Il futuro della specie di Luca Quarin, uscito per Miraggi, sin dal titolo si propone di affrontare un tema legato a doppia mandata con i principali punti critici della nostra società: riscaldamento globale, intelligenza artificiale, antropocene. Tutto questo c’è, ma non si tratta di un saggio, bensì di un romanzo inchiesta, con marcati tratti noir.
Luca Quarin, che è anche il nome del personaggio, è un giornalista precario che si propone di indagare sulla scomparsa della famiglia Mancini, papà, mamma e figlio non hanno lasciato tracce, informazioni, non rispondono alle telefonate, e da subito la polizia indaga partendo dal lavoro dell’uomo, informatico in un’azienda che tratta di dati sensibili, il cui uso lascerebbe presupporre a qualcosa di nascosto, di torbido.
Il fatto però, che rende questa storia non solo intrigante, non solo utile a riflettere sulla consapevolezza umana dei processi mondiali che ci stanno minacciando, ma ben congegnata su canali narrativi canonici e non, è proprio la questione dei temi trattati. Infatti non ci sono solamente quei tipici stilemi che ci vengono propinati ogni giorno non di rado con l’obiettivo di farci prendere sottogamba le questioni più importanti.
Quarin costruisce la sua inchiesta, attraverso il protagonista Quarin, lasciando entrare di tutto: il curling, le mimose, la pietra e le scienze della vita, ma anche i rapporti con un padre scomodo, quelli con un figlio piccolo con cui tenere le relazioni non è semplice essendo un uomo separato, più in generale quelli con le donne, circostanziate e verosimili.
Del resto la complessità della nostra contemporaneità non dovrebbe permetterci di guardare a questi temi senza porli in relazione con altro, ed è questa la vera intelligenza del romanzo, che, una volta chiuso e guardato con distanza, assomiglia a una di quelle lavagne delle stazioni di polizia dei film dove i fili di lana collegano eventi, personaggi e luoghi in modo solo apparentemente casuale.
In questo modo Quarin, l’autore, dà voce a un personaggio che si presenta incerto, titubante, e proprio per questo più adatto a cogliere suggestioni che sfuggono il senso comune, e a una storia che vira piacevolmente e non di rado improvvisamente fra colpi di scena e momenti di vuoto, insomma in un modello di ricerca e di indagine che assomiglia molto alla realtà.
E non importa se non si capisce bene quale pista sia quella più giusta da seguire, perché quello che conta veramente è che Quarin, il giornalista, si rende conto di voler costruire la sua inchiesta sulla scomparsa della famiglia Mancini come una grande metafora della possibile scomparsa della specie umana.
In questo senso l’autore si prodiga a divulgare una serie di informazioni statistiche ed episodiche che ben sostengono le intenzioni del protagonista. Quella più rappresentativa, che esce dalla bocca di Maria, la donna più diafana che si possa immaginare, ci ricorda che gli animali sulla Terra sono lo 0,3 per cento di tutte le forme di vita, e che di questo 0,3 una percentuale ugualmente piccola riguarda la presenza umana.
Come a ricordarci che anche parlare od occuparci di problemi universali non dovrebbe essere un vanto, ma un lavoro onesto, silenzioso, coeso, fatto di piccoli gesti e di grandi dubbi.
«Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità».
Il friulano Luca Quarin sorprende con un romanzo il cui protagonista porta il suo stesso nome.
Dopo il precedente Di sangue e di ferro, in tour anche in Sicilia nel 2020, ecco il nuovo, Il futuro della specie (Miraggi, pp. 208, euro 21), del friulano Luca Quarin, che sorprende con un protagonista che ha il suo stesso nome. Quarin cosi esordisce per La Sicilia: «il romanzo racconta un inchiesta balorda sulla scomparsa di un informatico, Fulvio Mancini, sparito a Trieste nel 2019 assieme a moglie e tiglio, che un giovane giornalista friulano, Luca Quarin, porta avanti in mezzo a mille difficoltà personali e professionali. Dico balorda perché il protagonista non vuole fare davvero il giornalista ma non lo ha ancora capito. Lo scoprirà percorrendo la strada sbagliata, come capita spesso di fare, e ritrovandosi dentro qualcosa di più grande e più complicato di lui. Una storia di incendi, di curling, di glicini e di tante altre cose, per raccontare il tempo in cui viviamo, con dolcezza e umanità».
Un giallo quindi?
