Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

Tutto dovrebbe essere migliore” è il titolo con cui Alessandra Perna debutta con Miraggi Edizioni nella collana Golem. Trentatré racconti che farebbero pensare alla musica: Alessandra scriveva i testi, suonava il basso e cantava con i Luminal, “un gruppo art-punk, se fossimo stati negli Usa”, osserva lei. Trentatré come un 33 giri, per chi ormai ha una certa età. Ma è niente di tutto questo: “È assolutamente casuale, avrebbero dovuto essere 30 poi sono diventati 33. Ma è invece vero come io sia personalmente appassionata di numeri, mi piace ragionarci sopra. Mi è capitato l’altro giorno col numero 2, io sono nata il 2 febbraio. Metti insieme il caso, la fortuna, alla fine vedi che certe cose corrispondono, che si arriva a una vaga idea della realtà”.

Perché ha scelto i racconti?
“Perché è sempre stata la forma che ho utilizzato. Mi piacciono la sintesi, la brevità: scrivevo e scrivo canzoni. Il racconto mi fa esprimere bene quanto voglio dire. Pensavo a una storia, la immaginavo dall’inizio alla fine. E tutto si compie. Questa con Miraggi è la mia seconda raccolta, la prima è uscita con un altro editore e si chiamava “Non farti fregare di nuovo”. Ho impiegato anni per completarla perché volevo imparare a scrivere, e a scrivere bene. Per questo ho letto tutto il possibile. “Tutto dovrebbe essere migliore” è invece nato e scritto nel giro di un anno perché avevo deciso di chiudere con i racconti. Sto provando con il romanzo e penso di essere sulla buona strada”.

E perché questo titolo?
“C’è un filo conduttore, con un doppio motivo. Il primo: ho passato l’ultimo anno e mezzo alle prese con una brutta malattia psichiatrica. Io di solito sono molto forte, ho sempre fatto quello che volevo. Questa malattia mi ha spezzato le gambe, per la prima volta nella mia vita ho avuto paura. Passavo il tempo a domandarmi: “Che cosa sono diventata?” E sempre mi ripetevo: “Tutto dovrebbe essere migliore”, per tornare a rimettermi in carreggiata. Il secondo motivo è invece legato all’interazione con le persone, soprattutto con gli sconosciuti: quelli che incontri sui mezzi pubblici, che incroci in un locale o per strada. Ti capita di parlargli, ti dicono delle cose, anche senza un perché. Ecco per curarmi, oltre ai farmaci, mi sono fatta ispirare da queste persone”.

Nei racconti ritornano spesso la quotidianità e la fragilità.
“Sono l’una legata all’altra. In questo paese è difficile essere “diversi”. Anche dire semplicemente che suoni oppure scrivi. Manca una sensibilità nei confronti di quelli che vengono concepiti come comportamenti non comuni, manca a cominciare dai tuoi coetanei. Non rientri nelle caratteristiche che vengono codificate dalla società, negli stereotipi. Per quello che facevo ero considerata la pecora nera della famiglia: “Sì, scrivi, ma poi trovati in lavoro serio…”. Mi sentivo attaccata anche in maniera violenta. Era come trovarsi in film di Monicelli: dietro l’apparenza, dietro la patina piccolo borghese c’era altro. Mi sono difesa con l’arte”.

E il libro ne è stata una conseguenza.
“Rispondo con una frase che mi piace molto: “Ci sono persone che vincono, ci sono persone che perdono e ci sono persone che resistono, dei combattenti”. Io mi sento una combattente. Dopo quello che ho passato pensavo di non essere più capace a fare niente. Pubblicare un libro ti dà invece fiducia, capisci di saper ancora combinare qualcosa. Un anno fa ero chiusa in casa con pensieri catastrofici, oggi è tutto diverso. In positivo. Non che vada tutto va bene, ma ci stiamo lavorando…”.

Quale racconto sente più vicino?
“Quello ispirato a una persona che amo molto e che sintetizza il mio ultimo anno. Parla di una coppia che vive in un appartamento, lui esce tutte le notti e lei non sa perché, fino a quando l’uomo non le dice: “La prosa non è un urlo ma disciplina”. E spiega che tutte le notti si siede su una panchina, fissando una finestra a caso. Quando uno accende la luce, lui si sente pronto a scrivere: “Impari cosa sia la pazienza”, le dice. Ed esce. La donna accende la luce, va sul balcone e vede che lui è lì fuori, che la sta osservando”.

Ed è quello che le è capitato?
“Scrivere è un’azione solitaria ma quando qualcuno ti dà fiducia le cose migliorano. È il senso di una citazione di Stephen King. Mi sentivo sola, questa persona ha sempre creduto in me anche quando stavo male: è diventata la mia fonte di ispirazione personale”.

 

Massimo Anania tra autostop e un po’ di sé

Massimo Anania tra autostop e un po’ di sé

Massimo Anania, com’è nato “Autostop per la notte”?
“Volevo scrivere un racconto, doveva essere una narrazione per una antologia. Poi, però, la storia ha preso campo da sola: ben presto si è trasformata da racconto a romanzo e così è arrivato “Autostop per la notte”. Non è stato difficile, anzi, per la prima stesura sono bastate poco più di due settimane e ho terminato dopo appena quindici giorni. Mentre scrivevo pensavo “quello che viene, viene”. Ed è venuto questo libro”.

Da dove arriva l’idea dell’autostop?
“Da una parte per il mito dell’autostop, la mia generazione è cresciuta con questo modello, il fatto di essere caricati in macchina da uno sconosciuto è sempre stato un mix di curiosità e trasgressione; dall’altra, per la mia esperienza personale. Prima di prendere la patente, tra i 18 e i 19 anni, l’autostop è stato il mio mezzo di trasporto”.

Quindi c’è un velo di autobiografia?
“Il protagonista di “Autostop per la notte”, Maurizio, è un ragazzino piuttosto ingenuo che è curioso di scoprire nuove cose. Mentre procedevo con la narrazione, Maurizio si è avvicinato sempre più a me ragazzino: anche io ero così inesperto e voglioso di scoprire il mondo. C’è poi l’episodio della festa, con tantissime persone che partecipano: non me ne sono reso conto subito, ma tanti particolari e soprattutto la descrizione dei presenti era incredibilmente simile a ciò che avevo vissuto io. Insomma, qualche fatto è frutto di immaginazione, ma altri traggono spunto dalla mia esperienza”.

