Qual è il modo migliore per raccontare la realtà? Questa è una delle tante domande che si pone continuamente il protagonista del terzo romanzo di Luca Quarin, pubblicato quest’anno da Miraggi edizioni, dal titolo “Il futuro della specie” e che propone spesso ai suoi interlocutori.
Il dibattito nel libro
«Alla fine ci siamo imbarcati in una lunga discussione [..] Marco sosteneva il romanzo, anche se stava scrivendo un saggio, io sostenevo il saggio, anche se volevo scrivere un romanzo. Il saggio serve a divulgare qualcosa che sappiamo delle cose […] quello che abbiamo capito della natura umana, ma anche quello che abbiamo capito del cosmo, della materia organica, degli esseri viventi. […] La civiltà occidentale si fonda sulle narrazioni non sulla divulgazione del sapere. Oppure su una divulgazione del sapere attraverso un processo esegetico di narrazione, o anche ermeneutico, come preferisci tu. In ogni caso la cultura che ci lega tutti quanti insieme è un’esperienza narrativa condivisa, non un’esperienza cognitiva. Noi non sappiamo niente della realtà. Alla fine ha detto che se il saggio divulga il sapere allora il romanzo lo produce. Se il saggio interpreta la realtà allora il romanzo la produce.» (pp. 197-198).
Il protagonista
Il protagonista del romanzo, un giovane giornalista che scrive per “Il Piccolo”, nell’aprile del 2019, mentre a Parigi infuria l’incendio che devasterà la cattedrale di Notre Dame, si appassiona a un evento di cronaca locale, la sparizione a Trieste di Fulvio Mancini – responsabile di ricerca e sviluppo per On-Ai, una startup specializzata in creazione di dati sintetici nell’ambito dell’intelligenza artificiale – assieme alla moglie e al figlioletto di tre anni.
Data la densità di temi affrontati nel romanzo, tutti di estrema attualità, molte sono state le curiosità che sono emerse durante la lettura, per cui abbiamo voluto incontrare l’autore, al fine di parlarne con lui.
Se il personaggio principale si chiama Luca Quarin, come l’autore
La prima domanda ruota attorno alla scelta di chiamare il personaggio principale e voce narrante in prima persona Luca Quarin, utilizzando un’omonimia che era già presente nel romanzo precedente, attribuita però all’antagonista di Andrea Ferro, protagonista, appunto di Di sangue e di ferro, uscito nel 2020 sempre per Miraggi Edizioni. Una scelta che si inserisce in un preciso filone narrativo, quello dell’autofiction, inaugurato e inventato nel 1977 da Serge Doubrowsky con il suo romanzo Fils e poi praticato da diversi autori, tra cui Philip Roth, Henry Miller, e, in Italia, da Walter Siti, Giulio Mozzi, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna.
Che cosa ha motivato questa scelta?
“Penso che il romanzo sia il laboratorio ideale dove analizzare il rapporto tra realtà e finzione e che chi scrive abbia qualche strumento più degli altri per condurre questo esperimento. D’altronde anche Plutarco diceva che “colui che inganna è più onesto di colui che non inganna”. Già il mio primo romanzo, Il battito oscuro del mondo, era popolato da omonimi, che si riverberavano uno nell’altro interrogando il lettore su quale fosse reale e quale fosse fittizio. In Di sangue e di ferro, il mio secondo romanzo, ho voluto spingere questo interrogativo ancora più avanti, affrontando il tema della narratività dell’identità individuale e della narratività dell’identità storica e sostenendo l’ipotesi che la finzione prevalga sulla realtà e che quindi la narrazione produca il reale più di quanto il reale produce la narrazione.
