Ignorato o quasi in vita (i suoi tre dischi vendettero complessivamente meno di cinquemila copie), il cantautore inglese Nick Drake (1948-1974) ha conosciuto post mortem una fama del tutto meritata. Oggi la sua voce inconfondibile, struggente, accompagna le pubblicità televisive o fa da colonna sonora nei film di registi di culto. Artista appartato e nascosto a dir poco, Nick Drake riceve l’omaggio appassionato di Luca Ragagnin, prolifico autore di romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie nonché paroliere per artisti quali Subsonica, Delta V, Venditti, Mina.
Attenzione: questo suo «I dieci passi di Nick Drake» (Miraggi edizioni, 236 pagine, € 22) non è una biografia, bensì un romanzo, coraggioso e riuscito a partire dalla scelta di raccontare la vita breve di Nick Drake (con tracce di autodistruzione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, uomo fragile nella vertigine di cambiamenti epocali, e non solo in musica) affidando la voce narrante all’artista stesso, che parla in prima persona. Un romanzo che cattura a partire dal titolo. Già: perché dieci passi? Semplice: è riapparso un brevissimo filmato, lo si vede su YouTube. La ripresa sbiadita di una piccola folla che raggiunge il luogo di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In tutto dodici secondi nei quali spunta di spalle la sagoma inconfondibile di Nick Drake. Sono appena dieci passi prima di uscire dall’inquadratura. A partire da quei passi Luca Ragagnin costruisce una doppia ammaliante narrazione, utilizzando due caratteri diversi per distinguerle. Da una parte la cronaca della vita di Nick Drake, affidata alla sua voce. Dall’altra, in maiuscolo, un flusso di coscienza interiore, fatto di sogni e visioni.
Romanzo (peraltro rigorosamente storico) che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine.
È difficile riassumere in poche righe la produzione letteraria di Luca Ragagnin: per la sua estensione e perché attraversa i confini di generi diversi. Ha pubblicato romanzi, racconti, opere teatrali, saggi, poesie. A questo va aggiunta la sua attività di paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao, e molti altri. Il suo ultimo libro “I dieci passi di Nick Drake” è uscito per Miraggi Edizioni il 28 gennaio nella collana Scafiblù.
È lecito chiedersi se un’altra biografia di Nick Drake possa avere senso, perché la sensazione è che tutto ciò che andava scritto su quello che è uno dei più grandi cantautori inglesi degli anni Settanta sia già stato scritto. Dal fondamentale libro di Nick Humpries (1997) a quello più recente di Richard Morton Jack (2023), passando per l’archivio creato da Gabrielle Drake, sorella di Nick, e da Cally Callomon (2014), l’opera pareva conclusa. Non solo in Albione, ma anche in Italia, dove va ricordato il saggio di Ennio Speranza “Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione” (2020). La domanda è lecita anche perché, se una biografia viene scritta con cura e aderenza alla verità storica, non rimane molto da aggiungere.
Ebbene, Luca Ragagnin dimostra l’esatto contrario. La sua ultima fatica non è tanto una biografia, quanto un romanzo (peraltro rigorosamente storico), che narra la storia dell’artista inglese da un punto di vista inedito e originale fino alla vertigine: la prima persona. Il libro, materialmente scritto dall’autore, ha la voce dello stesso Nick, grazie a un processo di immedesimazione che trova pochi precedenti nelle mie letture. Lo straniamento che ciò provoca al lettore nelle prime pagine si trasforma presto in un’attrazione magnetica che non dà tregua: mi sono trovato più volte a leggere il libro “at that time of the night”, per citare i Marillion, incapace di smettere. La sensazione è talvolta quella di avere tra le mani un libro scritto con la tavola ouija, utilizzata dagli spiritisti per comunicare con i defunti nelle sessioni medianiche.
Bisogna partire da due punti fondamentali. Il primo ha a che fare con un fatto misterioso e quasi incredibile: come è noto, non esiste alcun filmato che ritragga Nick Drake adulto, tranne uno. Lo si può reperire su YouTube, e dura appena dodici secondi. Mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina, in quello che pare essere un festival musicale, peraltro sconosciuto. Non c’è neppure la certezza che si tratti di lui, anche se la probabilità è altissima. Ragagnin parte da quel filmato, in cui Nick compie dieci passi, e tutta la storia ruota attorno a quei passi, analizzati uno per uno, che diventano la metafora di una vita malata e troppo breve, sulla quale il 25 novembre 1974 scenderà il buio per sempre. Il secondo si riferisce alla scelta di incastrare due narrazioni alternate, utilizzando due font diversi per distinguerle. Il testo normale, per così dire, è più vicino a una cronaca dei fatti, pur narrata in prima persona; quello in maiuscoletto dà voce all’inconscio, in un flusso di coscienza interiore che emerge da sogni e visioni.
È soprattutto la parte inconscia a trascinare il lettore dentro il caleidoscopio delle immagini spesso confuse che solcano la mente del protagonista. Con una particolarità: il linguaggio, mano a mano che si procede, si corrode sempre di più. Verso la fine, il tessuto connettivo dei pensieri si sfalda del tutto, a simboleggiare il procedere della malattia che finirà per portarsi via Nick a soli ventisei anni, per overdose di medicinali. I vortici del linguaggio hanno una funzione precisa: non solo testimoniano l’immedesimarsi dello scrittore con il personaggio, ma conducono il lettore stesso a sentirsi Nick Drake. È impressionante la minuta cura dei dettagli, segno palese di uno studio approfondito delle biografie esistenti. Soprattutto, sorprende la perfetta aderenza tra le due voci che attraversano il romanzo: Luca Ragagnin diventa, letteralmente, Nick Drake, ed è molto difficile comprendere quanto la narrazione riguardi l’artista e quanto invece il vissuto personale dell’autore, perlomeno a livello di identificazione psicologica. Il fatto, poi, che le immagini della storia siano assai vivide e allo stesso tempo provengano inevitabilmente da un Altrove che si trova oltre la vita, è il vero colpo di grazia dell’opera. In senso stretto, perché la sensazione è che l’autore abbia scritto in uno stato di grazia raro, utilizzando al contempo tutto l’estro e la competenza letteraria di cui è dotato.
