). L’altro caso è invece quello di Věra Linhartová, consacrata da Einaudi in Interanalisi del fluito prossimo e nuovamente pubblicata all’interno della Collana Praghese E/O con Ritratti carnivori. L’ultimo caso, particolarmente curioso, è invece quello dell’opera provocatoria di Jana Černá, che fa la sua comparsa nel panorama editoriale italiano con In culo oggi no, pubblicato per i Tascabili di E/O, e con Vita di Milena, edito prima da Garzanti e, successivamente, da Forum Edizioni con il titolo Lettere a Milena.
Nonostante questi esempi, moltissime opere non sono mai state tradotte in Italia, sebbene le intellettuali e le scrittrici ceche abbiano giocato un ruolo di primaria importanza, soprattutto nel secondo Novecento. Questo impegno femminile si nota sia all’interno della cosiddetta cultura ufficiale, sia nell’ambito della letteratura samizdat durante gli anni del regime.
Riguardo al tentativo di valorizzare l’impegno e l’importanza delle donne ceche, è bene segnalare il lavoro svolto dal Centro Ceco di Milano a partire dalla fine dello scorso anno con il progetto “Eroine ceche”, una mostra online in cui si tracciano i profili di alcune donne che hanno segnato la storia del Paese, come ad esempio Milada Horaková, Olga Hovlová o Vera Čáslavská. Un’altra iniziativa del Centro Ceco di Milano, che si lega nello specifico all’editoria, è rappresentata dalle interviste fatte ad alcune scrittrici ceche edite in Italia all’interno del progetto “La cultura in quarantena”, recuperabili sul canale YouTube del centro.
Nonostante questo interesse, sono molti i nomi che al lettore italiano restano sconosciuti come ad esempio quello della scrittrice e protofemminista Marie Majerová o autrici come Daniela Fischerová, Alexandra Berková o ancora lo sperimentalismo della poetessa Naděžda Slunská. Tra le intellettuali ceche del Novecento poco conosciute in Italia è importante ricordare anche il nome di Bronislava Volková, poetessa e autrice della monografia A Feminist’s Semiotic Odyssey Through Czech Literature.
L’attenzione nei confronti delle autrici ceche sembra essersi risvegliata negli ultimi anni, grazie soprattutto all’interesse manifestato da alcune case editrici. In particolare, la casa editrice Miraggi Edizioni ha pubblicato diversi romanzi all’interno della collana NováVlna. Nel 2018 sono infatti comparse la traduzione de Il lago (2016) di Bianca Bellová e quella de La corsa indiana (1990), di Tereza Boučková, entrambe a cura di Laura Angeloni. Nel 2020 sono stati editi altri tre titoli. Il primo Con Bata nella giungla dell’autrice Markéta Pilátová, già conosciuta con la traduzione del 2018 di In qualcosa dovremmo pur somigliarci, edita da Atmosphere Libri. Il secondo, Mona, ha ripresentato nuovamente la scrittrice Bianca Bellová ai lettori italiani. A fine anno è stato infine pubblicato La teoria della stranezza, il primo romanzo della scrittrice di Pavla Horáková. Nel febbraio del 2021, la collana ha proseguito con la pubblicazione de I tedeschi di Jakuba Katalpa, romanzo tradotto da Alessandro De Vito.
Keller Editore, che ha sottolineato il suo interesse per il panorama letterario ceco con la traduzione di autori come Jáchym Topol o Josef Pánek, ha pubblicato due romanzi appartenenti alla produzione, invece, femminile. Il primo, edito nel 2012, è I soldi di Hitler di Radka Denemarková, autrice conosciuta al pubblico italiano grazie anche alla pubblicazione di Contributo alla storia della gioia, edito nel 2018 dalla casa editrice Roma Sovera. Il 2017 è stato l’anno de L’eredità delle dee di Kateřina Tučková, testo pluripremiato in terra ceca e che ha riscosso un enorme successo anche in Italia, dove è stato definito come uno dei romanzi cechi più interessanti degli ultimi anni. Questo non ha, però, rappresentato il debutto dell’autrice in Italia, nel 2011 era infatti già stata pubblicata l’opera L’espulsione di Gerta Schnirch per la casa editrice Nikita.