Il romanzo è ambientato a Torino: che rapporto ha con la città?
“Molto stretto, anche perché fino a 25 anni ho sempre vissuto all’ombra della Mole. Da qualche tempo, invece, mi sono dovuto trasferire: ora abito in Veneto, a Belluno. E devo ammettere che Torino mi manca tanto, non me lo sarei aspettato. Mi sento più legato a Torino ora che sono lontano rispetto a quando ci vivevo”.

Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

“Tutto dovrebbe essere migliore”: il racconto-intervista di Alessandra Perna su italiansbookitbetter.wordpress.com

Il percorso per la felicità è costellato di paure, angosce e un bel po’ di buio.

Che poi cosa sarebbe sta felicità?

Credo abbia a che fare con l’essere liberamente se stessi. Non è cedere a chi ti vuole nascosto, non è inseguire un ideale imposto che non senti tuo, non è cancellare timori e debolezze, non è aver paura del dolore. È imparare a stare soli, è far cadere le nostre barriere solo quando siamo pronti, è essere diversi senza sentirsi sbagliati, è correre per sentire il proprio corpo vivo, è leggere le storie negli occhi degli altri, è cercare qualcuno in un posto sconosciuto per fargli sentire che ci sei. È essere vivi magari incasinati ma liberi di scegliere la propria strada verso la libertà. È l’incontro più difficile da realizzare: quello con sé stessi.

I trentatré racconti di “Tutto dovrebbe essere migliore” di Alessandra Perna (Miraggi edizioni) sono tutto questo e molto di più. Sono le tracce di una colonna sonora che accompagna chi sta per spiccare il volo.

Mi sono fatta raccontare da Alessandra quali sono i libri e la musica che hanno ispirato il suo libro.

La cosa che più mi ha colpito della musica di Salmo, oltre ai beat grassi e ad un flow stupendo, è l’assenza del concetto di perdono: le cose peggiori e migliori si pensano e si fanno senza nessuna retorica. Forse è per questo che ti apre la testa come se ci fosse appena esplosa una bomba dentro.

“Ogni maledetto giorno” di Mostro è un disco dalle emozioni forti, vissute senza mezza termini. Ero viva solo mentre scrivevo, ma fra un racconto e un altro non rimaneva nulla, e questo mi spaventava a morte. Mi ricordo che lo ascoltavo mentre camminavo, e avevo la sensazione che qualcuno cercasse di spingermi in avanti.

Ho ricordi vaghi della stesura di questo libro, mi ricordo che per lunghi giorni era difficile anche alzarmi dal letto. Mi ricordo che ascoltavo hip hop mentre stava esplodendo, e mi ricordo che ad un certo punto mi apparse davanti agli occhi Happy Days di Ghali. Non so perché ma l’ascolto di quel disco è legato a quelle poche cose belle che avevo in quei giorni: l’odore della coperta del letto dove mi nascondevo, l’odore del caffè che mi preparavano, la luce che entrava dalla porta d’ingresso, una sigaretta fumata sotto il sole del giardino.

La Trilogia di K. è un libro glaciale. I due personaggi principali t’insegnano ad uccidere tutto ciò che è superfluo nella vita: piangere, soffrire, spaventarsi, stancarsi. La storia ti spezza il cuore: tu non puoi far altro che accettare che sia così e basta. La prosa è perfetta, non c’è mai una parola in più o in meno. Mi sono rivista in quei due gemelli che cercano in tutti i modi di non soffrire, stringendo i denti e ignorando il sapore del sangue fra le gengive.

Il mago di Earthsea di Ursula Le Guin è un personaggio dolcissimo, furioso e pieno di ambizione, ma anche gentile e intelligente. Nella saga di Terra Mare impara a capire cosa sia il male, e impara che ci vuole grande pazienza per saper gestire la propria forza. È un personaggio che mi ha letteralmente abbracciato in un momento in cui volevo solo che qualcuno mi stringesse a sé.

La danza della realtà di Jodorowsky è uno di quei libri che hanno la capacità di cambiare i meccanismi del cuore. Ci sono troppe cose che interpretiamo in maniera sbagliata, affidandoci all’intelletto senza tener conto dell’istinto e dell’intuito. Ci insegnano a vivere in un certo modo, ma non è detto che quel modo sia adatto a noi: ecco perché dobbiamo imparare a spezzare quei meccanismi imparando a vivere secondo le nostre regole. Anche il suo film, “Poesia senza fine” racconta questo: non siamo colpevoli di vivere come vogliamo.

 

L’eros che sconvolge un’esistenza: De Tavonatti e i suoi “Racconti molesti”

L’eros che sconvolge un’esistenza: De Tavonatti e i suoi “Racconti molesti”

Enrico De Tavonatti di professione fa l’imprenditore, e lo fa bene. Ha creato una municipalizzata che si occupa di smaltimento dei rifiuti nella provincia di Bergamo e che rappresenta un’anomalia in Italia: produce sempre utili. De Tavonatti stesso è un’anomalia, perché scrive. Racconti molesti è il libro con cui esordisce per Miraggi, nella collana Golem.

Perché questo titolo?
“Perché parlo di situazioni che si insinuano nella vita in maniera inaspettata. Sono come il gesto che fai per scacciare una mosca noiosa, entrano nella monotonia di mezza età in cui tutto sembrerebbe ormai appianato e già stabilito. In questi racconti accade invece qualcosa di erotico, erotico inteso come forza generatrice, che sconvolge le esistenze e che obbliga a prendere una decisione, magari in una direzione non auspicabile. Le risposte dei miei personaggi non sempre producono buoni esiti”.

Parliamo di Nebbia, che apre una serie di sette storie.
“Era un racconto lungo, che ho riadattato. Parla di un uomo sui 35 anni, atteso dalla moglie a Parigi per festeggiare l’anniversario di matrimonio. Lui rimanda sempre fino a quando decide di partire, ma a Linate c’è – per l’appunto – la nebbia e i voli sono annullati. Una nuova scusa per non andare da lei, però una persona gli suggerisce di prendere il treno, viaggiare di notte e arrivare la mattina dopo. L’uomo si lascia convincere, senonché proprio sul treno incontra una donna che gli confonderà le certezze e che gli farà capire che un’esistenza è tutt’altro che finita a 35 anni. La vita dura finché c’è la vita stessa”.

Qual è il racconto cui è più affezionato?
“Fermo posta. Parla di una donna di mezza età, separata dal marito. Di ritorno da una cena trova una rivista erotica sotto i portici di piazza Duomo a Milano: la raccoglie, la sfoglia e si lascia attrarre dagli annunci per incontri. Scrive a un’altra donna e… È il primo racconto che ho scritto e che avevo lasciato in un cassetto, salvo tirarlo fuori un giorno per sfida. Con gli amici discutevamo di un libro di Busi, che ha prodotto ottime cose alternandole ad altre di basso profilo. “Per scrivere così non è necessario scomodare i grandi” e ho recuperato Fermo posta per dimostrargli che era vero”.