Per necessità, “I dieci passi di Nick Drake” è un libro privo di futuro: è una visione a tunnel che può solo volgersi all’indietro. Tuttavia, pur nel compiersi di una tragedia annunciata, non è un libro negativo. Il distacco di Nick dalle cose del mondo, dalla fama (pure in parte desiderata), l’abbandono di tutto per dedicarsi esclusivamente alla musica, che in ultima istanza sarà la carrozza che lo accompagnerà alla sua fine, non ha il colore degli occhi di un cane nero. Una leggerezza seminascosta attraversa il romanzo, quasi ad aprire uno spiraglio su una dimensione parallela in cui le cose-del-mondo non arrivano perché non hanno alcun senso. Il sottotesto, inteso come rapporto tra il protagonista e il suo dilemma, è ricchissimo e ramificato: punta al conflitto tra la creazione artistica e la sua proposta al mondo; apre domande sull’amore e la sua natura (qual era la vera natura dei sentimenti di Nick verso Françoise Hardy?); descrive alla perfezione la sindrome dell’impostore, quel senso di perenne inadeguatezza che era uno dei pilastri del carattere di Drake e che affligge troppe persone di valore. La lista potrebbe continuare a lungo.
La conclusione è paradossale: scrivendo un libro su uno degli artisti che più ha incarnato il desiderio di sparizione, Ragagnin ha donato al mondo un libro che rischia seriamente di sopravvivere al tempo, ed è quasi una pietra miliare su diversi fronti – non ultimo quello della narrazione autobiografica per interposta persona. Un’operazione difficile ma sublime, che in questo caso è riuscita alla perfezione. “I dieci passi di Nick Drake” è un libro da leggere assolutamente, anche se non si ha idea di chi fosse Nicholas Rodney Drake, 1948-1974. Il motivo è che in “Fly”, uno dei suoi brani più splendidi, Nick non chiedeva solo “un secondo viso”, ma soprattutto “una seconda grazia”. Oserei affermare che Luca Ragagnin gliela abbia donata, e a questo punto forse il cerchio si può considerare chiuso in via definitiva.
La voce del cantautore inglese torna dall’oltrevita per raccontare Il paradosso di un’esistenza che ha trovato la fama attraverso l’assenza.
Ci sono dodici secondi di pellicola sbiadita, un frammento muto catturato in un festival mai identificato dei primi anni Settanta. In quei fotogrammi, una sagoma alta e dai capelli lunghi si allontana di spalle dalla cinepresa, mescolandosi alla folla. Quella sagoma è Nick Drake e, in quel video, compie esattamente dieci passi prima di uscire dall’inquadratura.
In questo volume, Luca Ragagnin ci offre l’apice della sua capacità di sintesi lirica, rendendo omaggio a un artista che, come lui, ha sempre lavorato sulla sottrazione e sul peso specifico delle parole. Luca infatti è autore per i Subsonica, Mina e Venditti, sempre attento al ritmo e parte proprio da quei dieci passi per costruire un’opera che sfida i canoni della biografia tradizionale.
Pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, “I dieci passi di Nick Drake” è un romanzo che non si limita a ripercorrere la cronaca di una breve esistenza (Drake nacque nel 1948 e morì a causa di un’overdose di amitriptilina nel 1974), ma dà voce all’artista stesso, facendolo parlare da un’indistinta “terra di post-morte”.
È da questa prospettiva malinconica che il cantautore ripercorre l’infanzia a Far Leys, l’inadeguatezza vissuta a Cambridge e quell’incapacità, divenuta poi cronica, di integrarsi nelle regole commerciali di un’industria discografica che, all’epoca, ignorò i suoi tre capolavori: “Five Leaves Left”, “Bryter Layter” e il definitivo “Pink Moon”.
Il cuore dell’opera di Ragagnin si trova proprio nel concetto di cancellazione. L’autore cuce addosso a Drake una riflessione profonda sul ruolo dell’artista assoluto: l’arte non come mestiere o ricerca di consenso, ma come “malinteso sociale” e strumento per scomparire.
“Serviva a cancellarmi”, leggiamo tra le pagine, quasi a giustificare quel ritiro silenzioso che portò Nick a morire nel suo letto, tra il salto di un solco dei Concerti brandeburghesi di Bach e l’ultima dose di Triptizol. La morte, in questa narrazione, non è una fine, ma una “giostra di stili”, un revival che finalmente permette alla musica dell’artista di prosperare, lontano dal terreno malato della fama immediata.
Ad arricchire la trama interviene una voce altra, un controcanto onirico che rappresenta il punto di vista di noi lettori e ascoltatori, testimoni di un’eredità che a distanza di mezzo secolo non smette di vibrare. Ragagnin, con la sua esperienza di narratore, poeta e drammaturgo, riesce a trasformare la materia biografica in un flusso di coscienza che sembra ricalcare la struttura circolare e ipnotica delle accordature aperte di Drake, creando un testo che esplora la risonanza del silenzio e la dignità di chi ha scelto di non urlare per essere ascoltato.
Deve essere uno spasso poter leggere Hrabal in originale – certo, vale per tutti i grandi scrittori, eppure ve ne sono che nell’eccentricità della lingua già dicono quella del mondo che raccontano.