«In verità la scomparsa dell’informatico è il motore narrativo della storia ma non rappresenta il cuore del romanzo. Il meccanismo dell’inchiesta lo strumento che ho scelto per mettere in movimento una riflessione sul rapporto tra individuo e società, tra sapere scientifico e responsabilità etica, tra presente e futuro. La domanda “che cosa è accaduto a Mancini?” si trasforma progressivamente nella domanda che cosa sta accadendo nostra civiltà?”, “che alla cos’è [‘Antropocene”?»
Ha una risposta?
«No, visto che come tutti faccio parte della domanda. Ho l’impressione pero che la crisi dell’Antropocene metta in discussione una convinzione molto radicata nella modernità occidentale, ossia che l’uomo sia al centro del mondo: ma il pianeta in modo chiaro, come anche il riscaldamento globale, dicono che non lo è. “Il futuro della specie” una può essere letto come riflessione sul decentramento dell’umano, sulla necessità di riconoscere i nostri limiti e di ripensare il rapporto che abbiamo con il luogo che ci ospita e con le altre forme di vita che lo condividono, o vorrebbero condividerlo, con noi».
Il protagonista, Luca Quarin che ruolo ha in tutto questo?
«Ha una funzione simbolica importante. Le sue difficoltà familiari, le sue incertezze professionali e il suo bisogno di riconoscimento, riflettono una condizione esistenziale più generale. La sua ricerca di Mancini corrisponde alla ricerca di sé stesso ma anche alla ricerca di una risposta agli interrogativi di cui abbiamo appena parlato. La crisi individuale diventa il riflesso della crisi di una società che fatica a comprendere quale direzione prendere di fronte al vicolo cieco del presente». si individuale diventa il riflesso della crisi di una società che fatica a comprendere quale direzione prendere di fronte al vicolo cieco del presente».
Il suo romanzo indaga anche i legami tra vita animale e vegetale…
«Uno degli aspetti che ho trovato particolarmente interessante indagare, scrivendolo, è il confronto tra vita vegetale e vita animale. Tra mobilita e immobilità. Tra velocità e lentezza. La lentezza con cui si sono accumulati i combustibili fossili, ad esempio, e la velocità con cui si utilizzano. Decine di milioni di anni contro decine di anni. Poi anche l’idea della rete. Da un lato le reti ecologiche, dall’altro le tecnologiche. L’analogia tra strumenti che mettono connessione, che consentono lo scambio di informazioni, che aiutano l’adattamento e la cooperazione, ma che seguono direzioni diverse. L’integrazione, le reti naturali, la disintegrazione, quelle digitali. Alla fine il romanzo suggerisce l’idea che la sopravvivenza non sia garantita dalla competizione o dal dominio, bensì dalla comprensione delle interdipendenze che regolano la natura.
In questo senso, Il futuro della specie coincide con la capacità di imparare a pensarsi non come centro della realtà, ma come parte di una rete più ampia, dinamica e condivisa».
E se Mancini avesse fatto la scelta di Majorana? Fulvio Mancini è scomparso insieme alla moglie e al figlio di quattro anni. A chiedersi se ci sia un nesso tra due scomparse è un giornalista del Piccolo di Trieste. Mancini è un informatico. Il giornalista è Luca Quarin, figlio di un altro giornalista, Pietro, molto attivo e noto alla fine degli anni ’90, al tempo di Tangentopoli e agli albori del Vento del Nord, l’ascesa della Lega e dei movimenti regionali. Il richiamo al capolavoro di Leonardo Sciascia sul mistero di Ettore Majorana, forse il più brillante dei ragazzi di Via Panisperna, non è solo un pretesto narrativo. Si tratta, infatti, di un legame testuale. Anche Il futuro della specie (Miraggi, 2026), il nuovo romanzo libro di Luca Quarin è un’inchiesta filosofica. E la scelta dell’omonimia tra autore e personaggio è per il lettore la garanzia che la storia è falsa. La struttura narrativa è quella del giallo – ricostruzione di una vicenda oscura attraverso indizi – ma non si tratta di scovare alcun colpevole. La verità non è poliziesca ma etica e filosofica, appunto. A differenza dei dilemmi di Majorana, però, qui il tema non è la responsabilità umana di fronte alla costruzione di un’arma che potrebbe distruggere il mondo. In gioco questa volta non è la sopravvivenza dell’umanità, bensì quella della sua civiltà messa in discussione dalla potenza generativa dell’Intelligenza Artificiale.