Prima dei racconti c’era stato un romanzo.
“Maria Assunte Frassine, per fortuna o per forza. È la storia di una prostituta bresciana, che lavorava al Carmine, un quartiere oggi alla moda ma che 40 anni fa era il centro del sesso mercenario. La vicenda parte da una chiesa dove lei è entrata per pregare perché ha vinto alla lotteria. Una fortuna che la emancipa ma che lei si era già costruita nel tempo, perché aveva accantonato dei soldi: una rendita andata di pari passo con il crescente disinteresse per se stessa e per la professione, visto che arriva a pesare 110 chili. Chiude con quella vita, fa un viaggio a Montecatini dove incontra un nobile napoletano, impotente, e comincia un’altra esistenza”.

L’eros fa sempre da filo conduttore.
“L’eros azzera e resetta la condizione degli esseri umani. Le persone cambiano di fronte a una grande disgrazia oppure davanti a un amore travolgente. Ho voluto parlare di questo secondo aspetto”.

 

“Frigorifero Mon Amour”: il dialogo Serra-Fais su pangea.news

“Frigorifero Mon Amour”: il dialogo Serra-Fais su pangea.news

Philip Roth, nell’ultima parte della sua vita, sarà stato sicuramente mortificato per non aver ricevuto il Nobel. Certo, però, non era in buona compagnia: quasi ogni cretino, anche con una sola plaquette di poesia pubblicata, è convinto di essere un vincitore ingiustamente mancato. Sono veramente pochi a non avere l’ego tanto grande da ambire a un qualche riconoscimento sovradimensionato rispetto alle loro reali qualità artistiche. Per fortuna, ogni tanto, capita di trovare uno scrittore che, con estrema modestia, non si sente in competizione con i grandi e non ambisce a scalzarli dal loro trono. Come Andrea Serra che, con il suo Frigorifero Mon Amour, Miraggi 2018, non è sceso in campo con l’intento di rivoluzionare la storia della letteratura. Molto più serenamente, lo scrittore torinese di origini sarde si limita a regalarci qualche momento di leggerezza e riso. E lo fa raccontandoci la  toria tragicomica di una famiglia comune, la cui vita si trascina tra un’avventura grottesca e l’altra. Travolti dalla sua inguaribile tendenza a tramutare ogni situazione in un’occasione di divertimento, siamo andati a intervistarlo con l’animo sollevato, sicuri che non ci avrebbe ammorbati con la solita tiritera, della serie “sono il migliore, ma ancora nessuno l’ha capito”.

Insomma, ragazzo mio, hai letto i classici: Dostoevskij, Kafka, Camus, Sartre. Hai studiato a Torino, con pensatori del calibro di Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris. Ti sei laureato in Filosofia a pieni voti… Com’è che poi hai deciso di non prenderti per niente sul serio e diventare l’autore di Frigorifero Mon Amour?

Questo libro che parla dell’amore per un frigorifero è qualcosa di serissimo. Ed è la diretta conseguenza dei miei studi filosofici e della mia imbarazzante dipendenza dai classici. Solo dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Filosofia Morale ho capito che, se volevo scrivere qualcosa di serio, dovevo evitare in tutti i modi la serietà.  l mio intimo amico Franz Kafka, quando leggeva agli amici le pagine di Il Processo, rideva fino alle lacrime.

Hai scritto un libro che diverte ed è segnato da una profondissima leggerezza di fondo. A tuo avviso, nel mondo letterario, c’è bisogno di qualcuno che faccia ridere, di autori che non perseguano il tragico come partito preso?

Sì, penso che la leggerezza sia necessaria, soprattutto in questa nostra società liquida e liquefatta che viaggia a ritmi vertiginosi. La leggerezza, d’altronde, non è superficialità, come già affermava Calvino, ma qualcosa di essenziale e profondo. Basta solo non dimenticarla nello scomparto dell’umido. Insomma, non bisogna lasciarla ammuffire nel frigorifero, ma cibarsene quotidianamente. I medici consigliano di consumarne almeno cinque porzioni al giorno.

Quando ti ho presentato a Cagliari, hai confidato al pubblico di aver scritto qualcosa già prima, un libro che, se non ricordo male, avevi anche inviato al Premio Calvino. Quando ti è stata recapitata la scheda finale di valutazione, il tuo testo è stato bocciato senza possibilità d’appello e tu sei stato invitato a levarti dalle palle. Ci potresti raccontare dell’accaduto? Sono sicuro che saprai presentare un momento così difficile per uno scrittore come qualcosa di divertente e, magari, tirare un po’ su di morale i tanti scrittori che sono abituati a ricevere solo rifiuti. Ah, già che ci sei, potresti pure dirci cosa ne pensi dei premi letterari in generale.

Certo! Pensa che io avevo lavorato a quel manoscritto per diversi anni. Si trattava di una serie di racconti esoterici collegati tra loro. Il risultato era tra il terrificante e l’imbarazzante. Per fortuna, la giuria me lo fece notare. Io ci rimasi malissimo ovviamente, perché chi scrive pensa sempre di essere vicino al Nobel per la Letteratura. Ma le critiche e le stroncature, alla fine, sono il momento più prezioso, se si vuole davvero migliorare nell’arte della scrittura. Se non avessi ascoltato i consigli e i pareri negativi che mi sono stati rivolti, adesso non sarei qui a rispondere alle tue domande. Perciò, mi sento di suggerire a chi inizia a scrivere di fare tesoro di tutte le critiche e i suggerimenti, perché proprio lì si possono cogliere i segnali da seguire per trovare la direzione giusta. I premi letterari, inoltre, sono una bella occasione per mettersi alla prova e per confrontarsi con altre persone che hanno la tua stessa passione.

La cifra distintiva della tua narrazione sembra essere quella dell’esasperazione del quotidiano in chiave dolcemente grottesca. Com’è che hai deciso di adottare una simile soluzione nella tua scrittura?

Questa esasperazione grottesca non è studiata o programmata, fa parte di me da sempre. È una tragica tendenza della mia troppo fervida immaginazione. Mia moglie è giustamente disperata perché, conoscendomi bene, sa che, quando le racconto un fatto, questo non corrisponde mai al vero. Sono sostanzialmente un individuo disturbato che trascrive su carta i suoi deliri quotidiani.

Andrea, è la vita a essere divertente e la tua scrittura, di conseguenza, la imita; oppure la vita è così dolorosa che la letteratura deve riscattarla buttando in vacca ciò che è solo pena e afflizione? Perdonami la domanda che fa palesemente il verso a Marzullo.