Nel caso di Pabitele, ultima uscita italiana (editore Miraggi, lodevole marchio che sforna titoli belli che meriterebbero maggiore visibilità) è la stessa traduttrice, Barbara Zane, a ricordarci la complessità del lavoro. Il termine non ha un equivalente netto nella nostra lingua e indica qualcosa come sbruffoni. Gente che chiacchiera, insomma, che con la parola esagitata, concitata, irriflessa spesso copre le disavventure del vivere.
Quella di Hrabal è notoriamente scrittura erratica e iperbolica come i protagonisti dei racconti (l’edizione precedente era di Guanda, Vuol vedere Praga d’oro?), marginali, funambolici a modo loro che si muovono nella città magica ma privilegiando il registro comico alle preziosità barocche e misteriche di certa tradizione – nel celebre libro di culto dedicato alla città e ai suoi scrittori, il coté magico per l’appunto non consentì a Ripellino di soffermarsi più di tanto sul Nostro. Ma lo stesso slavista ne curò alcune edizioni, sottolineando gli aspetti stilistici legati al parlato – lì ne coglieva la cifra peculiare.
Del resto, la narrazione di Hrabal, qui e altrove, è fatta di personaggi che venderebbero le loro madri pur di non smettere di ciarlare, a vanvera se serve, a raccontare fole, testardi, ossessivi, uomini o donne che siano, verbigeranti avrebbe detto il Celati d’antan.
Così che per chiudere il cerchio con l’incipit, ce li godiamo lo stesso in traduzione, storie che sono soprattutto di personaggi, così invischiati nella carne e nel riso da avergli fatto guadagnare d’oltralpe l’appellativo di rablesiani.
Lettura ad avviso di chi scrive complicata dalla malinconia serpeggiante fra le storie. Milan Kundera, infatti, scrittore suo amico ma assai diverso, metteva in guardia: “Hrabal è il nostro Dostoevskij. La sua opera ha un’energia straordinaria, come un fiume che scorre. In ogni sua pagina c’è un’epica del quotidiano”. Come a rimarcare che a) il comico non è inferiore al tragico (anzi) b) che spesso lo sottende c) il nome del russo come garanzia di grandezza.
Questi pábitelé, smargiassi e grotteschi, timidi e beffardi vivono esistenze umoristiche, non prive di disperazione, capaci però di riscattare il quotidiano dalla sua insignificanza. Birra, fisse, sesso (non proprio felice, anzi tanto vaneggiato, immaginato in grande, quanto fallimentare negli esiti), sogni o idee strampalati, segnano queste vite.
Il macellaio divorato dalla gelosia, ad esempio, sembra pensare alla propria donna con la stessa insistenza con cui seziona la carne: il desiderio e la violenza si sfiorano senza mai esplodere davvero, restano lì, compressi, ridicolizzati dalla loro testardaggine.
Si ride, ma è una risata che resta un po’ in gola, perché quell’uomo non è un mostro, è uno che pensa troppo e male. C’è poi la storia claustrofobica del mercante di pelli che decide di dipingere tutto ciò che lo circonda: pareti, mobili, oggetti. Non lo fa per bellezza, né per arte, ma come se il colore fosse una toppa messa sopra una crepa che continua ad allargarsi. La casa diventa un organismo strano, saturo, quasi appiccicoso. Il gesto è assurdo, ma si intuisce anche una stanchezza profonda, il bisogno di coprire il mondo prima che il mondo divori lui.
In fondo l’eccentrico in Hrabal sembra essere il cuore del vero, non uno spostamento dalla norma – la prossimità a esistenze balorde diventa la chiave per avvicinare l’anima delle cose. Quello che i personaggi inseguono, per esempio i vecchi pensionati seduti accanto a un cementificio che urlano fra loro a chi farebbe meglio il lavoro dopo una vita passata lì dentro. Chiacchierano per non smarrire il senso, per afferrarlo, o anche per difendersene, per evitare di turbarsi con pensieri tremebondi come il vecchio notaio la cui dattilografa racconta dei suoi bagni nudi all’aperto.
Ancora, feste e balli sbilenchi, occasioni che deragliano, situazioni che finiscono in chiacchiere, dispute e ubriacature consolatorie – un’umanità che esorcizza la morte con la parola.
Strologare, variante lessicale mutuata dall’astrologia, ovvero del dire lo scarto da ciò che è e ciò che potrebbe, si vorrebbe essere, è il destino dei pábitelé che abitano meno la Praga magica barocca e esoterica e più le zone liminari di fabbriche e fonderie che ne condividono le fumisterie di una città letteraria come poche. E Hrabal ne è stato uno dei cantori per eccellenza.
Nel grande romanzo della musica popolare del ‘900, nessun artista emana più fascino letterario di Nick Drake. Forse perché la sua biografia evanescente (per quanto ormai ampiamente documentata), il suo attestarsi contemporaneamente come una presenza e una assenza, le infinite possibili trame di sviluppo di una storia che si è tragicamente interrotta il 25 novembre del 1974, ne fanno un personaggio in cerca d’autore, oltre che un mito romantico (e talvolta morboso).