Fondamentale è stata anche la pubblicazione delle opere di Sylvie Richterová, importantissima scrittrice e saggista, di cui sono stati editi due romanzi, ovvero Topografia da parte di E/O nel 1986 e Che ogni cosa trovi il suo posto, pubblicato nel 2018 da Mimesis Edizioni. Nel 2014 è stata pubblicata l’opera Sparire dell’autrice Petra Soukupová per la casa editrice Atmosphere Libri. Infine, il 2020 si è concluso con la pubblicazione del poliziesco La casa al civico 6 della scrittrice Nela Rywiková, presso Edizioni le Assassine.
Per l’occasione si è deciso di intervistare la traduttrice Laura Angeloni e Alessandro De Vito, a sua volta traduttore ed editore presso la casa editrice Miraggi Edizioni, dove cura la collana NováVlna.
Intervista a Laura Angeloni
MM: Innanzitutto, le vorrei chiedere, come introduzione alla nostra breve intervista, il significato che ha per lei l’attività di traduzione e come ha deciso di occuparsi, nello specifico, della traduzione di opere ceche.
LA: Innanzitutto un aneddoto: riordinando le mie vecchie cose, non molto tempo fa, ho ritrovato un quaderno che riporta la data: Agosto 1986. È la mia traduzione, rudimentale e scritta a mano, di un romanzo inglese. Era l’estate dopo il terzo liceo, ero appena tornata da un viaggio studio a Londra con una valigia bella piena di libri in inglese, e a quanto pare avevo deciso di trascorrere il mio tempo libero traducendo. Un vecchio cimelio che mi ha commossa, perché mi ha dato misura di quanto la passione per la traduzione fosse già dentro di me. La risposta è qui: la traduzione per me è una passione che con studio e tenacia sono riuscita a trasformare in lavoro. Mi piace lavorare con le parole. Mi hanno sempre affascinato le lingue, mi hanno sempre affascinato i libri, e sono sempre stata attratta dalla scrittura, la traduzione mi appaga in tutti questi diversi aspetti. Per quanto riguarda il ceco, sono consapevole di quanto ciò possa suonare sentimentale, ma mi sono innamorata di Praga. È nato tutto da lì, ho studiato il ceco, ho cominciato a interessarmi della cultura e della letteratura ceca.
MM: Con la seconda domanda entriamo nello specifico dell’emergere delle voci femminili ceche all’interno dell’editoria italiana. Nel corso del Novecento sono state pochissime le autrici ceche tradotte, si possono davvero contare sulle dita di una mano. Come spiegherebbe lei questo aspetto? E, soprattutto, come spiegherebbe, invece, questo aumento di interesse negli ultimi anni?
LA: Credo che dobbiamo soprattutto guardare all’esplosione e al grande successo che hanno avuto le voci femminili nell’editoria ceca, parte tutto da lì. In Italia sono state tradotte tutte autrici che hanno avuto grande fortuna in patria. E la mia sensazione è che negli ultimi anni si traduca in generale più letteratura ceca, rispetto ad anni fa. Miraggi edizioni ha una collana ceca dedicata, Keller ha un occhio molto attento verso la cultura ceca, e sporadicamente se ne interessano anche altri editori. Nell’ottica in cui si cerca di portare in Italia tutta la letteratura di valore che viene pubblicata in Repubblica Ceca, mi pare normale che proporzionalmente siano aumentate anche le voci femminili tradotte. Guardando nello specifico ciò che ho tradotto io personalmente, autori e autrici più o meno si equivalgono.
MM: Lei ha tradotto diverse autrici e diversi autori, anche molto importanti a livello internazionale come nel caso de La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal (Miraggi, 2020) o Una persona sensibile di Jáchym Topol. Naturalmente ogni autrice e ogni autore manifestano la propria cifra stilistica. Se dovesse però rivolgere uno sguardo d’insieme alle due produzioni, potrebbe identificare degli elementi discordanti, sul piano dello stile oppure su quello della sensibilità?