Di conseguenza ho deciso che d’ora in avanti Luca Quarin sarà il protagonista dei miei romanzi, anche se avrà poco o nulla a che fare con me e con la mia storia, proprio per sottolineare questa idea. E’ un’idea di autofiction diversa da quella di Siti, di Scarpa o della Ciabatti, dove la biografia dell’autore è anche la biografia del protagonista, e invece più vicina a quella di Houellebecq, di Auster o di Roth, che hanno scardinato il patto autobiografico teorizzato da Philippe Lejeune, secondo cui l’uguaglianza del nome garantisce che la storia è vera, dimostrando che lo stesso nome attesta che la storia è falsa”.
Un mondo ai più sconosciuto
Il protagonista del romanzo per chiarire il mistero che si nasconde dietro alla sparizione del giovane informatico e della sua famiglia lo porta, attraverso ricerche sempre più approfondite, ad addentrarsi nel mondo legato ai processi di machine learnig, che tra l’altro in questi giorni si sta originando un forte dibattito. Nel romanzo diverse pagine sono dedicate a questo argomento, sviluppato con un linguaggio adeguato ai non esperti.
Quarin, immagino sia stata una ben precisa intenzione, la sua, di avvicinare più persone possibile a questo tema «della tecnologia che sta travolgendo la specie umana e della specie umana che ha travolto il pianeta in cui vive» in estrema sintesi l’antropocene?
“La domanda che ha messo in moto la storia in effetti è proprio questa: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Mi sembra una domanda latente che non ha ancora trovato la forza di emergere con chiarezza, e di mettere in discussione i paradigmi della nostra cultura, ma che ha già cominciato a erodere i nostri riferimento i più profondi. Il sapere, la democrazia, la ragione. E’ un po’ la pulsione di morte di cui parla Zizek.
Ecco, ho sentito il bisogno di indagare narrativamente questo tema, il conflitto tra la specie umana e il luogo in cui vive, a partire da una delle nostre peculiarità più tipiche, la mobilità. Una mobilità desiderante che ha trasformato il pianeta in un enorme centro commerciale, divorando rapidamente risorse che la natura aveva accumulato con grande lentezza. Decine di anni contro milioni di anni”.
Riflessioni sul riscaldamento globale
In parallelo, se non in contrasto, un altro personaggio, Maria, una giovane donna conosciuta per caso ma figura che diventa sempre più importante, inserisce la questione ambientale attraverso un punto di vista molto originale, vale a dire il rapporto tra il movimento della vita animale e l’immobilità del mondo vegetale (p. 153) e questo permette alcune riflessioni su quali sono le caratteristiche dell’intelligenza utilizzate da queste due specie (p. 179), che portano a delle considerazioni relative al riscaldamento globale che ci affligge e per il quale non sembra si vogliano trovare soluzioni. La «capacità [delle piante] di adattarsi all’ambiente di prevedere una situazione mi sembrano estranee alla nostra esperienza. Il riscaldamento globale lo dimostra.
Dovremmo quindi imparare dalle piante, per salvarci?
“Ovviamente non ho nessuna ricetta né la più vaga idea di quale possa essere la soluzione del problema. La paleontologia ci dice che la vita media di una specie animale è di circa sei milioni di anni, e che dunque alla nostra specie ne mancano cinque milioni e ottocentomila prima che si possa estinguere con dignità. Ho l’impressione che dobbiamo farci venire un’idea se vogliamo arrivare a quel punto. Farci venire una buona idea potrebbe essere un segnale di vera intelligenza, visto che quello che abbiamo fatto fino a oggi mi sembra non la dimostri.
Al di là di questo, ho trovato stimolanti le considerazioni di autori come Telmo Pievani, Stefano Mancuso o Emanuele Coccia sulla vita vegetale e sul suo modo di interagire con il pianeta, un modo completamente diverso dal nostro. Ho voluto quindi raccontare una storia che mettesse a confronto questi schemi evolutivi attraverso il personaggio di Maria, una biologa che Luca incontra nella parte centrale del romanzo e che lo spinge a fare delle considerazioni che altrimenti non avrebbe fatto”.