C’è sempre qualcosa che manca, in Nick Drake. Qualcosa che sfugge dal quadro, e che si presta a essere fissato in parole e trasformato in racconto, se si possiedono la sensibilità e il talento per farlo. È il caso di Luca Ragagnin – scrittore, autore teatrale, paroliere per grandi nomi come Subsonica, Mina, Antonello Venditti – che come già fece Stefano Pistolini tanti anni fa nello splendido Le Provenienze Dell’Amore insegue le orme di un’anima che notoriamente non ne lasciava. Le modalità e l’impostazione narrativa sono diverse, però. Non c’è alcun autobiografismo, e d’altra parte nessuna invenzione: la vicenda terrena di Nick è raccontata in modo preciso e aderente a ciò che sappiamo. Anche perché a farlo è Nick stesso, voce narrante alla quale – e qui sta l’intuizione del libro – si alterna un’altra voce interiore, che allarga il campo a riflessioni tanto filosofiche quanto poetiche su cosa significhi essere artisti (“un fantasma, un cigolio notturno, un parafulmine che cattura i segnali impercettibili diretti verso l’uscita da tutti i mondi precostituiti”), sulla distanza incolmabile dal mondo, sulla solitudine ontologica di chi si sente braccato da un cane dagli occhi scuri. Il risultato è originale e coinvolgente, elegiaco e spietato. I dieci passi del titolo sono quelli che vediamo fare a (forse) Nick Drake nell’unico frammento filmato in cui appare: pochi secondi tra il pubblico di un free festival del 1969 o 1970. Una figura vista di spalle, i suoi capelli, la sua giacca stazzonata, il suo portamento.
Su Nick Drake si è scritto molto, ma l’impresa impossibile è da sempre catturarne la vera essenza, che resta un enigma. Morto suicida a 26 anni (anche in questo è stato unico: si è sottratto a quell’assurda teoria del club dei 27, le rockstar morte tutte alla stessa eta), ha inciso tre album delicati e un po’ oscuri, ispirati al folk e diventati cruciali solo anni dopo la sua morte. Difficilmente esplorabile, è un personaggio che sembra aver vissuto quasi a dispetto di coloro che si sono poi incaricati di ricostruirne un profilo credibile. Luca Ragagnin, scrittore, poeta e paroliere di grandi musicisti (dai Subsonica a Mina e Antonello Venditti) con il libro I dieci passi di Nick Drake ha scelto una strada originale e rischiosa, ma forse l’unica possibile per raccontare una dieci passi di Nick Drake biografia a volte insormontabile. La vita di Drake è vista con gli occhi dello stesso artista, quasi fosse un racconto post mortem, una luce gettata sul mondo dal suo stesso spirito che può rivelare quei segreti cui nessuno è in grado di accedere. Quelle del libro sono rivelazioni oniriche, cronache di infanzia, immagini di una adolescenza paradossalmente quieta, di una normalità familiare che verrebbe quasi da invidiare se non ci fosse un demone sempre vigile, appena dietro la porta, in attesa di riscuotere il suo sospeso. I dieci passi del titolo fanno riferimento all’unico filmato, un soffio di dodici secondi appena, che la Storia ci ha consegnato di Nick Drake.
In quelle immagini tratte da un festival ignoto dei primi anni Settanta si vede il cantautore allontanarsi di spalle: dieci secondi appena prima di uscire dallo schermo. Una metafora perfetta per una vita trascorsa nell’ombra, sempre di spalle a tutto: al successo, alle folle, al divismo. Ha lasciato le sue canzoni e un pugno di immagini. Sogni o incubi, o forse altro ancora. Solo le immagini di un poeta possono provare a raccontarlo.
Dalle nebbie della memoria e dai bytesgranati di un video, custodito daYoutube («Nick Drake 70’s festival »),emerge questa brevissima sequenza,12 secondi, in un cui un uomo allampanato,giacca scura elegante, lovediamo sempre di spalle, ad ampie
falcate sembra entrare nei tipici spazidi un ritrovo giovanile di un tempo,all’aperto, dove si fa musica, peace andlove. Capello lungo che gli lambisce lespalle. Sono le uniche immagini chesi posseggano di Nick Drake, un mitocontemporaneo della musica. Nick e
suoi dieci passi (contati) per usciredall’inquadratura.Nicholas Rodney Drake, detto Nick,uno dei musicisti più colti e misteriosi
del Novecento, nato in Birmania nel1969, figlio di Rodney, lì trasferitosiper lavorare alla Bombay BurmahTrading Corporation. Poi Nick torneràin Inghilterra, dove si formò all’Universitàdi Cambridge. Ma soprattuttoNick, lo sappiamo dai suoi tre unicidischi di folk-rock pubblicati in vita(«Five Leaves Left», «Bryter Later»,«Pink Moon»), soffriva di depressionee, nel 1974, morì a casa sua per overdosedi antidepressivi. In vita guadagnòpochissimo con la sua musica ma,dalla metà degli anni 80, grazie adautori come Robert Smith, David Sylviane Peter Buck, lafama di Nick Drakesi consolidò, trasformandolonell’artistache, anche inconsciamente,
(quasi) tutticonoscono. In «Cinquesecondi», l’ultimofilm di Paolo Virzì, adesempio, la sequenzafinale è accompagnatadalle morbide notedi «Place to Be».Questa lunga premessaper dire cheè da poco in libreria«I dieci passi di NickDrake» (Miraggi ed., pp. 256, 22euro) dello scrittore torinese LucaRagagnin, un ipnotico dialogo immaginario,racconto-biografia perricordare l’arte e la poesia di un autoreche così a fondo è entrato nellenostre fibre spirituali. Nick, nel librodi Ragagnin, racconta la propria vitacon una voce-flusso di coscienza chegiunge dall’indistinta terra della postmorte.Da laggiù ripercorre la suainfanzia, la passione per la musica,l’inadeguatezza nei confronti di tuttociò che sta al di fuori di una canzone,a partire dai sentimenti e dai legamiterreni, la difficoltà di integrarsie accettare le regole commercialidell’arte. La «voce altra », che nonappartiene a nessuno o forse a tutti i
consumatori di opere e che irrompeper dire la sua sulla figura dell’artistaassoluto, violento e fragile. Una voceche procede per evocazioni oniricheche prende spunto, appunto, dall’unico,brevissimo filmato che abbiamodi Drake.Luca Ragnanin ha iniziato un tour dipresentazioni, nelle librerie, con ospitiillustri. Dopo la data dell’11 febbraioall’Nh Collection di piazza Carlina,il 15 febbraio alle 18 il giro proseguealla libreria Luna’s Torta di Torino(via Belfiore 50), per poi proseguirea Padova, Gorizia, Udine, Rovereto
e tornare a Torino, il 27 febbraioalle 18.30, a L’Ibrida Bottega. Bellepagine evocative, quelle del libro diRagagnin, perché, anche così, nonci si stanca mai di ascoltare la voce diNick che, con la sua chitarra, ci parla,ancora e ancora. E anche se « […]al ragazzo altissimo restano ancoracinque passi (perché, ndr) l’intera suastoria di uomo adulto in movimentosi concluderà tra cinque passi […]», idischi di Drake, con la sua Luna Rosa«Pink Moon», continuano a mostrarciuna via possibile per la nostra (agitata)esistenza contemporanea.