LA: Ci ho provato, a pensare a degli elementi discordanti, ma non ci riesco. Posso trovare degli elementi discordanti, sia sul piano dello stile che su quello della sensibilità, tra singoli autori o autrici, ma non mi pare il caso di generalizzare. Forse le scrittrici donne hanno una naturale predisposizione per i personaggi femminili e viceversa, come del resto è normale che sia. Penso per esempio a Tereza Boučková, che ha scritto dei libri autobiografici in cui per forza di cose prevale una sorta di sensibilità femminile, anche quelli di Kateřina Tučková possono forse dirsi “libri di donne”. Ma poi penso al protagonista de Il Lago, per esempio, che è un ragazzo, e Bianca Bellová lo tratteggia con grande sensibilità e profondità, a mio avviso. Allo stesso modo mi ha sempre colpito, per esempio, il modo in cui Jáchym Topol riesce a descrivere i personaggi femminili, in Lavoro Notturno, e anche nel suo ultimo lavoro Una persona sensibile. Le donne del romanzo Lettera in scrittura cuneiforme di Tomáš Změskal sono di grande spessore. È una questione che si affronta spesso, se esistano una “letteratura maschile” e una “letteratura femminile”, ma a me sembra azzardato parlare di stili e sensibilità distinte dall’appartenenza a uno o all’altro genere.
MM: Un’autrice che ha avuto molta risonanza, non solo in Repubblica Ceca ma anche oltre i confini nazionali, è Bianca Bellová, di cui lei per Miraggi Edizioni ha tradotto Il lago e Mona. Potrebbe descriverci alcune caratteristiche della prosa di Bellová che ha riscontrato a livello di lettura e di traduzione?
LA: Bianca Bellová ha uno stile molto definito, consapevole, di una precisione quasi chirurgica, va dritta per la sua strada e non si perde mai. Poche pennellate e ti fa entrare in un mondo, concreto ed emotivo. La sua scrittura si mette a servizio della storia, Quando la traduco, ho la sensazione di percorrere un sentiero ben segnato, seguo le sue orme con fiducia, mi basta mettermi in ascolto. La mia fortuna con lei è anche che ha una voce che mi è molto familiare, un tono e un ritmo che mi risuona dentro fin da subito. Non faccio fatica a trovare la cifra stilistica.
MM: Tra le altre autrici tradotte, vorrebbe parlarci di una o più scrittrici ceche in particolare che lei apprezza particolarmente o le cui opere manifestano degli aspetti particolarmente interessanti?
LA: Adoro Tereza Boučková per il suo coraggio di parlare di sé e della sua vita senza l’artificio letterario di nascondersi dietro a dei personaggi fittizi, per la sua schiettezza, per quel suo scavarsi a fondo senza paura di mostrarsi o rivelarsi. Per la sua capacità di rinascere e ricrearsi anche nelle situazioni più critiche e difficili. Si dà alla scrittura con tutta se stessa, tanto che le sue grida, così come la sua risata cristallina, sembrano materializzarsi anche tra le sue parole scritte.
Petra Hůlová, almeno nei libri che ho tradotto, è una scrittrice molto eclettica che ha la grande capacità di creare mondi altri, di immedesimarsi in personaggi molto diversi da lei (rimarrà sempre un mistero per me la precisione con cui, a soli venticinque anni, è riuscita a descrivere il rapporto di una donna di sessant’anni col suo corpo). Sa vestire diversi stili a seconda delle storie che racconta, delle voci che interpreta, si immerge, inventa, sperimenta, gioca con le parole, e tradurla è stata una bellissima e divertentissima sfida. Mio grande desiderio è che i suoi libri, ormai introvabili, vengano ripubblicati da una casa editrice che possa dar loro il giusto valore.
Marketa Pilatová porta alla letteratura la sua esperienza multiculturale, l’aver vissuto mondi diversi, i suoi libri sono ponti tra paesi quasi agli antipodi tra loro per cultura, storia, mentalità. Mi pare che nel mondo odierno di ponti ci sia un bisogno estremo. Mi piacerebbe molto continuare a tradurla.