Il parallelo con i Ragazzi di Via Panisperna
Parallelamente alle vicende legate all’indagine giornalistica sulla scomparsa di Fulvio Mancini – che viene accostata a quella di Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, membri entrambi del gruppo dei cosiddetti “Ragazzi di Via Panisperna” – si dipanano anche le vicende di Luca Quarin personaggio: la sofferta separazione dalla moglie Martina; il difficile e frustrante rapporto con il padre Pietro, famoso giornalista d’inchiesta; il ricordo della madre afflitta da una grave malattia psichiatrica e morta in modo tragico a causa di un incidente d’auto; il conflitto con il caporedattore che gli rifiuta gli articoli. A questo proposito è molto interessante anche la riflessione su cosa sia il giornalismo e su quanto la narrazione dei fatti può venire contaminata dalle personali convinzioni del giornalista.
Alla fine di una lunga discussione con il suo capo, Luca Quarin personaggio non sembra molto convinto che chi racconta una notizia debba rimanere sempre asettico, e lei?
L’inchiesta giornalistica sulla scomparsa dei Mancini in realtà è la metafora dell’indagine dell’uomo sulla natura delle cose. Il metodo giornalistico e il metodo scientifico si pongono entrambi l’obiettivo di conoscere la verità e procedono secondo schemi analoghi. Misura e verifica sperimentale per l’uno, acquisizione di informazioni e verifica delle fonti per l’altro. Il romanzo racconta il fallimento dell’inchiesta portata avanti da Luca Quarin che invece di seguire le regole del giornalismo trasmesse dal padre collega tra loro argomenti in apparenza lontani ma che ha la sensazione possano aiutarlo a trovare la soluzione. E in effetti la strada sbagliata lo conduce alla meta”.
Il suo romanzo è talmente denso che tra le pagine si insinua anche il curling, di cui il lettore scopre le origini piuttosto antiche, risalenti addirittura al XVI secolo; si parla delle migrazioni in atto e delle scellerate politiche messe in atto dai governi per contrastarle; di malattia mentale; della distanza tra godimento e desiderio; dell’aumento esponenziale di consumo dell’energia.
Quarin, un vortice di pensieri e di riflessioni che accompagnano la vita quotidiana del protagonista, pensieri e riflessioni che sono di tutti, in questo periodo storico. Si ha l’impressione che per liberarsene, in qualche modo, lei abbia dovuto attribuirli a un altro da sé, in un gioco di specchi. Sbaglio?
“Lacan sostiene che il desiderio non si soddisfa mai, ma si sposta continuamente da un oggetto all’altro (come una figura metonimica), mantenendo in vita il soggetto. D’altro canto il godimento è una pulsione che spinge il soggetto verso l’eccesso, anche a costo di distruggerlo, e che non coincide mai con l’oggetto del desiderio. Lo spazio tra desiderio e godimento mi sembra il luogo dove si svolge la vita della nostra specie. Mobilità, linguaggio, velocità e consumo di energia sono gli strumenti che usiamo per oscillare tra queste due polarità. Oscillazione che il digitale ha reso ancora più frenetica, spingendoci sempre di più verso la pulsionalità del godimento. Per questo ad un certo punto ho tirato in ballo il curling, perché è lo sport della lentezza e della propriocezione, quella consapevolezza corporea che ci aiuta a sentire quello che c’è attorno a noi”.
Nonostante la ricchezza e la complessità, il romanzo si legge velocemente, non solo per la curiosità di sapere che fine abbia fatto la famiglia Mancini, mistero che verrà naturalmente svelato, ma anche per la bella scrittura, elegante pur con concessioni alla contemporaneità, per l’ambientazione che restituisce una Trieste vera di cui si respirano i profumi e si riverberano i colori, le atmosfere, i personaggi che la popolano, per l’umanità dei personaggi, disegnati con le loro debolezze e con la loro, inesorabile, volontà di cercare ciascuno la propria strada.
Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.
Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.
Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.
Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.
Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.
L’impossibilità di spiegare Nick Drake
Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.
Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.
Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.
Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.
Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.
È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.
Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.
Una biografia che diventa voce interiore
Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.
Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.
Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.
Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.
Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.
Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…
Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucina, Canti del caos, La cipolla, Il grido, L’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.
Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.
Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia. Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Una storia che parte da un video brevissimo, in cui si vede una sorta di fantasma di spalle che potrebbe essere Nick Drake. Un eroe musicale tra i più misteriosi ed enigmatici, che rivive di inedite parole grazie alla fantasia intensa e ardita di Luca Ragagnin.
Riassumere l’opera di Luca Ragagnin in poche righe è una sfida. La vastità del suo lavoro e la sua capacità di muoversi tra generi diversi rendono difficile racchiudere tutto in uno schema preciso. Ragagnin si è cimentato in romanzi, racconti, opere teatrali, saggi e poesie, mostrando una versatilità rara. A questo va aggiunta la sua attività come paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao e molti altri. Il suo ultimo libro, I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, è un esempio lampante del suo talento e della sua capacità narrativa.
Eppure, viene naturale chiedersi: ha davvero senso scrivere un’altra biografia su Nick Drake? Dopotutto, sembra che tutto ciò che c’era da dire su uno dei cantautori più iconici degli anni Settanta sia già stato ampiamente trattato. Dalla pubblicazione dell’importantissimo libro di Nick Humpries nel 1997, passando per il lavoro di Gabrielle Drake (sorella di Nick) e Cally Callomon nel 2014, fino alla più recente biografia di Richard Morton Jack nel 2023, la parabola del musicista inglese è stata analizzata, esplorata e raccontata in tutte le sue sfumature. Anche in Italia, opere come il saggio di Ennio Speranza del 2020, Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione, sembravano aver messo un punto definitivo su questa storia. Quando le biografie sono accurate e attente alla verità storica, è difficile immaginare margini per l’innovazione.
Eppure, Ragagnin riesce a ribaltare questa premessa. Non si tratta semplicemente di scrivere una biografia; I dieci passi di Nick Drake è più di questo. È un romanzo storico, una narrazione che esplora la vita di Drake attraverso un’angolazione mai vista prima. La vera forza del libro sta nella scelta coraggiosa di raccontare la vita dell’artista inglese dalla prospettiva della prima persona, dando voce direttamente a Nick stesso. Il risultato di questo esercizio di immedesimazione è sorprendente; il lettore si ritrova travolto da un’esperienza quasi ipnotica che trasforma l’iniziale straniamento in un legame magnetico con il testo.
Il libro crea l’illusione di trovarsi faccia a faccia con Nick Drake, come se fosse lui a sussurrare i suoi pensieri all’orecchio di chi legge. A tratti si ha persino la sensazione che le pagine siano state composte con l’aiuto di una tavola ouija, evocando la figura dell’artista tramite un atto quasi esoterico. Questa opera di Ragagnin trascende i confini della classica biografia e diventa qualcosa di unico, come se fosse un dialogo intimo con un genio eterno che continua a ispirare generazioni intere.
Per comprendere a fondo l’opera di cui ci accingiamo a parlare, è necessario soffermarsi su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda un elemento enigmatico e quasi incredibile: la totale assenza di filmati che ritraggano Nick Drake da adulto, salvo uno. Questo unico frammento, della durata di appena tredici secondi, è reperibile su YouTube e lo potrete vedere alla fine di questo articolo. Si tratta di un video che mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina durante quello che sembra essere un festival musicale, di cui tuttavia non si conosce il nome. E nonostante non vi sia certezza assoluta che quel ragazzo sia effettivamente Nick Drake, le probabilità sono alte. Da qui parte Luca Ragagnin, utilizzando quella breve sequenza in cui Drake compie dieci passi come punto centrale attorno al quale si sviluppa l’intera narrazione. Quei dieci passi diventano il simbolo di una vita segnata dalla malattia e spezzata troppo presto, nella notte del 25 novembre 1974, quando calò il sipario sul giovane artista per sempre.