Grazie per questa domanda marzulliana, che tuttavia non ho compreso completamente. Ma per non sfigurare voglio rispondere citando la Critica della Ragion Pura di Immanuel Kant, che, tra l’altro, fa molto figo. Direi che sono le nostre categorie mentali a dare forma al mondo. La realtà è divertente, tragica o noiosa sulla base degli “occhiali” che portiamo. L’ironia è un abito mentale, un abito che andrebbe insegnato a scuola a mio parere, perché permette di guardare le cose da prospettive diverse e consente di trovare soluzioni inaspettate. Con questa risposta credo di esserne uscito alla grandissima e, nello stesso tempo, di aver spremuto completamente il mio unico neurone. Ti chiederei pertanto di abbassare notevolmente il livello delle prossime domande.

Tu hai, diciamo pure, un buon successo presso il pubblico dei social, un successo che molti scrittori che perseguono la serietà a ogni costo si sognano. Da cosa pensi che dipenda una simile attenzione che tu riesci evidentemente ad attirare e altri no?

Ho iniziato a postare alcuni dei miei racconti da un paio d’anni, quindi relativamente tardi. Il mio approccio ai social è poco virtuale: io tratto tutte le persone che interagiscono con me come persone reali, per cui, se mi scrivono e commentano i miei post, rispondo sempre e, magari, nasce una conversazione, uno scambio, un’amicizia che va al di là della rete. E non importa se devo replicare a trecento messaggi in una sera. Sono tutte persone che hanno impiegato il loro tempo per dirmi qualcosa e il minimo che io possa fare è dare risposta a ognuno. Credo che il segreto stia qui. D’altronde, quello di cui abbiamo bisogno tutti è di essere riconosciuti, mentre i social, al contrario, spingono verso la massificazione e l’anonimato.

Non ho mai capito perché, ma mi pare che molti autori italiani si sentano provinciali a raccontare di ciò che li circonda. Tu, invece, sembri molto legato al quotidiano, alla vita di tutti i giorni. Infatti, come si evince da Frigorifero Mon Amour, prendi ispirazione dalla tua famiglia, dai colleghi di lavoro, ovvero dalle persone che ti ruotano intorno ogni giorno, per quanto ti conceda di trasfigurarli in chiave ironica. Non pensi che ci sia qualcosa di profondamente triste in tutti questi scrittori che hanno timore di raccontare con semplicità e onestà ciò che sono, la loro quotidianità, e tentano pietosamente di ambientare i loro romanzi in America o in altri posti che forse hanno visto di sfuggita per una settimana, durante le vacanze?

Sì, sono assolutamente d’accordo con te. Il meraviglioso e lo straordinario sono nel quotidiano che abbiamo davanti agli occhi. Non avrei altro da aggiungere. Scusa la brevità della risposta. Sono ancora un po’ stanchino, dopo la domanda precedente.

Tu hai scritto anche poesia, almeno in passato, giusto? Perché non ce ne reciti una, raccontandoci anche il retroscena?

Se proprio insisti… posso recitarti questa che si intitola A Pasqua. È la prima che ho scritto, avevo sette anni: “A Pasqua fuma la vasca,/ fuma da Pavia,/ in provincia di Lombardia”. Questa poesia, come vedi, anticipa l’ermetismo, il simbolismo e il provincialismo. Nasce dal fatto che, quando ero piccolo, mio padre, per farmi il bagno, mi immergeva in una vasca di acqua bollente che riempiva la stanza di vapore. Il riferimento a Pavia, invece, non è del tutto chiaro. Alcuni critici hanno pensato a un viaggio segreto compiuto all’età di un anno e mezzo, mentre altri pensano si tratti di un’influenza massonica lombarda.

Prova a immaginare di finire nei manuali di letteratura tra cinquant’anni. Secondo te, cosa scriverebbero i curatori in merito alla tua poetica?

Sicuramente parlerebbero di “poetica dell’elettrodomestico”, perché per primo ho dato voce al frigorifero, alla lavatrice e al forno. Quello che mancava nella storia della letteratura era proprio una corrente alternata e ammuffita.

C’è qualcosa di cui vorresti scrivere, ma per cui non pensi di avere le capacità?

In generale di tutto. Io sono estremamente critico verso ciò che faccio e, soprattutto, che scrivo. Dopo aver rivisto centinaia di volte quello che mi esce dalla tastiera del pc, mi sorge sempre l’istinto di darlo alle fiamme. In tutta sincerità, non credo di essere particolarmente dotato con la penna. Ci sono tantissimi scrittori veri, molto più bravi di me. Io mi limito a mettere nero su bianco una storia quando proprio ne sento la necessità e, con tutti i mezzi che ho a disposizione, cerco di limitare i danni.

Stai scrivendo un secondo romanzo, se non ho capito male. Di cosa parlerà? Dobbiamo aspettarci un nuovo Andrea Serra, o quello che oramai ci è caro?

Quello che ho iniziato a scrivere è la continuazione di Frigorifero Mon Amour. Però ci saranno tante novità, sia in termini di trama che di personaggi e, soprattutto, di numerazione delle pagine. Per la prima volta nella storia della letteratura, queste non saranno indicate con i numeri, ma con i puffi disegnati da Luna (mia figlia). Ad esempio, al posto del numero uno, a pagina uno ci sarà Puffo Ercole; a pagina due, Puffo delle Mezze Stagioni; a pagina tre, Puffo Caccola Verde… E via dicendo.

Matteo Fais

 

Due sorelle e Berlino sullo sfondo: Hardy ci racconta “La vita è stanca”

Due sorelle e Berlino sullo sfondo: Hardy ci racconta “La vita è stanca”

Un romanzo-diario: la storia di due sorelle, con Berlino sullo sfondo. Intorno a loro animali parlanti, un musicista, una senzatetto voce narrante. “La vita è stanca” racconta un desiderio comune a tutti, quello di trovare un senso alla propria esistenza. “È nato da un’esigenza filosofica – spiega Batsceba Hardy –. Volevo raccontare quello che avevo nella testa attraverso pensieri, dando vita a storie fantastiche. Mi sentivo come se stessi scrivendo le Affinità elettive di Goethe con uno spirito “Anime” giapponese, un misto di magia e – al tempo stesso – di filosofia”.