Intervista ad Alessandro De Vito
MM: La casa editrice Miraggi, in particolare con la collana Nová Vlna, sta facendo un lavoro davvero prezioso nella diffusione della letteratura ceca in Italia. Proprio all’interno di questa collana sono state tradotti numerosi romanzi di scrittrici ceche, ad esempio La corsa indiana di Tereza Boučková, oggetto di uno degli articoli dell’area di boemistica all’interno di questo numero. Si può dire che ci sia proprio l’intenzione di far scoprire una produzione che in passato è sempre rimasta un po’ in “sordina”?
AD: Oppure, che è in sordina oggi, o entrambe le cose. Da un lato infatti ci sono stati momenti storici in cui gli autori cecoslovacchi venivano tradotti e avevano un certo successo di pubblico, i sempreverdi Hašek, Čapek, Neruda o naturalmente Hrabal, senza arrivare al successo unico di Kundera, da un altro, passata l’epoca del post-sessantotto e dell’attenzione per i dissidenti, sono seguiti decenni di pubblicazioni più sporadiche, soprattutto a opera di case editrici medio-piccole. Io stesso, interessato alla letteratura ceca per via delle mie origini, mi sono mosso in questa direzione innanzitutto con l’idea di recuperare alcuni libri pubblicati decenni fa e ormai reperibili solo nei mercatini dell’antiquariato. Il mio chiodo fisso è stato per anni Il bruciacadaveri di Fuks, anche perché conoscevo meglio il periodo degli anni Sessanta proprio per via del cinema, della Nouvelle Vague ceca su cui ho svolto la tesi di laurea, la Nová Vlna a cui ci è piaciuto intitolare la collana. Poi, tornando a leggere in ceco, mi si è aperto un mondo di autori contemporanei, in grande prevalenza autrici, che era altrettanto un peccato non fossero disponibili per il lettore italiano. Ci sono perle, per dirla con Hrabal, che non si potevano lasciare sul fondo. Bianca Bellová e la sua forza espressiva unica, Tereza Boučková con la sua forza interiore femminile, Jan Balabán con la sua visione acuta e dolorosa del mondo, ma farei un torto agli altri: sono tutti molto particolari, brillanti, spesso così diversi da quello che si trova nei nostri libri.
MM: C’è l’intenzione di procedere su questa linea, nel senso di continuare a tradurre autrici meno note al pubblico italiano, a differenza invece di grandi nomi come quello di Bohumil Hrabal o Ladislav Fuks? Se dovesse fare un nome di un’autrice ancora da “scoprire” nell’editoria italiana, quale sarebbe?
AD: Le linee, di nuove proposte e di recupero dei classici, resteranno entrambe parallele e vitali. Come si fa a non voler proporre, ancora oggi nel 2021, degli Hrabal o dei Čapek ancora inediti? E ci sono tante opere di altri grandissimi autori ancora mai tradotte, o neglette da decenni. E lo stesso si può dire per gli autori, ehm, autrici, contemporanee. Senza farne per forza una questione di genere, dato che credo essenzialmente che la bontà o meno di un libro non dipenda dal sesso di chi l’ha scritto, stiamo comunque riflettendo a fondo sulla particolarità che in un paese europeo – ignoro se accada anche altrove, ma sarebbe interessante verificarlo – la stragrande maggioranza degli autori quotati dalla critica e che hanno successo presso il pubblico, siano autrici. È una diversità che una volta di più può portare, credo, punti di vista differenti, inusuali, moderni, cose che probabilmente abbiamo bisogno di leggere, o farci dire in faccia, da quell’angolo di rifrazione. Non è facile scegliere un nome, ognuna ha punti di forza notevoli, nella densità o nella leggerezza, nella profondità o nella sapiente danza delle parole per comunicare cose spesso tremende, diversamente non accettabili senza quella capacità artistica (questo è il caso di Tereza Boučková, di cui sta per andare in stampa L’anno del gallo). Personalmente mi sono divertito molto a leggere La teoria della stranezza di Pavla Horáková, che pure può sembrare un romanzo più leggero. Io amo Bianca Bellová, che scrive le sue pagine come se le passasse al tornio e alla fresa, togliendo tutto ciò che non serve, ma anche Markéta Pilátová con la sua capacità affabulatrice, una scrittrice che riuscirebbe a romanzare anche una lista di nomi di mobili Ikea. Mi è piaciuto molto l’ultimo libro che ho tradotto, I tedeschi, di Jakuba Katalpa, un vero grande romanzo, per pathos, personaggi ed epica, in un’architettura molto ben congegnata. E pubblicheremo quello che forse sarà il nostro più grande sforzo anche produttivo di sempre, il romanzo-mondo Hodiny z olova (“Ore di piombo”) di Radka Denemarková, scrittrice e intellettuale che vorrei conoscessero tutti, e che resterà a lungo con la sua opera. Quando hai per le mani un libro così, che affronta di petto il destino del mondo in questo nostro tempo, e lo fa in 800 pagine parlando da vicino della Cina nel cd “secolo cinese”, per averci vissuto a lungo fino a farsene espellere, puoi dire almeno di averci provato fino in fondo.