Se amate i racconti di trama e le storie lineari, questa raccolta non fa per voi. Perché in questi celebri racconti pubblicati per la prima volta nel 1964, Bohumil Hrabal sperimenta, testa, usa la lingua come un elastico che si espande fino al limite e poi si contrae all’improvviso, lasciando il lettore confuso, stranito e ammirato.
Come ricorda la traduttrice, Barbara Zane, il termine pabitele è stato tradotto in italiano in diversi modi: sbruffoni, acchiappanuvole, cianfruglioni. Habral li definisce “persone capaci di esagerazioni, quello che fanno lo fanno con troppo amore, cosicché si muovono sul confine del ridicolo”. Questi cantastorie popolari intrattengono con le loro iperboliche narrazioni e, con rare capacità affabulatorie, ci conducono in una sorta di terra di mezzo, dove il reale si fonde al surreale, attraverso una forza espressiva che straripa dalla pagina e assume le forme cangiati e violente di una realtà popolare fatta di odori e grida, dolori e illusioni.
Uno scrittore “allievo alla cattedra d’euforia”
Impossibile resistere alla malia di questo carosello di personaggi bizzarri e talvolta grotteschi che animano racconti di vita intinti nell’eccesso e che si fanno giullari di un quotidiano distorto, amplificato, alterato e fagocitante.
Lo scrittore ceco, che si è definito non a caso “allievo alla cattedra di euforia”, si conferma saltimbanco della parola e lascia il palcoscenico al popolo, agli avventori delle birrerie praghesi, alle persone che spesso vivono la marginalità e l’esclusione e che raccontano storie dalle dimensioni oniriche, intrecciando la realtà più spietata con un’involontaria e beffarda ironia.
La lingua si fa movimento sinuoso
Bellissime le metafore, sinestetiche, carnali, vivide, tridimensionali. Ogni accostamento è una pennellata di inusitata bravura, che stende davanti agli occhi del lettore una tela scintillante. I sinuosi movimenti della prosa trasportano chi legge in un universo di istrionici personaggi facendolo salire su una giostra, mentre intorno girano a gran velocità ragazzine cieche, zingare astute, orfani pieni di speranze, notai disillusi: tutti parlano incessantemente, raccontano senza sosta, trasfigurando la realtà in storie leggendarie.
E noi non possiamo far altro che chiedere a questi instancabili cantastorie un altro, straordinario, giro di giostra.
IL VINO
Lettura da abbinare a un tipico vino boemo, il Rulandské modré: questo vino fresco e bevibile è intriso, come i racconti di Habral, dei profumi e delle note speziate del territorio, configurandosi come uno dei prodotti enologici più rappresentativi della regione.
“E poi mi sono lasciata scivolare nell’acqua e nuotavo in quell’acqua d’ottone, mi dava piacere nuotare nel riflesso della luna, smuovere con la mano quel colore metallico, e se alzavo la mano ce l’avevo d’ottone, insomma, signor notaio, stare in quell’acqua era una delizia…!
“È questo il fatto. Uno ci deve avere un rapporto personale con le cifre. Farseli amici, quei numeri, per una qualche fatalità, trovarci quasi un legame amoroso. E poi funzionerà. Per esempio quella Spartak 45 lì…Quella per me è una roba qualsiasi, ma se magari mi venisse addosso, solo un pochino, così, tanto per portarmi fortuna, allora invece la sua targa per me significherebbe qualcosa. Invece così?”
“Gioiosa è stata la mia giovinezza, è durata poco, purtroppo…”, scrive Bohumil Hrabal in Pabitele, ammantando di struggente nostalgia e di toccante umanità i protagonisti di questa silloge. Sbruffoni, secondo l’intraducibile espressione che è stata mantenuta nel titolo di questa nuova edizione dei racconti che primi diedero fama allo scrittore ceco, troppo a lungo occultato dal manto oscuro della censura socialista. Pábitel, ovvero chi agisce con esagerazione, rischiando a ogni passo di inciampare nel ridicolo. Di esseri tali la raccolta è piena. Il signor Hyrman ha paura di svegliarsi nella tomba, come in un racconto terrifico di Poe, e allora qualcuno gli suggerisce l’adozione di un ingegnoso meccanismo, collegato alle mani all’interno della bara per azionare un improbabile sistema di allarme.
Un caleidoscopio di volti e di caratteri ci passa di fronte, come in una giostra fantastica che ruota nell’ombra azzurra della notte. Immagini che, rifratte nell’acqua di un fiume, si raddoppiano svelando il gioco narrativo impostato da Hrabal. In ogni cosa alberga una doppiezza indecifrabile, il bene e il male, il riso e la smorfia di dolore. Per questo i suoi personaggi appaiono così umani. “Mi piacciono le notti come questa. È una bella sensazione, amico mio, quella di esserci, di essere al mondo…”, parole semplici che, certamente, ognuno di noi ha pensato, ma che Hrabal riesce a far balenare come un fuoco d’artificio a illuminare l’oscurità della nostra esistenza. Un gruppo di imbroglioni se ne va in giro truffando gli artigiani, promettendo pensioni che non arriveranno mai; eppure non riusciamo a condannare il loro comportamento. La loro fragilità li pone al di là della morale consueta. Ognuno ha l’anima macchiata da qualche stigma indelebile, che neppure la scolorina marca Arcobaleno evocata nel testo riuscirà a mandare via.