Parliamo di Annalia e Andrea, i protagonisti.
“Sono sorella e fratello, che poi diventa sorella dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico. So benissimo di che cosa parlo, perché ho approfondito l’argomento prima di scriverne. So quali siano i tempi e le sofferenze di un’operazione di questo tipo. Ma non mi interessano i valori sociologici, le identità di genere. Il personaggio per me resta un individuo unico, anche se in trasformazione. E’ molto più mia, più mentale come cosa. Il resto lo lascio dire agli altri”.

Può apparire come una storia senza uno sviluppo cronologico.
“E invece c’è. Si comincia con Andrea che parte da Milano e raggiunge Annalia a Berlino. Lo stacco finale è invece aperto, può succedere come non succedere. C’è pure una vecchia homeless, che è la voce narrante: è un personaggio vero, che soggiornava davanti a una banca e che ho conosciuto. L’ho chiamata Elfriede. La sua è una storia che già c’era e che è entrata dentro “La vita è stanca”.

Perché la vita è stanca?
“Perché si può morire per stanchezza come andare avanti. E’ un ossimoro, come io mi penso un ossimoro vivente. Una stanchezza non solo fisica ma quella per cui, alla fine, ti chiedi se sei ancora vivo. In questa società siamo ormai oltre l’alienazione. C’è chi tenta di sopravvivere drogandosi: di potere, di televisione, di cose da fare. E c’è chi resta ucciso da questa performance continua”.

per conoscere Batsceba Hardy

Social sì, ma senza prendersi troppo sul serio: Laura Bettanin ci racconta “Facebook blues”

Social sì, ma senza prendersi troppo sul serio: Laura Bettanin ci racconta “Facebook blues”

Nel Terzo Millennio il vero mondo sembra essere quello social. Ce ne accorgiamo tutti i giorni, tra like, notifiche e condivisioni: un flusso ininterrotto di informazioni (vere o false), di giudizi, di immagini in cui il singolo cerca disperatamente di emergere, di mettersi in mostra nella maniera più brillante per gridare la propria esistenza. Un mondo le cui contraddizioni sono raccontante da Laura Bettanin, che per Miraggi ha scritto Facebook blues: “Un’idea nata dalla frequentazione di Facebook, diventato un elemento così ingombrante nella vita della persone. E poi dal desiderio di raccontare una storia d’amore riallacciata dopo molti anni”.

La protagonista è Marta, moglie infelice di un uomo molto più anziano di lei.
“È una donna che avrebbe meritato di più dalla vita, questo è accaduto perché non ha avuto coraggio. Da ragazza incontra e sposa un uomo che mantiene lei e la sua famiglia d’origine, una famiglia sfasciata. In questa vita entra anche il vero amore, quello grande, con un soldato americano. Ma non se la sente di lasciare il marito. Si immola per queste persone, cui cerca di dare una dignità”.

Una donna che vive un’amicizia profondo con Renata.
“Marta è una donna molto curiosa. Fa la barista, incontra Renata, una libraia. Tutto nasce da un libro che ruba: il padre di Renata la scopre, ma la donna la difende. Diventano amiche e complici, dell’amore nascosto di Marta”.

Un amore che ritorna grazie all’incontro su Facebook.
“E si intuisce come Marta avrebbe l’occasione di riprendere in mano la propria e come, , al tempo stesso – e non si sappia bene il perché – non se la senta di andare fino in fondo, perché continua ad avere sentimenti di riconoscenza verso il marito”.

Che cosa è per lei Facebook?
“Ho voluto darne un’immagine positiva come negativa. Positiva perché ci possono essere opportunità di contatto vere, anche se solo per un 1%. Ho amiche conosciute su Facebook e poi c’è il rapporto con altri autori, da cui nascono idee e antologie. Tutta gente che poi, per fortuna, puoi conoscere direttamente, ai saloni o ai festival. Penso a Filippo Tuena, per il quale ho scritto un racconto nella raccolta Dylan Skyline (Nutrimenti), e a Laura Liberale, per la quale ho scritto un racconto sul Père-Lachaise. E poi a Luigi Grazioli di Nuova Prosa”.

Questo il positivo. E il negativo?
“Su Facebook ci sono le bufale, le litigate, gli insulti. Ho imparato a fare una certa tara. I ragazzi di oggi, i cosiddetti millennials, hanno capito che usare Facebook così è ridicolo. Invece i più anziani si prendono tremendamente sul serio quando scrivono qualcosa. C’è la gara ad arrivare primi per postare, linkare, bannare: patetico. Poi si denunciano l’uno contro l’altro con un infantilismo impressionante. Finisce per essere un mondo banale”.

Come affrontarlo?
“Frequentandolo poco oppure senza prenderlo troppo sul serio, come le chiacchiere come tra amici al bar. Meglio sempre avere delle persone fisiche con cui rapportarsi. Serve un dosaggio giusto e questo libro può essere un aiuto per quelli della mia generazione”.

“Di notte sgomitano le crisi”: l’intervista a Tomas Bassini su convenzionali.wordpress.com

“Di notte sgomitano le crisi”: l’intervista a Tomas Bassini su convenzionali.wordpress.com

di Gabriele Ottaviani

Quando eravamo portieri di notte: Convenzionali intervista con felicità il suo autore, Tomas Bassini.

Da dove nasce questo romanzo?
Si può dire che è venuto fuori da una crisi, un mio personalissimo buco nero a cui devo dire grazie. Naturalmente una volta pubblicato il libro non appartiene più (o nel del tutto) a chi l’ha scritto, o meglio, il lettore può farsi la sua idea e dare al libro l’interpretazione che preferisce e in questo lo scrittore non ha voce in capitolo, e meno parla meglio è. Ma se mi domanda da dove nasce questo romanzo non posso fare a meno di risponderle che nasce da un fatto prettamente privato che ha un indirizzo e un codice fiscale, forse oggi anche una partita IVA.

Che cosa rappresenta la notte per lei e nell’immaginario collettivo della nostra società?
Nell’immaginario collettivo non saprei ma per quanto mi riguarda è in un certo senso l’ambiente ideale per il buco nero di cui le ho accennato. È di notte che certe crisi riescono a sgomitare e a far la voce grossa, è proprio lì che anche il più piccolo intoppo si trova in una posizione privilegiata che gli permette di guadagnare spazio e tempo, di stratificarsi senza che quasi te ne accorgi, almeno all’inizio, che dopo un po’  sì che te ne accorgi  e non è più possibile tornare indietro, e non c’è quindi da stupirsi se puoi non si riesce a dormire.