MM: Com’è la ricezione generale da parte dei lettori? Personalmente, noto un crescente interesse per la letteratura ceca, soprattutto noi tra giovani, sia che ci occupiamo di studiare queste realtà “altre” sia in quanto semplici lettori.
AD: Noi siamo una piccola casa editrice, per cui non è mai facile rispondere a questa domanda, o almeno, la risposta non può essere di ordine generale perché ancora molti non ci conoscono, non conoscono la collana e quel che facciamo. Tuttavia ci seguono con interesse ormai in tanti, in quella che tecnicamente resta una “nicchia” editoriale: anche quando un ceco è pubblicato da una grande casa editrice in questo momento non supera certi numeri. Speriamo di contribuire con le nostre pubblicazioni a innescare qualche scintilla in più, non si sa mai da dove nasca poi il fuoco più grande. Ecco, non ne potevo più che, frequentando da anni letterati e addetti ai lavori, citando la letteratura ceca si fosse rimasti solo a Švejk e ai Racconti di Malá Strana…
MM: L’ultimo libro pubblicato da Miraggi all’interno di Nová Vlna è I tedeschi. Una geografia della perdita, di Jakuba Katalpa. Essendone lei il traduttore, le vorrei chiedere a cosa si deve la scelta di tradurre proprio questo romanzo.
AD: È un libro che avevo adocchiato da tempo, mi interessa sempre molto la storia, il Novecento, e quell’immenso mistero che ha visto nascere in una delle nazioni più civili e culturalmente avanzate del mondo intero un orrendo buco nero politico e sociale, il nazismo. Naturalmente gli storici hanno molte risposte, ma trovo che siano i romanzi, spesso, a fornire chiavi di lettura interessanti per svelare, o tentare di capire, le motivazioni più intime e umane dell’uomo semplice, di chi si è trovato a vivere in quel tempo senza rendersene conto fino in fondo. Mi interessa per capire, per la memoria e perché spero che non si ripeta, anche se in altre parti del mondo l’orrore spunta fuori ogni momento senza sosta da sempre, connaturato com’è all’animo umano. Ma mi interessa soprattutto l’indagine dell’uomo, delle sue motivazioni, delle sue reazioni a determinati stimoli e reazioni. Cos’è il coraggio? E la vigliaccheria? E, alla fine di tutto, cos’è il Giusto e il suo contrario? Spesso i romanzi rispondono senza rispondere, ma riescono a mettere in luce alcuni aspetti archetipici. Nei Tedeschi non a caso i personaggi sono estremamente ben delineati, reali e epici, credibili ma anche incarnazione di modi di essere. Come nella tragedia antica, come nell’epica. O più semplicemente (o forse non è affatto più semplice) come nelle favole, quelle raccontate dalla protagonista Klara e citate in più punti nella narrazione, dove il Bene e il Male hanno volti e voci e un corpo. Ma sono favole “reali”, in cui il Bene e il Male coesistono nella stessa persona, con l’effetto che nessuno è del tutto colpevole, e nessuno o quasi è innocente. Come nel mondo reale, insomma. L’ho trovato un romanzo potente, che parla del passato, ma dice tanto a noi, oggi. E dato che parla anche della dolorosa questione della forzata espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia dopo il 1945, mi interessava un possibile parallelo con la fuga degli italiani da Istria e Dalmazia. La questione dei “vinti”, e di come si fanno i conti con il passato.