Un libro vivo, a tratti esilarante, in altri luoghi commovente, come quando Jarmilka resta incinta di un uomo che non ne vuole sapere di lei, rischiando di impazzire. Nelle sue pagine l’osteria, ambiente prediletto dallo scrittore, assume risonanze fiabesche. Anche gli ubriaconi che le abitano non suscitano ribrezzo, ma pietà o divertimento. L’incantesimo, purtroppo, dura poco. Si esce dalle sue stanze come da un sogno. Silhouette di uomini in frac, fra le mani un aperitivo, balenano attraverso le finestrelle opache di una sala da ballo di periferia. Ombre che simboleggiano la fugacità della nostra vita. Un maestro di ballo ha un giramento di testa vedendo i “ballerini sgualciti” e, invece che verso il pianoforte, fa “per entrare nello specchio”. Il confine fra realtà e apparenza non è mai stato tanto labile. Gli avventori si mostrano come in un gioco di ombre cinesi, fragili figurine sempre sul punto di svanire. In un altro racconto la mestizia di un suicidio e la chiassosa allegria di un matrimonio si incrociano, con naturalezza, perché vita e morte sono in fondo la medesima cosa. Il vento si porta via il cappello della sposa lì su, nel cielo nero, come un presagio funesto.
L’immediatezza della lingua usata dallo scrittore, insieme alla sua capacità di associare elementi apparentemente eterogenei, donano al testo una vivacità febbrile. Non a caso in Vuol vedere Praga d’oro, novella che dava il titolo alla raccolta in passate edizioni, balena la follia del surrealismo. Valore aggiunto alla presente pubblicazione il racconto Vigilia di Natale, presente nella terza edizione ceca del 1969 e tradotto in lingua italiana per la prima volta. Sembra di vederlo Hrabal, mentre elabora le sue storie nel buio di una osteria. La penna, sismografo emotivo, registra pulsazioni nervose, raggiunge il tragico per poi stemperarlo nel comico. C’è la vita in queste pagine, che sempre ci sfugge per quanto tentiamo affannosamente di afferrarla, e c’è la morte, l’inevitabile conclusione di ogni esistenza terrena.
Ci sono artisti che sembrano destinati a essere capiti solo dopo. Nick Drake è uno di quelli. E I dieci passi di Nick Drake, appena uscito per Miraggi Edizioni, prova a fare una cosa difficile ma necessaria: raccontare il mito senza mitizzarlo, restituendo carne, silenzi e crepe a una delle figure più fragili e luminose della musica del Novecento.
Questo libro non è soltanto una biografia musicale. È un viaggio dentro una sensibilità fuori tempo massimo, dentro una vita che sembra costantemente sul punto di sfuggire a se stessa. Nick Drake nasce nel 1948 a Rangoon, cresce nell’idillio solo apparente di Far Leys, una casa immersa nella campagna inglese che diventerà rifugio, prigione e matrice poetica. La musica, in quel contesto familiare, non è un passatempo ma un respiro: la madre Molly scrive canzoni, l’arte è parte della quotidianità, il suono è una forma di linguaggio emotivo prima ancora che professionale.
Il testo segue Drake passo dopo passo, senza scorciatoie romantiche. C’è l’adolescente che non si sente pronto per l’università ma vive di chitarra, i concerti nei locali di Soho, le prime band jazz, l’ossessione per un suono che sia davvero suo. E poi Cambridge, vissuta più come un peso che come un’opportunità, e quella sensazione persistente di essere sempre nel posto sbagliato, giudicato dalle persone sbagliate.
Quando entra in scena Joe Boyd, e con lui la possibilità concreta di incidere, il libro accelera e si fa quasi cinematografico. Le session di Five Leaves Left, gli arrangiamenti orchestrali, il rapporto decisivo con Robert Kirby, le esitazioni sul titolo, sulla copertina, sull’identità stessa del disco. Tutto è fragile, tutto è in bilico. Le canzoni – da “River Man” a “Way To Blue” – nascono già come confessioni sussurrate, impermeabili a qualsiasi logica di mercato.
Eppure il mondo, fuori, sembra non accorgersene. Le recensioni sono tiepide, le vendite deludenti, la stampa distratta. Nick Drake diventa invisibile mentre sta creando qualcosa che, col senno di poi, risulterà fondamentale. Il libro è molto onesto nel raccontare questo cortocircuito: un talento enorme che non riesce a stare dentro l’industria, concerti vissuti come torture, una timidezza paralizzante, l’incapacità di “stare sul palco” secondo le regole non scritte del rock.
La depressione, qui, non è mai un espediente narrativo. È una presenza costante, invasiva, che si infiltra nella vita quotidiana e nella musica. Ricoveri, rifiuto della psichiatria, isolamento crescente. Bryter Layter nasce già sotto il segno dell’incomprensione, Pink Moon è il punto di non ritorno: registrato in due notti, essenziale, spoglio, quasi un testamento. Un disco che oggi è considerato un capolavoro assoluto, ma che all’epoca passa quasi inosservato.
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di non cercare spiegazioni facili. Non c’è la retorica dell’artista maledetto, né quella del genio incompreso usata come alibi. C’è invece il racconto di un uomo che si sente “un parassita”, che vorrebbe sparire dentro la propria opera, che non riesce a reggere il peso di un talento troppo grande per una struttura emotiva troppo fragile.