Quarin protagonista del romanzo è un uomo in crisi dentro una società al tramonto. La sua compagna diffida di lui e il suo caporedattore non crede nella sua inchiesta. Si trova dunque in bilico tra un passato che stenta a voltarci le spalle, anzi incombe ancora come la figura paterna e un futuro i cui contorni sono immersi nella nebbia come il destino di Mancini e della sua famiglia. La storia che leggiamo è una foresta sconosciuta e insidiosa. Ci inoltriamo in essa interrogandoci fino a che punto la narrazione plasmi la realtà, e non il contrario cosicché il protagonista sia in qualche modo il doppio dell’autore. Ci viene così presentata una nuova versione di auto-fiction, una versione psicanalitica, in quanto la contrapposizione non è tanto tra verità e finzione, ma tra realtà e rappresentazione. Ad ancorarci è la cronaca del presente e quella del passato. Il rogo di Notre Dame e i ragazzi di Panisperna; Lacan e le migrazioni attraverso la rotta balcanica; il curling e l’intelligenza artificiale; il machine learning e l’antropocene: il viaggio di Quarin prende energia da continui salti narrativi, grazie ad un uso misurato e coerente della tecnica dell’hiperlink. Non leggiamo un anti-romanzo alla Pasolini, ma un post-romanzo, nel quale più che Carrère sentiamo la presenza di Houellebecq, e addirittura di David Lynch. Cos’è, infatti, l’indagine di Quarin se non un detour? Come Hari, la protagonista femminile di Solaris, sarà la presenza di Maria, una biologa, guarda caso, a condurre Luca verso la soluzione dell’enigma. Ma a suggerirgliela saranno le piante la cui intelligenza non è meno stupefacente di quella artificiale.
Qual è il modo migliore per raccontare la realtà? Questa è una delle tante domande che si pone continuamente il protagonista del terzo romanzo di Luca Quarin, pubblicato quest’anno da Miraggi edizioni, dal titolo “Il futuro della specie” e che propone spesso ai suoi interlocutori.
Il dibattito nel libro
«Alla fine ci siamo imbarcati in una lunga discussione [..] Marco sosteneva il romanzo, anche se stava scrivendo un saggio, io sostenevo il saggio, anche se volevo scrivere un romanzo. Il saggio serve a divulgare qualcosa che sappiamo delle cose […] quello che abbiamo capito della natura umana, ma anche quello che abbiamo capito del cosmo, della materia organica, degli esseri viventi. […] La civiltà occidentale si fonda sulle narrazioni non sulla divulgazione del sapere. Oppure su una divulgazione del sapere attraverso un processo esegetico di narrazione, o anche ermeneutico, come preferisci tu. In ogni caso la cultura che ci lega tutti quanti insieme è un’esperienza narrativa condivisa, non un’esperienza cognitiva. Noi non sappiamo niente della realtà. Alla fine ha detto che se il saggio divulga il sapere allora il romanzo lo produce. Se il saggio interpreta la realtà allora il romanzo la produce.» (pp. 197-198).
Il protagonista
Il protagonista del romanzo, un giovane giornalista che scrive per “Il Piccolo”, nell’aprile del 2019, mentre a Parigi infuria l’incendio che devasterà la cattedrale di Notre Dame, si appassiona a un evento di cronaca locale, la sparizione a Trieste di Fulvio Mancini – responsabile di ricerca e sviluppo per On-Ai, una startup specializzata in creazione di dati sintetici nell’ambito dell’intelligenza artificiale – assieme alla moglie e al figlioletto di tre anni.
Data la densità di temi affrontati nel romanzo, tutti di estrema attualità, molte sono state le curiosità che sono emerse durante la lettura, per cui abbiamo voluto incontrare l’autore, al fine di parlarne con lui.
Se il personaggio principale si chiama Luca Quarin, come l’autore
La prima domanda ruota attorno alla scelta di chiamare il personaggio principale e voce narrante in prima persona Luca Quarin, utilizzando un’omonimia che era già presente nel romanzo precedente, attribuita però all’antagonista di Andrea Ferro, protagonista, appunto di Di sangue e di ferro, uscito nel 2020 sempre per Miraggi Edizioni. Una scelta che si inserisce in un preciso filone narrativo, quello dell’autofiction, inaugurato e inventato nel 1977 da Serge Doubrowsky con il suo romanzo Fils e poi praticato da diversi autori, tra cui Philip Roth, Henry Miller, e, in Italia, da Walter Siti, Giulio Mozzi, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna.
Che cosa ha motivato questa scelta?