MM: Sempre in quanto traduttore, quali sono le peculiarità o le difficoltà nel tradurre una prosa come quella di Jakuba Katalpa oMarkéta Pilátová?
AD: Ogni autore ha le sue particolarità, ci sono autori oggettivamente molto difficili, basti pensare a Hrabal e alla sua funambolica e folle inventiva linguistica, che può mettere in difficoltà nell’interpretazione gli stessi lettori cechi, e altri più leggibili, o meno ambigui. I Tedeschi, tra i romanzi della Katalpa, è probabilmente quello con una prosa più piana, al servizio della narrazione, della vicenda e, come si diceva prima, dei personaggi. Ho imparato a non definire mai “facile” una traduzione, una volta colto l’aspetto linguistico, mai scontato, bisogna trovare la “voce” del romanzo, adattare l’italiano, o meglio trovare l’italiano giusto da usare per quel libro, per quell’autore. Lessico, registri, armonia, utilità, efficacia. Serve entrare nel testo, andare a trovare i protagonisti, “sentirli” come uomini e donne, per poterli “riscrivere” in un’altra lingua. E non è stato facile “sentire” tutte le donne protagoniste del romanzo, e la loro intensa sofferenza di donne e madri. E occorre uscire da sé, dalla propria visione, dalle proprie idiosincrasie, anche se ovviamente ogni traduttore darà inevitabilmente la propria impronta indelebile alla propria versione. Una cosa che faccio sempre è rileggere almeno una volta a voce alta (o sussurrando) tutto il libro. Credo che sia l’unico modo per “ascoltare” la lingua, capire se scorre, se si inceppa qualcosa. Per non far inciampare il lettore inutilmente, per fargli un buon servizio. Poi certo, se una cosa è complessa lo resta, e il lettore deve fare la sua fatica.
Il romanzo di Markéta Pilátová Con Bata nella giungla è anch’esso un romanzo di tipo storico, la sua prosa è stata definita affine al “realismo magico”, forse per l’influenza della sua lunga permanenza in Sud America. Si concede dei lirismi, delle variazioni, delle parti di racconto oniriche, dei personaggi che tornano come fantasmi in epoche successive alla loro morte, fa parlare persino la fabbrica di scarpe stessa! È stata un’avventura molto coinvolgente anche quella traduzione (ma forse qualcuna non lo è?), che inaspettatamente mi ha riportato anche a memorie famigliari e infantili. Infatti, parlando della famiglia Baťa, l’autrice utilizza spesso alcune espressioni o piccoli brani in dialetto della Haná o dello Slovácko, in Sud Moravia, zona di origine del “calzolaio che ha messo le scarpe al mondo”. Non è stato facile, ma era il dialetto che parlava mio nonno, originario di quelle parti, già un po’ col sapore dello slovacco: non si sa mai cosa può venire utile per tradurre. Che è un mestiere bellissimo, tradurre. Un artigianato finissimo e molto complesso perché fatto di molteplici aspetti, tecnici e di gusto, in cui si mette dentro la grammatica e decenni di letture altre, soprattutto italiane, palestra della lingua, dove spesso si cammina con finta noncuranza (e molti patemi) su un filo incerto. Sopra, sotto e di fianco, mille insidie. Ma alla fine, di solito si arriva con una grande soddisfazione.