Il secondo aspetto cruciale risiede nella struttura narrativa adottata dall’autore: due linee narrative si intrecciano, contraddistinte da caratteri tipografici differenti. La parte scritta in carattere normale segue una sorta di cronaca dei fatti, pur mantenendo la narrazione in prima persona. Al contrario, il testo in maiuscolo mette in scena l’inconscio: un flusso di pensieri onirico e frammentato, ricco di visioni e suggestioni interiori.
È proprio questa dimensione inconscia a coinvolgere intensamente il lettore, proiettandolo nel turbinio caleidoscopico delle immagini confuse che attraversano la mente del protagonista. Con un aspetto peculiare: man mano che le pagine scorrono, il linguaggio si disgrega progressivamente, rispecchiando simbolicamente il deterioramento mentale del personaggio, sino a culminare nella sua tragica fine a soli ventisei anni, per un’overdose di farmaci. Questa decadenza linguistica non è casuale, bensì scelta con intelligenza narrativa. Non solo restituisce l’involontaria immedesimazione dello scrittore con il suo soggetto, ma trascina il lettore a vivere quasi empaticamente nei panni di Nick Drake.
Colpisce profondamente la meticolosità con cui l’autore cesella ogni dettaglio, frutto evidente di uno studio approfondito delle biografie già pubblicate sulla figura di Drake. Ancora più sorprendente è l’equilibrio perfetto tra le due voci che animano il romanzo. Ragagnin non si limita a raccontare Nick Drake, ma diventa Nick Drake. Ed è complesso distinguere dove finisca la narrazione dell’artista e dove inizi l’identificazione personale dello scrittore con lui, soprattutto sul piano psicologico.
Infine, ciò che davvero rende quest’opera memorabile è l’impressione vivida e intensa che le immagini evocate trasmettono al lettore. Si percepisce chiaramente che provengono da una dimensione altra, situata oltre i confini della vita stessa. E forse è proprio questo il tocco finale di una creazione letteraria che sembra guidata da un’ispirazione rara e potente. L’autore ha saputo fondere estro creativo e profonda competenza letteraria in un racconto che colpisce diretto al cuore e lascia un segno duraturo.
TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.
Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.
Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.
Dieci passi, un destino
Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.
Arte, cancellazione, memoria
Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.
Ignorato o quasi in vita (i suoi tre dischi vendettero complessivamente meno di cinquemila copie), il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974) ha conosciuto post mortem una fama del tutto meritata. Oggi la sua voce inconfondibile, struggente, accompagna le pubblicità televisive o fa da colonna sonora nei film di registi di culto. Artista appartato e nascosto a dir poco, Nick Drake riceve l’omaggio appassionato di Luca Ragagnin, prolifico autore di romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie nonché paroliere per artisti quali Subsonica, Delta V, Venditti, Mina.
Attenzione: questo suo «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi edizioni, 236 pagine, € 22) non è una biografia, bensì un romanzo, coraggioso e riuscito a partire dalla scelta di raccontare la vita breve di Nick Drake (con tracce di autodistruzione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, uomo fragile nella vertigine di cambiamenti epocali, e non solo in musica) affidando la voce narrante all’artista stesso, che parla in prima persona. Un romanzo che cattura a partire dal titolo. Già: perché dieci passi? Semplice: è riapparso un brevissimo filmato, lo si vede su YouTube. La ripresa sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In tutto dodici secondi nei quali spunta di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. A partire da quei passi Luca Ragagnin costruisce una doppia ammaliante narrazione, utilizzando due caratteri diversi per distinguerle. Da una parte la cronaca della vita di Nick Drake, affidata alla sua voce. Dall’altra, in maiuscolo, un flusso di coscienza interiore, fatto di sogni e visioni.
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