Il finale è inevitabile, ma non viene mai spettacolarizzato. La morte di Nick Drake a 26 anni arriva come un silenzio improvviso, non come un colpo di scena. E solo dopo, paradossalmente, arriva tutto il resto: la riscoperta, il culto, l’influenza su generazioni di musicisti, la consacrazione postuma.
I dieci passi di Nick Drake è un libro necessario perché restituisce complessità a una figura spesso ridotta a icona malinconica. E una lettura dolorosa ma lucidissima, che parla di musica, certo, ma soprattutto di identità, di fallimenti, di aspettative, di quanto possa essere difficile restare al mondo quando il mondo non sembra avere spazio per te.
Nick Drake oggi è considerato uno dei più grandi cantautori della sua epoca. Questo libro ci ricorda il prezzo altissimo che ha pagato perché noi potessimo accorgercene.
Un viaggio onirico tra i “perdenti” del sottobosco newyorkese
L’attrice statunitense Hedda Hopper ricordava l’amico scrittore Aaron Klopstein con queste parole:
Aaron Aaron Aaron… il mio piccolo, emaciato, sempre febbricitante Aaron. Dovevano impegnarsi ore e ore per convincerlo ad uscire dalla sua sudicia tana da aspirante grande scrittore e poi lottare fino a esaurire le loro stanche voci per riportarlo a casa, spesso trascinandolo come un sacco di farina, quando l’alba cominciava già a cedere il passo alla caliginosa mattina newyorkese.
Nato nel 1907 in una famiglia ebraica in Galizia, Klopstein emigrò negli Stati Uniti all’età di quattro anni, trasferendosi nel Lower East Side di New York. Autore sfortunato e costantemente perseguitato dai demoni della sua mente, divenne uno degli artisti “maledetti” più esuberanti ai margini della cultura newyorkese. Caduto nel vortice dell’alcolismo, pubblicò per sopravvivenza contributi hard-boiled su riviste pulp, sempre celato dietro a pseudonimi. I suoi romanzi furono riscoperti da Raymond Chandler, divenendo preziosi pezzi da collezione per gli appassionati. Morto suicida nel 1961, Klopstein lascia in eredità un mondo letterario tutto da scoprire, ingiustamente abbandonato per troppi anni all’oblio.
Grazie alla traduzione di Nicola Manuppelli, arriva per la prima volta in Italia uno dei suoi romanzi, I perdenti, edito da Miraggi.
Storie lontane dalla carta
Seppure Klopstein non raggiunse mai la fama, fu considerato da personalità della sua generazione, come Fitzgerald ed Hemingway, uno dei maggiori talenti di quegli anni. Il suo nome compariva poco e le sue pubblicazioni erano sporadiche. Utilizzava una tecnica di creazione molto particolare, basata sulla formulazione a memoria: a mente dava vita alle sue storie e le arricchiva di volta in volta raccontandole nei circoli culturali. «Scrivere non è che l’ultimo atto del processo creativo di un autore, nonché il meno importante», sosteneva. Raramente affidava le sue parole alla carta, tanto che, spesso, ci pensavano altri a farlo al posto suo, rubandogli spunti preziosi.
Tra i vari “furti” letterari se ne ricorda uno in particolare, decisivo per la fine dell’amicizia tra Klopstein ed Hemingway. Si dice che, in occasione di un incontro, Aaron raccontò ad Ernest la storia di un silenzioso anziano alcolista, descritto solo attraverso le parole dei camerieri di un bar. Questa “comune” biografia di un uomo refrattario alla parola, creata unicamente dalle voci degli inservienti, sarebbe poi divenuta lo spunto per una short story di Hemingway. Non è chiaro se si fosse trattato solo di un’invidiosa diceria, ma d’improvviso il legame tra i due si spezzò, lasciando spazio solo all’ indignazione.
L’imprevisto matrimonio della sua amata con un altro uomo, le difficoltà economiche e la dipendenza dall’alcool trasformano Klopstein in un «relitto umano». La sua amica Hopper raccontò di avergli presentato uno sceneggiatore di talento, John Huston, nel tentativo di curare le sue ferite. Tra i due artisti nacque fin da subito una profonda amicizia, fondata sulla comune passione per il cinema, la letteratura e la poesia.
Tuttavia, Klopstein continuò a cadere a pezzi: rassegnato, vagava in solitudine per le vie Manhattan, massacrato dall’alcolismo e della delusione. Era refrattario a qualsiasi aiuto, anche a quello dei suoi amici Huston e Hopper. Nessuno dei suoi libri riuscì mai ad essere adattato al grande schermo, come lui desiderava, neppure I perdenti. Era talmente affezionato a questo romanzo che, non solo lo propose a Hollywood, dove fu giudicato «troppo anacronistico e triste», ma anche alla rivista “The New Masses” per una pubblicazione a puntate. Il giornale, seppure ritenne l’opera interessante, la rifiutò, preferendo l’attualità alla narrativa.
L’ultima apparizione pubblica di Klopstein fu in una stanzetta angusta al Greenwich Village, con la matita tra le mani e nessun foglio su cui scrivere. Anni dopo, la sua vita si spense tra le mura di una casa di cura: esplose come un fuoco d’artificio, esaurendosi senza provocare alcun rumore, rimanendo per tutta la vita privo della notorietà che meritava.
Aaron Aaron Aaron… Non è praticamente rimasta traccia di quel piccolo, magro e inquieto ebreo. Uno dei più grandi scrittori sconosciuti d’America. Nessuno conosce le sue storie, nessuno conosce i suoi romanzi, nessuno ricorda il suo cuore troppo grande per essere contenuto in un petto così fragile. Io però, quel sorriso silenzioso, uno dei pochi che mi regalò, con gli occhi scintillanti di lacrime, non me lo dimenticherò mai.