Che valenza ricopre l’abbandono?
In questo romanzo ha un ruolo fondamentale. Un po’ come se fosse l’attore principale che non esce mai di scena, e anche quando per sbaglio non c’è, anche solo per un minuto, si finisce comunque per parlare di lui. È il filo conduttore che influenza ogni cosa, in maniera sia negativa che positiva. Non è però da intendersi semplicemente come l’atto di qualcuno che abbandona qualcun altro, e nemmeno come la condizione di chi l’ha subito, ma qualcosa di molto più ampio e duraturo, molto meno occasionale.  L’abbandono in sé può essere un concetto estremamente banale, l’abbiamo provato tutti, e tutti sentendocelo raccontare ci siamo annoiati; quello che mi sembrava più interessante era vedere invece com’è che un individuo può reagire a questo, e soprattutto come questo particolare tipo di resistenza può mantenersi e svilupparsi. Quello che per il protagonista conta non è lo spazio vuoto che un brutto giorno s’è trovato davanti (quello al massimo lo indispettisce) ma ciò che può essere utilizzato per riempirlo. La differenza non la fanno le grandi giornate, dice più o meno Lui, ma tutto ciò che sta fra una grande giornata e quella dopo.

Perché scrive?
Diciamo che non ho trovato niente di meglio da fare. Ma va benissimo così.

“Brace”: l’intervista di Daniela Bezzi a Jacinta Kerketta su il manifesto

“Brace”: l’intervista di Daniela Bezzi a Jacinta Kerketta su il manifesto

Una quarantina di poems vibranti di tensione per quel continuo stupro di terre (oltre che di corpi) del quale è stata testimone fin da bambina nelle zone tribali del sud Jharkhand, in cui è nata. Land grabbing, sfollamenti, regolamento di conti tra minatori e caporali, regolarmente risolti in favore del più forte, foreste teatro di ogni genere di saccheggio – o poi la fame, ‘che diventa fuoco’; campi impunemente sacrificati, magari a una diga. E la città che avanza, annulla/rimescola ogni identità

Su il manifesto del 5 maggio 2018 è stata pubblicata una splendida intervista di Daniela Bezzi a Jacinta Kerketta, autrice di “Brace”

“Frigorifero Mon Amour”: il dialogo Serra-Fais su pangea.news

“Frigorifero mon amour”: la recensione-intervista di Federica Tronconi su ultimariga.it

Frigorifero Mon Amour (Miraggi Edizioni) è  libro umoristico che affronta il tema dello spreco alimentare. Il protagonista del libro, Felice, è un marito e un papà che, vessato dalla moglie e dalle temibili figlie, deve fare i conti con la fuga del proprio frigorifero, esasperato dallo spreco di cibo cui assiste quotidianamente. Da quel momento Felice (ma sempre meno) proverà in tutti i modi a ricongiungersi con l’amato elettrodomestico. Alla fine di un turbine di eventi travolgenti: la morte improvvisa della caldaia, le sedute devastanti dal dentista, i weekend deliranti con le figlie e le colleghe fissate con le diete e lo shopping, sarà costretto ad affrontare una rocambolesca quanto grottesca discesa agli Inferi per ritrovare il suo amato frigorifero e il senso della propria esistenza. Il libro è anche sostenuto dal Banco Alimentare, che combatte lo spreco ridistribuendo ogni giorno alimenti a migliaia di famiglie in difficoltà sul territorio nazionale.

Lo scrittore Andrea Serra (Torino 1975), è seguito su Facebook da migliaia di persone per i suoi racconti umoristici. Nel 2016 con il racconto Il mio dentista ha vinto la XV edizione del Concorso Racconti nella rete e l’ha pubblicato in un’antologia edita da Nottetempo. Nello stesso anno ha vinto la II edizione del Concorso 88.88, premio nazionale per racconti brevi. E nel 2017 ha vinto il Premio speciale della giuria della XVI edizione di InediTO-Colline di Torino sezione Narrativa-Racconto. Pubblica quotidianamente pezzi ammuffiti dei suoi racconti e su Facebook e Instagram.  Frogorifero Mon Amour è il suo primo libro.

Serra utilizza con grande arguzia ed intelligenza l’ironia per parlare nel libro di temi importanti, come lo spreco alimentare. Un romanzo godibile e di attualità. La vita quotidiana della famiglia di Felice è talmente simpatica e accattivante da sentirne la mancanza a fine romanzo. Speriamo di ricontrarla presto in un nuovo progetto con tante altre avventure (o disavventure). Abbiamo raggiunto l’autore per parlare dei temi centrali del libro.

Come è nata l’idea di raccontare uno spaccato di vita quotidiana?
Questo libro nasce dalla mia abitudine alla scrittura e soprattutto alla lettura, che mi accompagna da quand’ero piccolo. Ho sempre letto tantissimo e tenuto un diario su cui appuntavo poesie, riflessioni e racconti. Qualche anno fa ho iniziato a raccontare le vicende della mia famiglia e del mio frigorifero con un tipo di scrittura nuovo, nato un po’ per caso in una sera di stanchezza. Mi sono scoperto a ridere da solo mentre scrivevo. Ho fatto  poi leggere qualcosa a mio fratello e ad alcuni amici che mi hanno consigliato di metterlo sui social. E così ho fatto e tante persone hanno iniziato a leggermi e seguirmi. Nel frattempo stavo lavorando ad un romanzo di altra natura, dai toni più intimisti, che immaginavo come “il mio primo libro”. Nei ritagli di tempo, quando volevo rilassarmi e divertirmi, continuavo quello sul mio frigorifero. E il risultato è che quello a cui pensavo come un passatempo è diventato il mio vero primo libro: come si dice, la vita è quella cosa che accade mentre sei intento a fare progetti.

Raccontare la famiglia e la routine è sempre un rischio invece tu con grande intelligenza se riuscito a rendere il tutto molto interessante: quali sono gli ingredienti fondamentali?
Non so, è venuto fuori tutto da solo: forse il segreto è stato quello di guardare con occhi nuovi quello che accade normalmente in una famiglia e scoprire che magari il frigorifero non è solo un elettrodomestico ma ha dei pensieri e dei sentimenti propri. Penso che in tutto questo abbiano influito le mie letture e il percorso di analisi che mi ha portato a riconsiderare complessivamente la mia esistenza. Devo ammettere che scrivere questo libro ha coinciso con un cambiamento anche nella mia vita famigliare. Ho iniziato a guardare con occhi nuovi e con stupore anche i fatti più banali. Perché in fondo ogni momento dell’esistenza è meraviglioso: da tua figlia che ti fa una domanda in piena notte o al tuo postino che ti recapita una cartella di Equitalia. Sono momenti unici e irripetibili che vale la pena di ricordare.