“Penso che il romanzo sia il laboratorio ideale dove analizzare il rapporto tra realtà e finzione e che chi scrive abbia qualche strumento più degli altri per condurre questo esperimento. D’altronde anche Plutarco diceva che “colui che inganna è più onesto di colui che non inganna”. Già il mio primo romanzo, Il battito oscuro del mondo, era popolato da omonimi, che si riverberavano uno nell’altro interrogando il lettore su quale fosse reale e quale fosse fittizio. In Di sangue e di ferro, il mio secondo romanzo, ho voluto spingere questo interrogativo ancora più avanti, affrontando il tema della narratività dell’identità individuale e della narratività dell’identità storica e sostenendo l’ipotesi che la finzione prevalga sulla realtà e che quindi la narrazione produca il reale più di quanto il reale produce la narrazione.
Di conseguenza ho deciso che d’ora in avanti Luca Quarin sarà il protagonista dei miei romanzi, anche se avrà poco o nulla a che fare con me e con la mia storia, proprio per sottolineare questa idea. E’ un’idea di autofiction diversa da quella di Siti, di Scarpa o della Ciabatti, dove la biografia dell’autore è anche la biografia del protagonista, e invece più vicina a quella di Houellebecq, di Auster o di Roth, che hanno scardinato il patto autobiografico teorizzato da Philippe Lejeune, secondo cui l’uguaglianza del nome garantisce che la storia è vera, dimostrando che lo stesso nome attesta che la storia è falsa”.
Un mondo ai più sconosciuto
Il protagonista del romanzo per chiarire il mistero che si nasconde dietro alla sparizione del giovane informatico e della sua famiglia lo porta, attraverso ricerche sempre più approfondite, ad addentrarsi nel mondo legato ai processi di machine learnig, che tra l’altro in questi giorni si sta originando un forte dibattito. Nel romanzo diverse pagine sono dedicate a questo argomento, sviluppato con un linguaggio adeguato ai non esperti.
Quarin, immagino sia stata una ben precisa intenzione, la sua, di avvicinare più persone possibile a questo tema «della tecnologia che sta travolgendo la specie umana e della specie umana che ha travolto il pianeta in cui vive» in estrema sintesi l’antropocene?
“La domanda che ha messo in moto la storia in effetti è proprio questa: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Mi sembra una domanda latente che non ha ancora trovato la forza di emergere con chiarezza, e di mettere in discussione i paradigmi della nostra cultura, ma che ha già cominciato a erodere i nostri riferimento i più profondi. Il sapere, la democrazia, la ragione. E’ un po’ la pulsione di morte di cui parla Zizek.
Ecco, ho sentito il bisogno di indagare narrativamente questo tema, il conflitto tra la specie umana e il luogo in cui vive, a partire da una delle nostre peculiarità più tipiche, la mobilità. Una mobilità desiderante che ha trasformato il pianeta in un enorme centro commerciale, divorando rapidamente risorse che la natura aveva accumulato con grande lentezza. Decine di anni contro milioni di anni”.
Riflessioni sul riscaldamento globale
In parallelo, se non in contrasto, un altro personaggio, Maria, una giovane donna conosciuta per caso ma figura che diventa sempre più importante, inserisce la questione ambientale attraverso un punto di vista molto originale, vale a dire il rapporto tra il movimento della vita animale e l’immobilità del mondo vegetale (p. 153) e questo permette alcune riflessioni su quali sono le caratteristiche dell’intelligenza utilizzate da queste due specie (p. 179), che portano a delle considerazioni relative al riscaldamento globale che ci affligge e per il quale non sembra si vogliano trovare soluzioni. La «capacità [delle piante] di adattarsi all’ambiente di prevedere una situazione mi sembrano estranee alla nostra esperienza. Il riscaldamento globale lo dimostra.
Dovremmo quindi imparare dalle piante, per salvarci?
“Ovviamente non ho nessuna ricetta né la più vaga idea di quale possa essere la soluzione del problema. La paleontologia ci dice che la vita media di una specie animale è di circa sei milioni di anni, e che dunque alla nostra specie ne mancano cinque milioni e ottocentomila prima che si possa estinguere con dignità. Ho l’impressione che dobbiamo farci venire un’idea se vogliamo arrivare a quel punto. Farci venire una buona idea potrebbe essere un segnale di vera intelligenza, visto che quello che abbiamo fatto fino a oggi mi sembra non la dimostri.