«I perdenti»: un viaggio onirico alla scoperta di sé stessi
Il suo libro I perdenti (acquista) nasce dalle strade di New York, più precisamente dai palazzi labirintici, attraversati da enormi ed eleganti ascensori. Proprio in un uno di questi edifici, nel Lower East Side di Manhattan, vive il protagonista del libro, Louis Berenstein, un giovane in fuga da una delusione d’amore. L’esistenza del personaggio si divide tra due palazzi: quello in cui vive e quello che vede dalla finestra.
Il primo sembra rappresentare le stanze della sua mente, in cui il giovane riflette e vede concretizzare i suoi pensieri in figure come il pittore Ernest, una sfida intellettuale, e la trapezista Theodore, una sfida sentimentale. Il secondo, invece, è un luogo di perdizione, una sorta di “inferno terreno” popolato dai demoni delle pulsioni. Lì conosce personaggi insoliti come l’ammaliante Bertha, il giovane liftboy, il proprietario arrivista del palazzo, Zed, e tanti altri. Louis incontra svariati individui, tutti annidati ai margini della società, tutti perdenti. Ma, soprattutto, incontra sempre più sé stesso, riconoscendo in queste bizzarre e criptiche figure aspetti della sua interiorità.
Con una prosa scorrevole e dialogica, al limite tra il surrealismo e la psicoanalisi,Klopstein affida ai lettori uno spaccato insolito ed evocativo del sottobosco newyorkese: un sensazionale viaggio onirico nella psicologia di un ragazzo che tenta di ritrovare sé stesso.
Lei può bere quanto vuole, può avere tutti i fallimenti amorosi che desidera, l’importante è che lei capisca che tutto questo avviene perché lei è vivo, desidera, ama, ha sete, ha fame. Fa parte della corrente ed è vita. L’importante è che lei ami tutto ciò, capisca che questo è la felicità. Deve saperci ridere sopra, deve saper rapportare tutto questo… all’infinità del buio.
Drake è la mia ossessione da 30 anni – Gli ho rivelato il suo successo postumo. Il suo unico linguaggio era la musica le persone donne o uomini non lo interessavano.
Una passione coltivata a lungo e un nuovo libro. Esce mercoledì 28 gennaio per Miraggi Edizioni “I dieci passi di Nick Drake”, lavoro che si legge tutto d’un fiato in cui lo scrittore torinese Luca Ragagnin ripercorre la vicenda del cantautore britannico, trascurato all’epoca e poi diventato oggetto di culto dopo il suicidio con barbiturici avvenuto nel 1974 a soli 26 anni. Ragagnin, com’è nata l’idea e come si è documentato? «Drake era per me un’ossessione da almeno trent’anni, in precedenza avevo scritto su di lui un racconto breve per un’antologia. A partire da quello mi sono convinto che fosse il momento di mettere mano a un progetto più ampio. Ho letto o riletto, visto o rivisto, ascoltato o riascoltato, tutto quel esiste su di lui. Finché mi sono imbattuto in un video amatoriale, 13″ rintracciabili su YouTube come “Nick Drake Footage”. C’è lui, inequivocabilmente, che cammina in mezzo alla folla, che entra o esce da un evento, non si capisce. I suoi passi sono dieci, da cui il titolo del libro. È anche l’unico video, per il resto esistono solo foto». Emozionato? «Di più, è stato come per un credente potrebbe essere imbattersi nel video che ritrae un santo ai tempi in cui i video si pensava non esistessero». Perché la scelta di far parlare un cantautore in prima persona nelle pagine? «Farlo parlare da morto mi ha consentito di informarlo di fatti che all’epoca non poteva conoscere, segreti che alcuni produttori non gli rilevarono e, soprattutto, il successo postumo cui è andato incontro». Poi ci sono intermezzi, evidenziati con il carattere maiuscolo, in cui prende la parola una voce esterna… «Un’entità non precisata, sognante, che non necessariamente sono io, che punteggia il racconto con riflessioni più generali sulla funzione dell’arte, su cosa sia un vero artista, trasportando così la vicenda nel presente». Quando arrivò il successo postumo di Drake? «Fortunatamente la Island tenne i suoi tre dischi in catalogo, nonostante non vendessero praticamente niente, ma per cambiare il destino ci sarebbe voluta una buona decina d’anni, quando la sua “Pink Moon” fu utilizzata dalla Volkswagen per uno spot diffuso in tutto il mondo. Il resto lo fecero artisti importanti, come i Cure, che dissero di dovere il nome a un suo brano». Resta un mistero la sua sessualità: davvero non c’è notizia di vicende erotico sentimentali nella vita di quel ragazzo? «Qualcuno ha parlato di omosessualità repressa, ma credo che la faccenda fosse un’altra. Il corpo non apparteneva alla sua maniera di comunicare, per lui l’unico mezzo espressivo era la musica, le persone fisiche, donne o uomini che fossero, non gli interessavano». Perché ha dedicato il libro a Max Casacci, di cui oltretutto è “complice di parole” per i testi dei Subsonica? «Perché siamo cresciuti insieme coltivando le stesse passioni musicali e letterarie. La complicità si è rinnovata per il prossimo disco del gruppo, cui ho dato il mio contributo». Qual è oggi la sua Torino? «Sostanzialmente casa mia, sono tornato da una decina d’anni nel quartiere Crocetta, nell’appartamento in cui ero cresciuto. Dalla finestra della cucina, che è una delle mie postazioni di scrittura, vedo l’oratorio dove passavamo le giornate Max e io. Esco poco, ma di sicuro lo farò l’11 febbraio, quando presenterò per la prima volta il libro all’NH di piazza Carlina con Gigi Giancursi e Carlo Bordone».
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