Giuseppe e Maria, lui sedicente poeta e lei influencer che predica e pratica la verginità, sono in cerca del contesto ideale per vagliare nuovi orizzonti di intimità. Per loro sfortuna, il luogo prescelto non è un albergo qualunque, bensì l’Hotel Hilbert, che deve il nome al matematico tedesco, ideatore del Paradosso del Grand Hotel, e che si rivela una dimensione alternativa che segue le logiche dell’infinito. Li accoglie un istrionico portiere laureato in matematica, informandoli della difficoltà di assegnargli una stanza nonostante all’Hilbert le stanze siano infinite, e rimandando all’infinito la consegna delle chiavi per il semplice motivo che si è infatuato della donna. Il portiere chiama in causa Aristotele, Sant’Agostino e Nietzsche, e poi Kronecker e Gödel, rievocando i momenti cruciali nella storia della matematica, come la crisi dei fondamenti causata dalla scoperta, da parte di Russell, di una contraddizione nella teoria ingenua degli insiemi di Cantor, ovvero che non è possibile stabilire l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi come elemento, giacché, non contenendo se stessi come elemento, contengono se stessi come elemento. E così via, a furia di spiegare le applicazioni dell’infinito attuale e le caratteristiche dell’eterno ritorno, il portiere annichilisce Giuseppe e ammalia Maria, guidando quest’ultima tra le infinite meraviglie dell’infinito, dove tutto è possibile, e lo è infinite volte…
Gli amanti perduti del transfinito è un romanzo peculiare, divertente dalla prima all’ultima pagina, con momenti che metteranno alla prova il lettore poco predisposto alla matematica o che abbia urgenza di capire in che modo gli espedienti divulgativi plasmeranno la narrazione. Non ci si aspetti un racconto convenzionale: in una dimensione in cui tutto è possibile, non è necessario individuare gli snodi narrativi o comprendere una logica differente da quella della nostra presunta realtà. Meglio abbandonarsi come con la poesia, che d’altronde vive della non totale comprensione da parte del lettore; oppure pensare al piacere di immergersi in multiversi come quello di Epepe di Karinthy, con quel tipo di piacevole spaesamento. Curti è bravissimo ad animare il suo mattatore e a fargli sciorinare, in ordine crescente di difficoltà, ciò che bisogna sapere per immaginare l’infinito. Qualcuno si perderà strada facendo, ritrovando però sempre ad attenderlo l’umanità dei personaggi, per esplorare insieme un paradiso matematico in cui nessuno muore mai, o meglio, muore infinite volte e infinite volte rinasce e vive, e tutto gli è concesso, ogni gioia, ogni alternativa; l’infinito più grande, quello assoluto di Cantor, un nuovo Dio, benevolo e in qualche modo calcolabile. Curti consegna un’opera all’apparenza distante, quantomeno per impianto, dal precedente Quando i padri camminavano nel vuoto, segnalato dal Premio Calvino e pubblicato sempre da Miraggi, ma in realtà in dialogo con esso. Torna la qualità della scrittura, solida, accessibile e sorniona, tra il Buzzati raccontista e certi russi dei primi del Novecento, una prosa capace di umori diversi, di far danzare suggestione e matematica. Torna l’archetipo del padre, qui fondamentale nell’incapacità di Maria di autodeterminarsi, ma anche per il portiere, che ne ha ereditato l’idealizzazione dell’attrice Belinda Lee, così come era stata centrale in Quando i padri camminavano nel vuoto, nel quale l’autore esplorava l’autofiction e gli svantaggi di un genitore ossessionato dalla verbalizzazione. E ancora, torna la poesia, primo amore dell’autore, che qui caratterizza di sfuggita Giuseppe, ma che rimane una chiave di lettura di un testo all’apparenza razionalista che usa l’intelligenza per fantasticare sull’immortalità e sul libero arbitrio. Diventa chiaro, dopo che l’autore ci ha presentato le copie umane che si aggirano nell’Hotel, che Giuseppe e Maria potrebbero essere anche quelli biblici, e che impedendo loro di stare insieme, per gioco, il portiere stia predisponendo un presente radicalmente diverso da quello che conosciamo. Le interpretazioni di un simile romanzo sono infinite, e sebbene l’opera rimanga aperta (e come potrebbe chiudersi?), ben vengano esperimenti letterari che sanno stimolare zone intorpidite del nostro cervello, permettendoci di guardare il mondo, almeno per un po’, con uno sguardo diverso.
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