Il tema portante del tuo romanzo è contro gli sprechi alimentari: puoi spiegarci bene?
Dopo l’ennesimo pacco di carote ammuffite, un giorno parlai con mia moglie e decisi che avremmo cercato di sprecare meno (anche perché nel frattempo il mio frigorifero si era arrabbiato parecchio ed era scappato, come racconto nel libro) e mi informai: venni a conoscenza di tutta l’attività del Banco Alimentare e lessi con apprensione che nel mondo un terzo della produzione alimentare finisce nella spazzatura mentre 800 milioni di persone sul nostro pianeta vivono in stato di denutrizione: un fatto inaccettabile. E’ come se quando andiamo a fare la spesa riempissimo tre carrelli della spesa e ne buttassimo uno nella spazzatura. Per fortuna stiamo maturando una maggior sensibilità, e dal 2016 ad oggi nel mondo e in Italia lo spreco è diminuito concretamente. Ma si può fare ancora tanto. La cosa che mi fa piacere è che molte persone leggendo il libro  hanno iniziato a fare più attenzione, proprio come è successo in casa nostra. Credo che questo sia molto bello da tanti punti di vista. Anche perché alla fine l’attenzione è un atteggiamento e un valore fondamentale. E’ l’unica via che conduce allo stupore e ti regala occhi nuovi con cui guardare il mondo.

Quanto c’è nel romanzo della tua vita?
Il libro parte da vicende  realmente accadute, anche se poi profondamente rielaborate: come ad esempio per quanto riguarda il protagonista principale che ho chiamato Felice perché rappresenta l’uomo tipico della nostra società: indaffarato, sempre di corsa e in ansia, succube della società consumistica e dell’ultimo modello di Iphone, e fondamentalmente “infelice”, o per dirla secondo il linguaggio del libro, “ammuffito”. Sono partito dalla mia vita ma ho dato al libro una direzione ben precisa, come per fotografare una tendenza della nostra società, come si capisce bene dal finale. La mia vita, per fortuna, non è ancora così ammuffita o perlomeno, ogni giorno cerco di fare qualcosa per non farla ammuffire. E questo credo che sia già tantissimo. Sì, il mio frigorifero mi sta confermando che questo è già tantissimo.

Federica Tronconi

 

“Frigorifero Mon Amour”: il dialogo Serra-Fais su pangea.news

“Frigorifero mon amour”: l’intervista ad Andrea Serra su italiastarmagazine.it

Di Floriana Naso

Frigorifero Mon Amour di Andrea Serra, edito Miraggi, è un libro che prova ad affrontare con ironia il tema dello spreco alimentare. Racconta, sotto forma di diario, la storia di Felice che, oltre ad essere vessato dalla moglie e dalle temibili figlie, deve fare i conti con la fuga del proprio frigorifero, esasperato da tutto lo spreco di cibo che viene fatto quotidianamente. Il frigorifero dopo aver visto l’ennesimo pacco di carote ammuffite, indossa un piumino, si mette i mocassini e se ne va via di casa per sempre. Da quel momento il protagonista avvertirà la mancanza del frigorifero in maniera lancinante e proverà in tutti i modi a ricongiungersi con l’amato elettrodomestico. Una serie di eventi travolgenti (le sedute devastanti dal dentista ossessionato dagli alieni, i week-end deliranti chiuso in casa ad ammuffire con le figlie e le colleghe fissate con le diete e lo shopping) lo ostacoleranno ancora di più, fino a quando sarà costretto ad affrontare una discesa agli Inferi per ritrovare il suo amato frigorifero e il senso della propria esistenza.
Il libro è sostenuto dal Banco Alimentare che combatte lo spreco alimentare ridistribuendo ogni giorno alimenti a migliaia di famiglie in difficoltà sul territorio nazionale.

Dalla postfazione del Banco Alimentare:
Capita così sovente che qualcosa “ammuffisca” nei frigoriferi casalinghi, industriali o delle mense che non ci rendiamo più conto che, carote, prosciutti, formaggi o mille altre prelibatezze potrebbero, se accuditi, sfamare centinaia, migliaia, anzi, milioni di persone purtroppo condannate alla miseria alimentare; questo libro, in modo scherzoso, è stato scritto per favorire la riflessione delle persone che, loro malgrado, agevolano la “FUGA DEI FRIGORIFERI”. Qualche cifra è necessaria per valutare l’ampiezza dell’emergenza alimentare: lo scorso anno (2016) sono state 815 MILIONI le persone, di cui 159 MILIONI di bambini, in stato di malnutrizione e, di questi, più di 8.500.000, di cui 6.500.000 bambini, sono deceduti per cause ascrivibili alla malnutrizione, scarsa o assente. Noi, paesi dell’Unione Europea, ogni anno produciamo uno spreco alimentare che vale 143 miliardi di euro e, se espresso in peso, sono ben 88 milioni le tonnellate di alimenti che finiscono ogni anno, gettati nella spazzatura. Il soggetto che contribuisce maggiormente allo spreco alimentare sono le famiglie con 47 milioni di tonnellate, vale a dire il 70% dello spreco alimentare europeo derivante dal consumo domestico, dalla ristorazione e dalla vendita al dettaglio. Secondo i dati Fao, solo in Italia, un anno di spreco di cibo potrebbe sfamare circa 44 milioni e mezzo di persone mentre, a livello globale, ogni anno, più di un terzo della produzione mondiale di cibo si perde o si spreca lungo la filiera: circa 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti sono sciupati solo considerando la frazione commestibile. Il Banco Alimentare è una rete di organizzazioni (21 sul territorio nazionale), senza fine di lucro, che ha lo scopo di raccogliere le eccedenze di produzione, agricole e dell’industria alimentare, organizzando la ridistribuzione alle Strutture Caritative per aiutare i poveri e gli indigenti. Qualche numero delle attività 2016 del Banco alimentare: 588 Strutture Caritative convenzionate in Piemonte 113.200 Assistiti in Piemonte (38% delle persone in stato di povertà assoluta) 6.325 Tonnellate di cibo distribuite in Piemonte 808 Tonnellate di cibo raccolto, in Piemonte, durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare Questo è il valore dell’attività, visti i numeri, che può essere effettuata soltanto grazie alla collaborazione di: 1.200 supermercati che prestano i loro spazi per la buona riuscita dell’attività di raccolta 12.300 volontari dal primo mattino a tarda serata, rendono possibile la missione e la sensibilizzazione di 730.000 donatori che sentono e vivono la Solidarietà tra le persone dimostrando, in questo modo, che si può convincere molti FRIGORIFERI a non fuggire dalle nostre case perché lo spreco è stato, se non vinto, almeno compreso.

Abbiamo intervistato l’autore.