Al di là di questo, ho trovato stimolanti le considerazioni di autori come Telmo Pievani, Stefano Mancuso o Emanuele Coccia sulla vita vegetale e sul suo modo di interagire con il pianeta, un modo completamente diverso dal nostro. Ho voluto quindi raccontare una storia che mettesse a confronto questi schemi evolutivi attraverso il personaggio di Maria, una biologa che Luca incontra nella parte centrale del romanzo e che lo spinge a fare delle considerazioni che altrimenti non avrebbe fatto”.
Il parallelo con i Ragazzi di Via Panisperna
Parallelamente alle vicende legate all’indagine giornalistica sulla scomparsa di Fulvio Mancini – che viene accostata a quella di Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, membri entrambi del gruppo dei cosiddetti “Ragazzi di Via Panisperna” – si dipanano anche le vicende di Luca Quarin personaggio: la sofferta separazione dalla moglie Martina; il difficile e frustrante rapporto con il padre Pietro, famoso giornalista d’inchiesta; il ricordo della madre afflitta da una grave malattia psichiatrica e morta in modo tragico a causa di un incidente d’auto; il conflitto con il caporedattore che gli rifiuta gli articoli. A questo proposito è molto interessante anche la riflessione su cosa sia il giornalismo e su quanto la narrazione dei fatti può venire contaminata dalle personali convinzioni del giornalista.
Alla fine di una lunga discussione con il suo capo, Luca Quarin personaggio non sembra molto convinto che chi racconta una notizia debba rimanere sempre asettico, e lei?
L’inchiesta giornalistica sulla scomparsa dei Mancini in realtà è la metafora dell’indagine dell’uomo sulla natura delle cose. Il metodo giornalistico e il metodo scientifico si pongono entrambi l’obiettivo di conoscere la verità e procedono secondo schemi analoghi. Misura e verifica sperimentale per l’uno, acquisizione di informazioni e verifica delle fonti per l’altro. Il romanzo racconta il fallimento dell’inchiesta portata avanti da Luca Quarin che invece di seguire le regole del giornalismo trasmesse dal padre collega tra loro argomenti in apparenza lontani ma che ha la sensazione possano aiutarlo a trovare la soluzione. E in effetti la strada sbagliata lo conduce alla meta”.
Il suo romanzo è talmente denso che tra le pagine si insinua anche il curling, di cui il lettore scopre le origini piuttosto antiche, risalenti addirittura al XVI secolo; si parla delle migrazioni in atto e delle scellerate politiche messe in atto dai governi per contrastarle; di malattia mentale; della distanza tra godimento e desiderio; dell’aumento esponenziale di consumo dell’energia.
Quarin, un vortice di pensieri e di riflessioni che accompagnano la vita quotidiana del protagonista, pensieri e riflessioni che sono di tutti, in questo periodo storico. Si ha l’impressione che per liberarsene, in qualche modo, lei abbia dovuto attribuirli a un altro da sé, in un gioco di specchi. Sbaglio?
“Lacan sostiene che il desiderio non si soddisfa mai, ma si sposta continuamente da un oggetto all’altro (come una figura metonimica), mantenendo in vita il soggetto. D’altro canto il godimento è una pulsione che spinge il soggetto verso l’eccesso, anche a costo di distruggerlo, e che non coincide mai con l’oggetto del desiderio. Lo spazio tra desiderio e godimento mi sembra il luogo dove si svolge la vita della nostra specie. Mobilità, linguaggio, velocità e consumo di energia sono gli strumenti che usiamo per oscillare tra queste due polarità. Oscillazione che il digitale ha reso ancora più frenetica, spingendoci sempre di più verso la pulsionalità del godimento. Per questo ad un certo punto ho tirato in ballo il curling, perché è lo sport della lentezza e della propriocezione, quella consapevolezza corporea che ci aiuta a sentire quello che c’è attorno a noi”.
Nonostante la ricchezza e la complessità, il romanzo si legge velocemente, non solo per la curiosità di sapere che fine abbia fatto la famiglia Mancini, mistero che verrà naturalmente svelato, ma anche per la bella scrittura, elegante pur con concessioni alla contemporaneità, per l’ambientazione che restituisce una Trieste vera di cui si respirano i profumi e si riverberano i colori, le atmosfere, i personaggi che la popolano, per l’umanità dei personaggi, disegnati con le loro debolezze e con la loro, inesorabile, volontà di cercare ciascuno la propria strada.
Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.
Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.
Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.
Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.
Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.
L’impossibilità di spiegare Nick Drake
Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.
Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.
Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.
Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.
Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.
È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.
Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.
Una biografia che diventa voce interiore
Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.
Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.
Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.
Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.
Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.
Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…
Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucina, Canti del caos, La cipolla, Il grido, L’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.
Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.
Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia. Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
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