La scrittura umoristica è rara, proprio come gli attori comici; è sempre stata nelle tue corde?
No, anzi… io sono nato triste, poi la tristezza è aumentata fino a sfociare nella depressione quando avevo 16 anni. La discesa fino alla tristezza più abissale mi ha portato alla disperazione e poi… ho iniziato a ridere. Quindi ho avuto queste due fasi che mi hanno portato dove sono ora.
Da cosa è nata l’idea di scrivere racconti su questa tematica e soprattutto in chiave comica?
È nata da un episodio di vita concreta, ho semplicemente descritto ciò che ho visto. Ossia, un giorno mia moglie è arrivata davanti al frigorifero e gli ha detto la parola magica: “Apriti scemo!” e da quel momento in poi mi è venuta l’ispirazione di descrivere ciò che accadeva. Quindi ho scritto di carote ammuffite che scappavano, del frigorifero arrabbiato…
E come sta adesso il tuo frigorifero?
Non benissimo… ha fatto l’influenza. Ha contratto un virus e sta ancora prendendo gli antibiotici. Stamattina gli ho misurato la febbre e aveva sette gradi… comunque penso che si riprenderà presto!
E le carote?
Le carote stanno bene! Oramai fanno parte della famiglia… non sono tante, ma oggi la più grande compie diciotto anni e stamattina andava a dare l’esame per la patente…
In che modo si sviluppa la storia del protagonista?
La storia del protagonista si sviluppa sotto forma di diario. Questo libro è raccontato in prima persona, c’è una sequenza di episodi a partire dalla fuga del frigorifero, e da lì il protagonista capisce che ha sempre amato il frigorifero e quindi tenterà di ritrovarlo ma sarà ostacolato dalla moglie, dalle figlie, dal dentista, dal meccanico di fiducia… fino al tragicomico epilogo che scoprirete alla fine.
Quali riflessioni sarà portato a realizzare il lettore alla fine del tuo libro?
Il lettore, dopo aver letto il mio libro, credo che correrà in cucina ad abbracciare il suo frigorifero! E poi credo che farà più attenzione a tutto quello che nel frigorifero inizierà ad ammuffire.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Mi ha lasciato tantissima muffa… e dodici pacchi di carote nel frigorifero…
Cosa occorrerebbe fare, secondo te, per diminuire al minimo gli sprechi?
La prima cosa fare sarebbe quella di dare ascolto al proprio frigorifero… perché hanno molto da insegnarci i frigoriferi… in realtà basterebbe davvero poco per diminuire lo spreco, per esempio riguardo ciò che si compra in relazione a ciò che si mangia. Dopo aver scritto questo libro, per esempio a casa mia, mia moglie ha smesso di comprare le carote e quindi non le facciamo più ammuffire!
Secondo te, come è affrontato il fenomeno dai media nazionali?
Secondo me è affrontata poco e male. Se ne parla poco, è raro sentir parlare di spreco alimentare, sebbene ci sia una sensibilità crescente. Tuttavia gli altri paesi europei sono molto più avanti di noi nell’affrontare questa tematica. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è anche questo: per aumentare l’attenzione di tutti su questa tematica fondamentale.
So che il tuo libro contribuirà a sostenere il Banco Alimentare, vuoi spiegarci come?
Sì, il mio libro sarà sostenuto dal Banco Alimentare a cui andranno i proventi sulle vendite e questo mi fa un grande piacere. Nel mondo ci sono 800 milioni di persone denutrite e quello che si butta nei paesi occidentali è quattro volte superiore a quanto servirebbe per sfamare quelle persone.
Hai in programma presentazioni?
Sì, porterò il libro in tutta Italia, le prime presentazioni saranno: il 17 febbraio alla libreria I 7 Pazzi a Torino. Poi il 23 e il 24 febbraio sarò a Roma e comunque sulla mia pagina Facebook ci sono tutte le date, indirizzi e orari. Il 9 marzo sarò di nuovo a Torino, alla Luna Storta e poi toccherò varie città come Cagliari, Genova e altre in giro per la penisola.

“Frigorifero mon amour”: l’intervista ad Andrea Serra su Il Risveglio

“Frigorifero mon amour”: l’intervista ad Andrea Serra su Il Risveglio

CIRIÈ. S’intitola “Frigorifero mon amour” il libro dello scrittore ciriacese Andrea Serra balzato ai vertici della classifica Bestseller Narrativa di Amazon. Tema lo spreco alimentare di cui si è parlato nei giorni scorsi in occasione della Giornata nazionale di prevenzione del 5 febbraio. L’autore lo affronta in chiave ironica facendone un’opera divertente edita da Miraggi Edizioni con il sostegno del Banco Alimentare del Piemonte. È la storia di Felice che, oltre ad essere vessato dalla moglie e dalle temibili figlie, deve fare i conti con la fuga del proprio frigorifero che, dopo aver visto l’ennesimo pacco di carote ammuffite, se ne va di casa per sempre. Da quel momento il protagonista ne avvertirà la mancanza in maniera lancinante e proverà in tutti i modi a ricongiungersi con l’amato elettrodomestico. Una serie di eventi lo ostacolerà fino a quando affronterà una dantesca discesa agli Inferi per ritrovare il suo amato frigorifero e il senso della propria esistenza.

Nato a Torino nel 1975, Andrea Serra si laurea in Filosofia e per anni ha insegnato alle superiori. Attualmente lavora in un’agenzia formativa. Nel 2016 con il racconto “Il mio dentista” vince la 15ª edizione del concorso Racconti nella rete e la 2ª edizione del concorso 88.88, premio letterario nazionale per racconti brevi, ed è tra i finalisti della 15ª edizione del Premio InediTO-Colline di Torino, sezione Narrativa-Racconto. Nel 2017 è finalista alla 16ª edizione del Premio Il Salmastro e alla 10ª del Premio Internazionale Città di Sassari e vince il premio speciale della Giuria alla 16ª edizione del Premio InediTO-Colline di Torino.

L’idea di scrivere questo libro è nata tre anni fa per dare un contributo alla lotta contro lo spreco alimentare: «Prima di tutto – spiega l’autore – un contributo concreto perché una parte dei proventi andrà proprio al Banco Alimentare del Piemonte. Poi spero nel mio piccolo di aiutare a sensibilizzare sempre di più verso questo tema fondamentale, se pensiamo infatti che nel mondo occidentale si spreca una quantità di cibo tale da poter sfamare quattro volte gli 800 milioni di persone che soffrono la fame sul pianeta, non possiamo rimanere indifferenti. Spero di far conoscere il libro anche nelle scuole per sensibilizzare anche i più giovani».

(c.f.)